Ci sedemmo dalla parte di Nick Kyrgios

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Ci sedemmo dalla parte di Nick Kyrgios

Nick Kyrgios ne ha combinata un’altra delle sue. Ma siamo davvero già stanchi di lui?

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Kyrgios: “Puoi chiamare il tempo così finiamo e vado a casa?” (VIDEO)

Le Opinioni di Ubitennis

La verità è che per un tennis migliore abbiamo forse bisogno di entrambi: di Nick Kyrgios e di chi gli fa la morale, di chi ogni volta ne ha abbastanza, mentre quello lì rilancia e ne fa una ancora più grossa. È l’elementare concetto della sintesi degli opposti, possiamo scegliere da che parte stare e convincerci della bontà della nostra scelta, ma stiamo contemporaneamente escludendo una parte della verità, irrimediabilmente. Toccherà farsene una ragione se ogni volta suonano tanto inesorabili quanto iperboliche le reazioni di chi inciampando nell’ennesima marachella ha creduto fosse cosa buona e giusta mostrarsi indignato in cambio di un manciata di consensi: l’innesto chimico che tutto ciò provoca in Kyrgios è solo l’irrazionale desiderio di liberarsi una volta di più dalle irreprensibili imposizioni preconfezionate che gravano attorno ad un mondo che pretende di erigere ad esempio un ragazzetto capace soltanto di maneggiare da Dio una racchetta.

 

Si rischia di fare la fine del Signore e della Signora Portnoy, due ebrei al cubo, come li definirebbe Woody Allen, che per la smania di catechizzare il figlio finirono per covarlo in un regime di repressione di qualsiasi istinto. Sembra assurdo, ma non è molto diverso da ciò che si continua incessantemente a fare col malcapitato Nick, che ogni tanto valica i confini della decenza, ma il più delle volte finisce sotto i riflettori per qualche gesto trascurabile. Sperare si incastri prima o poi in un modello educativo formalmente insensato, come quello del prototipo del tennista perfetto (che tutti identificano in Federer, ca va sans dire) è in parte frutto di una bieca ipocrisia. D’altronde chi ieri lo fischiava per quel suo atteggiamento in campo ha ricevuto una risposta più che esauriente: decidi di comprare un biglietto per vedermi giocare? Io non ti devo niente. Fa parte del personaggio Kyrgios e questo è già spettacolo. E poi chissà se ieri qualcuno si è annoiato davvero nel vederlo ciondolare verso la seduta dopo un servizio float senza effetto floating, chissà se alla terza buffonata c’era chi tra il pubblico ha creduto fosse giusto alzarsi ed andare via, offeso “da tanto talento gettato alle ortiche, dai comportamenti di un ragazzino viziato che non si rende conto di essere così fortunato, da quello che se avesse la testa avrebbe già vinto uno Slam”..bla bla bla, perché sguazzare nel marcio altrui è uno sport che ci appassiona più degli altri.

Nick Kyrgios è un dipinto di Leonid Afremov: un’esplosione di colori che irrompono nel grigio di un tennis sempre più orfano di personalità dirompenti, un ambiente sterilizzato dal politicamente corretto. Nick Kyrgios è in grado di elevare a mainstream uno sport che ha immensamente bisogno di un tipo come lui, con buona pace dei fondamentalisti delle buona maniere che avrebbero preferito che uno così scegliesse di fare il cestista. Lo ha detto più volte: “Sono un tennista diverso“. Lo ripete come a solleticare il feticismo degli aficionados per quelle due regoline di condotta che governano il tennis, e ci tiene a sottolinearlo “ehi, io non sono come quelli lì, come quelli che vincono sempre. E non lo sarò mai. Se non vi diverto non è un problema, ma mi dispiace, non vi credo”.

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Tennisti e vaccino anti Covid-19: si allarga il contingente dei no-vax

Intervistati da Ben Rothenberg, si schierano contro la profilassi Rublev, Schwartzman, Svitolina e Sabalenka. Favorevole Osaka. ATP e WTA all’unisono: “Vaccini consigliati, ma nessun obbligo”

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In foto Simona Halep, la prima tennista a pubblicare una foto dopo essersi vaccinata

È la questione più dibattuta al mondo, destinata a soggiornare sulle prime pagine di ogni organo di stampa per molti mesi ancora, almeno fino a quando la campagna vaccinale arriverà agli agognati sgoccioli. Vaccini sì o vaccini no? I vantaggi dell’inoculazione saranno superiori alle conseguenze del rifiuto? Un dibattito logorante, anche se il filato dell’interrogazione sembra per lo più realizzato in lana caprina.

Al di là di alcune prese di posizione al limite del mostruoso, il grande dubbio che circonda l’utilizzo della ‘bomba H’ progettata per mettere definitivamente all’angolo il virus – contro cui purtroppo non esistono profili terapeutici di efficacia certa – non può non interessare il tennis, lo sport sballottato con più veemenza dai cupi soffi della pandemia. Organizzato in Tour e quindi per sua stessa costituzione incline a valicare confini tutte le settimane, costretto ogni volta a misurarsi con faldoni normativi diversi da Stato a Stato e a cambiare di continuo aeroporti, alberghi e palestre, il mondo della racchetta è sin dai primi giorni al centro del cataclisma, obbligato a cercare soluzioni scomode che, comprensibilmente, vista la delicatezza del problema, si scontrano con le multiformi sensibilità delle parti in causa.

La primigenia esternazione, genitrice dell’aspra dicotomia sul tema, fu quella di Novak Djokovic, contrario alla profilassi da tempi non sospetti: la presa di posizione del numero uno al mondo, cui venne all’istante affibbiato dagli avversari politici il maligno soprannome Novax, seguita dalla disinvolta gestione del discusso Adria Tour da lui patrocinato, aprirono la tesa tavola rotonda, ormai quasi un anno fa. Per carisma, ruolo e facondia eccellente nel creare proseliti, o anche senza nesso di causalità e semplicemente perché si tratta di uno scetticismo diffuso, tra i colleghi più giovani c’è chi la pensa allo stesso modo. Giusto nella giornata di martedì, il celebre corrispondente del New York Times Ben Rothenberg ha raccolto le dichiarazioni di cinque professionisti, due donne e tre uomini, invitati a riferire le loro intenzioni: si vaccineranno? Non lo faranno? E se sì, quando?

 
Qui trovate raccolti i pareri di Svitolina, Rublev, Sabalenka e Schwartzman

La tendenza generale delle risposte restituisce perlomeno una generale mancanza di visione d’insieme, un pizzico di qualunquismo egoista e una spolverata di bizzarre convinzioni. Elina Svitolina e Andrey Rublev, posizionati grossomodo sulla medesima falsariga, sottolineano come la vaccinazione non porterebbe loro alcun vantaggio, o addirittura alcun privilegio, per dirla con il russo. Il fatto che il famoso vaccino diminuirebbe la possibilità di trasferire il virus al prossimo evidentemente non stimola il loro interesse. “La nostra situazione non migliorerebbe granché – hanno fatto sapere i due più o meno in coro -, l’ATP, la WTA e i governi locali ci obbligherebbero comunque a stare nella bolla e a passare un periodo di quarantena dopo ogni trasferimento“. La convinzione del russo non sembra poggiare su basi solidissime: “Da quali presupposti deriva questo rifiuto? Non lo so, non saprei risponderti“.

La tennista da Odessa teme effetti collaterali e soprattutto i pochi test effettuati prima della distribuzione di massa; come Aryna Sabalenka, la quale, per la presumibile soddisfazione di Djokovic, condisce la dissertazione con un po’ di mistica scientifica. “Non credo nel vaccino – ha detto a Rothenberg la bielorussa -; se sarò obbligata a farlo per poter giocare i tornei allora non avrò scelta, ma di sicuro non permetterò che i miei famigliari lo facciano. Se dovessi essere costretta, sceglierei comunque quello più caro sul mercato, perché più sicuro, e con meno probabilità di inficiare il mio corredo genetico“. Questa è una inesattezza piuttosto grossa, qui è spiegato brevemente perché.

Anche Diego Schwartzman si schiera dalla parte del no. “Sono contrario, i vaccini non fanno parte né della cultura né tantomeno della tradizione della mia famiglia. Inoltre, al momento l’approvvigionamento è parecchio problematico in Argentina. Se l’ATP ci ha detto che potrebbe provvedere? Non proprio. Abbiamo sentito dire molte volte che il Comitato Olimpico potrebbe aiutarci in vista dei Giochi di Tokyo. Se ciò sarà possibile per noi atleti, e la somministrazione dovesse essere attuata nella perfetta osservanza di tutti i crismi legali e clinici, potrei prendere in considerazione la possibilità di farlo“. L’unica voce fuori dal coro, tra gli interrogati, è quella di Naomi Osaka. La numero due del mondo ha tagliato corto, limitandosi a rispondere “mi vaccinerò sicuramente, quando sarà il mio turno“.

Posto che le decisioni dei giocatori potrebbero drasticamente cambiare indirizzo una volta che i diversi Stati chiariranno le rispettive politiche in tema di ingressi e soggiorni (è praticamente certo che Australia e Cina consentiranno l’accesso al territorio nazionale solo ai vaccinati, con buone probabilità di essere imitate da altri Paesi), un numero tanto elevato di voci univoche contrarie alla pratica ha creato un discreto sconquasso nelle stanze dei bottoni, forzando due comunicati di tenore pressoché identico rilasciati a stretto giro di posta da ATP e WTA.

Basandosi sulle evidenze scientifiche emerse, ATP raccomanda a tutti la vaccinazione al COVID-19 – si legge nel bollettino dell’Associazione Tennisti -. Parallelamente, restiamo a disposizione per sostenere e supportare la distribuzione a tutti i livelli e in tutto il mondo, dando priorità a chi avrà maggiore necessità di protezione. Inoltre ci stiamo confrontando con infettivologi e virologi per valutare le migliori strategie di somministrazione quando le dosi saranno disponibili su larga scala, mentre collaboriamo con altre leghe sportive internazionali e consulenti esterni con l’obiettivo di individuare le modalità di gestione migliori nell’ambito dello sport. Qualsiasi aggiornamento ulteriore riguardo ai prossimi passi da compiere e alle opzioni di vaccinazione disponibili per i nostri atleti verrà comunicato con la massima tempestività“.

Una nota protocollare, non dissimile dalla gemella parimenti impiegatizia ma leggermente più decisa resa pubblica dalla controparte femminile. “La WTA crede nel vaccino e incoraggia chiunque a sottoporvisi. Ciò sarà decisivo per proteggere dal virus l’individuo vaccinato e colui che ancora non lo è, accelerando il processo di ritorno alla normalità tanto agognato. Insieme ai fidati consulenti della Mayo Clinic (l’organizzazione non-profit per la ricerca medica con sedi a Rochester, Jacksonville e Phoenix, NdR) saremo in grado di assistere gli atleti e consigliarli al meglio sui benefici che i diversi vaccini sul mercato garantiscono. Detto questo, la WTA non obbligherà nessuna giocatrice a vaccinarsi, in quanto decisione personale insindacabile che rispetteremo, qualunque essa sia“.

CONCLUSIONI

Osserveremo, con la dovuta preoccupazione visti i chiari di luna, quello che accadrà. Nel frattempo ci permettiamo di considerare igienica una riflessione: i giocatori sono anche dei piccoli capi-azienda, con la responsabilità di stipendiare un team più o meno nutrito di allenatori, fisioterapisti e preparatori con i quali, per dieci mesi l’anno, intrattengono rapporti pressoché simbiotici: è lecito sospettare che le giovani star possano condizionare la vita di chi lavora nella squadra con le loro scelte. Scelte che nella stragrande maggioranza dei casi non sembrano fondate su processi cognitivi conclusi con profitto.

Per comprendere compiutamente cosa siano gli mRNA, ma anche solo i processi di replicazione del genoma, fior di specializzati in biologia molecolare ci hanno rimesso qualche bocciatura nel percorso di studi. Le persone comuni, nel cui novero ci onoriamo di accasarci insieme ai tennisti e alla stragrande maggioranza dei bipedi che popolano questa landa desolata chiamata Terra, hanno solitamente bisogno di un aiuto qualificato per leggere le analisi del sangue quando arriva il referto, figuriamoci il resto.

Noi, provando a restare il più possibile adesi alle evidenze scientifiche, ci rifacciamo a una nota pubblicata in data 29 marzo dall’ECDC (European Centre for Disease Prevention and Control) che in sostanza riassume il seguente concetto: è stata provata l’efficacia dei vaccini nel ridurre le forme più severe di COVID-19, e sebbene i trial di studio non siano stati strutturati per misurare la riduzione del rischio di trasmissione del virus da parte di chi si vaccina, ma appunto per evitare che la gente contragga forme gravi della malattia, è comunque presumibile che la vaccinazione abbia un effetto preventivo anche sulla trasmissione del virus. A conferma di questa teoria esiste un solo studio, sviluppato in Scozia, in cui si segnala come la vaccinazione di un membro della famiglia riduca del 30% le possibilità di contagio dei conviventi, e solo attraverso ulteriori indagini (effettuate su campioni più ampi) si potranno avere conferme definitive in tal senso. Le autorità sanitarie affermano che, al momento, è ragionevole crederlo.

Chiudiamo parafrasando il mirabile articolo scritto proprio ieri da Simon Briggs sul Telegraph. Occorre comprendere come molti giocatori, prima dell’inizio della pandemia, abbiano vissuto in un’antesignana bolla: quella fatta di agenti, sponsor, coach e danti causa dei più disparati: c’è da sospettare che qualcuno, nel percorso di crescita filtrato da una lente lattiginosa deformante, abbia precocemente smarrito il contatto con la realtà.

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Che strano Miami Open: senza Big, seduto sulla Faglia di Sant’Andrea del tennis

Fa caldo, non ci sono tifosi, i tennisti rischiano il collasso in campo e qualcuno sbrocca. Sullo sfondo, la crisi politica e un tentativo di rivoluzione. Con Pospisil Robespierre

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Vasek Pospisil, prossimo a spaccare la racchetta

Un po’ ce lo aspettavamo, bisogna dirlo. I ventidue rinunciatari su settantanove aventi diritto a partecipare al Masters 1000 di Miami erano un discreto segnale, quasi una sirena d’allarme. Non si tratta di uno dei tornei più longevi del circuito – la prima edizione è datata 1987, dopo due anni tra Delray Beach e Boca West – ma il Miami Open è riuscito a costruirsi una sua identità nel circuito. Anche grazie all’unione immateriale con Indian Wells, assieme a cui forma il Sunshine Double che nel 2020 è saltato per intero e quest’anno deve reggersi su una gamba sola, quella a mollo sulle rive della East Coast. L’altra metà dell’identità del torneo di Miami è quella latina, che del resto pervade tutta la Florida (più di quanto accada in California): pensate che prima del torneo è previsto un Media Day tutto latino, riservato ai tennisti sudamericani, e che lo sponsor che dà il nome al torneo dal 2015 – Itaù – è una banca brasiliana che negli Stati Uniti ha appena due o tre uffici di rappresentanza. Si potrebbe quasi dire che è un torneo con radici sudamericane prestato alla Florida.

L’edizione 2021 sembra del tutto priva di questa identità, però. Il pubblico praticamente non c’è, o comunque quei pochi che siedono sugli spalti non sono sufficienti a restituire alcun ‘calore latino’; chiedere a Galan, colombiano, che ha rovesciato il pronostico contro de Minaur ma in cambio ha ricevuto solo qualche timido applauso. Il torneo non sembra ancora essersi adattato al cambio di sede del 2019, nonostante un profondo sforzo logistico nell’area dell’Hard Rock Stadium (infarcita di palme e campi ground) che adesso ospita la competizione; Key Biscayne (Crandon Park) era un incubo per gli spostamenti, ci assicura chi lo ha frequentato più volte, ma era uno splendido posto per giocare a tennis.

Gli spalti vuoti certamente peggiorano la resa televisiva degli incontri, ma si ha la costante sensazione che le partite si stiano giocando in un parcheggio, o comunque in un luogo di passaggio. Appare però necessario rimandare il giudizio alla prima edizione che si disputerà con il pubblico e – soprattutto – con i migliori ai nastri di partenza. Questo è il primo Masters 1000 privo di Fab 3 da Bercy 2004: per darvi un contesto, a quel torneo parteciparono appena quattro giocatori che oggi sono ancora in attività – Feliciano Lopez, Tsonga, Monfils e Robredo – e il vincitore fu Marat Safin, uno che sembra appartenere a tutt’altra epoca tennistica (e infatti è così).

A tutte queste difficoltà si aggiunge un caldo piuttosto umido che sta influenzando la qualità degli incontri. Le povere Ahn e Jabeur hanno addirittura vomitato in campo, a causa delle difficili condizioni atmosferiche, così come una raccattapalle durante il match tra Galan e de Minaur. Paire si è tolto e rimesso la maglietta (completamente nera: non una gran scelta, Benoît) praticamente a ogni cambio campo contro Musetti, un match che già non aveva particolare voglia di giocare. Zverev non ha opposto grossa resistenza alla rimonta di Ruusuvuori, piegandosi sulla racchetta ogni due per tre con il sudore a colargli dalla fronte. Jack Draper ha addirittura rischiato di svenire in campo (e infatti si è ritirato). Chi è sul posto conferma: le temperature non saranno altissime, ma è complicato stare al sole per molto tempo.

Vika Azarenka, che da poco si è trasferita a Miami, ha spiegato la strana sensazione di giocare un torneo che ha una storia trentennale eppure sembra del tutto nuovo. “Beh, sicuramente è il torneo per giocare il quale ho fatto meno strada, e questo aiuta. Se mi sento a casa? Mi ci sto abituando: ho la sensazione che la vecchia sede fosse più confortevole, così questo mi sembra più un torneo nuovo che il ‘solito’ Miami Open“. Anche i campi sono diversi, e un po’ tutti i giocatori li stanno trovando piuttosto lenti. Vika conferma: “Sono abbastanza d’accordo. La palla rimbalza molto, ma allo stesso tempo a volte viaggia più veloce. Dipende dal tipo di colpo: alcune palle, quelle con più spin, vanno piuttosto lente, mentre i colpi piatti viaggiano un po’ di più. Dipende dallo stile di gioco“. Più di qualche big server in effetti è saltato (Opelka, Querrey, Zverev, Kudla, Anderson) ma non è detto che ciò sia accaduto solo per la lentezza dei campi – del resto Raonic e Isner sono ancora in pista.

Un po’ di polemica, Q.B.

Insomma, manca il pubblico, mancano alcuni dei giocatori più forti, sinora sta mancando anche lo spettacolo. Eppure il Miami Open ha trovato il modo di far parlare di sé, anche grazie a un paio di elementi di polemica.

Il primo lo ha riportato a galla proprio Paire, che per amore dei 16.000 dollari di montepremi (altrimenti perché andare a Miami?) ha fatto poco più che presenza contro Musetti. C’è chi dice che dovrebbero impedirgli di partecipare ai tornei se ha poca voglia di giocare, qualcuno addirittura dice che bisognerebbe azzerare soldi e punti riservati a chi perde al primo turno (non c’è bisogno di spiegare perché è una proposta sciocca, basti dire che al primo turno perde anche chi s’impegna molto). Paire ha risposto così, sulle colonne de L’Équipe: “Mi vogliono squalificare? Dicono che non ho diritto di stare qui? Io faccio del mio meglio, e a volte il mio meglio non è granché. Ma non vedo perché dovrebbero squalificarmi. Dai, ci vediamo a Montecarlo; un grande torneo, non vedo l’ora di combattere“. Di sicuro non gli mancano sarcasmo e levità nell’affrontare la questione.

Il secondo elemento è decisamente più interessante, nonché più preoccupante per il futuro del tennis. La scen(eggi)ata di Pospisil durante la partita contro McDonald, che ha visto il canadese insultare pubblicamente Gaudenzi (reo a sua volta di averlo rimbrottato ‘per un’ora e mezza’ durante l’ultimo meeting tra i giocatori e l’establishment dell’ATP), è quasi certamente il sintomo di un malessere profondo, la crepa in superficie di una frattura che somiglia sempre di più alla Faglia di Sant’Andrea del tennis contemporaneo. Ma prima di illustrare la faglia, vorremmo esprimere la nostra solidarietà al povero Arnaud Gabas, giudice di sedia, che in questa storia proprio non c’entrava nulla e si è ritrovato a dover gestire le ire di Pospisil dopo aver già preso una pallata in un occhio da un altro tennista canadese, Shapovalov; se chiederà di non arbitrare più un nordamericano, capiremo.

Secondo indiscrezioni del sito Opencourt, Gaudenzi e compagnia avrebbero dato a Pospisil del maleducato e ignorante durante il meeting incriminato, costringendolo alle lacrime. Per chi non ha seguito queste beghe sin dal principio: perché proprio Pospisil? Il canadese e Djokovic, nel pieno della bolla newyorchese dello scorso agosto, si sono dimessi dal Player Council dell’ATP per fondare la PTPA, una nuova associazione atta a rappresentare con maggiore attenzione gli interessi dei giocatori. Dunque, pur essendo ormai fuori dagli organi consultivi dell’ATP – prima dell’elezione dei nuovi membri del Council del dicembre 2020, è stato impedita la candidatura a chi aveva già aderito alla PTPA – Pospisil rimane il Robespierre dei tennisti in questo tentativo di rivoluzione. Tanto più in assenza di Djokovic, che a Miami ha scelto di non giocare.

Il tennis ha sicuramente dei problemi, esacerbati dalla pandemia. È uno sport in cui gli Slam contano più di quanto dovrebbero, e sicuramente più degli organi in teoria incaricati di gestire il tennis professionistico (ATP e WTA); è uno sport in cui c’è una grossa sproporzione tra primi della classe e tennisti ai margini della top 100, più di quanta ce ne sia in qualsiasi altro sport individuale o di squadra; è uno sport che fa grosso affidamento sul ticketing e in questo momento di biglietti non se ne vendono; è uno sport che, come dice Gaudenzi, ottiene meno di quello che dovrebbe ottenere dai diritti televisivi se consideriamo quanti appassionati ci sono nel mondo. Il grafico pubblicato in questo ottimo articolo di Bloomberg (se masticate l’inglese, consigliamo vivamente la lettura; altrimenti aspettate la nostra traduzione, è in arrivo) riassume la situazione.

 YouGov Sports, SportsBusiness Annual Media Report 2018

Anche la contro-proposta di Pospisil e Djokovic ha dei problemi, però. Nello specifico, non sembra davvero una proposta ma piuttosto un tentativo di cambiare lo status quo senza un piano preciso. Dire di voler essere rappresentati meglio e di voler avere montepremi più alti non è sufficiente, quando ci si vuol sedere ‘al tavolo dei grandi’.

Lo ha spiegato benissimo il doppista Marcus Daniell, inizialmente affiliato alla PTPA e inserito anche nel gruppo WhatsApp della neo-associazione, in una puntata del podcast Baseline Exchanges. “Mi è sembrata un’organizzazione davvero amatoriale. Mi hanno inviato un documento da firmare, io l’ho mostrato a mia moglie e alla moglie del mio partner di doppio, entrambi avvocati, e si sono messi a ridere dicendo che nessuno firmerebbe un documento del genere. Non penso che la struttura che stanno cercando di mettere in piedi possa essere un miglioramento rispetto all’ATP. E non mi è piaciuto come hanno risposto alle mie domande, le hanno percepite come un attacco personale. Semplicemente non pensavo [il documento, ndr] fosse buono abbastanza per una organizzazione professionale“.

Sotto alcuni punti di vista, questo stallo tennistico alla messicana ricorda molto la situazione politica che ha favorito l’ascesa del Movimento 5 Stelle in Italia: la progressiva sfiducia nei confronti della classe dirigenziale e la voglia di cambiare le cose, così da riporre in soffitta la ‘vecchia politica’ (che ha le sue colpe, come certamente le ha l’ATP per alcune mancanze di gestione) e mettere al centro i cittadini (in questo caso i tennisti). Se non che il sostegno al partito italiano (nato nel 2009) si è fatto massiccio in breve tempo, mentre alla PTPA hanno aderito soltanto alcuni giocatori. Federer e Nadal, per dirne due che hanno un certo peso, si sono schierati subiti dalla parte opposta.

Oltre che dal numero 1 del mondo, dopo la sua sfuriata Pospisil ha ricevuto attestati di solidarietà anche da Isner, Johnson, Sandgren, Karlović, Harrison, Rajeev Ram e dai connazionali Raonic e Shapovalov (il quale ha detto ‘Non siamo sotto-rappresentati, ma potremmo comunque essere rappresentati meglio‘). Vedremo come andrà a finire. Di sicuro il Miami Open sta raccontando una storia che non può essere ignorata: il tennis professionistico non gode di ottima salute. E i tumulti continueranno.

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Cordoba Open, il ritorno ATP degli squalificati grazie alle wild card. Ma è giusto?

Nicolas Jarry, Nicolas Kicker e gli inviti che fanno discutere

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Nicolas Kicker

Era il 21 luglio 2019 quando ha vinto il suo ultimo incontro a livello ATP, peraltro quello che gli ha permesso di alzare il trofeo di Bastad. Non va molto meglio estendendo il conteggio alle qualificazioni e ai circuiti minori: soltanto due vittorie nell’ultimo anno e mezzo. Il suo stop forzato del 2020 è stato più lungo rispetto a quello dei colleghi per via della squalifica di undici mesi per violazione delle norme antidoping ed è tornato a competere lo scorso novembre. Questa settimana, grazie a una wild card, il numero 1165 del ranking Nicolas Jarry è tornato a disputare un match del Tour maggiore, al Cordoba Open, riuscendo anche a vincerlo. Ne ha fatto le spese in tre set Jaume Munar, l’ex “nuovo Nadal”, appellativo che, diciamo così, non gli ha portato troppa fortuna e infatti gli spagnoli sono stati lestissimi a riciclarlo per Carlos Alcaraz: quando si dice imparare dai propri errori. Ma questo è un altro discorso.

Il bentornato al cileno Jarry si accompagna allo spinoso argomento delle wild card offerte a chi torna a giocare dopo una squalifica legata al doping. Nel caso di Nico, che approfitterà anche di altri inviti nella gira sudamericana, si era trattato di una contaminazione negli integratori acquistati in un laboratorio specializzato brasiliano: nessun dolo, quindi, e nemmeno significativa colpa, ma per evitare la sanzione avrebbe dovuto provare che “non sapeva né sospettava e neanche avrebbe ragionevolmente potuto sapere o sospettare esercitando la massima cautela” (dal Tennis Anti-Doping Programme). Una tesi difficile da sostenere dopo gli analoghi precedenti di diversi colleghi, fra cui Bellucci e Haddad Maia. Resta comunque il fatto che non c’è stata intenzione di imbrogliare, come non c’era stata (è scritto nella sentenza) nel caso di Maria Sharapova, ma ricordiamo le reazioni smodate di qualche sua collega quando ha ricevuto la wild card dagli organizzatori del torneo di Stoccarda che, sapientemente, hanno aspettato fino al mercoledì per farla esordire, poche ore dopo la fine della squalifica.

A prescindere dai singoli casi, da una parte abbiamo un invito che va a chi ha violato il regolamento anti-doping invece che a un tennista che non ha commesso infrazioni; dall’altra, la ripartenza dal basso conseguente alla classifica perduta, vale a dire dai tornei ITF se non addirittura dalle relative qualificazioni, sarebbe forse equiparabile a una sorta di prolungamento della sanzione, nel senso che si terrebbe quel giocatore lontano dai tornei del suo livello per diversi altri mesi. E probabilmente non sarebbero neppure troppo contenti coloro che lottano per emergere dalla palude di quei circuiti, costretti ad affrontare un avversario dal valore decisamente superiore. Magari non è stata la regola nel caso di Jarry che ha perso un po’ contro tutti, anche col n. 980; non però contro il giovane Camilo Ugo Carabelli, la scorsa settimana eliminato al primo turno del Challenger di Concepcion dall’ex top 40 che sta ormai recuperando il suo tennis.

 
Nicolas Jarry – ATP 250 Cordoba (foto via Twitter @CordobaOpen)

Il torneo di Cordoba offre anche un secondo spunto di discussione insieme alla seconda wild card che è valsa il rientro in una manifestazione internazionale per un altro tennista: l’argentino Nicolas Kicker, mancante all’appello dal torneo di Lione del maggio 2018 a causa della squalifica per match fixing. Nonostante gli allenamenti durante la pre-stagione con Schwartzman, Pella, Cuevas e Londero e il sorteggio contro il qualificato Facundo Bagnis, il ventottenne ex n. 78 della classifica è uscito sconfitto in due set. Il suo ritorno alle competizioni era tuttavia avvenuto all’inizio di febbraio in occasione delle pre-qualificazioni per l’ATP 250 di Buenos Aires, da lui scelte – secondo quanto riportano i media in lingua spagnola – in seguito alla cancellazione dell’ITF M15 di Monastir a cui era iscritto.

Dopo aver maramaldeggiato contro avversari decisamente alla sua portata, compreso l’interessante Thiago Tirante, Kicker è stato fermato in semifinale dal ventenne porteño Sebastian Baez n. 254 ATP, non riuscendo così ad accaparrarsi l’invito, in palio per il vincitore, per il tabellone cadetto dell’Argentina Open di Baires in programma dal 27 febbraio. Avido di competere, dopo la pre-Qualy ha partecipato anche al Pre-Tournament arrivando ancora più vicino alla wild card stavolta per il tabellone principale, ma Facundo Bagnis gli si è messo di traverso all’ultimo atto. Sembra tuttavia che sia stato proprio quanto mostrato nella capitale da questo Nicolas ad aver convinto gli organizzatori del Cordoba Open a volerlo sui propri campi. Fino a che non è stata assegnata l’ultima wild card per Buenos Aires (Holger Rune, dopo Bagnis e Tirante), confessiamo di aver temuto che ne riservassero una per Kicker. Invitarlo allo stesso torneo che lo ha visto perdere nelle pre-competizioni avrebbe travalicato i limiti dell’opinabilità. Limiti oltrepassati comunque a nostro avviso: liberata da Baez che entra direttamente nel main draw, arriva in extremis la wild card per il tabellone cadetto. Con il senno di poi, la sua partecipazione alla Pre-Qualy si può riassumere così: se Kicker vince, vince; se perde, vince lo stesso. The dice were loaded from the start, potrebbero canticchiare amaramente i suoi avversari sulle note dei Dire Straits.

Superiamo però questa parte e torniamo all’argomento principale, vale a dire l’opportunità di dare un grosso aiuto a chi è stato squalificato per una violazione volontaria delle regole come è il match fixing, non quindi per aver agito con colpa o senza la massima cautela. Intervistato da Enrique Cano dopo il suo esordio a Cordoba, Kicker ha parlato della ritrovata sensazione di poter “camminare per strada a testa alta” dopo aver pagato “la mia enorme cazzata con una dura sospensione”. Certo, non ha potuto godersi appieno l’incontro del rientro perché “molto nervoso e molto teso, ma felice di tornare in circuito e molto grato a Mariano Ink”, il direttore del torneo, per la wild card. Chissà invece cosa ne pensa Marco Trungelliti che nel 2018 si è sentito costretto a rinunciare ai tornei del suo Paese, emarginato quasi come se fosse una spia per aver fatto quanto gli impone il regolamento, cioè denunciare alla TIU un tentativo di corruzione; denuncia che ha fornito ulteriori elementi a un’indagine poi conclusa appunto con la squalifica di Nicolas e altri tennisti argentini. Beh, almeno Kicker si dice “molto tranquillo e senza rancore”

Nicolas Kicker

Sullo stesso argomento ma da un diverso punto di vista, si è fatta sentire anche la voce critica di Diego Schwartzman, il quale pare non aver gradito le wild card al danese Rune, classe 2003 e numero 1 del ranking junior, e al cileno Jarry (che tuttavia dovrebbe essere parte di un accordo di scambio con il torneo di Santiago). Secondo quanto riporta Sebastian Torok, Diego spiega che gli inviti sono generalmente usati dalle superpotenze del tennis per offrire visibilità, punti e possibilità di crescere ai propri tennisti; l’Argentina, pur non essendo una superpotenza, ospita due tornei ATP, ma c’è un problema: “Purtroppo i proprietari dei tornei sono aziende straniere che molte volte decidono di dare le wild card a stranieri, cosa che non mi trova per nulla d’accordo” lamenta il n. 9 del mondo. Il Cordoba Open è infatti di proprietà della ‘Torneos’, società per azioni argentina con il 60% in mano a due partecipanti straniere, mentre l’evento di Buenos Aires è della spagnola ‘Tennium’. “Mi piacerebbe che dessero opportunità a ragazzi come Baez, che l’avrebbe meritata. Viene così tolta a un altro ragazzo l’occasione di giocare e vincere incontri”.

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