Mercoledì da leoni: Dent e il torneo di Memphis 2003

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Mercoledì da leoni: Dent e il torneo di Memphis 2003

Secondo episodio della rubrica in cui parleremo di imprese più o meno grandi compiute da tennisti non particolarmente noti. Per restare in tema con il periodo, oggi ci siamo trasferiti a Memphis stagione 2003 per cantare le gesta di un figlio d’arte che visse due volte

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Mercoledì da leoni: Nicolas Escudè e la Davis 2001

Non era la prima volta. Era già successo sette mesi prima nel Rhode Island, nell’appuntamento che di fatto chiude ogni anno la breve stagione sui prati. Là, nella cornice vittoriana dello storico Newport Casino, dove l’erba dei campi viene concimata direttamente con la memoria degli immortali allineati, vivi e morti, nell’International Tennis Hall of Fame, ebbene là il ragazzo che prometteva davvero bene aveva vinto il suo primo titolo importante. Doppio figlio d’arte, Taylor. Suo padre era stato ad un solo incontro, certamente il più duro, dal conquistare gli Australian Open a Melbourne nel 1974 ma aveva dovuto piegarsi, sia pur in quattro set, al nuovo astro nascente del tennis mondiale, uno scorbutico mancino figlio di mammà proveniente dall’Illinois di nome James Scott Connors. La madre invece, Betty-Ann Grubb, si era guadagnata alcune decine di minuti di celebrità indossando a Wimbledon più di un completino sfizioso con tanto di sorpresa, come scoprirono i fotografi nell’edizione 1979 dei Championships che le immortalarono il lato B al termine di un servizio con gonnellino svolazzante e la scritta “Watch It” sulle mutande. Singolarista non straordinaria, colei che al tempo faceva Stuart di cognome (come il marito di allora) fu invece buona doppista e, tanto per non farsi mancare nulla, raggiunse la finale della specialità sulla terra verde di Forest Hills nel ’77 in coppia con Renee Richards, nato Richard Raskin e in campo grazie a una sentenza della Corte Suprema dopo che la USTA le/gli aveva negato l’opportunità di iscriversi in quanto transessuale.

Dato che, a quanto pare, nella vita alla fine tutto torna (ma forse non è sempre così vero…) e le coincidenze spesso non sono tali bensì intrecci del destino, in un’altra Newport – Beach, località californiana dell’Orange County – Taylor Dent è nato il 24 aprile 1981. Con due genitori del genere, inevitabile che il ragazzo abbia fatto più viaggi dentro il carrello delle palline che in quello della spesa. Tuttavia, nello sport non esiste il concetto di equazione perfetta e quindi Taylor avrebbe anche potuto interessarsi ad altro che non fosse prendere in mano una racchetta. Invece a dieci anni Tails, così lo chiamano gli amici, cerca di onorare il padre e la madre e inizia a giocare nel club vicino casa. Siamo dunque nel 1991 e, mentre l’informatico britannico Tim Berners-Lee ha appena messo on-line il primo sito web della storia allargando di fatto il mondo della comunicazione, gli Stati Uniti sono all’inizio di una nuova era (l’ultima) di dominio tennistico. Il vuoto lasciato da Connors e McEnroe dalla metà degli Anni Ottanta in poi è divenuto terra fertile per le scorrerie dei popoli europei, soprattutto i vichinghi svedesi, qualche germanico e un cavaliere solitario moravo in attesa di cittadinanza americana. Ivan Lendl, Mats Wilander, Boris Becker, Stefan Edberg, Michael Stich e qualche altro; è di loro che stiamo parlando e sono loro che hanno rubato la scena (e buona parte dei major) agli atleti a stelle e strisce. Solo strisce, in realtà, finché una nuova congiunzione astrale mette insieme quattro stelle che più diverse non potrebbero essere: Agassi, Courier, Sampras e Chang. Saranno, questi ambasciatori di un altro decennio glorioso, fonte d’ispirazione per le nuove leve statunitensi ed è proprio con tali presupposti che Taylor Dent si incammina sulle orme del padre.

 

Se il buongiorno si vede dal mattino, saranno nubi e temporali per il ragazzo di buona famiglia. Il debutto nel circuito avviene ad Aptos, in un Challenger da 50.000$, e il sedicenne Taylor rimedia un doppio 1-6 con il belga Denis Van Uffelen, n°444 ATP ma assai più esperto di lui. È solo un primo assaggio che non deve intaccarne la fiducia e un anno più tardi, con qualche muscolo in più addosso, il giovane Dent torna sul luogo del misfatto e stavolta porta a casa la vittoria con il messicano Marco Osorio al primo turno per poi giocarsela fino al tie-break del terzo con l’italiano Caratti. La USTA lo tiene d’occhio e gli concede alcune wild-card per i tornei dell’estate americana, compresi gli US Open in cui, con i suoi 17 anni e 4 mesi, è il più giovane ammesso al main-draw. “Ho battuto tutti i migliori juniores, è ora che mi confronti con il tennis vero” afferma Taylor, esasperando forse il concetto. Proprio tutti, no. Tuttavia, è vero che sulla terra del Roland Garros si è imposto sull’argentino Guillermo Coria e sull’erba di Roehampton ha sconfitto in semifinale uno svizzero di nome Roger… Dent affronta e batte il qualificato tedesco Radulescu (costretto al ritiro all’inizio del terzo set sulla situazione di 1-1) ma, ancora più importante, non sfigura al secondo contro il russo Marat Safin. È nata una stella? Presto per dirlo ma, certo, il tennis tutto offensivo del figlio di Phil e quel servizio al fulmicotone ricorda in un certo modo Pete Sampras. In un certo modo, sia chiaro.

Dopo un 1999 di pura crescita tecnica e piuttosto avaro di risultati, alle soglie del nuovo millennio Taylor inizia a confrontarsi con i migliori. A Wimbledon, dopo aver passato le qualificazioni, trova al primo turno Andre Agassi e, per un set, la miglior risposta del mondo non può nulla contro il servizio del connazionale che poi cala alla distanza fino al ritiro nel quarto set. Sul cemento di Cincinnati e Indianapolis tiene il passo di Sampras e Kuerten e, pur collezionando diverse sconfitte, il padre Phil non ha dubbi: “Taylor ha una capacità di adattamento davvero notevole e conosce la sofferenza; sta lavorando duro e i risultati arriveranno”. Le sensazioni dell’australiano trovano assai presto conferma nella realtà. Peraltro, dall’età di 12 anni – da quando cioè Phil ha divorziato da Betty Ann – il figlio vive con lui e tra i due c’è grande feeling. Nel primo incontro ufficiale del 2001, a Chennai, Taylor batte lo scandinavo Magnus Norman, n°4 del mondo e testa di serie n°1 del torneo indiano, per 6-3 7-6. “Non avevo mai giocato con un pubblico simile; è meraviglioso!” afferma Dent al termine della sfida. Naturalmente, come lui stesso aveva preconizzato qualche mese prima (“posso battere chiunque e perdere da chiunque…”), Taylor non si ripete e al secondo turno si fa battere dal qualificato danese Kristian Pless. La discontinuità sarà la sua compagna fedele per il resto della stagione: vittorie eccellenti (Ferreira, Bruguera, Moya) mai confermate il turno seguente ma anche il primo Challenger in bacheca (sull’erba di Surbiton) e cinque set a Wimbledon contro Hewitt, costretto a vedere le streghe prima di mettere la museruola a quella battuta devastante che, ad un certo punto, fa registrare il record di velocità del torneo con 145 miglia orarie. Era accaduto anche a Edberg, undici anni prima, di uscire dal torneo al termine di un match in cui non aveva mai perso il servizio. Quella volta, Michael Stich perse il primo 6-4 e vinse gli altri tre al tie-break conquistando la finale che poi avrebbe vinto contro Becker. Taylor invece, al terzo turno dell’edizione 2002 dei Championships, concede tre palle break in quattro set, le annulla tutte ma perde tre dei quattro tie-break e il suo quasi connazionale (per la cronaca, Dent si è fatto tatuare sulla spalla sia la bandiera australiana che quella statunitense) Wayne Arthurs lo estromette dal torneo. Taylor rimedia quasi subito, vola a Newport e conquista il primo titolo ATP a spese di due rappresentanti della nouvelle vague americana: Robby Ginepri e James Blake.

Iniziato il 2002 al n°129 del mondo, Taylor Dent lo chiude ben 72 posizioni più in alto. E così arriviamo alla ricorrenza di questo mese. Nella settimana dal 17 al 23 febbraio 2003 il Racquet Club di Memphis ospita gli Us National Tennis Indoor’s e Dent ci arriva con il morale sotto i tacchi e tre sconfitte in stagione. Ha perso da Kendrick al Challenger di Waikoloa, da Ancic in quella che rimarrà la sua unica apparizione in Davis e da Lee a San Josè. Niente male. Il debutto con Mark Philippoussis rischia di allungare la striscia. “Scud” si procura ben sette set-points e potrebbe incamerare il primo set ma è Taylor a chiuderlo 17-15. “Uno di quei set che incidono sul resto del match” dirà Dent alla fine senza sapere che quello sarà il primo di dieci immacolati parziali verso il trionfo. Il secondo set è una formalità (6-1) ma il secondo turno gli propone un avversario atipico nel doppio bimane Jan-Michael Gambill: nessuno dei due cede la battuta ma il tredicesimo gioco in entrambi i parziali premia Dent che concede il tris nei quarti, al cospetto di Voltchkov. Vladimir ebbe i suoi dieci minuti di celebrità (anche qualcuno in più, per la verità…) a Wimbledon 2000, quando diventò il secondo qualificato nella storia del torneo in grado di raggiungere le semifinali. Dato che il primo era stato John McEnroe nel ’77 e dato, comunque, che il bielorusso era stato campione juniores sempre lì qualche anno prima, Voltchkov era ben più di una promessa. Invece le premesse erano rimaste tali anche se, nella singola partita, Vladimir era capace di tutto. Dent non si fida e fa bene, incamera il quarto tie-break su cinque set disputati e nel secondo strappa due volte la battuta al rivale e chiude 6-2.

“Nonostante tutto, penso che anche per il futuro il tennis americano non sia poi così messo male. Oltre ad Agassi, ci sono un gruppo di ragazzi che possono garantire continuità negli anni a venire”. Andy Roddick, unica testa di serie rimasta in gara, raggiunge i connazionali Vahaly, Spadea e Dent nelle prime semifinali tutte statunitensi in un evento ATP da otto anni a questa parte. L’uomo del Nebraska, destinato a diventare ben presto n°1 mondiale, è il grande favorito del torneo e soffre solo un set con Vahaly (7-5 6-1) mentre Dent ha vita più facile con Spadea (6-2 6-4). “Se gioca così, ce lo troviamo tra i primi dieci in breve tempo! Oggi proprio non c’era nulla da fare” aggiunge Roddick sconsolato a fine match. Un’ora di tennis asfissiante, quella interpretata da Tails: servizio e volée, risposta e ricerca della rete appena possibile ma anche buona solidità da fondo campo. Un primo set scioccante (6-1) e un secondo in cui Dent concede le uniche tre palle-break nell’ottavo gioco del secondo segmento, tutte fallite da Roddick. “Quando sono arrivato qui sentivo di star bene e di poter fare un buon torneo ma non immaginavo certo di vincerlo e di esprimermi a questi livelli” afferma Taylor, raggiante più che mai. Nella scala verso il Paradiso, il gradino di Memphis è piuttosto importante ma ce ne saranno altri non meno significativi. Tra settembre e ottobre infila dieci vittorie consecutive (tra cui quella con il n°1 del mondo, Ferrero) e mette in bacheca i titoli di Bangkok e Mosca chiudendo la stagione al n°33 del ranking. Taylor raggiunge la sua miglior posizione (21) l’8 agosto 2005 ma si accorgerà ben presto che l’Inferno non è poi così lontano. La schiena inizia a dargli sempre più fastidio e a Rotterdam, nel febbraio 2006, è costretto al ritiro dopo un set contro Christophe Rochus.

La sua schiena è malandata da tempo ma Taylor non crede alle sue orecchie quando gli specialisti lo informano che “sì, tornerà a camminare normalmente ma con il tennis ha chiuso”. Chiuso. La moglie Jennifer (Hopkins, tennista pure lei) lo sostiene nei momenti più difficili e lo aiuta a non perdere la speranza ma ci vuole una grande volontà a stendersi di nuovo sul lettino del chirurgo dopo che un paio di interventi precedenti hanno quasi peggiorato la situazione. Tuttavia, Dent non si arrende e tenta l’ultima carta, ovvero una delicatissima operazione in cui le vertebre interessate vengono unite tra loro. Stavolta ci siamo e i medici sono ottimisti: forse sarà costretto ancora per qualche tempo alla sedia a rotelle ma alla fine sì, ce la farà. Potrà svolgere una vita normale, o quasi. Come? Tornare a giocare? Non scherziamo, Taylor! E lui non scherza affatto. Oltre due anni dopo Rotterdam, Dent torna in campo nel Challenger di Carson. Perde in tre set con Mamiit ma questa volta non è il risultato ciò che conta, bensì esserci. Grazie ad alcune wild-card Taylor fa qualche saltuaria apparizione nel circuito ma l’appuntamento con il rientro vero e proprio è fissato per il 2009. Obiettivo: vincere di nuovo un incontro in uno Slam. Ci riesce quasi al primo tentativo, quando perde in cinque set a Melbourne contro Amer Delic, ma siamo sulla buona strada e già a Miami Taylor si qualifica per il main-draw e batte Mello, Almagro e Robredo prima di perdere con Federer nei quarti. Nelle sue condizioni e con il suo tipo di gioco, inutile sprecare risorse sulla terra; meglio concentrarsi sull’amata erba perché Wimbledon potrebbe dargli la soddisfazione che cerca. Invece, dopo aver superato le qualificazioni e recuperato due set a Gimeno-Traver, finisce sconfitto 6-4 al quinto. Ma l’appuntamento è solo rimandato e agli US Open finalmente la freccia si pianta nel centro del cerchio; Taylor batte Feliciano Lopez in quattro set e, tra il delirio della folla che non ha mai smesso di amarlo, si ripete con Ivan Navarro in cinque set.

Tutto il resto, da lì in poi, conta poco o nulla. Arriveranno altre vittorie negli Slam e un paio di titoli Challenger da aggiungere alla collezione fino all’ultima partita ufficiale in quel di Charlottesville, persa 6-4 7-6 con il sudafricano Rik De Voest. Siamo a novembre 2010 e l’appendice di una carriera che avrebbe potuto essere e non è stata vale forse più della carriera stessa. Adesso Taylor, insieme al padre e alla moglie, insegna tennis ai giovani nell’accademia di famiglia. E guai a chiedergli se ritenga che il serve and volley sia una pratica in via d’estinzione. Andatevi a vedere quei cinque set con Navarro e riuscirete a farvi un’idea della filosofia di Tails, l’uomo che visse due volte.

 

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Scene di famiglia in Canada: Aliassime suona il pianoforte prima della sua festa a sorpresa, Maria si allena con le figlie

Felix Auger-Aliassime si destreggia eccome anche con la musica, Tatjana Maria ha due nuovi piccoli membri nel team

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Felix Auger-Aliassime al pianoforte - Montreal 2022

I primi giorni di agosto sono particolarmente ricchi sotto l’aspetto dei compleanni nel mondo tennistico, e dopo quello di Roger Federer (celebrato a dovere dal campione svizzero capace di far emozionare il piccolo Zizou), e di Rod Laver (che in regalo ha ricevuto due top10), è toccato anche a Felix Auger-Aliassime. Il tennista canadese ha festeggiato l’8 agosto il suo 22esimo compleanno proprio durante il torneo di casa, e gli organizzatori hanno pensato bene di preparargli una sorpresa. Inizialmente il n.9 del mondo Aliassime si era preparato per una esibizione al pianoforte – strumento dove si destreggia egregiamente – al fianco della compositrice Alexandra Stréliski. Dopo qualche pezzo, i due hanno iniziato ad intonare ‘Tanti auguri a te’… e a quel punto tutti gli amici e parenti del tennista sono usciti allo scoperto, suscitando non poca emozione nel giovane tennista. Preso dalle lacrime, Felix ha ringraziato tutti prima di procedere ai festeggiamenti.

A quanto pare il torneo National Bank Open non vuole essere avaro di situazioni emotive in questa edizione; e mentre a Montreal andava in scena la festa di Aliassime, a Toronto Tatjana Maria si allenava con il prezioso aiuto delle sue due figlie, Charlotte, nove anni, e Cecilia, uno.

 

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Umago Stories 4: “So cosa hai fatto l’estate scorsa”

Cancellato nel 2020, il Croatia Open è tornato nel luglio 2021: ma in che vesti? In ritardo di un anno (o abbastanza puntuali), tornano le storie a margine dell’ATP 250 sulla riva orientale dell’Adriatico

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ATP Umago – All'esterno dei campi esterni (foto MS)

Umago Stories

Umago Stories 2

Umago Stories 3

 

Domanda scaduta

Sono passati sette giorni dalla finale di Wimbledon raggiunta da Matteo Berrettini quando sul campo da tennis ti domandano perché tu non sia a Umago a vederti un Cobolli-Altmaier in azione proprio in quel momento. Non hai una buona risposta. Pensi anzi che vorresti essere là anche per Holger Vitus Nodskov Rune e chiedergli se, all’anagrafe, i suoi genitori o l’impiegato si siano dimenticati di mettere la virgola dopo Holger e così deve andare in giro con un numero insensato di nomi. E, in ogni caso, se la tendenza è di abbreviare come insegna Sir Andrew Barron Murray, quell’Holger Vitus eccetera vuole essere un vezzo distintivo oppure si è registrato “al completo” presso l’ATP per rompere le scatole a chi ne scrive? Scrive di lui, non delle scatole. Il problema di base è però la regola del Croatia Open 2021 “no media on site”, niente scrittori di tennis sul posto: ecco perché non sei là. Non che ciò ti impedisca di andarci come spettatore, in effetti. Deciderai con calma, mentre per la tua domanda al giovane danese ci sarà un’altra occasione. No, non ci sarà, perché in novembre si libererà di un paio di nomi diventando semplicemente Holger Rune. Anche se è quello che auspicavi dall’inizio, sospetti che l’abbia fatto solo per privarti del piacere di esibire l’arguta domanda.

Invisibile ma non abbastanza

Hai preparato praticamente tutto e riempito l’auto la sera prima, ti sei alzato ragionevolmente presto, eppure imbocchi l’autostrada quando è ormai mezzogiorno. Destinazione Umago. Gli incontri iniziano alle 16.30, non vuoi perderne neanche un minuto eppure ti permetti una sosta in stile Aldo di Aldo Giovanni e Giacomo in homeriano ritardo nel film Chiedimi se sono felice. La decisione di partire presa una dozzina di ore prima implica il pernottamento in campeggio e relativo uso della tenda “getta e usa” che getti all’ombra di un grosso albero quando stanno per scoccare le 16. Voli nella doccia, i cui socialmente inderogabili nonché benefici effetti saranno poco dopo vanificati dai cinque minuti di attesa al sole davanti alla biglietteria – il tempo necessario alla coppia entrata prima di te per compiere chissà quale complessa e certamente oscura operazione. Da dietro il banco, la ragazza ti dice che la tribuna ovest è sold out e dovrai perciò abbronzarti il lato sinistro del viso appollaiato nelle vicinanze della telecamera principale. Durante i cambi campo del match tra il mancino italico e il gallo monomane, getti lo sguardo oltre il parapetto verso il doppio in corso sul campo 1 in modo da prendere il sole anche sulla guancia destra. Il match sembra divertente, ma le gradinate sono pressoché deserte. Torni pigramente verso il tuo posto quando Giannessi si appresta a servire sul 15 pari; con tuo sommo disappunto, tuttavia, né i giocatori né l’arbitro ti chiedono di sederti: non è la prima volta che provi a essere tu l’immancabile disturbatore che si ostina alla ricerca del proprio posto mentre tutti lo fischiano, ma niente, non ti si fila mai nessuno. Una delusione che è poca cosa rispetto ai sentimenti che genera la vista della stupida automobile esposta nell’angolo dove gli altri anni solitamente sedevi armato di blocco note e con al collo il badge Press.

Gasquet vince e decidi di andare da Travaglia sul Grand Stand e magari vederti un po’ di doppio, con la tua mente che rifiuta una realtà resa fin troppo esplicita dall’assenza di spettatori. Una transenna metallica si allunga dallo Stadium Goran Ivanišević verso il campo 1, impedendo l’accesso a quello e ogni altro campo. Lunga venti metri e alta due, prima neanche l’avevi notata: un caso da manuale di cecità selettiva. Decidi allora di trotterellare sotto la tribuna ovest in direzione nord nella donchisciottesca convinzione di trovare una via di accesso al Grand Stand invece di una transenna gemella. L’addetto alla sicurezza si accorge della tua presenza quando ancora non sei entrato nel suo campo visivo e ti scruta con la faccia di chi ha capito le tue intenzioni prima di te stesso; si alza dalla sua sedia di plastica per spiegarti gentilmente che quella zona dell’impianto è accessibile solo a chi ha un badge e che no, quello di due anni fa non vale.

Opti per due passi sul lungomare prima di tornare per l’incontro successivo sul Centrale, esci di nuovo dall’impianto per cenare, rientri. Ogni volta verificano il QR-code – insieme al documento, altrimenti sarebbe inutile –, mentre di fianco all’ingresso principale c’è la possibilità di fare un test rapido per poter accedere se sprovvisti di green pass. La terza volta che passi di fianco ai quattro spettatori italiani che siedono un paio di file davanti a te, li saluti. Nessuna reazione, a parte un paio di sguardi accigliati del tipo “chi è questo?”. Oltre alla risposta che reprimi con non poco sforzo, l’unica cosa a cui riesci a pensare è che, pur apprezzando gli sforzi encomiabili degli organizzatori per metterla in scena rispettando tutte le restrizioni, questa edizione del Croatia Open è quasi più triste di quella dell’anno scorso. E nemmeno c’era stato il torneo nel 2020. La mattina dopo, giovedì, levi le tende (la tenda, vabbè) e fai rotta verso sud.

Isolato

È giovedì e sei nel sud dell’Istria, ma è settembre, pochi giorni dopo la finale dello US Open. Sul punto di addormentarti, sobbalzi sentendo un rumore poco rassicurante. Un minaccioso verso ferino ha squarciato il silenzio della notte a pochi passi dalla tua tenda. Poco convinto, apri la sottilissima parete che separa la zona notte dalla zona giorno: nessun segno di vita aliena. Ancora meno convinto, inizi lentamente ad alzare la cerniera per controllare l’esterno. Nell’oscurità, intravedi la sagoma di un camper distante una cinquantina di metri, peraltro l’unico altro occupante di quella zona del campeggio. Ti viene in mente il film Backcountry, con la giovane coppia accampata tra le montagne dopo aver smarrito il sentiero – non una commedia, per essere chiari. Di nuovo quel suono, che sarebbe bello se fosse un tipo mezzo ubriaco intento a imitare il verso di un maiale. Il fascio di luce del tuo cellulare incrocia invece un cinghiale. Anzi, due. Sono a una ventina di metri da te. Ispezioni nelle altre direzioni. Tre, quattro, cinque. Sei accerchiato. Un paio sono belli grossi.

Non sai se devi preoccuparti, così cerchi su internet per capire la posizione del cinghiale nella scala della pericolosità che va da cucciolo di criceto sotto ritalin a tigre dai denti a sciabola che non mangia da due giorni. Stando al web, se non li importuni, non ti fanno nulla. Chissà se i quadrupedi che hai di fronte (e di fianco e alle spalle) hanno letto lo stesso sito. Ti dirigi verso la reception, ovviamente in automobile – non tanto per il timore di essere mezzo sbranato, quanto per non ritrovarti a dichiarare, mezzo sbranato, “su internet uno diceva che non erano pericolosi”. Domandi al custode se sia normale la presenza di una mandria di cinghiali. Risponde di sì – sarà una buona notizia? – e di non preoccuparti perché finora non hanno né morso né aggredito nessuno. Finora. Cos’è questa padronanza della lingua italiana? È straniero (cioè, tu sei straniero, ma il concetto è chiaroi), che dica “non fanno niente” e siamo a posto. No, deve pure sfoggiare l’avverbio, questo fenomeno. Torni alla tenda (te l’eri richiusa alle spalle da profondo conoscitore dei film horror, quindi al massimo troverai ad attenderti uno con maschera di Scream e pugnale, non un suino), controlli la posizione dei quadrupedi, prendi cuscino e sacco a pelo e dormi in macchina.

Umago Reloaded

Nonostante le previsioni meteo assicurassero il sole fino al primo pomeriggio, il cielo è già coperto di nuvole foriere di pioggia. Con la prospettiva di almeno tre giorni di tempo pessimo, non si può che prendere la strada di casa. Tuttavia, se a Portorose non piove, Jasmine Paolini giocherà tra un paio d’ore e una sosta diventa quasi obbligatoria. Un’ora dopo, ti ritrovi invece fermo in coda alla frontiera con la Slovenia. Anzi, ben prima dell’ultima uscita dall’autostrada croata. Il sito del hrvatski autoklub dichiara sette chilometri di coda: non pensavi che un match di Paolini attraesse tanta gente. Jasmine ti perdonerà se rinunci a quella che è diventata un’impresa impossibile: esci dall’autostrada e ti fermi a Umago dove un cartello ti svela che sono in corso i Campionati del Mondo ITF per Veterani. Già, non contento dell’esperienza di due mesi prima, torni sul luogo del delitto, il Centro Stella Maris. Nessuno controlla l’accesso. Accedi.

La tua attenzione è subito rubata dal bel suono che fanno due tennisti “over qualcosa” (non sei mai stato bravo ad attribuire l’età a qualcuno) quando impattano la palla in una partita di allenamento. Uno che potrebbe essere spagnolo o quantomeno posseduto da uno spirito spagnolo scortica palle pesantissime accompagnate da un lamento troppo lungo verso un altro all’apparenza meno giovane che subisce, non tiene il ritmo, è costretto a fare il tergicristallo epperò macina punti e game. Pochi minuti e sei sul Centrale, dove diventi il terzo spettatore a osservare il doppio della finale tra Olanda e Germania che assegna la Suzanne Lenglen Cup, trofeo femminile a squadre over 35. Stravincono le olandesi, grazie anche alle drop volleys mancine di un’orange che la palla sembra restarle dolce prigioniera del piatto corde per alcuni secondi. Palla che una tedesca tenta di scaraventare nella laguna appena perso l’incontro, ma finisce appena fuori dallo stadio dopo essere rimbalzata su un seggiolino dell’ultima fila. Pensi che non sarebbe male come trofeo da portarsi a casa, ma poi decidi che dà meno nell’occhio appropriarsi della palla e ti dirigi furtivo verso l’uscita nord-ovest (il tuo senso dell’orientamento nell’impianto prescinde dalla presenza del sole). Eccola lì, bella, gialla, quasi nuova. Di una marca che eviti, pazienza.

Inebriato dalla libertà di girare per l’intero impianto, ti rechi sul campo 5 dove è in corso un match del tie tra Portogallo e Francia valido per il terzo posto della Lenglen. Non capisci chi abbia vinto perché sull’ultimo punto ti sei distratto un attimo, colpa di un’avvenente giocatrice di circa 182 cm che ti è passata accanto. Mentre ti incammini verso il Grand Stand, rimugini sul fatto che il segno più doloroso dell’età che avanza non sono gli acciacchi in campo, bensì incrociare una bella tennista veterana e pensare d’istinto, chissà se ha una zia single.

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Flash

“Il tennis a Bordighera dal 1878 a oggi”: da Suzanne Lenglen a Jannik Sinner, il legame della città ligure con questo sport

Il volume curato da Gisella Merello per l’editore Alzani in due edizioni, una in lingua italiana e l’altra tradotta in inglese, svela che le origini del tennis in Italia possono ricondursi proprio alla località in provincia di Imperia

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In questo momento storico in cui il tennis italiano ha acquisito un posto di prestigio nelle classifiche mondiali con la presenza di Berrettini e Sinner, diventa naturale riflettere sulle origini di questo sport in Italia.

La nascita del tennis in Italia si può far risalire al 1878 a Bordighera, cittadina turistica affacciata sul Mar Ligure a pochi chilometri dal confine con la Francia e dal Principato di Monaco. Proprio sul primo circolo tennistico italiano si sviluppa il bel volume rilegato dal titolo “Il tennis a Bordighera dal 1878 a oggi”, curato da Gisella Merello per l’editore Alzani in due edizioni, una in lingua italiana e l’altra tradotta in inglese.

Grazie a fotografie d’epoca e documenti storici inediti, Gisella Merello racconta la nascita del tennis e della prima fabbrica di racchette in Italia, resa possibile grazie alla presenza di una comunità britannica stabile in Riviera che tanto contribuì allo sviluppo economico, sociale e culturale della zona. Si scopre così che personalità di alto profilo come il conte di Strathmore, bisnonno dell’attuale sovrana Elizabeth II, si impegnò in prima persona in qualità di presidente per migliorare il club nei primi anni della sua fondazione, accrescendo il numero dei campi e creando la Club House, purtroppo perduta durante la Seconda guerra mondiale.

 

Durante gli anni i campi di Bordighera hanno visto la presenza di numerosi tennisti di rilievo: da Suzanne Lenglen, Antony Wilding, Bill Tilden, Giorgio De Stefani ad Adriano Panatta, Corrado Barazzutti, Paolo Bertolucci fino ai recenti Jannik Sinner, Iryna Sabalenka, Ivan Ljubicic, Maria Sakkari, Andreas Seppi, Fabio Fognini, Stefanos Tsitsipas, Maria Sharapova, Gregor Dimitrov

L’ottima collaborazione con il primo circolo storico italiano, la strategica posizione geografica e le favorevoli condizioni climatiche hanno creato i presupposti affinché, nel 2017, a Bordighera sia stato creato il Piatti Tennis Center, un polo tennistico tra i più importanti in Europa, dotato di tecnologia all’avanguardia.

Il volume vanta prefazioni di numerosi tennisti italiani che hanno fatto la storia di questo sport come Lea Pericoli, Flavia Pennetta, Fabio Fognini e Jannik Sinner e di un paio di celebri allenatori legati a Bordighera come Riccardo Piatti e Massimo Sartori.

SPUNTI TECNICI: Il nostro coach analizza colpo per colpo, foto per foto, Jannik Sinner al microscopio

Il testo si avvale della collaborazione di autori con svariate competenze professionali come l’attuale proprietario della Sirt Antonello Randone, che racconta la sua avventura imprenditoriale, o come Alessandro Umberto Belluzzo fondatore di Belluzzo International Partners (Trust&Wealth), che illustra la necessità dei tennisti di gestire la carriera non solo dal punto di vista sportivo ma anche da quello legale e patrimoniale. Belluzzo, membro del board della I Tennis Foundation, fondazione che si occupa di finanziare giovani atleti per consentire loro una ascesa sportiva di successo, è stato il principale promotore di alcuni eventi promozionali del volume che hanno che hanno avuto luogo a Bordighera, Londra e Roma.

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