Mercoledì da leoni: Carretero e Portas ad Amburgo

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Mercoledì da leoni: Carretero e Portas ad Amburgo

Torna la rubrica sulle imprese più o meno grandi compiute da tennisti non troppo noti. Oggi siamo ad Amburgo in due edizioni distanti tra loro un lustro (1996-2001) per raccontare il curioso slalom parallelo di due spagnoli che hanno tagliato un traguardo storico (e unico)

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Questa volta i leoni sono due. Connazionali di opposte sponde di fede calcistica nel “Clasico” ma accomunati nella (spesso) cattiva e (per una sola volta) buona sorte, Roberto Carretero e Albert Portas stanno al tennis come l’Oriali di Ligabue sta al football. La loro infatti è stata una vita da mediani “a recuperar palloni” e “lavorare sui polmoni”, da “chi segna sempre poco” (pochissimo, praticamente mai come vedrete) e “si brucia presto, perché quando hai dato troppo devi andare e fare posto”. Eh sì, se Ligabue fosse stato spagnolo e appassionato di tennis, forse i suoi mediani sarebbero stati proprio Roberto e Albert. Tuttavia, ogni vita anonima (si fa per dire) e apparentemente grigia ha il suo squarcio di sole, la lama di luce che fende il buio e rischiara la tristezza, il calice che raccoglie ogni goccia di sudore per dissetarti nel giorno della gloria.

Il luogo del doppio misfatto iberico è il medesimo: Amburgo. Lassù, dove Alster e Bille terminano la loro corsa nell’Elba, al confine tra la Bassa Sassonia e lo Schleswig-Holstein, nella fredda Germania settentrionale. Il Rothenbaum ospita tennis di prima qualità fin dal secolo scorso (la prima edizione del torneo risale nientemeno che al 1892) e dal 1990 gli Internazionali di Germania fanno parte del circuito attualmente denominato “Masters 1000”. Nel 1996 però, Amburgo è un “Super 9” (cambia solo il nome) e la sua collocazione nel calendario è subito dopo Monaco di Baviera e prima di Roma, di cui soffre non poco la concorrenza. Pur vantando una tradizione di tutto rispetto, Amburgo ha una location decisamente meno suggestiva rispetto al Foro Italico e l’ipotesi di disputare consecutivamente due tornei così importanti in prossimità del Roland Garros agisce, per qualcuno, da deterrente. Così ad Amburgo ci sono i tedeschi, i soliti “terraioli” (categoria sempre più in via d’estinzione ma ancora fortemente radicata nel circuito) mentre dei quattro statunitensi Top-10 (di cui tre sono ai primi quattro posti del ranking) nemmeno l’ombra; doveva esserci Agassi, il cui forfait all’ultimo momento non ha sorpreso nessuno e fatto arrabbiare gli organizzatori.

Ci sono però gli spagnoli, vecchi e nuovi, che spuntano come funghi a cercare di mettere i bastoni tra le ruote al n°1 Boris Becker (ancora alla ricerca disperata del primo titolo sul rosso in carriera), seguito nell’ordine da Ivanisevic, Kafelnikov, Ferreira, Rios e Bruguera. Andrei Medvedev, che ha vinto le ultime due edizioni al Rothenbaum, è l’undicesima testa di serie. Tra i qualificati, il nome di Roberto Carretero spunta sugli altri in virtù del suo passato a livello juniores. Nel 1993, Carretero ha vinto al Roland Garros battendo Rios in semifinale e il connazionale Albert Costa in finale. Ora, non dovrò certo dirvi io quanto siano deformanti e illusori, il più delle volte, gli specchi dei tornei giovanili; tuttavia, gli stessi hanno il potere di dare a chi li vince sempre un pizzico in più di credito. Almeno per qualche anno. Ma il credito di Roberto Carretero è finito da un pezzo. Il suo impatto con il tennis degli adulti è stato infatti a dir poco traumatico. Il record del ventenne nato a Madrid (ma di stanza a Barcellona) nel circuito maggiore è insignificante quanto la sua classifica che lo vede collocato al n°143 del ranking ATP. In 17 apparizioni in un tabellone principale, Roberto ha rimediato appena 10 vittorie, oltre la metà delle quali nel torneo di “casa” al Conde de Godò, che per lui ha sempre un occhio di riguardo e gli riserva una wild-card.

 

Eppure, se si giocasse sempre in Catalogna, Carretero sarebbe almeno tra i primi venti; nel ’94 batte Kafelnikov, l’anno successivo Krajicek, quello dopo ancora Novak. Lontano però dalle guglie ardite della Sagrada Familia, sono dolori. Mai un titolo, qualche buon challenger e alcune qualificazioni, tra cui quella ottenuta proprio un anno fa qui ad Amburgo e sfociata nella sconfitta di misura al primo turno contro il ceco Daniel Vacek. Roberto si ripete. Nei tre turni preliminari, indispensabili per approdare tra i 64 che si giocheranno il titolo, lo spagnolo regola dapprima l’austriaco Horst Skoff, ex Top-20 reduce da lunga inattività e costretto a ripartire dai futures per trovare confidenza con il clima agonistico. Carretero vince 6-1 al terzo mentre ha vita assai più comoda contro il peruviano Venero-Montes e l’altro austriaco Wiltschnig.

Al debutto nel main-draw, oltre la rete c’è il tennista con cui ha perso più partite nel circuito: il connazionale Jordi Arrese l’ha già sconfitto a Barcellona, Montecarlo e Palermo e gli ha concesso in tutto un set. Sia pur specialista del rosso, Roberto ha un tennis brillante e propositivo, fatto di palle corte e difesa quando occorre, sfruttando quelle gambe corte ma veloci, forse più adatte al calcio. I due lottano su ogni punto e la conclusione al tie-break del terzo set potrebbe già suonare positiva per Carretero ma il madrileno per una volta si ribella al destino avverso e domina il gioco decisivo per 7 punti a 2. Il secondo turno gli propone l’unico americano in tabellone. MaliVai Washington è un giocatore elegante, dentro e fuori il campo, e, a dispetto di chi lo ricorda (giustamente) come uomo dei prati per via della sua finale a Wimbledon – che coglierà un paio di mesi più tardi non senza sorpresa – in realtà il suo record sulla terra è di tutto rispetto e la vittoria in due set sul mancino Clavet ne è ulteriore dimostrazione. Di recente Washington ha vinto, sempre sulla terra, il Bermuda Open e l’ha fatto, caso rarissimo nella storia del circuito maggiore, affrontando solo avversari posizionati oltre il n°100 del ranking. Ad Amburgo però Carretero è nella quarta dimensione e ciò che fino a un attimo prima sembrava impossibile in quello dopo diventa realtà. MaliVai rimedia un gioco (6-1, 6-0) e non tanto meglio di lui riuscirà a fare il francese Arnaud Boetsch negli ottavi.

Sembra proprio che la lunga attesa sia terminata e la Spagna possa aggiungere un posto al suo ricco e sostanzioso tavolo di specialisti del rosso. Nei quarti, Carretero trova il terzo austriaco del suo torneo. Gilbert Schaller è stato a qualche centimetro dall’eliminazione per mano del russo Olhovskiy prima di frustrare l’ennesimo tentativo da parte di Boris Becker (n°1 del torneo) di colmare la lacuna in fatto di titoli conquistati sul rosso. “Bum Bum” si lamenta delle pessime condizioni atmosferiche – e in questa ottica gli organizzatori hanno già fatto sapere che dall’anno prossimo ci sarà una copertura mobile sul centrale del Rothenbaum – ma queste da sole non possono giustificare il doppio 2-6 che gli rifila Schaller, un tipo che prima di questo incontro aveva un record di 4-10 nei confronti dei top-10 ma l’anno precedente aveva eliminato al primo turno del Roland Garros nientemeno che Pete Sampras. Schaller è un osso duro, va avanti di un set ma alla lunga le accelerazioni di Carretero scavano il solco e la rimonta viene completata: 4-6, 6-4, 6-4. Sono, queste, vittorie che danno incredibili iniezioni di fiducia e pesano sulle prestazioni future. A livello di semifinale il buon Roberto non è più un segreto per nessuno ma, con l’aumentare della posta in palio, aumenta in proporzione il carico di responsabilità e se c’è un “colpo” nel quale il madrileno è carente è proprio quello riferito alla tenuta mentale. Poi, diciamolo francamente, per uno come lui uscire alla penultima tappa in un torneo così importante può già rappresentare motivo di festa per le settimane a venire.

L’unico fattore positivo nel trovarsi di fronte Yevgeny Kafelnikov è rappresentato dall’unico precedente che, come ricordavamo prima, lo ha visto uscire vittorioso a Barcellona due anni fa. In quel tempo il russo era ancora ai piedi della scala nobiliare che l’avrebbe fatto diventare principe di Sochi ma adesso le cose sono cambiate. Kafelnikov è testa di serie numero 3 ed è entrato in tabellone con un bye prima di battere l’italiano Pescosolido e due spagnoli, Carlos Moya e Sergi Bruguera. Bravo anche nell’uso del fioretto, contro il russo Carretero preferisce la sciabola e i suoi dritti terrificanti non trovano adeguata opposizione nel rovescio di Kafelnikov a cui, per sua stessa ammissione, talvolta si piegano le braccia. Dopo un primo parziale incerto, lo spagnolo dilaga nel secondo (7-5, 6-2) con il pubblico di Amburgo che ormai l’ha adottato ufficialmente. Del resto, il comportamento in campo dell’iberico, tra un soliloquio e uno sguardo al coach Ricardo Sanchez, vale da solo il prezzo del biglietto e gli ingredienti per alimentare l’adattamento tennistico della favola di Cenerentola ci sono tutti.

Lo scoccare dell’ora fatale, quella mezzanotte in cui Roberto deve lasciare il ballo prima che la scintillante carrozza si trasformi in una zucca e i cavalli bianchi in topolini, lo vede contrapposto a un amico sincero: Corretja. Anche Alex è un outsider. Di un anno e qualche mese più anziano di Carretero, Corretja sta ponendo le basi di una carriera che lo porterà a diventare n°2 del mondo (1999) e vincere il torneo più importante sul duro (ATP Finals), in antitesi a chi lo vorrebbe solo un pedalatore da campi lenti. Corretja è emerso dalla parte bassa del tabellone e nella sua corsa ha eliminato due teste di serie: il connazionale Albert Costa al secondo turno e il geniale ma incostante Marcelo Rios in semifinale. Se Carretero sembra su una nuvola, Corretja potrebbe addirittura essere sull’arcobaleno. In cinque incontri non ha ceduto nemmeno un set e appena 30 giochi; è lui il favorito per il titolo tedesco, come peraltro sembra ribadire l’ingresso nel match. Alex incamera il primo parziale 6-2 ma la lunga distanza consente al suo avversario di aggiustare il mirino e divenire sempre più invadente con il passare dei giochi. Il repertorio di Carretero è talmente completo da rendere incredibili le sue povere statistiche e quando anche i crampi arrivano per guastargli la festa (sul 3-0 del quarto set) tutto congiura contro la sua impresa. Ma stavolta, e per una sola volta, la mezzanotte tarda ad arrivare e l’ultimo smash manda Roberto in paradiso. Mentre Carretero corre verso Sanchez, Corretja corre verso di lui per stringerlo in un abbraccio commosso. Gli spagnoli sono fatti così (non tutti eh, sia chiaro), a loro non manca certo lo spirito di appartenenza e Alex, come sempre estremamente corretto e umano, si complimenta con il connazionale per il trionfo: 2-6, 6-4, 6-4, 6-4 lo score che suggella una delle più incredibili vicende nella storia recente del tennis.

Naturalmente, Amburgo non può che essere il trampolino di lancio per Roberto Carretero. Lo credono tutti. E tutti vengono clamorosamente smentiti dal resto della sua carriera, se possibile ancora più povera della precedente. Balzato al n°58 del ranking, Roberto dovrà attendere un anno per tornare a vincere una partita intera nel circuito maggiore (perché l’altra, agli US Open, non è finita a causa del ritiro di Burillo). Avviene di nuovo ad Amburgo, in cui il nostro arriva da n°84 e ne esce ben 250 posizioni più in basso. In mezzo, 18 sconfitte in ogni parte del mondo. Chiuderà la carriera a Gran Canaria, nel novembre 2001, sconfitto al terzo turno da Ivan Navarro in un Futures. In quello stesso 2001, Amburgo ci ricasca. Di nuovo uno spagnolo, di nuovo un qualificato. Le analogie, però, finiscono qui. Per ora. Eh sì perché Albert Portas non è proprio sconosciutissimo al pubblico del grande tennis. Il catalano DOC arriva a Madrid con il pettorale n°42 ma al momento di compilare l’entry-list è indietro quel tanto che lo costringe alle qualificazioni. Cinque anni prima, mentre Carretero iniziava il suo personale percorso della luce, Albert non è poi così lontano dal connazionale nel ranking ATP ma preferisce frequentare i challenger e a Dresda perde al secondo turno dallo svedese Nydhal. Portas farà il suo ingresso trionfale nella Top-100 il 21 aprile 1997, giorno in cui il suo exploit al Conde de Godò (arriva in finale partendo dalle qualificazioni e battendo tra gli altri Kuerten, Rios e Berasategui) viene tramutato, in punti, nella scalata di ben 51 posizioni.

Portas non è una meteora. Nelle settimane successive a Praga vince il challenger, si qualifica per il main-draw del torneo ATP dove supera due turni e ripete il tutto anche al Roland Garros. In ottobre è n°31 e il futuro pare sorridergli ma, come spesso succede, il successo ha un prezzo e dieci mesi più tardi Albert è ben oltre i cento, conseguenza di una sequela pressoché ininterrotta di sconfitte. Si riprende quasi subito ma la sua predilezione per la terra rossa lo costringe ad andare a cercare punti anche nei challenger e quindi ad una programmazione che lo tiene costantemente a cavallo della cinquantesima posizione mondiale. Senza infamia né lode. Peraltro, con il suo tennis non può fare diversamente. Pur replicando le caratteristiche tipiche dei giocatori del suo paese, i suoi colpi non sono proprio la quintessenza dell’eleganza. Ma Albert ha l’asso nella manica: il drop-shot. Di lui Lleyton Hewitt, sconfitto in semifinale, dirà: “Sai che ti farà la palla corta e quindi te l’aspetti ma non serve a nulla perché il più delle volte è talmente ben eseguita che non riesci a raggiungerla!”.

I due turni di qualificazione passano lisci come l’olio: il tedesco Vinck rimedia tre giochi, Zabaleta uno in più prima di ritirarsi nel secondo set. Anche l’ingresso nel main-draw è tutt’altro che impossibile; il bielorusso Vladimir Voltchkov è n°31 al mondo ma sulla terra non vale la sua classifica e infatti perde 6-1, 6-3. Al secondo turno però iniziano i guai perché lo svedese Magnus Norman, sia pur in calo di risultati, nel 2000 ha vinto a Roma ed è giunto in finale a Parigi. Sono due tie-break combattuti a promuovere Portas agli ottavi in cui ad attenderlo c’è il francese Grosjean. Il marsigliese, n°11 ATP, non ama troppo la terra però è un osso duro. Dopo due set in equilibrio, nel terzo Sebastien è stremato e Portas chiude 6-2. La fiducia accumulata giorno dopo giorno si evidenzia nei quarti, in cui Portas trova il quasi omonimo connazionale Alberto Martin. In tabellone come lucky-loser al posto dell’indisponibile Popp, Martin ha perso al secondo turno delle qualificazioni con l’argentino Calleri ma è reduce dalla vittoria a Maiorca e qui in Germania ha annichilito il tre volte campione del torneo Andrei Medvedev, il connazionale Alex Calatrava e l’estroso mancino marocchino Hicham Arazi. Potrebbe esserci partita invece di Martin resta solo il loser, senza lucky: 6-3, 6-2.

Come succede ogni volta, la favola del carneade dopo qualche giorno non regge più e alla soglia delle semifinali Albert Portas non è più uno sconosciuto. Lo sa bene Lleyton Hewitt, attuale n°7 del mondo e in procinto di salire sul trono, risultato che arriverà a fine stagione. Hewitt non ama la terra ma nel suo quarto di tabellone le altre teste di serie si sono praticamente suicidate lasciandolo solo a vedersela con under dog del calibro di Di Pasquale, Vicente, Ilie e Squillari. Rusty smarrisce un set ma fa valere il peso della sua regolarità e affronta Portas in semifinale da favorito. Vinto il primo set, Hewitt non si ripete nel secondo, patisce i drop di Portas e si fa brekkare all’inizio del terzo, che è anche l’inizio della fine per lui. “Oggi ho giocato davvero bene e mi sento in grande fiducia ma so che domani sarà un’altra storia” afferma Albert.

Già, domani. L’altro finalista è Juan Carlos Ferrero, n°6 del mondo e in lizza con Gustavo Kuerten per la palma di migliore di tutti sulla terra. “Mosquito” ha appena battuto il brasiliano nella finale di Roma e vorrebbe diventare il sesto giocatore nella storia capace di aggiudicarsi nello stesso anno sia gli internazionali d’Italia che quelli di Germania. Prima di lui ci sono riusciti Drobny, Hoad, Laver, Mulligan e il connazionale Orantes. Come se non bastassero i precedenti (2-0 Ferrero di cui l’ultimo piuttosto recente, nella semifinale di Estoril) e il divario in classifica, la lunga distanza su cui è prevista la finale dilata il favore del pronostico verso Juan Carlos. Ma Portas pensa che, perché no?, se ce l’ha fatta Carretero cinque anni prima, perché non dovrebbe farcela pure lui? Come con Hewitt, Albert è sempre in rincorsa ma nemmeno il terzo set perso 6-0 ha il potere di scoraggiarlo. Vinto al tie-break il quarto, Portas resta incollato alla partita fino al dodicesimo gioco del quinto parziale. Tra il pubblico, a gustarsi lo spettacolo, c’è la campionessa di nuoto Franziska Van Almsick. Ferrero potrebbe rifugiarsi nel tie-break ma Portas annulla due occasioni, una delle quali con un dritto anomalo che resta in campo di un soffio. Al secondo match-point Ferrero mette lungo un rovescio e per Albert Portas è il momento di stendersi sulla terra del Rothenbaum, sconsacrata per la seconda volta in un lustro.

Come Carretero, anche per Portas Amburgo sarà il primo e ultimo titolo in carriera. L’anno dopo, ad Amburgo, racimolerà sei giochi con Bjorn Phau e la costante discesa nel ranking lo costringerà a cercare punti e fortuna nei challenger. Nella finale di uno di questi (Barletta 2003) avrà la (s)fortuna di battezzare con la prima vittoria la carriera di un connazionale che diventerà abbastanza famoso per il suo rendimento sulla terra rossa: Rafael Nadal.

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Lo Slam racconta: Australian Open 1953, la grande vittoria del piccolo maestro

Settant’anni fa, nel caldo torrido dell’estate australe, un piccolo uomo che non sbagliava mai entra nella storia del gioco. Non ne uscirà mai più

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Il maestro Caporali, il mio primo istruttore al TC Milano, ci prendeva a pallinate se non piegavamo abbastanza le gambe ma a fine lezione, davanti a una spuma fresca, si faceva perdonare raccontandoci la storia del tennis a puntate. La completezza di Tilden, la leggenda dei Moschettieri di Francia, la breve onnipotenza di Don Budge, l’imbattibilità di Power Jack Kramer e i grandi australiani. Li conosceva tutti e sapeva raccontare, il maestro Caporali. Per lui Ken Rosewall era il migliore di tutti.

Sarà stato il potere dell’imprinting o la mia fervida immaginazione di teenager, del resto eravamo alla fine degli anni ’70, ma quel nome secco e dolce come un grande vino o come uno qualsiasi dei suoi inimitabili rovesci non mi è più uscito dalla testa.

A quei tempi Ken impartiva ancora lezioni ai quattro angoli del mondo, capace ancora fra il ’76 e ’77 di battere Ilie Nastase e Vitas Gerulaitis. Nell’ultimo torneo disputato, il New South Wales Championships, raggiunse la finale a 47 anni. (Qui il direttore Scanagatta ne ha raccontato la storia e gli aneddoti, in occasione dell’86esimo compleanno).

 

Rosewall non fu mai un emotivo, in una carriera eterna nessuno può dire di averlo mai visto andare oltre una smorfia di disappunto e sempre per un suo errore, mai per una decisione dubbia dell’arbitro. A fine viaggio ci piace però pensare che dietro quella scorza indurita dal tempo la sua mente sia volata per un istante a quel magico 1953…

Kenneth Robert Rosewall nacque il 2 novembre 1934 a Sydney, due settimane prima di Lewis Hoad che sarà sempre considerato il suo gemello. Solo anagraficamente però, perché sotto ogni altro aspetto i due furono opposti. In campo Lew era un carro armato che faceva i buchi per terra mentre Ken non superava il metro e settanta e piazzava i colpi su una moneta. Fuori dal campo il biondo Hoad “…era capace di bere tanto grog da irrigare il Nullarbor Plain (regione arida dell’Australia meridionale), Ken non si ubriacò mai”.

Ubaldo Scanagatta insieme a Ken Rosewall (a destra), 8 titoli Slam, e Frank Sedgman (a sinistra), 5 titoli Slam, tutti e 3 indossano la cravatta dell’International Club

Rosewall strinse per la prima volta il manico in cuoio di una racchetta da tennis all’età di tre anni e non ha mollato più la presa, la sua è la storia di un predestinato.

Il padre sega il manico di una racchetta per permettergli di utilizzarla e lo imposta da destrorso nonostante lui sia un mancino naturale. L’apprendistato assume subito un carattere militaresco: sveglia alle quattro del mattino, tre ore prima della scuola e altrettante dopo. Il resto della giornata contro il muro della drogheria di famiglia. I passeggeri della linea bus 57 di Sydney vedono ogni giorno quel piccoletto nero di capelli e olivastro di carnagione palleggiare. Non sbaglia mai.

Tecnicamente non aveva punti deboli eccetto il servizio, che migliorerà costantemente in precisione e profondità per tutta la carriera. Il rovescio invece appartiene di diritto al MoMa di New York. Sì, perché quelle traiettorie secche e abbacinanti, colpite con il piatto corde lievemente aperto, appartengono per acclamazione alla migliore arte moderna del nostro secolo. Un taglio di Fontana sulla tela verde di un campo da tennis.

Si crede erroneamente che all’epoca in Australia si giocasse solo su erba ma in realtà era così solo nei grandi e costosi club privati. Per questo motivo Rosewall, formatosi sui campi in terra comunali, acquisì inizialmente un totale controllo dei colpi di rimbalzo avvicinandosi solo in un secondo momento alla rete. E lo fece così bene da comporre col gemello Hoad una delle coppie più forti di tutti i tempi. Nel 1952 i due diciassettenni giocarono un ottavo di finale epico a Wimbledon contro gli statunitensi Savitt-Mulloy, freschi finalisti di Parigi.

Cinque set di battaglia incruenta, con migliaia di corpi che man mano si affastellavano sugli spalti per assistere al prodigio. I gemelli stregoni inchiodano ai corridoi gli avversari con risposte millimetriche, fuggono avanti e vincono al quinto sopravvivendo a un match point prima del 7-5 finale sottolineato da un ruggito liberatorio del solitamente freddo pubblico d’Albione. Più di un cronista racconta lo sguardo allibito degli yankee per gli angoli impossibili trovati da Ken o le risposte d’incontro di Lew su prime di servizio cannonball.

L’anno seguente Rosewall diventa grande

Lo Slam di inizio anno si gioca sull’erba del Kooyong Stadium, periferia di Melbourne, in quelli che gli aussies chiamano i “ centuries days” con riferimento alla temperatura media di 100 gradi fahrenheit. Sono quasi 38 gradi nostri…

Parliamo di tempi lontani, le tratte aeree si stavano ancora affermando e il viaggio in nave portava via settimane. Nella sua traversata inaugurale per il Grande Slam 1938 Don Budge per ammazzare il tempo si era portato il grammofono e la sua intera collezione di dischi jazz. Per conseguenza i partecipanti al torneo erano in maggioranza australiani ma fra le teste di serie di sett’ant’anni or sono troviamo un discreto pezzo di storia del tennis.

Lewis Hoad, a detta di Kramer e Gonzales – non i primi due che passano per strada – nei giorni di vena era inarrivabile per chiunque; Vic Seixas trionferà a Wimbledon solo pochi mesi dopo e Mervyn Rose sarà un campione Slam sia in singolo che in doppio. C’era anche il nostro Fausto Gardini, che non si spaventava davanti a nulla, figuriamoci giocare in un forno dall’altra parte del mondo.

Il piccolo maestro li mise in fila tutti.

Rosewall gioca un torneo magistrale dal primo momento. Calmo e concentrato, velocissimo e letale arriva alla semifinale contro Seixas perdendo un solo set. Lo statunitense va per i trent’anni ed è classificato al tempo fra i primi tre del mondo ma sta per incontrare la sua nemesi: non lo batterà mai. Ricordate la geniale dichiarazione di Vitas Gerulaitis al termine della vittoria contro Connors al Masters 1979?

“E che serva di lezione a tutti. Nessuno batte Vitas Gerulaitis 17 volte di fila”. Un capolavoro di autoironia degno del miglior Woody Allen.

Lo statunitense è un net-rusher, conquista la rete e la difende con le unghie. Ken lo sa bene, ha iniziato a batterlo l’anno precedente ai campionati americani e non smette certo ora. Serve a Seixas una serie infinita di lob perfetti che cadono mezza spanna prima della linea di fondo alternati a cross corti anticipati che mandano subito in tilt il piano gara dell’avversario. Il terzo set è un’altalena decisiva, i due si scambiano il comando con un break di vantaggio ma alla fine si arriva sul 5 pari. I grandissimi decollano quando conta e improvvisamente Ken, con astuzia volpina, smette di lobbare. Si è accorto che l’altro se li aspetta e ha una posizione più staccata da rete, così in quel fatidico undicesimo gioco lo passa tre volte con cortissimi cross prendendosi il suo servizio e il set.

Il quarto è una formalità, Rosewall vola 5-2, paga un attimo di emozione e chiude 6-4 con il suo segno distintivo, una rasoiata rovescia down the line che alza una nuvoletta di gesso all’incrocio delle righe. Dall’altra parte del tabellone Il gemello Hoad, l’unico che avrebbe realmente potuto battere il Ken di quei giorni, paga uno dei suoi celebri momenti di assenza mentale perdendo presto contro il connazionale Wilderspin in tre set secchi, dopo essere stato in vantaggio 5-1 nel primo e 3-1 nel terzo. Del resto Rex Bellamy, corrispondente per The Times negli anni ’60, aveva perfettamente centrato il punto sulla fondamentale differenza fra i gemelli australiani.

“Lew – scrisse – appariva spesso distratto nei momenti importanti mentre Ken trattava ogni punto come se fosse un match point. Giocava come se un errore non forzato fosse punibile con la morte…”.

E venne il giorno

L’avversario di Ken in finale è il connazionale mancino Mervyn Rose, sopravvissuto a due battaglie sfiancanti nei quarti e in semi contro Richardson e Ayre. Forse per questo l’atto decisivo del torneo si risolve in una marcia trionfale per il nostro, che vince i primi nove giochi consecutivi e chiude 6-0, 6-3, 6-4.

A detta di chi vide l’incontro Rose giocò molto al di sotto delle sue possibilità ma il genio tattico del ragazzo fu ancora una volta decisivo. A sorpresa Ken si trasforma in attaccante, scende continuamente a rete dietro a profondissimi slice sul debole rovescio avversario e quando le parti si invertono fulmina Rose da entrambi i lati.

Poco dopo l’inizio è già finita. “Quel piccolo diavolo avrebbe infilato la pallina nella cruna di un ago oggi…”, dichiarò lo sconfitto amaramente. Errore. Lo avrebbe fatto per i ventisette anni seguenti…

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Roger Federer diventa un’opera d’arte: ecco l’installazione dell’artista Ugo Rondinone

Il campione svizzero sfida la gravità per il nuovo documentario “Portrait of a Champion”, basato sulla composizione dell’artista italo-svizzero Ugo Rondinone

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Roger Federer - Wimbledon 2021 (credit AELTC/Simon Bruty)

Dal ritorno alle passioni giovanili, rimaste per troppo tempo amori confinati nel dimenticatoio, passando per il glamour delle passerelle – in vista dei preparativi del Met Gala – e fino ad arrivare a raffigurare una fonte d’ispirazione per la propria canzone d’esordio; il passo è brevissimo per trasformarsi anche in un’opera d’arte sospeso nell’aria con l’unico aggancio rappresentato da un paio di funi (come riporta La Gazzetta dello Sport).

Davvero, Roger Federer da quando ha appeso la racchetta lo scorso settembre non si sta facendo mancare alcunché vivendo le più svariate esperienze. Dopo l’obbligatoria tappa alla settimana della moda parigina in occasione dell’Haute Couture, il campione svizzero è apparso nel trailer del documentario “Portrait of a Champion” – disponibile per la visione dal 31 gennaio – in cui racconta il percorso personale che lo ha accompagnato durante l’intero iter propedeutico alla realizzazione dell’istallazione: “Burn Shine Fly” dell’artista Ugo Rondinone.

L’IDEA DIETRO L’OPERA – Per dare vita ad una delle sette sculture realizzate dall’artista svizzero di origini italiane, ispiratosi per la creazione di quest’opera ai trapezisti poiché l’idea che voleva trasmettere attraverso questa serie di sculture era quella dell’effetto che viene prodotto quando si è in volo, Federer – il quale nel complesso artistico rappresenta il “Cloud Six“, ovvero la sesta parte della composizione – è stato appeso al soffitto con un’imbracatura in modo tale che il suo corpo potesse venire catturato in diverse pose mediante la tecnologia 3D, provvista di uno scanner ad alta rifinitura.

 

Il 41enne nativo di Basilea ha così dovuto trascorrere innumerevoli ore all’interno di uno stampo, apposito a ricreare una copia esatta del proprio corpo. Il medesimo procedimento è stato poi anche apportato per il viso del 20 volte campione Slam dopo averlo necessariamente ricoperto di silicone: “Penso che quando si hanno 41 anni e si è in viaggio da ben venti, avere l’opportunità di lavorare con qualcuno come Ugo è un qualcosa di entusiasmante perché ti porta completamente fuori dalla realtà per catapultarti in un altro mondo” – queste le parole di Roger, a commento della serata indetta per annunciare l’uscita ufficiale del documentario, per poi chiosare – “Forse è un mondo in cui non mi sento così a mio agio ma perché per me l’arte è nuova e ho per questo ancora tanto da imparare su di essa… L’arte è qualcosa che mi entusiasma davvero tanto e voglio saperne sempre di più poiché sono una persona molto curiosa della vita, e quindi di tutti i suoi aspetti“.

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Federer torna a sciare dopo 15 anni e Lindsey Vonn lo incoraggia

Su Instagram, Roger Federer documenta il ritorno alla pratica di una disciplina sportiva da sempre sua grande passione

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Roger Federer a Venezia (Twitter - @rogerfederer)
Roger Federer a Venezia (Twitter - @rogerfederer)

E’ bello tornare sulle piste dopo quindici anni“, con tanto di hashtag: nuovi inizi.

Nonostante l’intero mondo del tennis sia pienamente concentrato sul primo Slam dell’anno in quel di Melbourne, un post pubblicato su un account Instagram accompagnato dalla didascalia che fà da incipit al nostro articolo non poteva lasciare indifferenti gli appassionati della racchetta.

Questo perché il protagonista di tale condivisione via social è un’assoluta icona planetaria – ultimamente è stato annunciato che presiederà il Met Gala in compagnia di Penelope Cruz e Dua Lipa che è stata in grado di sconvolgere e segnare il mappamondo tennistico come nessuno prima di lui, ovviamente stiamo parlando di Roger Federer.

 

Il campionissimo svizzero, pur avendo oramai posto fine alla propria carriera da diversi mesi, fa – e farà – sempre notizia. Così come, allo stesso modo, è inconfutabile la seguente tesi: la passione che avverte per lo sport, il 20 volte vincitore di un Major travalica i confini della disciplina che lo ha visto regnare per quasi un ventennio.

Una profonda ammirazione per il gioco, qualsiasi esso sia, che è facilmente riscontrabile nelle antiche passioni del 41enne di Basilea. Infatti dopo averlo visto a Dubai con il suo ex coach e grande amico Severin Luthi cimentarsi nella disciplina più in voga degli ultimi anni, il padel, (per i puritani del nostro sport, questo avvenimento è stato raccapricciante oltre che un atto barbaro all’eleganza tennistica che Roger rappresenta), è ritornato a praticare uno dei suoi primissimi amori: lo sci.

Federer fin da giovanissimo ha frequentato le piste da scii, prima di optare definitivamente per il tennis. Purtroppo però, anche e soprattutto a causa del grave infortunio che subì alla schiena dovette interrompere questo suo hobby e rinunciarvi per un lasso di tempo davvero lungo. Finalmente però ora, appesa la racchetta, può ricominciare da dove aveva lasciato pur comunque dovendolo fare gradualmente. Dopo le operazioni al ginocchio, difatti, almeno per il momento non può sciare sui percorsi più articolati e complessi poiché le sollecitazioni alle articolazioni a cui andrebbe incontro sarebbero ancora troppo pesanti da sopportare senza rischiare un nuovo infortunio. Non a caso poco dopo il ritiro dichiarò: “Ho un pò di paura nel praticare altri sport, perché il mio ginocchio non sta ancora benissimo“.

Il processo per tornare a sciare a pieno regime è dunque ancora lungo, tuttavia alcuni commenti al suo post potrebbero averlo ulteriormente motivato in questa sua personale sfida. Due leggende dello scii alpino del calibro della statunitense Lindsey Vonn e del connazionale Beat Feuz – entrambi ori olimpici nella discesa libera, la prima a Vancouver 2010 mentre il secondo a Pechino 2022 – gli hanno dedicato questi messaggi di sprono: “Dai Roger, è come guidare la bicicletta“, “C’è un posto disponibile nel tuo team?“.

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