Mercoledì da leoni: Carretero e Portas ad Amburgo

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Mercoledì da leoni: Carretero e Portas ad Amburgo

Torna la rubrica sulle imprese più o meno grandi compiute da tennisti non troppo noti. Oggi siamo ad Amburgo in due edizioni distanti tra loro un lustro (1996-2001) per raccontare il curioso slalom parallelo di due spagnoli che hanno tagliato un traguardo storico (e unico)

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Questa volta i leoni sono due. Connazionali di opposte sponde di fede calcistica nel “Clasico” ma accomunati nella (spesso) cattiva e (per una sola volta) buona sorte, Roberto Carretero e Albert Portas stanno al tennis come l’Oriali di Ligabue sta al football. La loro infatti è stata una vita da mediani “a recuperar palloni” e “lavorare sui polmoni”, da “chi segna sempre poco” (pochissimo, praticamente mai come vedrete) e “si brucia presto, perché quando hai dato troppo devi andare e fare posto”. Eh sì, se Ligabue fosse stato spagnolo e appassionato di tennis, forse i suoi mediani sarebbero stati proprio Roberto e Albert. Tuttavia, ogni vita anonima (si fa per dire) e apparentemente grigia ha il suo squarcio di sole, la lama di luce che fende il buio e rischiara la tristezza, il calice che raccoglie ogni goccia di sudore per dissetarti nel giorno della gloria.

Il luogo del doppio misfatto iberico è il medesimo: Amburgo. Lassù, dove Alster e Bille terminano la loro corsa nell’Elba, al confine tra la Bassa Sassonia e lo Schleswig-Holstein, nella fredda Germania settentrionale. Il Rothenbaum ospita tennis di prima qualità fin dal secolo scorso (la prima edizione del torneo risale nientemeno che al 1892) e dal 1990 gli Internazionali di Germania fanno parte del circuito attualmente denominato “Masters 1000”. Nel 1996 però, Amburgo è un “Super 9” (cambia solo il nome) e la sua collocazione nel calendario è subito dopo Monaco di Baviera e prima di Roma, di cui soffre non poco la concorrenza. Pur vantando una tradizione di tutto rispetto, Amburgo ha una location decisamente meno suggestiva rispetto al Foro Italico e l’ipotesi di disputare consecutivamente due tornei così importanti in prossimità del Roland Garros agisce, per qualcuno, da deterrente. Così ad Amburgo ci sono i tedeschi, i soliti “terraioli” (categoria sempre più in via d’estinzione ma ancora fortemente radicata nel circuito) mentre dei quattro statunitensi Top-10 (di cui tre sono ai primi quattro posti del ranking) nemmeno l’ombra; doveva esserci Agassi, il cui forfait all’ultimo momento non ha sorpreso nessuno e fatto arrabbiare gli organizzatori.

Ci sono però gli spagnoli, vecchi e nuovi, che spuntano come funghi a cercare di mettere i bastoni tra le ruote al n°1 Boris Becker (ancora alla ricerca disperata del primo titolo sul rosso in carriera), seguito nell’ordine da Ivanisevic, Kafelnikov, Ferreira, Rios e Bruguera. Andrei Medvedev, che ha vinto le ultime due edizioni al Rothenbaum, è l’undicesima testa di serie. Tra i qualificati, il nome di Roberto Carretero spunta sugli altri in virtù del suo passato a livello juniores. Nel 1993, Carretero ha vinto al Roland Garros battendo Rios in semifinale e il connazionale Albert Costa in finale. Ora, non dovrò certo dirvi io quanto siano deformanti e illusori, il più delle volte, gli specchi dei tornei giovanili; tuttavia, gli stessi hanno il potere di dare a chi li vince sempre un pizzico in più di credito. Almeno per qualche anno. Ma il credito di Roberto Carretero è finito da un pezzo. Il suo impatto con il tennis degli adulti è stato infatti a dir poco traumatico. Il record del ventenne nato a Madrid (ma di stanza a Barcellona) nel circuito maggiore è insignificante quanto la sua classifica che lo vede collocato al n°143 del ranking ATP. In 17 apparizioni in un tabellone principale, Roberto ha rimediato appena 10 vittorie, oltre la metà delle quali nel torneo di “casa” al Conde de Godò, che per lui ha sempre un occhio di riguardo e gli riserva una wild-card.

 

Eppure, se si giocasse sempre in Catalogna, Carretero sarebbe almeno tra i primi venti; nel ’94 batte Kafelnikov, l’anno successivo Krajicek, quello dopo ancora Novak. Lontano però dalle guglie ardite della Sagrada Familia, sono dolori. Mai un titolo, qualche buon challenger e alcune qualificazioni, tra cui quella ottenuta proprio un anno fa qui ad Amburgo e sfociata nella sconfitta di misura al primo turno contro il ceco Daniel Vacek. Roberto si ripete. Nei tre turni preliminari, indispensabili per approdare tra i 64 che si giocheranno il titolo, lo spagnolo regola dapprima l’austriaco Horst Skoff, ex Top-20 reduce da lunga inattività e costretto a ripartire dai futures per trovare confidenza con il clima agonistico. Carretero vince 6-1 al terzo mentre ha vita assai più comoda contro il peruviano Venero-Montes e l’altro austriaco Wiltschnig.

Al debutto nel main-draw, oltre la rete c’è il tennista con cui ha perso più partite nel circuito: il connazionale Jordi Arrese l’ha già sconfitto a Barcellona, Montecarlo e Palermo e gli ha concesso in tutto un set. Sia pur specialista del rosso, Roberto ha un tennis brillante e propositivo, fatto di palle corte e difesa quando occorre, sfruttando quelle gambe corte ma veloci, forse più adatte al calcio. I due lottano su ogni punto e la conclusione al tie-break del terzo set potrebbe già suonare positiva per Carretero ma il madrileno per una volta si ribella al destino avverso e domina il gioco decisivo per 7 punti a 2. Il secondo turno gli propone l’unico americano in tabellone. MaliVai Washington è un giocatore elegante, dentro e fuori il campo, e, a dispetto di chi lo ricorda (giustamente) come uomo dei prati per via della sua finale a Wimbledon – che coglierà un paio di mesi più tardi non senza sorpresa – in realtà il suo record sulla terra è di tutto rispetto e la vittoria in due set sul mancino Clavet ne è ulteriore dimostrazione. Di recente Washington ha vinto, sempre sulla terra, il Bermuda Open e l’ha fatto, caso rarissimo nella storia del circuito maggiore, affrontando solo avversari posizionati oltre il n°100 del ranking. Ad Amburgo però Carretero è nella quarta dimensione e ciò che fino a un attimo prima sembrava impossibile in quello dopo diventa realtà. MaliVai rimedia un gioco (6-1, 6-0) e non tanto meglio di lui riuscirà a fare il francese Arnaud Boetsch negli ottavi.

Sembra proprio che la lunga attesa sia terminata e la Spagna possa aggiungere un posto al suo ricco e sostanzioso tavolo di specialisti del rosso. Nei quarti, Carretero trova il terzo austriaco del suo torneo. Gilbert Schaller è stato a qualche centimetro dall’eliminazione per mano del russo Olhovskiy prima di frustrare l’ennesimo tentativo da parte di Boris Becker (n°1 del torneo) di colmare la lacuna in fatto di titoli conquistati sul rosso. “Bum Bum” si lamenta delle pessime condizioni atmosferiche – e in questa ottica gli organizzatori hanno già fatto sapere che dall’anno prossimo ci sarà una copertura mobile sul centrale del Rothenbaum – ma queste da sole non possono giustificare il doppio 2-6 che gli rifila Schaller, un tipo che prima di questo incontro aveva un record di 4-10 nei confronti dei top-10 ma l’anno precedente aveva eliminato al primo turno del Roland Garros nientemeno che Pete Sampras. Schaller è un osso duro, va avanti di un set ma alla lunga le accelerazioni di Carretero scavano il solco e la rimonta viene completata: 4-6, 6-4, 6-4. Sono, queste, vittorie che danno incredibili iniezioni di fiducia e pesano sulle prestazioni future. A livello di semifinale il buon Roberto non è più un segreto per nessuno ma, con l’aumentare della posta in palio, aumenta in proporzione il carico di responsabilità e se c’è un “colpo” nel quale il madrileno è carente è proprio quello riferito alla tenuta mentale. Poi, diciamolo francamente, per uno come lui uscire alla penultima tappa in un torneo così importante può già rappresentare motivo di festa per le settimane a venire.

L’unico fattore positivo nel trovarsi di fronte Yevgeny Kafelnikov è rappresentato dall’unico precedente che, come ricordavamo prima, lo ha visto uscire vittorioso a Barcellona due anni fa. In quel tempo il russo era ancora ai piedi della scala nobiliare che l’avrebbe fatto diventare principe di Sochi ma adesso le cose sono cambiate. Kafelnikov è testa di serie numero 3 ed è entrato in tabellone con un bye prima di battere l’italiano Pescosolido e due spagnoli, Carlos Moya e Sergi Bruguera. Bravo anche nell’uso del fioretto, contro il russo Carretero preferisce la sciabola e i suoi dritti terrificanti non trovano adeguata opposizione nel rovescio di Kafelnikov a cui, per sua stessa ammissione, talvolta si piegano le braccia. Dopo un primo parziale incerto, lo spagnolo dilaga nel secondo (7-5, 6-2) con il pubblico di Amburgo che ormai l’ha adottato ufficialmente. Del resto, il comportamento in campo dell’iberico, tra un soliloquio e uno sguardo al coach Ricardo Sanchez, vale da solo il prezzo del biglietto e gli ingredienti per alimentare l’adattamento tennistico della favola di Cenerentola ci sono tutti.

Lo scoccare dell’ora fatale, quella mezzanotte in cui Roberto deve lasciare il ballo prima che la scintillante carrozza si trasformi in una zucca e i cavalli bianchi in topolini, lo vede contrapposto a un amico sincero: Corretja. Anche Alex è un outsider. Di un anno e qualche mese più anziano di Carretero, Corretja sta ponendo le basi di una carriera che lo porterà a diventare n°2 del mondo (1999) e vincere il torneo più importante sul duro (ATP Finals), in antitesi a chi lo vorrebbe solo un pedalatore da campi lenti. Corretja è emerso dalla parte bassa del tabellone e nella sua corsa ha eliminato due teste di serie: il connazionale Albert Costa al secondo turno e il geniale ma incostante Marcelo Rios in semifinale. Se Carretero sembra su una nuvola, Corretja potrebbe addirittura essere sull’arcobaleno. In cinque incontri non ha ceduto nemmeno un set e appena 30 giochi; è lui il favorito per il titolo tedesco, come peraltro sembra ribadire l’ingresso nel match. Alex incamera il primo parziale 6-2 ma la lunga distanza consente al suo avversario di aggiustare il mirino e divenire sempre più invadente con il passare dei giochi. Il repertorio di Carretero è talmente completo da rendere incredibili le sue povere statistiche e quando anche i crampi arrivano per guastargli la festa (sul 3-0 del quarto set) tutto congiura contro la sua impresa. Ma stavolta, e per una sola volta, la mezzanotte tarda ad arrivare e l’ultimo smash manda Roberto in paradiso. Mentre Carretero corre verso Sanchez, Corretja corre verso di lui per stringerlo in un abbraccio commosso. Gli spagnoli sono fatti così (non tutti eh, sia chiaro), a loro non manca certo lo spirito di appartenenza e Alex, come sempre estremamente corretto e umano, si complimenta con il connazionale per il trionfo: 2-6, 6-4, 6-4, 6-4 lo score che suggella una delle più incredibili vicende nella storia recente del tennis.

Naturalmente, Amburgo non può che essere il trampolino di lancio per Roberto Carretero. Lo credono tutti. E tutti vengono clamorosamente smentiti dal resto della sua carriera, se possibile ancora più povera della precedente. Balzato al n°58 del ranking, Roberto dovrà attendere un anno per tornare a vincere una partita intera nel circuito maggiore (perché l’altra, agli US Open, non è finita a causa del ritiro di Burillo). Avviene di nuovo ad Amburgo, in cui il nostro arriva da n°84 e ne esce ben 250 posizioni più in basso. In mezzo, 18 sconfitte in ogni parte del mondo. Chiuderà la carriera a Gran Canaria, nel novembre 2001, sconfitto al terzo turno da Ivan Navarro in un Futures. In quello stesso 2001, Amburgo ci ricasca. Di nuovo uno spagnolo, di nuovo un qualificato. Le analogie, però, finiscono qui. Per ora. Eh sì perché Albert Portas non è proprio sconosciutissimo al pubblico del grande tennis. Il catalano DOC arriva a Madrid con il pettorale n°42 ma al momento di compilare l’entry-list è indietro quel tanto che lo costringe alle qualificazioni. Cinque anni prima, mentre Carretero iniziava il suo personale percorso della luce, Albert non è poi così lontano dal connazionale nel ranking ATP ma preferisce frequentare i challenger e a Dresda perde al secondo turno dallo svedese Nydhal. Portas farà il suo ingresso trionfale nella Top-100 il 21 aprile 1997, giorno in cui il suo exploit al Conde de Godò (arriva in finale partendo dalle qualificazioni e battendo tra gli altri Kuerten, Rios e Berasategui) viene tramutato, in punti, nella scalata di ben 51 posizioni.

Portas non è una meteora. Nelle settimane successive a Praga vince il challenger, si qualifica per il main-draw del torneo ATP dove supera due turni e ripete il tutto anche al Roland Garros. In ottobre è n°31 e il futuro pare sorridergli ma, come spesso succede, il successo ha un prezzo e dieci mesi più tardi Albert è ben oltre i cento, conseguenza di una sequela pressoché ininterrotta di sconfitte. Si riprende quasi subito ma la sua predilezione per la terra rossa lo costringe ad andare a cercare punti anche nei challenger e quindi ad una programmazione che lo tiene costantemente a cavallo della cinquantesima posizione mondiale. Senza infamia né lode. Peraltro, con il suo tennis non può fare diversamente. Pur replicando le caratteristiche tipiche dei giocatori del suo paese, i suoi colpi non sono proprio la quintessenza dell’eleganza. Ma Albert ha l’asso nella manica: il drop-shot. Di lui Lleyton Hewitt, sconfitto in semifinale, dirà: “Sai che ti farà la palla corta e quindi te l’aspetti ma non serve a nulla perché il più delle volte è talmente ben eseguita che non riesci a raggiungerla!”.

I due turni di qualificazione passano lisci come l’olio: il tedesco Vinck rimedia tre giochi, Zabaleta uno in più prima di ritirarsi nel secondo set. Anche l’ingresso nel main-draw è tutt’altro che impossibile; il bielorusso Vladimir Voltchkov è n°31 al mondo ma sulla terra non vale la sua classifica e infatti perde 6-1, 6-3. Al secondo turno però iniziano i guai perché lo svedese Magnus Norman, sia pur in calo di risultati, nel 2000 ha vinto a Roma ed è giunto in finale a Parigi. Sono due tie-break combattuti a promuovere Portas agli ottavi in cui ad attenderlo c’è il francese Grosjean. Il marsigliese, n°11 ATP, non ama troppo la terra però è un osso duro. Dopo due set in equilibrio, nel terzo Sebastien è stremato e Portas chiude 6-2. La fiducia accumulata giorno dopo giorno si evidenzia nei quarti, in cui Portas trova il quasi omonimo connazionale Alberto Martin. In tabellone come lucky-loser al posto dell’indisponibile Popp, Martin ha perso al secondo turno delle qualificazioni con l’argentino Calleri ma è reduce dalla vittoria a Maiorca e qui in Germania ha annichilito il tre volte campione del torneo Andrei Medvedev, il connazionale Alex Calatrava e l’estroso mancino marocchino Hicham Arazi. Potrebbe esserci partita invece di Martin resta solo il loser, senza lucky: 6-3, 6-2.

Come succede ogni volta, la favola del carneade dopo qualche giorno non regge più e alla soglia delle semifinali Albert Portas non è più uno sconosciuto. Lo sa bene Lleyton Hewitt, attuale n°7 del mondo e in procinto di salire sul trono, risultato che arriverà a fine stagione. Hewitt non ama la terra ma nel suo quarto di tabellone le altre teste di serie si sono praticamente suicidate lasciandolo solo a vedersela con under dog del calibro di Di Pasquale, Vicente, Ilie e Squillari. Rusty smarrisce un set ma fa valere il peso della sua regolarità e affronta Portas in semifinale da favorito. Vinto il primo set, Hewitt non si ripete nel secondo, patisce i drop di Portas e si fa brekkare all’inizio del terzo, che è anche l’inizio della fine per lui. “Oggi ho giocato davvero bene e mi sento in grande fiducia ma so che domani sarà un’altra storia” afferma Albert.

Già, domani. L’altro finalista è Juan Carlos Ferrero, n°6 del mondo e in lizza con Gustavo Kuerten per la palma di migliore di tutti sulla terra. “Mosquito” ha appena battuto il brasiliano nella finale di Roma e vorrebbe diventare il sesto giocatore nella storia capace di aggiudicarsi nello stesso anno sia gli internazionali d’Italia che quelli di Germania. Prima di lui ci sono riusciti Drobny, Hoad, Laver, Mulligan e il connazionale Orantes. Come se non bastassero i precedenti (2-0 Ferrero di cui l’ultimo piuttosto recente, nella semifinale di Estoril) e il divario in classifica, la lunga distanza su cui è prevista la finale dilata il favore del pronostico verso Juan Carlos. Ma Portas pensa che, perché no?, se ce l’ha fatta Carretero cinque anni prima, perché non dovrebbe farcela pure lui? Come con Hewitt, Albert è sempre in rincorsa ma nemmeno il terzo set perso 6-0 ha il potere di scoraggiarlo. Vinto al tie-break il quarto, Portas resta incollato alla partita fino al dodicesimo gioco del quinto parziale. Tra il pubblico, a gustarsi lo spettacolo, c’è la campionessa di nuoto Franziska Van Almsick. Ferrero potrebbe rifugiarsi nel tie-break ma Portas annulla due occasioni, una delle quali con un dritto anomalo che resta in campo di un soffio. Al secondo match-point Ferrero mette lungo un rovescio e per Albert Portas è il momento di stendersi sulla terra del Rothenbaum, sconsacrata per la seconda volta in un lustro.

Come Carretero, anche per Portas Amburgo sarà il primo e ultimo titolo in carriera. L’anno dopo, ad Amburgo, racimolerà sei giochi con Bjorn Phau e la costante discesa nel ranking lo costringerà a cercare punti e fortuna nei challenger. Nella finale di uno di questi (Barletta 2003) avrà la (s)fortuna di battezzare con la prima vittoria la carriera di un connazionale che diventerà abbastanza famoso per il suo rendimento sulla terra rossa: Rafael Nadal.

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Scene di famiglia in Canada: Aliassime suona il pianoforte prima della sua festa a sorpresa, Maria si allena con le figlie

Felix Auger-Aliassime si destreggia eccome anche con la musica, Tatjana Maria ha due nuovi piccoli membri nel team

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Felix Auger-Aliassime al pianoforte - Montreal 2022

I primi giorni di agosto sono particolarmente ricchi sotto l’aspetto dei compleanni nel mondo tennistico, e dopo quello di Roger Federer (celebrato a dovere dal campione svizzero capace di far emozionare il piccolo Zizou), e di Rod Laver (che in regalo ha ricevuto due top10), è toccato anche a Felix Auger-Aliassime. Il tennista canadese ha festeggiato l’8 agosto il suo 22esimo compleanno proprio durante il torneo di casa, e gli organizzatori hanno pensato bene di preparargli una sorpresa. Inizialmente il n.9 del mondo Aliassime si era preparato per una esibizione al pianoforte – strumento dove si destreggia egregiamente – al fianco della compositrice Alexandra Stréliski. Dopo qualche pezzo, i due hanno iniziato ad intonare ‘Tanti auguri a te’… e a quel punto tutti gli amici e parenti del tennista sono usciti allo scoperto, suscitando non poca emozione nel giovane tennista. Preso dalle lacrime, Felix ha ringraziato tutti prima di procedere ai festeggiamenti.

A quanto pare il torneo National Bank Open non vuole essere avaro di situazioni emotive in questa edizione; e mentre a Montreal andava in scena la festa di Aliassime, a Toronto Tatjana Maria si allenava con il prezioso aiuto delle sue due figlie, Charlotte, nove anni, e Cecilia, uno.

 

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Umago Stories 4: “So cosa hai fatto l’estate scorsa”

Cancellato nel 2020, il Croatia Open è tornato nel luglio 2021: ma in che vesti? In ritardo di un anno (o abbastanza puntuali), tornano le storie a margine dell’ATP 250 sulla riva orientale dell’Adriatico

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ATP Umago – All'esterno dei campi esterni (foto MS)

Umago Stories

Umago Stories 2

Umago Stories 3

 

Domanda scaduta

Sono passati sette giorni dalla finale di Wimbledon raggiunta da Matteo Berrettini quando sul campo da tennis ti domandano perché tu non sia a Umago a vederti un Cobolli-Altmaier in azione proprio in quel momento. Non hai una buona risposta. Pensi anzi che vorresti essere là anche per Holger Vitus Nodskov Rune e chiedergli se, all’anagrafe, i suoi genitori o l’impiegato si siano dimenticati di mettere la virgola dopo Holger e così deve andare in giro con un numero insensato di nomi. E, in ogni caso, se la tendenza è di abbreviare come insegna Sir Andrew Barron Murray, quell’Holger Vitus eccetera vuole essere un vezzo distintivo oppure si è registrato “al completo” presso l’ATP per rompere le scatole a chi ne scrive? Scrive di lui, non delle scatole. Il problema di base è però la regola del Croatia Open 2021 “no media on site”, niente scrittori di tennis sul posto: ecco perché non sei là. Non che ciò ti impedisca di andarci come spettatore, in effetti. Deciderai con calma, mentre per la tua domanda al giovane danese ci sarà un’altra occasione. No, non ci sarà, perché in novembre si libererà di un paio di nomi diventando semplicemente Holger Rune. Anche se è quello che auspicavi dall’inizio, sospetti che l’abbia fatto solo per privarti del piacere di esibire l’arguta domanda.

Invisibile ma non abbastanza

Hai preparato praticamente tutto e riempito l’auto la sera prima, ti sei alzato ragionevolmente presto, eppure imbocchi l’autostrada quando è ormai mezzogiorno. Destinazione Umago. Gli incontri iniziano alle 16.30, non vuoi perderne neanche un minuto eppure ti permetti una sosta in stile Aldo di Aldo Giovanni e Giacomo in homeriano ritardo nel film Chiedimi se sono felice. La decisione di partire presa una dozzina di ore prima implica il pernottamento in campeggio e relativo uso della tenda “getta e usa” che getti all’ombra di un grosso albero quando stanno per scoccare le 16. Voli nella doccia, i cui socialmente inderogabili nonché benefici effetti saranno poco dopo vanificati dai cinque minuti di attesa al sole davanti alla biglietteria – il tempo necessario alla coppia entrata prima di te per compiere chissà quale complessa e certamente oscura operazione. Da dietro il banco, la ragazza ti dice che la tribuna ovest è sold out e dovrai perciò abbronzarti il lato sinistro del viso appollaiato nelle vicinanze della telecamera principale. Durante i cambi campo del match tra il mancino italico e il gallo monomane, getti lo sguardo oltre il parapetto verso il doppio in corso sul campo 1 in modo da prendere il sole anche sulla guancia destra. Il match sembra divertente, ma le gradinate sono pressoché deserte. Torni pigramente verso il tuo posto quando Giannessi si appresta a servire sul 15 pari; con tuo sommo disappunto, tuttavia, né i giocatori né l’arbitro ti chiedono di sederti: non è la prima volta che provi a essere tu l’immancabile disturbatore che si ostina alla ricerca del proprio posto mentre tutti lo fischiano, ma niente, non ti si fila mai nessuno. Una delusione che è poca cosa rispetto ai sentimenti che genera la vista della stupida automobile esposta nell’angolo dove gli altri anni solitamente sedevi armato di blocco note e con al collo il badge Press.

Gasquet vince e decidi di andare da Travaglia sul Grand Stand e magari vederti un po’ di doppio, con la tua mente che rifiuta una realtà resa fin troppo esplicita dall’assenza di spettatori. Una transenna metallica si allunga dallo Stadium Goran Ivanišević verso il campo 1, impedendo l’accesso a quello e ogni altro campo. Lunga venti metri e alta due, prima neanche l’avevi notata: un caso da manuale di cecità selettiva. Decidi allora di trotterellare sotto la tribuna ovest in direzione nord nella donchisciottesca convinzione di trovare una via di accesso al Grand Stand invece di una transenna gemella. L’addetto alla sicurezza si accorge della tua presenza quando ancora non sei entrato nel suo campo visivo e ti scruta con la faccia di chi ha capito le tue intenzioni prima di te stesso; si alza dalla sua sedia di plastica per spiegarti gentilmente che quella zona dell’impianto è accessibile solo a chi ha un badge e che no, quello di due anni fa non vale.

Opti per due passi sul lungomare prima di tornare per l’incontro successivo sul Centrale, esci di nuovo dall’impianto per cenare, rientri. Ogni volta verificano il QR-code – insieme al documento, altrimenti sarebbe inutile –, mentre di fianco all’ingresso principale c’è la possibilità di fare un test rapido per poter accedere se sprovvisti di green pass. La terza volta che passi di fianco ai quattro spettatori italiani che siedono un paio di file davanti a te, li saluti. Nessuna reazione, a parte un paio di sguardi accigliati del tipo “chi è questo?”. Oltre alla risposta che reprimi con non poco sforzo, l’unica cosa a cui riesci a pensare è che, pur apprezzando gli sforzi encomiabili degli organizzatori per metterla in scena rispettando tutte le restrizioni, questa edizione del Croatia Open è quasi più triste di quella dell’anno scorso. E nemmeno c’era stato il torneo nel 2020. La mattina dopo, giovedì, levi le tende (la tenda, vabbè) e fai rotta verso sud.

Isolato

È giovedì e sei nel sud dell’Istria, ma è settembre, pochi giorni dopo la finale dello US Open. Sul punto di addormentarti, sobbalzi sentendo un rumore poco rassicurante. Un minaccioso verso ferino ha squarciato il silenzio della notte a pochi passi dalla tua tenda. Poco convinto, apri la sottilissima parete che separa la zona notte dalla zona giorno: nessun segno di vita aliena. Ancora meno convinto, inizi lentamente ad alzare la cerniera per controllare l’esterno. Nell’oscurità, intravedi la sagoma di un camper distante una cinquantina di metri, peraltro l’unico altro occupante di quella zona del campeggio. Ti viene in mente il film Backcountry, con la giovane coppia accampata tra le montagne dopo aver smarrito il sentiero – non una commedia, per essere chiari. Di nuovo quel suono, che sarebbe bello se fosse un tipo mezzo ubriaco intento a imitare il verso di un maiale. Il fascio di luce del tuo cellulare incrocia invece un cinghiale. Anzi, due. Sono a una ventina di metri da te. Ispezioni nelle altre direzioni. Tre, quattro, cinque. Sei accerchiato. Un paio sono belli grossi.

Non sai se devi preoccuparti, così cerchi su internet per capire la posizione del cinghiale nella scala della pericolosità che va da cucciolo di criceto sotto ritalin a tigre dai denti a sciabola che non mangia da due giorni. Stando al web, se non li importuni, non ti fanno nulla. Chissà se i quadrupedi che hai di fronte (e di fianco e alle spalle) hanno letto lo stesso sito. Ti dirigi verso la reception, ovviamente in automobile – non tanto per il timore di essere mezzo sbranato, quanto per non ritrovarti a dichiarare, mezzo sbranato, “su internet uno diceva che non erano pericolosi”. Domandi al custode se sia normale la presenza di una mandria di cinghiali. Risponde di sì – sarà una buona notizia? – e di non preoccuparti perché finora non hanno né morso né aggredito nessuno. Finora. Cos’è questa padronanza della lingua italiana? È straniero (cioè, tu sei straniero, ma il concetto è chiaroi), che dica “non fanno niente” e siamo a posto. No, deve pure sfoggiare l’avverbio, questo fenomeno. Torni alla tenda (te l’eri richiusa alle spalle da profondo conoscitore dei film horror, quindi al massimo troverai ad attenderti uno con maschera di Scream e pugnale, non un suino), controlli la posizione dei quadrupedi, prendi cuscino e sacco a pelo e dormi in macchina.

Umago Reloaded

Nonostante le previsioni meteo assicurassero il sole fino al primo pomeriggio, il cielo è già coperto di nuvole foriere di pioggia. Con la prospettiva di almeno tre giorni di tempo pessimo, non si può che prendere la strada di casa. Tuttavia, se a Portorose non piove, Jasmine Paolini giocherà tra un paio d’ore e una sosta diventa quasi obbligatoria. Un’ora dopo, ti ritrovi invece fermo in coda alla frontiera con la Slovenia. Anzi, ben prima dell’ultima uscita dall’autostrada croata. Il sito del hrvatski autoklub dichiara sette chilometri di coda: non pensavi che un match di Paolini attraesse tanta gente. Jasmine ti perdonerà se rinunci a quella che è diventata un’impresa impossibile: esci dall’autostrada e ti fermi a Umago dove un cartello ti svela che sono in corso i Campionati del Mondo ITF per Veterani. Già, non contento dell’esperienza di due mesi prima, torni sul luogo del delitto, il Centro Stella Maris. Nessuno controlla l’accesso. Accedi.

La tua attenzione è subito rubata dal bel suono che fanno due tennisti “over qualcosa” (non sei mai stato bravo ad attribuire l’età a qualcuno) quando impattano la palla in una partita di allenamento. Uno che potrebbe essere spagnolo o quantomeno posseduto da uno spirito spagnolo scortica palle pesantissime accompagnate da un lamento troppo lungo verso un altro all’apparenza meno giovane che subisce, non tiene il ritmo, è costretto a fare il tergicristallo epperò macina punti e game. Pochi minuti e sei sul Centrale, dove diventi il terzo spettatore a osservare il doppio della finale tra Olanda e Germania che assegna la Suzanne Lenglen Cup, trofeo femminile a squadre over 35. Stravincono le olandesi, grazie anche alle drop volleys mancine di un’orange che la palla sembra restarle dolce prigioniera del piatto corde per alcuni secondi. Palla che una tedesca tenta di scaraventare nella laguna appena perso l’incontro, ma finisce appena fuori dallo stadio dopo essere rimbalzata su un seggiolino dell’ultima fila. Pensi che non sarebbe male come trofeo da portarsi a casa, ma poi decidi che dà meno nell’occhio appropriarsi della palla e ti dirigi furtivo verso l’uscita nord-ovest (il tuo senso dell’orientamento nell’impianto prescinde dalla presenza del sole). Eccola lì, bella, gialla, quasi nuova. Di una marca che eviti, pazienza.

Inebriato dalla libertà di girare per l’intero impianto, ti rechi sul campo 5 dove è in corso un match del tie tra Portogallo e Francia valido per il terzo posto della Lenglen. Non capisci chi abbia vinto perché sull’ultimo punto ti sei distratto un attimo, colpa di un’avvenente giocatrice di circa 182 cm che ti è passata accanto. Mentre ti incammini verso il Grand Stand, rimugini sul fatto che il segno più doloroso dell’età che avanza non sono gli acciacchi in campo, bensì incrociare una bella tennista veterana e pensare d’istinto, chissà se ha una zia single.

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Flash

“Il tennis a Bordighera dal 1878 a oggi”: da Suzanne Lenglen a Jannik Sinner, il legame della città ligure con questo sport

Il volume curato da Gisella Merello per l’editore Alzani in due edizioni, una in lingua italiana e l’altra tradotta in inglese, svela che le origini del tennis in Italia possono ricondursi proprio alla località in provincia di Imperia

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In questo momento storico in cui il tennis italiano ha acquisito un posto di prestigio nelle classifiche mondiali con la presenza di Berrettini e Sinner, diventa naturale riflettere sulle origini di questo sport in Italia.

La nascita del tennis in Italia si può far risalire al 1878 a Bordighera, cittadina turistica affacciata sul Mar Ligure a pochi chilometri dal confine con la Francia e dal Principato di Monaco. Proprio sul primo circolo tennistico italiano si sviluppa il bel volume rilegato dal titolo “Il tennis a Bordighera dal 1878 a oggi”, curato da Gisella Merello per l’editore Alzani in due edizioni, una in lingua italiana e l’altra tradotta in inglese.

Grazie a fotografie d’epoca e documenti storici inediti, Gisella Merello racconta la nascita del tennis e della prima fabbrica di racchette in Italia, resa possibile grazie alla presenza di una comunità britannica stabile in Riviera che tanto contribuì allo sviluppo economico, sociale e culturale della zona. Si scopre così che personalità di alto profilo come il conte di Strathmore, bisnonno dell’attuale sovrana Elizabeth II, si impegnò in prima persona in qualità di presidente per migliorare il club nei primi anni della sua fondazione, accrescendo il numero dei campi e creando la Club House, purtroppo perduta durante la Seconda guerra mondiale.

 

Durante gli anni i campi di Bordighera hanno visto la presenza di numerosi tennisti di rilievo: da Suzanne Lenglen, Antony Wilding, Bill Tilden, Giorgio De Stefani ad Adriano Panatta, Corrado Barazzutti, Paolo Bertolucci fino ai recenti Jannik Sinner, Iryna Sabalenka, Ivan Ljubicic, Maria Sakkari, Andreas Seppi, Fabio Fognini, Stefanos Tsitsipas, Maria Sharapova, Gregor Dimitrov

L’ottima collaborazione con il primo circolo storico italiano, la strategica posizione geografica e le favorevoli condizioni climatiche hanno creato i presupposti affinché, nel 2017, a Bordighera sia stato creato il Piatti Tennis Center, un polo tennistico tra i più importanti in Europa, dotato di tecnologia all’avanguardia.

Il volume vanta prefazioni di numerosi tennisti italiani che hanno fatto la storia di questo sport come Lea Pericoli, Flavia Pennetta, Fabio Fognini e Jannik Sinner e di un paio di celebri allenatori legati a Bordighera come Riccardo Piatti e Massimo Sartori.

SPUNTI TECNICI: Il nostro coach analizza colpo per colpo, foto per foto, Jannik Sinner al microscopio

Il testo si avvale della collaborazione di autori con svariate competenze professionali come l’attuale proprietario della Sirt Antonello Randone, che racconta la sua avventura imprenditoriale, o come Alessandro Umberto Belluzzo fondatore di Belluzzo International Partners (Trust&Wealth), che illustra la necessità dei tennisti di gestire la carriera non solo dal punto di vista sportivo ma anche da quello legale e patrimoniale. Belluzzo, membro del board della I Tennis Foundation, fondazione che si occupa di finanziare giovani atleti per consentire loro una ascesa sportiva di successo, è stato il principale promotore di alcuni eventi promozionali del volume che hanno che hanno avuto luogo a Bordighera, Londra e Roma.

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