La Piccola Biblioteca di Ubitennis. Sir Peter Blake

Libreria

La Piccola Biblioteca di Ubitennis. Sir Peter Blake

Venerdì letterari. Niente tennis oggi. Solo sport e salsedine. Un libro che racconta l’incredibile vita di Peter James Blake, velista leggendario che ha fuso la sua vita con il mare, il vento e l’orizzonte. Sembrerebbe semplicemente un grande romanzo marino, non fosse che è tutto vero

Pubblicato

il

Sefton A., Una vita sull’onda, Longanesi & C., Milano, 2006

Anche se il titolo italiano non è male, come spesso accade è quello originale a rendere nella maniera migliore quanto si andrà a leggere. “Sir Peter Blake, an amazing life”. Perché quella del biondo gigante neozelandese dai baffi spioventi è stata veramente una vita incredibile.

Formalmente questo libro è la biografia di un velista, scritta da un amico, un caro amico che ha condiviso con il protagonista trent’anni passati in gran parte sui sette mari con i capelli incrostati di sale, le dita cotte dall’acqua e ferite da scotte e drizze di governo. Terminata l’ultima pagina però qualche dubbio ci assale. Forse ci siamo imbattuti in uno splendido romanzo di avventura e formazione, con la sola differenza che quanto abbiamo letto non sgorga dalla fantasia di un Alexandre Dumas o un Robert Louis Stevenson ma corrisponde pienamente al vero. Signori, ecco a voi vita e opere di uno dei più grandi navigatori di tutti i tempi, che sarebbe stato più appropriato vergare su carta con la salsedine piuttosto che l’inchiostro. E non siate prevenuti, dimenticate l’aura lussuosa da jet set dei grandi yacht club internazionali, dei miliardari e delle loro barche da sogno. Qui si va per mare sul serio per settimane che diventano mesi, ventiquattro ore al giorno al massimo della velocità alle latitudini più inospitali del nostro pianeta, senza l’ombra di un conforto se non un paio d’ore di sonno rubate in cuccetta, una tazza di tè caldo o una ciotola di porridge stantio. È un grande libro, prosa chiara e diretta, fabula e poco intreccio perché nella narrazione di un’esistenza eccezionale sono i semplici fatti a parlare.

 

Qualche coordinata. Peter James Blake, neozelandese, classe 1948 è stato un grande campione, ha conquistato ogni tipo di alloro nelle più grandi competizioni veliche internazionali ma non è diventato ricco. Ancora pochi mesi prima di morire tragicamente nel 2001, al massimo del successo dopo due America’s Cup consecutive, non possedeva i soldi necessari all’acconto per riacquistare l’amatissima “Ladybird”, il trentaquattro piedi che era appartenuto al padre. Però era Knight Commander of the Order of the British Empire e con il progetto BlakExpeditions, a bordo del Seamaster, si occupava di monitorare lo stato degli oceani di tutto il mondo per conto delle Nazioni Unite. A volte i soldi non sono tutto, e quando questo accade è magico. Tante grandi vittorie dicevamo, ma scordatevele. Riteniamo più invitante per il futuro lettore citare un paio di episodi al fine di rendere al meglio il fascino di questa narrazione senza rovinare la sorpresa di una lettura davvero coinvolgente e ricca.

Considerate innanzitutto che la vela oceanica è uno sport pericoloso. Si rischia la vita ma soprattutto una brutta morte, assiderati nelle verdi acque dell’Antartico o sbalzati fuoribordo e annegati da un’ondata notturna. Non si gareggia al caldo di un palazzetto o su un circuito con vie di fuga e ambulanze ad ogni curva. È roba da marinai veri, eredi dei Vasco da Gama, dei Francis Drake, dei James Cook. E in quelle condizioni, come recita un antico adagio di mare “Il capitano è secondo solo a Dio”. Nel 1981 Blake è skipper di Ceramco New Zealand alla leggendaria Whitbread Ocean Race, regata per equipaggi intorno al mondo. Il percorso è questo: si parte da Portsmouth, ci si getta a capofitto nell’Atlantico, si doppia il Capo di Buona Speranza alla volta della Nuova Zelanda e poi il terribile Capo Horn prima di risalire nuovamente verso l’arrivo in Inghilterra. Vi siete fatti una vaga idea? Tenete conto che là sotto il vento supera i 50 nodi, si sfiorano gli iceberg e quelle barche sono dei mostri di velocità. Bene, il 21 settembre Ceramco è poco sotto la Sierra Leone, questo il giornale di bordo:

“ore 04.00: fiocco n°3, due terzaroli. Navigazione piacevole.”

“ore 06.00: il mare è a chiazze e fa le ochette; filiamo come razzi.”

“ore 08.00: vento a 25 nodi da sud-est, mare increspato. Andatura veloce.”

“ore 12.35: è caduto l’albero – cazzo.”

La tappa termina a Città del Capo, mancano 2500 miglia di mare aperto. Nessuno vuole ritirarsi ma l’albero è spezzato in tre parti. Chiedere soccorso significa squalifica e allora Blake e il suo equipaggio decidono di continuare. La barca viene ri-armata utilizzando il moncone rimasto e le settimane di navigazione che seguono vengono descritte come “uno degli esempi di abilità marinara più degni di nota della storia delle gare veliche”. Peter Blake compie 33 anni nel bel mezzo di questa vicenda.

E ne aveva da poco compiuti 53 quando il 5 dicembre 2001 viene assassinato a bordo del Seamaster a Macapà, Brasile, dove si trovava per un’indagine sulle acque del Rio delle Amazzoni e i suoi affluenti.L’imbarcazione all’ormeggio viene assaltata da otto malviventi armati e mascherati, Blake è sotto coperta. Imbraccia il fucile calibro 308 ma riesce ad esplodere solo due colpi, prima che l’arma si inceppi e lui venga centrato da due colpi mortali alla schiena. L’epitaffio più adatto all’assurda morte di un grande uomo è tutto nelle parole del suo fedelissimo Simon Gundry, un duro baffuto con la pelle cotta da mille soli che da allora organizza il raduno “Mast fall down” (caduta dell’albero), nel quale gli equipaggi di Peter periodicamente si radunano intorno a boccali di birra che mascherano qualche lacrima in onore del loro capitano.

“…Se Peter mi avesse detto “vieni con me, c’è una regata intorno alla luna” l’avrei seguito. Perché mi avrebbe comunque riportato indietro sano e salvo”.

Buon vento, sir Blake.

Leggi tutte le recensioni della Piccola Biblioteca di Ubitennis!

Continua a leggere
Commenti

Libreria

La piccola biblioteca di Ubitennis. “Il Palpa”, storia di Roberto Palpacelli

Federico Ferrero, voce di Eurosport, ha scritto un libro su uno strano personaggio, Roberto Palpacelli, talentuoso enfant-prodige, disperso fra tossicodipendenza e autodistruzione. La nostra recensione

Pubblicato

il

Palpacelli R. e Ferrero F., “Il Palpa” – Ed. Rizzoli, 2019

“Chi da giovane sceglie solo di divertirsi perché non capisce il motivo di doversi impegnare in faccende difficili e noiose si condanna da adulto a non divertirsi mai”. È l’assunto categorico che, per voce del protagonista stesso, meglio esemplifica mezzo secolo di vita spinta a velocità folli, senza alcuna forma di controllo.

Un passo indietro. L’indimenticabile Robertino Lombardi era solito definire il tennis come la disciplina del diavolo. Molteplici i motivi, tra questi la capacità intrinseca di uno sport meraviglioso di estrarre il peggio dall’animo umano. Succede. Molto più raro, invece, è che l’esercizio ludico meno consigliato al mondo per accompagnare una vita di eccessi distruttivi si riveli alla fine di un percorso sinusoidale, quello in cui creste e gole si susseguono implacabili senza soluzione di continuità, come l’unica salvezza possibile. Pare un ossimoro: domandare al tennis di moderare una psiche tumultuosa è come chiedere a Erode di amare i bambini. Impossibile, salvo rarissime eccezioni.

 

Ma Roberto Palpacelli, per tutti il Palpa, non ha niente di convenzionale e se oggi finalmente ha modo di raccontare la sua incredibile avventura è perché lo sport leggendario che fu di Bill Tilden, in maniera talvolta bizzarra, non l’ha mai abbandonato del tutto anche quando ne avrebbe avute le ragioni. Colla sulla pelle, dunque, di quello che con ogni probabilità sarebbe potuto diventare un campione di razza. Invece niente di tutto ciò, ma è vivo.

Di treni potenzialmente buoni, Roberto, ne ha infatti visti passare diversi a portata di mano, tuttavia con una coerenza inscalfibile, a volte lucida ma più spesso alterata, ha sempre scelto cocciutamente di rimanere fermo in stazione, immobile. Anche quando a guidare la locomotiva con destinazione professionismo era nientepopodimeno che Adriano Panatta. O Riccardo Piatti, il Re Mida del tennis italiano. Troppo forte in ogni circostanza il richiamo dello spaccato balordo e malato di società, assunto fin dall’adolescenza a famiglia adottiva, benché un nucleo in cui crescere con serenità e amore lo avesse incondizionatamente al proprio fianco. Sintomatico, ciò, di quanto male possa fare a un uomo l’inquietudine.

A ripercorrere passo dopo passo mezzo secolo di esistenza travagliata e vissuta con il piede pigiato sull’acceleratore anche in curva è l’ottimo Federico Ferrero, il cui merito – libro a parte – è quello di aver trovato le chiavi per aprire il cuore di un uomo ontologicamente impermeabile, schivo e solitamente poco incline a mettersi a nudo; innamorato e geloso, così come lo è sempre stato, della propria non barattabile libertà. Duecento pagine che in tutta la loro drammaticità – la morte è purtroppo un’eventualità ricorrente – restituiscono veridicità e rigore alle tante leggende che il passaparola nato nell’ambiente dei circoli di provincia ha contribuito a diffondere. Ciò che ne emerge, allora, è il ritratto veritiero di un uomo consapevole dei propri reiterati sbagli, che si porta appresso il dolore lancinante che si prova solo avendone provocato agli altri e che, ancora una volta grazie al tennis, ha un’altra fiche da buttare sul tavolo della vita. L’ultima.

Dotato per una gentile concessione di Madre Natura di una forma abbacinante di talento condensata nella mano sinistra e in un fisico da Superman, Roberto Palpacelli, di questi tempi, insegna tennis presso un dopolavoro ferroviario, dove è adorato come una star e coccolato come un fratello, ha una compagna che nella burrasca lo ha traghettato sulla terra ferma e un figlio da tirare grande con l’amore del caso. Luce, quindi, in fondo a un tunnel di tossicodipendenza e autodistruzione che sembrava destinato a non finire mai. Un autentico miracolo, considerato che molti dei suoi compagni di sventura non hanno avuto nemmeno il tempo per redimersi.

E di miracoli, sebbene assai meno importanti al cospetto della sopravvivenza terrena, il Palpa ne ha confezionati parecchi sui playground, ovvero l’unico recinto che Roberto il ribelle ha sempre riconosciuto come tollerabile intorno a sé. Se è vero che non ha mai sconfitto Boris Becker come taluni sostengono, ma è bello credere sia solo perché non lo abbia incontrato in una di quelle giornate di grazia, sono però diversi i campioni del recente passato messi in riga, parafrasando David Foster Wallace, da un Palpacelli Moment. Quindi ubriaco, ad andare bene, e senza uno straccio di allenamento alle spalle.

In uno sport in cui – parola di Juan Carlos Ferrero – la competenza tecnica conta quasi niente rispetto alla solidità cerebrale, che Roberto si sia misurato con successo, forte del solo talento e in condizioni che a definire impari si sbaglia per difetto, contro chi poi ha sfondato tra i Pro fa della somma dei “se” che usualmente lasciano il tempo che trovano una certezza grande come una casa. E così il sottotitolo del libro che recita “il più forte di tutti” assume un connotato per nulla iperbolico. Roberto, in altri termini, ha dilapidato una fortuna sportiva inestimabile e ne è perfettamente conscio. Ma è vivo, tocca ribadirlo, e ora ha anche la certezza che, per citare un monumentale Jannacci, iniettarsi morte è ormai anche fuori moda.

La verità, per sua stessa ammissione, è che il mondo del tennis, in fondo, non gli sia mai appartenuto. Era altrove, vicino ma lontanissimo, giocava lo stesso sport degli avversari ma stava da un’altra parte, con la testa e con il cuore. Qualunque essa fosse questa sua personale dimensione spaziale, tuttavia, ci confida non senza un velo di commozione che nonostante un rapporto sui generis “senza il tennis sarei morto. Giunti alla fine del libro, col cuore in gola e sollevati da un epilogo che innanzitutto dà speranza, credergli è tutto fuorché un atto di fede.

In bocca al lupo, Palpa, e buona lettura.


La piccola biblioteca di Ubitennis – tutti gli articoli

Continua a leggere

Libreria

La Piccola Biblioteca di Ubitennis: un milione di rovesci sbagliati

Aggiungiamo alla Piccola Biblioteca il riuscito esordio narrativo di Boris Demcenko. Un romanzo sul tennis che ci catapulta nelle elettrificate implicazioni esistenziali di una partita

Pubblicato

il

Demcenko B., Un milione di rovesci sbagliati, Absolutely Free Libri, 2018, pp. 278.

Tranne rari casi i libri intorno al tennis si dividono in tre categorie: biografie, scienza del tennis e lavori di alto artigianato intorno a frammenti presi della grande storia del tennis. É molto raro imbattersi in un romanzo tout court in cui il tennis costituisce la cornice, o meglio la scenografia, dentro il quale si muovono personaggi di pura fantasia. Immagino una scommessa editoriale difficile perché tra i pochi che ancora leggono carta quelli che leggono tennis preferiscono tuffarsi nella sua Storia, nella sua Scienza o nei suoi campioni. Eppure la complessità psicologica di una partita, le implicazioni filosofiche di una smorzata, la questione che una volée azzera il tempo e si mangia lo spazio, l’età ormonale dei protagonisti dovrebbero costituire elementi densi per operazioni in tal senso.

Leggendo “Un milione di rovesci sbagliati” ci troviamo esattamente in questa zona. A differenza però di un “match point” di Woody Allen, dove sebbene il tennis sia assunto a metafora di vita, manca clamorosamente il tennis giocato, leggendo il divertente esordio letterario di Demcenko si va nella poco esplorata direzione di raccontare la storia vera di un tennista inventato.

 

Aiutato da una scrittura fresca e un tono molto divertente, “Un milione di rovesci sbagliati” ci catapulta dentro la psicologia di un ragazzo baciato dal talento (e di suo fratello) che non è riuscito però a fare andare in sincrono la vita personale con quella professionale. Una carriera di grandi aspettative, di lampi abbaglianti e, nonostante la relativamente giovane età, già destinata a un tramonto vissuto come dramma più dal suo intorno che dal protagonista. Fossimo in America questi presupposti sarebbero il plot per La Grande Chance che la vita ogni tanto ci da, ma per fortuna siamo in Italia e non è questo il registro. Il registro è psicologico.

Il torneo di Roma è la cornice dove si mettono in scena le vicende speculari di due fratelli cresciuti da un padre burbero a pane e tennis. Il talento bruciato e il duro lavoro portato al suo massimo livello. Chi poteva diventare il numero uno del mondo e chi, mescolando ambizione e umiltà, punta a diventare il numero 3. Vite nate come linee rette che il mostro del tennis ha prima fuso, poi divaricato e destinato a un incrocio fatale. Anche se il romanzo vive di una precisa autonomia narrativa molti sono i rimandi al tennis reale che rendono la storia più tridimensionale (e realistica).

Internazionali BNL d’Italia 2018, campo centrale (foto via Twitter, @InteBNLdItalia)

I nomi dei protagonisti che coincidono con i nostri tennisti più forti Adriano (Panatta) e Nicola (Pietrangeli), la figura del padre demiurgo che grazie alla sua ossessione ha creato due campioni ma ha sacrificato sull’altare del tennis la dimensione affettiva, i conflitti tra la federazione e il padre che ricordano tanto la questione di Camila Giorgi e non ultimo l’apparizione del Genio (Federer) sul circuito. Credo sia la prima volta che Federer venga trattato da personaggio secondario in un libro di tennis ma proprio questa libertà narrativa ci permette di vederlo “di fianco”, senza l’armatura della sua storia Ma come dicevo questi sono elementi che danno tridimensionalità al romanzo, che aggiungono elementi ma non ne costituiscono il cuore.

Il cuore è costituito da una drammaturgia incalzante sostenuta da una prosa divertente e da riusciti personaggi secondari che costituiscono sempre la differenza tra un romanzo di qualità e uno velleitario. E il luogo in cui tutti gli elementi si sciolgono dalla loro tensione drammaturgia sono le partite. Immersioni soggettive dentro l’elettrificato dramma interiore di colpire una pallina inseguendo un punteggio. Montagne russe emotive, o film esistenziali compressi nella lunghissima apnea compresa tra un servizio e una risposta, che non bisogna certo essere professionisti per provare ma che bisogna essere scrittori per saper descrivere. E la meta-cornice di ogni cosa è Roma, col suo traffico, coi suoi ristoranti, con la sua allegria e empatia, con il suo abbraccio carnivoro e fatale.

Insomma un esordio letterario riuscito e se, come me, odiate la pseudo realtà delle biografie sui tennisti famosi e preferite la magia dell’identificazione narrativa, avrete in dono l’occasione di trovarvi per davvero, perché il romanzo è sempre la verità più pura travestita da bellissima menzogna, al Foro Italico, con gli spalti pieni che urlano il vostro nome e Federer dall’altra parte della rete. E potrete vedere i suoi colpi, godere della sua “presenza” in campo dalla prospettiva più crudele e magnifica e, magari, all’improvviso, respirare anche la sua incertezza dopo che siete riusciti a sparargli un paio di drittoni assassini consecutivi. 

La piccola biblioteca di Ubitennis – tutti gli articoli

Continua a leggere

Libreria

La Piccola Biblioteca di Ubitennis. Top 10 dei libri sul tennis (seconda parte)

Se il tennis giocato è fermo quello raccontato non dorme mai. Ecco la seconda parte dell’antidoto di Ubitennis al coronavirus: i migliori 10 libri di tennis di sempre

Pubblicato

il

Top 10 dei libri sul tennis (prima parte)

6 (a). Agassi A., Open, Einaudi, 2011

Come il suo gioco ha cambiato il tennis contemporaneo, probabilmente il suo libro ha riscritto il modo di fare le autobiografie. Aprire Open vuol dire salutare per un paio di giorni chi vive con voi. Non farete altro che leggere, leggere e leggere. E vivere con fastidio qualsiasi interruzione, sia essa moglie, telefono, amante o cibo. Effetto Stephen King per chi frequenta il genere. Circa cinquecento pagine in cui il talento tutto americano di chi scrive (J. R. Moehringer) si fonde perfettamente con l’incredibile storia di Agassi. Più che un’autobiografia, un romanzo di formazione a stelle e strisce in cui un ragazzino povero e martirizzato da un padre orco, riuscirà a trovare l’amore e la pace non prima di essere passato da sconfitte esistenziali, fallimenti matrimoniali e aver danzato a lungo col demone luccicante del successo.

Il drama che incalza ogni riga è però il tennis, o meglio la relazione con il tennis. Nel caso di Agassi una cosa meravigliosa imposta con violenza dalla quale non puoi scappare perché è l’unica cosa che sai fare. È la cosa che detesti di più e quella a cui devi tutto. Drammaturgicamente un vero dilemma. Esistenzialmente un prigioniero, poco importa se la gabbia è d’oro. Open in fondo è una lunga seduta dall’analista in cui Agassi con disarmante sincerità spurga tutti i suoi demoni e li rende pubblici. Con simili presupposti non deve stupire che il premio Pulitzer Moehringer ha trasformato tutto questo materiale narrativo in un libro stupendo che però non saprei definire diversamente da falso capolavoro. Al tavolo manca un grande invitato: il tennis giocato.

6 (b). Agassi M., INDOOR (con Cobello M.), tr. Astremo R., Pickwick, Milano, 2004 

Se volete trasformare Open in un capolavoro dovete integrarne la lettura con Indoor, il suo insostituibile controcampo. Se (Andre) Agassi, coi suoi anticipi futuristici, i suoi schiaffi al volo è stato il prototipo – inconsapevole – del tennista contemporaneo, Mike (Agassi) è stata la mente, il demiurgo e il mandante visionario dell’attuale Tennisduepuntozero. Indoor è la storia di un uomo intraprendente che scappa dall’Iran (prima Persia) e arrivato da ultimo in America trasferendo sui figli una pazzesca ambizione di riscatto sociale (bruciandone due su tre). Ma se la vita di Mike, da sola, è mille volte più interessante di quella di André (fidatevi), è sul piano squisitamente tennistico che il libro ci fa vedere come pensava l’eretico che avrebbe cambiato per sempre la storia del tennis. Il tennis dell’epoca era uno sport ancora di nicchia, molto educato e lento. Mike lo studia e vuole farlo diventare più veloce, più potente, più spettacolare. In due parole mescola al tennis i principi della boxe.

Il vero problema del Tennis è che era lento. I giocatori stavano lungo la linea di fondo e aspettavano che la palla rimbalzasse e risalisse verso l’alto prima di colpirla con il polso bloccato. Ci voleva tanto di quel tempo che potevi andare a vedere un film, tra un colpo e l’altro”. Poi aggiunge. “Io avevo una mia teoria: se si fosse potuto velocizzare la risposta – colpendo la pallina prima, o più forte, o tutte e due – per l’avversario sarebbe stato più difficile recuperarla. Il gioco sarebbe diventato più veloce e più eccitante, quindi più popolare, e più remunerativo. Il mio obiettivo non era insegnare ai miei figli il tennis degli anni Sessanta e Settanta. Quello che volevo insegnare ai miei figli era il tennis del futuro. Traferendo sul tennis il suo riscatto sociale Mike diventa un eretico con la presunzione di riscrivere la grammatica balistica del gioco. Sapevo dalla mia esperienza di pugile che per dare forza a un colpo devi usare anche il polso. Perché non applicare la stessa tecnica a una racchetta di tennis?”.

Indoor è un libro che tra le tante cose è soprattutto una risposta alle tante accuse sulla sua figura. Semplicemente Mike voleva per Andre e i suoi fratelli, una vita diversa e migliore della sua. In fondo ha avuto ragione.

 

7. Bottazzi L., C. Rossi, Il codice del tennis. Bill Tilden. Arte e scienza del gioco, Guerini Next, 2015

Sembrerebbe ovvio ma non è così. Bottazzi e Rossi hanno il merito di scrivere un libro che non c’era. Il codice del tennis. Bill Tilden. Arte e scienza del gioco restituisce all’orizzonte tennistico contemporaneo la storia, l’arte e la scienza di quello che è probabilmente il tennista più importante della storia del tennis. Il Big Bang che ha generato quello che vediamo oggi. Il corpo centrale del testo è costituito dalla traduzione pressoché integrale di “The art of lawn tennis” del 1921, sul quale si innestano in maniera organica ampie parti di “Match play and the spin of the ball” del 1925 e “How to play better tennis” 1950. Il tutto introdotto da una breve e toccante biografia e chiuso dal Codice Tilden, una ampia e ragionata analisi sulle tematiche principali del grande Bill che non si è limitato a vincere tutto fino a quarant’anni suonati, ha pure scritto i principi fondamentali dei colpi, di fatto il primo manuale da coach, ed è riuscito a capire la direzione che avrebbe preso il tennis con cento anni d’anticipo (prevede l’avvento del professionismo, la quasi scomparsa dell’erba, l’omologazione delle superfici, il ridimensionamento del gioco di volo a discapito di un attaccante coi colpi di rimbalzo).

Ricordo che la sfera di cristallo è datata 1920. Insomma, ci dicono gli autori, non solo è imbarazzante che molti maestri di Tennis non conoscono Tilden e i suoi precetti, ma è semplicemente pazzesco che ancora oggi non ci sia un solo stadio in America dedicato a lui. Sembrerebbe quasi che il tennis contemporaneo abbia rinnegato proprio il giocatore che più di tutti ha influito nel crearlo. E dire che pochi possono raccontare di aver vissuto una vita come la sua: ha dominato il tennis per un ventennio, ha vissuto come un imperatore, ha scritto una ventina di spettacoli teatrali, compare nel libro lolita di Nabokov, subì due processi per omosessualità e morì con soli ottantotto dollari. La ricca bibliografia che chiude il volume e la tensione degli autori di restituire al presente la storia del tennis colloca il libro, ma se aggiungiamo il recente Tennis 100 anni di storie, nel meraviglioso solco aperto da Clerici, lodato sempre sia lodato.

8. J. McPhee, Tennis, a cura di Matteo Codignola, Adelphi Editore 2013

1968, semifinale di Forest Hills. Due statunitensi, uno bianco e uno nero. Uno conservatore e uno no. Con la precisione millimetrica di un chirurgo John McPhee disegna, attraverso una partita di tennis, il profilo di Arthur Ashe e di una società intera. Quando la cronaca di un match si trasforma in letteratura e storia sociale.

9. Gilbert B. (con Jamison S.), Vincere sporco (Winning ugly), trad. it. Gibertini V., Priuli & Verlucca Editore, 2013, pagg. 313

Questo libro (tradotto in italiano dal nostro Vanni Gibertini) sta in questa classifica così come il tennis di Gilbert è entrato in top 10. Non per diritti acquisiti ma per meriti conquistati. Un libro sorprendentemente utile anche al giocatore di club che non disdegna analisi acutissime sul tennis dei campioni. Se Elvis è l’uomo che ha portato il corpo dentro dentro il rock, Gilbert è quello che ha portato Machiavelli dentro il tennis. Un maestro zen cattivo che gioca (e vince) dentro i problemi dell’avversario, perché il tennis è fatto al 20% di braccio e all’80% di testa.

10 (a). Holm M. e Roosvald U. (2014), Game. Set. Mach. Borg, Edberg, Wilander e la Svezia del grande Tennis, add editore, Torino, 2016

Della grande rivoluzione bionda in grado di portare anche cinque giocatori nei primi quindici del mondo non rimane traccia se non nei video su youtube e in un immaginario collettivo che grazie alla figura enigmatica e totemica di Borg si è innamorato del Tennis. Il libro racconta la stagione irripetibile che ha trasformato la piccola Svezia nella capitale tennistica del mondo. Attraverso le vicende e i ricordi dei tre Number One (Borg, Wilander, Edberg), Holm e Roosvald ricostruiscono il clima culturale dei fantastici anni Ottanta e dintorni. Una luce preziosa per penetrare il mistero di Borg con quella impermeabilità magnetica, enigmatica e irresistibile. Più che uno sportivo una specie di protomanuale della comunicazione. Zero parole, massima visibilità. Più che un campione un puro logo. Un’icona che trascendendo l’uomo e il gesto sportivo entra a gamba tesa nel costume e nella realtà quotidiana di migliaia di persone. Più o meno il sogno bagnato di ogni prodotto pubblicitario. Ma di Borg, come dei Beatles, si è già detto e scritto già di tutto. Tranne forse raccontare la storia da un punto di vista culturalmente “interno”. Credo sia il grande merito del libro in questione. Guardare Borg con occhi svedesi e incastonarlo in una realtà storica socialdemocratica che ha prodotto un’incredibile trilogia di numeri uno, prima dell’attuale vuoto cosmico.

10 (b) Bertè L. (con Pagani M.), Traslocando. È andata così, Rizzoli, 2015

Come per Agassi serve almeno un controcampo per poter leggere la tridimensionalità di un campione che ha coinciso con la sua immagine, così bisogna fare per Borg. E non ci può essere nessun controcampo migliore che la splendida biografia di Loredana Berté, prima fidanzata di Panatta poi moglie di Borg. La prima dark lady del tennis. Una che ha vissuto una vita che è concessa a pochi e che in Traslocando ce la racconta senza filtri. Evidentemente non è un libro sul tennis ma gli aneddoti su Borg sono drammaticamente favolosi ancorché siano il resoconto del fallimento di un sogno impossibile. Quello tra una donna che non ha mai perdonato al mondo le ferite che questo ha fatto a una bambina calabrese e un ragazzo semplice con un cognome troppo pesante da indossare, sprofondato lentamente nelle dipendenze, nella paranoia e nella noia di vivere. Insomma un libro anomalo e kamikaze che tennisticamente ci restituisce in maniera brutale la distanza siderale con i nostri giorni politicamente corretti.

“A New York avevo visto John McEnroe impazzire durante un concerto di Santana e salire sul palco all’improvviso per duettare con Carlos. A John del tennis fregava poco. Sicuramente meno di quanto amasse la musica. Si faceva le canne e animava l’eterogeneo gruppetto che si dava appuntamento nel locale che Jim Belushi aveva rilevato nei dintorni del porto. Era un anfratto di quarta categoria, con le mignotte come avvoltoi rapaci sulla porta, che Jim aveva comprato in una notte di follia e generoso sperpero. Camminavamo insieme e gli venne sete. Si fermò davanti alla porta e chiese semplicemente: «Qui si beve?» «Certo» «Quanto costa?». «Quanto costa cosa?» «Il locale. Da adesso è mio. Lo compro». E lo comprò davvero, riempiendolo dei suoi amici. C’era Woody Allen che non sapeva suonare la chitarra, ma attaccava il jack sulle casse e gli bastava per essere felice…

Di quegli anni incredibili e irripetibili Borg ne costituì la figura più emblematica. Fu il detonatore di un’intera epoca e il più vulnerabile, il meno attrezzato a viverla. Con quel fisico perfetto, con quel carisma misterioso, con quei silenzi iconici che invece di proteggere un animo solitario, curioso e spaurito scatenarono le lusinghe e la morbosità di una società che aveva trovato la gallina dalle uova d’oro. Loredana è stata tante cose. Tra queste, è stata bellissima ed è ancora la nostra piccola P.J. Harvey italiana, anzi calabrese.

Leggi tutte le recensioni della libreria di Ubitennis!

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement