Andy Murray numero uno. Questione di etichetta

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Andy Murray numero uno. Questione di etichetta

Perdente, non all’altezza, nato sbagliato, inadeguato. Scozzese. Adesso Andy Murray può mostrare l’unica etichetta che davvero gli appartiene

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Etichetta. Che parola ridicola. Proprio da un punto di vista fonetico, fa ridere. Etichetta. Una di quelle che non ce la fai a non ripetere in continuazione, e dopo dieci volte perdono ogni significato: rimangono solo lettere e suoni. Etichetta di cosa, poi? Etichetta del prezzo? Non è mai stata una questione di soldi, non scherziamo. Anche quando a vent’anni poteva già permettersi qualsiasi lusso, quando al suo angolo sedevano i coach più blasonati o i nomi più discussi. Non è certo andato avanti per denaro, non era quello che lo ha spinto a reggere sulle proprie spalle il peso di una nazione intera, per non parlare di una bandiera unificata. A sopportare l’epiteto di provinciale nelle sconfitte, a sostenere la gloria da londinese per le vittorie. Non erano certo pounds, dollari o euro la benzina che l’ha nutrito fino ai due ori olimpici, al titolo di baronetto, al doppio Wimbledon. Etichetta intesa forse come educazione? Dài, seriamente. Uno che smoccola in dialetto scozzese ad ogni cambio campo anche quando sopra di un set e due break. E i monologhi di turpiloquio con il proprio box, e lo scambio di opinioni con Rosol a Monaco, e la mamma da difendere con un giovanissimo del Potro. Che etichetta può mai essere questa.

Eppure gliene hanno incollate di pesanti. Quella di eterno secondo, quando per carità bravo, ma gli altri sono altra roba e la bacheca si riempiva di piatti d’argento e foto serie, in attesa che si alzasse quello che aveva vinto il trofeo vero. Quando non bastava, ovviamente, fare incetta di finali e piazzamenti, di titoli minori e teste di serie numero uno in tabelloni mediocri. Quella di nato sbagliato di fatto, perché se avesse giocato trent’anni fa altro che GOAT, avrebbe dominato come mai nella storia. Quella di quarto moschettiere, nell’epoca dei soliti tre, quando il suo nome appariva come quello più debole e le testate recitavano sempre: “Federer dal lato di Nadal, sarà battaglia. A Djokovic va meglio, pesca Murray”. Quella di incompiuto e maleducato, quando la presenza della madre sembrava offuscare la sua identità, fino al taglio quasi definitivo del cordone ombelicale grazie alla solidità costruita, poi incrinata, con Ivan Lendl. Nel complesso, l’etichetta di perdente, un vorrei ma non posso, una Ferrari in giardino. E lui sembrava non fare nulla per togliersela di dosso, non c’era chiave adatta per uscire dalla stanza dorata in cui si era cacciato, e a volte pareva quasi non interessarsene. Ma le lacrime a Wimbledon 2012, quando ancora una volta aveva vinto il primo set e conteso ad altissimi livelli il secondo a Roger Federer, furono forse l’accenno di quello che sarebbe poi stato un deciso colpo di coda che gli permettesse di prendere in mano la sua vita, la sua carriera. E di fatto, staccarsi l’etichetta dalle spalle. Fu una sorta di liberazione, di sfogo, di delusione mista a consapevolezza di poter arrivare dove nessuno gli prospettava sarebbe mai arrivato.

L’etichetta vera, l’unica, quella che più può fare rima con il nome di Andy Murray, è quella di predestinato. Quando nel 2005, a diciotto anni, si inerpica fino al terzo turno di Wimbledon, quasi abbagliato dai riflettori che gli si parano davanti, nel tempio di quel tennis e di quel pubblico che disperatamente era alla ricerca di un altro rappresentante per il post Henman. Ma al terzo turno perse, e tornò ad essere un giovane scozzese, non proprio qualsiasi ma insomma. A fine anno la prima finale a Bangkok, persa contro il mostruoso Federer di quel periodo, che nonostante la vittoria in due set a fine gara dichiarò senza dubbi che “rivedremo presto Andy su palcoscenici più importanti”. Il trionfo in casa dopo mille anni da Fred Perry, la Davis consegnata alla sua Scozia giocando di fatto da solo se non con l’aiuto del fratello. L’atteggiamento di chi non è mai soddisfatto, spesso travisato o sfociato in indolenza e pantomima, ma originalmente un desiderio continuo di volersi migliorare e spingersi al limite. Come se stesse sempre lì a guardarsi la schiena, con il collo piegato in modo innaturale e le braccia a cingersi da sé, nel tentativo troppo vano di arrivare con le dita nell’unico punto delle spalle che non riesce a raggiungere e che è anche l’unico in cui tutte le etichette gli sono state applicate.

 

Ci è arrivato, alla fine, quasi delicatamente, con l’aiuto di uno specchio o di una persona a lui cara. Una seconda parte di 2016 dominata, pur con tutti i problemi di Djokovic che probabilmente, anzi certamente, non gli interesseranno. Ad una ad una, tutte le etichette sono state cancellate, smacchiate, erose: forse con l’aiuto del suo granitico team di preparatori e fisio, di sua moglie Kim che pur di stargli accanto si è beccata anche una mezza denuncia per oscenità pronunciate in pubblico. La mano rigida ma amorevole di mamma Judy, quella forte, mancina e affettuosa del fratello Jamie. Tutte lavate via, le etichette di questi anni. Per arrivare ad attaccarsi, da solo perché da solo se l’è guadagnata, quasi scritta, sul petto, l’unica etichetta che in questo momento gli appartiene per davvero. Quella di numero uno.

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Rientro amaro per Bouchard al WTA 125 di Vancouver

Sconfitta in due set per la canadese Eugenie Bouchard, al rientro dopo oltre un anno. Vince facile Bronzetti, out Cocciaretto

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Eugenie Bouchard - Australian Open 2019 (foto @Sport Vision, Chryslène Caillaud)

C’era molta attesa su cosa potesse offrire Eugenie Bouchard al ritorno in campo dopo oltre un anno. La tennista canadese è ritornata a disputare un torneo nella sua terra natia, grazie alla wild card concessa dagli organizzatori del WTA125 di Vancouver. Tuttavia, l’esordio stagionale della ventottenne di Montréal non ha avuto un esito positivo. Infatti sul campo è arrivata la sconfitta con un doppio 6-2 per mano dell’olandese Arianne Hartono, numero 166 del ranking WTA, maturata in poco più di 70 minuti di gioco.

L’ex numero 5 del mondo, attualmente senza ranking, aveva disputato il suo ultimo match nel marzo 2021, arrendendosi in due set alla cinese Lin Zhu. Poi è arrivato un intervento alla spalla che ha posto la parola fine alla stagione della canadese, alimentando i dubbi di un suo ritorno al tennis giocato. Dubbi diventati sempre più forti alla luce dell’attività sui social e del ruolo di commentatrice tecnica per TennisTV.

Rientro che in realtà doveva già avvenire lo scorso giugno dato che Bouchard risultava nell’entry list del torneo di Wimbledon grazie al ranking protetto, ma la scelta degli organizzatori di non assegnare punti ha portato la tennista canadese a rinunciare all’evento, posticipando la data di rientro.

 

Ho maturato molta esperienza fuori dal campo. Ho attraversato momenti davvero difficili che hanno messo alla prova la mia pazienza, tutto questo mi ha fatto capire quanto amassi il tennis. Prima d’ora non sono mai dovuta rientrare da un intervento chirurgico, non avevo mai avuto un infortunio così grave, per me è come ricominciare da zero” ha dichiarato la tennista canadese al termine dell’incontro.

Se l’esordio in Canada ha visto Bouchard conquistare solo quattro game, l’opportunità di riscatto è già dietro. Proprio grazie al ranking protetto la tennista canadese sarà tra le tenniste in gara nelle qualificazioni dello US Open che prenderanno il via la prossima settimana. Non vi è solo la Bouchard tra le protagoniste del WTA 125 di Vancouver. Infatti, al via erano presenti due nostre portacolori che stanno rifinendo la preparazione per l’imminente US Open. Subito semaforo rosso per Elisabetta Cocciaretto, sconfitta il tre set dalla britannica Watson. Esordio senza problemi, invece, per Lucia Bronzetti. La numero 66 WTA e testa di serie numero 2 del torneo canadese non ha avuto problemi nel regolare la qualificata britannica Miyazaki.

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ATP

Borna Coric: “Contro Nadal senza pressione, mi godrò il momento. Non è un problema fare quello che ami”

Il croato prepara la prima sfida dopo 5 anni contro un suo idolo, e parla delle proprie condizioni fisiche

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Borna Coric - US Open 2020 (via Twitter, @usopen)

Quando arrivi troppo in alto, poi puoi solo cadere. Borna Coric forse non è arrivato così in alto come avrebbe voluto (e potuto) ma la caduta, anche grave, l’ha presa eccome. Il 14 ottobre 2018 gioca la prima finale 1000 della carriera, qualche settimana dopo si attesta al n.12, il suo best ranking, sembra che finalmente quella grande promessa tanto attesa sia stata mantenuta. Da lì non c’è stato l’atteso salto di qualità, ma solo tanti problemi in serie, con l’infortunio alla spalla che lo ha tenuto fuori dal marzo del 2021 allo scorso marzo. Ora, però, qualche luce la vede: ieri una bella vittoria contro Lorenzo Musetti, e oggi il privilegio di sfidare il suo idolo Rafa Nadal, che batté a Basilea nel primo incontro nel 2014, perdendo l’ultimo precedente nel 2017 in Canada (in mezzo anche uno schiacciante 6-1 6-3 di Borna proprio qui a Cincinnati nel 2016, e una vittoria del maiorchino allo US Open 2015).

Lo stadio era pieno per il nostro quarto di finale“, racconta Coric ai microfoni dell’ATP dopo il successo su Lorenzo Musetti. “Mi ricordo che mi piaceva, ero super felice, mi sentivo come un bambino in un negozio di caramelle. Ero nel momento, stavo vivendo il mio sogno”. Quella vittoria, in quell’ottobre di 8 anni fa, arrivò nel momento in cui il croato stava salendo la scala del tennis, in cui doveva emergere, non ancora maggiorenne. Condizioni ben diverse da oggi, con un infortunio alla spalla in più, e gli anni che passano da reggere: “Non è mai facile tornare dopo un grave infortunio. Sono stato fuori per un anno e non è mai facile tornare e giocare un buon tennis, quindi ogni vittoria che si ottiene è estremamente importante anche per la mia fiducia e per la mia classifica, che non è ancora lì dove voglio che sia“.

La questione della sua spalla, oramai la principale quando si parla di Coric, viene ben approfondita dall’attuale n.152 al mondo, consapevole di quanto possa condizionarlo, e di quanto vada ben trattata e allenata: “Devo essere onesto, ben presto è diventato normale per me perché se voglio fare il mio lavoro, che è giocare a tennis, devo farlo. Non credo sia un enorme sacrificio avere 30 minuti in più di lavoro per arrivare a giocare a tennis. Puoi fare ciò che ami, non è un grosso problema. Se di solito vengo un’ora prima dell’allenamento, ora devo venire un’ora e mezza. Questo è tutto“. “Ma non ci penso più quando gioco ad essere sincero“, prosegue il croato, “perché anche se provo un po’ di dolore, e a volte capita, so che niente si può rompere. Non posso fare più danni, quindi a volte devo solo accettare che avrò un po’ di dolore e per me va bene“.

 

Certamente il suo gioco, soprattutto la sua mentalità e il suo approccio, si sono dovuti adattare ai problemi occorsi negli anni, come dimostrano queste parole. Parole di resilienza e abnegazione, quasi alla Nadal, la cui forza mentale è ciò che più lascia a bocca aperta: “Amavo tutto del suo gioco, in cui non c’è niente di sbagliato. Quindi puoi guardare ogni colpo e provare a farlo, perché è uno dei migliori del Tour. Riguarda più lo spirito combattivo, da cui penso che tutti possiamo imparare, e che può essere il nostro idolo“. Ma, dopotutto, va ricordato che stasera i due si affronteranno in campo, battezzando il ritorno in campo di Nadal più di un mese dopo il quarto a Wimbledon contro Fritz, per quella che in ogni caso sarà una partita speciale per Borna Coric, 9 vittorie in carriera contro top 5, l’ultima contro Thiem (n.4) all’ATP Cup 2020. “Giocherò senza alcune pressione“, conclude l’ex n.12 del mondo, “Ora posso divertirmi ancora di più perché non ho avuto questo tipo di partite e la competizione negli ultimi due anni. Mi diverto ancora di più rispetto a quando avevo 17 o 18 anni, e dato che sono stato a giocare a Challengers e tutto il resto, ora posso divertirmi ancora di più“.

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ATP

Opelka ancora contro l’ATP: “Un sistema corrotto che va a discapito della remunerazione del talento”

Il gigante statunitense si sfoga su Twitter criticando l’operato del Board dell’ATP e del consiglio dei giocatori in merito alle modifiche del calendario

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Reilly Opelka – Indian Wells 2021 (foto via Twitter @FILAtennis)

Assente dai campi da gioco dalla sconfitta contro Nick Kyrgios in quel di Washington, torna a fare sentire la sua voce fuori dal coro Reilly Opelka. Il servebot statunitense è noto per esprimere sempre la sua opinione sui social e nelle interviste su quello che non funziona nei rapporti tra tornei e giocatori, con aspre critiche nei confronti di Gaudenzi, più volte invitato alle dimissioni. Pertanto, non sorprende che in seguito alle ultime novità nel panorama tennistico, Opelka abbia detto sulle modifiche del calendario previste a partire dal 2023 e non solo.

Riepiloghiamo, a partire dal prossimo anno vi saranno diverse novità nel calendario. La più significativa riguarda i tornei più importanti a livello ATP, ossia i Masters 1000. Infatti, dal 2023 non saranno solo Indian Wells e Miami i tornei che si svolgeranno su 2 settimane, bensì anche Roma, Madrid e Shanghai. Dal 2025 la riforma riguarderà anche gli altri due mille nord americani, Canada e Cincinnati.

Questa riforma si innesta in un periodo di “compravendite” per quanto riguarda i diritti di alcuni tornei. Lo scorso febbraio la USTA, proprietaria dei diritti del torneo ATP di Cincinnati, ha messo in vendita la licenza andando a caccia di un acquirente disposto a spendere un importo almeno a nove cifre. Acquirente che secondo le ultime voci dovrebbe essere Ben Navarro, celebre milionario statunitense, proprietario del torneo femminile di Charleston.

 

A fine 2021 ero stato invece il torneo di Madrid a cambiare “organizzazione”, con l’uscita di scena di Ion Tiriac e l’ingresso della società di managemente IMG, già proprietaria dei diritti del torneo di Miami.

Questo giro di denaro ha mandato su tutte le furie Opelka alla luce delle disparità che secondo lui vi sono a livello ATP, tra quanto spetta ai tornei e quanto invece finisce del prize money a disposizione dei giocatori.

Quindi fatemi capire bene, Madrid e Cincinnati vengono vendute per $ 400 milioni / $ 300 milioni. Nello stesso anno il Board dell’ATP decide di concedere ai Masters 1000 una tonnellata di giorni in più, riducendo nel contempo le players commitment protections, portando a sanzioni molto più severe per eventuali Masters 1000 saltati”.

Ma le critiche non si sono limitate solo alle decisioni dell’ATP. Con un sarcasmo per nulla celato Reilly ha giudicato negativamente l’operato dei rappresentati ei giocatori, rei di non aver negoziato accordi negli interessi dei giocatori stessi che loro rappresentano.

“Sembra che il board dei rappresentati dei giocatori abbia fatto una grande lavoro nel negoziare per nostro conto. Hanno ottenuto un incremento del 2% dei prize money e acconsentito alla più grande presa in giro [Opelka la definisce ‘biggest known sucker play’] per la compartecipazione dei ricavi [dei tornei], accettando una percentuale sul profitto netto, invece che lordo”.

Opelka rincara la dose evidenziando come l’accordo permetta ai tornei di poter “manipolare” i numeri secondo il proprio tornaconto:[Questo accordo] permette ai tornei di continuare la pratica di manipolazione dei loro numeri. Basta chiedere a chiunque è coinvolto nel processo le differenze tra i numeri che i tornei presentano ai potenziali venditori rispetto a quelli che utilizzano durante la negoziazione dei prize money”.

La frecciata finale è rivolta alla USTA: “Quanto ha pagato la USTA per la licenza [del torneo di Cincinnati]? Prima che qualcuno polemizzi sul fatto che un atleta professionista parli di denaro, qui si parla di denaro, ma si parla di un sistema corrotto che sistematicamente va a discapito della remunerazione del talento in questa così detta partnership.

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