Davis ’76: “Fu un’impresa, ma l’Italia non lo capì” (Crivelli). L’orologio della Coppa Davis (Azzolini). Una vittoria costruita 10 anni prima a Formia (Bertolucci)

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Davis ’76: “Fu un’impresa, ma l’Italia non lo capì” (Crivelli). L’orologio della Coppa Davis (Azzolini). Una vittoria costruita 10 anni prima a Formia (Bertolucci)

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Davis ’76: “Fu un’impresa, ma l’Italia non lo capì” (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Dopo quarant’anni dopo è ancora uno dei successi più luminosi della storia sportiva azzurra. Ripensandoci, il lustro perenne dell’unica nostra vittoria in Coppa Davis, rende ancora più grande l’impresa di Nicola Pietrangeli, il capitano, e dei suoi quattro formidabili ragazzi: Panatta, Barazzutti, Bertolucci e Zugarelli. Perché quella trasferta in un paese che stava vivendo l’epoca drammatica di una feroce dittatura spaccò sul serio l’Italia della politica e rischiò di privarci di una gioia senza tempo.

 

Pietrangeli, cosa successe dal momento in cui si seppe che la finale era contro il Cile?

Un gran caos, e ognuno pensava di possedere la verità. Panatta, Bertolucci e Zugarelli erano all’estero, così i primi a metterci la faccia fummo io e Barazzutti. Dissi subito che l’eventuale decisione di non giocare sarebbe stata stupida e scellerata, che la politica non poteva fermare lo sport e che trent’anni dopo nessuno si sarebbe più ricordato del Cile e di Pinochet, ma solo della vittoria. E lasciare che sulla Coppa ci fosse il nome di un’altra squadra perché ci eravamo rifiutati di andare là era da irresponsabili. Per questo, se il successo sul campo è stato solo dei ragazzi, io ritengo di non dover dividere con nessuno il merito di aver ottenuto che giocassimo.

Si rischiò davvero di non andare a Santiago?

Le dico soltanto che Galgani, che qualche settimana dopo sarebbe diventato presidente della federazione, continuò a sostenere che se fosse già stato in carica avremmo rinunciato al viaggio. Poi ha passato tutta la carriera a vantarsi di essere stato, tra l’altro, il presidente della Davis.

Alla fine, pesò sulla scelta di giocare anche la considerazione che si trattava di un’occasione irripetibile, visto che l’Italia era nettamente favorita?

Avremmo condotto la battaglia anche di fronte a un pronostico chiuso, perché era una questione di principio. Poi è vero che eravamo molto più forti, ma in ogni caso non l’hai vinta fin quando non l’hai giocata. E, malgrado tutto, non sono mai riuscito a superare l’amarezza di quei giorni. Quello che successe fu una vergogna. Vincemmo la Davis e fummo costretti a tornare di nascosto, senza poter condividere quella gioia. Sportivamente, è stata una delle pagine più belle della nostra storia, ma come paese l’Italia fece una figura pessima.

Però, come lei aveva previsto, ora le polemiche non ci sono più e resta solamente il ricordo di una delle più esaltanti vittorie dello sport azzurro.

Appunto. Oggi si dà solo merito a una generazione fenomenale, che rese il tennis uno sport popolarissimo in tutta Italia. E qualcuno voleva impedirlo. Pazzesco. Quanto a me, le accuse che allora mi sono piovute addosso le lascio scivolare via: pochi sanno, ad esempio, che insieme al Partito Socialista, partecipai ad una manifestazione contro il boicottaggio americano dell’Olimpiade di Mosca. Perché a me dà fastidio che si intrometta la politica, di ogni colore.

Perché quella generazione-Davis e ancora irripetibile?

Perché puoi costruire buoni giocatori, ma il campione è figlio di una botta di fortuna. E nient’altro. Pensiamo agli Stati Uniti e all’Australia, che hanno dominato per decenni: da quella prospettiva, sono messi peggio di noi.

Qual è stata la dote più importante del Pietrangeli capitano?

In campo, saper aprire le bottigliette d’acqua e porgere l’asciugamano dalla parte giusta. Perché un capitano deve fare solo quello: se hai Messi, è inutile dirgli come deve giocare. Fuori dal campo è diverso: devi sapere gestire ragazzi che a un certo punto si credono dio. In Cile dissi loro che avrei parlato solo io: e ho tolto loro ogni responsabilità, isolandoli da una situazione difficile.

A quando la prossima Davis italiana?

Ahimé, mi sa che è un sogno proibito.

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L’orologio della Coppa Davis (Daniele Azzolini, L’Avvenire)

La Coppa fu celebrata con un orologio. Svizzero, di gran marca. Almeno, queste erano le richieste della squadra. Quando chiesero agli azzurri che cosa desiderassero per ricordare, e festeggiare l’impresa, vi fu addirittura una riunione. Alla fine, la decisione venne presa all’unanimità, e fu mandato avanti Adriano Panatta a trattare… Un orologio d’oro, con una scritta e la data della vittoria. 19 dicembre 1976. L’oro in questione non era il frutto di avidità né di una troppo alta considerazione di se stessi, che non erano certo i tratti di quei ragazzi nati da famiglie piccolo-borghesi. Adriano figlio del custode del Tennis Club Parioli, Corrado Barazzutti di un poliziotto, Paolo Bertolucci di un maestro di tennis, Tonino Zugarelli di un operaio che gli aveva insegnato ad accomodare e costruire, cosa che Tonino non ha mai smesso di fare, con quelle sue mani veloci ma prive del pollice destro, lasciato in un qualche lavoro svolto forse un po’ troppo di fretta. L’unico tennista che abbia impugnato la racchetta con quattro dita, e basterebbe questo a dire di che pasta erano fatti. Chissà se qualcuno di loro l’ha conservato, quell’orologio della Coppa Davis 1976, o se la polvere ha finito per occultarlo, come molti degli accadimenti di quei giorni di quarant’anni fa. Quella Coppa la vinse una squadra, una squadra vera, nata con l’idea che la Davis fosse se non tutto, certamente molto, una parte irrinunciabile della loro vita, da condividere con chi li aveva cresciuti fino a farli diventare tennisti veri, e sicuramente anche uomini. E da condividere con l’Italia, se solo qualcuno avesse ragionato in termini strettamente sportivi. Era come un Mondiale vinto nel calcio, e ancora oggi è l’unica vittoria che ha messo l’Italia del tennis davanti a tutti, in uno sport che non ci ha mai concesso dei numeri uno. Ma i Settanta furono anni diversi, se non altro per il fatto che le tante esigenze che si palesavano e si mischiavano fra loro – da un lato la voglia di cambiamento e dall’altro la preoccupazione di chi si chiedeva dove saremmo mai andati a finire – erano pensieri e dibattito quotidiano. Non erano imposte dall’alto, dal mercato, dalla tecnologia, dalla televisione. C’era la libertà di decidere come essere e dove andare, ed era bellissimo sentirsela addosso. Così, alla fine, se riviste con gli occhi degli azzurri, le molte polemiche che portarono l’Italia a un passo dalla rinuncia a giocare quella finale in Cile, a Santiago, sotto gli occhi stessi di Pinochet, dittatore sanguinario, non è difficile comprendere come apparissero fuori luogo. Erano atleti, volevano giocare e vincere e pensavano, con sincerità, che su quella Coppa d’argento il nome da incidere fosse Italia, e non Cile. Insomma, che fosse «più giusto», anche a futura memoria. Eppure aveva senso anche quel «Non si giocano volée con il boia Pinochet» che rese così difficile decidere il da farsi e portò l’Italia a un passo dal «no». Serviva una soluzione politica, come sempre quando le storie si attorcigliano e si rischia il peggio. Lo sbigottimento non è difficile trasformarlo in rabbia, e la rabbia in atti e parole pericolosi. Così stava avvenendo, fra un assalto alla sede della federtennis e telefonate minacciose a Pietrangeli, il capitano, che si spese in cento dibattiti televisivi in difesa del punto di vista «degli sportivi». Adriano Panatta era da settimane negli Stati Uniti, Barazzutti e Zugarelli in Argentina. Furono sfiorati dalla violenza del dibattito, ma non coinvolti. Adriano capì la mala parata quando Bambino, il suo factotum e guarda spalle a Firenze, l’avvisò che in città c’era chi gli avrebbe messo volentieri le mani addosso. Stava partendo, «ok», rispose a Bambino, «avvisali che sarà per un’altra volta, quando torno». L’aspetto curioso, alla fine, fu che quando la decisione politica prese forma, fra mille dibattiti, accuse, cortei, la soluzione fu l’esatta fotocopia del «pensiero sportivo». Fu Corvalan, il capo del partito comunista cileno a inviare una lettera a Berlinguer chiedendogli perché mai il Pci si stesse opponendo. Inviate qui i vostri atleti e i vostri giornalisti, fate in modo che vedano, che scrivano, e che vincano, fu il tono della missiva. Berlinguer capì; Andreotti non chiedeva di meglio, visti anche i contratti in atto fra i due Paesi, quelli sul rame in particolare; e l’Italia partì per il Cile. O meglio, Pietrangeli parti per il Cile. Sotto scorta. Dai voli nazionali, ché in quelli internazionali si temeva vi fossero contestatori. Gli altri si dettero appuntamento a Santiago. E vinsero, com’era normale che fosse. Era la più bella squadra che si potesse immaginare in uno sport che vive di individualismo, e il Cile di Fillol e di Cornejo non era all’altezza. Tre a zero in due giornate, la Coppa alzata dalle magliette rosse di Adriano e Paolo, gli altri intorno a festeggiare, poi in spalla, Belardinelli su tutti, padre tennistico e forse anche di più dei ragazzi. Pinochet non si fece vedere, i giornalisti non scrissero nulla di diverso dalle cronache sportive, e il regime sparpagliò intorno allo stadio un bel po’ di comparse pronte a recitare la parte dei cileni felici nel caso qualcuno avesse voluto sentire la «voce del popolo». Ma a distanza di 40 anni, c’è scritto Italia sulla Coppa. Il tennis entrò nelle case degli italiani, Panatta ne fu il portabandiera, i nuovi borghesi invasero i campi. Racchetta e crescita sociale. Arrivò anche l’orologio, ma non d’oro. Di acciaio. E non di gran marca. «Esagerati, non ci sono soldi da spendere», fu la risposta che ricevettero gli azzurri.

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Una vittoria costruita 10 anni prima a Formia (Paolo Bertolucci, La Gazzetta dello Sport)

Il trionfo di Santiago del 1976 fu il coronamento di un sogno nato dieci anni prima a Formia. Sotto la guida di Mario Belardinelli giocavamo per puro divertimento. Giravamo con pochi spiccioli in tasca ma con tanto entusiasmo e il desiderio di poter indossare la maglia azzurra. Lavoravamo duro, salendo un gradino alla volta. Poi, quasi senza renderci conto, diventammo una vera squadra, equilibrata nei due singolaristi, con un doppio capace di esaltarsi negli scontri più difficili e di uno specialista dei campi rapidi. La svolta fu la sconfitta in Sudafrica, lì capimmo che in pochi anni avremmo potuto puntare al bersaglio grosso. L’occasione si presentò nel ’76 ma per coronare il sogno dovemmo vincere due partite. Quella politica in Italia con il decisivo apporto di Pietrangeli e quella sportiva in Cile con i preziosi suggerimenti di Belardinelli. Alla fine centrammo l’obbiettivo, toccando il cielo con un dito. Ci aspettavamo una diversa accoglienza, al rientro in Italia, ma le polemiche politiche, non ancora sopite, ci costrinsero a un ritorno in sordina, senza riflettori e con pochi amici all’aeroporto. Niente e nessuno comunque ci potrà mai togliere quella gioia e quel titolo e ancora oggi il ricordo di quel giro di campo con la coppa mi procura il più bello dei ricordi.

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Fognini-Berrettini, falsa partenza (Scanagatta). Fognini e Berrettini subito al tappeto. La Davis è in salita (Cocchi). Che fine ha fatto Fabio, il divo di Montecarlo? (Clerici)

La rassegna stampa di martedì 19 novembre 2019

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Fognini-Berrettini, falsa partenza. Una Davis a rischio Usa e getta (Ubaldo Scanagatta, Giorno – Carlino – Nazione)

Non è cominciata per nulla bene l’avventura italiana a Madrid per la nuova Coppa Davis che riunisce nella Caja Magica le squadre di 18 Paesi con la società Kosmos del calciatore del Barcellona Piqué che ha promesso un investimento di 3 miliardi in 25 anni. Il Canada conduce 2- 0 dopo i due singolari e prima del doppio iniziato nella tarda serata di ieri, ma comunque ininfluente sull’esito finale. L’Italia esordiva ieri col Canada che, causa l’indisponibilità di Raonic e la caviglia malandata di Auger-Aliassime, sembrava sfavorita contro gli azzurri che schieravano Berrettini n.8 e Fognini n.12. Il capitano canadese Dancevic ha preso un rischio schierando nel primo singolare il doppista Pospisil, che in classifica di singolare è soltanto n.150. Ma il rischio ha pagato perché Pospisil, alto un metro e 93 per 88 kg, serve mediamente 30 km orari più forte di Fognini e su questo velocissimo campo intitolato a Aranxta Sanchez (3500 spettatori la capienza ed era bello pieno) ha quasi sempre comandato gioco e punteggio. 4-1 nel primo set, prima che Fognini risalisse a 4 pari e sul 5-5 si procurasse 3 pallebreak consecutive. Due belle battute del canadese e un errore gratuito di Fabio (che dava la sensazione di essere claudicante) hanno fatto sfumare quelle opportunità, con Fognini furibondo che ha lanciato una palla in tribuna rimediando l’inevitabile ammonizione. E al successivo tiebreak Pospisil ha sempre condotto per chiuderlo 7 punti a 5. Un solo break, avvenuto sul 5 pari, e anche il secondo set è stato appannaggio di Pospisil. Molto più bello e combattuto il secondo match, caratterizzato dall’assenza di break. Berrettini ne ha avute 3 – che erano setpoint sul 5-4 del primo set poi perso – e Shapovalov 7, tutte annullate. Ha vinto Shapovalov, n.15 del mondo, su Berrettini con tre set conclusi al tiebreak, 7-6(5) 6-7(3) 7-6(5). L’Italia dovrà giocare mercoledì contro gli USA di Fritz e Tiafoe (o Opelka) e dei doppisti Sock e Querrey.

Fognini e Berrettini subito al tappeto. La Davis è in salita (Federica Cocchi, Gazzetta dello Sport)

E dire che dopo aver eliminato Gael Monfils volevamo tutti così bene a Denis Shapovalov. Aveva dato una spintarella al destino mandando Matteo Berrettini nel paradiso delle ATP Finals, però il karma esiste. E le gufate contro il povero francese sono tornate indietro come un boomerang decapitando le velleità dell’Italia in Coppa Davis. Perde Fabio Fognini contro Vasek Pospisil messo all’ultimo al posto di Felix Auger Aliassime, perde Matteo Berrettini contro Denis Shapovalov. Il canadese, da quando ha cambiato guida tecnica passando a Mikhail Youzhny, è cresciuto esponenzialmente ritrovando potenza, elasticità e gioia di giocare che sembrava aver perso. E così Berrettini si ritrova a ringraziare per il favore di Bercy nel modo più doloroso; mentre l’Italia si lecca le ferite a quota zero punti in classifica nel Gruppo F. Si ribaltano così le prospettive del capitano Barazzutti e della squadra più forte, sulla carta, degli ultimi anni. Con il numero 8 e il numero 12 al mondo si pensava a ben altro epilogo, ma le forze fresche canadesi si sono fatte pesantemente valere sul gruppo azzurro, arrivato a fine stagione con le sue bocche da fuoco prosciugate da una lunga serie di risultati positivi: «I ragazzi sono molto stanchi come è normale che sia a questo punto dell’anno — diceva Barazzutti — ma sanno di dover fare un ultimo sforzo e si sono messi a disposizione con entusiasmo». Non c’è tempo di piangersi addosso, non tutto è perduto e bisogna ricompattare le forse fisiche e mentali per presentarsi alla sfida di domani contro gli Stati Uniti al massimo della solidità fisica e mentale. Oggi il Canada di Shapovalov (e Aliassime?) affronterà gli Stati Uniti che hanno in Taylor Fritz e nel gigante Opelka i numeri uno e due, ma che possono contare anche su Querrey e Tiafoe, oltre a un Sock riconvertito in doppista di lusso. Qualora gli Usa battessero il Canada e gli azzurri superassero gli Usa, allora si riaprirebbe tutto e si andrebbe a contare il quoziente match e set. Ma è necessaria una reazione immediata […] A Berrettini non si poteva chiedere di più, onestamente. Sceso dalla scaletta dell’aereo da Londra e catapultato agli allenamenti, ben felice di farlo, l’azzurro era reduce dal sogno della prima vittoria alle Finals, primo italiano di sempre a riuscirci: «Sto ancora cavalcando l’onda – diceva prima del match -. Sono super fiero ed orgoglioso di quanto ho fatto in questo 2019, ma la maglia azzurra ti dà sempre motivazioni extra» […] L’unico del team azzurro ad avere la forza di dire qualcosa dopo il 2-0 è Umberto Rianna, nello staff di Matteo Berrettini insieme allo storico coach Vincenzo Santopadre. Parole di conforto per il romano che a 23 anni è arrivato a chiudere la stagione da numero 8 del mondo: «Non c’è molto da dire, Matteo è arrivato un po’ prosciugato da tutte le emozioni che ha vissuto a Londra – è il commento del tecnico azzurro -. È sceso in campo e ha dato fondo a tutte le energie che gli rimanevano, per questo deve uscire dal campo a testa alta. I set point? Sarebbe sbagliato adesso recriminare su un punto o due, è stata una grande partita». Peccato solo per il risultato.

Che fine ha fatto Fabio, il divo di Montecarlo? (Gianni Clerici, Repubblica)

Se posso così chiamarlo, ho visto un match tra un finto giocatore di doppio e uno finto di singolare. Pospisil nel primo caso, Fognini nel secondo […] Il povero Fognini giocava già in difesa da quando serviva: mai un ace, mai un serve and volley. Subiva. Chissà dove si era nascosto il Fognini di Montecarlo. Chissà dov’era il Fognini patriota che, dalla Davis, ha sempre tratto il suo meglio. Un Fognini così ammirato dell’avversario, così passivo non lo ricordo, tanto da far apparire Pospisil un grande doppista in una occasionale giornata di singolare. Con il servizio, seguito poi da discese a rete e da volèe definitive, da grande giocatore di volo, che avrebbe voluto essere o diventare. Ma che non è mai stata e che mai non sarà, eccettuata la giornata odierna.

 

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Tsitsi… boom (Crivelli). È cominciata l’era di Tsitsipas (Marcotti). Italia d’assalto per la nuova Davis (Scanagatta). Sinner si gode il trionfo in casa (Crivelli). Il rovescio a una mano che non insegnano più (Clerici)

La rassegna stampa di lunedì 18 novembre 2019

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Tsitsi…boom. Apoteosi Finals (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Il Maestro di Atene. Con una filosofia assimilata fin da bambinetto, quando la racchetta che tieni in mano è più grande di te: «Io non guardo agli altri: io credo in me». Elegante come un dio greco, Tsitsipas batte Thiem e si proclama nuovo signore dell’Olimpo delle Finals, il sesto più giovane di sempre a 21 anni e tre mesi (il record è di McEnroe, 19 anni e 11 mesi nel 1978): ora sarà soltanto la storia a raccontare se si sarà trattato di una meteora oppure solo del primo passo verso l’eternità. In una finale del Masters tra due giocatori che non ci erano mai arrivati prima, il primo set finisce al tie break. Lo vince Thiem, anche se le occasioni più nitide per allungare sono del greco, ma da quel momento Dominator sparisce dal campo, tirando sempre lungo e con un servizio balbettante, e non ci rientra fino al sesto game del terzo set, quando strappa per la prima volta il servizio all’avversario agguantandolo sul 3-3. La conseguenza è un altro tie break, culmine di una partita intensa ma spettacolare a tratti, esaltata solo dai due rovesci a una mano: lì, 5 mini break figli di una tensione palpabile consegnano le chiavi del paradiso a Stefanos. Meritato: è stato più continuo e aggressivo, mentre Dominator rimane scornato da 40 gratuiti. Una prova di maturità per il biondo ateniese, il test di ingresso tra le stelle più luminose: «Non era facile gestire le emozioni di una partita così importante, è stata una battaglia e alla fine sono stato più solido. Penso che con Dominic ci rivedremo in altre finali di questo genere». Tradotto: gli Slam, il vero discrimine che separa ancora gli emergenti dai Big Three. Intanto, l’augurio è che il greco non si perda come Dimitrov e Zverev, i quali dopo il successo alle Finals (2017 e 2018) hanno avuto un’annata orribile. […]

E’ cominciata l’era di Tsitsipas. A 21 anni si è preso il Masters (Gabriele Marcotti, Corriere dello Sport)

 

Londra consacra il nuovo talento del tennis mondiale. Alla sua prima partecipazione alle ATP Finals, Stefanos Tsitsipas si laurea “maestro”, al termine di una lunga ed emozionante finale, vinta contro Dominic Thiem. Un battaglia epica, conclusa dopo oltre due ore e mezza, e risoltasi con la rimonta dell’astro nascente del tennis mondiale. Un exploit che suggella la sua crescita impressionante, dopo essere entrato nei primi 100 al mondo solo 2 anni fa, e aver vinto, almeno finora, solo tornei di importanza secondaria. «Onestamente non so come sia riuscito a vincere – le parole a caldo di Tsitsipas – è stato molto difficile gestire l’emozione di una partita così importante». Nel primo set dominano i servizi. […] Inevitabilmente, così, la frazione si trascina al tie-break che, al secondo set-point, Thiem si aggiudica in un’ora e sei minuti. Se il primo set era trascorso all’insegna dell’equilibrio, il secondo set si risolve in un monologo ininterrotto del 21enne greco che prende due break di vantaggio e chiude il set. Il terzo set si apre come si era chiuso il precedente, con Thiem costretto in difesa a limitare i danni. Tra break e controbreak si arriva al tiebreak finale. […] Qui Tsitsipas si porta subito avanti 4-1, prima di subire ancora una volta il ritorno dell’austriaco, ma gli ultimi tre punti del match – i più importanti della sua giovane carriera – sono i suoi. «E’ stata una lotta magnifica, mi sono sentito come sulle montagne russe, semplicemente incredibile. Voglio ringraziare i miei genitori che hanno reso possibile il mio sogno», le parole del neo-maestro, il primo campione greco di sempre. […]

Italia d’assalto per la nuova Davis (Ubaldo Scanagatta, La Nazione)

Dopo 118 anni la Coppa Davis cambia vita. La Finale in programma da oggi alla Caja Magica di Madrid non interesserà più solamente le due squadre finaliste, come è stato per più di un secolo, ma sarà un evento che coinvolgerà 18 nazioni tutte ugualmente in corsa per vincere la famosa “Insalatiera” del tennis. Foraggiata dai tre miliardi di dollari della società d’investimenti Kosmos, fondata dal calciatore Gerard Piqué, la Coppa Davis ha adottato questo nuovo formato per riconquistare i grandi nomi del tennis che ormai da anni la stavano disertando. A Madrid ci sarà il padrone di casa Rafael Nadal, che da pochi giorni si è assicurato per la quinta volta in carriera il primo posto della classifica alla fine dell’anno; ci sarà anche Novak Djokovic, che dopo aver inizialmente declinato ha deciso di partecipare.Assente invece Roger Federer, impegnato in un tour di esibizioni in Sud America in compagnia del suo “delfino” Alexander Zverev, con cui condivide il management. La squadra azzurra di capitan Barazzutti si presenta ai nastri di partenza con legittime ambizioni: condotta dal n. 8 Matteo Berrettini e dal n. 12 Fabio Fognini, la compagine italiana può contare anche su Lorenzo Sonego (n. 52), Andreas Seppi (n. 72, ma tanta esperienza) e il “nuovo” specialista del doppio Simone Bolelli. Ha preferito riposarsi invece Jannik Sinner, dopo aver vinto a Ortisei il terzo challenger dell’anno battendo l’austriaco Ofner 62 64. Grazie a questo exploit il tennista altoatesino di San Candido sarà oggi n.78 del mondo (da 96), unico diciottenne al mondo fra i primi 100. Un anno fa non era fra i primi 800. Con questa classifica sarà in tabellone sia all’Australian Open di gennaio, sia ai Masters 1000 di Indian Wells e Miami. Ieri al Masters di Londra Tsitsipas, 21 anni, ha battuto in finale l’austriaco Dominic Thiem, numero 5 del Mondo, con il punteggio di 6-7 (6), 6-2, 7-6 (4). […] Inserita nel girone F con Canada e Stati Uniti, a rigor di classifica l’Italia dovrebbe essere favorita per passare il turno e approdare ai quarti di finale a eliminazione diretta che si disputeranno a partire da giovedì: il Canada ha perso pochi giorni fa il suo giocatore più esperto, Milos Raonic, bloccato dall’ennesimo infortunio, e sarà guidata dai giovanissimi Shapovalov (20 anni, n. 15) ed Auger-Aliassime (19 anni, n. 21), mentre gli Stati Uniti non avranno il neo-papà Isner ma potranno contare sulle nuove leve Fritz (n. 32), Opelka (n. 33) e Tiafoe (n. 47) supportati dai più esperti Querrey (n. 44) e Sock (n. 119 in doppio). Esordio per l’Italia oggi alle 16 contro Canada, mercoledì 20 alle ore 18 la sfida Italia-Stati Uniti.

Sinner si gode il trionfo in casa senza perdere set. Ora è n. 78 (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Promessa a chi? A un ragazzo che in un anno ha guadagnato 684 posizioni in classifica (il 19 novembre 2018 era 762), che non si stanca di vincere nonostante una stagione spossante per il fisico e adesso pure per la testa, perché tutti lo vogliono e tutti lo cercano, che oggi diventerà il sesto miglior italiano nella classifica Atp, al numero 78, anche se ha giocato la prima partita nel circuito maggiore solo ad aprile? Jannik Sinner ormai è tutto questo e molto di più, sublimando ancora una volta la sua qualità migliore, che non è tecnica bensì di personalità: a poco più di 18 anni fa sembrare normale una scalata eccezionale. Dopo il trionfo alle Next Gen Finals di Milano, l’allievo di Riccardo Piatti avrebbe potuto tranquillamente godersi qualche giorno di vacanza, invece ha voluto saldare un debito d’onore con gli organizzatori, giocando il Challenger di Ortisei e dimostrando perché con la stoffa dei predestinati si nasce: una volta in campo, agli altri ha lasciato le briciole. […] Il coronamento di un anno straordinario: il 19 novembre di dodici mesi fa Jannik era 762 in classifica, a inizio 2019 si era migliorato fino a 553. Oggi, nel nuovo ranking, tra gli italiani avrà davanti soltanto Berrettini, Fognini, Sonego, Cecchinato e Seppi, gli ultimi due peraltro (che sono 71 e 72) distanti poco più di cento punti. I: obiettivo dichiarato dopo Milano, cioè di approdare tra i primi sessanta alla fine della prossima stagione – un lodevole tentativo di tenere un basso profilo – di questo passo rischia di essere vanificato in meglio già da gennaio, se Doha (da wild card) e poi gli Australian Open saranno nuovi terreni di caccia. […]

Il rovescio a una mano che non insegnano più (Gianni Clerici, La Repubblica)

Contriamente a quel che accade in ogni scuola di oggi, sono arrivati in finale del Masters due giocatori che usano un rovescio a una mano, invece che bimane. Tsitsipas e Thiem forse non a caso sono nati in due Paesi che non hanno mai avuto grandi campioni, con l’eccezione di Muster l’Austria, e di nessuno la Grecia. Il rovescio monomano del greco mi ha fatto venire in mente ieri, quanto a preparazione, l’apertura di un ombrello, per la semi-rotondità del movimento. Quello dell’austriaco è di semi-rotondità meno accentuata, infatti Thiem è più dirittomane che giocatore di rovescio. Rimane che i due sono tennisti a una mano, e simile partita non si vedeva più da tempo. A cominciare con un rovescio bimane fu per primo John Bromwich, Davis Cup australiano, e non si videro altri per alcuni anni. Seguì una schiera di monomania come Ken Rosewall, che forse ancora avrebbe il record dei tornei Slam, non avesse passato nove anni quando essere Pro non consentiva record. Venne poi, bimane, il grande Jimmy Connors, infine Bjorn Borg non tolse la mano sinistra da quella che era stata una presa insegnata a un bravo bambino svedese per giocare a hockey su ghiaccio. Il più saggio fu Mats Wilander, che a metà carriera da bimane divenne bimane a metà, avendo scoperto che per attaccare va meglio un rovescio tagliato, e per passare uno liftato. Adesso siamo al punto che nelle Scuole si insegna a tutti e sempre il rovescio bimane, perché due mani hanno più forza e controllo di una e perché tutti i campioni più recenti facevano così. Con l’eccezione di Tsitsipas e Thiem. Sarà proprio perché sono nati in Paesi privi di grandi giocatori, nei quali non ci sono tradizioni.

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Federer pianto greco. Tsitsipas va in finale (Ferri). Finals delle novità. Tsitsipas o Thiem sarà la prima volta (Crivelli). Sinner vola, quarta finale nel 2019 (Cocchi). Tsitsipas da sogno, la resa di Federer (Marcotti)

La rassegna stampa di domenica 17 novembre 2019

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Federer pianto greco. Tsitsipas va in finale (Roberto Ferri, Nazione – Carlino – Giorno)

Per il terzo anno consecutivo Roger Federer, il Maestro dei Maestri, ha perso in semifinale a Londra. Era accaduto anche con Goffin nel 2017, con Zverev nel 2018 e ieri con Tsitsipas (63 64), dopo un match in cui, breakkato al secondo game del primo set e al terzo del secondo, è stato costretto sempre a inseguire. In finale Tsitsipas troverà oggi Thiem che ha battuto 75 63 Zverev. Sarà l’età? L’irrispettoso interrogativo nei confronti del mitico svizzero, alla fine di un anno in cui Nadal e Djokovic si sono divisi equamente i 4 Slam, avrebbe ragione di esistere soprattutto se lo svizzero non fosse arrivato due volte a un punto dal vincere Wimbledon.

(…)

 

Venerdì con Nadal Tsitsipas non era riuscito a conquistarsi neppure una pallabreak. Ieri il ragazzone ateniese ha strappato a Federer la battuta in tre occasioni e ha avuto anche una quarta chance. Lui ha risposto bene, ma Federer ha servito soltanto il 56% di prime palle. Contro Djokovic era stato il 73%. Una bella differenza. Pur con qualche errore di troppo da parte di Federer, spesso in ritardo e costretto a giocare un match difensivo, la partita è stata complessivamente intensa e bella, favorita anche dalla spettacolarità dei due rovesci a una mano. Sarebbe valso il prezzo del biglietto anche soltanto l’emozionante game di 22 punti che sul 5-3 ha permesso a Tsitsipas di difendere il servizio e di portare a casa il primo set al settimo setpoint. In quel game Federer aveva avuto due pallebreak per il 4-5. Le avesse trasformate si sarebbe rimesso magari in corsa.

(…)

Ma il miglior Federer avrebbe saputo trasformare qualche pallabreak in più – ne ha avute ben 12, ma gli è riuscito un solo break – soprattutto quando Tsitsipas (solo 6 ace, ma diversi prime battute efficaci) ha dovuto far ricorso alla seconda di servizio. Tsitsipas finalista al suo primo Masters, un anno fa aveva vinto a Milano il Next Gen come Jannik Sinner (oggi in finale al challenger di Ortisei contro l’austriaco Offner).

Finals delle novità. Tsitsipas o Thiem sarà la prima volta (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello sport)

Apollo verrà, avrà i capelli biondi e si siederà con autorevolezza al banchetto degli dei. Tsitsipas, dalla Grecia con furore: se batti Federer in due dei templi che ne hanno esaltato la grandezza immortale, prima gli Australian Open e poi le Finals, hai già cominciato a scolpire il tuo nome sulle colonne della storia. E’ il vento della freschezza, della gioventù e della novità, che ha portato al Masters due semifinalisti sotto i 23 anni (l’altro è Zverev) come non accadeva dal 2008 (e allora si trattava di Murray e Djokovic, noblesse oblige) e oggi cullerà verso il trionfo un vincitore inedito, un nuovo paese, un epigono della Next Gen come Stefanos oppure il più pronto e completo della generazione di mezzo, Dominator Thiem. Ma ci sono anche talento e personalità nell’uragano ateniese che strappa al Maestro di Basilea il sogno di un’undicesima finale e di una settima vittoria. In una sfida altalenante nello spettacolo ma sempre palpitante per i continui cambi di prospettiva, Tsitsipas e Federer si ritrovano a rivivere lo stesso match di gennaio a Melbourne, quando il Divino non sfruttò neppure una palla break su 12 e si arrese in quattro set al ragazzo, fresco del successo al Masters dei giovani a Milano (Sinner, ora tocca a te…). Stavolta Roger fa appena meglio, e su 12 palle break (ancora) ne converte una, quella che lo riporta in carreggiata nel quarto game del secondo set, ma le troppe occasioni mancate prima e dopo marchiano a fuoco il duello. (…)

E poi sbaglia troppo di dritto (17 gratuiti), non è rapido nel gioco di piedi e alla battuta si scopre davvero alterno. Che per Roger non fosse giornata, nonostante il consueto tifo a senso unico, lo si era capito fin dal secondo game, quando ha sbagliato due smash a campo aperto.

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Ora per Tsitsi ci sarebbe una finale da vincere per completare l’opera,

(…)

Intanto però gli ha inflitto la prima e l’ultima sconfitta di stagione, al culmine di un percorso dl maturazione passato attraverso una più accentuata solidità nel rovescio, una programmazione finalmente non cervellotica e una rinnovata consapevolezza:

(…) Secondo la sua versione, la definitiva esplosione è figlia anche di un cambio di vita: «Negli ultimi due mesi credo di essere cresciuto anche dal punto di vista delle interazioni, mentre prima mi concentravo solo sul tennis. Stare a contatto con gli altri mi ha fatto capire come funziona il mondo. Ero un bambino con la paura del rifiuto. Adesso invece mi sento molto più ventunenne di prima». E’ vero che le Finals a volte hanno premiato campioni estemporanei (l’ultimo, Dimitrov nel 2017), ma la finale di oggi contro Thiem, che stoppa il re del 2018 Zverev con un break per set e una maggior saldezza nei momenti clou, può assomigliare davvero a una rivoluzione. Anche se Federer, vecchio saggio, invita alla cautela: «Intanto, il numero uno è un ragazzo dl 33 anni che si chiama Nadal. E io sono molto carico al pensiero della prossima stagione». E chi li smuove più.

Sinner vola, quarta finale nel 2019: ora punta la top 80 (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Jannik Sinner non si ferma più. Sarà l’adrenalina che circola ancora in corpo dopo il trionfo alle Next Gen Finals, sarà l’aria dell’Alto Adige e delle sue montagne, fatto sta che il 18enne di Sesto Pusteria oggi gioca per il titolo del Challenger di Ortisei. Una giornata importante per Jannik che ha l’occasione di mettere i piedi tra i primi 80 al mondo, battendo l’ennesimo record di precocità.

(…) quella di oggi sul veloce indoor di Ortisei (46.000 euro) sarà la quarta finale Challenger stagionale. Ha vinto quelle di Bergamo e di Lexington mentre ha perso quella di Ostrava. Grazie ai punti guadagnati fino a oggi, dovrebbe assestarsi al numero 83 Atp, ennesimo best ranking di quest’anno straordinario, mentre l’eventuale vittoria del titolo potrebbe addirittura proiettarlo al numero 78.

(…)

L’ultimo ostacolo tra Sinner e il titolo oggi sarà l’austriaco Sebastian Ofner, numero 173 della classifica mondiale, che in semifinale ha battuto in tre set il 34enne toscano Luca Vanni ora sceso al numero 368 del mondo.

(…)

Dopo il torneo Jannik resterà qualche giorno a casa, anche perché mercoledì sarà impegnato nell’esame per la patente. Ma secondo i programmi del team, il tempo per riposare è molto poco: bisogna riprendere la preparazione e volare a Doha, dove giocherà con una wild card. Da lì poi Jannik andrà in Australia. Intanto si gode i complimenti di Novak Djokovic, che lo ha conosciuto a Bordighera e che lo ha definito come la futura star del tennis mondiale: «Mi ha sorpreso quello che ha detto — ha commentato—, lui è una leggenda».

(…)

Tsitsipas da sogno. La resa di Federer (Gabriele Marcotti, Corriere dello Sport)

La sua vittoria agli ottavi di Melbourne, lo scorso gennaio, aveva sorpreso solo chi non lo aveva ammirato, pochi mesi prima, al torneo Next Gen di Milano.

(…)

Il successo di ieri rappresenta la definitiva consacrazione di Stefanos Tsitsipas, perché alla 02 Arena l’allievo ha superato il maestro. E’ dunque il più giovane tra gli otto maestri di Londra a volare in finale. In poco più di un’ora e mezza il 2lenne greco, al debutto alle Finals, ha liquidato in due set Roger Federer al termine di una prestazione impeccabile, durante la quale ha saputo respingere ogni tentativo dell’elvetico di invertire l’inerzia della partita.

(…) 11 palle-break salvate (su 12 complessive) dal greco, bravo a sfruttarne 3 delle 4 concessegli da Federer. Questa in numeri la differenza tra i due semifinalisti, divisi anagraficamente da 17 anni, un record per questo torneo.

(…)

(…) Federer ha subito un’occasione per strappare il servizio al greco, ma non la sfrutta. Nel game successivo, viceversa, a Tsitsipas – il primo greco di sempre a qualificarsi per il torneo dei maestri – non trema il braccio, e si porta avanti fmo a 4-1. Nel settimo e nono gioco, lo svizzero – vincitore sei volte delle Finals – ha altre cinque palle per ristabilire la parità, ma è il 2lenne greco -al termine di un game infinito (13 minuti e 36 secondi), dopo sei set-point mancati – ad aggiudicarsi la prima frazione.

Simile l’andamento del secondo set, che si apre con un nuovo break di Tsitsipas. Nel game successivo, però, Federer, dopo aver sprecato altre tre palle-break, finalmente ristabilisce la parità. E’ solo un attimo, perché il campione di Basilea è costretto nuovamente a cedere il turno di battuta per la seconda volta consecutiva. Anche nel decimo game, quello finale, Federer ha altre due palle per la parità, ma non le trasforma e così, con un ace, Tsitsipas chiude la contesa.

(…)

Se Federer per il terzo anno consecutivo, è costretto a fermarsi in semifinale a Londra, per Tsitsipas, che in questa stagione ha già vinto due tornei (Estoril e Marsiglia), si tratta della prima finale di sempre alle Finals, la più importante della sua ancor giovane carriera.

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