Nei dintorni di Djokovic: Petra Martic ci riprova

Nei dintorni di Djokovic

Nei dintorni di Djokovic: Petra Martic ci riprova

Dopo il lungo stop per un brutto infortunio alla schiena, la croata Petra Martic, ex n. 42 WTA, è ripartita dall’Accademia di Schuttler e Waske per risalire in classifica

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Giugno 2012. Al Roland Garros la 21enne Petra Martic raggiunge per la prima volta gli ottavi di finale di un torneo dello Slam, e si avvicina alla top 40 WTA. Le vittorie sulla terra rossa parigina – nell’ordine contro l’olandese Krajicek, la francese Bartoli, testa di serie n. 8, e la spagnola Medina Garrigues, n. 29 del seeding, prima di uscire per mano di Angelique Kerber – le valgono infatti il best ranking al n. 42. La giovane tennista croata aveva già fatto parlare di sé tre mesi prima, quando a Kuala Lumpur, in Malesia, grazie alle vittorie sulle due top 20 Peng Shuai e Jelena Jankovic aveva raggiunto la sua prima finale WTA, dove si era dovuta ritirare sul 4-1 del terzo a favore della sua avversaria, la taiwanese Hsieh Su-wei. Insomma, sembrava proprio che Spalato avesse trovato la giocatrice in grado di ricalcare le orme dei famosi concittadini Pilic, Ivanisevic e Ancic. Purtroppo però il destino, sotto forma di vari infortuni, ha deciso diversamente. Sinora.

In quella cavalcata parigina di cinque anni, che rimane la sua migliore prestazione Slam, si manifesta un problema fisico, una fascite plantare, che non le consente di rendere poi al meglio nei tornei successivi (a Wimbledon viene eliminata al primo turno) e la costringe a saltare subito dopo le Olimpiadi di Londra, sempre sull’erba dei campi di Church Road. Non che già allora, purtroppo, gli infortuni fossero una novità per Petra, che aveva già dovuto affrontare dei problemi al ginocchio nel 2009, l’anno in cui per la prima volta – diciottenne – aveva concluso la stagione nelle top 100 (n. 84), e un infortunio ai muscoli addominali l’anno successivo. Invece nel 2011 gli acciacchi le avevano concesso un po’ di pace ed ecco che si era messa in grande evidenza: secondo turno in tre Slam (Australian Open, Wimbledon e New York), a livello Premier secondo turno a Miami e Toronto e ottavi a Cincinnati, e infine le semifinali raggiunte a Bogotà e Copenaghen. Stagione conclusa tra le top 50, al n. 49, poche settimane prima di compiere 21 anni (è nata il 19 gennaio del 1991).

Torniamo all’estate del 2012. Dopo un paio di mesi, Petra recupera dall’infortunio al piede ed è di nuovo in campo. L’inattività dovuta allo stop forzato si fa sentire, ma riesce comunque ad arrivare negli ottavi a Tokyo (superando Petkovic e Kvitova) e nei quarti a Linz, finendo la stagione al n. 59 WTA. L’anno dopo si toglie la soddisfazione di riprendere il discorso interrotto dodici mesi prima sui prati londinesi, arrivando al terzo turno a Wimbledon. Ma fatta eccezione per questo exploit, poco altro da segnalare (i quarti a Katowice eTaipei): la tennista dalmata fatica a ritrovare la forma e le sensazioni che l’avevano accompagnata fino al giugno dell’anno precedente e scivola fuori dalla top 100, finendo l’annata al n. 116. La sfortuna, però, insiste: nel 2014 ancora un infortunio, stavolta al polso della mano destra, non le permette di rendere al meglio e la fa scivolare a fine anno in 179esima posizione. Tutto da rifare. La stagione successiva gli infortuni le danno finalmente tregua. Lei però fatica a ritrovarsi. Nessun risultato significativo nel 2015, a parte una semifinale a Dalian, in Cina, a settembre. Supera comunque le qualificazioni, raggiungendo il tabellone principale, in diversi tornei, a partire dagli Australian Open ed il Roland Garros. Risultati che le consentono almeno di rientrare stabilmente tra le top 150 e di finire la stagione al n. 144.

 

Ma l’annus horribilis di Petra è il 2016. A febbraio, dopo una promettente semifinale a Rio de Janeiro (sconfitta da Francesca Schiavone, che poi vincerà il torneo, il settimo in carriera) vola in Messico, a Monterrey. Qui supera i tre turni delle qualificazioni prima di perdere al primo turno del main draw dalla tds n. 5 Caroline Garcia. Ma tornata in Europa lamenta dolori alla schiena, che la costringono a fermarsi per due mesi e mezzo. Prova a tornare in campo, dato che ci sono di mezzo gli Slam di Parigi e Wimbledon. Ma il dolore non le permette di giocare come vorrebbe e potrebbe. L’unica gioia è la vittoria in doppio nel torneo di “casa” a Bol, in Dalmazia, disputato subito dopo il Roland Garros. Ma i dolori alla schiena peggiorano, tanto che dopo lo Slam londinese è costretta nuovamente a fermarsi per risolvere il problema. Non disputa più nessun torneo e a fine anno crolla in 266esima posizione.

Arriviamo ad oggi. Petra dopo una lunga riabilitazione ha fortunatamente risolto i guai alla schiena e si è trasferita in Germania, ad Offenbach, alla Schuttler Waske Tennis-University. Si tratta dell’accademia fondata nel 2010 dai due ex pro tedeschi Rainer Schuttler (n. 5 ATP nel 2004) e Aleksander Waske (best ranking n. 89 in singolare e n. 16 in doppio), che funge da base per circa una trentina di giocatori professionisti, tra i quali spiccano i nomi di Tommy Haas, Andrea Petkovic e Phillip Petzschner (ma anche quella Angelique Kerber che al termine del torneo di Indian Wells tornerà in vetta alla classifica mondiale negli anni scorsi è passata di qua).

Intervistata telefonicamente, un paio di settimane fa, dal quotidiano della sua città “Slobodna Dalmacija”, la 26enne tennista croata ha raccontato come ci si sente, dopo uno stop così lungo, ad affrontare l’ennesima ripartenza della sua carriera. Perso infatti l’ultimo sostanzioso bottino di punti conquistato lo scorso anno a febbraio in America Latina, attualmente è sprofondata al n. 655 WTA.

Petra, dove ti trovi in questo momento?
Sono a Offenbach, lavoro con Sascha Nensel e con Mariano Delfino. Faccio qui la preparazione e sarà la mia base durante tutta la stagione.

Lo scorso anno però eri a Bol con Biljana Veselinovic (il sito WTA riporta ancora il nome dell’allenatrice serba – che in passato a collaborato con Nadia Petrova, Lucie Safarova e Alizé Cornet – come coach della Martic, ndr), come mai avete interrotto la collaborazione?
Quando mi sono infortunata, lei è andata per la sua strada, io per la mia. Non c’è stato nessun problema tra noi, è andata così.

Come mai a Offenbach?
Conosco Sascha (direttore dell’accademia ed ex coach di Nicolas Kiefer e Julia Georges, ndr) da una vita. Lo scorso anno, in occasione del mio ultimo torneo prima dell’infortunio, mi disse che gli sarebbe piaciuto lavorare con me e di farmi sentire.

Quando ti sei infortunata?
Dopo Monterrey, non ho giocato per due mesi e mezzo. Poi sono andata direttamente senza preparazione a Parigi, al Roland Garros. Ora so che è stata una pessima decisione. L’infortunio dopo Parigi, Bol e Wimbledon è peggiorato. Ho capito che dovevo fermarmi, che non c’era altra soluzione. Non gioco un match ufficiale da allora.

Cosa ti è accaduto di preciso?
Un’ernia del disco. C’è stata una rottura del disco ed il materiale è fuoriuscito di 15 millimetri.

Cos’hai fatto per risolvere il problema dopo lo stop?
Ho lavorato regolarmente a Zagabria con Goran Markovic (famoso chinesiologo croato, che ha lavorato con moltissimi atleti di alto livello del suo paese, ndr), Dopo siamo sempre rimasti in contatto, mi ha seguito in tutto il mio percorso di riabilitazione.

Ed ora come va?
Ora tutto è tornato a posto, ma devo continuare a lavorare con accuratezza, devo prepararmi bene. Ho terminato adesso le prime quattro settimane di preparazione, me ne restano due e poi andrò in Tunisia per due settimane, dove farò un paio di tornei ITF da 15.000 $ per testare la mia condizione. Poi farò i tornei maggiori.

Quale pensi sia il tuo livello attuale?
Devo ricominciare con calma, lo stop è stato molto lungo, non posso subito affrontare i tornei maggiori. La cosa importante è vedere come reagirà il fisico, i tornei sono un’altra cosa rispetto agli allenamenti.

Puoi sfruttare il ranking protetto?
Sì, lo farò a Rabat e in qualche grande torneo. Il mio Protected Ranking è attorno alla 155esima posizione, quindi potrò fare le qualificazioni nei tornei del Grande Slam.

Hai paura che ti capiti di nuovo qualcosa?
Dopo un infortunio come quello che ho avuto è naturale avere paura. Quando mi sveglio al mattino, per prima cosa controllo come sta la schiena, questa cosa mi rimarrà in testa ancora per un po’. Quando senti dolore per tanto tempo non è così facile toglierselo dalla testa e avere fiducia. Il team che mi supporta è molto attento e scrupoloso, curiamo tutti i dettagli. Faccio tutto il possibile affinché la schiena mi supporti ancora a lungo.

Hai visto cos’ha fatto Mirjana Lucic-Baroni? La sua semifinale agli Australian Open è una motivazione ulteriore per te?
“Mikica” (il soprannome di Lucic-Baroni in patria, ndr) è motivo di ispirazione. Se solo ti fermi un attimo a riflettere e guardi la storia della sua vita, ti motiva così tanto che non puoi non saltare giù dal letto ed iniziare subito ad allenarti! Sono veramente felice per lei, si merita tutto quello che ha ottenuto.

Come ti trovi a lavorare all’Accademia?
L’intero complesso è di proprietà della Federazione Tedesca, l’Accademia ha i campi in gestione. Oltre ai campi all’aperto, ce ne sono tre al coperto in cemento, il fisioterapista è sempre a disposizione, c’è la palestra. Tutto nel raggio di pochi metri, non potrei sperare in condizioni di lavoro migliori. Non perdo tempo per gli spostamenti: vado subito dal fisioterapista, non devo aspettare… Ottimo!

Come va dal punto di vista finanziario? Nel tennis il denaro finisce in fretta e tu non giochi da parecchio tempo.
Mi trovo proprio nella situazione in cui dovrei iniziare nuovamente a giocare, in modo da vivere grazie ai tornei. Andrà tutto bene…

Gli allenatori viaggeranno con te?
Sasha è il capo allenatore, Mariano formalmente è il “secondo“. Lui è argentino, è stato top 200 (best ranking n. 154, ma anche Nensel è arrivato al n. 179 ATP, ndr), molto bravo anche lui. Uno dei due viaggerà con me: io mi trovo bene con entrambi. Uno è tedesco, l’altro argentino: due mondi diversi, due caratteri diversi… così non rischio di annoiarmi!

Ti manca Spalato?
Non ho giocato praticamente un anno intero, sono stata a casa parecchio tempo, più che in tutti gli ultimi anni messi assieme. Desideravo riprendere la mia vita, la mia routine da professionista: viaggiare, giocare i tornei. Mi mancava tutto questo.

Dove ti vedi tra qualche anno?
Il mio obiettivo è giocare e lasciare l’infortunio dietro le spalle. Spero di averlo fatto definitivamente e che non si ripeta. Voglio giocare ancora a lungo e, soprattutto, rimanere sana. Per il resto, credo che l’infortunio mi farà vedere il tennis ed i tornei in maniera diversa. Cambi prospettiva, cambi il modo in cui guardi alla tua carriera quando ti capita qualcosa del genere. Dai più valore ad ogni singolo istante.

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Interviste

Nei dintorni di Djokovic: Goran Ivanisevic racconta Nole. “È già il più forte di sempre”

L’ex campione croato parla della collaborazione con il n. 1 del mondo (“Un perfezionista”), del rapporto con lui e Vajda (“Mi ha aiutato molto quando sono arrivato”) e di tanto altro. Come la caccia ai record (“A fine carriera i più importanti saranno suoi”) e il rapporto con il pubblico: “Ognuno tifa chi vuole, ma ci vorrebbe rispetto”

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Il 2020 è iniziato veramente alla grande per Goran Ivanisevic. L’ex campione croato, oggi coach del n. 1 del mondo Novak Djokovic, lo scorso gennaio ha ottenuto infatti due grandissime soddisfazioni: in rigoroso ordine di tempo, l’ammissione alla Hall of Fame del tennis e la vittoria del suo assistito all’Australian Open. Rientrato in Croazia, Goran ha rilasciato una lunga intervista esclusiva al quotidiano Jutranji List, in cui ha parlato dei suoi recenti successi, ma soprattutto ha parlato molto della sua collaborazione con Novak Djokovic. E di Novak Djokovic. Ma non solo, come leggerete nel seguito dell’articolo in cui vi proponiamo un’ampia sintesi dell’intervista.

La chiacchierata del campione di Wimbledon 2001 con il giornalista Vladimir Zrinjski inizia con i complimenti per lo Slam appena vinto da coach, con Ivanisevic che ha qualche dubbio su quanti Major abbia vinto in panchina. Sono due –  il recente Australian Open e lo US Open 2014 vinto da Marin Cilic – o tre, se si considera anche l’ultimo Wimbledon dato che la sua collaborazione con Djokovic è iniziata proprio durante quel torneo? “Non so se posso considerarlo oppure no, anche se lì è iniziata la storia. Ci sono argomenti sia a favore che contro, di sicuro questo si conta: sono già da un po’ di tempo nel team, ho seguito tutta la preparazione, ho assistito alla conquista”.

A seguire le congratulazioni per l’ammissione all’International Tennis Hall of Fame di Newport, anche se in realtà la notizia Goran l’aveva ricevuta a fine dello scorso anno – “Quindi direi che l’anno scorso è finito bene e questo è iniziato in maniera incredibile. Dovevo mantenere la notizia riservata, l’ho detto solo alle persone a me più vicine e al team, perché volevo lo sapessero da me e non quando arrivavano in Australia” – e la cerimonia ufficiale sarà solo tra qualche mese. “A luglio, e non è poi così lontano. E nel frattempo, ci saranno da fare un centinaio di cose all’improvviso. Adesso, ad esempio, mi hanno chiesto di recuperare per il museo cinque-sei ricordi della mia infanzia e della mia carriera. Per fortuna mio padre ha tenuto la racchetta e alcune magliette della vittoria di Wimbledon. Probabilmente darò loro anche una delle medaglie olimpiche” (Goran vinse la medaglia di bronzo sia in singolare che in doppio alle Olimpiadi del 1992, ndr).

 

Superati i convenevoli, si passa agli argomenti centrali dell’intervista: il suo punto di vista sulla vittoria di Djokovic a Melbourne, le sue impressioni su come sta procedendo la collaborazione con il fuoriclasse serbo, sul rapporto con Novak e il resto del team e il suo pensiero sul prosieguo della carriera del tennista belgradese.

Torniamo alla finale di Melbourne. Forse c’era meno tensione rispetto alla finale di Wimbledon, ma non potevate farvi mancare il quinto set…
Non direi ci sia stata meno tensione. Si è trattato di un match diverso, che non si ricorderà per la bellezza ma per i capovolgimenti di fronte. È girato su un paio di punti. Nole è partito benissimo, era in controllo e poi ha iniziato a non sentirsi bene. Ed è cambiato tutto. Secondo me il punto più importante è stato quello sull’uno pari del quarto set, palla-break per Thiem, quando Nole ha giocato un serve & volley neanche fosse in allenamento. Anzi, neanche in allenamento sarebbe stato così disinvolto, ha piazzato due volée incredibili. In quel momento ho visto che iniziava a sentirsi meglio e che era di nuovo in partita. Thiem si è innervosito, ha capito di aver perso l’occasione. E poi nel quinto set, il secondo punto più importante, subito dopo aver ottenuto il break: di nuovo una perfetta discesa a rete dopo il servizio, volèe profonda, Thiem sbaglia il rovescio lungolinea. Un po’ mi è dispiaciuto per Thiem, tanto che negli spogliatoi gli ho detto: ‘Guarda, se c’è qualcuno che sa come ti senti adesso, quello sono io’. E lui: ‘Lo so che lo sai, ma non aspetterò così a lungo come te per conquistare uno Slam!’ E io di rimando: ‘No, ne sono certo, non dovrai’. Perché lui è l’unico giocatore che quando è in allungo colpisce più forte di quando è in posizione normale. Vero, aveva Novak in pugno, ma Novak ha fatto qualcosa che io non ho visto fare da nessun altro. Com’è risalito dal baratro… come se avesse un pulsante, che quando lo schiaccia gli consente di ripartire da capo.

Novak Djokovic – Australian Open 2020 (foto via Twitter @AustralianOpen)

Come ha vissuto dalla tribuna quei punti decisivi?
Ho sempre creduto che Novak potesse girare il match, aspettavo solo il momento che accadesse. Lui questo ce l’ha dentro, è un vincente nato, persone così non vogliono perdere. Nole è geniale, ha costretto Thiem a pensare: ‘Ma… Ma sarà mica che la perdo, anche se sono così vicino a vincerla? Mi sta sfuggendo di nuovo’. L’unica cosa di cui ero certo era che il quinto set sarebbe stato dramma, perché non può andare diversamente quando ci sono io nei paraggi! Ma a quel punto se avessero giocato altri dieci set li avrebbe vinti tutti Novak.

Božo Maljković, ex grande allenatore serbo di basket (fu l’allenatore della favolosa Jugoplastika Spalato della fine anni Ottanta che schierava i due giovani fenomeni spalatini Tony Kukoc e Dino Radja, con cui vinse tre scudetti jugoslavi e due Coppe Campioni, ndr) oggi presidente del Comitato Olimpico serbo, ha ricordato di recente come una quindicina di anni fa, a Spalato, lei e suo padre gli diceste che a Belgrado c’era un ragazzino che sarebbe diventato il n. 1. E quando chiese cosa avesse Novak di diverso dagli altri, voi indicaste la testa.
Non dimenticherò mai la prima volta che giocai contro Nole, aveva 14 anni e mezzo, e quando sior Niko
(come Goran chiama affettuosamente, in dialetto spalatino, il grande coach croato Nikki Pilic, ndr) mi disse: ‘Vedi compare, mi taglio le p.… se questo non diventa numero uno’. Ed è qualcosa che si vede veramente. Ci sono ragazzi che giocano bene e ci sono quelli che hanno ‘quel qualcosa’. Qualcosa che non puoi comprare, o ce l’hai o non ce l’hai. Questo differenzia i campioni come Novak da quelli che saranno n. 20 o n. 30. Novak è sempre alla ricerca di qualcosa di nuovo, uno con una mentalità simile non l’avevo mai visto. Questa è la qualità che lo contraddistingue ed è per questo che è il più grande. E cosa ancora farà vedere, tra i tornei che vincerà ed i record che batterà. Se prendete gli ultimi dieci anni, nessuno gli è nemmeno vicino.

Cosa nota di Djokovic adesso, dopo 7-8 mesi di collaborazione, e cosa non aveva percepito “da fuori”?
Vedo ancora meglio come si comporta in campo, fuori dal campo, negli allenamenti. Quelle piccole cose che impari a conoscere di ogni persona. Mi ero trovato molte volte nella situazione in cui il mio giocatore lo aveva dovuto affrontare. Quindi forse non sapevo tutto, ma lo seguivo e avevo notato molte cose. Sapevo in linea di massima cosa aspettarmi. Ma quando inizi a relazionarti con qualcuno quotidianamente, allora impari sempre, apprendi cose nuove. In questo Marjan (Vajda, ndr) mi ha aiutato tanto, è con lui da undici anni. Su alcuni particolari abbiamo opinioni diverse, ma sul tennis la pensiamo allo stesso modo. E qualcosa ho ascoltato e preso anche dal fisioterapista Miljan Amanovic. Torno sempre alla mia teoria che è fondamentale capire la mentalità della persona che alleni. E noi abbiamo la stessa mentalità, la stessa lingua, tutto è più facile. So cosa farei io in determinare situazioni. Anche Novak ragiona così, solo ad un livello più alto.

Capita che Novak voglia seguire una strada, Vajda un’altra e lei una terza?
Non capita di frequente. Io e Marjan in genere seguiamo la stessa direzione, solo Novak qualche volta non è soddisfatto di qualche colpo, quando noi pensiamo che non ce ne sia motivo. Ma in campo ci va lui e finché lui non è soddisfatto noi possiamo parlare quanto vogliamo. Ad esempio, in Australia prima del match contro Raonic ci dice che la risposta non va, non è soddisfatto, sta peggiorando. Io lo guardo: ma dov’è il problema? E allora abbiamo rintracciato Karlovic, che era ancora lì, perchè facesse il riscaldamento con lui il giorno prima dell’incontro . E Novak rispondeva come se ‘Karlo’ servisse da 500 metri di distanza. Era soddisfatto, ma non del tutto. E poi arriva al match con Raonic e risponde senza problemi a uno che gli serve a 220-230 km/h. Novak è un perfezionista e fino a quando non sente tutti i colpi come vuole, non è soddisfatto.

Vajda, Djokovic e Ivanisevic

Si può fare un confronto tra la collaborazione con Novak e quella con Raonic, con il quale ha detto di aver avuto difficoltà a comunicare?
No, non si può, perché con ogni giocatore si comunica in modo diverso. Per Raonic il problema non è mai stato il tennis. Da quel punto di vista è un top 5, un top 10, il problema è che non riesce a rimanere tutto intero per un mese, senza infortunarsi. E la comunicazione, l’accettare e il provare cosa gli viene proposto. Una grande cosa di Novak è che prova tutto quello che gli proponi. Non deve per forza essere giusto, ma lui prova. Se non funziona, si passa oltre. Cerca sempre degli elementi nei quali possa migliorare. È più facile comunicare con una persona che da te cerca dei consigli, invece che con qualcuno che tace e devi arrampicarti dentro la sua testa per stabilire un contatto. Ogni cosa è una sfida, ma alla fine conta solo il risultato e quanti match vince.

Capita che Novak vi sorprenda con qualcosa che voi non avete pensato?
Forse certi dettagli li vede in maniera diversa rispetto a me e Marjan. È molto interessante notare quanto segua il tennis. Durante la notte si ricorda di qualcosa e ci manda un messaggio chiedendoci se l’abbiamo visto. Un esempio è prima della finale con Thiem, osservava come si lancia la palla nel servizio, più a sinistra se serve esterno, a destra se serve alla ‘T’. E su tutti i dettagli vuole essere sicuro, sicuro di non aver tralasciato niente che gli potrebbe costare in partita. Incredibile quanto tennis guardi, come confronta le partite precedenti… Guardavamo Thiem e Zverev e già ipotizzavamo gli scenari, cosa fare se vince uno, cosa se vinceva l’altro. Ci sediamo a cena, scherziamo, ma in realtà siamo già con la testa alla partita.

In Australia ha dichiarato che desidera essere presente quando Novak diventerà il più grande della storia. Potrebbe accadere già il prossimo anno?
Potrebbe. Non credo che Novak giocherà ancora cinque anni, anche se ha dentro di sé ancora cinque anni buoni.

Pensa che possa averne abbastanza?
Quando otterrà questi record, tutto è possibile. Potrebbe superare Federer per numero di settimane al n. 1 già dopo lo US Open, e per numero di Slam vinti il prossimo anno. Quest’anno lo potrebbe eguagliare, ma dovrebbe vincere tutti i restanti tre. E se li vincesse tutti e tre ecco che farebbe qualcosa che è riuscito solo a Rod Laver. Ripeto, per me è già adesso il più forte tennista della storia. Quando è centrato, preparato e sano, non c’è nessuno migliore di lui. Su tutto questo si tireranno le somme alla fine della loro carriera (riferito a Federer, Nadal e Djokovic, ndr), deciderà la gente, ma penso che Novak sarà il migliore in tutte le categorie più importanti.

I media è da un po’ che sono fissati con questa sfida, chiedono spesso a Novak quanto sia importante per lui…
Ma sì, la cosa ha un po’ stufato, ma sicuramente per lui conta molto. Non vuole di sicuro essere ricordato come il tennista che ha giocato più finali. Lui, Federer e Nadal sono dei vincenti, gente che in ogni Slam viene per vincere. Non è che questa sfida lo stressi, ma ci pensa. E quando ‘sta bene’ di testa, allora sa di essere il favorito nel 99,9% dei tornei. Solo Nadal ha un piccolo vantaggio a Parigi, perché comunque è il ‘suo’ torneo.

Il palmares dei Big Three dopo l’Australian Open

Cosa ne pensa del rapporto di Novak con i tifosi, di cui si è parlato molto all’inizo della stagione? Prima all’ATP Cup, dove Nadal si è lamentato del pubblico, e poi all’Australian Open. Il papà di Novak dopo la finale ha dichiarato di non aver capito perché il pubblico tifasse per Thiem.
Ci sono diverse teorie su questo. L’ATP Cup è andata benissimo perché c’erano molti tifosi serbi. Non so cosa abbia innervosito Nadal, forse qualcuno gli urlava prima del servizio, ma l’atmosfera era fantastica. Per quanto riguarda l’Australian Open, non so perché questa situazione si ripeta. Ma sposo la tesi che Federer e Nadal hanno iniziato prima e si sono creati la loro base di tifosi. E non è che adesso quei tifosi cambiano e si mettono a tifare per Novak. Lui ha il suo pubblico di sostenitori. Non mi ha disturbato il fatto che abbiano tifato per Dominic, volevano che un ragazzo che si era impegnato e che è un ottimo tennista conquistasse il suo primo Slam. Ma in qualche occasione è troppo evidente che non apprezzano e non rispettano l’uomo che ha vinto più Australian Open nella storia. E a Wimbledon la situazione è stata simile.

Boris Becker dopo Wimbledon ha usato proprio queste parole, che i tifosi dovrebbero apprezzare di più la grandezza di Novak.
Questo mi dà fastidio, che non lo apprezzino come persona. Non posso costringere qualcuno a tifare, tifa pure per l’altro, non mi interessa, ma mostra rispetto. Questo è il problema maggiore, lo avevo notato già prima. Come allo US Open 2015, quando in semifinale battè Marin e in finale 20.000 persone tifarono per Federer. E a quel punto, la ‘lucida follia’ di Novak. Lui è come se si estraniasse dalla situazione, quando qualcuno del pubblico lo fa arrabbiare, gioca ancora meglio. Come se volesse tappargli la bocca. Anche se sarebbe bello gli fosse riservato un trattamento migliore. Si tratta di una persona che ha dato veramente tanto al tennis. Ha creato una Fondazione, investe costantemente su di sé e nello sport, niente per lui è un problema… Per questo dovrebbero rispettarlo di più.

Le è mai capitato di giocare con tutto lo stadio contro?
Non in questo modo. Forse se avessi avuto i cinque minuti, allora avrei avuto tutti contro di me perché si sarebbero resi conto che ero andato in cortocircuito. Ma quanto vedi che uno lotta e si impegna… Mi sembra che qualsiasi cosa Novak faccia, non vada bene. Mentre gli altri, qualsiasi cosa facciano è ok, a loro si perdona tutto, non importa se sono Federer e Nadal. Di Novak si analizza qualsiasi piccolezza, sia positiva che negativa. Come in finale, quando ho sentito fischiare perchè è uscito dal campo. Ma chi farebbe finta in una finale? Vuoi vincere e dai tutto quello che hai. Una finale è una finale. Ha provato di tutto, è rientrato in partita ed ha vinto perché lui ha una testa incredibile.

Può cambiare questo atteggiamento nei suoi confronti?
Sinceramente non lo so, ma più no che sì. Ma Novak va avanti, ha le persone che gli sono vicino e i suoi tifosi che saranno sempre con lui. E se qualcuno avrà qualcosa da criticare, la cosa migliore è che si estranei. Alla fine conterà quanto uno avrà vinto, non quanti tifosi ha avuto.

Scommetterebbe su Thiem come prossimo nuovo campione Slam?
Ce ne sono diversi, ma sì, scommetterei su di lui. Sia a Parigi che allo US Open. Sull’erba probabilmente no, anche se non si sa mai. È un grandissimo lavoratore. E quel discorso dopo il match ha dimostrato quanto sia solido quel ragazzo. Non è facile perdere per la terza volta una finale Slam e tenere un discorso subito dopo.

Anche questo è qualcosa che lei ha vissuto.
Sì, l’ho vissuto. Tanto di cappello. Se qualcuno dall’alto sta guardando, sicuramente lo premierà.

La sconfitta più bruciante della carriera di Ivanisevic, quella
contro Agassi nella finale di Wimbledon 1992

Concorda con McEnroe che sostiene che ai giocatori più giovani manca una forte mentalità, prendendo ad esempio Nadal che “morde” su ogni punto?
Ognuno ‘morde’ a modo suo. E di Nadal ce n’è uno solo, uno così non nascerà più. La gente non comprende le specificità dei tornei del Gradne Slam. Sono due settimane, sette partite, significa due tornei in uno. I giovani lungo questo percorso vengono eliminati, un po’ come se si sopravvalutassero. Non sono ancora maturi, giocano bene uno, due, tre, anche cinque match e poi si bloccano. Hanno bisogno ancora di tempo per giocare bene con continuità. Per questo voto per Thiem, che da questo punto di vista sta migliorando sempre di più. Medvedev ha giocato molto male con Wawrinka. Da Tsitsipas mi aspettavo molto, ma Raonic lo ha impallinato. Molto male anche Shapovalov. Stanno arrivando e saranno difficili da affrontare, ma per un motivo o per l’altro ancora si perdono quando è il momento di alzare i giri del motore.

L’intervista non poteva concludersi senza dare con Ivanisevic uno sguardo al tennis croato maschile. A partire dalle voci che a fine anno volevano il 48enne coach spalatino quale successore di Zeljko Krajan sulla panchina della nazionale di Coppa Davis (“Ne hanno parlato in tanti, ma non ho mai detto di essere pronto a farlo. Sono troppo concentrato sul mio lavoro attuale”) ed alla scelta, invece, del suo ex allenatore Vredan Martic:“Avevo fatto io il suo nome e sono contento che abbia accettato”. Per poi parlare del prossimo match di Davis contro l’India: “Non sarà facile, abbiamo un po’ sottovalutato l’India. Ho sentito che Borna Coric non ci sarà. Quindi non so quale sarà la formazione. Siamo favoriti ma non eccessivamente. Sarebbe bello vincere ed andare a Madrid perché si tratta di una bella iniezione finanziaria per la Federazione. E per i giovani che stanno crescendo, per aiutarli nel loro percorso di vita nel tennis“. Ed infine un’opinione sul periodo difficile che stanno vivendo i due migliori giocatori croati, Borna Coric e Marin Cilic, a cui per motivi diversi (per Borna è stato una specie di mentore sin dal suo esordio tra i professionisti, di Marin è stato il coach dal 2013 al 2016) è molto legato.

Già che ci siamo, parliamo di Coric.
Mi è difficile dire qualcosa. Lo prendevo sempre in giro perché ancora un po’ ‘usciva dallo schermo’ quando lo guardavo alla tv e finalmente lo scorso anno aveva cominciato ad essere più aggressivo, ad avvicinarsi alla riga di fondo, a servire veramente bene. E adesso è come se tutto questo fosse svanito nel nulla. È subentrata l’insicurezza, fa troppi errori non forzati, e lui è un lottatore che non ha mai regalato niente. Come se fosse stato preso dal panico. L’ho visto giocare in Australia, ha fatto troppi errori senza motivo. È troppo bravo come giocatore per non uscire da questa crisi, ma non c’è nessuna bacchetta magica che ti permetta di dire: ‘In questa data uscirò dalla crisi’. Spero che già a Rio giochi meglio e che sia in forma per Indian Wells e Miami.

Quanto lo ha disorientato la separazione da Piatti?
Ogni cambiamento ti disorienta. Perchè ogni allenatore porta qualcosa di nuovo oppure la stessa cosa te la mostra in modo diverso. Martin Stepanek è fantastico come allenatore e come persona, veramente, spero che questa collaborazione duri a lungo e abbia successo. Non so perché si sia separato da Piatti, è vero però che prima che accadesse aveva giocato bene. Per un periodo ha espresso un tennis veramente di alto livello. Non è svanito, nessuno può portartelo via, ma da solo devi ritrovare la forma. Deve scattargli il ‘clic’, io sono un esempio perfetto per lui in questo senso. Lui è quello che prende le decisioni in campo. Mi dispiace perché considero Borna un fratello più giovane, ma non ho paura, ne uscirà fuori e riprenderà il posto che gli spetta.

Borna Coric e Goran Ivanisevic nel 2015

Marin Cilic pian piano sta tornando?
Ho guardato anche lui in Australia e posso dire che era da tempo che non lo vedevo esprimere un tennis di qualità come contro Bautista. Nell’ultimo anno ha veramente fornito delle brutte prestazioni. Il suo non è un problema di tennis, il suo è di una qualità superiore, deve solo trovare la persona che lo ‘resetti’. Che gli restituisca certe cose in modo che possa di nuovo riprendere la strada giusta. Si è un po’ perso, ma il suo tennis è da top ten, non c’è dubbio. È strano vedere un giocatore con quei colpi fuori dal seeding di un torneo. Già a Dubai al primo turno potrebbe incontrare Djokovic… Spero che per Indian Wells migliori la classifica almeno per rientrare tra le teste di serie. È difficile, sei sempre ad inseguire qualcosa, poi rimani indietro… Prima trova l’allenatore che lo sappia indirizzare, meglio sarà per lui. Perché da solo non ce la fa. Ha delle fiammate, ma non è costante.

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Diciotto i rappresentanti dei paesi dell’ex Jugoslavia presenti nei tabelloni di singolare dell’edizione 2020 dell’Australian Open. Ecco la sintesi – con commenti e dichiarazioni –  del loro percorso, dal primo turno delle sette in campo femminile e degli undici in quello maschile all’ottava vittoria (in sedici partecipazioni) di Novak Djokovic.

SINGOLARE FEMMINILE

PRIMO TURNO – DANKA, CHI SI RIVEDE
In campo femminile partiamo, noblesse oblige, con la Croazia, che aveva entrambe le sue rappresentanti tra le teste di serie. Ambedue superavano in scioltezza il match di esordio. Petra Martic, n. 13 del seeding, si imponeva agevolmente(6-0 6-3) sulla statunitense McHale, mentre Donna Vekic (n. 19) aveva la meglio in due set (6-3 6-4, rimontando nel secondo set da 1-4 sotto) su Maria Sharapova, con una prestazione convincente che confermava gli ambiziosi propositi per il 2020 della 23enne di Osijek.

Come capita spesso da qualche Slam a questa parte, è stata la Slovenia ad avere il maggior numero di rappresentanti nel tabellone femminile tra i paesi balcanici: a Melbourne erano in tre le giocatrici provenienti dalla nazione subalpina. La n. 1 slovena Polona Hercog esordiva con una convincente vittoria (6-3 6-3) sulla svedese Peterson, che la sopravanzava di quattro  posizioni in classifica ad inizio torneo (n.44  Peterson, n. 48 Hercog). Bella vittoria anche per Tamara Zidansek, che superava con un doppio 6-3 la wildcard coreana Ni-I Han. Chiudiamo la pagina slovena con la 19enne Kaja Juvan, che non ha fatto in tempo a festeggiare la prima qualificazione al main draw dell’open australiano che ha subito una dura lezione (6-1 6-1) dalla coetana Yastremska, n. 23 del seeding. Potrebbe apparire preoccupante un simile divario da una giocatrice di soli 6 mesi più “grande”,  ma c’è da ricordare  che in termini di esperienza Kaja paga pegno rispetto alle maggior parte delle sue coetanee presenti nel circuito.

 

Per lei infatti il 2020 sarà la prima stagione in cui si dedicherà al 100% al tennis: i più attenti alle vicende WTA ricorderanno infatti che lo scorso anno, il primo nel circuito maggiore, dopo essersi qualificata nel tabellone principale del Roland Garros e di Wimbledon – dove costrinse Serena Williams al terzo set – saltò lo US Open per concentrarsi sugli esami di maturità. Una scelta che aveva destato più di qualche perplessità nell’ambiente, ma che la teenager slovena ha difeso anche all’inizio di questa stagione, avendo dato priorità a concludere con successo la scuola superiore e ritenendo importante avere un percorso di crescita graduale (“Non mi cambierei con Coco Gauff” ha detto, rispondendo ad una domanda in merito, “anche se c’è da dire che gli statunitensi hanno un’altra educazione ed un‘altra mentalità. Mi piace crescere un passo alla volta perché ad ogni passo imparo qualcosa”) e con un equilibrio tra il tennis e il resto della sua vita: “Sono felice di come è andata. Ho sacrificato un po’ il tennis, ma intendo dedicarmici per i prossimi dieci anni della mia vita, aver perso qualche mese non farà una grossa differenza.

Una sola invece la rappresentante serba, Nina Stojanovic, subito eliminata dalla n. 30 del seeding Pavlyuchenkova, alla quale ha opposto una valida resistenza solo nel secondo parziale (6-1 7-5 il punteggio finale per la russa).  La 23enne di Belgrado è al momento anche l’unica top 100 del suo paese, complice il crollo in classifica dell’ultimo anno di Aleksandra Krunic e le difficoltà di crescita di Ivana Jorovic e soprattutto di Olga Danilovic, a conferma che dalle parti di Belgrado la ricerca delle eredi di Ivanovic e Jankovic sarà ancora lunga.

Si è rivista dopo un bel po’ di tempo nel tabellone principale di uno Slam – mancava da Wimbledon 2017 – anche la montenegrina Danka Kovinic,  tornata in pianta stabile nella top 100 dal novembre scorso dopo quasi tre anni di assenza. La 25enne di Cetinje vi era uscita infatti nell’aprile  2017, dopo che solo 14 mesi prima – era il febbraio del 2016 – era addirittura riuscita ad entrare in top 50 e a conquistare poco dopo il pass per le Olimpiadi, un suo grande obiettivo, come aveva dichiarato a suo tempo. Danka non ha però ritrovato la vittoria in un main draw Major (l’ultima fu proprio a Melbourne, 4 anni fa): troppo forte Elise Mertens, che le ha lasciato solo due giochi. Ma chissà che per Danka tornare a respirare l’aria di uno Slam, e proprio all’inizio di un nuovo anno olimpico, non funga da ulteriore stimolo per continuare la risalita nel ranking e ricercare un ulteriore salto di qualità.

Donna Vekic – Australian Open 2020 (via Twitter, @DonnaVekic)

SECONDO TURNO – PETRA SI FERMA

Per Petra Martic le speranze di avvicinare ulteriormente la top ten svanivano al secondo turno, dove subiva la rimonta di Julia Georges, che aveva la meglio dopo tre lottatissimi set (4-6 6-3 7-5) e si portava sul 3-0 negli scontri diretti con la croata. Match che lasciava più di qualche rimpianto alla tennista dalmata, che non sfruttava tre palle break consecutive nel nono game per riaprire il secondo set e poi si è trovata a due punti dal match sul 5-4 a suo favore nel parziale decisivo, sempre sul servizio della tedesca. Sogni di gloria a livello ranking che, dicevamo, devono venire per il momento rimandati: i punti persi a Melbourne, dove lo scorso anno approdò al terzo turno, fanno anzi scivolare Petra di un gradino, alla posizione n. 15. Niente è perduto, però obiettivamente a Melbourne c’era l’occasione (al turno dopo avrebbe sfidato Riske, un match dall’esito non scontato, ma comunque alla portata) per bissare gli ottavi del 2018 e migliorare il best ranking. Poteva invece continuare a sognare Donna Vekic, che superava Alizé Cornet in due set (6-4, 6-2) con una prestazione veramente convincente, costellata da ben 38 vincenti.

Finiva al secondo turno anche l’avventura delle due slovene ancora in gara, Hercog e Zidansek, come era del resto prevedibile considerate le avversarie, rispettivamente la n. 1 del mondo Ashleig Barty e Serena Williams. Magari ci si sarebbe potuto aspettare qualcosina di più dei cinque game raccolti a testa, soprattutto da parte di Polona Hercog. Bisogna ricordare però che la 29enne di Maribor non è arrivata in buone condizioni allo Slam australiano, dato che la sua la preparazione è stata pesantemente condizionata da problemi alla schiena (“Negli ultimo periodo non ho giocato e non mi sono nemmeno allenata negli ultimi tempo, negli scambi lunghi non ne avevo. Se fossi arrivata qui ben preparata, ora sarei molto dispiaciuta, ma considerato tutto quello che mi è successo, l’esito è del tutto accettabile”), con i quali  a quanto sembra dovrà in qualche modo convivere (“Aggiungerò un fisioterapista al mio team, che viaggerà con me, sennò non è possibile”).

TERZO TURNO – DONNA SPRECA

Donna Vekic si lasciava sfuggire troppe occasioni – basta riportare la statistica “federiana” di un’unica palla break trasformata sulle nove avute a disposizione  – e doveva cedere in due set alla diciottenne polacca Swiatek. Indubbiamente la 18enne di Varsavia è una delle grandi promesse del tennis mondiale, ma il match era alla portata della 23enne croata, che non è riuscita a cogliere una buona occasione per raggiungere per la quarta volta in carriera gli ottavi Slam. E soprattutto a dimostrare che l’obiettivo della top 10 è effettivamente nelle sue corde. Obiettivo che ora si allontana un po’, poiché nonostante a Melbourne abbia fatto meglio dello scorso anno (si era fermata al secondo turno) la tennista di Osijek ha perso tre posizioni nel ranking in favore di chi ha fatto meglio di lei nel torneo, ovvero Mugurza (finale), Kontaveit (quarti) e Sakkari (ottavi).


PAG. 2 – I risultati del tabellone maschile

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Nei dintorni di Djokovic

Nei Dintorni di Djokovic: Donna Vekic sogna in grande. “Nel 2020 punto alla Top 10”

Dopo un ottimo 2019 che l’ha vista arrivare ai quarti a NY (“Il più bel momento della stagione”) ed entrare nella top 20, la 23enne tennista croata alza l’asticella: “Quest’anno ho battute diverse delle prime dieci, non è un caso”

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Donna Vekic - Roland Garros 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Dopo una rigenerante vacanza alle Maldive, adeguatamente documentata sul suo profilo Instagram, dalla seconda metà di novembre Donna Vekic ha iniziato la preparazione per la prossima stagione agonistica. Stagione che la vedrà ai nastri di partenza – per la prima volta – da top 20. Per la precisione da n. 19 WTA, il best ranking che ha raggiunto ad inizio novembre. Merito di un ottimo 2019, che ha visto la 23enne tennista croata arrivare per la prima volta ai quarti di finale di uno Slam (a New York) e conquistare due finali, a San Pietroburgo e a Nottingham. Ma se la maggiore soddisfazione dell’anno è arrivata da un risultato Slam, lo stesso dicasi per la maggiore delusione, come ha confidato lei stessa in un’intervista rilasciata ai media croati: l’eliminazione al primo turno di Wimbledon – 7-5 al terzo – per mano della statunitense Allison Riske, capace poi di arrivare sino ai quarti di finale (e lottare fino alla fine con Serena Williams).

I quarti a New York sono stati il più bel momento della stagione. Il peggiore, la sconfitta contro Riske a Wimbledon. Avevo grandi aspettative per Wimbledon, anche se già il giorno prima del sorteggio avevo sognato che avrei giocato contro Riske ed è proprio andata a finire così. Quella sconfitta mi è rimasta dentro, ma mi prenderò la rivincita la prossima volta”.

Sebbene già con il precedente coach, Nikola Horvat, la tennista di Osijek era riuscita ad uscire da quella spirale negativa in cui si era ritrovata tra il 2015 e la prima metà del 2016, quando non era riuscita a confermare i risultati che nelle due stagioni precedenti l’avevano fatta conoscere al grande pubblico (forse anche per le difficoltà a gestire, da teenager, la pressione generata dalle tante aspettative che prima l’ingresso nella top 100 a neanche 17 anni e poi la vittoria al torneo di Kuala Lumpur aveva generato in patria), è innegabile che la scalata vera e propria di Donna Vekic verso le posizioni più nobili della classifica sia iniziata con coach Torben Beltz. Sono due anni che la giocatrice croata è seguita dall’ex allenatore di Angie Kerber, che insieme al 43enne connazionale aveva conquistato due Slam e raggiunto il vertice della classifica mondiale, ed è sempre più soddisfatta della sua scelta.

Ho un ottimo team, abbiamo tutti la stessa visione su come deve svilupparsi il mio cammino e ci troviamo bene insieme. Ci troviamo bene anche fuori dal campo e anche quando ho qualche problema di carattere personale lui (Torben Beltz, ndr) c’è sempre per me. Ha indirizzato il mio lavoro nel miglior modo possibile ed è per questo mi fido molto di lui. Quando in certe situazioni non la vediamo allo stesso modo, credo a lui”.

Se nel circuito maschile i “grandi vecchi” continuano a dettar legge, soprattutto a livello Slam, in campo femminile invece già da un paio d’anni le giovani generazioni stanno facendo con costanza la voce grossa nei Major. Ha iniziato Jelena Ostapenko – allora fresca 20enne –  al Roland Garros 2017 (ma già l’anno prima sulla terra parigina trionfò una 22enne Garbine Muguruza, capace poi di vincere anche Wimbledon l’anno successivo), ha proseguito un’altra rappresentante della generazione 1997, Naomi Osaka, con la doppietta US Open – Australian Open, è arrivata poi la vittoria dell’attuale Ashleigh Barty (coetanea di Donna) ed infine l’esplosione della teenager Bianca Andreescu: “Bianca ha giocato veramente bene a Indian Wells, a Toronto e a New York. Ma non so se reggerà senza infortuni. Ne ha già avuti diversi sinora. Serena? Sinceramente, non credo giocherà ancora a lungo”.

La domanda è: cosa manca a Donna per arrivare al loro livello, per fare un ulteriore salto di qualità?Niente di particolare, ma un po’ di tutto. Mi serve ancora un po’ di tempo e anche un po’ di fortuna, già quest’anno se 5-6 partite fossero girate a mio favore ora sarei una top 10. Non c’è grande differenza in termini di punti e di livello. Ma ognuna ha la sua strada, ha il suo modo di arrivare, io cresco di anno in anno. In questa stagione sono migliorata molto fisicamente, grazie al lavoro con Zlato Novkovic” (l’ex preparatore fisico di Ana Ivanovic, con il quale lavora da inizio 2019, ndr).

Un salto di qualità che Donna ha nel mirino già per la prossima stagione, ricca per lei di obiettivi. I primi sono quelli legati ai colori croati. A partire dalla promozione in Fed Cup, dove da anni la nazionale biancorossa è relegata nel gruppo I della zona Euro-Africana (“Il format è cambiato, ma il prossimo anno siamo ancora lì, da dove è veramente difficile salire”), ma il pensiero è in particolare alle Olimpiadi: “Sì, il prossimo è l’anno olimpico e io mi sono qualificata: giocare le Olimpiadi è sempre stato uno dei miei obiettivi e dei miei desideri”. Ma l’obiettivo più importante è ovviamente un altro, quello che certificherebbe il salto di qualità: la top ten. “Credo non si tratti di un obiettivo incredibile, ma realistico. Ho battuto diverse giocatrici tra le prime dieci quest’anno e non è stato un caso. Tutte noi top 30 siamo lì”.

Un obiettivo che condivide con l’altra top player croata, l’attuale n. 15 del mondo Petra Martic, e che se raggiunto da entrambe certificherebbe anche il sorpasso a livello nazionale del tennis femminile su quello maschile. Come Donna stessa sottolinea, non senza un pizzico di polemica (“Sì, sono molto orgogliosa di questo e credo che la cosa dovrebbe venir messa maggiormente  in evidenza. I ragazzi sono stati per anni al vertice, e adesso ci siamo arrivate anche noi ragazze”) ma allo stesso tempo con l’augurio che a condividere con lei e a Petra questo periodo d’oro del tennis croato in gonnella possa presto esserci anche la sfortunatissima Ana Konjuh: “Sì, sta tornando. È stato veramente catastrofico quello che le è accaduto. Spero che ora torni e possa rimanere nel tour per tanto tempo”.

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