Tennis in Translation: lettera di Milos Raonic al futuro se stesso

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Tennis in Translation: lettera di Milos Raonic al futuro se stesso

Il n.4 del mondo scrive una lettera appassionata al Raonic del futuro. Tra l’ansia di scoprire se avrà raggiunto i suoi obiettivi e i teneri ricordi dell’infanzia

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Qui il testo originale

Caro Milos,
sono sicuro che ormai te ne sarai dimenticato ma c’è una vecchia storia su Andre Agassi che vorrei ricordarti. Andre non era neanche il tuo giocatore preferito quando crescevi – a te piaceva Sampras – ma per qualche strana ragione in questo periodo ci ho pensato parecchio. Nella parte iniziale della sua carriera, alla fine degli anni ’80, quando lui era già un prodigio ma non era ancora diventato una superstar. Stava ancora salendo la scala del successo, era appena diventato numero 3 al mondo. E si frequentava ancora con quella bionda da paura, anche se non è questo il punto. Un reporter stava intervistando Andre dopo un match. Lui aveva appena vinto e stava uscendo dal campo. “Cosa si prova ad essere numero 3?” gli aveva chiesto. “Non sopporto la mediocrità,” rispose Andre. Mediocrità. È questo che lui stava provando. Niente gratificazione. Nessun sollievo, persino dopo un’infanzia in cui veniva considerato come grande fenomeno. Assolutamente nulla di tutto ciò. Andre era numero 3 al mondo e come si sentiva… mediocre. Andre era numero 3 al mondo, una cerchia che include leggende dello sport come Pete e Ivan Lendl. E tuttavia non era abbastanza. Anzi neanche vicino. Per un giocatore del calibro di Andre, c’era il numero 1… e poi venivano gli altri. C’era la cima della montagna, e poi c’erano i ragazzi che stavano cercando di scalarla. Andre sapeva qual era il suo obiettivo e sapeva che qualsiasi altro posto tra dove si trovava e dove voleva essere – sia che fosse numero 2 o numero 202 – significava semplicemente stare nel mezzo. Mediocre. È da pazzi, non è vero? E questa non è neanche la parte più incredibile. La cosa più assurda è che in questo momento della mia vita riesco perfettamente a rapportarmi con cosa stava passando lui. Mentre sto scrivendo ora, ho 26 anni e sono il quarto giocatore della classifica di singolare della ATP. Non suona male, giusto? Immagina se ti dicessi, quando avevi 16 anni e ti allenavi con una spara-palle nel tennis club pubblico di Ontario, che un giorno saresti diventato numero 4 in classifica, avresti saltato di gioia fin sulla luna. Numero 4 al mondo?

Più di 10 anni fa ero un ragazzino che si svegliava presto per allenarsi, prima di andare a scuola, al club di Richmond Hill. Avevo firmato una lettera per frequentare la Virginia con una borsa di studio per il tennis. La mia valigia era fatta ed ero pronto per partire. Ma poi… non l’ho fatto. Ti ricordi il perché? Io volevo diventare un giocatore tra i primi 50. Sì, esatto. Un top 50. Scusami, cosa ti aspettavi? Numero 1? Forse ora sarai troppo vecchio per ricordartelo, ma è la verità. Ti ricordi tutti quei vecchi profili che leggevi su Sport Illustrated, dove gli atleti dicevano, “Sin dal giorno in cui sono nato il mio obiettivo è stato quello di diventare il migliore al mondo” – qualcosa del genere? Beh, quello non eri tu. Tu eri solo un ragazzino normale, Milos. Eri sono un ragazzo che giocava a tennis alle scuole superiori in Canada, un paese che non ha mai avuto un giocatore in una finale Slam in singolare. Ma poi hai scoperto, intorno ai 16 o 17 anni, che il tennis era un’attività nella quale saresti potuto diventare piuttosto bravo. Bravo abbastanza da diventare professionista, in effetti. E quando tu ti immaginavi la cosa, sognando di diventare professionista da adolescente… immaginandoti come sarebbe stata la tua carriera… beh, hai anche pensato a quale sarebbe stata la tua più alta posizione in classifica. Top 50. Questo non significa che tu non fossi ambizioso. Tu eri estremamente ambizioso, abbastanza da rinunciare un’offerta deliziosa da una delle Università più prestigiose degli Stati Uniti, e scommettere tutto su te stesso diventando subito professionista. Un posto tra i primi 50 sarebbe stato soddisfacente per il Milos sedicenne. E ora ne hai 26 di anni e sei numero 4 al mondo. Il che fa sorgere una domanda: Milos… chi sei tu davvero? Sei una fantastica storia di successo, che ha ampiamente spazzato via i suoi sogni di gioventù già quando aveva 21 anni? O sei come Andre Agassi quando descrisse se stesso, all’epoca in cui si trovava giusto una posizione più in alto della tua? Sei mediocre? La risposta breve, ovviamente, è che dipende tutto dalla prospettiva, da come guardi le cose – e si spera che con il passare degli anni tu ne acquisterai sempre più di prospettiva. La risposta lunga… aspetta, Milos: sei troppo vecchio per ricordarti cosa significhi PDNF? “Paura Di Non Farcela“?

 

Ti sto scrivendo dal 2017 – in una società ossessionata con PDNF. Controlla su Instagram, dopo tutte le foto dei tuoi amici e del loro week-end a Coachella dove tu non sei potuto andare… continua a cercare e guarda la scritta “Vincitore di Slam” vicino al nome di un concorrente. Siamo noi che creiamo tutte queste idee su quello che capita nelle nostre vite, sulle esperienze che abbiamo, o su quelle che hanno le altre persone. E noi ci aggrappiamo a queste idee e ci lasciamo plasmare da esse, anche se la realtà non è necessariamente fatta in quella maniera. Chiunque abbia almeno una volta guadato una foto della vita di qualcuno e ha pensato “Questo sembra fico”, ha sofferto di PDNF. E per i ventenni che stanno scoprendo cosa vogliono dalla vita, PDNF può essere piuttosto persistente. La mia carriera si trova ad un bivio, avendo realizzato il mio obiettivo iniziale nel tennis mentre sono ancora indietro rispetto a quello che hanno fatto i miei idoli… e mi trovo a vivere questa sensazione di PDNF in due direzioni. Certe volte mi chiedo se, concentrandomi troppo sui miei obiettivi, non stia lasciando il mondo scorrere via senza di me. O se valga davvero la pena fare tutti i sacrifici che faccio per realizzare i miei sogni, attraverso abnegazione e persistenza. La mia più grande paura a questo punto della mia vita è la possibilità che un giorno io possa guardarmi indietro e avere la sensazione di non aver sfruttato al massimo il mio potenziale come giocatore. Che non sono diventato numero uno. Che non ho vinto svariati Slam. Che non ce l’ho fatta. Tu la sai la risposta definitiva di questa domanda, ma io no.

Non molto tempo fa io ero il ragazzino che ha evitato di percorrere la strada completa – e l’opportunità di imparare in una delle migliori scuole di economia del Nord America – per realizzare il suo pazzo sogno, sfondare nella top 50. Ad ogni gradino che salivo nella classifica ATP imparavo qualcosa di nuovo. Mentre mi alleno ho imparato questo, che do il meglio di me quando sono in solitudine e in difficoltà. Ti ricordi quei due inverni passati a Barcellona nel 2011 e nel 2012, da solo in una camera di 22 metri quadrati vicino l’Università? Ti sei trovato a non desiderare niente. Non eri circondato da altri giocatori, o allenatori, o le chiacchiere costanti a proposito del ranking. C’eri solo tu e il tuo gioco e nessuno che ti coprisse le spalle. A te piaceva Barcellona, anche se la sua vita notturna non si sposa molto con il tuo programma di allenamento. Tu sei sempre stato il primo ad arrivare al ristorante per cena, che apriva alle 21:00, quando apriva presto. Mangiavi da solo, e poi camminavi fino a casa, da solo, proprio mentre tutti gli altri iniziavano a uscire per la serata. Hai imparato così tante cose. Mentre salivi di livello, hai iniziato a fare affidamento sulla tua forza. Il tuo atletismo e il tuo servizio erano il tuo pane e acqua. Hai viaggiato intorno al mondo per allenarti con allenatori specifici nelle loro accademie. Hai assunto John McEnroe per farti aiutare a completare il tuo gioco per l’erba di Wimbledon, e ti ha aiutato lungo la strada che tu ha portato a giocare la finale nel 2016. E ora sei numero 4. Sei così vicino ma sembra così lontano – i gradini si fanno sempre più alti e la luce più luminosa. E la cosa ti rende molto più nervoso. Improvvisamente la strada per passare da numero 4 a numero 1 sembra più lunga di qualsiasi altra strada tu abbia mai preso. Fai fatica a imparare come rilassarsi senza farsi prendere dalla paura del fallimento. Verso la fine dello scorso anno hai assunto Richard Krajicek per rinforzare il tuo gioco di attacco, così da vincere contro i giocatori classificati più in alto di te. In tutti questi anni fino ad ora, spero tu non abbia dimenticato quanto sei stato fedele alla tua scalata – partendo da non-classificato, passando per l’ingresso tra i primi 50, fino a ora.

Anche se non avrai raggiunto la posizione numero 1, ho fiducia nel fatto che tu abbia continuato con il tuo approccio meticoloso come fai ora. Non importa cosa andrai a fare dopo il tennis, spero che troverai qualcosa che canalizzi la tua passione e il tuo spirito competitivo. C’è una citazione di Steve Jobs che ho letto parecchie volte ultimamente, che spero tu terrai con te: “Se oggi dovesse essere l’ultimo giorno della tua vita, vorresti fare quello che stai facendo oggi? E ogni volta che la risposta è no per troppi giorni consecutivi, capisco che ho bisogno di cambiare qualcosa” Ti ricordi di quando hai sognato di fare degli stage in tutti i tipi di industrie una volta che ti sarai ritirato? Spero che approfondirai la cosa. Spero tu avrai ricominciato la scuola, sforzandoti di perfezionare tutti quei pensieri profondi che avevi all’epoca, se solo non fossero così incasinati. Spero tu abbia continuato ad esplorare: sei cresciuto in una casa dove non c’era molta arte o musica, ma negli ultimi 18 mesi questi due campi hanno davvero iniziato ad ispirarti. Passare del tempo con Jeff Elrod nel suo studio a New York, e ascoltare la moglie di John, la musicista Patty Smyth, sono due delle cose più belle che hai fatto lo scorso anno. Lo ammetto, mi fa soffrire pensare a come mi sentirò se non dovessi realizzare il mio obiettivo. Ma la mia carriera tennistica è ciò che da un significato alle mie curiosità più profonde, senza aver paura del fallimento o di una rovina finanziaria. È una benedizione. Al momento sei numero 4 e mi domando come la cosa, alla tua età, ti faccia sentire. Mi chiedo cosa accadrà in futuro, e se riuscirò a salire gli ultimi tre gradini per diventare numero 1. Ci sono tante cose che non posso controllare. Credo che sia per questo che sono così meticoloso a proposito delle cose che posso controllare: la mia etica nel lavoro, la mia persistenza, la mia energia. Non so cosa accadrà adesso. Spero solo che quando leggerai questo, ti dirai “Io compiuto ogni passo che pensavo fosse quello giusto in quel momento“. Se potrai dir ciò, sarai contento Milos. Se l’hai fatto, con tutto il rispetto per Andre, la tua vita sarà molto più che mediocre.

Con affetto,
Milos Raonic

Febbraio 2017

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Non fate come Kyrgios: non sottovalutate Pablo Carreño Busta allo US Open

Tra i quattro semifinalisti lo spagnolo è il meno titolato, ma a livello Slam non ha tanto da invidiare ai suoi avversari. Prima di sminuirlo, Kyrgios dovrebbe dare uno sguardo ai suoi risultati

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Pablo Carreño Busta - US Open 2020 (photo by Simon Bruty/USTA)

Le semifinali dei due tabelloni dello US Open 2020 hanno un tratto comune? In tanti potrebbero rispondere sì a questa domanda e potremmo essere parzialmente d’accordo anche noi. Per quale motivo? Beh, nel femminile abbiamo parlato ieri di Jennifer Brady, numero 41 del ranking (28 del seeding) alla prima semifinale Slam, che si è ritrovata attorno Serena Williams (23 Major), Azarenka e Osaka (due titoli Slam per parte). Nel maschile invece i quattro giocatori rimasti non hanno mai vinto un titolo a questi livelli, ma nonostante ciò si parla principalmente di Zverev, Thiem e Medvedev e Pablo Carreño Busta, che a differenza di Brady una semi Slam l’ha già giocata, viene erroneamente considerato un intruso.

A ingannare è probabilmente il ranking: lo spagnolo è una ventina di posizioni dietro i tre che hanno raggiunto come lui il penultimo atto del torneo, ma arrivati in queste fasi l’abitudine a giocare su determinati palcoscenici e con una certa pressione sulle spalle può fare la differenza tra una sconfitta e una vittoria. E a tal proposito, Carreño non parte battuto in partenza, almeno nella semifinale. Per Sascha Zverev è la seconda semi Slam della carriera, come lo è per lo spagnolo. Dall’altro lato invece Thiem giocherà la sua sesta, ma appena la seconda su cemento, mentre Medvedev ha raggiunto questa fase in un Major solo un anno fa, sempre a Flushing Meadows. Tuttavia non è da trascurare il fatto che sia il russo che l’austriaco hanno già preso parte a una finale Slam e tutti e tre hanno già vinto un trofeo Masters 1000. Ad ogni mod,o se si guardano le due sfide da questa prospettiva, il gap tra i tre top 10 e Carreño è abbastanza piccolo, di certo infinitamente inferiore rispetto a quello tra Brady e le altre tre campionesse.

Detto ciò, è comprensibile che l’attenzione sia rivolta a Dominic, Sascha e Daniil per un altro motivo. È da quattro anni ormai (Wawrinka allo US Open 2016) che non si vede un vincitore Slam diverso da Federer, Nadal o Djokovic e da allora si cerca un giovane in grado di interrompere il loro dominio. Vista l’assenza dei Big Three, non veder vincere uno tra Thiem, Zverev o Medvedev nemmeno stavolta porrebbe dei grossi dubbi sulle loro capacità di sostituirsi al trio che ha dominato l’ultimo decennio. Perciò anche mediaticamente Carreño Busta “tira” meno degli altri tre, ma non per questo va sottovalutato. Ci ha messo del suo anche Nick Kyrgios con i suoi tweet.

 

L’australiano da qualche giorno sta conducendo una crociata contro Carreno, tacciandolo come terraiolo “che senza il mattone tritato non sarebbe arrivato nemmeno vicino alla top 50”. “Deve essere piuttosto annoiato” ha commentato lo spagnolo e Nick alla vigilia delle semifinali ha risposto ancora, postando su Instagram i confronti diretti (conduce 2-0) con Carreno, dicendo che alla noia preferirebbe giocare lo US Open e batterlo ancora. Tuttavia l’australiano al massimo ha raggiunto due quarti di finale negli Slam, peraltro vecchi di oltre cinque anni. In più dimostra di non aver letto con la dovuta attenzione i risultati della carriera di Carreño Busta.

Pablo Carreño Busta – US Open 2020 (via Twitter, @usopen)

Usando la lente d’ingrandimento sulla carriera dello spagnolo, capiamo ancora meglio che la sua superficie preferita non è la terra battuta come dice Kyrgios, bensì il cemento outdoor. A 23 anni centra il primo discreto risultato in uno Slam, un terzo turno allo US Open nell’edizione 2014. Si ripete due anni dopo, sempre a Flushing Meadows e poi all’Australian Open 2017, quello che a tutti gli effetti è l’anno della sua esplosione definitiva. Bisogna attendere il Roland Garros 2017 per vederlo superare il secondo round nell’unico Slam su terra del calendario. Quell’anno si spinse fino ai quarti, dove fu costretto al ritiro contro Rafa Nadal. Non si spinse mai oltre sul rosso, cosa che invece gli è riuscita due volte sul duro, la prima alla fine di quell’estate.

A Flushing Meadows non perse neanche un set fino alla semifinale, la sua prima in un Major. Tuttavia ci riuscì superando ben quattro qualificati. King al primo turno, Norrie al secondo, Mahut al terzo e Denis Shapovalov in ottavi. Quest’anno ha battuto nuovamente il canadese, diventato nel frattempo un tennista ‘vero’, al termine di una durissima battaglia durata cinque set ai quarti di finale. Riguardando il tabellone dell’edizione 2017 è curioso vedere che il canadese (che qualche settimana prima si fece conoscere alla Rogers Cup, battendo Rafa Nadal) superò al primo turno Daniil Medvedev, abbastanza nettamente (7-5 6-1 6-2).

Proprio in relazione a Shapovalov, si può evidenziare come il canadese avesse battuto in quattro set Goffin prima di arrestarsi al cospetto di Carreño Busta. Due tennisti che presentano delle somiglianze, e rispetto al quale ‘Shapo’ è certamente più esplosivo: eppure, contro Goffin la rimonta gli è riuscita piuttosto agevolmente, mentre lo spagnolo gli ha imposto un 6-3 al quinto set. Interrogata sulla questione, è probabile che la maggioranza degli appassionati definirebbe Goffin un tennista più forte di Carreno Busta: quanto al rendimento negli Slam, però, il belga è arrivato tre volte ai quarti vincendo un solo set, Carreño (un anno più giovane) ha fatto lo stesso avanzando due volte in semifinale.

Qualche dato ci permette di chiudere definitivamente il discorso rispetto alla superficie d’elezione di Carreño Busta: in carriera ha vinto complessivamente 289 match su cemento, il 66% di quelli disputati. Invece su terra battuta sono 157 le vittorie su 257 partita, un ottimo 61%, ma piuttosto inferiore rispetto al record personale sul duro. E infine, anche i trofei confermano tale rapporto: tre li ha vinti su cemento (Winston-Salem 2016, Mosca – indoor – 2016 e Chengdu 2016) e uno su terra battuta (Estoril 2017). Adesso siete convinti del fatto che Carreno è tutt’altro che un intruso in queste semifinali?

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Conosciamo meglio Jennifer Brady, l’underdog che sogna il titolo allo US Open

L’unica giocatrice senza Slam tra le quattro semifinalista, Brady è chiaramente la meno conosciuta. Ma è in possesso di armi che le consentono di pensare in grande

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Delle quattro semifinaliste è l’unica che non ha mai vinto uno Slam. Prima di questo torneo non aveva mai raggiunto nemmeno i quarti di finale in un Major. Eppure Jennifer Brady, nel ruolo di ‘underdog’, fa paura. Anche perché un’ex campionessa del torneo l’ha già rullata nei quarti, Angie Kerber. Ha vinto dieci delle ultime undici partite giocate: cinque al torneo di Lexington, vinto senza perdere un set. Non un brutto modo per alzare il primo trofeo nel circuito WTA, a 25 anni. Poi c’è stata la sconfitta al primo turno a Cincinnati contro Pegula, ma ora di nuovo un percorso nettissimo fino alla semifinale dello US Open. Ci è arrivata perdendo solo 24 game in cinque partite, in media meno di cinque game persi in ogni match.

Ora però dall’altra parte della rete c’è la favorita alla vittoria finale, Naomi Osaka. Sarà la prima semifinale di giornata, orario d’inizio: l’una di notte italiana. Contro Yulia Putintseva nei quarti ha preso confidenza con l’Arthur Ashe, dopo che tre anni fa al suo debutto su quel campo subì una cocente delusione (e c’era pure il pubblico sugli spalti), perdendo 6-1 6-0 dall’allora finalista uscente Karolina Pliskova (avrebbe potuto sfidarla pure quest’anno al terzo turno, ma Caroline Garcia la pensava diversamente). Al tempo erano gli ottavi di finale e poteva ritenersi soddisfatta di quanto fatto in quella stagione. Fu proprio nel 2017 infatti che Brady iniziò a farsi conoscere: raggiunse il quarto turno anche all’Australian Open in gennaio, ma partendo dalle qualificazioni.

Il suo nome iniziò a comparire sui taccuini degli addetti ai lavori, e non solo perché di cognome fa Brady come Tom, la leggenda del football americano. Di lei si sapeva che prese in mano la racchetta per la prima volta a sette anni e si formò come giovane giocatrice alla Chris Evert Tennis Academy di Boca Raton, in Florida. Prima di decidere di passare al professionismo giocò due anni al college per gli UCLA Bruins e vinse con loro il titolo NCAA del 2014. Durante quell’Australian Open incuriosì anche il nostro Luca Baldissera, che le dedicò un articolo nella sua rubrica “spunti tecnici”.

 

La sua attitudine è rimasta sempre offensiva e la velocità del cemento newyorchese quest’anno agevola la sua azione. Il fondamentale sul quale fa più leva è il servizio, grazie anche alla sua altezza (poco meno di 1.80). È la seconda giocatrice dietro Serena (64) per ace messi a referto, 28, tra quelle rimaste in gara. La sua prima di servizio non è tanto incisiva quanto quella di Osaka (80% di punti vinti) e Serena (74%), ma compensa con un rendimento eccezionale con la seconda (vince il 55% dei punti nel torneo, appena dietro Osaka, 57%, ma nell’arco della stagione è addirittura seconda in top 100 per numero di punti vinti). Brady sa giocare molto bene la seconda in kick, che spesso le permette di comandare subito lo scambio. Nonostante ciò avrà sicuramente difficoltà a gestire l’esuberanza in risposta di Naomi, che contro la seconda delle avversarie ha vinto più punti di tutte (90 in cinque partite disputate).

Jennifer Brady – US Open 2020 (courtesy of USTA)

Brady però non si tirerà certo indietro. La sua propensione all’attacco non esclude ottime capacità difensive, evidentemente migliorate nel tempo. Se fate un confronto con le foto scattate da Luca nel 2017 e tra quelle dello US Open in corso, vedrete che Jennifer ha perso qualche chilo, guadagnando una maggior mobilità sul rettangolo di gioco, che le permette di anche di ribaltare in suo favore punti in cui è costretta a remare da dietro. Osaka cercherà di giocare più sul suo rovescio (meno sicuro del dritto, ma comunque affidabile) e soprattutto non vorrà darle l’opportunità di giocare il dritto a sventaglio o l’inside-in, colpo che le dà tantissimi punti nel match.

Il nome di Jen Brady tra le ultime quattro, come avrete intuito, non è così casuale come possa sembrare. I 27 titoli Slam che le altre tre semifinaliste raccolgono tutte assieme non devono indurre a sottostimare la statunitense. Questo risultato è frutto di un percorso di crescita iniziato in quel 2017, interrotto nel 2018-2019 e ripreso all’inizio di questa stagione, della quale abbiamo perso diversi mesi per via del COVID-19. In febbraio raggiunse la semifinale a Dubai, partendo dalle qualificazioni e prima ancora sorprese a Brisbane la numero uno del mondo Barty. Quest’anno Brady ha finalmente aggiustato gli aspetti tecnico-tattici necessari per continuare la sua crescita e la semifinale (o più, chissà) potrebbe essere solamente il punto di partenza.

Al termine della sfida con Putintseva si è aperta, raccontando quando non molto tempo fa metteva in dubbio la sua carriera per via dei risultati che non arrivavano: “Ripenso a tutte le volte che ho giocato tornei Challenger o perdevo al primo turno di qualificazione. Pensavo: ‘Ok, posso ancora riuscire ad arrivare in alto? Questo sport fa per me?’ Ho avuto tanti dubbi, mi sono posta tante domande in quel periodo. Non avevo pensieri positivi. Ma sono stata fortunata ad accettare tutto e andare avanti, continuare a giocare, ad allenarmi e a migliorare. Ora guardo le cose da una prospettiva diversa, anche al di là del tennis. Mi godo ogni singolo giorno. Guardo la vita in modo diverso”.

Virtualmente ora è al numero 25 del mondo, il suo best ranking. Ma soprattutto, arrivati a questo punto del torneo, si può sognare.

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Emil Ruusuvuori, chi è il prossimo avversario di Berrettini

Il primo avversario di Matteo Berrettini al Western & Southern Open di Cincinnati sarà un 21enne di Helsinki, per molti uno dei giovani più interessanti del circuito. Andiamo a scoprirlo

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Emil Ruusuvuori - Cincinnati 2020 (via Twitter, @atptour)

Matteo Berrettini esordirà fra poche ore (intorno alle 22 italiane) al secondo turno del torneo di Cincinnati in corso a New York, e lo farà contro Emil Ruusuvuori, N.101 ATP, che ieri ha sconfitto Sebastian Korda, figlio del grande Petr, in poco più di due ore molto sofferte – è stato sotto 2-5 0-30 nel terzo prima di rimontare vincendo 20 degli ultimi 22 punti. Anticipando il match di oggi, ha detto al sito dell’ATP: “Matteo è uno dei migliori giocatori del tour in questo momento, ma non ho niente da perdere. Sarà divertente, dovrò giocare il mio miglior tennis per riuscire a stargli dietro”.

Ma chi è questo ventunenne finlandese? Qualche mese fa, Pietro Sconamiglio ha scritto dei suoi interessi, dalla musica all’hockey a Zlatan Ibrahimovic, ma di recente il suo allenatore italiano, Federico Ricci, ha raccontato un po’ di più del Ruusuvuori giocatore. Ricci vive da nove anni in Finlandia dopo aver lavorato in Florida, alla Evert Academy, per quasi un decennio: nel Paese scandinavo è stato tra i fondatori della Nieminen Academy in Finlandia e ha continuato a lavorare esclusivamente con Ruusuvuori quando la scuola ha chiuso i battenti nel 2017 (principalmente perché il numero dei giocatori era aumentato oltre le previsioni e Nieminen non voleva fare il coach a tempo pieno), ed è pertanto l’artefice principale del gioco di Emil, ‘Emppu’ per gli amici.

“Emil è sempre stato abituato a giocare con i piedi sulla riga di fondo, comandando lo scambio”, ha detto ad Alessandro Nizegorodcew per Sportface, “ma farlo contro i primi del mondo è ovviamente molto più complicato. Abbiamo quindi lavorato tanto sulla profondità dei colpi e sulla gestione della posizione nel rettangolo di gioco. L’obiettivo è quello di rimanere vicino al campo anche contro i top player.

 

“All’inizio c’è voluto un po’ per farlo lavorare, poi ha avuto dei problemi di crescita a livello lombare, ma gli infortuni l’hanno per certi versi aiutato, perché da un lato ci hanno permesso di lavorare di più sulla tecnica, e dall’altro gli hanno insegnato la disciplina necessaria per prendersi cura del proprio corpo, e questo ha dato i suoi frutti soprattutto negli ultimi due anni. Ha sicuramente avuto una crescita rallentata, ha giocato solo una stagione piena da junior e poi ha saltato tre mesi di stagione nel 2018 per una broncopolmonite, ma credo che questi problemi fisici l’abbiano reso molto più professionale”.

Il coach lo descrive così: “Emil è un attaccante da fondo, ha un ottimo timing sulla palla e risponde molto bene. Gli piace girarsi sul dritto per spingere, ma ha anche un rovescio solido con cui può fare il punto”. Come si può intuire dalla descrizione del suo stile di gioco, la sua superficie preferita è il cemento al chiuso, perché, come ha detto a Tennis Nerds, “la stagione outdoor non è molto lunga in Finlandia!”. Nieminen, probabilmente l’unico tennista di livello assoluto prodotto dalla Finlandia (N.13 ATP nel 2006, tre quarti di finale Slam), è ancora oggi un’influenza di rilievo per lui, visto che nella sua vece di capitano di Davis è in frequente contatto con il team di Emil.

In pre-stagione si è allenato una volta con Nadal a Manacor, un’esperienza che ha descritto al sito delle Next Gen ATP Finals come “uno dei miei migliori ricordi su un campo da tennis” per via dell’intensità e del desiderio di imparare che Rafa tuttora mette in ogni sessione, e subito prima di venire a New York ha continuato a lavorare con Casper Ruud, altro uomo della Nadal Academy, a indicare il credito di cui già gode. Nella stessa intervista, ha rivelato che durante il lockdown Ricci gli ha fatto vedere dei classici come Agassi-Sampras allo US Open del 2001, quarto di finale da quattro tie-break senza break, o Safin-Federer nella semifinale di Melbourne 2005. “Abbiamo guardato a cosa facevano quei campioni per provare a individuare due o tre punti da aggiungere al mio gioco”

Quest’anno ha eliminato Jannik Sinner al secondo turno del Challenger di Bendigo (ribattezzato Bendigo 2 quando il torneo di Canberra è stato spostato in città a causa degli incendi di inizio anno), raggiungendo poi la finale, persa con Kohlschreiber. Complessivamente, in stagione è 2-2 nei main draw ATP, ma 15-7 se si considerano qualificazioni e Challenger.

Nel 2019, invece, è stato uno dei migliori in assoluto nel circuito Challenger; ha vinto quattro titoli sul cemento (Fergana, Helsinki in casa, e due che sono decisamente di buon auspicio per il suo futuro, il Rafa Nadal Open di Manacor e il Murray Trophy di Glasgow) e ha raggiunto una finale sulla terra di Augsburg. Soprattutto, però, ha scioccato il mondo del tennis battendo con un netto 6-3 6-2 l’allora N.5 del mondo, Dominic Thiem, in Coppa Davis, in un tie perso dalla sua nazionale ma in cui lui ha vinto entrambi i singolari.

Emil Ruusuvuori – Montpellier 2020 (via Twitter, @atptour)

Qui a New York Emil si è qualificato smontando Jeremy Chardy, tds N.2 delle quali, per 6-0 6-4, e si è assicurato l’ingresso fra i Top 100 con la vittoria al primo turno su Korda junior – peraltro il traguardo sarebbe stato raggiunto a marzo, se l’ATP avesse considerato l’ultima settimana di gioco, poi stralciata per via della cancellazione di Indian Wells.

Sarà più la sfida contro il francese, però, a guidare il suo match plan contro Berrettini: contro Chardy, infatti, Ruusuvuori ha sempre spinto sulla seconda, vincendo il 67% dei punti, e ha mosso l’avversario verticalizzando molto il gioco, sapendo di non potergli permettere di spingere sopra la pallina. L’azzurro dovrà quindi cercare di dettare il punto fin dall’inizio, e la difficoltà maggiore sarà quella di affrontare un avversario tanto dinamico (e già caldo) all’esordio, anche se le oltre due ore di ieri potrebbero finire per pesare sul finlandese. Ricordiamo che Berrettini non gioca due su tre dal novembre dello scorso anno, visto che in questa stagione ha disputato solo due incontri, entrambi all’Australian Open, e quindi potrebbe avere un po’ di ruggine addosso.

D’altro canto, nel match di ieri Ruusuvuori ha dimostrato di non essere tranquillissimo sulle palle più lavorate, preferendo situazioni e traiettorie lineari su cui spingere, e l’ottimo slice dell’italiano lo potrebbe mandare fuori giri, senza considerare che ha concesso 15 ace e il 71% di punti contro una prima come quella di Korda, ed è perciò presumibile che contro uno dei migliori servizi del circuito possa avere dei problemi a spingere.

Parlando con Luca Fiorino, sempre di SuperTennis, Federico Ricci aveva detto: “La cosa più complicata è stata fargli credere che potesse fare qualcosa di inusuale per uno stato come la Finlandia. È un ragazzo abbastanza rilassato e artistico, tentare di passargli quel minimo di nervosismo che ti fa fare una performance migliore non è stato semplice. A cinque anni ha iniziato a giocare a badminton, uno degli sport più popolari. Emil è una persona introversa, vive alla giornata e ciò gli fa bene per la sua crescita tennistica, anche se spesso sarebbe utile che pensasse anche al domani. Per il momento, i passi fatti sembrano essere quelli giusti, vedremo se già da oggi saprà farsi conoscere da un pubblico più ampio, e se riuscire a rimettere il suo Paese sulla mappa del tennis.

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