Davis stregata, l’Argentina conta su Del Potro (Viggiani). Sogno Croazia, Tabù Argentina. Cilic e Del Potro, a voi la Davis (Crivelli). Davis, missione Del Potro. Per l’Argentina e la storia (Semeraro). “Flavia mio coach? No, fa già la moglie” (Lombardo). Il brutto delle bellissime del tennis (Audisio)

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Davis stregata, l’Argentina conta su Del Potro (Viggiani). Sogno Croazia, Tabù Argentina. Cilic e Del Potro, a voi la Davis (Crivelli). Davis, missione Del Potro. Per l’Argentina e la storia (Semeraro). “Flavia mio coach? No, fa già la moglie” (Lombardo). Il brutto delle bellissime del tennis (Audisio)

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Davis stregata, l’Argentina conta su Del Potro (Mario Viggiani, Corriere dello Sport)

Da oggi a Zagabria, contro la Croazia, l’Argentina va in campo per cercare di chiudere quello che si chiama “asunto pendiente”, cioè una questione aperta, un conto in sospeso. La questione e il conto sono quelli relativi alla Coppa Davis, trofeo tanto discusso, almeno negli ultimi tempi (per la sua formula antica), quanto ambito. Sì, perché nessuna nazione ha un record negativo come quella sudamericana: quattro finali, nessuna vittoria. È andata così nel 1981 negli Stati Uniti, nel 2006 in Russia e nel 2008 e 2010 contro la Spagna, prima in casa poi in trasferta; è, questo, un cruccio tremendo per i tanti appassionati argentini, onnipresenti in ogni trasferta dei loro beniamini (erano numerosi anche a Pesaro nei quarti contro l’Italia). La Croazia sa invece come si conquista la Coppa, per esserci riuscita nell’unica volta in cui è approdata in finale: nel 2005, battendo la Slovacchia a Bratislava. Allora l’impresa fu siglata da Ivan Ljubicic e Mario Ancic, adesso ci proveranno il ritrovato Marin Cilic e l’eterno Ivo Karlovic, che va per i 38 e che torna in nazionale dopo quattro anni di assenza (è stato lasciato fuori il giovane Borna Coric, non ancora al meglio dopo l’operazione al ginocchio). L’Argentina conta moltissimo su un altro ritrovato, Juan Martin Del Potro, oltre che su Leonardo Mayer. E si affida soprattutto ai precedenti con i croati: tre su tre a loro favore, con i sudamericani sempre vittoriosi in occasione dei quarti, una volta proprio a Zagabria. In tribuna anche la fan più affezionata di Cilic, Svjetlana, cieca dalla nascita ma sempre presente quando ne ha l’opportunità. E’ annunciato anche Diego Maradona, che però non portò bene ai connazionali nel 2006 a Mosca…

 

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Sogno Croazia, Tabù Argentina. Cilic e Del Potro, a voi la Davis (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Il precedente non è benaugurante, malgrado la grandezza del personaggio, perché Maradona stava in tribuna a tifare anche in un’altra finale, quella in Russia del 2006, e l’Argentina perse. Come sempre, del resto. La Davis, per i Gauchos, è infatti una maledizione trasformatasi in ossessione: quattro volte all’epilogo e quattro sconfitte, nel 1981 (Usa), nel 2006 (Russia, appunto), nel 2008 e nel 2011 (sempre con la Spagna), il non invidiabile record di squadra con più finali e nessun sorriso. Non che la quinta, nonostante il supporto del Pibe de Oro, si presenti agevole: trasferta, calda, a Zagabria, in un’arena da 15.000 posti esaurita da tempo che cercherà di compensare il canto continuo della torcida argentina e proverà a dare una spinta probabilmente decisiva al fattore campo. Anche la Croazia detiene un primato, ma lei ne può andare fiera: è stata la prima squadra a vincere la Coppa senza essere testa di serie, nel 2005, quando batté la Slovacchia fuori casa. Perciò: bis della Croazia o fine dell’incubo albiceleste? La risposta, dopo le garbate polemiche dei sudamericani alla vigilia per la presunta, eccessiva rapidità della superficie scelta dagli ospitanti, poi smentita dal test effettuato dalla Federazione internazionale, risiede nelle mani dei due leader delle finaliste, Cilic e Del Potro. I ragazzi dell’88 che si sfidano fin da adolescenti e poi capaci, soli con Wawrinka, di interrompere l’egemonia Slam dei Fab Four con gli Us Open vinti rispettivamente nel 2014 e nel 2009, nonché giocatori torridi in questo finale di stagione: Marin ha vinto Bercy, ha giocato il Masters ed è arrivato al numero 6 in classifica, il suo meglio; Juan Martin è tornato al successo in un torneo (a Stoccolma) dopo due anni e mezzo, ha recuperato 1007 posizioni in classifica da inizio anno (1045 a gennaio, 38 oggi) lasciandosi definitivamente alle spalle le tre operazioni ai polsi e soprattutto ha battuto Murray nelle semifinali di settembre. Sarà il loro carisma a indirizzare la sfida, in attesa dell’incrocio di domenica, salvo improbabili 3-0: «Intanto devo battere subito Delbonis — frena Cilic — perché è vero che sono favorito ma la Davis è una competizione strana. Se vinco, metto un po’ di pressione a Del Potro. Il numero 6 del mondo si sorbirà di sicuro tre match, doppio compreso, una fatica che quasi certamente non verrà risparmiata neppure all’argentino: «Per noi è un momento speciale, sappiamo di essere vicini a qualcosa di meraviglioso e siamo concentrati sull’obiettivo massimo». Poi, potrà accadere come tante volte che siano i numeri due a cambiare sorti e volto alla sfida, e quindi osanna a Delbonis, l’uomo che ci ha distrutto a Pesaro nei quarti, o al redivivo Karlovic, mai troppo amato dalla sua federazione e richiamato dopo quattro anni di esilio dalla nazionale perché Coric soffriva per una fresca operazione a un ginocchio. Saltato Borna, il 37enne (e nove mesi) Ivo diventerà oggi il più vecchio a giocare una finale dal 1920, quando l’Australia schierò Norman Brookes con i suoi 43 anni: «Non so se è un bene o un male, l’importante forse è esserci. Avrò bisogno di tanti ace per tenere gli scambi molto corti, altrimenti Del Potro diventa favorito». E’ la Davis, bellezza.

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Davis, missione Del Potro. Per l’Argentina e la storia (Stefano Semeraro, Il Secolo XIX)

PER DIVENTARE leggenda a Juan Martin Del Potro manca solo alzare la Zuppiera e portarla per la prima volta nella storia nella sua Argentina, l’unica fra le grandi nazioni del tennis a cui manca. La finale numero 105 di Coppa Davis inizia oggi alla Zagreb Arena di Zagabria fra Croazia e Argentina, e i gauchos, soprattutto Palito, hanno di nuovo la chance di rompere il tabù. Quattro finali giocate, tutte perse, l’ultima nel 2011. A volte buttate via, spesso smarrite nei litigi fra i clan, nelle dualità irrisolte. Un tempo Vilas e Clerc, poi Nalbandian e Del Potro, che con la nazionale ha sempre avuto un rapporto tormentato. Lo accusavano di snobbarla, ma dopo tutti i suoi infortuni, le quattro operazioni al polso, e una carriera che sembrava due volte finita e che quest’anno invece è ripartita alla grande. Come capita ai campioni segnati dal destino, il «revenant» Del Potro è diventato il beniamino di tutti. Dopo 8 mesi di stop è rientra to nei top-50 e trascinato l’albiceleste in finale di Coppa. A Rio ha battuto fra le lacrime Djokovic e quasi strappato la finale olimpica a Murray, poi ha trovato 10mila persone ad aspettarlo a Tandil, più di quelle che lo accolsero il giorno dopo la storica vittoria agli Us Open del 2009. Lo stesso Slam che ha vinto (nel 2014) Marin Cilic, il n.1 dei padroni di casa, anche lui riemerso da anni difficili. La Croazia una Davis l’ha vinta, nel 2005 contro la Slovacchia a Bratislava; stavolta per il bis punta sui servizi di Marin e di Mister Ace, Ivo Karlovic. L’Argentina spera in un exploit di Leo Mayer in doppio e del secondo singolarista Delbonis, ma è più che mai aggrappata a Palito, il campione vissuto tre volte.

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“Flavia mio coach? No, fa già la moglie” (Marco Lombardo, Il Giornale)

Nuovo team, nuovo sponsor tecnico, nuova vita. «Mi fa piacere abbiano capito che sono un po’ cambiato» dice Fabio Fognini, che con lo sponsor Hydrogen e dopo un 2016 sull’altalena. Il bicchiere pienissimo è il matrimonio con Flavia Pennetta, che non sarà la sua nuova allenatrice dopo il divorzio tecnico con Josè Perlas: «Scherzavamo, anche se qualcuno ci ha creduto. Flavia è meglio che faccia la moglie, che mi deve già sopportare abbastanza».

Quello mezzo vuoto è una stagione che lo ha visto vincere un torneo ma anche saltare un terzo della stagione per infortunio: «Ma l’ho gestita bene, sono ancora tra i primi 50 del mondo».

Insomma Fabio, che tennis sarà?

Spero buono: a giorni comunicherò la mia nuova squadra e comincerò ad allenarmi duro. Devo tornare numero uno d’Italia e provare ad entrare in Top 10. Prometto di rimettermi sotto.

E allora che Fognini sarà, soprattutto?

Di sicuro il matrimonio mi ha cambiato: mi sono molto calmato in campo. Diciamo che non sono più un bambino e sono contento che si noti.

Ora è cambiato anche il vertice della classifica.

Murray se lo merita, per tutto quello che ha fatto negli ultimi mesi. È il suo momento. Però aspettiamo prima di dare per morto Djokovic. La sua flessione è normale, succede a tutti gli sportivi che arrivano all’apice. Arriva il momento in cui la testa non regge e il fisico comincia a dare segnali di stanchezza. Ma vorrei dire solo una cosa. Per Nole essere in declino vuol dire arrivare in finale al Masters. Non so se mi spiego.

Nel 2017 torneranno anche Federer e Nadal: differenze?

Sono due grandi campioni, difficile dire però cosa può succedere. Mi sbilancio un po’: faccio fatica a dire che rivedremo Rafa lottare per il numero 1. Siccome però stiamo parlando di uno che ha vinto 9 volte Parigi ed è resuscitato più volte, non si sa mai. E Roger, beh, beato lui, a 35 anni ha ancora voglia di lottare. Da suo collega posso solo dirti che sono molto contento: è l’unico per cui pagherei il biglietto per vederlo giocare.

Fognini invece di anni ne ha un po’ meno: sarà ancora lì a lottare a lungo?

Confesso: in campo a 35 anni non mi ci vedo. Penso all’anno che viene, che è meglio.

Magari poi invece vedremo Fabio insegnare tennis…

Io allenatore? Guarda, per come sono fatto non mi ci vedo proprio. Però venisse fuori un altro pazzo come Kyrgios, chissà: avrei tante cose da spiegargli…

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Il brutto delle bellissime del tennis (Emanuela Audisio, La Repubblica – Il Venerdì)

Ha denudato il mondo della moda e delle riviste patinate, ha mostrato il lato brutto del bello e le occhiaie dell’impero della bellezza. Ora passa ai campi rettangolari, al sudore dello spogliatoio, a tutte quelle che, come Serena Williams, prendono a schiaffi il mondo. Il Diavolo ora veste completi da tennis, sempre firmati. Lauren Weisberger è la ragazza che dopo aver passato 11 mesi a Vogue come assistente personale della direttrice ,Anne Wintour, scrisse il libro (2003) su un mondo «dove non si era mai abbastanza magre, dove si andava al lavoro in stiletto, ombelico nudo e pelliccia» e dove, come mostrò il successivo film con una strepitosa Meryl Streep nel ruolo di Miranda Priestly, si complottava con il tacco 13 e ci si pugnalava in Louboutin. Perché anche lassù dove tutto luccica, si gioca sporco. Ora Lauren, 39 anni, si è sposata, è madre di due figli, 4 e 5 anni, e si è ricordata della sua grande passione, il tennis, che ha giocato, anche se non ad alti livelli. E pubblica Il Diavolo vince a Wimbledon dove si parla di Charlie, una giocatrice professionista che si rompe polso e tendine d’Achille nel celebre torneo inglese, e che al suo rientro dopo la lunga rieducazione cambia: allenatore, look, comportamento. Tutto pur di vincere. Ma qual è il prezzo del successo? Lauren sembra si diverta a far vedere che fama e celebrità non sono sempre in funzione. È un falò delle vanità che brucia e spreca vite. La novità è che stavolta è il mondo dello sport a essere frugato e soprattutto il tennis che ti illude con la sua magia e poi ti stravolge con il suo cinismo. L’importante è vendere e far circolare la tua immagine. E pazienza se a te fa male. Lauren sembra avere un debole per chi sta dalla parte giusta, ma finisce per fare le cose sbagliate e diventa vittima. «Forse un po’ è vero. Ma non c’è paragone tra il mio ultimo personaggio, Charlie, e Andy, l’assistente schiavizzata, che correva su e giù a portare il caffè alla sua terribile direttrice. Andy non sa ancora verso quale direzione muoverà la sua vita mentre Charlie, la tennista, sa esattamente dove vuole arrivare. Sa che dovrà affrontare sacrifici e quali dovranno essere le sue priorità. Sceglie un coach brutale, che non ha mai allenato le donne, si mette a dieta, smette di bere caffè e di essere amichevole. Diventa antipatica. Si sottopone a un restyling della sua immagine: diventerà la Principessa Guerriera. Con tanto di addetta allo stile che le dice cosa deve indossare e come truccarsi anche quando esce». Quindi è come dire che anche lo sport è falso, costruito solo per vendere magliette? «No. La fatica delle ragazze è vera. Ho girato per mesi nei tornei, e ringrazio la Wta che mi ha fornito accrediti e mi ha permesso di vivere da vicino alcune situazioni. Quella che mi ha assistito e che mi ha raccontato vizi e virtù del circuito è Daniela Hantuchová, slovacca, una giocatrice vera, una bellezza da un metro e 81, cresciuta nell’accademia di Nick Bollettieri». Daniela è stata sempre considerata da tutti tra le più belle giocatrici del circuito. Sports Illustrated nel 2002 la nominò «best supporting actress», miglior attrice non protagonista dietro la diva Serena. «Non credo che il peccato delle star sportive sia quello di essere false o di fare attenzione a cosa indossano, però in quest’epoca l’immagine conta e va curata. Io ho un grandissimo rispetto per Serena Williams, mi piace la sua aggressività quando gioca e come sia capace di prendere posizione sulle cose che a lei interessano. Sa rispondere alle critiche. Né voglio smontare i sogni di tutte quelle ragazze che vogliono diventare campionesse, m’interessa solo dire: attenzione, perché per salire in alto non serve solo determinazione, disciplina, energia, ma anche rinuncia a un po’ di umanità. Certo incontrerete molta gente famosa, ma alla fine il luccichio sparirà e vi ritroverete sole in una stanza con davanti una partita da giocare». Scusi, Lauren, ma se questo non è smontare un sogno ci somiglia molto. «Non c’è solo la lotta in campo tra le giocatrici, ma anche quella fuori campo tra gli sport per avere visibilità. Non voglio impedire a nessuno di giocare a tennis e di provare a diventare numero uno. Lo sport aiuta ad avere identità e dignità, basti pensare a quello che hanno fatto tenniste come Billie Jean King e Martina Navratilova, per avere parità di diritti e di salario. Ma di sicuro oggi il gioco richiede uno sforzo fisico notevole: vinci, vai a letto, perché domani devi rigiocare, ma sei ancora così piena di adrenalina che non riesci a dormire e a recuperare energie. Quello che non immaginavo è che una tennista viaggia 48 settimane l’anno, è sempre in tour, in tante rinunciano anche ad avere una casa perché tanto a cosa serve se non ci possono mai stare?». Sorpresa dalla vittoria di Flavia Pennetta agli Us Open dello scorso anno? «Non ero a Flushing Meadows, ho visto la finale in tv, come anche il successo in semifinale di Roberta Vinci che ha impedito il Grande Slam a Serena Willams. Si, molto sorpresa dalla bella favola. Non perché sia made in Italy, ma perché si tratta di una ragazza di 33 anni, che in vita sua non aveva mai vinto un grande torneo, che finalmente ce la fa, e contro un’altra ragazza, sua amica, con cui giocava da bambina. E nel momento in cui alza il trofeo ha il coraggio di dire: lascio. Grazie, ma basta cosi, il cerchio si chiude. È quello che fa nel libro anche la mia Charlie, che però non si sa se vincerà, ma che non vuol continuare per sempre a fare la girovaga con la racchetta, soprattutto quando il suo cuore troverà qualcuno a cui pensare. Gliel’ho detto, qui il diavolo veste l’ambizione, ma Charlie sa come rispondere e non si fa rubare la partita e la vita»

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Sabalenka, primo trionfo Slam (Crivelli, Bertellino, Martucci). Djokovic o Tsitsipas, si fa la storia (Crivelli, Azzolini, Fiorino, Semeraro)

La rassegna stampa di domenica 29 gennaio 2023

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Il primo trionfo Slam della tigre di Minsk (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

La Principessa Guerriera, uno dei suoi soprannomi, finalmente ha trovato il suo trono. Lasciati alle spalle i tormenti che l’avevano accompagnata nei momenti decisivi della carriera, la Sabalenka è campionessa Slam. Più solida e più coraggiosa della Rybakina, regina di Wimbledon, la bielorussa rimonta il set di svantaggio e questa volta non trema di fronte a tre match point non sfruttati, abbandonandosi alle lacrime di liberazione: «Questo è il più bel giorno della mia vita. Sono felice e sono orgogliosa di me stessa L’ultimo game? Sapevo che era difficile, nessuno mi aveva mai detto che sarebbe stato semplice vincere uno Slam, così mi sono detta di lottare, di crederci fino alla fine. Le sconfitte che ho subito in passato sono state dure da digerire, ma mi hanno fatta diventare quella che sono adesso. È stato un percorso complicato che però rende ancora più dolce questa vittoria». Per talento tecnico e atletico, la Sabalenka possiederebbe le stimmate della dominatrice e non della meteora come accaduto a tante, troppe recenti vincitrici Slam, e forse il trionfo a Melbourne potrebbe rappresentare quel clic mentale per diventare il faro del movimento femminile. Un destino già scritto fin da quando, a sei anni, vide dei campi da tennis e convinse papà Sergey, ex hockeista, a portarla a giocare. La prima allenatrice, Elena Vergeenko, si accorse subito che la bambina non si accontentava di arrivare seconda, anche se era indisciplinata, tanto che la cacciò quando aveva 11 anni. Arrivata ai 18 da grande promessa, Sabalenka decide di tatuarsi il volto di una tigre sull’avambraccio sinistro, perché l’animale simboleggia l’anno in cui è nata secondo l’astrologia cinese ma anche il suo spirito combattivo. […] Per salire di livello, ha modificato il servizio con un professore di biomeccanica: «Come festeggerò? Pizza, dolci e champagne». Cin cin Principessa.

Finalmente Aryna ha battuto la paura (Roberto Bertellino, Tuttosport)

 

Il sorriso che libera, dopo il pianto dallo stesso effetto e prima di iniziare a metabolizzare la vittoria più importante di carriera. La conquista al termine di un percorso tecnico, ma soprattutto personale. Così Aryna Sabalenka, 24enne di Minsk senza bandiera perché bielorussa, ha rotto l’incantesimo. E’ lei a succedere nell’albo d’oro del primo Slam di stagione a Ashleigh Barty. Applausi nella Rod Laver Arena che ha saputo apprezzarne la potenza ma anche la delicatezza sbarazzina, stampata in volto e spesso in contrasto con i fendenti scagliati a volte a velocità maschili. Meritata la sua affermazione arrivata dopo 2 ore e 28 minuti contro la campionessa in carica di Wimbledon, Elena Rybakina, 23enne kazaka nata a Mosca. In rimonta al termine di una partita di grande qualità per entrambe. Nel primo set la bielorussa ha dovuto lottare con le tante paure di sempre riuscendo a superarle solo a tratti e cedendo il break poi decisivo poco dopo aver pareggiato i conti (4-4). […] La nuova forza di Aryna è però emersa proprio nelle difficoltà. È ripartita nel secondo set aumentando le percentuali di quel servizio messo a posto anche grazie alla biomeccanica (ben 17 gli ace messi a referto alla fine) e cambiando di più il gioco costringendo a maggiori spostamenti la sua avversaria. Vinta la seconda frazione ha proseguito nella marcia di avvicinamento al titolo e colto il break nel settimo game ha dovuto ancora servire due volte per gioire e al quarto matchpoint ha chiuso. «È il più bel giorno della mia vita e sono orgogliosa di me stessa. Sapevo che l’ultimo game sarebbe stato difficile, ma sapevo che conquistare uno Slam non sarebbe stato agevole. Così mi sono detta di lottare e crederci fino alla fine, mantenendo la calma e gestendo la situazione fino al termine. Le sconfitte subite in passato sono state dure da digerire, ma mi hanno fatto diventare ciò che sono oggi, la nuova Aryna che avete davanti. Un percorso complesso che rende ancora più dolce questa affermazione. Avere visto prima di me Victoria Azarenka raggiungere traguardi così importanti mi ha dato la fiducia per credere nelle mie possibilità». […]

Sabalenka, dalla Bielorussia con furore (Vincenzo Martucci, Il Messaggero)

Piangi, Aryna Sabalenka, dai minacciosi muscoli e dal dolce sorriso. Piangi, e trema, continua a tremare, anche dopo aver raccontato in mondovisione quanto sei felice per il primo trionfo Slam, dopo 3 semifinali sfortunate, dopo l’incubo dei doppi falli, i soliti, angosciosi, traditori, doppi falli, conditi dai risolini un po’ ironici e un po’ compassionevoli degli spogliatoi. Piangi, nuova regina degli Australian Open, e intanto ridi, mentre dedichi quest’indimenticabile successo al team: «Abbiamo avuto tanti alti e bassi, abbiamo combattuto tante battaglie, abbiamo atteso talmente tanto che mi sentivo un po’ in colpa perché questo risultato non arrivava. Dopo Dubai, coach Anton (Dubrov) mi ha chiesto se volessi lasciarlo per tentare nuove strade». […] «Provo soprattutto un grande sollievo. Sono super contenta, orgogliosa. E’ il miglior giorno della mia vita». Servizio e rovescio sono il marchio distintivo sia della 24enne bielorussa Sabalenka che gioca senza bandiera e senza inno per le sanzioni contro gli invasori dell’Ucraina («Tanto tutti sanno da dove vengo») che della russa con bandiera kazaka, la 23enne Rybakina, regina di Wimbledon. Aryna è fuoco, emozioni, urlacci, Yelena è ghiaccio, freddezza, silenzi. La possente amazzone di 1.82 di Minsk è più forte da fondo ma dipende da servizio-risposta, la “Bambi” di Mosca di 1.84 è da servizio-rovescio. Il tallone d’Achille di Sabalenka: la seconda di servizio. Quello della Rybakina: i complicati allunghi sul dritto, anche se chissà perché Aryna lo ignora per tutto il primo set. Aryna, enigmatica Aryna, che si fa prendere dalla tensione. Quest’anno è imbattuta in 11 match; 12 mesi fa ad Adelaide ha sommato 21 doppi falli ai 18 del primo match. «Tutto a posto, stai bene?», s’era preoccupata l’arbitro. «Ci sto provando ma non posso servire meglio», aveva piagnucolato “La Tigre” di Minsk, ormai gattino. Che, dopo il ko contro Kanepi agli ottavi di Melbourne, ci scherzò su: «Sono felice, ho fatto solo 15 doppi falli». Aveva accettato il problema, con l’aiuto di un ingegnere biomeccanico «per correggere lancio di palla, sincronia, bilanciamento, equilibri». «Ma i dubbi su me stessa creavano tensione. Mi chiedevo: “Perché mai mi chiedono un autografo? Non ho vinto uno Slam”. Ho imparato a rispettarmi di più, ho capito che se sono qui è perché lavoro duro e sono una buona tennista. E quando sono in difficoltà lo ricordo a me stessa». […] Aryna, dolce Aryna: parlaci del primo doppio fallo sul 4-6 6-3 5-4 di quest’agognata prima finale Slam e dei 4 match point. «Ovviamente ero un po’ nervosa. Mi ripetevo: “Nessuno ti ha detto che sarebbe stato facile, devi lavorare su ogni punto, fino alla fine”. È stato un game duro ma sono super felice di aver gestito tutte le emozioni e vincerlo». Alla fine sono 51 vincenti (17 ace) e 28 errori gratuiti (7 doppi falli). «Tutto quello che ho passato mi rende il successo più piacevole. Avevo bisogno di quelle dure sconfitte per conoscermi meglio: sono stati una preparazione della nuova Aryna». Che piange ancora, ma di gioia.

Per la Storia (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Guerre stellari. L’impero di Djokovic colpirà ancora oppure il risveglio di una giovane forza consegnerà le chiavi dell’universo al nascente cavaliere Tsitsipas? Il tramonto australiano consegnerà il vincitore del duello più atteso direttamente alla storia. Quella di Novak si arricchirebbe di nuovi capitoli, estendendo la magia di un romanzo infinito destinato a lasciare un’impronta incancellabile sul tennis: il titano serbo disputa la decima finale sulla Rod Laver Arena e le altre nove le ha vinte tutte, perciò può diventare il secondo giocatore di sempre ad andare in doppia cifra in uno Slam dopo le 14 perle di Nadal al Roland Garros. Già, Nadal, il vero obiettivo del Djoker, perché salire a quota 22 Major vinti come il satanasso maiorchino, e con la prospettiva di avere in futuro più occasioni dell’eterno rivale per allungare la serie, rappresenterebbe una tappa fondamentale nella corsa al più grande di tutti i tempi. E poi la finale di oggi è pure impreziosita dalla cornice dorata del numero uno, in palio per chi alzerà la Norman Brookes Cup: il più forte si prende tutto. Ma la prima vittoria Slam e il conseguente primato nel ranking rappresentano anche per Tsitsipas, il fiero avversario, un’occasione straordinariamente sostanziosa: comincerebbe a bussare alle porte della leggenda, primo greco a conquistare uno dei quattro tornei principali e a issarsi al numero uno del mondo. Di certo, nonostante le sorprese che gli Australian Open hanno disseminato lungo la strada, all’ultimo atto sono approdati i migliori, ancora imbattuti in stagione (11 successi per Novak, 10 per Tsitsi) e in grado di elevare il livello più le partite aumentavano di intensità e valore. Semmai, sarà interessante capire quale atmosfera si creerà attorno ai duellanti: Djokovic all’arrivo in Australia ha riscoperto la passione della gente nonostante le vicende Covid di un anno fa, ma le fresche polemiche sul padre con i tifosi pro Russia rischiano di alienargli un po’ del patrimonio d’affetto riconquistato, tanto che i giornali locali stanno chiedendo al genitore di non ripresentarsi nemmeno per la finale, dopo la «punizione» in semifinale. Quella di Tsitsipas, invece, è una luna di miele perenne, favorita dagli oltre trecentomila abitanti di Melbourne di origine greca. Il confronto tecnico, tuttavia, indicherebbe una direzione univoca: Nole ha vinto 10 dei 12 confronti diretti e gli ultimi nove. Ritmo da fondo e risposta del serbo sono armi indigeste per il greco, ma tra i grandi ex che si sono avventurati in un pronostico, non tutti sono convinti di un Djoker solo al comando. John McEnroe, ad esempio, concede molto credito a Tsitsi: «Ha soluzioni di gioco che possono mettere in difficoltà il rivale. Novak è favorito, ma non sarei stupito se il greco regalasse una di quelle sorprese che nel torneo non sono mai mancate. Questa è la miglior versione di Stefanos da un po’ di tempo a questa parte, il diritto è letale se lui può girare attorno alla palla. E in Australia si trova sempre bene». […]

The Stef a Melbourne (Daniele Azzolini, Tuttosport)

A volte i grandi tennisti diventano sandwich. O pizze. Ma panini è meglio. Se proprio si avverte il bisogno di fare i conti con l’immortalità, durano più a lungo… Da quaranta e passa anni John McEnroe è per tutti BigMac, la prima pizza tricolore spuntò a Parigi per la vittoria di Adriano Panatta, sui tavoli di Pizza Pino al numero 33 di Avenue des Champs Elysees, e oggi a Melbourne si mangia The Stef, pita e souvlaki, uno spiedino di pollo marinato con verdure grigliate, patate ripassate, pomodori, cipolline e tzatziki, la salsa allo yogurt con i cetrioli, avvolto nella focaccia con la tasca interna. È in onore di Stefanos Tsitsipas, e non deve sorprendere. La Storia ha una risposta a tutto. La grande comunità greca di Melbourne fu la prima a raggiungere lo Stato del Vittoria nell’Ottocento seguendo la rotta tracciata nel 1766 dall’ammiraglio James Cook, un po’ pirata, un po’ gentiluomo, fedelissimo di John Montague, primo lord dell’Ammiragliato britannico, che lo spinse alla conquista delle terre meno note dell’Oceano Pacifico. Montague era il quarto Conte di Sandwich, l’uomo (impegnato al punto da non avere mai il tempo di mettersi a tavola) che dette vita al panino ripieno. Ha un senso parlare di pita, sandwich, souvlaki e tzatziki, mentre Tsitsipas e Novak Djokovic stanno per scendere in campo in una finale degli Open d’Australia che li vedrà per la tredicesima volta di fronte? A suo modo, sì. Tanto più se la comunità greca, come promesso, riuscirà a essere protagonista del match con il suo tifo appassionato, e se la profezia del quotidiano The Age, in un articolo durissimo nei riguardi del padre di Djokovic apparso nell’edizione di ieri a firma Greg Baum, si rivelerà esatta. Papà Djokovic, scrive l’editorialista nelle ultime righe, «ha dato a un considerevole numero di fan australiani che non si sono mai scaldati al nome di Novak, un motivo in più per trattenere ancora una qualsiasi forma di affetto nei suoi confronti». Se davvero l’Australia si schiererà in larga percentuale a favore di Tsitsipas, contro l’uomo dai nove titoli, sarà la cornice di un match che ha di suo innumerevoli incentivi per finire dritto nella storia del tennis. È la seconda finale consecutiva dello Slam che propone un cambio di guardia sulla vetta del nostro sport. Chi vince sarà numero uno, proprio come agli ultimi Us Open, con Carlos Alcaraz che prese il sopravvento su Casper Ruud. […] Tsitsipas sarebbe il numero 29 della serie, il primo greco a farcela, sempre che Atene non voglia naturalizzare il figlio di Sparta Pete Sampras, americano ma di madre nata nella città del Peloponneso. Djokovic invece può ritrovare la vetta dalla quale manca dal 13 giugno scorso e aggiungere nuove settimane al suo record. […] Da Murcia giunge il benestare di Alcaraz. «Chiunque prenderà il mio posto l’avrà meritato più di me». […]

«Tsitsipas attacca o Djokovic ti domina» (Luca Fiorino, Corriere dello Sport)

«Nole è arrivato a questo appuntamento con grande facilità. Stefanos ha confermato di essere un giocatore di livello assoluto. Ci sono tutti i presupposti per assistere a un super match». La finale maschile degli Australian Open si presenta ricca di temi e spunti di interesse. Anche Massimo Sartori è convinto che sarà un grande spettacolo. «La posta in palio è altissima – evidenzia l’ex coach storico di Andreas Seppi, oggi allenatore di Cecchinato e Zeppieri – Entrambi si giocano la prima posizione mondiale e un titolo dello Slam dal significato particolare».

Il greco insegue il primo titolo in un Major, il serbo eguaglierebbe invece Rafael Nadal a quota 22 Slam. Come valuta il percorso dl Djokovic?

Si è visto quanto sia letteralmente dominante. Ha sciorinato un tennis facile che ha reso tanto e gli ha fatto disperdere poche energie. Ha vinto dettando i propri tempi e gestendo al meglio il problema fisico. Per quanto riguarda Tsitsipas, una volta superato Sinner, ho pensato che sarebbe arrivato in finale. Era reduce da un match di quasi tre ore giocato in doppio il giorno prima col fratello Petros, eppure contro Jannik l’ha spuntata lo stesso al quinto set. Uno che vuole vincere uno Slam e fa un numero del genere lo trovi di rado nel circuito.

Ci fa un’analisi tecnico-tattica del match?

Tsitsipas gioca bene di dritto, ma non benissimo. Quando è in ritardo muove spesso il piede indietro prima di colpire e contro tennisti come Nole che giocano veloce concede un vantaggio. Sulla diagonale del rovescio, il serbo prende la palla prima con più anticipo.

Cosa suggerirebbe al greco e come pensa imposterà la partita?

Qualche serve and volley e uno stile molto votato all’attacco. Cercherà di imporre il proprio gioco spingendo più di quanto non faccia abitualmente. Inoltre, dovrà servire con ottime percentuali di rendimento.

Potrebbero sentire la pressione?

Djokovic quando è sotto stress riesce a sfoderare grandi prestazioni. Nei momenti di tensione governa la pressione in un modo diverso da tutti gli altri. Al contrario, Tsitsipas tende ad andare fuori giri.

La finale del Roland Garros potrebbe essergli d’aiuto.

Esatto, ha già avuto la fortuna di vivere una situazione simile. Oggi è un giocatore molto più esperto rispetto a due anni fa. Credo che sia convinto di potercela fare questa volta. Ed è giusto questo atteggiamento.

In conferenza stampa, Nole si è dimenticato di quella sfida.

Che non si ricordasse la vedo dura. Può darsi che ci abbia marciato sopra per creare un po’ di confusione. Non ne ho idea sinceramente.

Tsitsipas ha replicato dicendo anche lui di non ricordarla.

Difficile che si faccia prendere in castagna. In questi casi il suo entourage non smorza mai i toni. Piuttosto gettano ancora più benzina sul fuoco. […]

Djokovic-Tsitsipas, sfida tra generazioni per il trono dei tennis (Stefano Semeraro, La Stampa)

Tutte le finali Slam sono importanti, se c’è in palio il numero 1 lo sono di più. Quella di oggi a Melbourne fra Stefanos Tsitsipas e Novak Djokovic ha contenuti aggiuntivi e un retrogusto epico. Il giovane campione che cerca la consacrazione – sarebbe il primo Number One greco – contro il Patriarca che insegue la Decima vittoria agli Australian Open (su dieci finali) e soprattutto il record di 22 Slam che oggi appartiene in solitaria a Nadal. La nuova generazione che cerca di scalzare definitivamente la vecchia. E poi Atene contro Sparta, perché il multiforme ingegno greco viene dalla capitale, mentre Novak è nato sì a Belgrado ma di Leonida ha tutto tranne che la consapevolezza della sconfitta: resilienza, fame di gloria, mente carnivora in corpo sanissimo. E l’abitudine a vivere nelle Termopili dell’anima, solo contro tutti e al diavolo se il mondo tifa contro. Questo è Djokovic, da qui bisogna passare. È la 13′ volta che i due si incontrano – 10 a 2 per Novak i precedenti – la sesta in una finale, la seconda in una finale Slam. La prima fu a Parigi due anni fa, quando Stefanos dilapidò due set di vantaggio al Roland Garros, prima illuso dal proprio tennis polifonico, arioso, monomane; poi agganciato e triturato dalla mente padrona del Djoker. È una finale che può voltare definitivamente una pagina. Novak sta divorando record dopo record; a Melbourne, dove non perde da 27 partite e finora ha stradominato, ha pagato solo il video in comune con i tifosi pro-Putin di papà Srdjan, che oggi potrebbe ritornare in tribuna ma che qualcuno vorrebbe bandire dal torneo. Di certo Novak parte favorito. «Storicamente serbi e greci vanno d’accordo – ha detto – quindi non dovrebbero esserci problemi (geopolitici, ndr) . Io lo stress lo sento comunque, come tutti, sento l’eccitazione, i nervi tesi perché alla mia età non so quante finali potrò giocare. Ma dal punto di vista del gioco mi sento ancora al massimo, quindi perché pensare a smettere? Voglio fare la storia di questo sport». Stefanos n. 1 lo è stato da junior, «e punto ad esserlo anche da grande. È una strada lunga, ma sento di avere una chance di vincere il torneo, e con i miei successi voglio dare speranza e sostanza al mio Paese». Qualcosa di più, di una semplice finale. 

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Rassegna stampa

Tsitsi il Dio greco (Crivelli). Nole mette il punto in difesa del padre (Giammò). Eliminati i big, la piccola Urgesi fa grande l’Italia (Nidzegorodcew). Una poltrona per due (Azzolini). Rybakina-Sabalenka, a chi batte più forte (Strocchi). Nell’occhio del ciclone (Semeraro)

La rassegna stampa del 28 gennaio 2023

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Tsitsi il Dio greco (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

La disfida al titano si gioca anche sul filo sottile della psicologia: «La finale del Roland Garros del 2021? Non ne ho memoria». In questo modo, Stefanos Tsitsipas ripaga della stessa moneta Novak Djokovic, che nei glomi scorsi aveva dimenticato di inserirlo tra i rivali che avevano già disputato una finale Slam. Eppure quello parigino non fu un incrocio banale, perché Nole ribaltò la partita da due set sotto, spegnendo l’urlo in gola all’Apollo greco. Domani mattina, alle 9.30 italiane, la caldissima rivincita di quel pomeriggio avrà come premio un doppio tesoro: non soltanto il successo in un Major, ma anche il numero uno del mondo. E se le cifre raccontano di un uomo solo al comando, perché il Djoker insegue il decimo trionfo in Australia e il 22° Slam (come Nadal), Tsitsi all’apparenza non trema ed è convinto che sia arrivata finalmente l’ora di portare la Grecia sull’Olimpo: «Sogno una vittoria Slam da quando sono piccolo, da quando vidi Marcos Baghdatis arrivare in finale qui. Da allora lavoro duro per questo obiettivo e adesso è li, a portata di mano. Forza ragazzi, andiamo a prendercelo». Nuova mentalità La nuova dimensione di Stefanos, ancora imbattuto nel 2023 (10 vittorie) e straordinario in queste due settimane a salire di livello quando i punti contavano di più (anche se In semifinale con Khachanov non ha sfruttato un vantaggio di un break e poi due match point nel terzo set, allungando il match di un’altra ora), discende da un approccio diverso e più filosofico al tennis: «Se fai quello che ami, se ogni mattina ti svegli e cerchi di fare il meglio per avere successo e intorno hai persone che Condividono lo stesso sogno, allora niente è impossibile. Con la mente, puoi ottenere tutto quello che vuoi. Oggi come oggi riesco a essere sempre ottimista e positivo. La frustrazione spesso nasce e cresce di pari passo con le insicurezze nei propri mezzi. La calma e la serenità che mt porto dentro, e che trasferisco sul campo, sono qualità che un tempo mi mancavano. Ho bisogno di sentirmi vivo il più possibile in campo». […] Merito anche di Mark Philippoussis, l’ex finalista di Wimbledon 2003 nato in Australia da genitori greci e dunque in sintonia anche culturale con il team: «Lui ha portato senso dell’umorismo e il serve e volley. Non lo faccio mai, ma è li nel caso serva». II dolce addio Il tono scherzoso racconta molto dell’equilibrio interiore raggiunto da Tsitsipas, cui non e estraneo, in una versione moderna dell’epica greca, il superamento del complesso di Edipo verso mamma Julya Salnikova, discreta ex pro’ (n.198) che ha sempre avuto un’influenza decisiva sul percorso del figlio. L’anno scorso lei si presentò in conferenza stampa a Dubai, dopo un ko proprio contro Djokovic in finale, incalzandolo con il micro – fono in mano, davanti a tutti: «Mi chiedo se tu sappia quanti sono i grandi tennisti che sono stati seguiti dai loro genitori. Sai che Marat Safin era allenato da sua mamma? Anche Rublev è stato a lungo allenato dalla mamma. Hingis, Graff, Capriati, Sanchez-Vicario: tutte grandi giocatrici e tutte seguite dai loro genitori». Una scena che spiega plasticamente il lento maturare di un’esasperazione culminata, alle ultime Finals di Torino, nel lancio di una pallina verso il box dei genitori. E così, da quest’anno, mamma Julya non è più all’angolo di Stefanos, nonostante le parole al miele del figlio: «Tutto il mio gioco lo devo a lei. Il rovescio a una mano, le discese a rete dopo il servizio… E poi mi ha instillato la disciplina. Non è mai stata morbida con me e credo sia per una ragione sola: farmi crescere più forte». Però senza la sua ombra ingombrante, è arrivata la seconda finale Slam dopo una fine di 2022 non proprio esaltante. Più che l’amore filiale, potè la testa: «Ho vissuto momenti in cui non sapevo reggere la pressione, ma in quelle situazioni gestire le emozioni, i pensieri, dipende solo da te. Sei l’unico che può prenderne il controllo». Una filosofia da numero uno.

Nole mette il punto in difesa del padre (Roland Giammò, Il Corriere dello Sport)

 

Battendo in tre set Tommy Paul in quella che è stata la sua ventisettesima vittoria consecutiva agli Australian Open, Novak Djokovic domani mattina scenderà in campo per giocarsi la sua decima finale a Melbourne Park e con lei la chance di issarsi nuovamente in vetta al ranking. Ma le stesse ambizioni ce le ha il suo avversario Stefanos Titsipas, che ieri ha battuto Khachanov, anche lui impegnato a conquistare il tetto del mondo per la prima volta nella sua carriera. Ai traguardi del serbo va aggiunto che raggiungerebbe Rafa Nadal a quota 22 Slam nella classifica dei più vincenti di sempre nei quattro major. Di che pasta è fatto ancora Djokovic basta chiedere agli avversari, battuti su una gamba, e ai quali è rimasta la brutale consapevolezza di quanto ancora li separi dal livello di gioco offerto da questo cannibale trentacinquenne. […] «Giocare un’altra finale di un torneo del Grande Slam è esattamente quello che ho immaginato e che ho sperato arrivando in Australia», ha dichiarato invece il serbo in conferenza stampa. Contro Paul il suo gioco ha impiegato un po’ più di tempo prima di ritrovare il ritmo da crociera che lo avrebbe poi scortato fino a destinazione: avanti 5-1 nel primo set:, Nole ha avuto un blackout che ha permesso all’americano di riportarsi in parità. Ma più che dal campo, è plausibile credere che ieri la distrazione da lui pagata in avvio sia figlia di quanto accaduto mercoledì sera fuori del rettangolo di gioco, che ha visto coinvolto il padre, Srdjan, immortalato a far festa con un gruppo di tifosi russi filoputiniani. Ieri a poche ore dall’incontro, è stato lo stesso Srdjan, in una nota, a chiarire «di essere qui solo per sostenere mio figlio, non avevo nessuna intenzione di causare alcun disturbo né ritrovarmi invischiato in quanto accaduto. La mia famiglia ha conosciuto l’orrore della guerra e quel che ci auguriamo è solo la pace. Per non alimentare ulteriori problemi ho quindi deciso di guardare la semifinale da casa». Una versione confermata da Novak: «Era di passaggio e c’erano molte bandiere serbe. Pensava di fare una foto con qualcuno dalla Serbia. Questo è tutto. Non è piacevole per me affrontare tutto questo considerando tutto ciò che è accaduto l’anno scorso e quest’anno in Australia. E’ qualcosa che non voglio e di cui non ho bisogno. Spero che possiamo concentrarci sul tennis. Non è stato bello non averlo nel box. È una decisione che abbiamo preso insieme. Spero che ci sarà nel box per la finale». Tennis Australia intanto in un comunicato aveva già dato notizia dell’allontanamento dei manifestanti dalla sede del torneo, rassicurando sull’impegno con cui continuerà ad essere garantita la sicurezza del pubblico presente e sulla rimozione di eventuali altre bandiere russe e bielorusse dovessero nuovamente apparire sugli spalti. Stamattina la finale femminile tra Sabalenka e Rybakina sarà l’occasione per verificarlo.

Eliminati i big, la piccola Urgesi fa grande l’Italia (Alessandro Nidzegorodcew)

 L’Italia batte un (piccolo) colpo agli Australian Open. Federica Urgesi, diciassettenne di Fano, ha conquistato il titolo di doppio femminile juniores insieme alla quindicenne Renata Jamrichova. la coppia italo-slovacca ha sconfitto in finale le giapponesi Kinoshita e Saito 7-6 1-610-7 nella bella cornice del campo 3 di Melbourne Park. Una grande soddisfazione per la giovane marchigiana che in singolare era stata sconfitta, non senza rammarico, al secondo turno. Fisico da giocatrice moderna (alta 175 cm), tennis potente e dalle buone geometrie, Federica Urgesi ha iniziato a giocare a sei anni seguendo le orme della sorella maggiore Arianna. «Avevo provato anche basket, pallavolo e nuoto – racconta – ma il tennis mi è sempre piaciuto più di tutti. Ricordo che andavo con i miei genitori a seguire i tornei di Arianna, facendo crescere la mia passione sempre di più». A 13 anni è arrivata la chiamata dal Centro Tecnico Federale di Formia, diretto da Vittorio Magnelli e con la presenza costante di Tàthiana Garbin, capitano della nazionale azzurra. Formia dista circa 400 chilometri da Fano, non una banalità per una ragazza così giovane, che ha scelto di lasciare la famiglia per inseguire un sogno. «Sono arrivata al centro tecnico che ero una bambina, orami sento più matura e professionale». Il tennis come passione pura, ma anche il talento per riuscire ad arrivare in alto. «È ciò che mi piace fare e sto investendo le mie energie per diventare una professionista. Il sogno è vincere Roma. Se devo fare un discorso più concreto e razionale, ritengo che la Top-50 W1A sia lo step da raggiungere». II rovescio è il colpo naturale di Urgesi, mentre il dritto è in continuo miglioramento e sta diventando, pian piano, un’arma importante. […] La strada verso il professionismo è ancora lunga, ma questa vittoria può dare a Federica Urgesi consapevolezza e fiducia, così da proseguire il percorso intrapreso senza dubbi e con grande determinazione.

Una poltrona per due (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Nel mondo di Novak Djokovic c’è una spiegazione per tutto a cominciare dai padri che si trovano per caso là dove non dovrebbero essere. Ne prendiamo atto. L’importante è che a crederci sia lui, quando spiega che papà Srdjan, nelle foto e nei video con i russi che inneggiavano a Putin, mostrando do magliette e bandiere con le famigerate “zeta” dei tank in Ucraina, ci sia finito per caso, convinto fossero tifosi del figlio, tra i tanti con cui è solito festeggiare all’uscita dello stadio. «La nostra famiglia conosce la guerra, ne abbiamo vissute parecchie dagli anni Novanta, sappiamo quanto siano devastanti per i popoli e non le sosterremo mai», dice Novak con una frase che gli fa onore e che non abbiamo dubbi lui possa permettersi di pronunciare. Altri, chi lo sa.. […] Tanto più che in quello stesso mondo, c’è un tennis spesso inarrivabile. Composto da un insieme quasi perfetto di ingranaggi cine ruotano all’unisono e assai più speditamente di quanto non riesca agli altri. Sempre in una unica direzione, si dirà, ma in termini ineccepibili e difficili da comprendere, per chi dimentica l’evoluzione di questo nostro sport dagli anni Settanta a oggi, centrata sulla figura di tennisti che attaccano difendendosi, e colpiscono forte quanto più forte provano a colpirli. […] Le stesse distrazioni che hanno indotto il semifinalista per caso Tommy Paul a una prova tanto coraggiosa quanto inutile, nella quale ha provato a sbrecciare la barricata con tutto ciò che aveva a disposizione, e cioè assai poco per riuscirvi davvero. In ognuno dei set si è ritrovato sotto di due break, 5-1 il primo 5-0 il secondo, 4-0 il terzo, musica sulle note di` la festa appena cominciata, è già finita (“Canzone per te” Sergio Endrigo e Roberto Carlos, Sanremo 1968). Bravo è stato Paul ad agganciare Nole nel primo set recuperando fino al 5pari,ma lo sforzo gli è costato un nuovo break e la brusca fine del sogno. Trentatreesima finale, la decima in Australia dove Nole, nell’atto decisivo, non ha mai perso. Lo sa tutto questo Stefanos Tsitsipas, che quando gli chiedono della finale al Roland Garros 2019, l’unica giocata nello Slam, che l’altro giorno Djokovic sosteneva di aver dimenticato, non trova di meglio che rispondere piccato, ” l’ho dimenticata anch’io»? Oppure era un modo per dirci che è giunto il momento di azzerare il passato, e per correre nuove strade? Attendiamo, domani i due saranno a tiro e in palio c’è la prima vittoria Slam per Stefanos, la ventiduesima per Djokovic, e il primato in classifica per il vincitore. All in… Con una mano, si prende tutta. Nel casa vale la pena di ricordare al greco ventiquattrenne i tempi, non lontanissimi, del suo avvento nel tennis che conta, tra il 2018 e il 2019, quando – unico tra i giovani- s’impose sulla sacra trimurti del nostro sport con Federer proprio agli Open d’Australia, negli ottavi, con Nadal in semfinale a Madrid, e con Djokovic in Canada e a Shanghai, fino a essere.. avanti 2-1 nei testa a testa che oggi invece segnano un netto divario (10-2) a favore del serbo. Quel primo Tsitsipas giocava spingendo come un ossesso su ogni palla, poi si è acquietato. Ma da questi Open lo abbiamo rivisto più vicino a quella figurina che aveva impressionato tutto il mondo del tennis. Nei primi due set contro Sinner, per esempio. E a tratti anche nella semifinale di ieri notte contro Khachanov, che poteva finire in tre set se ilrusso non avesse randellato i due match point che Tsitsi ha avuto sulla punta della racchetta, evento che non gli haimpedito di vincere a mani basse nel quarto. In questi anni di fulgore solitario Djokovic ha subito sconfitte solo dai suoi pari e da quei pochi che siano riusciti a sovrastarlo, con le arti magiche che lui non conosce (Federer), con una difesa ancora più ermetica della sua (Nadal. e nel 2016 Murray) o forzando i colpi oltre la soglia che Nole possa sfidare con le sue ribattute (Wawrinka nelle finali di Parigi e New York, e in sott’ordine Del Potro). La via per farcela è questa, Tsitsipas è avvisato. “Conosco bene Djokovic e le sue armi, sono pronto. Rispetto all’anno scorso ho recuperato la fiducia e un po’ dell’ottimismo che avevo perduto. Sto giocando un buon tennis e sono disposto a dare più del cento per cento”, assicura il greco che si sente in buona compagnia. La comunità greca di Melbourne è la più grande, il tifo è assicurato. […]

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Rassegna stampa

L’ex russa Rybakina e la bielorussa Sabalenka, che finale (Cocchi). Papà Djokovic diventa un caso (Giammò). La bottiglia di Tommy (Azzolini)

La rassegna stampa di venerdì 27 gennaio 2023

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L’ex russa Rybakina e la bielorussa Sabalenka, che finale (Federica Cocchi. La Gazzetta dello Sport)

Una corre per il secondo Slam, quello della consacrazione, l’altra per sollevare finalmente il trofeo che cambia la carriera. Elena Rybakina e Aryna Sabalenka saranno le protagoniste della finale femminile degli Australian Open, domani a Melbourne alle 9.30 del mattino italiano. Rybakina ha sconfitto Vika Azarenka, tornata in semifinale a Melbourne Park 10 anni dopo l’ultima volta, per 7-6(4) 6-2; Sabalenka ha infranto il sogno di Magda Linette imponendosi 7-6(1) 6-2. Rybakina è nata russa ma ha scelto i soldi e le strutture del Kazakistan. È proprio grazie al cambio di nazionalità che la giocatrice di 23 anni ha potuto partecipare, e quindi vincere, Wimbledon. Un trionfo che ha fatto scalpore, una russa di nascita che vince nell’anno in cui dall’erba più famosa al mondo erano banditi i russi e i bielorussi. Niente punti, pochi sorrisi, anche quando ha ricevuto il grande piatto della vittoria dalla principessa Kate. Una campionessa Slam fuori dalle prime 20 al mondo e alla quale, a Melbourne, avevano rifilato uno dei campi secondari, stuzzicando la sua voglia di rivalsa, sempre seguendo il mito di Roger Federer: «Per me è sempre stato un esempio, mentre a livello femminile non ne ho». Davanti si troverà una Aryna Sabalenka finalmente più concreta e consapevole, che ha saputo superare i momenti di difficoltà nel match contro la sorpresa polacca Linette: «Ho smesso di lavorare con lo psicologo – ha spiegato la bielorussa – perché penso che nessuno meglio di me stessa possa risolvere miei problemi. Si tratta anche di sapersi prendere delle responsabilità, quindi adesso sono io la mia psicologa». Aryna non ha visto vincere Rybakina a Londra. Esclusa dal torneo, ha preferito non guardarlo per non soffrire: «Non ho guardato Wimbledon lo scorso anno, mi sentivo troppo male. Da tempo penso di essere pronta per vincere uno Slam, e chi lo sa, magari sarei la prima atleta senza bandiera a riuscirci».

Papà Djokovic diventa un caso (Ronald Giammò, Corriere dello Sport)

 

Nonostante figurino ancora privi di bandiera e sigla ad accompagnare i loro nomi, in questi Australian Open sono stati ben tre – tra singolare maschile e femminile – i giocatori russi e bielorussi riusciti ad approdare fino alle semifinali. La quarta, Elena Rybakina, nata moscovita, naturalizzata kazaka e vincitrice in due set contro Vika Azarenka, domani si giocherà il titolo contro la bielorussa Sabalenka, che con un identico parziale ha battuto ieri la polacca Linette. Nessuna bandiera bielorussa comunque sventolerà sugli spalti, così come ammainate sono annunciate nella notte quelle russe dei sostenitori di Karen Khachanov opposto a Tsitsipas nella prima semifinale maschile. Il divieto era arrivato a torneo in corso, e a causarlo era stata proprio una bandiera russa. Comparsa a bordo campo durante diversi match dei primi turni, l’episodio più eclatante si era registrato durante la partita tra la russa Rakhimova e l’ucraina Baindl, tanto da scatenare la pronta reazione dell’ambasciatore ucraino in Australia che ne condannò la presenta sollecitando tennis Australia a inasprire le sue linee di condotta in materia di neutralità. Mercoledì sera si è invece registrato un secondo episodio, andato in scena nella cornice di Melbourne Park poche ore dopo la vittoria ai quarti di Novak Djokovic contro Tommy Paul. Un gruppo di tifosi russi, una “Z” bene in vista sulla maglia di uno di loro si è infatti radunato sventolando bandiere e intonando cori in sostegno di Vladimir Putin. Tra questi, in un video divenuto in breve virale, spunta anche il papà del serbo, Srdjan, che dapprincipio si unisce alla compagnia salvo poi congedarsene salutandola in serbo con un «lunga vita ai russi». La replica da parte degli organizzatori del torneo è arrivata poco dopo. Un portavoce, se condo quanto riportato dal quotidiano “TheAge”, ha dichiarato che «giocatori e team erano stati informati sulle linee guida da adottare durante il torneo». La falla, però, è evidente, e più delle rassicurazioni offerte da Tennis Australia, che ha poi informato «di aver espulso un piccolo gruppo di persone che sfoggiavano bandiere e simboli inappropriati e che avevano minacciato alcuni steward nel corso del match di mercoledì sera», saranno ora le ripercussioni di quanto accaduto a catalizzare l’attenzione di questi ultimi giorni di torneo. […]

La bottiglia di Tommy (Daniele Azzolini, Tuttosport)

Pollice verso, e faccette a iosa, stralunate, perplesse, altre ancora disgustate. Ai tempi del web la strada per il successo è lastricata di emoticon, e Tommy Paul, forse, non se l’aspettava. Non ora, alle porte di una semifinale Slam contro Djokovic, la prima di una carriera che sembra aver imboccato la strada giusta. Ha qualcosa da nascondere? Niente di così grave, ma Tommy non ha intenzione di finire nel tritatutto per qualche peccato di gioventù, e prova a fare le barricate. «Ogni esperienza passata ha avuto una parte nel farmi diventare il giocatore e l’uomo che sono», dice l’americano che rimpiange gli anni trascorsi lontano dal college, «mi avrebbero reso più maturo e istruito, e certo mi avrebbero difeso di più». Ma è tempo di scavare nella sua vita. Ed è stata proprio la semifinale raggiunta a porre il suo nome sotto i riflettori. Che cosa è successo negli anni trascorsi a cercare di diventare un tennista di valore? E perché non c’è riuscito in tempi più brevi? Che cosa l’ha frenato? La risposta è in una parola, alcool, ma occorre inquadrare come si è manifestato il problema, e anche come è stato superato e poi allontanato del tutto dalla sua vita attuale, altrimenti c’è il rischio di attribuirgli oggi le colpe di ieri, e si farebbe un torto alla verità. I flashback riportano a sette armi fa. Tommy ha diciotto anni, e ha già deciso di diventare un tennista professionista. E a quella decisione, la prima importante della sua vita, che si aggrappa per non cadere in depressione. in campo non riesce a fare ciò che negli allenamenti gli viene senza sforzo, e si sente trascurato dalla USTA, la federazione statunitense. Mai una wild card per misurarsi in un torneo di livello. Le danno ad altri, a lui niente. C’è la strada delle qualificazioni, gli rispondono, è quella che ti serve per crescere. Ma nelle qualificazioni livello è alto, e Tommy le subisce come una punizione. È il 2017 quando finalmente ottiene un invito agli US Open, ha una discreta classifica (159) e si è dato da fare nei challenger per meritarla Un buon sorteggio gli pone di fronte Taro Daniel, giapponese di stanza negli States, numero 151. Il match è una corrida, Tommy va avanti due set a uno e crolla, Taro gli sbatte la porta in faccia con un duplice 62 nel terzo e quarto set Il sogno di aprire una nuova fase della carriera svanisce, la realtà invece gli resta appiccicata addosso, ed è dolorosa. Tommy si ritrova davanti a una bottiglia. Esagera. La mattina è iscritto al primo turno del doppio con Steve Johnson, mancano dieci minuti al via e lui non c’è. È ancora a letto, e quando riescono a entrare nella sua stanza il perché è lampante. Lo svegliano e lo trascinano in campo. Dall’altra parte ci sono Fognini e Bolelli, e non c’è partita. Finisce 6-0 6-0. Il giudizio della USTA è duro, e va dritto nel profilo del giocatore. «Il ragazzo soffre di un’accentuata sensibilità all’alcool». Fine dei sogni? No, ma c’è voluto tempo. Tanta gavetta e tanti infortuni, tennis elbow, poi un problema al quadricipite. Otto mesi di stop tra il 2016 e il 2019. Tommy mette a frutto le soste forzate, decide di provarci ancora. L’alcool è solo un ricordo. Il 2020 è l’anno delle qualificazioni. Il 2021 quello dell’ingresso nei primi cento. Che la carriera abbia inizio, finalmente… È la prima volta che incontra Djokovic. La regola da seguire è quella di non strafare, di non farsi prendere dalla smania di firmare l’impresa. I colpi ci sono, sarà il campo a dire se riusciranno a penetrare le difese del serbo. Ottimo servizio, dritto pesante, Tommy Paul è giocatore riflessivo, sa cogliere il momento per tentare qualche utile variazione. Ma l’altro è l’ultimo dei campioni della vecchia classe dirigente e ha una risposta per tutto. «E’ un match da vivere al meglio, senza particolari angosce. Voglio godermi ogni minuto del confronto contro un avversario fenomenale. Me lo sono guadagnato, in fondo». […] Djokovic non ha problemi, ha trovato la forma migliore, i guai muscolari sono un ricordo e gli ultimi due incontri sono stati esenti da errori. I problemi gli vengono dai familiari, dal padre Srdjan nella fattispecie. Le foto con i russi che inneggiano a Putin e alla guerra, con le “zeta” sulle magliette e sulle bandiere (la polizia è intervenuta, ma sono riusciti ugualmente a farsi sentire) stanno facendo il giro del web. «Lunga vita ai russi», sembra sia stato il suo saluto. È putiniano, papà Djokovic, e non avevamo eccessivi dubbi che lo fosse. Ma è sicuro di aver fatto bene a metterlo in piazza? Il figlio frequenta uno spogliatoio dove i tennisti ucraini non mancano, e dove tutti – i russi per primi – sono schierati per la pace. Nole la pensa come il padre? Da ieri il dubbio è legittimo.

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