Mercoledì da leoni: Dent e il torneo di Memphis 2003

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Mercoledì da leoni: Dent e il torneo di Memphis 2003

Secondo episodio della rubrica in cui parleremo di imprese più o meno grandi compiute da tennisti non particolarmente noti. Per restare in tema con il periodo, oggi ci siamo trasferiti a Memphis stagione 2003 per cantare le gesta di un figlio d’arte che visse due volte

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Mercoledì da leoni: Nicolas Escudè e la Davis 2001

Non era la prima volta. Era già successo sette mesi prima nel Rhode Island, nell’appuntamento che di fatto chiude ogni anno la breve stagione sui prati. Là, nella cornice vittoriana dello storico Newport Casino, dove l’erba dei campi viene concimata direttamente con la memoria degli immortali allineati, vivi e morti, nell’International Tennis Hall of Fame, ebbene là il ragazzo che prometteva davvero bene aveva vinto il suo primo titolo importante. Doppio figlio d’arte, Taylor. Suo padre era stato ad un solo incontro, certamente il più duro, dal conquistare gli Australian Open a Melbourne nel 1974 ma aveva dovuto piegarsi, sia pur in quattro set, al nuovo astro nascente del tennis mondiale, uno scorbutico mancino figlio di mammà proveniente dall’Illinois di nome James Scott Connors. La madre invece, Betty-Ann Grubb, si era guadagnata alcune decine di minuti di celebrità indossando a Wimbledon più di un completino sfizioso con tanto di sorpresa, come scoprirono i fotografi nell’edizione 1979 dei Championships che le immortalarono il lato B al termine di un servizio con gonnellino svolazzante e la scritta “Watch It” sulle mutande. Singolarista non straordinaria, colei che al tempo faceva Stuart di cognome (come il marito di allora) fu invece buona doppista e, tanto per non farsi mancare nulla, raggiunse la finale della specialità sulla terra verde di Forest Hills nel ’77 in coppia con Renee Richards, nato Richard Raskin e in campo grazie a una sentenza della Corte Suprema dopo che la USTA le/gli aveva negato l’opportunità di iscriversi in quanto transessuale.

Dato che, a quanto pare, nella vita alla fine tutto torna (ma forse non è sempre così vero…) e le coincidenze spesso non sono tali bensì intrecci del destino, in un’altra Newport – Beach, località californiana dell’Orange County – Taylor Dent è nato il 24 aprile 1981. Con due genitori del genere, inevitabile che il ragazzo abbia fatto più viaggi dentro il carrello delle palline che in quello della spesa. Tuttavia, nello sport non esiste il concetto di equazione perfetta e quindi Taylor avrebbe anche potuto interessarsi ad altro che non fosse prendere in mano una racchetta. Invece a dieci anni Tails, così lo chiamano gli amici, cerca di onorare il padre e la madre e inizia a giocare nel club vicino casa. Siamo dunque nel 1991 e, mentre l’informatico britannico Tim Berners-Lee ha appena messo on-line il primo sito web della storia allargando di fatto il mondo della comunicazione, gli Stati Uniti sono all’inizio di una nuova era (l’ultima) di dominio tennistico. Il vuoto lasciato da Connors e McEnroe dalla metà degli Anni Ottanta in poi è divenuto terra fertile per le scorrerie dei popoli europei, soprattutto i vichinghi svedesi, qualche germanico e un cavaliere solitario moravo in attesa di cittadinanza americana. Ivan Lendl, Mats Wilander, Boris Becker, Stefan Edberg, Michael Stich e qualche altro; è di loro che stiamo parlando e sono loro che hanno rubato la scena (e buona parte dei major) agli atleti a stelle e strisce. Solo strisce, in realtà, finché una nuova congiunzione astrale mette insieme quattro stelle che più diverse non potrebbero essere: Agassi, Courier, Sampras e Chang. Saranno, questi ambasciatori di un altro decennio glorioso, fonte d’ispirazione per le nuove leve statunitensi ed è proprio con tali presupposti che Taylor Dent si incammina sulle orme del padre.

 

Se il buongiorno si vede dal mattino, saranno nubi e temporali per il ragazzo di buona famiglia. Il debutto nel circuito avviene ad Aptos, in un Challenger da 50.000$, e il sedicenne Taylor rimedia un doppio 1-6 con il belga Denis Van Uffelen, n°444 ATP ma assai più esperto di lui. È solo un primo assaggio che non deve intaccarne la fiducia e un anno più tardi, con qualche muscolo in più addosso, il giovane Dent torna sul luogo del misfatto e stavolta porta a casa la vittoria con il messicano Marco Osorio al primo turno per poi giocarsela fino al tie-break del terzo con l’italiano Caratti. La USTA lo tiene d’occhio e gli concede alcune wild-card per i tornei dell’estate americana, compresi gli US Open in cui, con i suoi 17 anni e 4 mesi, è il più giovane ammesso al main-draw. “Ho battuto tutti i migliori juniores, è ora che mi confronti con il tennis vero” afferma Taylor, esasperando forse il concetto. Proprio tutti, no. Tuttavia, è vero che sulla terra del Roland Garros si è imposto sull’argentino Guillermo Coria e sull’erba di Roehampton ha sconfitto in semifinale uno svizzero di nome Roger… Dent affronta e batte il qualificato tedesco Radulescu (costretto al ritiro all’inizio del terzo set sulla situazione di 1-1) ma, ancora più importante, non sfigura al secondo contro il russo Marat Safin. È nata una stella? Presto per dirlo ma, certo, il tennis tutto offensivo del figlio di Phil e quel servizio al fulmicotone ricorda in un certo modo Pete Sampras. In un certo modo, sia chiaro.

Dopo un 1999 di pura crescita tecnica e piuttosto avaro di risultati, alle soglie del nuovo millennio Taylor inizia a confrontarsi con i migliori. A Wimbledon, dopo aver passato le qualificazioni, trova al primo turno Andre Agassi e, per un set, la miglior risposta del mondo non può nulla contro il servizio del connazionale che poi cala alla distanza fino al ritiro nel quarto set. Sul cemento di Cincinnati e Indianapolis tiene il passo di Sampras e Kuerten e, pur collezionando diverse sconfitte, il padre Phil non ha dubbi: “Taylor ha una capacità di adattamento davvero notevole e conosce la sofferenza; sta lavorando duro e i risultati arriveranno”. Le sensazioni dell’australiano trovano assai presto conferma nella realtà. Peraltro, dall’età di 12 anni – da quando cioè Phil ha divorziato da Betty Ann – il figlio vive con lui e tra i due c’è grande feeling. Nel primo incontro ufficiale del 2001, a Chennai, Taylor batte lo scandinavo Magnus Norman, n°4 del mondo e testa di serie n°1 del torneo indiano, per 6-3 7-6. “Non avevo mai giocato con un pubblico simile; è meraviglioso!” afferma Dent al termine della sfida. Naturalmente, come lui stesso aveva preconizzato qualche mese prima (“posso battere chiunque e perdere da chiunque…”), Taylor non si ripete e al secondo turno si fa battere dal qualificato danese Kristian Pless. La discontinuità sarà la sua compagna fedele per il resto della stagione: vittorie eccellenti (Ferreira, Bruguera, Moya) mai confermate il turno seguente ma anche il primo Challenger in bacheca (sull’erba di Surbiton) e cinque set a Wimbledon contro Hewitt, costretto a vedere le streghe prima di mettere la museruola a quella battuta devastante che, ad un certo punto, fa registrare il record di velocità del torneo con 145 miglia orarie. Era accaduto anche a Edberg, undici anni prima, di uscire dal torneo al termine di un match in cui non aveva mai perso il servizio. Quella volta, Michael Stich perse il primo 6-4 e vinse gli altri tre al tie-break conquistando la finale che poi avrebbe vinto contro Becker. Taylor invece, al terzo turno dell’edizione 2002 dei Championships, concede tre palle break in quattro set, le annulla tutte ma perde tre dei quattro tie-break e il suo quasi connazionale (per la cronaca, Dent si è fatto tatuare sulla spalla sia la bandiera australiana che quella statunitense) Wayne Arthurs lo estromette dal torneo. Taylor rimedia quasi subito, vola a Newport e conquista il primo titolo ATP a spese di due rappresentanti della nouvelle vague americana: Robby Ginepri e James Blake.

Iniziato il 2002 al n°129 del mondo, Taylor Dent lo chiude ben 72 posizioni più in alto. E così arriviamo alla ricorrenza di questo mese. Nella settimana dal 17 al 23 febbraio 2003 il Racquet Club di Memphis ospita gli Us National Tennis Indoor’s e Dent ci arriva con il morale sotto i tacchi e tre sconfitte in stagione. Ha perso da Kendrick al Challenger di Waikoloa, da Ancic in quella che rimarrà la sua unica apparizione in Davis e da Lee a San Josè. Niente male. Il debutto con Mark Philippoussis rischia di allungare la striscia. “Scud” si procura ben sette set-points e potrebbe incamerare il primo set ma è Taylor a chiuderlo 17-15. “Uno di quei set che incidono sul resto del match” dirà Dent alla fine senza sapere che quello sarà il primo di dieci immacolati parziali verso il trionfo. Il secondo set è una formalità (6-1) ma il secondo turno gli propone un avversario atipico nel doppio bimane Jan-Michael Gambill: nessuno dei due cede la battuta ma il tredicesimo gioco in entrambi i parziali premia Dent che concede il tris nei quarti, al cospetto di Voltchkov. Vladimir ebbe i suoi dieci minuti di celebrità (anche qualcuno in più, per la verità…) a Wimbledon 2000, quando diventò il secondo qualificato nella storia del torneo in grado di raggiungere le semifinali. Dato che il primo era stato John McEnroe nel ’77 e dato, comunque, che il bielorusso era stato campione juniores sempre lì qualche anno prima, Voltchkov era ben più di una promessa. Invece le premesse erano rimaste tali anche se, nella singola partita, Vladimir era capace di tutto. Dent non si fida e fa bene, incamera il quarto tie-break su cinque set disputati e nel secondo strappa due volte la battuta al rivale e chiude 6-2.

“Nonostante tutto, penso che anche per il futuro il tennis americano non sia poi così messo male. Oltre ad Agassi, ci sono un gruppo di ragazzi che possono garantire continuità negli anni a venire”. Andy Roddick, unica testa di serie rimasta in gara, raggiunge i connazionali Vahaly, Spadea e Dent nelle prime semifinali tutte statunitensi in un evento ATP da otto anni a questa parte. L’uomo del Nebraska, destinato a diventare ben presto n°1 mondiale, è il grande favorito del torneo e soffre solo un set con Vahaly (7-5 6-1) mentre Dent ha vita più facile con Spadea (6-2 6-4). “Se gioca così, ce lo troviamo tra i primi dieci in breve tempo! Oggi proprio non c’era nulla da fare” aggiunge Roddick sconsolato a fine match. Un’ora di tennis asfissiante, quella interpretata da Tails: servizio e volée, risposta e ricerca della rete appena possibile ma anche buona solidità da fondo campo. Un primo set scioccante (6-1) e un secondo in cui Dent concede le uniche tre palle-break nell’ottavo gioco del secondo segmento, tutte fallite da Roddick. “Quando sono arrivato qui sentivo di star bene e di poter fare un buon torneo ma non immaginavo certo di vincerlo e di esprimermi a questi livelli” afferma Taylor, raggiante più che mai. Nella scala verso il Paradiso, il gradino di Memphis è piuttosto importante ma ce ne saranno altri non meno significativi. Tra settembre e ottobre infila dieci vittorie consecutive (tra cui quella con il n°1 del mondo, Ferrero) e mette in bacheca i titoli di Bangkok e Mosca chiudendo la stagione al n°33 del ranking. Taylor raggiunge la sua miglior posizione (21) l’8 agosto 2005 ma si accorgerà ben presto che l’Inferno non è poi così lontano. La schiena inizia a dargli sempre più fastidio e a Rotterdam, nel febbraio 2006, è costretto al ritiro dopo un set contro Christophe Rochus.

La sua schiena è malandata da tempo ma Taylor non crede alle sue orecchie quando gli specialisti lo informano che “sì, tornerà a camminare normalmente ma con il tennis ha chiuso”. Chiuso. La moglie Jennifer (Hopkins, tennista pure lei) lo sostiene nei momenti più difficili e lo aiuta a non perdere la speranza ma ci vuole una grande volontà a stendersi di nuovo sul lettino del chirurgo dopo che un paio di interventi precedenti hanno quasi peggiorato la situazione. Tuttavia, Dent non si arrende e tenta l’ultima carta, ovvero una delicatissima operazione in cui le vertebre interessate vengono unite tra loro. Stavolta ci siamo e i medici sono ottimisti: forse sarà costretto ancora per qualche tempo alla sedia a rotelle ma alla fine sì, ce la farà. Potrà svolgere una vita normale, o quasi. Come? Tornare a giocare? Non scherziamo, Taylor! E lui non scherza affatto. Oltre due anni dopo Rotterdam, Dent torna in campo nel Challenger di Carson. Perde in tre set con Mamiit ma questa volta non è il risultato ciò che conta, bensì esserci. Grazie ad alcune wild-card Taylor fa qualche saltuaria apparizione nel circuito ma l’appuntamento con il rientro vero e proprio è fissato per il 2009. Obiettivo: vincere di nuovo un incontro in uno Slam. Ci riesce quasi al primo tentativo, quando perde in cinque set a Melbourne contro Amer Delic, ma siamo sulla buona strada e già a Miami Taylor si qualifica per il main-draw e batte Mello, Almagro e Robredo prima di perdere con Federer nei quarti. Nelle sue condizioni e con il suo tipo di gioco, inutile sprecare risorse sulla terra; meglio concentrarsi sull’amata erba perché Wimbledon potrebbe dargli la soddisfazione che cerca. Invece, dopo aver superato le qualificazioni e recuperato due set a Gimeno-Traver, finisce sconfitto 6-4 al quinto. Ma l’appuntamento è solo rimandato e agli US Open finalmente la freccia si pianta nel centro del cerchio; Taylor batte Feliciano Lopez in quattro set e, tra il delirio della folla che non ha mai smesso di amarlo, si ripete con Ivan Navarro in cinque set.

Tutto il resto, da lì in poi, conta poco o nulla. Arriveranno altre vittorie negli Slam e un paio di titoli Challenger da aggiungere alla collezione fino all’ultima partita ufficiale in quel di Charlottesville, persa 6-4 7-6 con il sudafricano Rik De Voest. Siamo a novembre 2010 e l’appendice di una carriera che avrebbe potuto essere e non è stata vale forse più della carriera stessa. Adesso Taylor, insieme al padre e alla moglie, insegna tennis ai giovani nell’accademia di famiglia. E guai a chiedergli se ritenga che il serve and volley sia una pratica in via d’estinzione. Andatevi a vedere quei cinque set con Navarro e riuscirete a farvi un’idea della filosofia di Tails, l’uomo che visse due volte.

 

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Lo Slam racconta: Australian Open 1953, la grande vittoria del piccolo maestro

Settant’anni fa, nel caldo torrido dell’estate australe, un piccolo uomo che non sbagliava mai entra nella storia del gioco. Non ne uscirà mai più

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Il maestro Caporali, il mio primo istruttore al TC Milano, ci prendeva a pallinate se non piegavamo abbastanza le gambe ma a fine lezione, davanti a una spuma fresca, si faceva perdonare raccontandoci la storia del tennis a puntate. La completezza di Tilden, la leggenda dei Moschettieri di Francia, la breve onnipotenza di Don Budge, l’imbattibilità di Power Jack Kramer e i grandi australiani. Li conosceva tutti e sapeva raccontare, il maestro Caporali. Per lui Ken Rosewall era il migliore di tutti.

Sarà stato il potere dell’imprinting o la mia fervida immaginazione di teenager, del resto eravamo alla fine degli anni ’70, ma quel nome secco e dolce come un grande vino o come uno qualsiasi dei suoi inimitabili rovesci non mi è più uscito dalla testa.

A quei tempi Ken impartiva ancora lezioni ai quattro angoli del mondo, capace ancora fra il ’76 e ’77 di battere Ilie Nastase e Vitas Gerulaitis. Nell’ultimo torneo disputato, il New South Wales Championships, raggiunse la finale a 47 anni. (Qui il direttore Scanagatta ne ha raccontato la storia e gli aneddoti, in occasione dell’86esimo compleanno).

 

Rosewall non fu mai un emotivo, in una carriera eterna nessuno può dire di averlo mai visto andare oltre una smorfia di disappunto e sempre per un suo errore, mai per una decisione dubbia dell’arbitro. A fine viaggio ci piace però pensare che dietro quella scorza indurita dal tempo la sua mente sia volata per un istante a quel magico 1953…

Kenneth Robert Rosewall nacque il 2 novembre 1934 a Sydney, due settimane prima di Lewis Hoad che sarà sempre considerato il suo gemello. Solo anagraficamente però, perché sotto ogni altro aspetto i due furono opposti. In campo Lew era un carro armato che faceva i buchi per terra mentre Ken non superava il metro e settanta e piazzava i colpi su una moneta. Fuori dal campo il biondo Hoad “…era capace di bere tanto grog da irrigare il Nullarbor Plain (regione arida dell’Australia meridionale), Ken non si ubriacò mai”.

Ubaldo Scanagatta insieme a Ken Rosewall (a destra), 8 titoli Slam, e Frank Sedgman (a sinistra), 5 titoli Slam, tutti e 3 indossano la cravatta dell’International Club

Rosewall strinse per la prima volta il manico in cuoio di una racchetta da tennis all’età di tre anni e non ha mollato più la presa, la sua è la storia di un predestinato.

Il padre sega il manico di una racchetta per permettergli di utilizzarla e lo imposta da destrorso nonostante lui sia un mancino naturale. L’apprendistato assume subito un carattere militaresco: sveglia alle quattro del mattino, tre ore prima della scuola e altrettante dopo. Il resto della giornata contro il muro della drogheria di famiglia. I passeggeri della linea bus 57 di Sydney vedono ogni giorno quel piccoletto nero di capelli e olivastro di carnagione palleggiare. Non sbaglia mai.

Tecnicamente non aveva punti deboli eccetto il servizio, che migliorerà costantemente in precisione e profondità per tutta la carriera. Il rovescio invece appartiene di diritto al MoMa di New York. Sì, perché quelle traiettorie secche e abbacinanti, colpite con il piatto corde lievemente aperto, appartengono per acclamazione alla migliore arte moderna del nostro secolo. Un taglio di Fontana sulla tela verde di un campo da tennis.

Si crede erroneamente che all’epoca in Australia si giocasse solo su erba ma in realtà era così solo nei grandi e costosi club privati. Per questo motivo Rosewall, formatosi sui campi in terra comunali, acquisì inizialmente un totale controllo dei colpi di rimbalzo avvicinandosi solo in un secondo momento alla rete. E lo fece così bene da comporre col gemello Hoad una delle coppie più forti di tutti i tempi. Nel 1952 i due diciassettenni giocarono un ottavo di finale epico a Wimbledon contro gli statunitensi Savitt-Mulloy, freschi finalisti di Parigi.

Cinque set di battaglia incruenta, con migliaia di corpi che man mano si affastellavano sugli spalti per assistere al prodigio. I gemelli stregoni inchiodano ai corridoi gli avversari con risposte millimetriche, fuggono avanti e vincono al quinto sopravvivendo a un match point prima del 7-5 finale sottolineato da un ruggito liberatorio del solitamente freddo pubblico d’Albione. Più di un cronista racconta lo sguardo allibito degli yankee per gli angoli impossibili trovati da Ken o le risposte d’incontro di Lew su prime di servizio cannonball.

L’anno seguente Rosewall diventa grande

Lo Slam di inizio anno si gioca sull’erba del Kooyong Stadium, periferia di Melbourne, in quelli che gli aussies chiamano i “ centuries days” con riferimento alla temperatura media di 100 gradi fahrenheit. Sono quasi 38 gradi nostri…

Parliamo di tempi lontani, le tratte aeree si stavano ancora affermando e il viaggio in nave portava via settimane. Nella sua traversata inaugurale per il Grande Slam 1938 Don Budge per ammazzare il tempo si era portato il grammofono e la sua intera collezione di dischi jazz. Per conseguenza i partecipanti al torneo erano in maggioranza australiani ma fra le teste di serie di sett’ant’anni or sono troviamo un discreto pezzo di storia del tennis.

Lewis Hoad, a detta di Kramer e Gonzales – non i primi due che passano per strada – nei giorni di vena era inarrivabile per chiunque; Vic Seixas trionferà a Wimbledon solo pochi mesi dopo e Mervyn Rose sarà un campione Slam sia in singolo che in doppio. C’era anche il nostro Fausto Gardini, che non si spaventava davanti a nulla, figuriamoci giocare in un forno dall’altra parte del mondo.

Il piccolo maestro li mise in fila tutti.

Rosewall gioca un torneo magistrale dal primo momento. Calmo e concentrato, velocissimo e letale arriva alla semifinale contro Seixas perdendo un solo set. Lo statunitense va per i trent’anni ed è classificato al tempo fra i primi tre del mondo ma sta per incontrare la sua nemesi: non lo batterà mai. Ricordate la geniale dichiarazione di Vitas Gerulaitis al termine della vittoria contro Connors al Masters 1979?

“E che serva di lezione a tutti. Nessuno batte Vitas Gerulaitis 17 volte di fila”. Un capolavoro di autoironia degno del miglior Woody Allen.

Lo statunitense è un net-rusher, conquista la rete e la difende con le unghie. Ken lo sa bene, ha iniziato a batterlo l’anno precedente ai campionati americani e non smette certo ora. Serve a Seixas una serie infinita di lob perfetti che cadono mezza spanna prima della linea di fondo alternati a cross corti anticipati che mandano subito in tilt il piano gara dell’avversario. Il terzo set è un’altalena decisiva, i due si scambiano il comando con un break di vantaggio ma alla fine si arriva sul 5 pari. I grandissimi decollano quando conta e improvvisamente Ken, con astuzia volpina, smette di lobbare. Si è accorto che l’altro se li aspetta e ha una posizione più staccata da rete, così in quel fatidico undicesimo gioco lo passa tre volte con cortissimi cross prendendosi il suo servizio e il set.

Il quarto è una formalità, Rosewall vola 5-2, paga un attimo di emozione e chiude 6-4 con il suo segno distintivo, una rasoiata rovescia down the line che alza una nuvoletta di gesso all’incrocio delle righe. Dall’altra parte del tabellone Il gemello Hoad, l’unico che avrebbe realmente potuto battere il Ken di quei giorni, paga uno dei suoi celebri momenti di assenza mentale perdendo presto contro il connazionale Wilderspin in tre set secchi, dopo essere stato in vantaggio 5-1 nel primo e 3-1 nel terzo. Del resto Rex Bellamy, corrispondente per The Times negli anni ’60, aveva perfettamente centrato il punto sulla fondamentale differenza fra i gemelli australiani.

“Lew – scrisse – appariva spesso distratto nei momenti importanti mentre Ken trattava ogni punto come se fosse un match point. Giocava come se un errore non forzato fosse punibile con la morte…”.

E venne il giorno

L’avversario di Ken in finale è il connazionale mancino Mervyn Rose, sopravvissuto a due battaglie sfiancanti nei quarti e in semi contro Richardson e Ayre. Forse per questo l’atto decisivo del torneo si risolve in una marcia trionfale per il nostro, che vince i primi nove giochi consecutivi e chiude 6-0, 6-3, 6-4.

A detta di chi vide l’incontro Rose giocò molto al di sotto delle sue possibilità ma il genio tattico del ragazzo fu ancora una volta decisivo. A sorpresa Ken si trasforma in attaccante, scende continuamente a rete dietro a profondissimi slice sul debole rovescio avversario e quando le parti si invertono fulmina Rose da entrambi i lati.

Poco dopo l’inizio è già finita. “Quel piccolo diavolo avrebbe infilato la pallina nella cruna di un ago oggi…”, dichiarò lo sconfitto amaramente. Errore. Lo avrebbe fatto per i ventisette anni seguenti…

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Roger Federer diventa un’opera d’arte: ecco l’installazione dell’artista Ugo Rondinone

Il campione svizzero sfida la gravità per il nuovo documentario “Portrait of a Champion”, basato sulla composizione dell’artista italo-svizzero Ugo Rondinone

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Roger Federer - Wimbledon 2021 (credit AELTC/Simon Bruty)

Dal ritorno alle passioni giovanili, rimaste per troppo tempo amori confinati nel dimenticatoio, passando per il glamour delle passerelle – in vista dei preparativi del Met Gala – e fino ad arrivare a raffigurare una fonte d’ispirazione per la propria canzone d’esordio; il passo è brevissimo per trasformarsi anche in un’opera d’arte sospeso nell’aria con l’unico aggancio rappresentato da un paio di funi (come riporta La Gazzetta dello Sport).

Davvero, Roger Federer da quando ha appeso la racchetta lo scorso settembre non si sta facendo mancare alcunché vivendo le più svariate esperienze. Dopo l’obbligatoria tappa alla settimana della moda parigina in occasione dell’Haute Couture, il campione svizzero è apparso nel trailer del documentario “Portrait of a Champion” – disponibile per la visione dal 31 gennaio – in cui racconta il percorso personale che lo ha accompagnato durante l’intero iter propedeutico alla realizzazione dell’istallazione: “Burn Shine Fly” dell’artista Ugo Rondinone.

L’IDEA DIETRO L’OPERA – Per dare vita ad una delle sette sculture realizzate dall’artista svizzero di origini italiane, ispiratosi per la creazione di quest’opera ai trapezisti poiché l’idea che voleva trasmettere attraverso questa serie di sculture era quella dell’effetto che viene prodotto quando si è in volo, Federer – il quale nel complesso artistico rappresenta il “Cloud Six“, ovvero la sesta parte della composizione – è stato appeso al soffitto con un’imbracatura in modo tale che il suo corpo potesse venire catturato in diverse pose mediante la tecnologia 3D, provvista di uno scanner ad alta rifinitura.

 

Il 41enne nativo di Basilea ha così dovuto trascorrere innumerevoli ore all’interno di uno stampo, apposito a ricreare una copia esatta del proprio corpo. Il medesimo procedimento è stato poi anche apportato per il viso del 20 volte campione Slam dopo averlo necessariamente ricoperto di silicone: “Penso che quando si hanno 41 anni e si è in viaggio da ben venti, avere l’opportunità di lavorare con qualcuno come Ugo è un qualcosa di entusiasmante perché ti porta completamente fuori dalla realtà per catapultarti in un altro mondo” – queste le parole di Roger, a commento della serata indetta per annunciare l’uscita ufficiale del documentario, per poi chiosare – “Forse è un mondo in cui non mi sento così a mio agio ma perché per me l’arte è nuova e ho per questo ancora tanto da imparare su di essa… L’arte è qualcosa che mi entusiasma davvero tanto e voglio saperne sempre di più poiché sono una persona molto curiosa della vita, e quindi di tutti i suoi aspetti“.

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Federer torna a sciare dopo 15 anni e Lindsey Vonn lo incoraggia

Su Instagram, Roger Federer documenta il ritorno alla pratica di una disciplina sportiva da sempre sua grande passione

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Roger Federer a Venezia (Twitter - @rogerfederer)
Roger Federer a Venezia (Twitter - @rogerfederer)

E’ bello tornare sulle piste dopo quindici anni“, con tanto di hashtag: nuovi inizi.

Nonostante l’intero mondo del tennis sia pienamente concentrato sul primo Slam dell’anno in quel di Melbourne, un post pubblicato su un account Instagram accompagnato dalla didascalia che fà da incipit al nostro articolo non poteva lasciare indifferenti gli appassionati della racchetta.

Questo perché il protagonista di tale condivisione via social è un’assoluta icona planetaria – ultimamente è stato annunciato che presiederà il Met Gala in compagnia di Penelope Cruz e Dua Lipa che è stata in grado di sconvolgere e segnare il mappamondo tennistico come nessuno prima di lui, ovviamente stiamo parlando di Roger Federer.

 

Il campionissimo svizzero, pur avendo oramai posto fine alla propria carriera da diversi mesi, fa – e farà – sempre notizia. Così come, allo stesso modo, è inconfutabile la seguente tesi: la passione che avverte per lo sport, il 20 volte vincitore di un Major travalica i confini della disciplina che lo ha visto regnare per quasi un ventennio.

Una profonda ammirazione per il gioco, qualsiasi esso sia, che è facilmente riscontrabile nelle antiche passioni del 41enne di Basilea. Infatti dopo averlo visto a Dubai con il suo ex coach e grande amico Severin Luthi cimentarsi nella disciplina più in voga degli ultimi anni, il padel, (per i puritani del nostro sport, questo avvenimento è stato raccapricciante oltre che un atto barbaro all’eleganza tennistica che Roger rappresenta), è ritornato a praticare uno dei suoi primissimi amori: lo sci.

Federer fin da giovanissimo ha frequentato le piste da scii, prima di optare definitivamente per il tennis. Purtroppo però, anche e soprattutto a causa del grave infortunio che subì alla schiena dovette interrompere questo suo hobby e rinunciarvi per un lasso di tempo davvero lungo. Finalmente però ora, appesa la racchetta, può ricominciare da dove aveva lasciato pur comunque dovendolo fare gradualmente. Dopo le operazioni al ginocchio, difatti, almeno per il momento non può sciare sui percorsi più articolati e complessi poiché le sollecitazioni alle articolazioni a cui andrebbe incontro sarebbero ancora troppo pesanti da sopportare senza rischiare un nuovo infortunio. Non a caso poco dopo il ritiro dichiarò: “Ho un pò di paura nel praticare altri sport, perché il mio ginocchio non sta ancora benissimo“.

Il processo per tornare a sciare a pieno regime è dunque ancora lungo, tuttavia alcuni commenti al suo post potrebbero averlo ulteriormente motivato in questa sua personale sfida. Due leggende dello scii alpino del calibro della statunitense Lindsey Vonn e del connazionale Beat Feuz – entrambi ori olimpici nella discesa libera, la prima a Vancouver 2010 mentre il secondo a Pechino 2022 – gli hanno dedicato questi messaggi di sprono: “Dai Roger, è come guidare la bicicletta“, “C’è un posto disponibile nel tuo team?“.

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