Davis ’76: “Fu un’impresa, ma l’Italia non lo capì” (Crivelli). L’orologio della Coppa Davis (Azzolini). Una vittoria costruita 10 anni prima a Formia (Bertolucci)

Rassegna stampa

Davis ’76: “Fu un’impresa, ma l’Italia non lo capì” (Crivelli). L’orologio della Coppa Davis (Azzolini). Una vittoria costruita 10 anni prima a Formia (Bertolucci)

Pubblicato

il

Davis ’76: “Fu un’impresa, ma l’Italia non lo capì” (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Dopo quarant’anni dopo è ancora uno dei successi più luminosi della storia sportiva azzurra. Ripensandoci, il lustro perenne dell’unica nostra vittoria in Coppa Davis, rende ancora più grande l’impresa di Nicola Pietrangeli, il capitano, e dei suoi quattro formidabili ragazzi: Panatta, Barazzutti, Bertolucci e Zugarelli. Perché quella trasferta in un paese che stava vivendo l’epoca drammatica di una feroce dittatura spaccò sul serio l’Italia della politica e rischiò di privarci di una gioia senza tempo.

 

Pietrangeli, cosa successe dal momento in cui si seppe che la finale era contro il Cile?

Un gran caos, e ognuno pensava di possedere la verità. Panatta, Bertolucci e Zugarelli erano all’estero, così i primi a metterci la faccia fummo io e Barazzutti. Dissi subito che l’eventuale decisione di non giocare sarebbe stata stupida e scellerata, che la politica non poteva fermare lo sport e che trent’anni dopo nessuno si sarebbe più ricordato del Cile e di Pinochet, ma solo della vittoria. E lasciare che sulla Coppa ci fosse il nome di un’altra squadra perché ci eravamo rifiutati di andare là era da irresponsabili. Per questo, se il successo sul campo è stato solo dei ragazzi, io ritengo di non dover dividere con nessuno il merito di aver ottenuto che giocassimo.

Si rischiò davvero di non andare a Santiago?

Le dico soltanto che Galgani, che qualche settimana dopo sarebbe diventato presidente della federazione, continuò a sostenere che se fosse già stato in carica avremmo rinunciato al viaggio. Poi ha passato tutta la carriera a vantarsi di essere stato, tra l’altro, il presidente della Davis.

Alla fine, pesò sulla scelta di giocare anche la considerazione che si trattava di un’occasione irripetibile, visto che l’Italia era nettamente favorita?

Avremmo condotto la battaglia anche di fronte a un pronostico chiuso, perché era una questione di principio. Poi è vero che eravamo molto più forti, ma in ogni caso non l’hai vinta fin quando non l’hai giocata. E, malgrado tutto, non sono mai riuscito a superare l’amarezza di quei giorni. Quello che successe fu una vergogna. Vincemmo la Davis e fummo costretti a tornare di nascosto, senza poter condividere quella gioia. Sportivamente, è stata una delle pagine più belle della nostra storia, ma come paese l’Italia fece una figura pessima.

Però, come lei aveva previsto, ora le polemiche non ci sono più e resta solamente il ricordo di una delle più esaltanti vittorie dello sport azzurro.

Appunto. Oggi si dà solo merito a una generazione fenomenale, che rese il tennis uno sport popolarissimo in tutta Italia. E qualcuno voleva impedirlo. Pazzesco. Quanto a me, le accuse che allora mi sono piovute addosso le lascio scivolare via: pochi sanno, ad esempio, che insieme al Partito Socialista, partecipai ad una manifestazione contro il boicottaggio americano dell’Olimpiade di Mosca. Perché a me dà fastidio che si intrometta la politica, di ogni colore.

Perché quella generazione-Davis e ancora irripetibile?

Perché puoi costruire buoni giocatori, ma il campione è figlio di una botta di fortuna. E nient’altro. Pensiamo agli Stati Uniti e all’Australia, che hanno dominato per decenni: da quella prospettiva, sono messi peggio di noi.

Qual è stata la dote più importante del Pietrangeli capitano?

In campo, saper aprire le bottigliette d’acqua e porgere l’asciugamano dalla parte giusta. Perché un capitano deve fare solo quello: se hai Messi, è inutile dirgli come deve giocare. Fuori dal campo è diverso: devi sapere gestire ragazzi che a un certo punto si credono dio. In Cile dissi loro che avrei parlato solo io: e ho tolto loro ogni responsabilità, isolandoli da una situazione difficile.

A quando la prossima Davis italiana?

Ahimé, mi sa che è un sogno proibito.

———————————————————-

L’orologio della Coppa Davis (Daniele Azzolini, L’Avvenire)

La Coppa fu celebrata con un orologio. Svizzero, di gran marca. Almeno, queste erano le richieste della squadra. Quando chiesero agli azzurri che cosa desiderassero per ricordare, e festeggiare l’impresa, vi fu addirittura una riunione. Alla fine, la decisione venne presa all’unanimità, e fu mandato avanti Adriano Panatta a trattare… Un orologio d’oro, con una scritta e la data della vittoria. 19 dicembre 1976. L’oro in questione non era il frutto di avidità né di una troppo alta considerazione di se stessi, che non erano certo i tratti di quei ragazzi nati da famiglie piccolo-borghesi. Adriano figlio del custode del Tennis Club Parioli, Corrado Barazzutti di un poliziotto, Paolo Bertolucci di un maestro di tennis, Tonino Zugarelli di un operaio che gli aveva insegnato ad accomodare e costruire, cosa che Tonino non ha mai smesso di fare, con quelle sue mani veloci ma prive del pollice destro, lasciato in un qualche lavoro svolto forse un po’ troppo di fretta. L’unico tennista che abbia impugnato la racchetta con quattro dita, e basterebbe questo a dire di che pasta erano fatti. Chissà se qualcuno di loro l’ha conservato, quell’orologio della Coppa Davis 1976, o se la polvere ha finito per occultarlo, come molti degli accadimenti di quei giorni di quarant’anni fa. Quella Coppa la vinse una squadra, una squadra vera, nata con l’idea che la Davis fosse se non tutto, certamente molto, una parte irrinunciabile della loro vita, da condividere con chi li aveva cresciuti fino a farli diventare tennisti veri, e sicuramente anche uomini. E da condividere con l’Italia, se solo qualcuno avesse ragionato in termini strettamente sportivi. Era come un Mondiale vinto nel calcio, e ancora oggi è l’unica vittoria che ha messo l’Italia del tennis davanti a tutti, in uno sport che non ci ha mai concesso dei numeri uno. Ma i Settanta furono anni diversi, se non altro per il fatto che le tante esigenze che si palesavano e si mischiavano fra loro – da un lato la voglia di cambiamento e dall’altro la preoccupazione di chi si chiedeva dove saremmo mai andati a finire – erano pensieri e dibattito quotidiano. Non erano imposte dall’alto, dal mercato, dalla tecnologia, dalla televisione. C’era la libertà di decidere come essere e dove andare, ed era bellissimo sentirsela addosso. Così, alla fine, se riviste con gli occhi degli azzurri, le molte polemiche che portarono l’Italia a un passo dalla rinuncia a giocare quella finale in Cile, a Santiago, sotto gli occhi stessi di Pinochet, dittatore sanguinario, non è difficile comprendere come apparissero fuori luogo. Erano atleti, volevano giocare e vincere e pensavano, con sincerità, che su quella Coppa d’argento il nome da incidere fosse Italia, e non Cile. Insomma, che fosse «più giusto», anche a futura memoria. Eppure aveva senso anche quel «Non si giocano volée con il boia Pinochet» che rese così difficile decidere il da farsi e portò l’Italia a un passo dal «no». Serviva una soluzione politica, come sempre quando le storie si attorcigliano e si rischia il peggio. Lo sbigottimento non è difficile trasformarlo in rabbia, e la rabbia in atti e parole pericolosi. Così stava avvenendo, fra un assalto alla sede della federtennis e telefonate minacciose a Pietrangeli, il capitano, che si spese in cento dibattiti televisivi in difesa del punto di vista «degli sportivi». Adriano Panatta era da settimane negli Stati Uniti, Barazzutti e Zugarelli in Argentina. Furono sfiorati dalla violenza del dibattito, ma non coinvolti. Adriano capì la mala parata quando Bambino, il suo factotum e guarda spalle a Firenze, l’avvisò che in città c’era chi gli avrebbe messo volentieri le mani addosso. Stava partendo, «ok», rispose a Bambino, «avvisali che sarà per un’altra volta, quando torno». L’aspetto curioso, alla fine, fu che quando la decisione politica prese forma, fra mille dibattiti, accuse, cortei, la soluzione fu l’esatta fotocopia del «pensiero sportivo». Fu Corvalan, il capo del partito comunista cileno a inviare una lettera a Berlinguer chiedendogli perché mai il Pci si stesse opponendo. Inviate qui i vostri atleti e i vostri giornalisti, fate in modo che vedano, che scrivano, e che vincano, fu il tono della missiva. Berlinguer capì; Andreotti non chiedeva di meglio, visti anche i contratti in atto fra i due Paesi, quelli sul rame in particolare; e l’Italia partì per il Cile. O meglio, Pietrangeli parti per il Cile. Sotto scorta. Dai voli nazionali, ché in quelli internazionali si temeva vi fossero contestatori. Gli altri si dettero appuntamento a Santiago. E vinsero, com’era normale che fosse. Era la più bella squadra che si potesse immaginare in uno sport che vive di individualismo, e il Cile di Fillol e di Cornejo non era all’altezza. Tre a zero in due giornate, la Coppa alzata dalle magliette rosse di Adriano e Paolo, gli altri intorno a festeggiare, poi in spalla, Belardinelli su tutti, padre tennistico e forse anche di più dei ragazzi. Pinochet non si fece vedere, i giornalisti non scrissero nulla di diverso dalle cronache sportive, e il regime sparpagliò intorno allo stadio un bel po’ di comparse pronte a recitare la parte dei cileni felici nel caso qualcuno avesse voluto sentire la «voce del popolo». Ma a distanza di 40 anni, c’è scritto Italia sulla Coppa. Il tennis entrò nelle case degli italiani, Panatta ne fu il portabandiera, i nuovi borghesi invasero i campi. Racchetta e crescita sociale. Arrivò anche l’orologio, ma non d’oro. Di acciaio. E non di gran marca. «Esagerati, non ci sono soldi da spendere», fu la risposta che ricevettero gli azzurri.

———————————————————-

Una vittoria costruita 10 anni prima a Formia (Paolo Bertolucci, La Gazzetta dello Sport)

Il trionfo di Santiago del 1976 fu il coronamento di un sogno nato dieci anni prima a Formia. Sotto la guida di Mario Belardinelli giocavamo per puro divertimento. Giravamo con pochi spiccioli in tasca ma con tanto entusiasmo e il desiderio di poter indossare la maglia azzurra. Lavoravamo duro, salendo un gradino alla volta. Poi, quasi senza renderci conto, diventammo una vera squadra, equilibrata nei due singolaristi, con un doppio capace di esaltarsi negli scontri più difficili e di uno specialista dei campi rapidi. La svolta fu la sconfitta in Sudafrica, lì capimmo che in pochi anni avremmo potuto puntare al bersaglio grosso. L’occasione si presentò nel ’76 ma per coronare il sogno dovemmo vincere due partite. Quella politica in Italia con il decisivo apporto di Pietrangeli e quella sportiva in Cile con i preziosi suggerimenti di Belardinelli. Alla fine centrammo l’obbiettivo, toccando il cielo con un dito. Ci aspettavamo una diversa accoglienza, al rientro in Italia, ma le polemiche politiche, non ancora sopite, ci costrinsero a un ritorno in sordina, senza riflettori e con pochi amici all’aeroporto. Niente e nessuno comunque ci potrà mai togliere quella gioia e quel titolo e ancora oggi il ricordo di quel giro di campo con la coppa mi procura il più bello dei ricordi.

Continua a leggere
Commenti

Rassegna stampa

Panatta analizza Sinner: “Destinazione Top10, ha margini nel dritto” (Canello)

La rassegna stampa del 22 febbraio 2020

Pubblicato

il

Panatta analizza Sinner: “Destinazione Top10, ha margini nel dritto” (Dimitri Canello, Corriere dell’Alto Adige)

Adriano Panatta, Jannik Sinner è uno dei tennisti più ambiziosi e forti della new generation e di questo spicchio di territorio. Che idea si è fatto di lui? «E molto ben seguito e allenato, è completo nei fondamentali. Ha tutte le carte in regola per poter entrare stabilmente nei primi dieci al mondo». Era riuscito a vincere il primo set per 6-i contro Medvedev a Marsiglia, poi ha ceduto. Che margini di miglioramento? «Fondamentalmente lo vedo completo, forse può migliorare un po’ nel dritto». Qual è stata la fortuna di Sinner secondo lei sinora? «Avere due genitori che non fanno parte del mondo del tennis e che stanno lasciando chi di dovere aiutare Jannik nel suo processo di crescita costante e concreto. […] Oltre a Sinner, crescono e ormai stazionano stabilmente fra i primi al mondo anche Fabio Fognini e Matteo Berrettini «[…] Fognini ha una mano eccezionale, gli è sempre mancato un po’ il servizio, che aiuta nei momenti in cui sei in difficoltà. A Berrettini vanno riconosciute tante qualità e dato tempo». Il suo intervento all’azienda padovana Elmo è stato apprezzato da imprenditori e dipendenti. Come mai la sua presenza nel Triveneto negli ultimi tempi è aumentata? «Vivo a Treviso da qualche anno con la mia fidanzata e l’anno scorso ho acquistato all’asta un club storico l’ex tennis Zambon di Treviso. Sto portando avanti tutti gli adempimenti burocratici per la ristrutturazione e per rilanciarlo in grande stile. Si tratta di un’area molto vasta, dove ci saranno otto campi da tennis e sette di paddle, una palestra e l’area fitness». Quanto crede in questo progetto? «E molto ambizioso, perché diventerà un centro propedeutico per l’avviamento al tennis. I lavori, se non ci saranno intoppi, si concluderanno entro marzo del 2021». Siamo alla generazione più forte dopo quella che la portò fino al 4 dell’Atp? «Siamo messi molto bene. Abbiamo 7-8 tennisti nei primi 100, Sinner, Fognini e Berrettini sono in buona compagnia, anche se è presto per fare bilanci».

Continua a leggere

Rassegna stampa

Borg jr: “Il consiglio di papà? Divertirmi” (Sonzogni). Giulia Gatto-Monticone: “Wimbledon, poi l’azzurro. Mai stata così in forma” (Mecca). Corrado Barazzutti: “Tennis, mare e casu marzu. Questa è la mia Sardegna” (Muretto)

La rassegna stampa di mercoledì 19 febbraio 2020

Pubblicato

il

Borg jr: “Il consiglio di papà? Divertirmi” (Cristian Sonzogni, Gazzetta dello Sport)

I capelli lunghi, che lo rendevano ancora più somigliante a papà Björn, li ha tagliati corti corti. Ma gli occhi azzurri e intensi, come il sorriso sornione, non si possono nascondere e sono proprio quelli di famiglia. Leo Borg, 16 anni, numero 103 del ranking juniores, ha esordito a Bergamo nel circuito dei professionisti, ha perso al primo turno del Challenger contro Tseng (cinese di Taipei, a segno per 6-3 6-1 in 46 minuti) […] Un figlio che è tanto legato al genitore quanto distante dalla storia che ha contribuito a scrivere, nonostante abbia interpretato il ruolo del giovane Björn nel film del 2017 che racconta la storica rivalità con McEnroe. «Non guardo i suoi vecchi match e le sue imprese – dice Leo del padre – nemmeno i video su Youtube. Non credo sia utile per me, non aggiungerebbe nulla a quello che so. Devo stare concentrato su me stesso. Che poi è quello che mi dice lui. Mi suggerisce di divertirmi, di imparare sempre qualcosa di nuovo ogni giorno». Lo ripete come un mantra, il piccolo Borg, che poi tanto piccolo non è, e ha già le spalle larghe del papà. Spalle che dovranno sopportare una pressione non indifferente, nel percorso che lo attende. «Certo che ne sono consapevole – spiega lui sereno – ma cosa posso farci? Nulla, non posso cambiare l’attenzione nei miei confronti, devo concentrarmi su ciò che è nel mio controllo». Il ragazzo dimostra di avere testa e, tutto sommato, pure talento. Nella (prevedibile) sconfitta contro Tseng si vede un rovescio che ricorda l’arma letale di Borg senior, ma si vede anche un repertorio nel suo complesso all’altezza. Il difficile sta nei dettagli, in quelle cose che non si notano ma fanno la differenza. «Nel servizio – continua – devo migliorare tanto, e così nel gioco di gambe. Il rovescio sì, è il mio punto di forza, ma per diventare professionista e raggiungere i top players serve continuità». Sembra un po’ di sentire Rafa Nadal nei suoi 16 anni, quando ciò che stupiva del maiorchlno, più ancora del tennis, era la capacità di calarsi con piena consapevolezza nel ruolo di futuro campione. «Rafa, in effetti, è il mio modello – conferma – perché per lui ogni “quindici” conta allo stesso modo, e ogni partita non è mai finita fino all’ultimo punto. Un esempio». Mentre il padre è una presenza importante, senza poter essere un punto di riferimento: «Lo sento ogni giorno, mi dà consigli, mi segue. Ma poi in campo ci vado io» […]

Giulia Gatto-Monticone: “Wimbledon, poi l’azzurro. Mai stata così in forma” (Giorgia Mecca, Corriere Torino)

[…] Giulia Gatto-Monticone, a pochi giorni dal suo esordio vincente in Fed Cup, è già pronta per partire per il Sudamerica dove giocherà ad Acapulco e Monterrey. Tra una trasferta e l’altra vuole tenersi stretta ancora per un po’ la sua prima esperienza in nazionale […] Che cosa si prova a giocare per l’Italia? «In campo per fortuna ci si dimentica di tutto e si pensa soltanto a colpire la pallina. Ero più tesa a tifare per Camila, Elisabetta e Jasmine. La tensione si avverte, non stai giocando solo per te, ma per le tue compagne e per il tuo Paese, una sensazione insolita per noi tenniste, abituate a soffrire in solitudine». Si aspettava la convocazione? «Non ci speravo più. Negli anni scorsi c’era un gruppo consolidato e io mi sentivo fuori dai giochi, avevo paura fosse troppo tardi. Sapevo che Tathiana credeva in me, ma pure che la sua fiducia da sola non sarebbe bastata, dovevo dimostrare di meritarla». Nel 2019 lo ha dimostrato eccome: esordio in uno Slam, best ranking (numero 140 al mondo) e poi Wimbledon contro Serena Williams. «Tutti si ricordano di Serena, in realtà per fortuna ci sono molti altri momenti che mi hanno fatto pensare: “Wow, si stanno finalmente unendo i puntini”. Il debutto a Parigi è stato l’inizio di tutto, poi c’è la vittoria in Giappone, Londra, il giro di campo che mi hanno fatto fare la mattina della partita, il cerimoniale da imparare e rispettare». L’ha rispettato? «No, la regola impone che alla fine della partita i due giocatori debbano fermarsi e uscire insieme dal campo. Io me n’ero dimenticata. E stata Serena a fermarmi e a dirmi di aspettare, che dovevamo uscire insieme». Il prossimo luglio sarà più abituata. «L’anno scorso era tutto nuovo. Quello, in particolare, è stato un pomeriggio lungo. Alla fine della partita stavo scrivendo un messaggio al mio compagno Tommaso (Tozzo, il suo coach), avevo gli occhi sul cellulare e non mi sono accorta che davanti a me c’era Kate Middleton che voleva farmi i complimenti». […] E l’obiettivo per il 2020? «Entrare tra le prime cento del mondo». […] Quindi ha rivisto la partita sull’erba di Wimbledon? «Tantissime volte. Alla fine del torneo consegnano a tutti i giocatori una chiavetta usb con alcune foto e i video integrali della partita. La conservo come fosse un trofeo». Pensieri sul ritiro? «Mai. Sarebbe fuori luogo. Non sono mai stata così in forma in tutta la mia vita».

Corrado Barazzutti: “Tennis, mare e casu marzu. Questa è la mia Sardegna” (Roberto Muretto, Nuova Sardegna)

Da giocatore aveva il diavolo in corpo. Da capitano non giocatore della nazionale di tennis (dal 2001) è diventato una persona quasi flemmatica. Corrado Barazzutti, nato a Udine 66 anni fa, è stato anche n. 7 al mondo, seconda migliore classifica ATP di un tennista italiano dall’introduzione del sistema di calcolo computerizzato, dopo Adriano Panatta, 4 nel 76 […] Ha ricordi legati all’isola come giocatore? «Forse ho partecipato a qualche torneo over 35. Non mi viene in mente altro». E come ct in Coppa Davis? «Per fortuna tutti belli. Tante volte abbiamo giocato qui e abbiamo sempre vinto». Ci racconta di lei e il presidente Binaghi, cagliaritano? «Una collaborazione iniziata tanto tempo fa. Con Angelo quando presidente federale era Galgani ci incontravamo al mare, parlavamo di fare qualcosa per cambiare federazione. Lui è stato prima consigliere, io sono arrivato come tecnico, poi promosso capitano non giocatore. Tra di noi c’è stima reciproca e amicizia. Abbiamo fatto tutti insieme un gran lavoro e cambiato il volto della Fit, ottenendo risultati che forse sono andati oltre le aspettative. Se dopo 20 anni sono ancora qui vuol dire che il lavoro è stato apprezzato» […] Binaghi recentemente ha detto che da anni la Sardegna non ha un giocatore di livello, perché secondo lei? «Senza conoscere bene la situazione è difficile dare delle risposte. Bisogna capire che lavoro si fa. Certe volte si fanno ottime cose e non si ottengono grandi risultati. Non dipende solo dalla capacità dei maestri ma anche dal materiale che hai a disposizione» […] Le piace la nuova formula della Coppa Davis? «Secondo me andrebbe rivista. Troppe squadre in un’unica sede… rischi che gli incontri vengano giocati a notte fonda. Io sono della vecchia scuola ma questo non vuol dire che non sia per i cambiamenti». Ai suoi tempi si giocava al meglio dei cinque set. «Portarla al meglio dei tre set ha per certi versi sminuito la manifestazione. Capisco che i tempi sono cambiati, le necessità sono diverse, la televisione vuole la sua parte. Però il fascino della Davis era quello che i pronostici contavano poco e spesso venivano sovvertiti. Se potessi decidere io tornerei alla vecchia formula». Tutti dicono che con la Corea del Sud sarà facile. Ma… «Non è vero. Se uno va a vedere i giocatori coreani e i risultati che hanno ottenuto ultimamente non mi pare si possa dire così. Nello sport nulla è semplice. Sarà un match da affrontare con determinazione. Noi non sottovalutiamo nessuno e sappiamo che anche in questa occasione bisognerà dare il massimo». Sinner lo convoca? «Lo saprete il giorno che darò l’elenco dei convocati. Stiamo parlando di un ragazzo interessante, dalle enormi potenzialità. Insieme a Berrettini e Sonego rappresenta il futuro del nostro tennis. Per Sinner prevedo un futuro grandioso, è un predestinato. Ha la testa giusta per giocare ad alti livelli e lo sta dimostrando». Ma forse non lo convoca. «Vedremo. Non è corretto anticipare i nomi dei giocatori. Prima di dirlo ai giornalisti devo informare loro». Sarà la volta buona per tornare ad alzare una Coppa che l’Italia ha vinto 44 anni fa, con lei in campo? «Speriamo, posso augurarmelo. Io ho avuto la soddisfazione di vincerla ed è stata una emozione fortissima. Sarebbe bello riuscirci anche da capitano. Ma sappiamo che la strada è lunga e anche molto molto complicata. Di sicuro siamo consapevoli delle nostre potenzialità e vogliamo esprimerlo al top» […]

 

Continua a leggere

Rassegna stampa

Provaci ancora Kim. Un set da campionessa (Semeraro)

La rassegna stampa di martedì 18 febbraio 2020

Pubblicato

il

Provaci ancora Kim. Un set da campionessa (Stefano Semeraro, Corriere dello Sport)

Sul 2-0 per Kim Clijsters nel tie-break del secondo set, a tremare non è stata solo Garbine Muguruza: la ex numero 1 del mondo, la finalista degli ultimi Australian open, e soprattutto l’avversaria di Kim nel primo turno del torneo Wta di Dubai. Ha tremato un po’ tutto il tennis femminile. Perché se alla Clijsters, che non giocava un match ufficiale dagli Us Open del 2012, che è mamma di tre figli e si porta dietro tutte le ruggini di una lunga inattività – compreso qualche chilo di troppo – fosse riuscito di trascinare la partita al terzo set (il primo lo aveva incamerato per 6-2 la spagnola) e magari di piazzare il colpaccio, beh, un paio di generazioni tennistiche di sue eredi, ammettiamolo, non ci avrebbero fatto una grande figura […] L’istinto agonistico, le geometrie impeccabili, le botte anticipate diritto e rovescio – quando può colpire da ferma – sono ancora lì; e persino un abbozzo delle sue famose ‘spaccate’. Quello che manca è la mobilità, altrimenti per la Muguruza sarebbero stati guai più seri […] «Penso che sia stata una partita speciale – ha detto Garbine, visibilmente sollevata – perché non sapevo come avrebbe giocato Kim. So che può farlo in maniera incredibile, e a tratti ci è riuscita, specie nel secondo set. È stato un match equilibrato. E divertente da giocare, contro una grandissima campionessa». Nella sua prima carriera, fra un ritiro e un rientro, la ex numero 1 del mondo belga aveva vinto 41 titoli, compresi quattro Slam, tre dopo essere diventata mamma, guadagnandosi già un posto nella Hall of Fame del tennis. Vederla staccarsi dalla storia del tennis per rientrare in campo è affascinante e inquietante insieme, ma vale la pena capire fin dove mamma Kim potrà arrivare giocando contro tenniste che – vedi la quindicenne Coco Gauff – potrebbero essere sue figlie […]

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement