Luca Vanni, un anno dopo, si racconta in esclusiva per Ubitennis

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Luca Vanni, un anno dopo, si racconta in esclusiva per Ubitennis

Un 2015 eccezionale che lo ha visto far capolino tra i migliori cento giocatori al mondo prima di un periodo difficile e avaro di risultati ma che le ultime buone prestazioni sembrano aver finalmente lasciato alle spalle. Incorreggibili curiosi, gli abbiamo chiesto il motivo e abusando di una disponibilità non comune ci siamo fatti raccontare diverse altre cose…

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Dall’ultima volta in cui ci siamo occupati di lui è passato un anno intero, anche se in fondo sembra ieri. Il mondo, tra le mille brutture che il genere umano si diverte quotidianamente ad inscenare, pare abbia persino accelerato nel suo frenetico moto rotatorio ed il carrozzone del tennis – per la verità anch’esso contaminato nell’attualità da qualche peccatuccio del quale faremmo volentieri a meno – giocoforza pare essersi adattato. E pertanto, a parte Djokovic inscalfibile tiranno, non è affatto detto che ciò che era ieri lo sia ancora oggi e, soprattutto, lo sarà domani.

Non più tardi di dodici mesi addietro, sempre da queste pagine, si celebrava l’arrampicata vertiginosa di Luca Vanni, capace di issarsi fino in Top 100 al culmine di una prima metà di 2015 che a definire solo esaltante si compie un’ingiustizia. Il gigante buono di Foiano della Chiana, dopo una vita intera spesa addentando con profitto e sacrificio il pane duro del tennis di periferia, riusciva finalmente a far parlare di sé per una serie di conquiste che hanno fatto di un ragazzone di 30 anni una delle note più piacevoli del made in Italy. Insomma, un bel personaggio da esibire con orgoglio, in un contesto azzurro purtroppo tutt’altro che fiorente e che fatica terribilmente a rinnovarsi. Ancorato così com’è alle talentuose bizze di un seppur ritrovato Fognini ed alla commovente sostanza di Seppi e, soprattutto, Lorenzi. Due che per nostra sfortuna non fanno più della carta di identità il loro cavallo di battaglia.

Con buona pace dell’incantevole Mina che di questa proposizione ne seppe fare una pietra miliare, stessa spiaggia non è detto sia sempre sinonimo di stesso mare. Ad un’estate di distanza – un’era geologica nell’evoluzione continua e senza sosta del complesso sport fatto di racchette e palline – succede infatti che ci ritroviamo nella piacevole compagnia di Lucone, animato, però, da una condizione psicofisica sostanzialmente diversa rispetto a trecentossessantacinque giorni fa. Con il sempre simpatico e loquace aretino che, se un anno or sono calcava a Londra i campi verdi più famosi del mondo con addosso tutta la fiducia possibile ed immaginabile dettata dai traguardi fin lì conseguiti, ora si ritrova impelagato in una fase delicata della carriera, dove i risultati latitano e anche la salute ha cominciato a fare i capricci. Anche se la stretta attualità racconta di un Vanni rinfrancato e che da qualche settimana esibisce in campo un body language più convincente. Sotto alle suole, quindi, in luogo dell’erba nobile di Church Road, ecco di nuovo il pantano dei Challenger, dove di regale c’è soltanto il cuore che i tennisti gettano oltre l’ostacolo in cerca del celebre quarto d’ora di gloria di warholiana memoria. Tra le mille più una difficoltà che un giocatore desideroso di tirare fuori la testa dall’acqua incontra lontano dai palcoscenici più prestigiosi provando a galleggiare con pochi quattrini in tasca in un mare agitato e zeppo di squali.

 

Quella che potete leggere nel seguito è dunque un sunto della nostra lunga conversazione, gentilmente concessaci dall’allievo di Coach Fabio Gorietti nonostante l’impegno concomitante nel Challenger di Recanati che lo ha visto in ripresa per qualità di gioco e buon quarto-finalista. Si è parlato di tennis, ovviamente, ma non solo. Luca ancora una volta si dimostra persona umanamente eccezionale, riflessiva, pacata, competente e mai banale nelle esternazioni. Un ragazzo che sprizza amore da tutti i pori per uno sport che con sacrificio ed abnegazione è riuscito a trasformare in un lavoro.

Ciao Luca, intanto grazie per la disponibilità. Dopo un 2015 eccezionale nel quale hai conseguito traguardi importanti, i risultati fino a questo punto della stagione sono forse inferiori alle aspettative. Quale potrebbe essere la spiegazione? Sei più deluso, arrabbiato o fiducioso per il prosieguo?
Ti dico, deluso no. La stagione l’anno scorso è stata lunga e ci siamo fermati solo per dieci giorni di riposo e poi ho avuto solo quindici giorni per preparare il 2016. Avessi avuto la possibilità di recuperare un po’ di più le forze sarebbe stato meglio. Ma l’anno scorso a novembre ho dovuto giocare quattro tornei perché mi mancavano pochi punti per entrare nel main draw degli Australian Open a cui tenevo molto. La prima parte di quest’anno è stata caratterizzata da partite molto tirate e perse per pochi punti, per esempio sono stato battuto da Zverev nonostante un match point a favore nel quale la mia palla ha preso il nastro ed è uscita di due centimetri. I primi mesi dell’anno ho avuto un livello secondo me alto poi ho cominciato a sentirmi stanco finché ho scoperto di aver contratto la mononucleosi. Una situazione molto difficile per noi giocatori che facciamo del nostro corpo un lavoro avere questa malattia che ti prende anche a livello cerebrale, con la testa che manda un input al fisico e questo non riesce a rispondere. Però da un mese a questa parte ho ricominciato ad allenarmi bene tutti i giorni anche nelle ore più calde. Mi sento nuovamente forte, un guerriero, mentre prima giocavo senza avere le armi.

Tra gli exploit dello scorso anno c’è l’aver portato alla salvezza nella massima serie il “tuo” TC Sinalunga. Come mai hai deciso di cambiare aria preferendo disputare altrove la A2? Lì eri quasi una sorte di eroe…
Sono onesto. Le due stagioni che ho fatto a Sinalunga ho percepito una cifra che rispecchiava la mia classifica del primo anno. Anche se il secondo l’ho disputato in qualità di numero cento del mondo. Nonostante questo ho giocato tutte le partite vincendone molte e mi sono sempre impegnato al massimo. Per quest’anno mi hanno fatto una buona offerta ma giocando ancora per loro mi sarei precluso il campionato francese che mi garantiva un po’ più di soldi. Poi si è fatto avanti Arezzo che ho scelto ma comunque avrei privilegiato un circolo di A2 che mi lasciasse libero di giocare anche in Francia. A Sinalunga io ho fatto comunque la mia proposta chiedendo di venirmi incontro dal punto di vista economico pur sapendo che per loro sarebbe stato un sacrificio. Allora, è difficile. Se sei il numero cento non devi chiedere più soldi perché tanto dicono che guadagni già abbastanza, se sei numero quattrocento al contrario ti dicono cosa pretendi di più. A tennis non ci giocherò tutta la vita quindi cerco di sfruttare al meglio ogni occasione. Io che so la fatica che ho fatto non sputo nemmeno su cinquecento euro.

L’anno scorso in questo periodo approdavi in Top 100. Se prima con ogni probabilità eri noto ai soli addetti ai lavori adesso grazie soprattutto ai risultati ottenuti nella prima metà del 2015 in molti hanno imparato a conoscerti. Che effetto ti fa essere fermato per strada? Questa nuova dimensione ti ha costretto a cambiare stile di vita?
È effettivamente successo che qualcuno mi fermasse per complimentarsi, soprattutto per la persona che ho dimostrato di essere. Ti faccio un esempio concreto. Settimana scorsa stavo parlando con Gianluca (Mager, ndr) del più e del meno e una persona mi ha avvicinato per farmi i complimenti, intanto come giocatore per quello che posso aver fatto di buono ma soprattutto come uomo. Mi ha esortato a continuare così, a non mollare. È questo che mi fa davvero piacere. La vita? Sì qualcosa è cambiato nel senso che ho potuto togliermi qualche sfizio. Dal punto di vista economico ora sono un po’ più tranquillo ma io sono lo stesso di prima. Io credo che ci si debba sempre ricordare come ci sei arrivato e quello che sei. Io mi piaccio così come sono.

A proposito di novità, cosa hai provato a giocare per la prima volta a Wimbledon?
Secondo me Wimbledon è il più bel torneo del mondo, come storia, come location, come impatto. Non perché io sia italiano ma lo metto solo di poco sopra a Roma. Il Pietrangeli, il parco. Pochi tornei nel mondo come ambientazione sono pari a Roma. È stata una emozione grandissima giocare a Londra, ovviamente, ma anche agli Internazionali d’Italia ho provato bellissime sensazioni.

Hai disputato la tua miglior stagione a 30 anni quando per molti colleghi è già quasi ora della pensione. Pensi che a questo livello di gioco avresti potuto arrivarci prima?
No. Io credo che uno merita e ottiene per ciò che fa. Non che io non mi fossi impegnato abbastanza negli anni precedenti, anzi, però ci sono molte componenti da mettere insieme, una per una, per fare un determinato salto di qualità. Mi dici che questa è una questione tutta italiana? In realtà non sono solo gli italiani che maturano tardi, guarda per esempio Karlovic che risultati sta ottenendo proprio ora. Forse è anche una questione culturale. Gli italiani, la famiglia. Noi a differenza di altri usciamo tardi di casa, per esempio. Cominciamo a giocare a tennis da bambini ma se poi non sei veramente forte da essere già a vent’anni nei primi cento prima di fare un passo decisivo nel tennis che conta magari ti preoccupi di ultimare gli studi per garantirti in ogni caso un futuro. E intanto il tempo passa.

Finale di San Paolo. Vanni serve per il titolo ed è a soli tre punti dal match. Ci racconti cosa ti è passato per la mente in quel frangente? Ci hai mai più ripensato a quel giorno?
A dir la verità anche durante l’ultimo cambio di campo non ho pensato a troppe cose se non a giocare al meglio un quindici dopo l’altro. Fin dal primo turno, che poi per me è stato il secondo, ogni cosa che mi è accaduta a San Paolo è stata una prima volta. Non solo quella di essermi trovato a servire per il titolo. Durante quella settimana sono state tutte partite lottate e avrei anche potuto perdere prima. Nel gioco a cui fai riferimento (sul punteggio di 5 a 4 a suo favore nel terzo set, ndr) non ho pensato sinceramente a niente, ho giocato e commesso un paio di errori dettati anche dall’avversario che a un passo dalla sconfitta si è messo lì e non ha più regalato nulla, affrontando ogni quindici come se fosse l’ultimo della vita. Paura? In quel momento no, anche se l’ho provata diverse altre volte. Il ‘braccino’ può capitare ai giocatori che ci sono già passati altre volte su quella strada piuttosto che a me che non avevo ancora realizzato in quale situazione mi trovassi e potevo colpire senza pensare e a braccio sciolto. Se vuoi sapere cosa sia la paura di vincere nel tennis posso dire che a certi livelli, per esempio, può essere una palla su cui devi entrare e poi non spingi. In altre parole fai qualcosa di meno rischioso e lasci che a prendere un azzardo sia l’avversario. Sì, ci ho ripensato a quella partita, purtroppo. Alla fine ho avuto anche un mezzo sfogo, un mezzo pianto per averla persa. Ero avanti di un quindici con uno smash non chiuso. Ci ho ripensato, sono dispiaciuto, però penso di non potermi dare particolari colpe. Credo sia giusto costruire il resto della carriera a partire proprio da quell’esperienza. Intanto lì ho capito di poter essere competitivo a certi livelli, e non è poco.

Toglici un dubbio una volta per tutte. Qual è la superficie sulla quale senti di esprimerti al meglio? E quale, invece, pensi sia il tuo colpo migliore?
Sicuramente la terra indoor e purtroppo non ce ne sono molti di campi così. La cosa che più mi da fastidio è giocare sul cemento lento o in condizioni di vento. Perché lì sopra non si può scivolare e fai pochi punti diretti col servizio. Tipo a Miami. Preferisco la terra perché se sto bene fisicamente mi piace la lotta, di natura sono un combattente. Sulla gomma veloce, invece, a volte ti senti un po’ impotente sulle giocate dell’avversario. Poi mi piace scivolare perché intanto è meno stressante per le articolazioni e poi per una questione prettamente tecnica. Sono a mio agio quando dalla parte del diritto ci posso arrivare in scivolata in posizione aperta. Il mio diritto è il colpo più costruito e devo stare meglio di testa per farlo rendere al meglio; il rovescio è sicuramente più naturale, soprattutto in back. Anche se spesso mi ci siedo e ne gioco troppi di rovesci col taglio indietro. Avendo comunque a disposizione un bel piattone dovrei imparare a dosarli meglio.

Sempre parlando di colpi, ce n’è uno in particolare o un aspetto del gioco sul quale con il tuo allenatore stai lavorando?
Da migliorare c’è sicuramente la ricerca della rete che non è una mia caratteristica naturale. Sto lavorando per non perdere campo durante lo scambio. C’è da dire che mi piace molto restare a fondo campo a scambiare a lungo. Mi rendo conto che a volte così io non riesca a fare male all’avversario ma è difficile all’interno della stessa partita, dopo che per ore sono rimasto indietro a lottare, cambiare all’improvviso atteggiamento mentale. Ho perso delle partite perché non sono stato capace di uscire dal mio io tennistico. Ma ci sto lavorando per fare un mezzo passo avanti nel campo.

Mi aiuti a costruire il tennista perfetto? Poi già che ci siamo mi dici anche chi è attualmente il tuo preferito?
Il servizio di Isner. Il diritto sarebbe troppo semplice dire quello di Federer allora scelgo quello di Simone (Bolelli, ndr). Per il rovescio prenderei quello di Safin, il mio idolo da ragazzo, mentre per il gioco al volo questa volta devo dire per forza quello di Roger. Non ce ne sono di paragonabili. Il mio tennista preferito? Allora se devo scegliere di guardare una partita alla televisione non la guardo sicuramente di Djokovic. Nulla di personale, non lo conosco, parlo solo del campo dove a volte mi trasmette l’idea di giocare per forza. Specialmente nei primi turni fa pesare troppo la sua superiorità, il suo essere Djokovic, ma forse è solo il suo modo di fare. Per la verità questa sensazione me la dà un po’ anche Federer ma lui mi emoziona. A 35 anni Roger dimostra ancora tutto il suo amore per il tennis. Giocare contro di lui sarebbe per me una grandissima emozione, penso che mi tremerebbero le gambe. Sì, gli chiederei la maglia a fine partita. Nadal invece l’ho rivalutato molto nell’ultimo periodo. Dei big storici è quello che tecnicamente si è forse evoluto di meno anche a causa dei tanti infortuni che ha subito. Però lo stimo per l’impegno che ci mette ogni giorno per tornare quello di una volta.

Un obiettivo da fissare sulla tua agenda da qui a fine carriera?
Intanto voglio finire l’anno entro i primi 200/220 per poi provare nel 2017 a rientrare nuovamente nei primi 100. Poi vorrei giocare sia a Melbourne che a New York per completare gli Slam che ancora mi mancano. Primario per la fine della carriera, invece, il giorno che smetto è di essere consapevole di aver dato tutto me stesso come giocatore. Per il dopo mi piacerebbe trasmettere la mia passione per il tennis ai bambini. Ad oggi mi ci vedo più come maestro di circolo che come allenatore.

Attualità, purtroppo, significa anche doping e scommesse. Di recente il caso Sharapova, ora lo scandalo che ha travolto l’atletica russa in vista di Rio. Qual è da sportivo il tuo punto di vista?
A livello di doping la verità la conosce solo chi lo fa. Io non ho mai sospettato che qualcuno dei miei colleghi ne potesse fare uso, se lo ha fatto non me ne sono mai accorto. È un po’ come per il discorso delle scommesse. Io dentro un circolo di tennis non mi sono mai accorto di nulla. Anche qui, certe cose le sa solo chi le compie. Quando vedo in campo uno che ha una grande prestazione fisica non mi viene da pensare male, penso solo che abbia lavorato duramente. Magari meglio di me. Sulle scommesse ti posso dire che ci sono gli organi competenti che decidono. Forse si, con i montepremi più alti nei circuiti minori ce ne sarebbero di meno ma quello delle scommesse è anche un problema più ampio, un po’ come una malattia. A proposito di montepremi bisogna ricordare che quello che si legge sui main draw intanto è lordo e ci devi togliere le tasse, che sono tante, e poi le spese. Di quel che prendi ti resta poco in mano considerati i costi anche delle cose più semplici. A Recanati, tanto per farti un esempio, per una pizza e una lattina durante il torneo ti chiedevano dieci euro. Spesso nei tornei se ne approfittano…

Cosa significa per te essere un professionista?
C’è lo sportivo che si fa la serata, che va a divertirsi. Senti, è anche giusto svagarsi un po’ tra un torneo e l’altro ma i veri professionisti certi eccessi non li possono avere. Il nostro è pur sempre un lavoro che richiede dedizione. Non è che puoi fare le sei del mattino in giro e poi lavorare seriamente sul tuo fisico o rimanere sul campo per quattro ore con 40 gradi al sole. Mediamente io mi alleno tra le cinque e le sei ore al giorno ma è tutta la mia giornata che è dedicata al tennis. C’è il fisioterapista, l’osteopata. Tante cose. Non sono da considerare solo le ore passate in campo. Un professionista poi deve convivere con il dolore, è il prezzo che deve pagare per chiedere il meglio al proprio fisico. É un po’ come una macchina. Pensa alla mia Fiat Bravo con su 300 mila chilometri. Si certo, che ce l’ho ancora (sorride). Mi sono potuto permettere di cambiare la macchina ma la mia Bravo storica c’è sempre, è il muletto per gli aeroporti di tutta Italia.

Senti un po’ Luca, ma Ubitennis lo leggi? Attento a come rispondi!
Ma certo, lo leggo sempre (ride).

Noi di Ubitennis notoriamente portiamo bene agli italiani, chiedere a Fabbiano e Lorenzi per credere. E quindi ci sentiamo autorizzati a strappare una promessa ai tennisti che via via incontriamo. Dovessi vincere uno dei prossimi tornei post-intervista cosa ci puoi promettere? Oltre a riconoscerci parte del merito…
Beh, se vuoi ti posso regalare il completino che ho usato (ride).

Vuoi aggiungere ancora qualcosa?
Riguardo al caso scommesse io, Luca Vanni, sono una persona che è a posto con la propria coscienza e sono orgoglioso di me come persona.

Per chiudere questa nostra bella chiacchierata, vuoi infine ringraziare qualcuno in particolare?
Ringrazio come sempre la mia famiglia, la mia Francesca e tutta la Tennis Training School di Foligno per tutto quello che fanno per me.

Che umiltà questo ragazzo. Ve lo immaginate uno come Luca Vanni a far lo sbruffone in diretta planetaria prima di tirare (male) un calcio di rigore? O a disfare una Ferrari rossa fiammante all’alba di ritorno dalla discoteca? Noi francamente no. Sono i personaggi così genuini che ci riconciliano con un mondo, quello dello sport professionistico, troppo spesso incapace di offrire di sé la migliore versione possibile. E che finisce per trasmettere un messaggio diseducativo per i più giovani. Allora teniamocelo stretto questo lungagnone un po’ sgraziato, perché quelli come lui vincono sempre a prescindere. Almeno fino a quando il buon esempio, nello sport come nella vita, continuerà a valere più di qualunque trofeo. E di conto in banca.

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Non fate come Kyrgios: non sottovalutate Pablo Carreño Busta allo US Open

Tra i quattro semifinalisti lo spagnolo è il meno titolato, ma a livello Slam non ha tanto da invidiare ai suoi avversari. Prima di sminuirlo, Kyrgios dovrebbe dare uno sguardo ai suoi risultati

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Pablo Carreño Busta - US Open 2020 (photo by Simon Bruty/USTA)

Le semifinali dei due tabelloni dello US Open 2020 hanno un tratto comune? In tanti potrebbero rispondere sì a questa domanda e potremmo essere parzialmente d’accordo anche noi. Per quale motivo? Beh, nel femminile abbiamo parlato ieri di Jennifer Brady, numero 41 del ranking (28 del seeding) alla prima semifinale Slam, che si è ritrovata attorno Serena Williams (23 Major), Azarenka e Osaka (due titoli Slam per parte). Nel maschile invece i quattro giocatori rimasti non hanno mai vinto un titolo a questi livelli, ma nonostante ciò si parla principalmente di Zverev, Thiem e Medvedev e Pablo Carreño Busta, che a differenza di Brady una semi Slam l’ha già giocata, viene erroneamente considerato un intruso.

A ingannare è probabilmente il ranking: lo spagnolo è una ventina di posizioni dietro i tre che hanno raggiunto come lui il penultimo atto del torneo, ma arrivati in queste fasi l’abitudine a giocare su determinati palcoscenici e con una certa pressione sulle spalle può fare la differenza tra una sconfitta e una vittoria. E a tal proposito, Carreño non parte battuto in partenza, almeno nella semifinale. Per Sascha Zverev è la seconda semi Slam della carriera, come lo è per lo spagnolo. Dall’altro lato invece Thiem giocherà la sua sesta, ma appena la seconda su cemento, mentre Medvedev ha raggiunto questa fase in un Major solo un anno fa, sempre a Flushing Meadows. Tuttavia non è da trascurare il fatto che sia il russo che l’austriaco hanno già preso parte a una finale Slam e tutti e tre hanno già vinto un trofeo Masters 1000. Ad ogni mod,o se si guardano le due sfide da questa prospettiva, il gap tra i tre top 10 e Carreño è abbastanza piccolo, di certo infinitamente inferiore rispetto a quello tra Brady e le altre tre campionesse.

Detto ciò, è comprensibile che l’attenzione sia rivolta a Dominic, Sascha e Daniil per un altro motivo. È da quattro anni ormai (Wawrinka allo US Open 2016) che non si vede un vincitore Slam diverso da Federer, Nadal o Djokovic e da allora si cerca un giovane in grado di interrompere il loro dominio. Vista l’assenza dei Big Three, non veder vincere uno tra Thiem, Zverev o Medvedev nemmeno stavolta porrebbe dei grossi dubbi sulle loro capacità di sostituirsi al trio che ha dominato l’ultimo decennio. Perciò anche mediaticamente Carreño Busta “tira” meno degli altri tre, ma non per questo va sottovalutato. Ci ha messo del suo anche Nick Kyrgios con i suoi tweet.

 

L’australiano da qualche giorno sta conducendo una crociata contro Carreno, tacciandolo come terraiolo “che senza il mattone tritato non sarebbe arrivato nemmeno vicino alla top 50”. “Deve essere piuttosto annoiato” ha commentato lo spagnolo e Nick alla vigilia delle semifinali ha risposto ancora, postando su Instagram i confronti diretti (conduce 2-0) con Carreno, dicendo che alla noia preferirebbe giocare lo US Open e batterlo ancora. Tuttavia l’australiano al massimo ha raggiunto due quarti di finale negli Slam, peraltro vecchi di oltre cinque anni. In più dimostra di non aver letto con la dovuta attenzione i risultati della carriera di Carreño Busta.

Pablo Carreño Busta – US Open 2020 (via Twitter, @usopen)

Usando la lente d’ingrandimento sulla carriera dello spagnolo, capiamo ancora meglio che la sua superficie preferita non è la terra battuta come dice Kyrgios, bensì il cemento outdoor. A 23 anni centra il primo discreto risultato in uno Slam, un terzo turno allo US Open nell’edizione 2014. Si ripete due anni dopo, sempre a Flushing Meadows e poi all’Australian Open 2017, quello che a tutti gli effetti è l’anno della sua esplosione definitiva. Bisogna attendere il Roland Garros 2017 per vederlo superare il secondo round nell’unico Slam su terra del calendario. Quell’anno si spinse fino ai quarti, dove fu costretto al ritiro contro Rafa Nadal. Non si spinse mai oltre sul rosso, cosa che invece gli è riuscita due volte sul duro, la prima alla fine di quell’estate.

A Flushing Meadows non perse neanche un set fino alla semifinale, la sua prima in un Major. Tuttavia ci riuscì superando ben quattro qualificati. King al primo turno, Norrie al secondo, Mahut al terzo e Denis Shapovalov in ottavi. Quest’anno ha battuto nuovamente il canadese, diventato nel frattempo un tennista ‘vero’, al termine di una durissima battaglia durata cinque set ai quarti di finale. Riguardando il tabellone dell’edizione 2017 è curioso vedere che il canadese (che qualche settimana prima si fece conoscere alla Rogers Cup, battendo Rafa Nadal) superò al primo turno Daniil Medvedev, abbastanza nettamente (7-5 6-1 6-2).

Proprio in relazione a Shapovalov, si può evidenziare come il canadese avesse battuto in quattro set Goffin prima di arrestarsi al cospetto di Carreño Busta. Due tennisti che presentano delle somiglianze, e rispetto al quale ‘Shapo’ è certamente più esplosivo: eppure, contro Goffin la rimonta gli è riuscita piuttosto agevolmente, mentre lo spagnolo gli ha imposto un 6-3 al quinto set. Interrogata sulla questione, è probabile che la maggioranza degli appassionati definirebbe Goffin un tennista più forte di Carreno Busta: quanto al rendimento negli Slam, però, il belga è arrivato tre volte ai quarti vincendo un solo set, Carreño (un anno più giovane) ha fatto lo stesso avanzando due volte in semifinale.

Qualche dato ci permette di chiudere definitivamente il discorso rispetto alla superficie d’elezione di Carreño Busta: in carriera ha vinto complessivamente 289 match su cemento, il 66% di quelli disputati. Invece su terra battuta sono 157 le vittorie su 257 partita, un ottimo 61%, ma piuttosto inferiore rispetto al record personale sul duro. E infine, anche i trofei confermano tale rapporto: tre li ha vinti su cemento (Winston-Salem 2016, Mosca – indoor – 2016 e Chengdu 2016) e uno su terra battuta (Estoril 2017). Adesso siete convinti del fatto che Carreno è tutt’altro che un intruso in queste semifinali?

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Conosciamo meglio Jennifer Brady, l’underdog che sogna il titolo allo US Open

L’unica giocatrice senza Slam tra le quattro semifinalista, Brady è chiaramente la meno conosciuta. Ma è in possesso di armi che le consentono di pensare in grande

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Delle quattro semifinaliste è l’unica che non ha mai vinto uno Slam. Prima di questo torneo non aveva mai raggiunto nemmeno i quarti di finale in un Major. Eppure Jennifer Brady, nel ruolo di ‘underdog’, fa paura. Anche perché un’ex campionessa del torneo l’ha già rullata nei quarti, Angie Kerber. Ha vinto dieci delle ultime undici partite giocate: cinque al torneo di Lexington, vinto senza perdere un set. Non un brutto modo per alzare il primo trofeo nel circuito WTA, a 25 anni. Poi c’è stata la sconfitta al primo turno a Cincinnati contro Pegula, ma ora di nuovo un percorso nettissimo fino alla semifinale dello US Open. Ci è arrivata perdendo solo 24 game in cinque partite, in media meno di cinque game persi in ogni match.

Ora però dall’altra parte della rete c’è la favorita alla vittoria finale, Naomi Osaka. Sarà la prima semifinale di giornata, orario d’inizio: l’una di notte italiana. Contro Yulia Putintseva nei quarti ha preso confidenza con l’Arthur Ashe, dopo che tre anni fa al suo debutto su quel campo subì una cocente delusione (e c’era pure il pubblico sugli spalti), perdendo 6-1 6-0 dall’allora finalista uscente Karolina Pliskova (avrebbe potuto sfidarla pure quest’anno al terzo turno, ma Caroline Garcia la pensava diversamente). Al tempo erano gli ottavi di finale e poteva ritenersi soddisfatta di quanto fatto in quella stagione. Fu proprio nel 2017 infatti che Brady iniziò a farsi conoscere: raggiunse il quarto turno anche all’Australian Open in gennaio, ma partendo dalle qualificazioni.

Il suo nome iniziò a comparire sui taccuini degli addetti ai lavori, e non solo perché di cognome fa Brady come Tom, la leggenda del football americano. Di lei si sapeva che prese in mano la racchetta per la prima volta a sette anni e si formò come giovane giocatrice alla Chris Evert Tennis Academy di Boca Raton, in Florida. Prima di decidere di passare al professionismo giocò due anni al college per gli UCLA Bruins e vinse con loro il titolo NCAA del 2014. Durante quell’Australian Open incuriosì anche il nostro Luca Baldissera, che le dedicò un articolo nella sua rubrica “spunti tecnici”.

 

La sua attitudine è rimasta sempre offensiva e la velocità del cemento newyorchese quest’anno agevola la sua azione. Il fondamentale sul quale fa più leva è il servizio, grazie anche alla sua altezza (poco meno di 1.80). È la seconda giocatrice dietro Serena (64) per ace messi a referto, 28, tra quelle rimaste in gara. La sua prima di servizio non è tanto incisiva quanto quella di Osaka (80% di punti vinti) e Serena (74%), ma compensa con un rendimento eccezionale con la seconda (vince il 55% dei punti nel torneo, appena dietro Osaka, 57%, ma nell’arco della stagione è addirittura seconda in top 100 per numero di punti vinti). Brady sa giocare molto bene la seconda in kick, che spesso le permette di comandare subito lo scambio. Nonostante ciò avrà sicuramente difficoltà a gestire l’esuberanza in risposta di Naomi, che contro la seconda delle avversarie ha vinto più punti di tutte (90 in cinque partite disputate).

Jennifer Brady – US Open 2020 (courtesy of USTA)

Brady però non si tirerà certo indietro. La sua propensione all’attacco non esclude ottime capacità difensive, evidentemente migliorate nel tempo. Se fate un confronto con le foto scattate da Luca nel 2017 e tra quelle dello US Open in corso, vedrete che Jennifer ha perso qualche chilo, guadagnando una maggior mobilità sul rettangolo di gioco, che le permette di anche di ribaltare in suo favore punti in cui è costretta a remare da dietro. Osaka cercherà di giocare più sul suo rovescio (meno sicuro del dritto, ma comunque affidabile) e soprattutto non vorrà darle l’opportunità di giocare il dritto a sventaglio o l’inside-in, colpo che le dà tantissimi punti nel match.

Il nome di Jen Brady tra le ultime quattro, come avrete intuito, non è così casuale come possa sembrare. I 27 titoli Slam che le altre tre semifinaliste raccolgono tutte assieme non devono indurre a sottostimare la statunitense. Questo risultato è frutto di un percorso di crescita iniziato in quel 2017, interrotto nel 2018-2019 e ripreso all’inizio di questa stagione, della quale abbiamo perso diversi mesi per via del COVID-19. In febbraio raggiunse la semifinale a Dubai, partendo dalle qualificazioni e prima ancora sorprese a Brisbane la numero uno del mondo Barty. Quest’anno Brady ha finalmente aggiustato gli aspetti tecnico-tattici necessari per continuare la sua crescita e la semifinale (o più, chissà) potrebbe essere solamente il punto di partenza.

Al termine della sfida con Putintseva si è aperta, raccontando quando non molto tempo fa metteva in dubbio la sua carriera per via dei risultati che non arrivavano: “Ripenso a tutte le volte che ho giocato tornei Challenger o perdevo al primo turno di qualificazione. Pensavo: ‘Ok, posso ancora riuscire ad arrivare in alto? Questo sport fa per me?’ Ho avuto tanti dubbi, mi sono posta tante domande in quel periodo. Non avevo pensieri positivi. Ma sono stata fortunata ad accettare tutto e andare avanti, continuare a giocare, ad allenarmi e a migliorare. Ora guardo le cose da una prospettiva diversa, anche al di là del tennis. Mi godo ogni singolo giorno. Guardo la vita in modo diverso”.

Virtualmente ora è al numero 25 del mondo, il suo best ranking. Ma soprattutto, arrivati a questo punto del torneo, si può sognare.

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Emil Ruusuvuori, chi è il prossimo avversario di Berrettini

Il primo avversario di Matteo Berrettini al Western & Southern Open di Cincinnati sarà un 21enne di Helsinki, per molti uno dei giovani più interessanti del circuito. Andiamo a scoprirlo

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Emil Ruusuvuori - Cincinnati 2020 (via Twitter, @atptour)

Matteo Berrettini esordirà fra poche ore (intorno alle 22 italiane) al secondo turno del torneo di Cincinnati in corso a New York, e lo farà contro Emil Ruusuvuori, N.101 ATP, che ieri ha sconfitto Sebastian Korda, figlio del grande Petr, in poco più di due ore molto sofferte – è stato sotto 2-5 0-30 nel terzo prima di rimontare vincendo 20 degli ultimi 22 punti. Anticipando il match di oggi, ha detto al sito dell’ATP: “Matteo è uno dei migliori giocatori del tour in questo momento, ma non ho niente da perdere. Sarà divertente, dovrò giocare il mio miglior tennis per riuscire a stargli dietro”.

Ma chi è questo ventunenne finlandese? Qualche mese fa, Pietro Sconamiglio ha scritto dei suoi interessi, dalla musica all’hockey a Zlatan Ibrahimovic, ma di recente il suo allenatore italiano, Federico Ricci, ha raccontato un po’ di più del Ruusuvuori giocatore. Ricci vive da nove anni in Finlandia dopo aver lavorato in Florida, alla Evert Academy, per quasi un decennio: nel Paese scandinavo è stato tra i fondatori della Nieminen Academy in Finlandia e ha continuato a lavorare esclusivamente con Ruusuvuori quando la scuola ha chiuso i battenti nel 2017 (principalmente perché il numero dei giocatori era aumentato oltre le previsioni e Nieminen non voleva fare il coach a tempo pieno), ed è pertanto l’artefice principale del gioco di Emil, ‘Emppu’ per gli amici.

“Emil è sempre stato abituato a giocare con i piedi sulla riga di fondo, comandando lo scambio”, ha detto ad Alessandro Nizegorodcew per Sportface, “ma farlo contro i primi del mondo è ovviamente molto più complicato. Abbiamo quindi lavorato tanto sulla profondità dei colpi e sulla gestione della posizione nel rettangolo di gioco. L’obiettivo è quello di rimanere vicino al campo anche contro i top player.

 

“All’inizio c’è voluto un po’ per farlo lavorare, poi ha avuto dei problemi di crescita a livello lombare, ma gli infortuni l’hanno per certi versi aiutato, perché da un lato ci hanno permesso di lavorare di più sulla tecnica, e dall’altro gli hanno insegnato la disciplina necessaria per prendersi cura del proprio corpo, e questo ha dato i suoi frutti soprattutto negli ultimi due anni. Ha sicuramente avuto una crescita rallentata, ha giocato solo una stagione piena da junior e poi ha saltato tre mesi di stagione nel 2018 per una broncopolmonite, ma credo che questi problemi fisici l’abbiano reso molto più professionale”.

Il coach lo descrive così: “Emil è un attaccante da fondo, ha un ottimo timing sulla palla e risponde molto bene. Gli piace girarsi sul dritto per spingere, ma ha anche un rovescio solido con cui può fare il punto”. Come si può intuire dalla descrizione del suo stile di gioco, la sua superficie preferita è il cemento al chiuso, perché, come ha detto a Tennis Nerds, “la stagione outdoor non è molto lunga in Finlandia!”. Nieminen, probabilmente l’unico tennista di livello assoluto prodotto dalla Finlandia (N.13 ATP nel 2006, tre quarti di finale Slam), è ancora oggi un’influenza di rilievo per lui, visto che nella sua vece di capitano di Davis è in frequente contatto con il team di Emil.

In pre-stagione si è allenato una volta con Nadal a Manacor, un’esperienza che ha descritto al sito delle Next Gen ATP Finals come “uno dei miei migliori ricordi su un campo da tennis” per via dell’intensità e del desiderio di imparare che Rafa tuttora mette in ogni sessione, e subito prima di venire a New York ha continuato a lavorare con Casper Ruud, altro uomo della Nadal Academy, a indicare il credito di cui già gode. Nella stessa intervista, ha rivelato che durante il lockdown Ricci gli ha fatto vedere dei classici come Agassi-Sampras allo US Open del 2001, quarto di finale da quattro tie-break senza break, o Safin-Federer nella semifinale di Melbourne 2005. “Abbiamo guardato a cosa facevano quei campioni per provare a individuare due o tre punti da aggiungere al mio gioco”

Quest’anno ha eliminato Jannik Sinner al secondo turno del Challenger di Bendigo (ribattezzato Bendigo 2 quando il torneo di Canberra è stato spostato in città a causa degli incendi di inizio anno), raggiungendo poi la finale, persa con Kohlschreiber. Complessivamente, in stagione è 2-2 nei main draw ATP, ma 15-7 se si considerano qualificazioni e Challenger.

Nel 2019, invece, è stato uno dei migliori in assoluto nel circuito Challenger; ha vinto quattro titoli sul cemento (Fergana, Helsinki in casa, e due che sono decisamente di buon auspicio per il suo futuro, il Rafa Nadal Open di Manacor e il Murray Trophy di Glasgow) e ha raggiunto una finale sulla terra di Augsburg. Soprattutto, però, ha scioccato il mondo del tennis battendo con un netto 6-3 6-2 l’allora N.5 del mondo, Dominic Thiem, in Coppa Davis, in un tie perso dalla sua nazionale ma in cui lui ha vinto entrambi i singolari.

Emil Ruusuvuori – Montpellier 2020 (via Twitter, @atptour)

Qui a New York Emil si è qualificato smontando Jeremy Chardy, tds N.2 delle quali, per 6-0 6-4, e si è assicurato l’ingresso fra i Top 100 con la vittoria al primo turno su Korda junior – peraltro il traguardo sarebbe stato raggiunto a marzo, se l’ATP avesse considerato l’ultima settimana di gioco, poi stralciata per via della cancellazione di Indian Wells.

Sarà più la sfida contro il francese, però, a guidare il suo match plan contro Berrettini: contro Chardy, infatti, Ruusuvuori ha sempre spinto sulla seconda, vincendo il 67% dei punti, e ha mosso l’avversario verticalizzando molto il gioco, sapendo di non potergli permettere di spingere sopra la pallina. L’azzurro dovrà quindi cercare di dettare il punto fin dall’inizio, e la difficoltà maggiore sarà quella di affrontare un avversario tanto dinamico (e già caldo) all’esordio, anche se le oltre due ore di ieri potrebbero finire per pesare sul finlandese. Ricordiamo che Berrettini non gioca due su tre dal novembre dello scorso anno, visto che in questa stagione ha disputato solo due incontri, entrambi all’Australian Open, e quindi potrebbe avere un po’ di ruggine addosso.

D’altro canto, nel match di ieri Ruusuvuori ha dimostrato di non essere tranquillissimo sulle palle più lavorate, preferendo situazioni e traiettorie lineari su cui spingere, e l’ottimo slice dell’italiano lo potrebbe mandare fuori giri, senza considerare che ha concesso 15 ace e il 71% di punti contro una prima come quella di Korda, ed è perciò presumibile che contro uno dei migliori servizi del circuito possa avere dei problemi a spingere.

Parlando con Luca Fiorino, sempre di SuperTennis, Federico Ricci aveva detto: “La cosa più complicata è stata fargli credere che potesse fare qualcosa di inusuale per uno stato come la Finlandia. È un ragazzo abbastanza rilassato e artistico, tentare di passargli quel minimo di nervosismo che ti fa fare una performance migliore non è stato semplice. A cinque anni ha iniziato a giocare a badminton, uno degli sport più popolari. Emil è una persona introversa, vive alla giornata e ciò gli fa bene per la sua crescita tennistica, anche se spesso sarebbe utile che pensasse anche al domani. Per il momento, i passi fatti sembrano essere quelli giusti, vedremo se già da oggi saprà farsi conoscere da un pubblico più ampio, e se riuscire a rimettere il suo Paese sulla mappa del tennis.

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