Claudio Pistolesi: la scuola italiana alla conquista della Florida

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Claudio Pistolesi: la scuola italiana alla conquista della Florida

Claudio Pistolesi, ex n.1 mondiale juniores nel 1985 ed ex allenatore di tanti professionisti, tra cui Simone Bolelli e Robin Soderling, racconta la sua attività in Florida che prepara i ragazzi in vista del college

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Barazzutti su Berrettini: “È normale provare emozione alle Finals”

Intervistato da Repubblica, il capitano di Davis racconta la sua esperienza al Masters: “Ti dà una sensazione diversa, avverti la pressione di dover fare bella figura”. E Matteo? “Mi auguro che batta Thiem e faccia meglio di me e Panatta”

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Corrado Barazzutti nel box di Matteo Berrettini - ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

Dopo quarantuno anni, l’Italia è tornata ad avere un suo rappresentante alle ATP Finals, che vedono affrontarsi i migliori otto tennisti della stagione. Matteo Berrettini ha purtroppo perso i primi due incontri, ma di fronte si è trovato prima Novak Djokovic e poi Roger Federer. Non esattamente un esordio morbido insomma. L’atmosfera del torneo poi è completamente diversa dagli altri eventi della stagione, parola di Corrado Barazzutti, ovvero l’ultimo azzurro prima di Matteo capace di qualificarsi per il torneo di fine anno.

In un’intervista rilasciata a La Repubblica, Barazzutti ha raccontato la sua esperienza al Masters e le difficoltà psicologiche che comporta un evento del genere. “Posso esprimere le mie sensazioni, le ricordo abbastanza nitidamente. Mi dicevo cose del tipo ‘cavoli, io al Masters tra gli otto migliori al mondo…’. Il Masters non è un torneo, ti dà una sensazione diversa. Io ci speravo di arrivarci, alla fine era uno degli obiettivi della stagione, però poi al momento del dunque, ti ritrovi in un ambiente diverso, inaspettato. È il massimo, sono gli otto più forti“.

Come spesso accade nel tennis, è l’aspetto mentale a fare la differenza. “Assolutamente sì. Avverti la pressione di dover essere al massimo, di dover fare bella figura. Devi convivere con questa sensazione. Onestamente questa pressione in più mette un pochino in ansia e di conseguenza può modificare la prestazione, ma la voglia di fare bene a tutti i costi di solito sopperisce. Per dire, nel mio caso io volevo assolutamente dare il messaggio agli altri che fosse giusta la mia presenza, che non fossi lì per caso.

Oltre al sorteggio un po’ sfortunato, forse il fattore stanchezza può aver influito sulle prestazioni di Matteo. Barazzutti ovviamente non lo esclude, ma ammette candidamente che lo stesso può valere per gli altri. “È insindacabile che per ottenere il pass per Londra abbia speso molte energie e quindi un po’ più di freschezza gli sarebbe stata utile. Ma anche ammettendo la stanchezza, li avete visti gli altri? Non mi sembra che i Djokovic, i Federer e i Nadal brillino per forma fisica: l’hanno sentita anche loro la stagione. Siamo a fine anno, nessuno può essere nelle condizioni fisiche di gennaio”.

Nessun allarmismo tuttavia per la Davis che si avvicina e di cui Matteo sarà auspicabilmente uno dei protagonisti e dei trascinatori per la squadra italiana, capitanata proprio da Barazzutti. “Le energie si trovano partita dopo partita. Berrettini lo aspetto a Madrid, dove potremo chiacchierare con calma e abbozzare un’analisi. Qui a Londra ci siamo solo salutati velocemente. Dico solo che mi auguro che vinca contro Thiem, così potrà migliorare me e Panatta che strappammo solo un set“.

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Non va gettata la croce addosso a Berrettini per non aver saputo approfittare di un Federer non irresistibile. Thiem-Djokovic match straordinario e per l’austriaco è record

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Roger Federer - ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)
Video sponsorizzato da BARILLA

da Londra, il direttore

Mentre io mi affannavo a leggere diverse centinaia di vostri commenti sul sito (e altrettanti su Facebook) a margine dell’episodio con Nadal – e ho dedicato un lungo commento in evidenza all’interno dell’articolo sulla vicendai primi due verdetti sono arrivati già dopo la terza giornata delle finali ATP. Dominic Thiem, match-winner su Djokovic della partita più bella di questo Masters, e forse anche dei Masters più recenti a mia memoria, è già in semifinale, è sicuro primo nel gruppo Borg. Così come purtroppo Matteo Berrettini, uscito con la testa molto più alta che non a Wimbledon contro Federer e tuttavia battuto, rischia fortemente di fare la stessa fine di Panatta e Barazzutti che non vinsero un match quando arrivarono a giocare il Masters di fine stagione.

Magari contro un Thiem un po’ meno motivato perché già in semifinale (per la prima volta, primo austriaco di sempre) e forse desideroso di risparmiare energie, Matteo potrebbe riuscire a cancellare la casella zero dopo otto partite azzurre ai tre Masters. Non è stato un Federer brillante quello che lo ha battuto, tuttavia va detto che lo svizzero – anche per le risposte deficitarie di Matteo – aveva perso soltanto cinque punti in sei turni di servizio nel primo set. E cinque sono rimasti anche dopo il tiebreak nel quale Matteo è stato tradito proprio dalle sue armi predilette, il dritto che ha sparacchiato fuori sull’1 pari, il doppio fallo che ha consentito a Roger di andarsi a giocare due servizi sul 5-2.

Matteo ha poi compromesso tutto cedendo la battuta a zero nel primo game del secondo set. Se non è un problema di esperienza questo, che cosa è? Così Roger ha potuto controllare agevolmente la partita fino a che sul 4-3 ha fatto quattro regali a Matteo e ha dovuto fronteggiare tre palle break, le sole conquistate nel match dal nostro. Se le è giocate maluccio, in particolare una. Federer gli ha battuto tutte e tre le volte sul dritto. E lui ci è arrivato male.

Matteo Berrettini – ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

Nel ’75 Panatta aveva 25 anni, come Barazzutti nel ’78 (ma si giocò a gennaio ’79) e Matteo è due anni più giovane rispetto a loro. Come ha ricordato Federer: “Io 17 anni fa avevo un rovescio molto debole, credo che lo potrà certamente migliorare anche Berrettini”. Ne sono convinto anch’io. Il rovescio, l’ho scritto tante volte, si impara. L’hanno dimostrato Federer, come lo ha ricordato lui stesso, e anche Nadal. E, sempre come ha detto Roger, oggi chi ha un gran servizio e un gran dritto può fare molta strada.

L’ostacolo più difficile da sormontare, secondo me, sarà il “footwork”, come ha sottolineato e non a caso ancora Federer. Roger è sempre stato un atleta naturale straordinario, idem Nadal, idem Djokovic, idem Murray. Fab Four campioni di grande talento, indubbiamente, ma sarebbero stati fortemente vincenti (forse solo un pochino meno) anche se non si fossero ammazzati di lavoro in palestra. Invece Matteo, per via del suo metro e 96 che lo aiuta nel servizio ma non nel resto, dovrà sempre combattere per diventare anche reattivo nella risposta, agile negli spostamenti e nei cambi di direzione.

Il fatto che lui, Santopadre e Rianna sappiano che c’è ancora tanta strada da fare, aiuterà il suo sviluppo. Si sapeva che sarebbe stato il vaso di coccio fra tre vasi di ferro, che sarebbe stato uno stage di studio, d’esperienza. Ha fatto miracoli ad arrivare dove è arrivato, Federer stesso si è detto sorpreso di esserselo ritrovato di fronte al Masters. Chi ben comincia è a metà dell’opera… Appunto, Matteo è ancora a metà. Fra i primi 10 può resistere. Con gli over 30 probabilmente declinanti dovrà far di tutto per salire fra i cinque nell’arco di un triennio.

Proprio per il problema della ridotta mobilità – per questi livelli – a mio avviso dovrà lavorare il più possibile per trasformarsi in un tennista d’attacco. Non capisco perché non possa azzardar qualche serve&volley in più. Anche perché a rete non è malvagio. È certo meglio, a mio avviso, di Zverev nei pressi della rete… e ora non azzardo più confronti con Thiem (soprattutto dopo ieri sera!) sennò chissà quante me ne dite. Ma Thiem a rete non è ancora fenomeno come da fondocampo.

 
Dominic Thiem – ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

Il Thiem visto scontro Djokovic è parso fenomenale: Chapeau, mai visto giocare con la stessa intensità del matchpoint tutta la partita, sparando su ogni palla” ha riconosciuto con grande fair-play Nole anche se era furioso, tant’è che ha lasciato la sala stampa con uno scatto da centometrista appena dopo una terza risposta data in fretta e furia, prima che la moderatrice ATP Nanette Duxin interpellasse i giornalisti serbi. Il lavoro di Massu, che lo ha costretto a giocare più vicino alla riga di fondocampo anziché dai teloni, sta dando i suoi frutti. Ecco perché Dominic ha lasciato il vecchio coach di sempre, Gunther Bresnik. Aveva bisogno di nuovi stimoli.

Adesso il match di giovedì fra Federer e Djokovic, rivincita di Wimbledon (il miglior match dell’anno, e non solo perché deciso sul 12 pari dal tiebreak favorevole a Nole che da allora ne aveva vinti nove di fila) sarà come un quarto di finale di un torneo a eliminazione diretta. Bello, bellissimo, fra i due giocatori che hanno vinto più Masters, sei Federer e cinque Djokovic (mentre Nadal neppure uno), ma anche crudele spareggio. Crudele anche per chi aveva acquistato a 150 euro circa i biglietti per le semifinali di sabato, perché uno dei due sarà già tornato a casa da moglie e pargoli.

Rischia di tornare a casa, e di perdere la leadership mondiale, anche Rafa Nadal che offre a Daniil Medvedev la rivincita della bella finale dell’ultimo US open. Guai a fidarsi dei precedenti però, dopo che Rafa ha perso lunedì da Zverev che aveva sconfitto cinque volte su cinque, mentre anche Medvedev aveva mandato alle ortiche il suo analogo bilancio di cinque vittorie su cinque con l’assai poco amato Tsitsipas. Non mancherò di sedermi in conferenza stampa quando verrà Rafa Nadal. Vedrò se fare o meno una domanda a Rafa, sperando di non venire male interpretato stavolta.

Berrettini non è stato fortunato a finire nel gruppo Borg, ma secondo me per ora è un po’ indietro rispetto agli altri Maestri qualificatisi per questa edizione. Non si poteva pretendere troppo di più da lui. Era già stato un miracolo ritrovarlo qua. Il 2020 sarà un anno impegnativo, quello della riconferma. Non ha grandi cambiali da pagare per tutti i primi mesi dell’anno. Questo lo dovrebbe avvantaggiare. Potrà giocare relativamente sereno. Non è poco. Io sono fiducioso sul suo conto.

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Berrettini: “Pensavo di poter vincere sin dall’inizio, non solo al tie-break”

LONDRA – Le parole di Matteo dopo la sconfitta con Federer: “Non sono arrivato qui a Londra scarico dopo i risultati degli ultimi mesi. Il rovescio va migliorato ma si tratta di crescere di livello su tutto”

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Matteo Berrettini, conferenza - ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

dal nostro inviato a Londra

La cronaca della sconfitta di Matteo

La corsa verso la sala interviste, collocata a una buona quarantina di passi dall’uscita della sala stampa, non ha avuto conseguenze come domande fatte col fiatone, perchè Matteo Berrettini fa attendere la folta stampa italiana e diversi colleghi stranieri. Dopo non pochi minuti si presenta, in tuta e col volto molto sereno. Non ha la faccia di chi pensa di aver mancato una grande occasione per la vittoria più prestigiosa della carriera, contro un Federer non certo trascendentale. Le domande in inglese sono 4 o 5 e si possono racchiudere in queste risposte.

Ho avuto diverse occasioni, non ho giocato al meglio ma il servizio è stato molto buono. Non sono certo soddisfatto dopo una sconfitta, ma oggi è stato molto diverso da Wimbledon. Là ero entrato in campo ripetendomi di pensare a divertirmi, quello che arrivava di buono era ben accetto, poi però quell’approccio si è rivelato deleterio. Oggi volevo vincere e ho fatto la mia partita. Con non pochi errori, ma so che Roger ha giocato 17 Masters, io ero al debutto, sto giocando con i migliori tennisti del pianeta. So dov’ero poco tempo fa. Detto questo, quando finirò il torneo dirò al mio staff: ‘Ragazzi, voglio migliorare ed essere più competitivo’. Però non trovo sbagliato non godermi questa esperienza in questo impianto magnifico. Quando gioco e guardo il mio box vedo tutto il team, la famiglia, la fidanzata, gli amici, è bellissimo. È un torneo che anni fa sognavo di andare a vedere, ora lo sto giocando. È fantastico ma anche molto strano”.

Alla fine della conferenza stampa in inglese, Nicola Arzani dell’ATP consegna a Berrettini il trofeo riservato a chi entra nella top 10 (lo stesso che ha ricevuto Fognini a giugno). Matteo sorride un po’ stranito: Poco tempo fa mi avete dato quello per l’ingresso nei primi 100…. Sicuramente stanno accadendo molte cose in questi ultimi mesi al romano, molte più di quelle che poteva immaginare.  

Partono le domande in italiano e ovviamente ne arrivano molte di più di prima. Gli viene chiesto dal direttore Scanagatta se al tie-break del primo set avesse pensato ‘oggi posso fare davvero un exploit’. Berrettini risponde in modo chiaro, era qui per battere Roger: Non solo al tie-break ho pensato ‘voglio fare un exploit’, lo pensavo dall’inizio. Poi riflette sul match: “Le due risposte sbagliate sulle palle break del secondo set avrebbero potuto riaprire il match ma era ancora molto lunga. Peccato perché le mie chances le ho avute.

 

Hai conquistato le Finals con una seconda parte di stagione pazzesca, ti sei sentito magari un po’ scarico mentalmente qui dopo questa grande cavalcata?
Prima di New York avevamo fatto una programmazione e anche con quella grande sorpresa della semifinale non abbiamo cambiato programma, perché non devi imboccare una strada e poi lasciarla a metà appena avviene una grossa sorpresa, sia nel bene che nel male. No, non sono arrivato mentalmente scarico qui a Londra.

Durante il match ti sei accorto che Federer sbagliava molto ed era al di sotto del suo livello medio, non hai pensato ‘caspita, ho un’occasione enorme stasera, non posso farmela sfuggire’? Questo magari ti ha messo un po’ di ulteriore pressione addosso?
(Matteo ci pensa un po’, poi risponde) Non sono entrato in campo con l’idea ‘vinco solo se lui gioca male’, dunque non ero concentrato su come stava giocando lui. Durante il match non guardi come sta giocando l’avversario, non ho pensato ‘oddio sta giocando male adesso non posso fallire’.

Ci ha però pensato prima di rispondere, a dimostrazione che non voleva escludere la cosa a priori, un buon segno di umiltà.

Pensi di poter lavorare sul rovescio per migliorarlo sensibilmente?
Non è un segreto che il mio colpo meno buono è il rovescio e nei momenti di tensione balla un po’ più degli altri, però non si tratta solo di migliorare questo colpo. Nel tie-break ho sbagliato un dritto facile e ho fatto doppio fallo, contro Djokovic lui insisteva più sul dritto, non si intestardiva sempre sul mio rovescio perché temeva il mio dritto a sventaglio nei casi in cui avevo il tempo di girarmi. In generale gli avversari mi muovono molto e poi affondano sul rovescio, ma se cresco su tutto offro meno soluzioni agli altri.

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