Troppo vecchia a chi?

Editoriali del Direttore

Troppo vecchia a chi?

“Niente wild card, è troppo vecchia”. Francesca Schiavone ha risposto con un titolo. Con eleganza sommessa e senza polemica. Ed ecco perché meritava altro

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Quando superò Svetlana Kuznetsova al Roland Garros, in un epico terzo set concluso 10-8, Francesca Schiavone invertì i ruoli in conferenza stampa, interrogando i giornalisti con un solo quesito: “Avete visto quella demi-volèe?”. Come si fa al circolo, quando con l’asciugamano sulle spalle chiacchieri con l’avversario di turno del match appena terminato. Il sorriso stanchissimo ma contento di chi ha giocato milioni di colpi, macinato chilometri e vinto partite (e tornei, magari uno Slam), ma riesce ancora ad emozionarsi e godere di quanto di buono riesca a fare. Aveva 35 anni. Oggi ne ha due di più, e nel discorso di ringraziamento a fine torneo ringrazia il pubblico colombiano con un “La vita è bellissima, ed è emozionante sentire il calore di chi viene a cercare il mio tennis”. Quasi commossa. Non è certo per il torneo appena vinto a Bogotà, che le si dovrebbe rendere merito: il tabellone era oggettivamente mediocre, e nel cammino fino al trofeo Francesca ha superato una sola top 20, l’olandese Kiki Bertens (20 WTA). Non batteva un’avversaria di tale classifica proprio da quella tregenda a Bois de Boulogne contro Kuznetsova, allora 18 del mondo. Quella stessa russa con cui diede vita al match più lungo della storia del tennis femminile, 6-4 1-6 16-14 in 4 ore e 44 minuti, negli ottavi degli Australian Open: una follia, ancora un volta con il sorriso.

Figuriamoci se è per le sue qualità da telecronista socialdipendente, con quel turpiloquio gioviale puntualmente ripreso da Elena Pero su SKY, o le apparizioni sul suo neonato SchiavoChannel su Youtube, dove a inizio anno si è esibita in una sorta di spot per se stessa in cui davanti alla telecamera smetteva i panni civili per calzare scarpette e mimare gesti da tennista. Perché il suo mondo è quello e non si discute, farebbe meglio a non contaminarlo con attività che per quanto attinenti, non appartengono alla sua sfera, intesa come indole, come habitat. Ed è meglio così, perché abbottonata e contenuta nei ritmi e nei volumi della televisione non potrebbe dare sfogo a quella impulsività naturale e spontanea, ma rarissimamente condannabile, con cui continua a trascinare pubblico e addetti ai lavori. Un telecronista anglofono, nel commentare il suo meraviglioso passante in corsa contro Larsson, si domandava “How could you retire, Francesca?“. Come fai a ritirarti, se giochi così? E ancora non è possibile, per quanto sarebbe inutile, dire se è per le sue buone attitudini da coach: sono anni che afferma la volontà di voler avviare un’accademia a Miami, tenendo sulle spine anche i colleghi, quelli veri. A Londra, durante le ultime Finals, nel corso di un giro in battello per SKY Filippo Volandri confessava che “io mi ritiro, ma Francesca non vuole dircelo. In ogni caso un altro anno se fossi in lei lo farei, atleticamente è in condizioni perfette”. E si è visto anche sull’altopiano colombiano: 2640 metri sopra il livello del mare, e non sentirli. Tutte vittorie in due set, gestendo respirazione, pioggia, interruzioni. In finale, mentre Arruabarrena, di tredici anni più giovane, si faceva fasciare il quadricipite, lei era già a fondo campo a saltellare.

E anche se può sembrare un concetto indigesto, non è per i suoi risultati: otto titoli, quel Roland Garros di sette anni fa con cui fece letteralmente innamorare il mondo del tennis a troneggiare fiero. Le labbra rosse dopo il bacio alla manciata di terra raccolta dal Philippe Chatrier dopo la vittoria su Stosur, la chimerica cavalcata fino alla finale dell’anno successivo persa senza affatto sfigurare contro Na Li. Tutto questo a fare da apripista per la successiva arrampicata di Errani, nel 2012. Quattro Fed Cup conquistate. Da protagonista contro il terribile Belgio (seppur orfano di Kim Clijsters) nel 2006 con il successo su Flipkens e nel doppio; con la lievissima macchia della polemica nel 2013, quando rinunciò alla finale (o almeno è quello che si dice) contro la rimaneggiatissima Russia che collassò 0-4. Nemmeno dopo il trionfo di Parigi mancarono le tirate di orecchi, quei 400.000 euro di premio gettarono un’ombra materialistica sulla favole più bella che si potesse narrare.

 

Per la classe e l’educazione con cui si è sempre mostrata, in campo come in conferenza (qualche sua collega ne ha sciorinata ben meno, oggettivamente). Per la concezione del tennis come sport, e quindi come amore per la disciplina e per se stessa, che si sono tradotti nel continuo prefissare obiettivi da raggiungere e distruggere, con la carta d’identità a prendere polvere in un cassetto, perché chissenefrega. Per l’eleganza, non solo del suo gioco classico e spettacolare, quanto piuttosto del suo essere genuina e praticamente mai sopra le righe al di fuori del campo: pur lasciandosi andare a gestualità evidenti durante le pause di gioco, diventando un tormentone virale. Per l’onestà e l’orgoglio con cui ha rappresentato il tennis azzurro, diventandone simbolo e punto di riferimento, con la virtuale fascia di capitano con cui ha trainato le compagne verso la consapevolezza di potercela fare. Non è certo grazie a lei che Errani ha fatto finale a Parigi, o Pennetta ha vinto New York, ma vedere una amica connazionale raggiungere certi traguardi, da sicuramente un’iniezione di grinta e fiducia importanti. Per la figura iconica che Francesca Schiavone ha impersonato in questi anni, per il tennis italiano: per questo avrebbe meritato ben altre parole da chi sui suoi successi ha tutto sommato costruito e portato avanti un’immagine. Per questo quel “gliel’abbiamo sempre data la wild card, ora largo ai giovani” suona non tanto come irriconoscenza, quanto come scarsa comprensione di umanità. E per questo Francesca Schiavone sarà superiore.

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Editoriali del Direttore

Italia nei guai: contro gli USA 3-0 o è notte

Pro e contro di questa Coppa Davis che non poteva cambiare nome. I calcoli… anti-Russia. I tempi e la data all’origine di tanti problemi. 5 top ten, 11 top 18. Macché esibizione

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Matteo Berrettini e Fabio Fognini - Finali Coppa Davis 2019 (photo by Mateo Villalba / Kosmos Tennis)

da Madrid, il direttore

La duplice vittoria del Canada su Italia e Stati Uniti, quattro singolari vinti su quattro da Pospisil e Shapovalov rispettivamente su Fognini e Opelka e su Berrettini e Fritz, ci costringe a uno spareggio diabolico oggi con gli USA, sapendo che neppure una vittoria per 3-0 ci garantirebbe il passaggio ai quarti che invece il Canada è stato il primo ad assicurarsi. Il Canada aveva perso dal 1965, 15 volte su 15 incontri con gli USA, ma la sua vittoria non sorprende e non sorprenderà se si ripeterà anche nei prossimi anni. Gli USA si sognano giovani come Shapovalov e Auger-Aliassime. Ricordo a chi ancora non avesse metabolizzato il sistema della nuova Davis, che oltre alle sei che finiranno prime in ciascun gruppo passeranno ai quarti le due seconde che avranno vinto – in ordine – il maggior numero di match, a parità il maggior numero di set, e infine il miglior quoziente fra set e game.

I CALCOLI PERCHÉ L’ITALIA SIA… MIGLIOR SECONDA DELLA RUSSIA

Se volete rompervi un po’ il capo con i calcoli, leggete qui, sennò saltate questo paragrafo e andate direttamente alle mie prime considerazioni su questi primi due giorni di Coppa Davis nuovo formato. Sono considerazion che per ora i diversi giocatori cui ho chiesto i “pro” e i “contro” hanno preferito diplomaticamente rinviare più in là con varie scuse. Fra questi anche Nadal, il quale almeno ha accennato nella sua lingua, dopo essere stato evasivo in inglese, ai colleghi spagnoli almeno un “pro” nell’atmosfera e un “contro” negli orari da rivedere: “Non deve poter cominciare un doppio che può durare due ore a mezzanotte e mezzo, significa andare a letto alle quattro dopo tutte le operazioni post-match cui tutti i giocatori si sottopongono per ritrovarsi domani di nuovo in campo!”. Soltanto i francesi, giocatori e capitano, sono stati più espliciti e trasparenti e ne ho parlato in un articolo a parte.

Al momento la Russia, che ha vinto 3-0 con la Croazia (con 6 set vinti e 1 solo perso) e ha perso solo 2-1 con la Spagna (ma vincendo 2 set e perdendone 5) sembra assai ben piazzata come “seconda di gruppo”. Non avesse perso un set con la Croazia e avesse invece vinto un set nei match persi da Khachanov con Nadal e nel doppio perso con Lopez/Granollers, si sarebbe trovata in una assoluta botte di ferro. Ma anche così, come dicevo, mi pare messa benino. Con quasi tutte le altre nazioni è troppo presto e complicato fare calcoli. Fermiamoci per ora – nell’unica prospettiva possibile di un’Italia vittoriosa sugli Stati Uniti e quindi seconda – alla Russia che ha 4 duelli vinti e 2 persi, con 8 set vinti e 6 persi.

L’Italia in questo momento ha 1 solo duello vinto (il doppio) e 2 persi. Per raggiungere la Russia dei 4 duelli vinti come la Russia, l’Italia è obbligata a vincere 3-0 con gli Stati Uniti. Fin qui non ci piove. A quel punto subentra il conto dei set. L’Italia come set fin qui ha un bilancio di 3 set vinti e 5 persi. Chiaro che se vincesse i 3 match che è obbligata a vincere andrebbe a 9 set vinti, quindi uno più della Russia. Ma occorrerebbe che le rimanesse davanti anche nel conto dei set. Se perdesse nei tre match un solo set passerebbe davanti alla Russia: per noi 9 set vinti e 6 persi contro gli 8 vinti e i 6 persi della Russia. Attenzione però: se l’Italia perdesse invece 2 set pur vincendo tutti e tre gli incontri, la Russia avrà una percentuale del 57,14 di set vinti, mentre l’Italia avrebbe una percentuale di 56,25. Quindi l’Italia resterebbe dietro alla Russia. Stessi calcoli da ragionieri andrebbero fatti con tutte le altre nazioni seconde, quando sapremo quali saranno.

NESSUN PARAGONE CON LA VECCHIA, MA IL NOME NON POTEVA CAMBIARE

Voglio sgombrare subito il terreno da ogni equivoco con il dire che nessuno più di me si rende conto che questa Coppa Davis non può essere paragonata con la vecchia che aveva resistito 119 anni. Anche per via di tutti questi calcoli astrusi che la rendono discutibile almeno quanto è discutibile qualunque formula (anche quella del Masters ATP di fine anno) che non sia quella tradizionale dell’eliminazione diretta. Al tempo stesso ci si deve rendere conto che non era pensabile, perché sarebbe stato autolesionistico, immaginare che la Federazione Internazionale (ITF) rinunciasse a un brand – la Coppa Davis – che ha un avviamento di 119 anni, per ricominciare da zero con un nuovo nome. Avrebbe voluto dire autocastrarsi con gli sponsor, le tv, i media. L’avessero chiamata Rakuten Cup, dico un nome a caso, ve l’immaginate che appeal e che eco avrebbe potuto riscuotere?

A MADRID CI SONO 5 TOP 10 E 11 TOP 18

Di conseguenza, capisco i nostalgici della vecchia Davis ai quali appartengo, ma – come dicono a Napoli – “scurdammoce o’ passato” e guardiamo avanti nel modo più costruttivo possibile. Prendiamo atto del fatto che qui ci sono i primi due tennisti del mondo, 5 dei primi 10, 7 dei primi 12, 9 dei primi 15, 11 dei primi 18. I nomi? Nadal n.1, Djokovic n.2, Berrettini n.8, Bautista Agut n.9, Monfils n.10, Goffin n.11, Fognini n.12, Schwartzman n.14, Shapovalov n.15, De Minaur n.17, Khachanov n.18. Siamo sicuri che la Coppa Davis old style avrebbe attirato un egual numero di top-players se anziché concentrarli in una settimana avesse preteso che fossero a disposizione delle loro federazioni per quattro settimane? Io sono quasi sicuro del contrario. E la storia delle ultime edizioni della Davis, con quasi tutti i giocatori che l’hanno vinta che hanno poi smesso di giocarla, lo dimostra.

Quattro settimane che, attenzione, cascando in un Paese piuttosto che in un altro, non erano programmabili con congruo anticipo e potevano significare passare da una prima superficie in un continente ad una seconda del tutto diversa in un altro continente, per poi magari ritornare alla prima superficie attraversando il mondo. Aggiungete al fatto che per gli agenti, i gruppi di management, che in quelle settimane possono organizzare e lucrare su esibizioni super remunerate in giro per il mondo, le settimane di Davis – a volte per alcuni nemmeno retribuite, ma sempre comunque molto meno che non le esibizioni – vedevano le settimane di Davis come il fumo negli occhi. Lucro cessante.

Si potrebbe osservare che, fatte salve le prime quattro semifinaliste che saranno ammesse di diritto alla fase finale dell’anno prossimo, così come due wild card che dovranno essere annunciate questa domenica, i componenti delle altre 12 che dovranno scontarsi il 6 e 7 marzo con le 12 che hanno vinto i playoff zonali potranno dover giocare anche quel weekend lì. Il loro impegno, dunque, potrebbe concernere due settimane, quella di marzo e la terza di novembre. Però trattandosi di giocare solo due singolari e un doppio nel weekend citato di marzo – per 12 squadre contro altre 12, ma non 2 wild card e quattro semifinaliste esentate dal primo turno – non sarà obbligatorio che siano presenti tutti e cinque i titolari. Basteranno anche meno.

A pagina 2: le mie impressioni, orari e data i difetti, le interviste

 

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Editoriali del Direttore

Pessimo inizio per l’Italia, ma forse questa Coppa Davis ha un futuro

Tanti difetti ancora, organizzazione modesta, informatori disinformati, orari sbagliati, ma l’entusiasmo in tribuna c’è, lo spirito anche. Non è la stessa cosa, ma col tempo… e la vecchia stava morendo

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Fabio Fognini e Matteo Berrettini - Finali Coppa Davis 2019 (via Twitter, @DavisCupFinals)
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da Madrid, il direttore

Se gli Stati Uniti non battono il Canada mercoledì l’Italia è messa molto male. Il Canada con due vittorie chiuderebbe certamente in testa il gruppo qualificandosi per i quarti e agli azzurri battere gli Stati Uniti di Fritz, Tiafoe, Opelka, Sock e Querrey potrebbe non bastare. Ammesso che ciò avvenga. Il 2-0 a noi sfavorevole dopo i due singolari vinti contro classifica dai due canadesi ci ha messo nei guai. Peccato perché, dopo tante critiche a questo nuovo formato, ho potuto constatare code lunghissime da parte degli spettatori che hanno preso i biglietti (costo medio poco meno di 50 euro per intero incontro di tre partite, due singolari e un doppio) per seguire le tre sfide della prima giornata (Russia-Croazia, Belgio-Colombia, Canada-Italia).

Il primo match è stato giocato sul campo centrale capace di contenere 12.500 spettatori. Ne avrà avuto circa 6.000/7000, molti di più di quelli che mi attendevo. E anche sul campo intitolato a Arantxa Sanchez (capienza 3.500 spettatori), dove hanno giocato Italia e Canada, secondo me c’erano almeno 2.500 persone. Considerando che era il primo giorno di una nuova manifestazione non mi sembra un cattivo risultato.

L’organizzazione dovrà essere rodata, chi dovrebbe dare informazioni sa troppo poco per darle, non è stato bene istruito. C’è una grande confusione e i tre stadi con biglietti differenziati non aiutano. Però l’atmosfera è buona, al di là dello spazio che è abbastanza freddo e poco attraente. La gente arriva con bandiere grandi e piccole, trombe, tamburi e tanto entusiasmo. Il tifo sugli spalti, anche se io ho potuto seguire soprattutto quello di Italia-Canada, è quello tipico degli incontri di Coppa Davis anche se non è proprio quello cui si abbiamo abituati nei match in cui gioca la squadra di casa. C’era anche la Spagna del futbol in campo contro la Romania, proprio a Madrid, al Wanda Metropolitano (lo stadio nuovo dell’Atletico) quindi presumo che un po’ di spettatori fra quelli andati allo stadio e i seduti in sofà davanti alla tv il calcio possa averli sottratti al tennis. La mia primissima impressione è che alla fine questa Coppa prenderà piede, anche se non assomiglia alla Davis che ha vissuto 119 anni.

Intanto alcune federazioni, come quella canadese, hanno fatto operazioni di marketing turistico per cercare di assicurare un discreto sostegno alla squadra. Almeno un migliaio di canadesi erano qui. E hanno fatto un baccano d’inferno. Tanti, comunque, anche gli italiani. Da una parte si gridava “let’s go Shapo, let’s go Shapo”, dall’altra si sprecavano gli incitamenti “Matteooo, Matteoo”. La cosa più bella, rispetto alle partite di calcio dove le opposte tifoserie se non avessero spazi deserti che le separano si azzufferebbero da prima del match a dopo il match, è che qui erano tutti mischiati – salvo poche aree – e italiani e canadesi sventolavano le loro bandiere fianco a fianco. Una bella manifestazione di civiltà. Certo qualche urlo fuori posto si è sentito, e Shapovalov a un certo punto, a metà del terzo set, ha cominciato ingenuamente a prendersela con una fetta del pubblico da cui si sentiva disturbato. Con il bel risultato che il pubblico di fede azzurra ovviamente lo ha preso di punta, fischiando e buheggiando. Il ragazzino ha pensato bene di fare tre ace sul 3 pari portando ogni volta il dito all’orecchio, come per dire “e ora perché non fischiate?” Ovviamente è venuto giù un diluvio di fischi.

Per me è stato indubbiamente un brusco trapasso, quello dalle ATP Finals della 02 Arena alla nuova discussa Coppa Davis della Caja Magica lanciata con tutte le operazioni di lobby dal presidente ITF David Haggerty e finanziata dalla Kosmos di Piqué, dagli sponsor giapponesi di Rakuten e… anche dalla signora Piqué, alias Shakira (ma avrà pagato?), che approfitta di questa manifestazione per promuovere il suo tour musicale “El Dorado” con uno striscione sul campo. E sarà lei, la cantante colombiana di cui ricorderete il video osé con Rafa Nadal che tanto fece discutere, a chiudere la settimana della Davis qui con una sua performance.

Sono arrivato solo nel pomeriggio da Heathrow, perdendo così parte del match di Fognini-Pospisil. Non credo di aver perso molto. Per assistere all’esordio di Berrettini al Masters contro Djokovic avevo buttato il biglietto aereo comprato mesi prima quando nemmeno il Mago Ubaldo aveva previsto che Berrettini sarebbe arrivato nell’élite degli otto Maestri, e ancor meno che avrebbe giocato lui per primo alle 14 di domenica, perché proprio non me lo volevo perdere, 41 anni dopo aver visto Barazzutti al Madison Square Garden. Avevo così cambiato i miei piani rinunciando a vedere la finale della Next Gen dominata da Sinner su De Minaur e mi ero comprato nuovo biglietto aereo e una notte imprevista in hotel.

Ma poi, dopo il 6-2 6-1 imposto da Djokovic in 63 minuti scarsi, ero abbastanza pentito di aver cambiato tutti gli originali programmi. Così stavolta, quando anche l’Italia è stata sorteggiata per il suo match con il Canada proprio nella prima giornata della nuova Davis, sia pur imprecando con questi sorteggi che non danno respiro fra un torneo e l’altro, ho mantenuto il progetto di viaggio originario e, sì, mi sono perso le prime fasi del match di Fognini, ma in tempo sufficiente comunque per vedere che fra il servizio di Pospisil e quello di Fognini c’erano mediamente 30 km orari di gap.

Questo era prevedibile, ma non era scontato che il campo fosse così veloce. Tant’è che non a caso Shapovalov e Berrettini hanno giocato tre set senza mai riuscire a breakkarsi. Spiace che Matteo avanti di un minibreak, 4-3 e due servizi nel tiebreak del terzo set, abbia sbagliato una volée di dritto piuttosto facile rimettendo in corsa Shapovalov che pareva spacciato. Sempre una volée di dritto sbagliata, ma in rete, era costato il primo set a Matteo. Si parla sempre di rovescio e gioco di gambe da migliorare per Matteo, ma io invece due volte contro Federer e una contro Djokovic gli ho visto sbagliare proprio lo stesso tipo di colpo. Si mette di fianco, fa scendere un po’ troppo la palla, la mette quasi sempre in rete quando il punto è importante.

Di buono nel match di Berrettini, comunque ben giocato, c’è stato che la partecipazione della squadra all’angolo si è fatta più intensa, più calda. Durante il match di Fognini la claque era un po’ spenta, un po’ fiacca. Domani cercherò di capire più cose qui, visto che non gioca l’Italia. Gli orari mi sembrano folli. In questa prima giornata si è finito ben oltre la mezzanotte e si è cominciato a giocare alle 16. Oggi cominciano alle 11 i primi tre incontri, alle 18 quelli della sera. Finiremo alle due? I giornali chiudono la tipografia prima che cominci il doppio. Se ieri sera Berrettini avesse vinto, nessun lettore di giornale avrebbe mai saputo chi avesse vinto fra Canada e Italia. Vero che i giornali stanno già morendo, ma così si contribuisce ad accelerare il de profundis.

Un errore mi pare anche impedire ai giornalisti di avvicinare i giocatori o i dirigenti prima della conclusione del doppio. Certo non si deve disturbare chi sta per entrare in campo, ma gli altri? Vi immaginate che voglia avranno di parlare alle 2 di notte, capitano e giocatori, soprattutto se sconfitti?

 

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Editoriali del Direttore

Un gran bel Masters, un gran bel vincitore. Vedo Tsitsipas prossimo numero 1 del mondo

Fra i giovani è il più solido di testa. Più di Thiem e Zverev. Ha anche personalità, carisma. Piace e piacerà sempre di più. L’ottimo auspicio per Jannik Sinner

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Stefanos Tsitsipas - ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)
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da Londra, il direttore

Stefanos Tsitsipas, il più giovane “Maestro” dal 2001 con i suoi 21 anni ha vinto un bel Masters, un Masters di notevolissima qualità, il migliore degli ultimi anni. Senza davvero alcun confronto con l’edizione del 2018 vinta da Zverev su Djokovic (dal quale aveva perso nel round robin) e quella ancora peggiore del 2017 della finale Dimitrov-Goffin. Anche quella del 2016 non fu granché fino alla stretta finale: visse infatti sull’incertezza di chi sarebbe stato n.1 del mondo e fu bello che fosse proprio la finale a deciderlo. Per chi non lo ricordasse Murray, dopo aver salvato un matchpoint con Raonic in semifinale, batté Djokovic 6-3 6-4 coronando un secondo semestre fantastico. Di partite belle ce ne sono state diverse: in ordine sparso Thiem-Djokovic, Nadal Tsitsipas, Thiem-Federer, Federer-Djokovic, Nadal-Medvedev.

Bella, incerta, avvincente la finale fra i due tennisti dal tennis straordinariamente efficace, sempre aggressivo e intenso per ritmo e potenza, ma anche elegante per via del rovescio a una mano che pochi anni fa si credeva fosse prerogativa soltanto di Federer. La finale, conclusa 7-6 al set decisivo come quella di Nalbandian su Federer a Shanghai 2005 (ma lì furono cinque set) non poteva essere più equilibrata se dopo due ore e 32 minuti il punteggio era in perfetta parità: un set pari e 4 pari nel decisivo tiebreak dopo che Dominic Thiem era risalito da 1-3 nei game e da 1-4 nel tiebreak. Forse proprio quella corsa al continuo inseguimento gli è costata mentalmente, perché dal 4 pari si deve essere come rilassato un attimo e ha sbagliato tre dritti di fila, due dei quali abbastanza gratuiti.

 
Dominic Thiem, Chris Kermode e Stefanos Tsitsipas – ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

Tre anni fa i due protagonisti di questa bella finale si erano incrociati per la prima volta. Thiem era già fra i qualificati alle finali, Tsitsipas era stato invitato a fare da sparring-partner. Cinque anni separano i due, ma sembra di poter dire che Stefanos ha già colmato il gap. Ne ha fatta di strada il ragazzone di Atene nato nello stesso giorno di Pete Sampras, il 12 agosto, ma 27 anni dopo (1971 Pete, 1998 Stefanos). Un anno fa il ragazzo dai capelli più lunghi di Borg vinceva le Next Gen a Milano (su De Minaur in finale), a gennaio già sorprendeva per la prima volta Roger Federer nel primo Slam dell’anno e centrava le semifinali dove però beccava una bastonata da Nadal.

Di Nadal Stefanos si sarebbe vendicato a casa sua, in Spagna, a Madrid, senza lasciarsi intimidire dal tifo del pubblico. Ma, giusto per non lasciarsi rimpianti, avrebbe colto due vittorie anche con il terzo dei Big Three, Novak Djokovic, in due Masters 1000, in Canada e a Shanghai. Insomma anche se oggi è solo – a 21 anni! – il n.6 delle classifiche mondiali, dietro ai soliti tre, a Thiem e Medvedev, ho la sensazione che il primo dei giovani che salirà sul trono del tennis possa essere proprio lui, Stefanos Tsitsipas. Che, oltretutto, mi pare anche un gran bel personaggio, oltre che uno straordinario tennista.

Quando? Forse più presto di quanto si immagini. Ha già ottenuto due vittorie su Federer (e come al solito in due stadi tutti pro Roger, “let’s go Roger, let’s go Roger!”), due su Djokovic, una sola per ora su Nadal ma – attenzione – qui a Londra ci ha perso solo 7-5 al terzo dopo aver vinto il primo. I lettori che non perdono occasione per sottolineare certe ovvietà, non hanno bisogno di leggere che è inevitabile che mentre lui migliorerà ancora, i top 3 invece no.

Rispetto a Medvedev mi sembra più completo e quanto a Thiem, pure lui in progresso se ci si ricorda le difficoltà che aveva a esprimersi sul “veloce indoor” – e non parliamo dell’erba – mi pare di poter dire che l’austriaco è un tantino meno solido di testa. Sono già diversi anni che è forte, soprattutto sulla terra rossa (due finali e due semifinali al Roland Garros), ma gli ho visto perdere delle partite più per la testa che certo per il braccio che è davvero eccellente. Penso a quella che perse all’US Open da del Potro, quando era un match già vinto. Ecco, secondo me Tsitsipas una partita così non la perde. O la perde fin dall’inizio, ma non la butta se sta per vincerla.

Non si può discutere su ipotesi non dimostrabili, ma io penso che se Tsitsipas avesse vinto il primo set – come avrebbe potuto: lui ha fallito la trasformazione di tre palle break, Dominic di due – non avrebbe giocato un paio di game disastrosi, soprattutto il primo, come è capitato a Thiem all’inizio del secondo set. Invece di dare il pugno del ko al greco, Thiem ha commesso l’ingenuità di distrarsi e di rimetterlo in corsa. 4-0 in pochi minuti e praticamente lo sforzo che aveva compiuto per vincere il primo set è stato vanificato.

Mi aspetto comunque che nel 2020 gli Slam non siano tutti appannaggio dei soliti Fab (tre o quattro, su Murray ancora non mi esprimo) anche se Nadal lo vedo ancora favorito al Roland Garros se sta bene e non vedo né Tsitsipas né Thiem troppo pericolosi a Wimbledon. Sono proprio l’Australian Open e l’US Open i tornei che potrebbero laureare un nuovo campione di Slam. Tre anni fa Tsitsipas aveva vinto il Bonfiglio e, con un pizzico di presunzione scusabile in un ragazzino, si era posto un obiettivo ben chiaro: In tre anni vorrei vincere uno Slam!. Beh, per adesso ha vinto le finali mondiali ATP. Ma in Australia fossi uno dei cinque che lo precedono nell’ATP ranking, vorrei incontrarlo il più tardi possibile. E forse meglio mai.

Mentre scrivo così, e parlo dei due splendidi finalisti di questo Masters mi sono chiesto: che cosa avrà mai pensato il mio adorato Thomas Fabbiano? Avrà guardato la finale? Ci avete fatto caso che in due tornei dello Slam, non due 250 qualsiasi, il giovanotto di Grottaglie che per l’appunto è uscito dai top 100 dopo esserci stato tutto l’anno – è n.117 sennò di italiani fra i top 100 ne avremmo avuti 9! – a Wimbledon ha battuto Stefanos Tsitsipas e all’US Open Dominic Thiem! Oggi sembra incredibile, ma così è il tennis. Mai darsi battuti prima di scendere in campo, tutto può succedere.

Stefanos Tsitsipas – ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

Infatti, per restare in tema, anzi in Thiem, se l’austriaco avesse vinto questo Masters, cogliendo quattro vittorie su cinque, avremmo potuto buttar lì che… sì. Matteo Berrettini era stato l’unico a batterlo. La presenza di Matteo, a proposito, ha vivacizzato l’interesse per questo Masters che per 41 anni non ci aveva permesso di tifare per nessuno. È stata un’esperienza utile, sono sicuro che Matteo ne trarrà giovamento. Poi, per carità, c’è chi esordisce a 21 anni e vince il torneo e c’è che esordisce a 23 e mezzo e si accontenta più che legittimamente di trovarsi in una élite mondiale come non era assolutamente pensabile sei mesi fa e di aver colto una vittoria che, seppur ottenuta a spese di un giocatore già qualificato per le semifinali, resta pur sempre l’unica italiana nella storia “midi siècle” di questa rassegna di fine anno.

Mi ha fatto piacere rivedere finalmente presenti a questo torneo gli inviati del Corriere della Sera, de la Repubblica, de la Stampa, in aggiunta a quelli dei quotidiani sportivi e al team di Ubitennis ottimamente rappresentato dall’inglese Adam Addicott per Ubitennis.net – la home page inglese che vi suggerirei di consultare perché sviluppa contenuti indipendenti e secondo me è fatta benissimo – dagli inviati Ruggero Canevazzi e Roberto Ferri che si sono impegnati tantissimo per offrire la miglior copertura possibile insieme al fotografo Roberto Zanettin che ha svolto un grandissimo lavoro. Riguardo alle presenze dei media italiani… evviva. Spero proprio che il momento magico del tennis italiano duri e prosperi. Fin dalla Coppa Davis che mi accingo a “coprire” da oggi per Italia-Canada, insieme a Stefano Tarantino, il nostro “Patria-Man” – così ribattezzato perché quando si gioca Coppa Davis e Fed Cup, vecchie e nuove, lui è il boss che coordina tutto.

Anche se l’argomento è trattato altrove devo assolutamente due righe di gran plauso sull’exploit di Jannik Sinner dopo il terzo challenger conquistato a Ortisei. Non era un torneo difficile di per sé, ma avere la solidità di vincerlo dopo la “sbornia” di attenzioni, titoli, interviste susseguite al successo nel torneo milanese delle Next Gen ATP Finals, poteva disorientarlo. Non è accaduto. A riprova che questo ragazzo dai riccioli rossi ha proprio la testa sulle spalle. E che la struttura che Riccardo Piatti gli ha messo intorno funziona da par suo. Peraltro non ne dubitavo minimamente. Sapete già tutti che da neo n.78 Sinner – che resta l’unico diciottenne fra i primi 100 del mondo – si è spalancato con una gran spallata la porta dell’Australian Open. Ma anche quelle dei primi due Masters 1000, Indian Wells e Miami.

Sognarlo presente alle ATP Finals del 2020 mi pare caricarlo di responsabilità eccessive, lui avrà 19 anni non 21, ma magari nel 2021 a Torino – dove io mi aspetto che si giocheranno sia le Next Gen sia le finali ATP – una doppia presenza azzurra, con l’accoppiata Berrettini-Sinner non la escluderei a priori e, naturalmente, non mi dispiacerebbe per nulla. Il successo a Londra di Tsitsipas, un anno fa campione delle Next Gen milanesi e un paio di mesi dopo – ribadisco – capace di battere Federer a Melbourne, mi pare di buon auspicio per il futuro di Jannik. Però di incontrare Federer, Sinner in Australia non ne ha bisogno, non deve aver fretta. C’è tempo. Magari più in là. Tsitsipas aveva 20 anni a Milano e a Melbourne, non 18. E, credetemi, fa una gran differenza.

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