La settimana degli italiani: Fognini tiene alta la bandiera

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La settimana degli italiani: Fognini tiene alta la bandiera

La vittoria contro Tsonga da lustro al torneo di Fabio. Wawrinka ferma Lorenzi. Gaio cresce. Segnali di ripresa per Vinci ed Errani. La schiena blocca Giorgi

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Il tennis italiano è arrivato ad Indian Wells, sede del torneo che per molti addetti ai lavori è il “quinto Slam” della stagione, dopo un mese di febbraio pessimo, nel quale il nostro movimento professionistico ha avuto una sola piccola gioia: la finale raggiunta a Quito da Lorenzi, in un mare di delusioni e risultati sconfortanti. Non si sa da dove iniziare a ricapitolarli, tra i problemi fisici per quattro nostre giocatrici di punta (tendine per la Vinci, adduttore della coscia per la Errani, schiena per Giorgi, nuova operazione al ginocchio per Knapp), la bocciatura umiliante in Fed Cup della nostra rappresentativa, l’uscita di Errani dalla top 100 e risultati pessimi nel circuito, dove per due settimane al mercoledì eravamo già fuori da tutti i tornei e per una terza abbiamo raggiunto con un solo giocatore i quarti (Fognini al modesto ATP 250 di San Paolo).

In questo fosco scenario, ecco che i risultati raggiunti in California sembrano fare intravedere dei segnali di ripresa: Fognini che dopo due anni torna a battere un top ten (Tsonga); i nostri numeri 1, Lorenzi e Vinci, che fanno il loro dovere per poi perdere dignitosamente da avversari di gran livello e in eccellente forma (rispettivamente Wawrinka e Kuznetsova); Gaio che per la prima volta partecipa con le proprie forze al tabellone principale di un Masters 1000; Errani che torna a vincere una partita e lotta alla pari contro una top 20; Schiavone che si qualifica per la quindicesima volta al tabellone principale del Premier Mandatory californiano. Nulla di trascendentale, come si legge, ma pur sempre abbastanza per far dire in sede di ricapitolazione che alla prova di Indian Wells il tennis italiano sia andato, se non bene (sarebbe eccessivo), sicuramente meglio di quanto ci si potesse aspettare, mostrando dei segnali di ripresa.

Partiamo in sede di analisi da chi si è comportato meglio di tutti: Fabio Fognini è tornato a giocare per la nona volta ad Indian Wells, torneo nel quale solo in una circostanza aveva vinto due partite di fila nel tabellone principale (nel 2104, quando sconfisse Harrison e Monfils, prima di arrendersi a Dolgopolov). Il ligure in California è tornato a competere, due mesi dopo gli Australian Open, in un torneo sul cemento all’aperto: al primo turno ha trovato un avversario a lui inedito, Konstantin Kravchuk, n°96 ATP, 32 enne russo con onesta carriera costruita nei Challenger (solo 8 vittorie complessive nel circuito maggiore, l’ultima contro Pella nel 2016 sulla terra rossa di Gstaad). Le premesse sembravano indicare una partita facile, ma non lo è stata, anzi. Fabio, autore di una brutta prova al servizio (8 doppi falli a fronte di due soli ace, diversi falli di piede), ha perso il primo set in appena venti minuti e si è trovato sotto anche nel secondo, dove il russo è andato a servire per il match sul 5-4 senza aver dovuto annullare sino a quel momento neanche una palla break. La paura di vincere dell’avversario inesperto a questi livelli e scenari, ed un Fabio che finalmente iniziava a leggere il servizio avversario hanno insieme cambiato l’inerzia di un match che ha visto l’ex numero 13 del mondo fare due break consecutivi e portare la partita al terzo. Nel parziale decisivo Fabio ha commesso l’errore di non chiudere l’incontro, facendosi controbrekkare dopo aver strappato servizio ad inizio del terzo ed ha anzi dovuto annullare tre pericolose palle del 5-3 a Kravchuk, prima di allungare nel gioco successivo e chiudere incontro dopo 2 ore e 18 minuti con il punteggio di 0-6 7-5 6-4 ed ottenere il prestigioso traguardo della 250°vittoria nel circuito ATP.

 

Al turno successivo, Fognini ha incontrato una sua bestia nera, Jo-Wilfried Tsonga: contro il 31enne  n°8 ATP, reduce dalle vittorie consecutive di Rotterdam e Marsiglia, il tennista azzurro aveva vinto un solo set dei nove giocati nei quattro confronti tra i due. In condizioni climatiche decisamente non ideali (gran caldo, sebbene secco) nel primo pomeriggio californiano Fabio ha vinto il primo set al tie-break, con merito ed un pizzico di fortuna (un nastro decisivo nella fase calda del gioco decisivo), per poi pagare a caro prezzo un break subito nel terzo gioco e ritrovarsi al terzo set, dove, dopo una serie di favori scambiatisi gentilmente (entrambi hanno perso due volte il servizio), alla terza palla break del nono game il nostro giocatore è riuscito a convertirla ed a poi servire con successo per il match, chiudendo dopo 149 minuti col punteggio di 7-6(4) 3-6 6-4. Una vittoria che rappresenta una doppia soddisfazione perché è l’ottava contro un top ten, dopo quelle con Verdasco (n° 9) a Wimbledon 2010, Berdych (6) e Gasquet (9) a Monte Carlo 2013, Murray (8) in Coppa Davis nel 2014, Nadal nel 2015 a Rio de Janeiro (quando era 3), a Barcellona (quando era 4) e all’Open degli Stati Uniti (quando era 8).

Nel terzo turno l’incontro con il trentunenne uruguagio Pablo Cuevas rappresentava per il nostro giocatore la più classica delle prove del nove: non perché il numero 30 ATP sia un giocatore scarso, anzi, ma trattasi tecnicamente di un tennista due spanne sotto al francese. Fabio tra l’altro è sceso in campo conscio di aver dalla sua la fiducia proveniente dagli scontri diretti, vinti in ben 4 occasioni su 5, considerando anche quello a livelli Challenger. Purtroppo Fognini, che pure era partito bene strappando d’acchito la battuta a Cuevas, era in pessima giornata, specialmente col fondamentale del dritto, trovandosi durante tutto l’arco del match a subire la regolarità e la profondità di palla dell’avversario. Inevitabilmente, l’ex numero 13 del mondo ha in malo modo smarrito il primo set in appena 21 minuti di gioco (nei quali Cuevas ha fatto il doppio dei punti, 28 a 14). Il maggiore equilibrio del secondo set, deciso da un break a favore dell’uruguagio nel terzo game, non è bastato a Fabio, che non ha sfruttato l’unica palla break avuta nel corso del quinto gioco: dopo meno di settanta minuti, Cuevas aveva archiviato il suo accesso agli ottavi, grazie ad una facile vittoria, arrivata col punteggio di 6-1 6-4.

Il nostro numero 1, Paolo Lorenzi, è tornato per la quinta volta a Indian Wells, dove nelle ultime due partecipazioni aveva raggiunto il secondo turno. All’esordio ha trovato di fronte Robin Haase, 29enne olandese al 47° posto del ranking ATP, contro il quale aveva vinto unico precedente. Sia una prova centrata e tatticamente astuta di Lorenzi, sia un Haase molto falloso hanno fatto in modo che in entrambi i set Paolo scappasse avanti di due break, e di gestire così la parziale, inutile, reazione dell’olandese. Il toscano, senza troppo patire ha chiuso con merito il match in 1 ora e 24 minuti col punteggio di 6-4 6-3. L’impegno successivo, contro Stan Wawrina, contro il quale aveva perso, senza vincere un set, i due precedenti, datati 2013, era proibitivo, a meno che il campione in carica degli US Open lo avesse aiutato con una prova incolore. Purtroppo il numero 3 del mondo è sceso in campo centrato e non è bastato il solito ardore del toscano, che non ha demeritato ed anzi ha giocato quasi alla pari con il 31enne svizzero: il primo set è stato deciso dall’unica palla break concessa da Paolo nel quarto gioco, che invece non è riuscito a convertire le due guadagnate nel settimo. Nel secondo, Paolo ha avuto la forza di annullare ben 8 palle, prima di vedersi strappare il servizio sul 4 pari e far chiudere la partita a Wawrinka dopo 1 ora e 18 minuti col punteggio di 6-3 6-4. Lorenzi è uscito dal campo senza rimpianti, ma per il numero 1 azzurro l’appuntamento con la prima vittoria in carriera contro un top ten è rimandato.

All’appuntamento con il Masters 1000 californiano, disertato da Andreas Seppi, nessun altro tennista italiano aveva la classifica per entrare direttamente in tabellone e solo uno, Federico Gaio, dei 5 azzurri (gli altri erano Giannessi, Vanni, Fabbiano e Napolitano) che godevano della classifica per entrarci, ha deciso di provare la strada delle quali: una scelta molto opinabile, visto che la scalata nel ranking passa dall’esperienza nei grandi tornei, tanto più se sul duro, la superficie dove si giocano la maggioranza dei tornei. Il faentino, 159 ATP, è stato premiato per il coraggio nella sua programmazione, riuscendo ad accedere al main draw grazie ai successi prima sul 31enne ucraino Sergiy Stakhovsky, 11o ATP (ma ex 31, ricordato da molti per il suo successo su Federer nel secondo turno di Wimbledon 2013), ottenuto col punteggio di 7-6(3) 6-3 in 1 ora e 28 minuti; poi sull’australiano Andrew Whittington, eliminato in 1 ora e 25 minuti con un netto 6-2 7-5. Purtroppo non è stato poi fortunato nell’accoppiamento nel tabellone principale: al primo turno si è trovato di fronte il 30enne sudafricano Kevin Anderson, reduce da un 2016 pieno zeppo di problemi fisici (ginocchio sinistro e spalla destra) ed attuale n°79 ATP, ma top ten meno di due anni fa. Federico, sopraffatto nelle primo set dalle bordate al servizio ed alla risposta dell’avversario, si è trovato sotto in 20 minuti 0-5 ed è veramente entrato in partita solo nel secondo set, nel quale è risalito dal 2-4 al 4 pari, prima di cedere nuovamente il servizio e dare la possibilità ad Anderson di chiudere con un 6-1 6-4 dopo 1 ora e 17 minuti che hanno eliminato Gaio dal torneo, ma non cancellato le sensazioni positive e le conferme di una lenta, ma graduale crescita.

Segue a pagina 2: la settimana delle azzurre

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ATP

Con Gattinoni le Nitto ATP Finals 2021 sono l’occasione per scoprire e gustare Torino

SPONSORIZZATO – Biglietti con esperienze incluse per scoprire il territorio e vedere il miglior tennis mondiale in prima fila: questa la proposta del Gruppo Gattinoni, official tour operator dell’evento

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È iniziato il countdown per le Nitto ATP Finals, il torneo più importante dell’anno dopo quelli del Grande Slam, che dal 14 al 21 novembre 2021 trasformerà Torino in palcoscenico internazionale per tutti coloro che amano il tennis. Le sfide ai massimi livelli si terranno al Pala Alpitour.

Il Gruppo Gattinoni, official tour operator dell’evento che si occupa di turismo ed eventi, dispone di biglietti per tutte le date del torneo, insieme con esperienze e servizi di incoming. Oltre a far vivere l’emozione delle gare, Gattinoni infatti mette a disposizione una ricca gamma di servizi personalizzabili, che vanno dalla logistica – pernottamenti in albergo e trasferimenti – agli spazi a disposizione dell’Hub Gattinoni in centro città e la navetta per il Pala Alpitour, fino ad esperienze che rendono il soggiorno a Torino e nel Piemonte unico e sorprendente.

Alcune proposte sono declinate sull’ASPETTO ENOGASTRONOMICO. Esperienza Vermouth vi trasformerà in raffinati barman; a Torino il vermouth è nato e diventato rito, e sarà divertente cimentarsi fra vino, zucchero, erbe e spezie per creare la propria versione, con tanto di bottiglia personalizzata. Un percorso interattivo con un indiscusso maestro, fra aneddoti, curiosità, pubblicità vintage, postazioni con imbuti e contagocce e naturalmente degustazione.

 

Un’altra eccellenza torinese si gusta con la Esperienza Giandujotto; il laboratorio sul famoso cioccolatino prevede la storia, le proprietà delle nocciole, l’arte della pasticceria e il cimentarsi in prima persona nella preparazione. Se non volete essere artefici, Sweet Torino vi svelerà i luoghi storici che hanno deliziato i palati più illustri. L’itinerario guidato vi condurrà nei locali dove sono nati i dolci torinesi dal Settecento in poi; fra una passeggiata e un assaggio, vi calerete nell’atmosfera di una Torino d’altri tempi.

Se non siete dolci-addicted vi intrigherà di più Aperitivo d’artista, alla scoperta della tradizione. Passeggiando nelle principali piazze scoprirete un lato festoso di Torino, ascolterete storie su protagonisti e bevande, e naturalmente approfitterete di test, con due degustazioni. Noi italiani siamo manici del caffè, si sa. “Aroma di Caffè” è l’esperienza nel Museo Lavazza, che fa seguire il racconto e la visita a una preparazione diretta, dove i partecipanti mettono in pratica segreti e tecniche delle varie miscele.

Altre proposte del Gruppo Gattinoni ruotano attorno all’ASPETTO CULTURALE. Non vi aspettereste di scoprire laTorino Sotterranea e invece, a 15 metri di profondità, vi verranno svelate le gallerie del ‘700, i rifugi della seconda guerra mondiale e le ghiacciaie del più grande mercato cittadino.

Rimarrete a bocca aperta con l’esperienza Torino Magica perché probabilmente non sapete che la città ha un lato esoterico. Sorta alla confluenza di due fiumi, Po e Dora, e posta al vertice di due triangoli, quello della magia bianca e quello della magia nera, Torino custodisce enigmi, simboli e storie inquietanti. Dal mistero del Portone del Diavolo agli spettrali dragoni, dalle grotte alchemiche alla donna velata che regge il calice del Sacro Graal: da non perdere!
Amore a prima vista è decisamente più tradizionale: si visiteranno i capolavori dei grandi architetti che hanno celebrato i fasti di Casa Savoia. Ma anche luoghi insoliti e poco conosciuti, scrigni che testimoniano la magnificenza dell’antica città Reale.

Il “Museo Egizio” di Torino è secondo solo a quello del Cairo. Immancabile la visita guidata che vi aiuterà ad orientarvi fra 5000 anni di storia, nei meandri di una delle civiltà più evolute. Last but not least il “Museo del Cinema”, all’interno della Mole Antonelliana, monumento simbolo della città. L’edificio, progettato da Antonelli come sinagoga e mai utilizzato come tale, offre una collezione su cinque piani e uno spettacolare ascensore panoramico della città, cinta dalle Alpi. 

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Editoriali del Direttore

Olimpiadi Tokyo 2020: nulla da fare per Giorgi e Fognini. La ‘maledizione’ di Hubert de Morpurgo

TOKYO – Tennisti azzurri lasciano Tokyo con zero medaglie olimpiche Perfino in un anno in cui il tennis italiano aveva brillato, Ma Berrettini e Sinner non c’erano. I 9 falli di piede di Fognini non sono…accettabili!

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Camila Giorgi - Olimpiadi Tokyo 2020 (via Twitter, @ITFTennis)

Per come andavano le cose quest’anno, con il tennis italiano che ha certamente vissuto un periodo magico, si potrebbe parlare dell’infinito protrarsi della… “maledizione di De Morpurgo”.

Infatti dacchè il barone Hubert Louis de Morpurgo, conquistò un bronzo nel 1924 ai Giochi di Parigi – quando giocarono 124 tennisti di 27 nazioni, l’oro andò all’americano Vinnie Richards, l’argento al francese Henri Cochet; il tennis era incluso fra le discipline fin dalla prima Olimpiade di Atene del 1896, si affrontarono 13 tennisti di 7 nazioni   – non c’è più stato verso di conquistare un medaglia.

E sì che de Morpurgo era un italiano per modo di dire. Infatti era nato a Trieste, il 12 gennaio 1896, quando il capoluogo giuliano era una città austriaca che divenne italiana soltanto dopo la prima guerra mondiale. Ma non è solo per questo motivo che lo si poteva definire un italiano sui generis. La sua mamma, Mary Catherine Lili Branson era inglese. Il padre, Julius von Morpurgo, era un barone di origini tedesche. A Hubert fu fatto prendere un passaporto cecoslovacco, forse perché l’essere nato a Trieste in tempi incerti non dava sufficienti garanzie di continuità.

 

Più cosmopolita di così! E anche globetrotter in tempi in cui quelli che potevano permettersi di viaggiare alla grande, e di giocare ovunque a tennis, appartenevano certamente a un’assoluta elite iper-privilegiata. Lui, di famiglia ovviata agiata oltre che aristocratica, era stato campione junior inglese nel 1911, perchè aveva frequentato in Gran Bretagna la high school. Poi si era trasferito a Parigi e lì aveva vinto nel 1915 i campionati studenteschi universitari.  Insomma, Hubert de Morpurgo può dire di essere stato campione inglese, francese, italiano, cecoslovacco.

Così quando la rivista americana Tennis scrisse di lui che lui era il Tilden del suo Paese – forse perché aveva un ottimo servizio, un bel dritto piatto, una buona copertura della rete anche se sullo smash era piuttosto falloso – non era scontato capire bene a quale Paese si riferisse. Anche perché quelle righe furono date alle stampe ben prima che Benito Mussolini, nel 1929, lo nominasse direttore tecnico del tennis italiana, dopo che de Morpurgo aveva raggiunto i quarti a Wimbledon 1928 e prima che centrasse le semifinali al Roland Garros 1930, in entrambi i casi perdendo da Henri Cochet, uno dei quattro celebri mousquetaires francesi.

La nomina da parte del Duce – appassionato di tennis di cui è rimasta famosa la frase che disse al suo Maestro Mario Belardinelli dopo l’ennesimo rovescio sbagliato “Noi tireremo dritto!” – fu fatta, alla vigilia della prima edizione degli Internazionali d’Italia che, per cinque anni furono giocati a Milano prima di trasferirli al Foro Italico.

De Morpurgo giocò quella prima edizione, approdando alle due finali, del singolare come del doppio. Perse entrambe da – appunto – Big Bill Tilden: 6-1 6-1 6-2 in singolare, 6-0 6-3 6-3 da Tilden e Wilbur Coen, lui in coppia con Placido Gaslini. Fu comunque il Barone a decidere di giocare nobilmente per l’Italia… così almeno una medaglia di bronzo la federazione italiana, nata al mio Circolo Tennis Firenze delle Cascine il 18 maggio 1910 con primo presidente il marchese “secolare vinattiere” Piero Antinori, la può vantare. Prima o poi la vincerà anche il presidente Binaghi, me lo sento.

Paolino Canè e Raffaella Reggi nel 1984 a Los Angeles, vinsero una medaglia di… finto bronzo. Non valeva. Il tennis era …”sport dimostrativo”. Nel 1981 era stato deciso che il tennis sarebbe stato riammesso ai Giochi, 60 anni dopo Anversa (1928). Ma si sarebbe ufficializzato il rientro nel 1988 a Seul. La doppia impresa di Canè e Reggi non è dunque finita in alcun palmares. E ancor meno c’è finito quel torneo che si svolse a Guadalajara nel ’68, durante i Giochi di Città del Messico, e che fu vinto dopo cinque set da Manolo Santana su Manolo Orantes che, diciannovenne, nei quarti aveva sconfitto Nicola Pietrangeli, ormai trentaquattrenne.

Insomma, per quanto riguarda Tokyo 2020 il medagliere azzurro dovrà sperare nel contributo di altre discipline. Restano zero le medaglie tennistiche dopo quella primissima e unica conquistata dal Barone.

Hubert De Morpurgo

Purtroppo era prevedibile che ciò accadesse fin dal momento in cui Matteo Berrettini aveva dovuto dare il suo addolorato forfait a pochi giorni dall’inizio delle Olimpiadi. Il romano finalista a Wimbledon sarebbe stato testa di serie n.6, la posizione poi occupata da Carreno Busta che, battuto stamattina il tedesco Koepfer, giocherà questo giovedì per una medaglia nei quarti contro Medvedev, il russo sofferto giustiziere di Fabio Fognini (6-2 3-6 6-2).

Un punteggio bugiardo. Fognini è stato molto più in partita di quanto non dica in particolare il 6-2 del terzo set, che potrebbe far presumere un crollo che non c’è stato. Medvedev aveva dovuto superare una grossa crisi fisica, per il calore e l’umidità di una giornata che non aveva nulla in comune con quella fresca di martedì (causata dalla grande depressione denominata Nepartak e ovunque presentata come un tifone che però non c’è stato).

Medvedev, di cui registriamo a parte la furibonda reazione ad una domanda rivoltagli in inglese malcerto da un collega di cui Daniil ha chiesto in modo assai brusco addirittura l’espulsione dai Giochi, ha dovuto superare un momento difficilissimo nel secondo set e poi salvare tre palle break consecutive nel primo game del terzo. Quindi altre tre sul 4-2 per lui dopo aver conquistato il break decisivo nel secondo game in cui forse  Fabio ha commesso l’errore di ripensare alle occasioni perdute nel game precedente. Dall’0-40 del primo game Fabio ha infatti ceduto dieci punti di fila. E quel break non è più riuscito a recuperarlo.

Il Medvedev che ha battuto Fognini non mi è parso imbattibile. Certo per batterlo bisogna avere una capacità di concentrazione diversa da quella di cui è evidentemente capace Fognini. Anche in una giornata in cui ha complessivamente giocato bene. E, come ha detto lui, alla pari con il secondo tennista più forte del mondo.

Ma un tennista che non fa serve&volley non può incappare su nove falli di piede! Basta stare un minimo attento prima di andare a servire. Ho capito che faceva un caldo insopportabile, quello che ha costretto Badosa a ritirarsi dopo il primo set e ha messo in crisi lo stesso Medvedev che diceva di non riuscire più a respirare. Però che ci vorrà mai a guardare la riga di fondo e, all’atto di servire, stare attento a mettere i piedi cinque centimetri più indietro? Soprattutto quando ti rendi conto che i giudici di linea qui sono “gendarmi” inflessibili, pignoli al millimetro. Nell’arco di un match equilibrato e ben giocato, rinunciare a priori a nove prime palle di servizio, innervosendosi immancabilmente prima di giocare la “seconda” è un handicap che non si può concedere al n.2 del mondo.

Fabio ha fatto solo due doppi falli, l’ultimo sul match point…, ma è inevitabile che quando giochi la “seconda” non puoi che farlo in modo conservativo, la giochi più piano. E con un avversario che risponde come Medvedev non fare che una brutta fine. Non esistono sensori che inseriti nelle scarpe (nella testa?) di Fognini lo avvertano quando sta per toccare la linea bianca?

A questo punto fra i quattro che hanno raggiunto i quarti di finale della metà bassa del tabellone, Khachanov (vittorioso su Schwartzman) e Humbert (su Tsitsipas), Medvedev sembra il più serio candidato a un posto in finale. Dove, per quanto concerne la metà alta, qualunque nome diverso da Djokovic – che nei quarti trova Nishikori e poi il vincente di Zverev-Chardy – sarebbe una gran sorpresa. Anche se Zverev non ha sempre perso con Djokovic: il bilancio è 6-2 per Nole, con Sasha che ha vinto due finali, a Roma 2017 e a Londra ATP Finals 2018.

Piuttosto, dopo l’accenno di poco fa all’assenza di Berrettini, non c’è dubbio che anche la rinuncia di Jannik Sinner ci abbia tolto un’altra gran bella possibilità. Soprattutto se si pensa che un quarto di finale lo giocheranno due sue recenti vittime: Khachanov e Humbert. Qui c’erano solo 16 teste di serie e Jannik n.23 ATP avrebbe potuto capitare ovunque. Anche dove si trovano Humbert e Khachanov.

Le Olimpiadi sono decisamente un torneo che fa storia a sé. Al Roland Garros per la prima volta nella storia del tennis francese i nostri “cugini” d’Oltralpe non avevano avuto un solo giocatore, uomo o donna al terzo turno. Qui hanno due tennisti nei quarti, in lotta per una medaglia. E gli svizzeri che non hanno né Federer né Wawrinka, hanno Bencic in semifinale con chance niente male per un posto in finale dovendo affrontare la kazaka Rybakina che ha battuto la deludente Muguruza. Inoltre Bencic e Golubic sono in semifinale in doppio e dovranno giocare contro il non irresistibile duo brasiliano Pigossi-Stefani!

Francamente, anche se questa giornata con i duelli di ottavi Medvedev-Fognini e ancor più (di quarti) Giorgi-Svitolina, avevano risvegliato l’interesse dei giornalisti presenti a Tokyo sul tennis, non ero per nulla ottimista. Vero che il cammino di Camila Giorgi fino ai quarti di finale era stato tutt’altro che scontato. Durante il percorso aveva battuto la finalista di Wimbledon Karolina Pliskova per la seconda volta consecutiva, conquistando la dodicesima vittoria su una top-ten. Il che testimonia le sue eccellenti qualità potenziali, ma sottolinea anche certi limiti di tenuta psicologica.

Oggi per esempio è partita con uno 0-4 nel primo set, poi 1-5, e con un 1-4 nel secondo set, frutto di due break. Ma come si fa recuperare? Poi si dirà che è un peccato perché degli ultimi quattro game del primo set Camila ne ha fatti tre, e degli ultimi 5 del secondo idem. Quindi poteva esserci partita, si dirà. E partita c’è stata perché Svitolina che fino ai primi due set point mancati sul 5-1 non aveva fiatato, ha cominciato dal 5-3 a sottolineare con dei ruggiti ogni colpo spinto con maggior intensità, mentre il suo fresco sposo Gael Monfils si faceva anche lui via via più vocale dalla tribuna in cui era circondato dalle maglie giallocelesti dei dirigenti ucraini.

Non ero ottimista, pur avendo visto giocare benissimo Camila nei turni precedenti, perché come ho detto a Vanni Gibertini anche nel podcast della quarta giornata fatto per Ubi Radio, secondo me Elina Svitolina era la peggior avversaria che potesse capitare a Camila. A Camila non danno noia le donne che tirano, forte, come Pliskova, ma quelle che tirano più piano – e lei nell’intervista post match lo ha anche detto – che le danno palle da spingere più che da incontrare, palle spesso non uguali. Anche pallonetti a candela se necessario. E sul 5-4 del primo set, servizio Svitolina e 0-15, Cami ha steccato uno smash contro sole che forse le è costata la possibile rimonta, insieme a un pizzico di fortuna, una riga presa di un millimetro dall’ucraina sul 30-15 con la successiva palla di Cami che si è fermata sul nastro sopo aver dato l’illusoria sensazione di poter passare.

Ma il problema che le dava la Svitolina consisteva anche nelle sue eccellenti capacità difensive e di recupero. Mentre Pliskova sulla riga di fondocampo – che è lunga 8 metri e 23 – gioca straordinariamente bene e colpisce alla grande se la palla le cade nel raggio dei sei metri centrali (circa eh…), ma sull’ultimo degli otto metri a sinistra come a destra arriva male e sparacchia spesso fuori di metri senza sapersi difendere, Svitolina invece corre e recupera il recuperabile. Correndo sulla sua destra fa dei dritti con il taglio sotto che ricordano proprio le armi difensive del suo consorte Monfils.

Con una tennista che recupera tre volte di più quel che non recupera la Pliskova, Camila finiva per sbagliare dopo tre-quattro affondi che contro la ragazzona ceca le avrebbero procurato il punto, mentre con l’ucraina andava ancora fatto. Dai, picchia e mena, alla fine arrivava l’errore. Nihil novi sub sole. Me l’aspettavo, purtroppo. Non mi facevo illusioni. Speravo in qualche “basso” della Svitolina. Ma non c’è stato nella misura in cui sarebbe servito. Appena qualcosina. Peccato, perché secondo me era proprio lei, più della Vondrousova al turno successivo, l’ostacolo più serio.

È andata così. A Tokyo zero medaglie ma a Parigi, fra tre soli anni, avremo più chance perché i vari Berrettini, Sinner, Musetti, Sonego saranno tutti cresciuti ancora. E Camila Giorgi, sui 32 anni, con la forza e il fisico che ha, sarà ancora competitiva, e magari più continua, oltre che tatticamente un pochino più smaliziata. È mai possibile, ad esempio, che non possa lavorare un minimo sullo slice, sulla smorzata? Vabbè, di coach in pectore sono pieni i circoli di tennis…e io non mi voglio sostituire a papà Sergio.

Il tabellone maschile delle Olimpiadi con i risultati aggiornati

Il tabellone femminile delle Olimpiadi con i risultati aggiornati

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ATP

ATP Atlanta: a Kyrgios la sfida contro Anderson, Sinner troverà O’Connell all’esordio

Accedono al secondo turno anche Paire, Isner e Fritz

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Nick Kyrgios - ATP Melbourne 2, Murray River 2021 (via Twitter, @atptour)

Mentre gli occhi del mondo sono tutti puntati, giustamente, verso Tokyo e le sue Olimpiadi, il mondo continua ad andare avanti e con esso il circuito tennistico professionistico. È infatti in scena ad Atlanta (a proposito di Olimpiadi…) il primo 250 della lunga stagione sul veloce americano che culminerà con gli US Open di fine agosto; torneo quello che si disputa nella capitala della Georgia che vede tra gli altri il ritorno in campo del nostro Jannik Sinner. Dopo il forfait olimpico e la sconfitta al primo turno di Wimbledon per mano di Fucsovics (ultimo match disputato dall’altoatesino) Sinner, testa di serie numero due del torneo, debutterà contro il qualificato Christopher O’Connell che ha battuto lo statunitense Denis Kudla 4-6 6-3 6-3. Sarà la prima volta che i due incroceranno le racchette in campo.

Vittoria difficile ma meritata quella di Nick Kyrgios, campione ad Atlanta nel 2016, che ha battuto al primo turno l’ex finalista Wimbledon, il sudafricano Kevin Anderson con il punteggio di 7-6(4), 6-3. Match molto combattuto, tra due big server del circuito, nel quale l’australiano non ha dovuto affrontare nessuna palla break, vincendo l’86% di punti con la prima di servizio e mettendo a segno 15 ace. Kevin non è un avversario facile, è finalista Slam e sa come vincere le partite, ha detto Kyrgios nell’intervista post gara sul campo. “Il suo servizio è uno dei migliori al mondo, quindi sapevo che oggi sarebbe stato incredibilmente difficile. Non ho giocato molte partite, ma stavo servendo bene e adoro giocare qui ad Atlanta”. Kyrgios affronterà al secondo turno Cameron Norrie: terzo incontro tra i due dopo e una vittoria a testa finora. I precedenti incontri sono stati disputati nel 2018 proprio ad Atlanta (vittoria per Norrie) e all’ATP Cup 2020 dove ad avere la meglio è stato l’australiano.

Tra gli altri incontri del primo turno da segnalare la vittoria di John Isner sul connazionale J.J. Wolf per 6-4 6-7(3) 6-4, match durato oltre due ore, e quella di Taylor Fritz sul qualificato russo Evgeny Donskoy (6-3 6-4), grazie alla quale si regala il derby nel secondo turno con Steve Johnson che a sua volta ha battuto l’australiano Alexei Popyrin. Secondo turno anche per Benoit Paire che ha battagliato a lungo sul campo con il giapponese Yasutaka Uchiyama, avendo la meglio soltanto al terzo set: 7-5 6-7(2) 6-4. Il tennista transalpino affronterà il finlandese Emil Ruusvori che ha battuto l’americano Mackenzie McDonald per 7-6(3) 7-5.  

 

Il tabellone aggiornato di Atlanta

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