Settimana degli italiani: l'orgoglio della Leonessa e lo sfogo di Errani

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Settimana degli italiani: l’orgoglio della Leonessa e lo sfogo di Errani

L’Italdavis si infrange contro un Goffin troppo forte. Francesca Schiavone dà filo da torcere alla n.1 Kerber, Errani non esce dalla crisi e sbotta

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Inutile nasconderlo: dopo l’annuncio da parte di Fabio Fognini del suo forfait per la trasferta belga, si era capito che le possibilità della nazionale azzurra di accedere alle semifinali del World Group si fossero ridotte al lumicino e il verdetto del campo non ha fatto altro che ribadire la superiorità dei belgi, quantomeno su una superficie veloce come il tappeto dello Spiroudome di Charleroi. La presenza del numero 1 azzurro, reduce dalla grande semifinale di Miami e dalla conquista del punto decisivo in Davis a Buenos Aires due mesi fa, poteva garantire teoricamente maggiori chance, sebbene il pronostico rimanesse in ogni caso a favore dei padroni di casa. Non va dimenticato che il ligure era in vantaggio 1-0 con Goffin negli scontri diretti (vinse sul duro di Pechino nel 2015) ed era avanti 3-2 con Darcis nei precedenti che considerano anche le sfide nei circuiti minori (qualificazioni, Challenger e Futures) e, circostanza non secondaria, la sua presenza in campo poteva far giocare un pizzico più deresponsabilizzati ed a braccio sciolto gli altri singolaristi.

In ogni caso, torniamo dal Belgio con la consapevolezza di avere un buon doppio alternativo a quello composto da Fognini e Bolelli (Andreas e Simone in coppia vinsero del resto nel 2016 l’ATP 500 di Dubai sconfiggendo ottime coppie) e con pochi rimpianti, se non magari il mancato utilizzo nella terza giornata di Bolelli, il quale, seppur reduce da un lungo doppio il giorno prima e da poche partite come singolarista a seguito del rientro nel circuito a febbraio, in carriera ha dimostrato di avere maggiori armi e potenzialità sull’indoor, dove ha sconfitto top ten e vari ottimi giocatori, a differenza di Lorenzi, che ha costruito la sua pregevole classifica soprattutto sui campi in terra rossa. La sconfitta non mette in discussione il buon livello medio della nostra squadra, dall’età media alta (il più giovane, Fognini, compie a maggio 30 anni), ma capace di raggiungere, negli ultimi 5 anni, per 4 volte i quarti di finale (con la punta della semifinale persa in Svizzera nel 2014). Una bella soddisfazione per una nazionale azzurra che, dopo essere uscita dal World Group nel 2000 per mano del Belgio nell’incontro di Mestre, era tornata dove era sempre stata solo nel 2012, dopo aver battuto il Cile nello spareggio del 2011 e dopo anni di umiliazioni, come la Serie C, arrivata dopo l’umiliante sconfitta patita nel 2003 in Zimbabwe. Preoccupa, semmai, la mancanza di ricambi validi all’orizzonte: dando una veloce occhiata alla classifica, il miglior under 23 azzurro è Stefano Napolitano, 177 ATP, ed è su questo problema che andrebbero accentrate le luci dell’attenzione mediatica.

Se il settore maschile di certo non ride, quello femminile piange sempre più: questa settimana le uniche due tenniste italiane iscritte a tornei hanno rimediato in due una sola vittoria. Ma se a Francesca Schiavone, quasi 37enne, non si può imputare nulla ed anzi va elogiata per come è riuscita a mettere in difficoltà la Kerber, preoccupa sempre più l’involuzione della Errani, autrice a Charleston di una pessima prova, che con ogni probabilità le costerà la necessità di passare dalle quali per partecipare al Roland Garros. Ma a prescindere da questo, l’emiliana ha soprattutto bisogno quanto prima di ritrovare fiducia nel suo tennis con qualche vittoria: in questo periodo professionale sembra molto fragile psicologicamente, come fa immaginare anche il suo tweet post-eliminazione a Charleston.
L’ex numero 5 del mondo sta vivendo un momento molto delicato della sua carriera, che già tantissime soddisfazioni le ha regalato: dopo un deludente 2016, il cambio di guida tecnica deciso a fine stagione – da Lozano che l’aveva accompagnata dagli esordi nel mondo pro, a Montalbini, suo maestro dagli 8 ai 15 anni – non ha prodotto gli effetti sperati e, complice anche una serie di problemi fisici, questo 2017 è iniziato in maniera peggiore, con l’uscita (temporanea) dalle prime 100.

 

L’emiliana, che tra una ventina di giorni compie trent’anni, purtroppo non riesce a vincere due partite di fila dallo scorso agosto ai giochi olimpici di Rio, dove sconfisse Kasatkina e Strycova, prima di perdere dalla Bertens: l’inevitabile conseguenza è stata la discesa in classifica che, come detto, le costa il concretissimo rischio di dover affrontare le quali per poter partecipare al Roland Garros. Proprio per cercare di giocarsi le ultime chance per scongiurare tale ipotesi, Sara per la quinta volta si è iscritta al Volvo Car Open di Charleston, nel South Carolina, uno dei tornei più antichi e nobili del circuito, capace di vantare un albo d’oro con campionesse che hanno fatto la storia di questo sport come Tracy Austin, Jennifer Capriati, Stefi Graf, Conchita Martinez, le sorelle Williams, Martina Hingis e Gabriela Sabatini. In quello che è ormai l’unico torneo del circuito a giocarsi sulla terra verde, Sara difendeva i pesantissimi 185 punti della semifinale conquistata l’anno scorso alla Family Circle Cup, quando si arrese alla Vesnina. Sorteggiata contro la lucky loser Grace Min, 23 enne statunitense di Atlanta, n°129 WTA, battuta molto nettamente nell’unico precedente degli Autralian Open 2015, Sara ha bissato la tipologia di successo: involatasi sul 4-0 dopo venti minuti, ha chiuso il primo set 6-1, concedendo appena 13 punti all’avversaria. Dopo una distrazione costatale lo smarrimento del servizio in apertura di secondo, ha poi inanellato un filotto di sei giochi consecutivi, che le hanno regalato il duplice 6-1.

Al turno successivo Sara aveva un ostacolo certamente non insormontabile, l’australiana di origini russe Anastasia Rodionova, numero 669 WTA, ma top settanta nel 2010, proveniente dalle qualificazioni: vi era un solo precedente tra le due, al secondo turno dello US Open 2014, vinto dall’azzurra in due set. Purtroppo questa volta Sara è scesa in campo nella sua versione peggiore, come si evince dalle statistiche relative al suo colpo più debole e che quindi maggiormente funge da termometro della sua forma, il servizio: nonostante un buon 72% di prime in campo, l’Errani ha vinto la miseria di 29 % di punti con la prima e del 33% con la seconda. Con tali numeri è impossibile fare partita pari e difatti Sara ha perso con un netto duplice 6-2 in appena 1 ora ed 1 minuto di gioco, durante i quali non è praticamente mai stata in partita, se si eccettua il break in apertura di secondo set regalato dalla Rodionova con due doppi falli.

Francesca Schiavone è ammirevole per l’umiltà e la passione con la quale sta girando il circuito in quest’ultima sua stagione di una eccellente carriera, incurante di una classifica che si fa sempre più modesta (152 WTA), che la costringe alle quali nei Premier e nei prossimi Slam (con ogni probabilità quelli europei, almeno). La Leonessa, che non ha la meglio su una top 100 dallo scorso ottobre, quando in Lussemburgo sconfisse la Siegemund, si è iscritta alla nona edizione dell’ International WTA di Monterrey (250.000$ di montepremi), terza città più popolata del Messico, situata nella sua parte nord-orientale. Francesca, che partecipava per la terza volta in carriera all’Abierto GNP Seguros, è stata decisamente sfortunata nel sorteggio del tabellone, che l’ha accoppiata alla numero 1 del mondo Angelique Kerber. I precedenti tra due giocatori danno sempre indicazioni utili: la nostra tennista aveva sconfitto in 3 occasioni su 5 la primatista del ranking, sebbene la mancina teutonica sino al 2015, anno degli ultimi scontri tra le due, non fosse ancora esplosa a grandissimi livelli.

Francesca a Monterrey ha confermato di avere nel suo repertorio le armi tecnico-tattiche per dare molto fastidio alla Kerber: nonostante le 150 posizioni di differenza in classifica, la tennista azzurra ha onorato la wild card concessale dagli organizzatori vincendo in 37 minuti con merito un primo set giocato con grandissima attenzione (spicca un eccellente 80% di prime palle in campo). Un fisiologico calo della milanese e la contestuale veemente reazione della tedesca, sono costate alla Schiavone un pesante filotto di 8 game a 0, che ha deciso di fatto la partita: dopo il 6-0 con il quale è stato archiviato in 22 minuti il secondo parziale, il terzo è stato deciso dall’unico break del set, quello subito in apertura dalla Schiavone, la quale, pur recuperando il bandolo della matassa del suo tennis,non è riuscita più a cambiare l’inerzia dell’incontro, finito nelle mani della Kerber col punteggio di 4-6 6-0 6-4 in 1 ora e 40 minuti.

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Nakashima: “Devo migliorare sui cinque set, Sinner ne aveva più di me allo US Open” [ESCLUSIVA]

Intervistato da Steve Flink, il vincitore delle Next Gen Finals Brandon Nakashima parla del percorso nel torneo milanese, “Più corti sono i set più c’è divertimento”, gli insegnamenti di Pat Cash, “Andare a rete il più possibile”, e dei suoi big match in stagione

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Brandon Nakashima - Milan 2022 (Twitter @nextgenfinals)
Brandon Nakashima - Milan 2022 (Twitter @nextgenfinals)

Nel 2022 ha vinto nella natia San Diego il suo primo e finora unico titolo ATP, ma ha alzato anche il trofeo Next Gen a Milano. Classe 2001, anche in questa stagione Brandon Nakashima ha continuato il percorso di miglioramento in quel termometro che è il ranking di fine anno. Se nell’agosto del 2021 aveva fatto l’ingresso in top 100, quest’anno ha sfondato il muro successivo e lo ritroviamo così al numero 47, dopo un picco al 43° posto.

Intervistato da Steve Flink per Ubitennis.net, Brandon ha cominciato la conversazione rispondendo alle domande sull’esperienza milanese, soprattutto per quanto riguarda la gestione del formato particolare e delle regole differenti. “Con i set brevi, subisci un break e in pratica vai al set successivo. Toglie dall’equazione l’elemento del cercare di rientrare quando sei in svantaggio perché è estremamente difficile farlo. Personalmente preferisco il solito sistema di punteggio, ma è una buona idea provarlo per le Next Gen Finals. Più corti sono i set, più divertimento c’è per i fan”.

Naturalmente, ha approfittato del vantaggio di aver già giocato con queste regole l’anno prima, quando aveva raggiunto le semifinali, sconfitto da Korda. “Mi ero un po’ abituato al formato, ma ero comunque nervoso prima dell’esordio di quest’anno. Sapevo di avere l’opportunità di fare bene e avevo delle aspettative alte”.

 

E, in effetti, proprio il suo primo match è stato quello più impegnativo, con Matteo Arnaldi unico a costringerlo al quinto set sulle ali dell’entusiasmo del pubblico amico. “Un incontro che mi ha aiutato per quelli successivi in termini di mentalità e approccio ai punti decisivi”.

Lo ha certo aiutato nella vertiginosa semifinale contro Jack Draper, del quale dice: “Ha un buon gioco a tutto campo per diventare un top player. Sono certo che questa non sarà stata l’ultima volta che ci gioco. Ci spingeremo l’un l’altro a migliorare nei prossimi anni”.

La parte più difficile della finale è stata giocare di nuovo contro Lehecka, giù battuto nel girone. “Sapevo che il primo match non significava granché a quel punto. Lui cercava la rivincita e sarebbe partito forte, quindi dovevo superare la tempesta. Un paio di punti nei tie-break hanno fatto la differenza. Alla fine, questo torneo sarà un trampolino”.

Abbiamo detto del primo titolo, che era uno degli obiettivi stagionali per Nakashima. “Sapevo di aver il gioco per riuscirci, mancava solo l’occasione giusta. Vincere nella mia città natale con famiglia e amici a tifare è stato speciale, non lo dimenticherò mai”.

Brandon aveva già avuto modo di dire che il suo idolo era Roger Federer, nonostante il suo gioco assomigli più a quello di Djokovic. Tenere i piedi sempre vicini alla linea di fondo sembra quasi un dogma per lui, tanto che nessuno avrebbe nulla da ridire, anzi, se in determinate situazioni si prendesse un po’ più di tempo e spazio. 188 cm di altezza, inappuntabile dal punto di vista atletico e muscolare, è sedicesimo nella classifica dei migliori battitori dell’anno compilata dall’ATP. Non è bastato per superare colui che in quella classifica è secondo, Nick Kyrgios, trascinato comunque al quinto agli ottavi in Church Road per il miglior risultato Slam del californiano. “Ho avuto l’opportunità di giocare contro alcuni dei più forti e ho tirato fuori il mio tennis migliore. Mi ha dato tanta fiducia. È stato fantastico giocare sul Centrale di Wimbledon oppure sull’Armstrong allo US Open nonostante abbia perso. La vittoria su Dimitrov a New York è stata uno dei migliori momenti della mia stagione”.

Brandon si sofferma poi sull’esperienza con Pat Cash, terminata alla fine del 2020. “Andare a rete il più possibile è una delle tante cose che ho imparato da lui. Poi ho provato diversi coach e ora ho Eduardo [Infantino] e Franco [Davin]. Collaborano e comunicano molto ed entrambi aggiungono valore al mio tennis”.

B-Nak, questo il suo soprannome, è uno dei nove statunitensi in top 50. “Il tennis Usa è messo bene, quindi per me è grandioso essere a questo punto, ma voglio continuare a migliorare. Gli obiettivi per il prossimo anno sono l’ingresso tra i primi 25 o 30 e andare avanti in tutti gli Slam. Ho 21 anni, quindi sto ancora costruendo la mia forma e diventando più forte e veloce. Una delle chiavi sarà migliorare la resistenza nei tre su cinque. Sento che allo US Open Sinner ne aveva assolutamente più di me negli scambi tirati. Ci sto lavorando, so che differenza può fare”.

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Luca Vanni entra nello staff del Piatti Tennis Center: sarà maestro

L’ex n.100 ATP trasmetterà i suoi valori e conoscenze ai giovani del centro di Riccardo Piatti a Bordighera

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Luca Vanni - ATP Challenger Bergamo 2019 (foto Antonio Milesi)

La legge non scritta che nel tennis si possa arrivare in alto solo se si esplode in età abbastanza giovane, e che i treni passano poche volte, è stata ribaltata, forse non così frequentemente, ma non mancano gli esempi. E in tal senso, per quanto riguarda i colori italiani, Luca Vanni è uno dei maestri. Il 37enne ex n.100 al mondo, ritiratosi nel 2021, ha iniziato a emergere a certi livelli solo verso i 30 anni (best ranking raggiunto proprio a quell’età), mostrando come abnegazione e sacrificio spesso possano ribaltare storie apparentemente già scritte. E così, memore della sua carriera, dopo un anno in cui ha seguito Andrea Pellegrino, si è lanciato in una nuova, entusiasmante avventura: sarà maestro al Piatti Tennis Center di Bordighera. La notizia è stata annunciata con grande entusiasmo dal direttore sportivo Andrea Volpini: “Il nostro obiettivo era di alzare ulteriormente il livello dei maestri, inserendo nel team un coach che avesse grande conoscenza del gioco sulla base di esperienze vissute sulla propria pelle. Ho pensato a Luca: ottima persona e professionista affidabile, con un’enorme passione per il tennis e altrettanta conoscenza di questo sport“.

E lo stesso Vanni, che vanta anche una finale ATP (San Paolo 2015, persa al tie-break del terzo contro Pablo Cuevas), è apparso ben felice di mettere a disposizione dei giovani, dei ragazzi che sognano di emergere in questo sport, la sua esperienza e competenza. “A Bordighera“, spiega Luca, “ho trovato un ambiente davvero stimolante, nel quale si lavora sodo e c’è grande spirito di squadra. Qui i maestri insegnano, ma allo stesso tempo imparano. Trascorrendo ore e ore in campo, a grande intensità, si cresce costantemente. Nella mia prima settimana di impegno ho toccato con mano il funzionamento di un centro come questo, iniziando a capire quali sono i punti cardine del metodo Piatti“. Dunque una collaborazione che promette grandi soddisfazioni, sia per il Piatti Tennis Center, che potrà vantare un ex top 100 tra i propri maestri, sia per Luca Vanni, che avrà l’occasione di trasmettere il suo vissuto e provare a fare da allenatore anche di più di quanto fatto nell’ottima carriera da giocatore.

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Casper Ruud: reincarnazione tennistica di David Ferrer, esponente del pragmatismo

Due stili di gioco polivalenti e molto simili, uniti da uno score (per ora) quasi sempre uguale nelle finali contro i migliori. Riuscirà il norvegese a fare meglio dello spagnolo già dal 2023?

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Casper Ruud e David Ferrer

La più grande sfortuna di David Ferrer – così come di tanti altri potenziali fuoriclasse della sua generazione – è senza dubbio stata quella di nascere nell’epoca tennistica sbagliata. Diventato professionista nel 2000, lo spagnolo si è trovato a fronteggiare molto spesso mostri sacri come Rafa Nadal, il giocatore che ha affrontato di più in carriera, con un record negativo di 6-26 tra vittorie e sconfitte. Anche contro gli altri due big3 il bilancio non è stato positivo, né con Novak Djokovic (5-16) né Roger Federer (0-17), contro il quale non è mai riuscito a vincere.

Oltre ai tre fuoriclasse di cui sopra, il classe 1982 iberico ha molto spesso incrociato la racchetta con altri fenomeni della sua generazione. Da Andy Murray (6-14) a Robin Soderling (4-10), da Juan Martin Del Potro (6-7) a Stan Wawrinka (7-7), fino ai confronti plurivincenti con David Nalbandian (9-5) e Andy Roddick (7-4), sono davvero innumerevoli gli scontri diretti con tennisti estremamente competitivi.

Non solo contro di loro però, perché non si gioca sempre e soltanto contro i migliori. Una delle grandi certezze che David Ferrer ha sempre avuto nel corso della sua carriera era che, contro chi era meno forte di lui, non perdeva quasi mai. E in uno sport come il tennis ciò non è assolutamente scontato. Le ragioni, oltre ovviamente ad una maggior qualità e solidità tennistica, erano molteplici. Ferru era uno di quei giocatori che, quando chiamato a vincere, vinceva. Difficilmente sbagliava. La sua forza mentale, quella di un giocatore abituato sempre a gettare il cuore oltre l’ostacolo e a non dare mai un punto per perso anche durante una giornata storta, è sempre stato un suo tratto distintivo.

 

Uno dei tanti esempi che si possono liberamente scegliere a favore di questa tesi è un’incredibile battaglia contro Nadal alle ATP Finals 2015. Entrambi erano già sicuri del proprio destino – Rafa era già qualificato come primo del girone, David già eliminato – eppure non si sono mai tirati indietro in un match che, a conti fatti, era inutile. Per dovere di cronaca lo vinse 6-7(2) 6-3 6-4 l’attuale n°2 del ranking, ma ciò che rimase impresso di quella partita fu appunto un indomito spirito combattivo dei protagonisti, due che hanno sempre e comunque rifiutato la sconfitta nel corso delle loro carriere.

Eccezion fatta per l’ultimo periodo della carriera, quando il fisico ha iniziato a presentare il (salato) conto, Ferrer è sempre stato uno stacanovista. Basti pensare che, nel corso delle ultime dieci stagioni, nessun tennista ha disputato più partite di lui in un singolo anno: furono 91 nel 2012 (76-15). Se oggi c’è un giocatore che tanto si avvicina ai valori a lungo mostrati dentro e fuori dal campo dallo spagnolo – incarnandoli alla perfezione – quello di certo è Casper Ruud. I tratti comuni a questi due giocatori sono davvero molteplici: proviamo a snocciolarli insieme.

Il primo tratto somigliante è certamente lo stile di gioco solidissimo. Tanto l’iberico quanto il norvegese sono sempre stati maestri di regolarità, con una spiccata predilezione per gli scambi lunghi e una manovra ordinata e avvolgente, più alla ricerca dell’errore dell’avversario che al vincente immediato e/o spettacolare. Difficile ricordare più di un tweener di Ferrer o un rovescio vincente in salto di Ruud, proprio perché sono colpi che a loro non appartengono. Con buona pace dello spettacolo, gli aspetti primari da preferire sono sempre stati concretezza e pragmatismo. E i risultati hanno sempre dato loro ragione.

Un simile tipo di gioco, va da sé, si adatta meglio alla terra rossa, non a caso superficie più cara ad entrambi. Tanto Ferrer quanto Ruud, ad esempio, hanno raggiunto la prima finale a livello ATP, il primo titolo in carriera e la prima finale Slam proprio sul mattone tritato. Nel caso dell’iberico parliamo di Bucarest (2002, prima finale e titolo) e del Roland Garros 2013, mentre per lo scandinavo si tratta di Houston (prima finale, 2019), Buenos Aires (primo titolo, 2020) e ovviamente il Roland Garros di quest’anno.

Ciononostante, nessuno dei due ha fatto fatica ad adattarsi anche al cemento in tempi brevi (con il classe 1982 capace anche poi di vincere, più tardi, il Masters1000 di Parigi Bercy nel 2012). Nel 2007 lo spagnolo ha trionfato ad Auckland e a Tokyo, raggiungendo anche la finale alle ATP Finals di fine anno alla prima apparizione assoluta. Un discorso molto simile si può fare anche per Ruud, capace di imporsi lo scorso anno a San Diego – unico torneo vinto sul cemento dei nove conquistati finora – e di compiere un vero e proprio exploit in questa stagione, approdando in finale a Miami, allo US Open e alle Finals.

In queste occasioni il norvegese si è fermato soltanto di fronte ad Alcaraz (due volte) e Djokovic. Prendendo in considerazione anche la finale (stra)persa al Roland Garros contro Nadal, risulta evidente come tre indizi facciano una prova. Esattamente come molto spesso accadeva a Ferrer, anche Ruud ha finora mostrato diverse difficoltà a battere i fuoriclasse. Contro i tre giocatori più forti della sua epoca (e non solo della sua), Ferru non è mai riuscito ad imporsi in finale. Addirittura, contro Alcaraz, Nadal e Djokovic, il 23enne norvegese non ha mai vinto un match nei nove confronti diretti totali.

Lungi dall’essere feroci critiche, le constatazioni di cui sopra evidenziano in maniera lampante una forbice forse nemmeno troppo netta tra Ferrer e i big3, ma spiegano bene la differenza tra il perché quei tre abbiano vinto 63 Major e il buon Ferru nessuno. Questo non vale soltanto per lui – beninteso – ma anche per qualunque altro “umano” paragonato ad uno dei tre dei del tennis. È inevitabile che il confronto non regga. Ciononostante, in una coinvolgente intervista concessa ad Ubitennis ad inizio anno, l’iberico si è detto entusiasta di aver potuto giocare nella stessa epoca di Roger, Rafa e Nole, anche se inevitabilmente la scena è stata catalizzata sempre o quasi da loro.

Se Casper Ruud seguirà le sue orme anche sotto questo aspetto non è dato saperlo, anche perché la giovane età del numero 3 del ranking – che a settembre era ad un solo match dal n°1 – unita ad una carta d’identità sempre più pesante per gli ultimi due moschettieri rimasti, prospetta una carriera certamente diversa da quella dello spagnolo. Differente, quantomeno, nella (im)possibilità di incontrare i big3 in fondo ai tornei più importanti. Situazione che Ferrer, al contrario, non ha mai potuto evitare.

Nella stessa intervista di cui sopra, il 40enne spagnolo ha voluto giustamente sottolineare come l’esser riuscito a raggiungere il n°3 ATP in quell’epoca fosse un enorme motivo d’orgoglio. Oggi – aggiungo io – per quanto incredibile rimanga il traguardo della la top3 per un giocatore, in termini di difficoltà e costanza di rendimento lo sforzo che sarebbe stato richiesto fino a 4/5 anni fa sarà inevitabilmente un pochino meno estremo. Ma non per questo varrà di meno.

Nel tennis, come nella vita, non si può far altro che guardare avanti. Anche le leggende prima o poi passano e fanno il loro corso, perché l’unica cosa che alla fine resta è l’essenza pura e vera di questo sport meraviglioso. Un’essenza che alcuni tennisti incarnano, fanno propria e lasciano evaporare solamente a fine carriera, consapevoli di aver dato tutto ciò che si poteva dare. David Ferrer è un uomo, prima ancora che un tennista, che perfettamente rientra in questa descrizione: lo ha fatto per tutta la sua carriera.

Al termine di una stagione simile, tuttavia, sembra que questa essenza si sia nuovamente reincarnata in Casper Ruud. Che di Ferrer ha quasi tutto, tranne la possibilità di affrontare 70 volte i tre tennisti più forti di sempre. Ma non è detto che, per lui, questa sia necessariamente una cattiva notizia.

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