Nei dintorni di Djokovic: Petra Martic ci riprova

Nei dintorni di Djokovic

Nei dintorni di Djokovic: Petra Martic ci riprova

Dopo il lungo stop per un brutto infortunio alla schiena, la croata Petra Martic, ex n. 42 WTA, è ripartita dall’Accademia di Schuttler e Waske per risalire in classifica

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Giugno 2012. Al Roland Garros la 21enne Petra Martic raggiunge per la prima volta gli ottavi di finale di un torneo dello Slam, e si avvicina alla top 40 WTA. Le vittorie sulla terra rossa parigina – nell’ordine contro l’olandese Krajicek, la francese Bartoli, testa di serie n. 8, e la spagnola Medina Garrigues, n. 29 del seeding, prima di uscire per mano di Angelique Kerber – le valgono infatti il best ranking al n. 42. La giovane tennista croata aveva già fatto parlare di sé tre mesi prima, quando a Kuala Lumpur, in Malesia, grazie alle vittorie sulle due top 20 Peng Shuai e Jelena Jankovic aveva raggiunto la sua prima finale WTA, dove si era dovuta ritirare sul 4-1 del terzo a favore della sua avversaria, la taiwanese Hsieh Su-wei. Insomma, sembrava proprio che Spalato avesse trovato la giocatrice in grado di ricalcare le orme dei famosi concittadini Pilic, Ivanisevic e Ancic. Purtroppo però il destino, sotto forma di vari infortuni, ha deciso diversamente. Sinora.

In quella cavalcata parigina di cinque anni, che rimane la sua migliore prestazione Slam, si manifesta un problema fisico, una fascite plantare, che non le consente di rendere poi al meglio nei tornei successivi (a Wimbledon viene eliminata al primo turno) e la costringe a saltare subito dopo le Olimpiadi di Londra, sempre sull’erba dei campi di Church Road. Non che già allora, purtroppo, gli infortuni fossero una novità per Petra, che aveva già dovuto affrontare dei problemi al ginocchio nel 2009, l’anno in cui per la prima volta – diciottenne – aveva concluso la stagione nelle top 100 (n. 84), e un infortunio ai muscoli addominali l’anno successivo. Invece nel 2011 gli acciacchi le avevano concesso un po’ di pace ed ecco che si era messa in grande evidenza: secondo turno in tre Slam (Australian Open, Wimbledon e New York), a livello Premier secondo turno a Miami e Toronto e ottavi a Cincinnati, e infine le semifinali raggiunte a Bogotà e Copenaghen. Stagione conclusa tra le top 50, al n. 49, poche settimane prima di compiere 21 anni (è nata il 19 gennaio del 1991).

Torniamo all’estate del 2012. Dopo un paio di mesi, Petra recupera dall’infortunio al piede ed è di nuovo in campo. L’inattività dovuta allo stop forzato si fa sentire, ma riesce comunque ad arrivare negli ottavi a Tokyo (superando Petkovic e Kvitova) e nei quarti a Linz, finendo la stagione al n. 59 WTA. L’anno dopo si toglie la soddisfazione di riprendere il discorso interrotto dodici mesi prima sui prati londinesi, arrivando al terzo turno a Wimbledon. Ma fatta eccezione per questo exploit, poco altro da segnalare (i quarti a Katowice eTaipei): la tennista dalmata fatica a ritrovare la forma e le sensazioni che l’avevano accompagnata fino al giugno dell’anno precedente e scivola fuori dalla top 100, finendo l’annata al n. 116. La sfortuna, però, insiste: nel 2014 ancora un infortunio, stavolta al polso della mano destra, non le permette di rendere al meglio e la fa scivolare a fine anno in 179esima posizione. Tutto da rifare. La stagione successiva gli infortuni le danno finalmente tregua. Lei però fatica a ritrovarsi. Nessun risultato significativo nel 2015, a parte una semifinale a Dalian, in Cina, a settembre. Supera comunque le qualificazioni, raggiungendo il tabellone principale, in diversi tornei, a partire dagli Australian Open ed il Roland Garros. Risultati che le consentono almeno di rientrare stabilmente tra le top 150 e di finire la stagione al n. 144.

 

Ma l’annus horribilis di Petra è il 2016. A febbraio, dopo una promettente semifinale a Rio de Janeiro (sconfitta da Francesca Schiavone, che poi vincerà il torneo, il settimo in carriera) vola in Messico, a Monterrey. Qui supera i tre turni delle qualificazioni prima di perdere al primo turno del main draw dalla tds n. 5 Caroline Garcia. Ma tornata in Europa lamenta dolori alla schiena, che la costringono a fermarsi per due mesi e mezzo. Prova a tornare in campo, dato che ci sono di mezzo gli Slam di Parigi e Wimbledon. Ma il dolore non le permette di giocare come vorrebbe e potrebbe. L’unica gioia è la vittoria in doppio nel torneo di “casa” a Bol, in Dalmazia, disputato subito dopo il Roland Garros. Ma i dolori alla schiena peggiorano, tanto che dopo lo Slam londinese è costretta nuovamente a fermarsi per risolvere il problema. Non disputa più nessun torneo e a fine anno crolla in 266esima posizione.

Arriviamo ad oggi. Petra dopo una lunga riabilitazione ha fortunatamente risolto i guai alla schiena e si è trasferita in Germania, ad Offenbach, alla Schuttler Waske Tennis-University. Si tratta dell’accademia fondata nel 2010 dai due ex pro tedeschi Rainer Schuttler (n. 5 ATP nel 2004) e Aleksander Waske (best ranking n. 89 in singolare e n. 16 in doppio), che funge da base per circa una trentina di giocatori professionisti, tra i quali spiccano i nomi di Tommy Haas, Andrea Petkovic e Phillip Petzschner (ma anche quella Angelique Kerber che al termine del torneo di Indian Wells tornerà in vetta alla classifica mondiale negli anni scorsi è passata di qua).

Intervistata telefonicamente, un paio di settimane fa, dal quotidiano della sua città “Slobodna Dalmacija”, la 26enne tennista croata ha raccontato come ci si sente, dopo uno stop così lungo, ad affrontare l’ennesima ripartenza della sua carriera. Perso infatti l’ultimo sostanzioso bottino di punti conquistato lo scorso anno a febbraio in America Latina, attualmente è sprofondata al n. 655 WTA.

Petra, dove ti trovi in questo momento?
Sono a Offenbach, lavoro con Sascha Nensel e con Mariano Delfino. Faccio qui la preparazione e sarà la mia base durante tutta la stagione.

Lo scorso anno però eri a Bol con Biljana Veselinovic (il sito WTA riporta ancora il nome dell’allenatrice serba – che in passato a collaborato con Nadia Petrova, Lucie Safarova e Alizé Cornet – come coach della Martic, ndr), come mai avete interrotto la collaborazione?
Quando mi sono infortunata, lei è andata per la sua strada, io per la mia. Non c’è stato nessun problema tra noi, è andata così.

Come mai a Offenbach?
Conosco Sascha (direttore dell’accademia ed ex coach di Nicolas Kiefer e Julia Georges, ndr) da una vita. Lo scorso anno, in occasione del mio ultimo torneo prima dell’infortunio, mi disse che gli sarebbe piaciuto lavorare con me e di farmi sentire.

Quando ti sei infortunata?
Dopo Monterrey, non ho giocato per due mesi e mezzo. Poi sono andata direttamente senza preparazione a Parigi, al Roland Garros. Ora so che è stata una pessima decisione. L’infortunio dopo Parigi, Bol e Wimbledon è peggiorato. Ho capito che dovevo fermarmi, che non c’era altra soluzione. Non gioco un match ufficiale da allora.

Cosa ti è accaduto di preciso?
Un’ernia del disco. C’è stata una rottura del disco ed il materiale è fuoriuscito di 15 millimetri.

Cos’hai fatto per risolvere il problema dopo lo stop?
Ho lavorato regolarmente a Zagabria con Goran Markovic (famoso chinesiologo croato, che ha lavorato con moltissimi atleti di alto livello del suo paese, ndr), Dopo siamo sempre rimasti in contatto, mi ha seguito in tutto il mio percorso di riabilitazione.

Ed ora come va?
Ora tutto è tornato a posto, ma devo continuare a lavorare con accuratezza, devo prepararmi bene. Ho terminato adesso le prime quattro settimane di preparazione, me ne restano due e poi andrò in Tunisia per due settimane, dove farò un paio di tornei ITF da 15.000 $ per testare la mia condizione. Poi farò i tornei maggiori.

Quale pensi sia il tuo livello attuale?
Devo ricominciare con calma, lo stop è stato molto lungo, non posso subito affrontare i tornei maggiori. La cosa importante è vedere come reagirà il fisico, i tornei sono un’altra cosa rispetto agli allenamenti.

Puoi sfruttare il ranking protetto?
Sì, lo farò a Rabat e in qualche grande torneo. Il mio Protected Ranking è attorno alla 155esima posizione, quindi potrò fare le qualificazioni nei tornei del Grande Slam.

Hai paura che ti capiti di nuovo qualcosa?
Dopo un infortunio come quello che ho avuto è naturale avere paura. Quando mi sveglio al mattino, per prima cosa controllo come sta la schiena, questa cosa mi rimarrà in testa ancora per un po’. Quando senti dolore per tanto tempo non è così facile toglierselo dalla testa e avere fiducia. Il team che mi supporta è molto attento e scrupoloso, curiamo tutti i dettagli. Faccio tutto il possibile affinché la schiena mi supporti ancora a lungo.

Hai visto cos’ha fatto Mirjana Lucic-Baroni? La sua semifinale agli Australian Open è una motivazione ulteriore per te?
“Mikica” (il soprannome di Lucic-Baroni in patria, ndr) è motivo di ispirazione. Se solo ti fermi un attimo a riflettere e guardi la storia della sua vita, ti motiva così tanto che non puoi non saltare giù dal letto ed iniziare subito ad allenarti! Sono veramente felice per lei, si merita tutto quello che ha ottenuto.

Come ti trovi a lavorare all’Accademia?
L’intero complesso è di proprietà della Federazione Tedesca, l’Accademia ha i campi in gestione. Oltre ai campi all’aperto, ce ne sono tre al coperto in cemento, il fisioterapista è sempre a disposizione, c’è la palestra. Tutto nel raggio di pochi metri, non potrei sperare in condizioni di lavoro migliori. Non perdo tempo per gli spostamenti: vado subito dal fisioterapista, non devo aspettare… Ottimo!

Come va dal punto di vista finanziario? Nel tennis il denaro finisce in fretta e tu non giochi da parecchio tempo.
Mi trovo proprio nella situazione in cui dovrei iniziare nuovamente a giocare, in modo da vivere grazie ai tornei. Andrà tutto bene…

Gli allenatori viaggeranno con te?
Sasha è il capo allenatore, Mariano formalmente è il “secondo“. Lui è argentino, è stato top 200 (best ranking n. 154, ma anche Nensel è arrivato al n. 179 ATP, ndr), molto bravo anche lui. Uno dei due viaggerà con me: io mi trovo bene con entrambi. Uno è tedesco, l’altro argentino: due mondi diversi, due caratteri diversi… così non rischio di annoiarmi!

Ti manca Spalato?
Non ho giocato praticamente un anno intero, sono stata a casa parecchio tempo, più che in tutti gli ultimi anni messi assieme. Desideravo riprendere la mia vita, la mia routine da professionista: viaggiare, giocare i tornei. Mi mancava tutto questo.

Dove ti vedi tra qualche anno?
Il mio obiettivo è giocare e lasciare l’infortunio dietro le spalle. Spero di averlo fatto definitivamente e che non si ripeta. Voglio giocare ancora a lungo e, soprattutto, rimanere sana. Per il resto, credo che l’infortunio mi farà vedere il tennis ed i tornei in maniera diversa. Cambi prospettiva, cambi il modo in cui guardi alla tua carriera quando ti capita qualcosa del genere. Dai più valore ad ogni singolo istante.

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Nei dintorni di Djokovic

Nei dintorni di Djokovic: la lunga strada di Ivo Karlovic. “A volte non bisogna essere realisti”

Rientrato in Croazia dalla Florida, “Dr. Ivo” ha ricordato le difficoltà di inizio carriera. Con un po’ amarezza (“A mio figlio direi che non ne vale la pena”), ma con la consapevolezza di aver fatto qualcosa di non scontato (“Non è stato un percorso normale”). Ovviamente, senza prendersi troppo sul serio (“Non c’era niente che sapessi fare meglio”)

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Ivo Karlovic - Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Avevamo lasciato Ivo Karlovic a Melbourne, in gennaio, dove alla sua 17° presenza nello Slam australiano aveva conquistato un altro paio di record di longevità. Era diventato il primo over 40 nel main draw australiano da Ken Rosewall nel 1978 e poi, superando al primo turno Pospisil in tre set, anche il primo over 40 a vincere un match del tabellone principale, quarantadue anni dopo il leggendario “Muscle”. In realtà, il tennista zagabrese era sceso in campo ancora in un paio di ATP 250 e infine al Challenger canadese di Calgary – dove al secondo turno il francese Blancaneaux gli aveva tolto la soddisfazione di festeggiare, il giorno dopo, il suo 41° compleanno in campo – prima che la pandemia fermasse il mondo del tennis (e non solo, purtroppo).

Dopo aver trascorso il periodo del lockdown in Florida, dove vive insieme alla moglie Alsi e ai due figli Jada Valentina e Noah, il gigante croato un paio di settimane fa è rientrato in Croazia, dove è stato intervistato dal quotidiano sportivo “Sportske Novosti”. Prima tappa ovviamente la città natale, Zagabria, per riabbracciare genitori e parenti, prima di passare qualche giorno di vacanza al mare, in attesa di decidere quando riprendere l’attività agonistica. “Non ho ancora deciso se andrò allo US Open, nel caso in cui venga disputato. C’è ancora tempo. Vedremo cosa succede”. Per il momento, Ivo, è nella entry list del torneo.

Per uno che non si è ancora stancato di andare in giro per tornei dopo aver iniziato a calcare i campi a livello Challenger al crepuscolo del secolo scorso (era il 29 novembre 1999 quando esordì in India, a Lucknow, battendo il giocatore di casa Mustafa Ghouse, oggi noto per essere l’Amministratore Delegato di JSW Sport, la Divisione sportiva della multinazionale indiana JSW) la risposta alla domanda se il tennis gli è mancato, è stata un pochino  – ma non troppo, conoscendo il gusto per la battuta di Ivosorprendente: “Devo ammettere che il tennis non mi è mancato molto. È bello stare a casa con la famiglia. Abbiamo avuto molto tempo a disposizione e abbiamo potuto fare tante cose che altrimenti non avremmo potuto fare”.

 

Dopo un commento su come siano cambiati i rapporti tra le persone dopo il lockdown (“Dopo qualche tempo, le persone sono tornate a una vita relativamente normale, ma si percepisce l’insicurezza nello stabilire contatti con le altre persone”) al n. 124 del mondo è stata anche chiesta un’opinione sulle varie iniziative a sostegno dei tennisti non di prima fascia, in considerazione delle loro difficoltà economiche a causa dello stop. “Penso che alcuni tennisti abbiano sicuramente bisogno di un aiuto finanziario. E per me, personalmente, è molto bello vedere la solidarietà dei tennisti di vertice nell’aiutare i colleghi meno fortunati”.

Quando si parla di Ivo Karlovic il pensiero va immediatamente al “suo” colpo: il servizio. Logico che sia così, considerato che si tratta del giocatore che ha piazzato più ace di tutti nel circuito ATP –  ben 13.599 in 687 match –  e che sull’efficacia di questo fondamentale ha basato la sua ormai ultraventennale carriera. Ma un best ranking di n. 14 della classifica mondiale, otto tornei ATP vinti e altre undici finali disputate, 369 partite vinte nel circuito maggiore, non sono risultati che si raggiungono solo con il servizio, seppur scagliato da 211 cm di altezza, ma con un impegno e una dedizione al lavoro assoluta. Specie se parliamo di un giocatore che da ragazzo erano veramente in pochissimi a pensare avesse qualche chance di sfondare nel tennis che conta. “Credo che nessuno si aspettasse che raggiungessi la top 100, figuriamoci il 14° posto e vent’anni di carriera professionistica”.

Il famoso servizio di Ivo Karlovic – US Open 2015 (foto: Luca Baldissera)

Chi conosce anche solo un po’ la storia del tennista croato, sa che il percorso di Karlovic per arrivare al tennis che conta non è stato per niente facile. Basterà ricordare come a causa del fallimento dell’attività imprenditoriale del padre il giovane Ivo si trovò a non aver la possibilità di affidarsi ad allenatori costosi o ad accademie e a non poter viaggiare per disputare i tornei in cui avrebbe potuto guadagnare qualcosa, privo anche di un qualsiasi sostegno da parte della Federtennis croata. Persino trovare degli sparring partner era un’impresa: in pochi infatti volevano giocarci assieme, dato che il servizio era già a ottimi livelli mentre gli altri colpi assolutamente no e quindi le sessioni di allenamento con lui erano ritenute poco proficue (una situazione con cui si è ritrovato a convivere anche a livello “pro”).

A queste si aggiungevano le difficoltà nella sfera personale: timido e riservato, Ivo non aveva molte amicizie, anche perché la balbuzie di cui soffriva lo ostacolava nel rapporti con gli altri. E proprio in virtù del suo vissuto, giusto chiedere al gigante croato se abbia dei consigli da dare ad un giovane che desidera diventare un giocatore di tennis (“Beh, molti giovani giocatori con cui mi alleno mi chiedono un consiglio. Soprattutto negli Stati Uniti, dove le persone sono generalmente più disponibili a ricevere consigli”), soprattutto se con lui Madre Natura sembra non essere stata particolarmente generosa quando ha dispensato il talento tennistico. “Nel mio caso hanno giocato un ruolo determinate la mia perseveranza e la mia volontà di allenarmi quando ero giovane. Non ho avuto delle buone condizioni, spesso nemmeno le opportunità, per allenarmi, ma ho lottato in tutti i modi per progredire il più possibile. Nel tennis, a volte, è necessario non essere realisti e perseverare, qualunque cosa accada“.

E se a chiedergli un consiglio fosse suo figlio? “Se decidesse di farlo, lo sosterrei. Perché so che per lui la strada sarebbe più semplice rispetto alla mia. Se dovesse passare tutto quello che ho passato io, gli direi che non ne vale la pena.” Dalle parole di Ivo si percepisce che tanta è stata la fatica e tanti sono stati i bocconi amari ingoiati, ma nel chiedergli quali siano state le maggiori difficoltà, la sua ironia e la sua capacità di sdrammatizzare hanno la meglio. “La cosa che mi ha facilitato nel cercare di sfondare nel tennis mondiale è stato il fatto che non c’era niente che sapessi fare meglio. Per me, in quel momento, era una cosa normale. Non ero consapevole di nient’altro se non dei bisogni fondamentali. Oggi, a volte, ripenso a com’è stato il mio percorso: non è stato normale!”. Una risposta più di tutte, seppur sempre tra il serio e il faceto, fa capire quanto “Dr. Ivo” si sia impegnato per arrivare. Quella alla domanda se abbia mai saltato un allenamento perché non aveva voglia, soprattutto all’inizio della carriera. “Mai, quando ero più giovane. Adesso capita sempre più spesso”.

Interessante anche sapere se secondo lui – un giocatore da vent’anni nel circuito professionistico – fosse più facile diventare uno sportivo di alto livello ai suoi tempi o se sia più facile adesso. “Oggi dal punto di vista logistico-organizzativo tutto funziona molto meglio. Dall’organizzazione del viaggio alle tattiche in campo, dove molte informazioni si possono ottenere anche su You Tube. I bambini si allenano meglio. Quindi da un lato oggi è più facile sistemare le cose che non vanno e raggiungere un certo livello nel tennis, ma dall’altro è più facile per tutti e quindi questo crea più competizione, cioè ci sono molti più tennisti di prima”.

E quale sarà il domani di Ivo Karlovic? Ivo si vede ancora nel tennis il giorno che smetterà di impallinare gli avversari con la prima di servizio? ”Penso che rimarrò sicuramente nel tennis. In che modo… Questa è una domanda a cui devo ancora trovare una risposta. Dipende da dove sceglierò di trascorrere la maggior parte del mio tempo al termine della carriera. Naturalmente ho anche altri interessi, che spero quindi di aver il tempo di approfondire”.  Un’ipotesi è quindi anche quella di allenare. Anni addietro, prima di mettere radici in Florida, Ivo aveva manifestato il desiderio di aprire una propria accademia a Zagabria. Un’idea che sembra non del tutto tramontata, magari spostando la sede al di là dell’Atlantico. “Vedremo a fine carriera”. Anche se, come detto, una decisione su dove la famiglia Karlovic si stabilirà definitivamente una volta che il capofamiglia appenderà la racchetta al chiodo non è stata presa. Sebbene un’idea di massima ci sia già. “La Croazia è un paese bellissimo, e indipendentemente da ciò che la gente dice la qualità della vita è buona. Trascorrerò sicuramente parte dell’anno in Croazia. Allo stato attuale, molto probabilmente il rapporto sarà otto mesi negli Stati Uniti e quattro in Croazia”.

Ma quali doti deve avere, secondo Karlovic, un allenatore? “La cosa più importante è adattarsi al singolo giocatore. Cioè capire come il giocatore recepisce le indicazioni più facilmente. Il tennis è uno sport individuale in cui i livelli di stress sono piuttosto elevati e frequenti. Affrontare tante situazioni stressanti tende a far diventare le persone testarde. Di conseguenza non è facile riuscire a relazionarsi con un tennista”.

Di certo senza quella testardaggine, che lo ha aiutato a non mollare quando in molti gli consigliavano di lasciar perdere, quel timido e silenzioso giovane spilungone del quartiere zagabrese di Salata non si sarebbe ritrovato a battere nel 2003, all’esordio in un tabellone Slam, il campione uscente Lleyton Hewitt al primo turno di Wimbledon (era la prima volta nell’Era Open e la seconda nella storia del torneo – nel 1967 Charlie Pasarell batté Manolo Santana – che il defending champion veniva subito eliminato). Fu la vittoria della svolta: il 24enne Karlovic raggiunse poi il terzo turno e due mesi dopo entrò per la prima volta in top 100, lui che prima di quella edizione dei Championships non era mai nemmeno arrivato tra i primi 150.

Wimbledon 2003, I turno: Ivo Karlovic elimina Lleyton Hewitt, campione in carica (Foto: Getty)

Ma a farci percepire quanto lavoro, quanta dedizione e quanti sacrifici c’erano dietro a quel risultato e a tutti quelli che seguirono, è ancora una volta una risposta semi-seria di Ivo ad un’altra domanda, quella del ricordo della sua prima volta a Church Road, ovviamente lo Slam preferito per un battitore di razza come lui. “Uh, è stato tanto tempo fa. Avevo 21 anni. Persi al terzo turno delle qualificazioni (contro l’attuale capitano di Coppa Davis israeliano, Harel Levy, ndr), giocate su un prato a venti minuti da Wimbledon (in realtà i campi del “The Bank of England Tennis Center” di Roehampton, ndr). Ma dopo quella partita andai a Wimbledon a vedere l’allenamento di Goran (Ivanisevic, ndr). Ma più che all’atmosfera di Wimbledon, ero interessato all’allenamento di Goran”.
Ancora convinti che Ivo Karlovic sia arrivato ai vertici solo perché aveva un gran servizio?

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Nei Dintorni di Djokovic: Ana Konjuh is back. “Forse non sono fatta per il tennis. Ma non mollo”

A quasi tre anni dal primo stop e dopo tre operazioni al gomito, a Zara abbiamo rivisto in campo Ana Konjuh. L’ex n. 20 WTA, nonostante il ranking protetto, ha deciso di ripartire dalla retrovie (“Sarà strano”) per prendere confidenza con il tennis agonistico. E il ritiro non è più un’opzione (“Ho ancora tante motivazioni”)

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Ana Konjuh - Adria Tour (foto: Ilvio Vidovich)

L’Adria Tour di Zara, purtroppo, verrà ricordato soprattutto per la positività al COVID-19 di alcuni dei protagonisti e di altre persone – fortunatamente tutte guarite, la cosa più importante – e per le conseguenti polemiche sulla mancata adozione da parte degli organizzatori dell’evento di maggiori precauzioni al fine di ridurre il rischio di contagio. Ma in quel weekend nella città che fu la capitale del Regno di Dalmazia ai tempi dell’impero austro-ungarico, c’è stato comunque qualcosa di bello da segnalare, tennisticamente parlando. Sebbene si sia trattato solo di un doppio di esibizione, in cui insieme a Borna Coric ha affrontato Novak Djokovic ed Olga Danilovic, a Zara abbiamo infatti rivisto in campo Ana Konjuh.

La 22enne talentuosa giocatrice di Dubrovnik era praticamente ferma da quasi tre anni. Da quando nell’agosto 2017, appena entrata in top 20 e dopo aver raggiunto gli ottavi a Wimbledon il mese prima, il gomito destro – già operato nel 2014 – era tornato a farle male. Da quel momento in poi, un calvario. Nell’anno e mezzo successivo, due operazioni all’articolazione (settembre 2017 e marzo 2018), tentativi di rientro e ulteriori terapie conservative. L’avevamo ritrovata in campo all’inizio del 2019. Tre sconfitte in tre incontri, l’ultimo a Budapest, in febbraio, battuta dalla francese Parmentier. E la speranza di essere guarita che subito svaniva davanti alla triste realtà: il dolore al gomito era tornato. Poco dopo ecco la quarta operazione, ultima speranza di risolvere il problema all’articolazione e tornare a giocare senza dolore. Da allora, sono passati altri sedici mesi.

Proprio qualche settimana prima del rientro in campo (prima di Zara, era scesa in campo anche in un’altra esibizione in Croazia, ad Osijek), Ana era stata intervistata in un paio di occasioni dal sito croato 24sata.hr, rivelando i retroscena della decisione di tornare per l’ennesima volta sotto i ferri. “A febbraio ero andata negli USA per una visita, non era previsto che mi operassi, ma è andata così. Il gomito era tornato a farmi molto male, non sapevo cosa fare. Il medico mi disse che non vedeva nulla, ma che era evidente che non potevo più giocare. Si è messo in contatto con i medici che mi avevano operato in precedenza e mi ha dato un’unica opzione: avrei dovuto operarmi di nuovo e avevo cinque minuti per decidere. Il giorno dopo alle cinque del mattino ero sul tavolo operatorio”.

 

Ora, tutto sta finalmente procedendo per il meglio. “Se non ci fosse stata la pandemia, probabilmente adesso sarei in giro per tornei. Mi alleno ogni giorno e spero di non avere più problemi con gli infortuni. Il gomito va bene e questa volta ho avuto molto tempo per il recupero e per una riabilitazione ottimale e confido di essere pronta quando inizieranno i tornei”.

Ana Konjuh (fonte: Facebook)

A Zara la vincitrice nel 2013 di due Slam juniores in singolare, Australian Open e US Open (“È uno dei sogni che non ho realizzato, avrei voluto vincerli tutti e quattro”), ha giocato con una vistosa protezione al gomito, ma a giudicare da quanto visto – a partire da un paio di dritti sparati addosso a Djokovic a rete – la potenza dei colpi che le valsero l’appellativo di “Baby Serena” quando iniziò a muovere i primi passi nel circuito maggiore pare non avere risentito dello stop. “Mi hanno detto che l’80% delle persone recupera completamente da questa operazione (ricostruzione del legamento collaterale ulnare, ndr). Considerando che nessuno sa esattamente quale sia il mio problema – forse è una questione biomeccanica, forse non sono “fatta” per il tennis – nel mio caso questa percentuale è inferiore. Ma mi sono detta: ‘Dai Ana, questo è l’ultimo tentativo’”. 

Un tentativo in cui ripartirà da…zero, dato che attualmente non ha una classifica WTA, considerato che gli ultimi punti erano i tre ottenuti a febbraio dell’anno scorso.

In realtà la tennista dalmata potrebbe sfruttare il ranking protetto di n. 255 (“Non sono stata molto tempestiva nel richiederlo” ha ammesso, ed è difficile darle torto considerato che lo ha fatto a metà luglio 2018, a più di dieci mesi dal primo stop e dopo che si era già sottoposta a due interventi: solo un mese prima era ancora n. 127), ma ha dichiarato che non è sua intenzione farlo subito (“Penso di utilizzarlo per le qualificazioni degli Slam”), dato che vuole iniziare giocando tornei di livello inferiore, per riprendere confidenza con i match. Tornei che non frequenta da un bel po’. “Sì, riparto da zero, è così. Ho dimenticato come sia giocare in questi tornei, perché sono passata velocemente da junior a senior. In tutti i casi, sarà strano”.

Siamo andati a controllare e in effetti per Ana sarà veramente strano, perché da quasi sei anni non frequenta i tornei ITF di livello inferiore. A parte infatti il match di primo turno a Trnava, in Slovacchia, nel gennaio dello scorso anno, nell’ultimo tentativo di rientro purtroppo andato male (dove perse 7-6 6-4 dalla n. 153 Martincova, non proprio un sorteggio favorevole per un primo turno ITF), l’ultimo ITF da 25.000$ disputato fu quello di Clemont-Ferrand nel settembre 2014, quando aveva diciassette anni.

In questi ultimi tre anni la vita di Ana è stata ben diversa da quella a cui era abituata, da juniores prima e professionista poi. Tra riposo e riabilitazione, tanto il tempo passato a casa davanti alla TV, a guardare serie TV (“Le adoro. Ho iniziato a guardare “La casa di carta” ma non ho finito. Mi sono dovuta dare una calmata, ero capace di rimanere a guardare puntate fino alle prime ore del mattino…”) e anche altri sport. “Sono diventata un’appassionata di NFL. Passo un paio di mesi all’anno negli USA e mi sono appassionata di questo sport. Eravamo a Cincinnati, vai in un ristorante e tutti ne parlano, guardano i match… Per chi faccio il tifo? Per i San Francisco 49ers, San Francisco è una città che adoro”.

Un’altra curiosità collegata alla nazione nordamericana è il fatto che abbia dichiarato che il suo migliore amico nel tour non è un connazionale, come di solito capita, ma proprio un tennista statunitense, Frances Tiafoe. “Quella dichiarazione devo cambiarla. Il mio amico più caro è Borna Coric. Devo dirlo, perché si è arrabbiato con me quando ho detto che era Tiafoe… Quindi con l’occasione mi scuso con Borna. Tra l’altro, anche Frances si era arrabbiato con me: quando gli avevano tifato contro, o meglio per Borna, quando avevano giocato contro in Coppa Davis a Zara. Non è stato facile…”.

Ana Konjuh con Borna Coric durante il doppio di esibizione a Zara (foto: Mario Cuzic/HTS)

In passato l’allieva di coach Antonio Veic, suo connazionale ed ex n. 119 del mondo, aveva più volte dichiarato – l’ultima solo lo scorso anno – che pensava di smettere presto con la carriera agonistica. “Sì, all’inizio della carriera avevo detto che era mia intenzione giocare fino ai 26 anni e poi crearmi una famiglia, diventare mamma. A causa di questi infortuni i piani sono cambiati. Giocherò probabilmente fino ai 30. Ma potrei ritirarmi prima se raggiungessi quello che vorrei…”. E cosa vuole Ana Konjuh?Vincere un torneo del Grande Slam, è il sogno di tutti quelli che giocano a tennis. Ed è questo il momento per sperarci, considerato che ci sono tenniste che periodicamente riescono a fare salto e ad ottenere il grande risultato. Basta guardare chi sono le ragazze che hanno conquistato gli ultimi Slam, sono tutte della mia generazione”.

I dati le danno assolutamente ragione: degli ultimi sei Slam solo uno (Wimbledon 2019, Simona Halep) è stato vinto da una giocatrice della generazione precedente. Gli altri sono stati appannaggio, nell’ordine, di Naomi Osaka, coetanea di Ana, di Ashleigh Barty, un anno in più della croata, e di Bianca Andreescu e Sofia Kenin, rispettivamente più giovani di diciassette e dieci mesi.

E magari lo Slam in cui trionfare potrebbe essere quello che ama di più, Wimbledon. “È particolare. Sarà per l’erba, sarà perché siamo tutti vestiti di bianco… Comunque tutti i giocatori vorrebbero giocare una volta nella vita sul Centrale di Wimbledon”. Ma nel breve termine c’è un altro obiettivo a cui la tennista croata tiene in modo particolare: la qualificazione alle Olimpiadi di Tokyo. Ci aveva messo una pietra sopra, ma il rinvio dei Giochi di un anno a causa della pandemia le offre ora una nuova possibilità. “Credo sia il sogno di ogni tennista partecipare alle Olimpiadi. Sono stata a Rio 2016 e la partecipazione ai Giochi è un qualcosa di unico. Spero, se sarò in salute, di poter risalire nel ranking in modo da qualificarmi per Tokyo”.

L’ultima domanda è – purtroppo – doverosa: e se il rientro non dovesse andare secondo i piani? Mesi fa la giovane croata aveva infatti fatto capire che se ci fossero stati dei nuovi problemi, avrebbe potuto veramente decidere di appendere la racchetta al chiodo. Ma il tempo ha stemperato dubbi e preoccupazioni, ed ha anche dato ad Ana la forza e l’energia per ripartire e non pensare più ad arrendersi. “Era una cosa detta a caldo. Se dovesse capitare ancora qualcosa, ritornerei ancora. Ho ancora tante motivazioni”.

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Nei dintorni di Djokovic

Nei dintorni di Djokovic: Misha e Miro, dallo Smrikva Bowl agli Slam

Non ci sono solo Djokovic e Ivanisevic. Un altro sodalizio tecnico serbo-croato sta infatti funzionando alla grande nel circuito maschile, quello tra il giovane talento belgradese Miomir “Misha” Kecmanovic e il suo coach Miro Hrvatin. Tutto ebbe inizio nel 2009, durante un torneo under 10 a Pola

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Miomir Kecmanovic e Miro Hrvatin (fonte: atptour.com)

Miomir Kecmanovic è oggi una delle grandi promesse del tennis mondiale. I quarti a Indian Wells nel 2019, la finale ad Antalya (sconfitto da Lorenzo Sonego) e infine la semifinale alle NextGen Finals (anche qui fermato da un azzurro, Jannik Sinner) sono i punti più alti di una stagione 2019 che nella seconda metà ha visto il 20enne tennista di Belgrado entrare stabilmente tra i primi sessanta giocatori del mondo. L’inizio del 2020 lo ha visto compiere un ulteriore passo in avanti con l’ingresso tra i top 50 (attualmente è n. 47), grazie soprattutto alle due semifinali raggiunte nei 250 di Doha e Delray Beach, e diventare così un nome ancor più noto tra gli appassionati. Chiaramente tra gli addetti ai lavori il nome di Kecmanovic era conosciuto già da qualche anno, con i primi riflettori puntati addosso alla fine del 2016, quando raggiunse il vertice delle classifiche mondiali juniores dopo aver conquistato per la seconda volta consecutiva il più prestigioso torneo mondiale juniores, l’Orange Bowl, e in Serbia si iniziò a parlare di lui come del nuovo Novak Djokovic. E, come spesso capita, furono tante le similitudini che si cercarono allora tra il percorso di crescita dell’attuale n. 1 del mondo e quello del giovane connazionale per rafforzare tale convinzione.

A tale proposito, dallo scorso luglio c’è un curioso punto in comune tra le loro carriere. Cioè da quando Djokovic ha deciso di avvalersi del supporto come coach di Goran Ivanisevic. Kecmanovic, infatti, da diversi anni viene seguito da un allenatore croato, Miro Hrvatin.Intervistato da un quotidiano del suo paese, il 40enne coach di origine istriana (è di Valbandon, un paesino del comune di Fasana, a una decina di km da Pola), ha raccontato la storia della collaborazione con quello che, secondo la classifica ATP, è attualmente il terzo under 21 più forte al mondo (dietro ai canadesi Shapovalov e Auger-Aliassime e davanti a Sinner). Logicamente la prima cosa che è stata chiesta a Hrvatin è stata proprio quella di spiegare come mai un giovane tennista belgradese abbia deciso di farsi seguire da un allenatore della penisola istriana. “Conosco Miomir dal 2009, quando aveva nove anni e partecipò allo Smrikva Bowl, un torneo internazionale under 10 che si tiene in Croazia, a Stignano in provincia di Pola”.

Torneo nato nel 1996, lo Smrikva Bowl annovera tra i suoi vincitori Dominic Thiem (nel 2004) e Petra Martic (nel 2001) e tra i partecipanti diversi top 100. Per curiosità, noi di Ubitennis siamo andati a vedere il tabellone di quello Smrikwa Bowl del 2009, e quello di Kecmanovic non è l’unico nome conosciuto. Il serbo perse nei quarti, sconfitto dall’italiano Samuele Ramazzotti (grande promessa a livello juniores, n. 1 al mondo under 14  e vincitore del famoso torneo “Petit As” nel 2013, battendo in finale proprio Kecmanovic), che poi  batté in semifinale un altro nome oggi noto, Alejandro Davidovich Fokina, che nei quarti aveva avuto la meglio sull’attuale n. 26 del mondo, Alex De Minaur. In tabellone c’era un altro NextGen che oggi fa parlare di sé ad alti livelli, Alexey Popyrin, che perse al secondo turno con il futuro vincitore, lo spagnolo Alvaro Regalado (da giovanissimo grande promessa del tennis iberico). Il torneo istriano è il punto di partenza del racconto di coach Miro.

“Durante quel torneo facemmo diversi allenamenti, poi quell’anno tornò con la zia per le vacanze estive e per allenarsi. Anche negli anni successivi venne per una settimana di vacanza e allenamenti, fino a quando all’età di 13 anni non partì per l’Accademia di Bollettieri a Bradenton, in Florida. In quel periodo interrompemmo il nostro rapporto, per poi riprenderlo e lavorare con continuità già da quando Miomir giocava i tornei under 18”.

 
Orange Bowl 2016 – Miomir Kecmanovic

Considerando le polemiche sorte in Serbia quando Djokovic ha deciso di inserire Ivanisevic nel suo staff, è stato altrettanto logico chiedere se anche il fatto che la più grande speranza del tennis serbo avesse un allenatore croato abbia creato qualche problema simile. “Sono i genitori (medici molto noti in Serbia, ndr) quelli che si fanno carico della maggior parte delle spese e quindi sono loro che decidono chi è l’allenatore. Quella della nostra collaborazione è stata una storia bella sin dall’inizio e non ci sono stati problemi. In generale nello sport ci sono diversi esempi nei quali c’è un legame tra persone dell’ex Jugoslavia. Non ci sono barriere linguistiche, abbiamo la stessa mentalità”. Interessante notare come quest’ultimo aspetto sia stato sottolineato anche da Ivanisevic nel parlare del suo rapporto con Nole.

Ivan Ljubicic collabora con Roger Federer, Goran Ivanisevic con Novak Djokovic, da poco Vedran Martic con Marin Cilic. Spontaneo chiedersi come mai i coach croati stanno andando per la maggiore nel circuito maschile. “Ivanisevic e Ljubicic sono dei veri e propri ‘brand’. Martic è da anni sulla scena e fa un ottimo lavoro. Miomir e io siamo agli inizi. Per quanto mi riguarda, posso dire che lavoro con il cuore e con il desiderio che riusciamo ad avere successo”.

Dato che di lui si sa poco, al coach di Pola è stato chiesto di raccontare qualcosa del suo passato tennistico. “La mia carriera di giocatore si è svolta interamente in ambito nazionale. Sono stato n. 2 croato a livello juniores e n. 4 a livello senior. Ho giocato e mi sono allenato con Ljubicic, Karlovic, Krajan… Ho vinto due volte in campionato nazionale a squadre (controllando sul sito ATP si scopre che si è comunque tolto la soddisfazione di conquistare un punto ATP, nel 2007, grazie al quale è entrato in classifica alla posizione n. 1494, ndr). La carriera da allenatore l’ho iniziata dalle mie parti, a Stignano, dove allenavo giocatori di tutte le età. Questo mi ha aiutato a migliorarmi come allenatore. Poi ho lavorato due anni in Cina, seguivo quattro ragazze che ai tempi erano le migliori a livello under 16 e under 18. Si è trattato di un’esperienza completamente diversa, che può comprendere del tutto solo chi ha lavorato lì. Ho imparato molto”.

Hrvatin ha poi parlato un po’ del suo allievo.. “Misha (il soprannome di Miomir, ndr) ha subordinato tutta la sua vita al tennis e per adesso sta andando bene. I genitori e la zia gli sono di supporto in questo. A Belgrado andiamo un paio di volte l’anno, per qualche giorno. In questo momento siamo in Florida, all’Accademia di Bradenton, e ci alleniamo qui, dove le condizioni sono ottime”. Kecmanovic si è allenato diverse volte con Djokovic e con Federer. A Hrvatin è stato quindi chiesto quanto sia importante per un giovane avere l’opportunità di allenarsi con simili fuoriclasse. “L’allenamento con giocatori così è di un’importanza enorme per la crescita, ti costringono a essere migliore. Si impara molto da questi allenamenti“.

Non poteva infine mancare una domanda sulla situazione che tutti stiamo vivendo, l’epidemia di coronavirus. “Nessuno era preparato a questo, quindi anche il mondo del tennis è rimasto scioccato. Tutto si è fermato. Non sappiamo nemmeno quando torneremo a giocare, quindi non è facile fare programmare lo stato di forma. Ma in questo momento non è così importante, l’importante è che sconfiggiamo l’epidemia e che le persone siano al sicuro“.

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