Settimana degli italiani: Quinzi alza la mano

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Settimana degli italiani: Quinzi alza la mano

Il ruggito della Leonessa, la duttilità di Paolino Lorenzi e l’addio di Sara Errani al Roland Garros. Un sorriso e un nuovo inizio per Gianluigi Quinzi

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Chi vuole guardare il bicchiere mezzo vuoto dirà adesso che le belle notizie arrivate questa settimana per il tennis italiano da Bogotà e Marrakech provengano in realtà dalla provincia del grande tennis (intesa non geograficamente, ma alludendo alla bassa competitività dei tornei in questione, sia per il loro modesto montepremi che per le relative, modeste entry list). Tuttavia, vincere non è mai facile, neanche a livelli tecnicamente non eccelsi e storie come quella di Francesca Schiavone, ribattezzata con merito da svariati anni “Leonessa” meritano di essere raccontate con la giusta enfasi, anche perchè caratterizzano la meravigliosa particolarità di questo sport.

Come sia mai possibile che la tennista milanese, che in questo 2017 non aveva mai superato un turno in un torneo WTA nè tantomeno aveva sconfitto una top 100, vinca il suo ottavo titolo -dopo Bad Gastein nel 2007, Mosca nel 2009, Barcellona e Roland Garros nel 2010, Strasburgo nel 2012, Marrakech nel 2013, Rio de Janeiro nel 2016- senza nemmeno perdere un set (tornando tra l’altro dopo due anni a vincere contro una top 20) resta un qualcosa di tecnicamente difficilissimo da spiegare, sebbene proprio la settimana scorsa avessimo, in questa rubrica, sottolineato le grandi qualità caratteriali di Francesca, la quale, ora può ambire ad entrare direttamente in tabellone a quel Roland Garros di cui è stata prima campionessa nel 2010 e poi finalista nel 2011. Quel che è sicuro è che il direttore degli Internazionali d’Italia, Sergio Palmieri, nell’annunciare proprio questa settimana che non avrebbe concesso alla Schiavone una wild-card nemmeno per le quali del Foro Italico – scelta molto discutibile in quella che è annunciata come l’ultima stagione di colei che è stata per palmares e classifica la più forte tennista italiana di tutti i tempi – abbia portato fortuna alla nostra campionessa. Che contina ad essere “affamata” di questo sport.

Ci sono altre belle notizie. Difatti, Gianluigi Quinzi, da molti considerato ormai un desaparecido del tennis nonostante abbia da poco compiuto 21 anni, ha battuto il suo primo top 100 (Donskoy) e per la prima volta si è qualificato ad un ATP 250, dove ha prima battuto un veterano del circuito da prendere sempre con le molle come Mathieu e dopo ha portato al terzo set, costringendolo a dare il massimo, un top 40 come il nostro Lorenzi: il cammino di Gianluigi resta da verificare, troppe volte ci siamo illusi, ma, se lasciato tranquillo, probabilmente potremo tornare a parlare di lui con continuità in questa rubrica che dall’inizio dell’anno scorso racconta l’andamento settimanale dei tennisti italiani nel circuito.

 

Anche il ritorno ai quarti di un International da parte della Errani, dopo nove mesi che Sara non vi riusciva, è una splendida notizia per una tennista che deve accumulare vittorie per ritrovare fiducia nel proprio tennis per potersi esprimere al meglio. Così come anche il rientro nel circuito di un talento incostante e quest’anno sfortunato, quello di Camila Giorgi, può definirsi positivo: se è vero che ai quarti del torneo di Biel ha sprecato un’ottima occasione per fare ancora meglio, il successo di Camila, dopo un paio di mesi nei quali ha giocato pochissimo, contro una top 30 ed ex top 10 come la Suarez Navarro, fa sperare che, se la schiena ed i relativi dolori la lasceranno stare, la tennista marchigiana possa tornare ad avere una classifica proporzionale al suo indubbio talento e non mortificante come quella attuale.

Venendo al racconto delle partite disputate dai nostri giocatori, torniamo dopo tanto tempo ad aprire con le ragazze, questa settimana davvero eccezionali. Francesca Schiavone e Sara Errani, dopo aver spesso escluso dalla loro programmazione l’International di Bogotà, piccolo torneo (226,750 $ di montepremi) su terra rossa esistente nel circuito dal 1998 e vinto da due italiane in passato, la Pennetta nel 2005 e la Vinci nel 2007, hanno deciso di tornare a parteciparvi . Una scelta motivata dalla ricerca di punti e fiducia in un tabellone non proibitivo (una sola top 30, due top 50 in tutto ed ottava testa di seria, la Sakkari, n°91 WTA).

Schiavone solo per la terza volta nella sua circa ventennale carriera professionistica si è iscritta al Claro Open, dove ha ricevuto una wild card dagli organizzatori, onorata brillantemente sul campo. Al primo turno la Leonessa, ancora a secco di successi nei tabelloni principali cosi come contro tenniste top 100 nel 2017, ha subito infranto entrambi i tabù, sconfiggendo nettamente la sesta testa di serie del tabellone, la ventiduenne romena Patricia Maria Tig, mai affrontata prima nel circuito. Contro un’avversaria che ha servito appena il 38% di prime in campo, è stato relativamente facile per la milanese prendere il possesso del gioco e compiere anche una bella rimonta dallo 0-4 del secondo set per poi chiudere in scioltezza in 85 minuti col punteggio di 6-3 6-4. Il match di secondo turno contro la slovena classe 91 Dalila Jakupovic, 142 WTA, rappresentava, per la campionessa del Roland Garros 2010, la classica prova del nove dopo aver finalmente centrato la prima vittoria nel 2017 nei tabelloni principali, anche considerando l’unico precedente risalente allo scorso inizio di febbraio a Taipei, vinto in due set dalla sua avversaria. A Bogotà non vi è stata partita con la Jakupovic capace di vincere un imbarazzante 19% di punti quando serviva la seconda: la maggiore difficoltà per Francesca è stata gestire l’interruzione di oltre 3 ore dovuta dalla pioggia, prima di chiudere 6-1 6-2 in 73 minuti.

La grande soddisfazione per Francesca, tornata nei quarti di un International Wta da inizio agosto, quando a Nanchang fu poi fermata da Risa Ozaki, è arrivata però contro la 25enne olandese Kiki bertens, testa di serie numero 1 del tabellone e soprattutto n°20 WTA, contro la quale aveva perso l’ unico precedente, nel 2013 sulla terra rossa di Roma. La circostanza che l’olandese in mattinata avesse giocato poche ore prima la sua partita di secondo turno, rinviata dal giorno prima a causa della pioggia, è solo un fattore che spiega in parte il successo, senza nulla togliere al valore ottimo della prova della milanese. Francesca, vincitrice in scioltezza del primo set in 35 minuti, ha ottenuto il break decisivo nel terzo gioco del secondo, difeso per tutto il parziale non facendo mai arrivare ai vantaggi l’avversaria, ad eccezione del settimo game, dove ha salvato una palla break. In tal modo è arrivata, a distanza di quasi due anni (Roland Garros 2015 contro Kutsnetsova, allora 18), la prima vittoria su una top 20 e la prima semifinale a distanza di più di un anno da quella di Rio, suggellata col netto punteggio di 6-1 6-4 in 1 ora e 21 minuti di partita.

Si dice che l’appetito vien mangiando ed infatti Francesca ha avuto la meglio anche su Johanna Larsson, tennista che aveva un’antipatica striscia vincente contro le nostre giocatrici (ha battuto ad agosto Vinci e Knapp, a marzo la Giorgi e proprio a Bogotà la Errani), chiusa in Colombia con un’ottima prova della nostra prima campionessa di un Grande Slam (Roland Garros 2010), brava a prodursi sia in scambi spettacolari che ad anestetizzare l’avversaria col suo tennis vario. Dopo essere riuscita ad incamerare il primo set con il punteggio di 7-5 in 57 minuti, Francesca, grazie anche ad una prova solida al servizio (55% di punti vinti quando ha giocato con la prima, 59% con la seconda), nel secondo è riuscita a risalire con carattere da 2-4 e chiudere con un filotto di 4 giochi consecutivi l’incontro, chiuso con lo score di 7-5 6-4 in 1 ora e 44 minuti, successo che le ha permesso di riconquistare l’accesso in una finale di un International WTA dopo quella del febbraio 2016 a Rio.

Nell’ultimo atto del torneo la nostra giocatrice ha trovato di fronte Laura Arruabarena-Vecino, venticinquenne spagnola al 65° posto del ranking WTA e 4° testa di serie del tabellone, contro la quale non aveva mai giocato in carriera. Francesca è partita subito forte e si è ritrovata sul 5-2, prima di subire una reazione, inutile, della spagnola, risalita sul 4-5: l’ex 4 del mondo ha chiuso il primo set dopo 44 minuti sul 6-4. Nel secondo, con l’iberica sempre più sicura delle sue possibilità, si è visto il meglio delle qualità di combattente mai doma della vincitrice nel 2010 e finalista nel 2011 del Roland Garros: sotto 3-5, ha prima annullato 3 set point nel nono gioco ed un quarto nel decimo ed infine ha chiuso la partita due giochi dopo, conquistando l’ottavo titolo in carriera col punteggio di 6-4 7-5 dopo 1 ora e 39 minuti di battaglia.

A pagina 2 il derby azzurro tra Quinzi e Lorenzi

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Nakashima: “Devo migliorare sui cinque set, Sinner ne aveva più di me allo US Open” [ESCLUSIVA]

Intervistato da Steve Flink, il vincitore delle Next Gen Finals Brandon Nakashima parla del percorso nel torneo milanese, “Più corti sono i set più c’è divertimento”, gli insegnamenti di Pat Cash, “Andare a rete il più possibile”, e dei suoi big match in stagione

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Brandon Nakashima - Milan 2022 (Twitter @nextgenfinals)
Brandon Nakashima - Milan 2022 (Twitter @nextgenfinals)

Nel 2022 ha vinto nella natia San Diego il suo primo e finora unico titolo ATP, ma ha alzato anche il trofeo Next Gen a Milano. Classe 2001, anche in questa stagione Brandon Nakashima ha continuato il percorso di miglioramento in quel termometro che è il ranking di fine anno. Se nell’agosto del 2021 aveva fatto l’ingresso in top 100, quest’anno ha sfondato il muro successivo e lo ritroviamo così al numero 47, dopo un picco al 43° posto.

Intervistato da Steve Flink per Ubitennis.net, Brandon ha cominciato la conversazione rispondendo alle domande sull’esperienza milanese, soprattutto per quanto riguarda la gestione del formato particolare e delle regole differenti. “Con i set brevi, subisci un break e in pratica vai al set successivo. Toglie dall’equazione l’elemento del cercare di rientrare quando sei in svantaggio perché è estremamente difficile farlo. Personalmente preferisco il solito sistema di punteggio, ma è una buona idea provarlo per le Next Gen Finals. Più corti sono i set, più divertimento c’è per i fan”.

Naturalmente, ha approfittato del vantaggio di aver già giocato con queste regole l’anno prima, quando aveva raggiunto le semifinali, sconfitto da Korda. “Mi ero un po’ abituato al formato, ma ero comunque nervoso prima dell’esordio di quest’anno. Sapevo di avere l’opportunità di fare bene e avevo delle aspettative alte”.

 

E, in effetti, proprio il suo primo match è stato quello più impegnativo, con Matteo Arnaldi unico a costringerlo al quinto set sulle ali dell’entusiasmo del pubblico amico. “Un incontro che mi ha aiutato per quelli successivi in termini di mentalità e approccio ai punti decisivi”.

Lo ha certo aiutato nella vertiginosa semifinale contro Jack Draper, del quale dice: “Ha un buon gioco a tutto campo per diventare un top player. Sono certo che questa non sarà stata l’ultima volta che ci gioco. Ci spingeremo l’un l’altro a migliorare nei prossimi anni”.

La parte più difficile della finale è stata giocare di nuovo contro Lehecka, giù battuto nel girone. “Sapevo che il primo match non significava granché a quel punto. Lui cercava la rivincita e sarebbe partito forte, quindi dovevo superare la tempesta. Un paio di punti nei tie-break hanno fatto la differenza. Alla fine, questo torneo sarà un trampolino”.

Abbiamo detto del primo titolo, che era uno degli obiettivi stagionali per Nakashima. “Sapevo di aver il gioco per riuscirci, mancava solo l’occasione giusta. Vincere nella mia città natale con famiglia e amici a tifare è stato speciale, non lo dimenticherò mai”.

Brandon aveva già avuto modo di dire che il suo idolo era Roger Federer, nonostante il suo gioco assomigli più a quello di Djokovic. Tenere i piedi sempre vicini alla linea di fondo sembra quasi un dogma per lui, tanto che nessuno avrebbe nulla da ridire, anzi, se in determinate situazioni si prendesse un po’ più di tempo e spazio. 188 cm di altezza, inappuntabile dal punto di vista atletico e muscolare, è sedicesimo nella classifica dei migliori battitori dell’anno compilata dall’ATP. Non è bastato per superare colui che in quella classifica è secondo, Nick Kyrgios, trascinato comunque al quinto agli ottavi in Church Road per il miglior risultato Slam del californiano. “Ho avuto l’opportunità di giocare contro alcuni dei più forti e ho tirato fuori il mio tennis migliore. Mi ha dato tanta fiducia. È stato fantastico giocare sul Centrale di Wimbledon oppure sull’Armstrong allo US Open nonostante abbia perso. La vittoria su Dimitrov a New York è stata uno dei migliori momenti della mia stagione”.

Brandon si sofferma poi sull’esperienza con Pat Cash, terminata alla fine del 2020. “Andare a rete il più possibile è una delle tante cose che ho imparato da lui. Poi ho provato diversi coach e ora ho Eduardo [Infantino] e Franco [Davin]. Collaborano e comunicano molto ed entrambi aggiungono valore al mio tennis”.

B-Nak, questo il suo soprannome, è uno dei nove statunitensi in top 50. “Il tennis Usa è messo bene, quindi per me è grandioso essere a questo punto, ma voglio continuare a migliorare. Gli obiettivi per il prossimo anno sono l’ingresso tra i primi 25 o 30 e andare avanti in tutti gli Slam. Ho 21 anni, quindi sto ancora costruendo la mia forma e diventando più forte e veloce. Una delle chiavi sarà migliorare la resistenza nei tre su cinque. Sento che allo US Open Sinner ne aveva assolutamente più di me negli scambi tirati. Ci sto lavorando, so che differenza può fare”.

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Luca Vanni entra nello staff del Piatti Tennis Center: sarà maestro

L’ex n.100 ATP trasmetterà i suoi valori e conoscenze ai giovani del centro di Riccardo Piatti a Bordighera

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Luca Vanni - ATP Challenger Bergamo 2019 (foto Antonio Milesi)

La legge non scritta che nel tennis si possa arrivare in alto solo se si esplode in età abbastanza giovane, e che i treni passano poche volte, è stata ribaltata, forse non così frequentemente, ma non mancano gli esempi. E in tal senso, per quanto riguarda i colori italiani, Luca Vanni è uno dei maestri. Il 37enne ex n.100 al mondo, ritiratosi nel 2021, ha iniziato a emergere a certi livelli solo verso i 30 anni (best ranking raggiunto proprio a quell’età), mostrando come abnegazione e sacrificio spesso possano ribaltare storie apparentemente già scritte. E così, memore della sua carriera, dopo un anno in cui ha seguito Andrea Pellegrino, si è lanciato in una nuova, entusiasmante avventura: sarà maestro al Piatti Tennis Center di Bordighera. La notizia è stata annunciata con grande entusiasmo dal direttore sportivo Andrea Volpini: “Il nostro obiettivo era di alzare ulteriormente il livello dei maestri, inserendo nel team un coach che avesse grande conoscenza del gioco sulla base di esperienze vissute sulla propria pelle. Ho pensato a Luca: ottima persona e professionista affidabile, con un’enorme passione per il tennis e altrettanta conoscenza di questo sport“.

E lo stesso Vanni, che vanta anche una finale ATP (San Paolo 2015, persa al tie-break del terzo contro Pablo Cuevas), è apparso ben felice di mettere a disposizione dei giovani, dei ragazzi che sognano di emergere in questo sport, la sua esperienza e competenza. “A Bordighera“, spiega Luca, “ho trovato un ambiente davvero stimolante, nel quale si lavora sodo e c’è grande spirito di squadra. Qui i maestri insegnano, ma allo stesso tempo imparano. Trascorrendo ore e ore in campo, a grande intensità, si cresce costantemente. Nella mia prima settimana di impegno ho toccato con mano il funzionamento di un centro come questo, iniziando a capire quali sono i punti cardine del metodo Piatti“. Dunque una collaborazione che promette grandi soddisfazioni, sia per il Piatti Tennis Center, che potrà vantare un ex top 100 tra i propri maestri, sia per Luca Vanni, che avrà l’occasione di trasmettere il suo vissuto e provare a fare da allenatore anche di più di quanto fatto nell’ottima carriera da giocatore.

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Casper Ruud: reincarnazione tennistica di David Ferrer, esponente del pragmatismo

Due stili di gioco polivalenti e molto simili, uniti da uno score (per ora) quasi sempre uguale nelle finali contro i migliori. Riuscirà il norvegese a fare meglio dello spagnolo già dal 2023?

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Casper Ruud e David Ferrer

La più grande sfortuna di David Ferrer – così come di tanti altri potenziali fuoriclasse della sua generazione – è senza dubbio stata quella di nascere nell’epoca tennistica sbagliata. Diventato professionista nel 2000, lo spagnolo si è trovato a fronteggiare molto spesso mostri sacri come Rafa Nadal, il giocatore che ha affrontato di più in carriera, con un record negativo di 6-26 tra vittorie e sconfitte. Anche contro gli altri due big3 il bilancio non è stato positivo, né con Novak Djokovic (5-16) né Roger Federer (0-17), contro il quale non è mai riuscito a vincere.

Oltre ai tre fuoriclasse di cui sopra, il classe 1982 iberico ha molto spesso incrociato la racchetta con altri fenomeni della sua generazione. Da Andy Murray (6-14) a Robin Soderling (4-10), da Juan Martin Del Potro (6-7) a Stan Wawrinka (7-7), fino ai confronti plurivincenti con David Nalbandian (9-5) e Andy Roddick (7-4), sono davvero innumerevoli gli scontri diretti con tennisti estremamente competitivi.

Non solo contro di loro però, perché non si gioca sempre e soltanto contro i migliori. Una delle grandi certezze che David Ferrer ha sempre avuto nel corso della sua carriera era che, contro chi era meno forte di lui, non perdeva quasi mai. E in uno sport come il tennis ciò non è assolutamente scontato. Le ragioni, oltre ovviamente ad una maggior qualità e solidità tennistica, erano molteplici. Ferru era uno di quei giocatori che, quando chiamato a vincere, vinceva. Difficilmente sbagliava. La sua forza mentale, quella di un giocatore abituato sempre a gettare il cuore oltre l’ostacolo e a non dare mai un punto per perso anche durante una giornata storta, è sempre stato un suo tratto distintivo.

 

Uno dei tanti esempi che si possono liberamente scegliere a favore di questa tesi è un’incredibile battaglia contro Nadal alle ATP Finals 2015. Entrambi erano già sicuri del proprio destino – Rafa era già qualificato come primo del girone, David già eliminato – eppure non si sono mai tirati indietro in un match che, a conti fatti, era inutile. Per dovere di cronaca lo vinse 6-7(2) 6-3 6-4 l’attuale n°2 del ranking, ma ciò che rimase impresso di quella partita fu appunto un indomito spirito combattivo dei protagonisti, due che hanno sempre e comunque rifiutato la sconfitta nel corso delle loro carriere.

Eccezion fatta per l’ultimo periodo della carriera, quando il fisico ha iniziato a presentare il (salato) conto, Ferrer è sempre stato uno stacanovista. Basti pensare che, nel corso delle ultime dieci stagioni, nessun tennista ha disputato più partite di lui in un singolo anno: furono 91 nel 2012 (76-15). Se oggi c’è un giocatore che tanto si avvicina ai valori a lungo mostrati dentro e fuori dal campo dallo spagnolo – incarnandoli alla perfezione – quello di certo è Casper Ruud. I tratti comuni a questi due giocatori sono davvero molteplici: proviamo a snocciolarli insieme.

Il primo tratto somigliante è certamente lo stile di gioco solidissimo. Tanto l’iberico quanto il norvegese sono sempre stati maestri di regolarità, con una spiccata predilezione per gli scambi lunghi e una manovra ordinata e avvolgente, più alla ricerca dell’errore dell’avversario che al vincente immediato e/o spettacolare. Difficile ricordare più di un tweener di Ferrer o un rovescio vincente in salto di Ruud, proprio perché sono colpi che a loro non appartengono. Con buona pace dello spettacolo, gli aspetti primari da preferire sono sempre stati concretezza e pragmatismo. E i risultati hanno sempre dato loro ragione.

Un simile tipo di gioco, va da sé, si adatta meglio alla terra rossa, non a caso superficie più cara ad entrambi. Tanto Ferrer quanto Ruud, ad esempio, hanno raggiunto la prima finale a livello ATP, il primo titolo in carriera e la prima finale Slam proprio sul mattone tritato. Nel caso dell’iberico parliamo di Bucarest (2002, prima finale e titolo) e del Roland Garros 2013, mentre per lo scandinavo si tratta di Houston (prima finale, 2019), Buenos Aires (primo titolo, 2020) e ovviamente il Roland Garros di quest’anno.

Ciononostante, nessuno dei due ha fatto fatica ad adattarsi anche al cemento in tempi brevi (con il classe 1982 capace anche poi di vincere, più tardi, il Masters1000 di Parigi Bercy nel 2012). Nel 2007 lo spagnolo ha trionfato ad Auckland e a Tokyo, raggiungendo anche la finale alle ATP Finals di fine anno alla prima apparizione assoluta. Un discorso molto simile si può fare anche per Ruud, capace di imporsi lo scorso anno a San Diego – unico torneo vinto sul cemento dei nove conquistati finora – e di compiere un vero e proprio exploit in questa stagione, approdando in finale a Miami, allo US Open e alle Finals.

In queste occasioni il norvegese si è fermato soltanto di fronte ad Alcaraz (due volte) e Djokovic. Prendendo in considerazione anche la finale (stra)persa al Roland Garros contro Nadal, risulta evidente come tre indizi facciano una prova. Esattamente come molto spesso accadeva a Ferrer, anche Ruud ha finora mostrato diverse difficoltà a battere i fuoriclasse. Contro i tre giocatori più forti della sua epoca (e non solo della sua), Ferru non è mai riuscito ad imporsi in finale. Addirittura, contro Alcaraz, Nadal e Djokovic, il 23enne norvegese non ha mai vinto un match nei nove confronti diretti totali.

Lungi dall’essere feroci critiche, le constatazioni di cui sopra evidenziano in maniera lampante una forbice forse nemmeno troppo netta tra Ferrer e i big3, ma spiegano bene la differenza tra il perché quei tre abbiano vinto 63 Major e il buon Ferru nessuno. Questo non vale soltanto per lui – beninteso – ma anche per qualunque altro “umano” paragonato ad uno dei tre dei del tennis. È inevitabile che il confronto non regga. Ciononostante, in una coinvolgente intervista concessa ad Ubitennis ad inizio anno, l’iberico si è detto entusiasta di aver potuto giocare nella stessa epoca di Roger, Rafa e Nole, anche se inevitabilmente la scena è stata catalizzata sempre o quasi da loro.

Se Casper Ruud seguirà le sue orme anche sotto questo aspetto non è dato saperlo, anche perché la giovane età del numero 3 del ranking – che a settembre era ad un solo match dal n°1 – unita ad una carta d’identità sempre più pesante per gli ultimi due moschettieri rimasti, prospetta una carriera certamente diversa da quella dello spagnolo. Differente, quantomeno, nella (im)possibilità di incontrare i big3 in fondo ai tornei più importanti. Situazione che Ferrer, al contrario, non ha mai potuto evitare.

Nella stessa intervista di cui sopra, il 40enne spagnolo ha voluto giustamente sottolineare come l’esser riuscito a raggiungere il n°3 ATP in quell’epoca fosse un enorme motivo d’orgoglio. Oggi – aggiungo io – per quanto incredibile rimanga il traguardo della la top3 per un giocatore, in termini di difficoltà e costanza di rendimento lo sforzo che sarebbe stato richiesto fino a 4/5 anni fa sarà inevitabilmente un pochino meno estremo. Ma non per questo varrà di meno.

Nel tennis, come nella vita, non si può far altro che guardare avanti. Anche le leggende prima o poi passano e fanno il loro corso, perché l’unica cosa che alla fine resta è l’essenza pura e vera di questo sport meraviglioso. Un’essenza che alcuni tennisti incarnano, fanno propria e lasciano evaporare solamente a fine carriera, consapevoli di aver dato tutto ciò che si poteva dare. David Ferrer è un uomo, prima ancora che un tennista, che perfettamente rientra in questa descrizione: lo ha fatto per tutta la sua carriera.

Al termine di una stagione simile, tuttavia, sembra que questa essenza si sia nuovamente reincarnata in Casper Ruud. Che di Ferrer ha quasi tutto, tranne la possibilità di affrontare 70 volte i tre tennisti più forti di sempre. Ma non è detto che, per lui, questa sia necessariamente una cattiva notizia.

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