Mercoledì da leoni: Carretero e Portas ad Amburgo

Racconti

Mercoledì da leoni: Carretero e Portas ad Amburgo

Torna la rubrica sulle imprese più o meno grandi compiute da tennisti non troppo noti. Oggi siamo ad Amburgo in due edizioni distanti tra loro un lustro (1996-2001) per raccontare il curioso slalom parallelo di due spagnoli che hanno tagliato un traguardo storico (e unico)

Pubblicato

il

Questa volta i leoni sono due. Connazionali di opposte sponde di fede calcistica nel “Clasico” ma accomunati nella (spesso) cattiva e (per una sola volta) buona sorte, Roberto Carretero e Albert Portas stanno al tennis come l’Oriali di Ligabue sta al football. La loro infatti è stata una vita da mediani “a recuperar palloni” e “lavorare sui polmoni”, da “chi segna sempre poco” (pochissimo, praticamente mai come vedrete) e “si brucia presto, perché quando hai dato troppo devi andare e fare posto”. Eh sì, se Ligabue fosse stato spagnolo e appassionato di tennis, forse i suoi mediani sarebbero stati proprio Roberto e Albert. Tuttavia, ogni vita anonima (si fa per dire) e apparentemente grigia ha il suo squarcio di sole, la lama di luce che fende il buio e rischiara la tristezza, il calice che raccoglie ogni goccia di sudore per dissetarti nel giorno della gloria.

Il luogo del doppio misfatto iberico è il medesimo: Amburgo. Lassù, dove Alster e Bille terminano la loro corsa nell’Elba, al confine tra la Bassa Sassonia e lo Schleswig-Holstein, nella fredda Germania settentrionale. Il Rothenbaum ospita tennis di prima qualità fin dal secolo scorso (la prima edizione del torneo risale nientemeno che al 1892) e dal 1990 gli Internazionali di Germania fanno parte del circuito attualmente denominato “Masters 1000”. Nel 1996 però, Amburgo è un “Super 9” (cambia solo il nome) e la sua collocazione nel calendario è subito dopo Monaco di Baviera e prima di Roma, di cui soffre non poco la concorrenza. Pur vantando una tradizione di tutto rispetto, Amburgo ha una location decisamente meno suggestiva rispetto al Foro Italico e l’ipotesi di disputare consecutivamente due tornei così importanti in prossimità del Roland Garros agisce, per qualcuno, da deterrente. Così ad Amburgo ci sono i tedeschi, i soliti “terraioli” (categoria sempre più in via d’estinzione ma ancora fortemente radicata nel circuito) mentre dei quattro statunitensi Top-10 (di cui tre sono ai primi quattro posti del ranking) nemmeno l’ombra; doveva esserci Agassi, il cui forfait all’ultimo momento non ha sorpreso nessuno e fatto arrabbiare gli organizzatori.

Ci sono però gli spagnoli, vecchi e nuovi, che spuntano come funghi a cercare di mettere i bastoni tra le ruote al n°1 Boris Becker (ancora alla ricerca disperata del primo titolo sul rosso in carriera), seguito nell’ordine da Ivanisevic, Kafelnikov, Ferreira, Rios e Bruguera. Andrei Medvedev, che ha vinto le ultime due edizioni al Rothenbaum, è l’undicesima testa di serie. Tra i qualificati, il nome di Roberto Carretero spunta sugli altri in virtù del suo passato a livello juniores. Nel 1993, Carretero ha vinto al Roland Garros battendo Rios in semifinale e il connazionale Albert Costa in finale. Ora, non dovrò certo dirvi io quanto siano deformanti e illusori, il più delle volte, gli specchi dei tornei giovanili; tuttavia, gli stessi hanno il potere di dare a chi li vince sempre un pizzico in più di credito. Almeno per qualche anno. Ma il credito di Roberto Carretero è finito da un pezzo. Il suo impatto con il tennis degli adulti è stato infatti a dir poco traumatico. Il record del ventenne nato a Madrid (ma di stanza a Barcellona) nel circuito maggiore è insignificante quanto la sua classifica che lo vede collocato al n°143 del ranking ATP. In 17 apparizioni in un tabellone principale, Roberto ha rimediato appena 10 vittorie, oltre la metà delle quali nel torneo di “casa” al Conde de Godò, che per lui ha sempre un occhio di riguardo e gli riserva una wild-card.

 

Eppure, se si giocasse sempre in Catalogna, Carretero sarebbe almeno tra i primi venti; nel ’94 batte Kafelnikov, l’anno successivo Krajicek, quello dopo ancora Novak. Lontano però dalle guglie ardite della Sagrada Familia, sono dolori. Mai un titolo, qualche buon challenger e alcune qualificazioni, tra cui quella ottenuta proprio un anno fa qui ad Amburgo e sfociata nella sconfitta di misura al primo turno contro il ceco Daniel Vacek. Roberto si ripete. Nei tre turni preliminari, indispensabili per approdare tra i 64 che si giocheranno il titolo, lo spagnolo regola dapprima l’austriaco Horst Skoff, ex Top-20 reduce da lunga inattività e costretto a ripartire dai futures per trovare confidenza con il clima agonistico. Carretero vince 6-1 al terzo mentre ha vita assai più comoda contro il peruviano Venero-Montes e l’altro austriaco Wiltschnig.

Al debutto nel main-draw, oltre la rete c’è il tennista con cui ha perso più partite nel circuito: il connazionale Jordi Arrese l’ha già sconfitto a Barcellona, Montecarlo e Palermo e gli ha concesso in tutto un set. Sia pur specialista del rosso, Roberto ha un tennis brillante e propositivo, fatto di palle corte e difesa quando occorre, sfruttando quelle gambe corte ma veloci, forse più adatte al calcio. I due lottano su ogni punto e la conclusione al tie-break del terzo set potrebbe già suonare positiva per Carretero ma il madrileno per una volta si ribella al destino avverso e domina il gioco decisivo per 7 punti a 2. Il secondo turno gli propone l’unico americano in tabellone. MaliVai Washington è un giocatore elegante, dentro e fuori il campo, e, a dispetto di chi lo ricorda (giustamente) come uomo dei prati per via della sua finale a Wimbledon – che coglierà un paio di mesi più tardi non senza sorpresa – in realtà il suo record sulla terra è di tutto rispetto e la vittoria in due set sul mancino Clavet ne è ulteriore dimostrazione. Di recente Washington ha vinto, sempre sulla terra, il Bermuda Open e l’ha fatto, caso rarissimo nella storia del circuito maggiore, affrontando solo avversari posizionati oltre il n°100 del ranking. Ad Amburgo però Carretero è nella quarta dimensione e ciò che fino a un attimo prima sembrava impossibile in quello dopo diventa realtà. MaliVai rimedia un gioco (6-1, 6-0) e non tanto meglio di lui riuscirà a fare il francese Arnaud Boetsch negli ottavi.

Sembra proprio che la lunga attesa sia terminata e la Spagna possa aggiungere un posto al suo ricco e sostanzioso tavolo di specialisti del rosso. Nei quarti, Carretero trova il terzo austriaco del suo torneo. Gilbert Schaller è stato a qualche centimetro dall’eliminazione per mano del russo Olhovskiy prima di frustrare l’ennesimo tentativo da parte di Boris Becker (n°1 del torneo) di colmare la lacuna in fatto di titoli conquistati sul rosso. “Bum Bum” si lamenta delle pessime condizioni atmosferiche – e in questa ottica gli organizzatori hanno già fatto sapere che dall’anno prossimo ci sarà una copertura mobile sul centrale del Rothenbaum – ma queste da sole non possono giustificare il doppio 2-6 che gli rifila Schaller, un tipo che prima di questo incontro aveva un record di 4-10 nei confronti dei top-10 ma l’anno precedente aveva eliminato al primo turno del Roland Garros nientemeno che Pete Sampras. Schaller è un osso duro, va avanti di un set ma alla lunga le accelerazioni di Carretero scavano il solco e la rimonta viene completata: 4-6, 6-4, 6-4. Sono, queste, vittorie che danno incredibili iniezioni di fiducia e pesano sulle prestazioni future. A livello di semifinale il buon Roberto non è più un segreto per nessuno ma, con l’aumentare della posta in palio, aumenta in proporzione il carico di responsabilità e se c’è un “colpo” nel quale il madrileno è carente è proprio quello riferito alla tenuta mentale. Poi, diciamolo francamente, per uno come lui uscire alla penultima tappa in un torneo così importante può già rappresentare motivo di festa per le settimane a venire.

L’unico fattore positivo nel trovarsi di fronte Yevgeny Kafelnikov è rappresentato dall’unico precedente che, come ricordavamo prima, lo ha visto uscire vittorioso a Barcellona due anni fa. In quel tempo il russo era ancora ai piedi della scala nobiliare che l’avrebbe fatto diventare principe di Sochi ma adesso le cose sono cambiate. Kafelnikov è testa di serie numero 3 ed è entrato in tabellone con un bye prima di battere l’italiano Pescosolido e due spagnoli, Carlos Moya e Sergi Bruguera. Bravo anche nell’uso del fioretto, contro il russo Carretero preferisce la sciabola e i suoi dritti terrificanti non trovano adeguata opposizione nel rovescio di Kafelnikov a cui, per sua stessa ammissione, talvolta si piegano le braccia. Dopo un primo parziale incerto, lo spagnolo dilaga nel secondo (7-5, 6-2) con il pubblico di Amburgo che ormai l’ha adottato ufficialmente. Del resto, il comportamento in campo dell’iberico, tra un soliloquio e uno sguardo al coach Ricardo Sanchez, vale da solo il prezzo del biglietto e gli ingredienti per alimentare l’adattamento tennistico della favola di Cenerentola ci sono tutti.

Lo scoccare dell’ora fatale, quella mezzanotte in cui Roberto deve lasciare il ballo prima che la scintillante carrozza si trasformi in una zucca e i cavalli bianchi in topolini, lo vede contrapposto a un amico sincero: Corretja. Anche Alex è un outsider. Di un anno e qualche mese più anziano di Carretero, Corretja sta ponendo le basi di una carriera che lo porterà a diventare n°2 del mondo (1999) e vincere il torneo più importante sul duro (ATP Finals), in antitesi a chi lo vorrebbe solo un pedalatore da campi lenti. Corretja è emerso dalla parte bassa del tabellone e nella sua corsa ha eliminato due teste di serie: il connazionale Albert Costa al secondo turno e il geniale ma incostante Marcelo Rios in semifinale. Se Carretero sembra su una nuvola, Corretja potrebbe addirittura essere sull’arcobaleno. In cinque incontri non ha ceduto nemmeno un set e appena 30 giochi; è lui il favorito per il titolo tedesco, come peraltro sembra ribadire l’ingresso nel match. Alex incamera il primo parziale 6-2 ma la lunga distanza consente al suo avversario di aggiustare il mirino e divenire sempre più invadente con il passare dei giochi. Il repertorio di Carretero è talmente completo da rendere incredibili le sue povere statistiche e quando anche i crampi arrivano per guastargli la festa (sul 3-0 del quarto set) tutto congiura contro la sua impresa. Ma stavolta, e per una sola volta, la mezzanotte tarda ad arrivare e l’ultimo smash manda Roberto in paradiso. Mentre Carretero corre verso Sanchez, Corretja corre verso di lui per stringerlo in un abbraccio commosso. Gli spagnoli sono fatti così (non tutti eh, sia chiaro), a loro non manca certo lo spirito di appartenenza e Alex, come sempre estremamente corretto e umano, si complimenta con il connazionale per il trionfo: 2-6, 6-4, 6-4, 6-4 lo score che suggella una delle più incredibili vicende nella storia recente del tennis.

Naturalmente, Amburgo non può che essere il trampolino di lancio per Roberto Carretero. Lo credono tutti. E tutti vengono clamorosamente smentiti dal resto della sua carriera, se possibile ancora più povera della precedente. Balzato al n°58 del ranking, Roberto dovrà attendere un anno per tornare a vincere una partita intera nel circuito maggiore (perché l’altra, agli US Open, non è finita a causa del ritiro di Burillo). Avviene di nuovo ad Amburgo, in cui il nostro arriva da n°84 e ne esce ben 250 posizioni più in basso. In mezzo, 18 sconfitte in ogni parte del mondo. Chiuderà la carriera a Gran Canaria, nel novembre 2001, sconfitto al terzo turno da Ivan Navarro in un Futures. In quello stesso 2001, Amburgo ci ricasca. Di nuovo uno spagnolo, di nuovo un qualificato. Le analogie, però, finiscono qui. Per ora. Eh sì perché Albert Portas non è proprio sconosciutissimo al pubblico del grande tennis. Il catalano DOC arriva a Madrid con il pettorale n°42 ma al momento di compilare l’entry-list è indietro quel tanto che lo costringe alle qualificazioni. Cinque anni prima, mentre Carretero iniziava il suo personale percorso della luce, Albert non è poi così lontano dal connazionale nel ranking ATP ma preferisce frequentare i challenger e a Dresda perde al secondo turno dallo svedese Nydhal. Portas farà il suo ingresso trionfale nella Top-100 il 21 aprile 1997, giorno in cui il suo exploit al Conde de Godò (arriva in finale partendo dalle qualificazioni e battendo tra gli altri Kuerten, Rios e Berasategui) viene tramutato, in punti, nella scalata di ben 51 posizioni.

Portas non è una meteora. Nelle settimane successive a Praga vince il challenger, si qualifica per il main-draw del torneo ATP dove supera due turni e ripete il tutto anche al Roland Garros. In ottobre è n°31 e il futuro pare sorridergli ma, come spesso succede, il successo ha un prezzo e dieci mesi più tardi Albert è ben oltre i cento, conseguenza di una sequela pressoché ininterrotta di sconfitte. Si riprende quasi subito ma la sua predilezione per la terra rossa lo costringe ad andare a cercare punti anche nei challenger e quindi ad una programmazione che lo tiene costantemente a cavallo della cinquantesima posizione mondiale. Senza infamia né lode. Peraltro, con il suo tennis non può fare diversamente. Pur replicando le caratteristiche tipiche dei giocatori del suo paese, i suoi colpi non sono proprio la quintessenza dell’eleganza. Ma Albert ha l’asso nella manica: il drop-shot. Di lui Lleyton Hewitt, sconfitto in semifinale, dirà: “Sai che ti farà la palla corta e quindi te l’aspetti ma non serve a nulla perché il più delle volte è talmente ben eseguita che non riesci a raggiungerla!”.

I due turni di qualificazione passano lisci come l’olio: il tedesco Vinck rimedia tre giochi, Zabaleta uno in più prima di ritirarsi nel secondo set. Anche l’ingresso nel main-draw è tutt’altro che impossibile; il bielorusso Vladimir Voltchkov è n°31 al mondo ma sulla terra non vale la sua classifica e infatti perde 6-1, 6-3. Al secondo turno però iniziano i guai perché lo svedese Magnus Norman, sia pur in calo di risultati, nel 2000 ha vinto a Roma ed è giunto in finale a Parigi. Sono due tie-break combattuti a promuovere Portas agli ottavi in cui ad attenderlo c’è il francese Grosjean. Il marsigliese, n°11 ATP, non ama troppo la terra però è un osso duro. Dopo due set in equilibrio, nel terzo Sebastien è stremato e Portas chiude 6-2. La fiducia accumulata giorno dopo giorno si evidenzia nei quarti, in cui Portas trova il quasi omonimo connazionale Alberto Martin. In tabellone come lucky-loser al posto dell’indisponibile Popp, Martin ha perso al secondo turno delle qualificazioni con l’argentino Calleri ma è reduce dalla vittoria a Maiorca e qui in Germania ha annichilito il tre volte campione del torneo Andrei Medvedev, il connazionale Alex Calatrava e l’estroso mancino marocchino Hicham Arazi. Potrebbe esserci partita invece di Martin resta solo il loser, senza lucky: 6-3, 6-2.

Come succede ogni volta, la favola del carneade dopo qualche giorno non regge più e alla soglia delle semifinali Albert Portas non è più uno sconosciuto. Lo sa bene Lleyton Hewitt, attuale n°7 del mondo e in procinto di salire sul trono, risultato che arriverà a fine stagione. Hewitt non ama la terra ma nel suo quarto di tabellone le altre teste di serie si sono praticamente suicidate lasciandolo solo a vedersela con under dog del calibro di Di Pasquale, Vicente, Ilie e Squillari. Rusty smarrisce un set ma fa valere il peso della sua regolarità e affronta Portas in semifinale da favorito. Vinto il primo set, Hewitt non si ripete nel secondo, patisce i drop di Portas e si fa brekkare all’inizio del terzo, che è anche l’inizio della fine per lui. “Oggi ho giocato davvero bene e mi sento in grande fiducia ma so che domani sarà un’altra storia” afferma Albert.

Già, domani. L’altro finalista è Juan Carlos Ferrero, n°6 del mondo e in lizza con Gustavo Kuerten per la palma di migliore di tutti sulla terra. “Mosquito” ha appena battuto il brasiliano nella finale di Roma e vorrebbe diventare il sesto giocatore nella storia capace di aggiudicarsi nello stesso anno sia gli internazionali d’Italia che quelli di Germania. Prima di lui ci sono riusciti Drobny, Hoad, Laver, Mulligan e il connazionale Orantes. Come se non bastassero i precedenti (2-0 Ferrero di cui l’ultimo piuttosto recente, nella semifinale di Estoril) e il divario in classifica, la lunga distanza su cui è prevista la finale dilata il favore del pronostico verso Juan Carlos. Ma Portas pensa che, perché no?, se ce l’ha fatta Carretero cinque anni prima, perché non dovrebbe farcela pure lui? Come con Hewitt, Albert è sempre in rincorsa ma nemmeno il terzo set perso 6-0 ha il potere di scoraggiarlo. Vinto al tie-break il quarto, Portas resta incollato alla partita fino al dodicesimo gioco del quinto parziale. Tra il pubblico, a gustarsi lo spettacolo, c’è la campionessa di nuoto Franziska Van Almsick. Ferrero potrebbe rifugiarsi nel tie-break ma Portas annulla due occasioni, una delle quali con un dritto anomalo che resta in campo di un soffio. Al secondo match-point Ferrero mette lungo un rovescio e per Albert Portas è il momento di stendersi sulla terra del Rothenbaum, sconsacrata per la seconda volta in un lustro.

Come Carretero, anche per Portas Amburgo sarà il primo e ultimo titolo in carriera. L’anno dopo, ad Amburgo, racimolerà sei giochi con Bjorn Phau e la costante discesa nel ranking lo costringerà a cercare punti e fortuna nei challenger. Nella finale di uno di questi (Barletta 2003) avrà la (s)fortuna di battezzare con la prima vittoria la carriera di un connazionale che diventerà abbastanza famoso per il suo rendimento sulla terra rossa: Rafael Nadal.

Continua a leggere
Commenti

Racconti

Ritratti: storie di città e di tennis

Affreschi di Roma, Bologna, Napoli, Milano. E Genova. Le città del tennis, per aver dato i natali a Panatta e Schiavone. Ma anche a Fantozzi

Pubblicato

il

Matteo Berrettini - ATP Queen's 2021 (via Twitter, @QueensTennis)

Anche le città credono d’essere opera della mente o del caso, ma né l’una né l’altro bastano a tener su le loro mura. D’una città non godi le sette o settantasette meraviglie, ma la risposta che dà a una tua domanda” (Italo Calvino)

Roma risponde da secoli a una domanda: dove portano tutte le strade? Roma, l’Impero, città dove un Colosseo nasce tondo e finisce quadrato. Pietro vi pose una pietra per farne sede della Chiesa e Roma fu capitale di due cose diverse da dover riunire. Ministeri, turisti a far foto con centurioni in sneakers. Roma Città Aperta a La Dolce Vita, capitale del Cinema. Francesco è il Papa, ma Roma di Francesco ha solo un Capitano. Adriano fu buon imperatore ma ottimo tennista. Tra le prime vere pop star dello sport italiano, Panatta sconfessò il detto latino “nemo propheta acceptus est in patria sua” vincendo gli Internazionali di Italia a Roma . La rese nuovamente “caput mundi” conquistando anche la Davis e Parigi, nuovo “De Bello Gallico” con racchetta.

Roma tanti cantori, tante maschere, dialetto toscano riveduto, corretto e abusato, sempre zompa quel grillaccio del Marchese. Tonino Zugarelli a vincere Roma ci ha provato. Un biondino amante della Vita(s) notturna, Gerulaitis, di giorno gli rubò il sogno lasciandolo campione dimezzato. Romano non romanista è Matteo Berrettini, per via di un nonno fiorentino che lo ha reso viola e non giallorosso. Bello quasi come Adriano che di più non si può e deve, nella storia ancora da scrivere, è il secondo miglior tennista italiano dell’Era Open, già detentore di diversi record ed unico italiano finalista a Wimbledon. Alice guarda i gatti che si perdono nel sole che cala dietro il cupolone.

 

Bononia fu tale dopo esser stata etrusca e gallica. Culture e movimenti giovanili, politica, arte, crocevia di viandanti approdo di studenti, tra l’appennino e l’Europa è l’Emilia Paranoica, Bologna la Berlino che non ce l’ha fatta. Fumogeni, polizia che rincorre, dall’altro lato della città, rincorrono e colpiscono palle da tennis Paolo e Omar. Paolo Canè è bizzoso, gran talento, fisico gracilino, potenza mancante testa bollente, sarebbe divenuto tennista continuo nei singoli exploit. Stessa sorte per motivi diversi sarebbe toccata ad Omar, tennis da top 10, gambotte pesanti e un infortunio al giorno. Tra la via Emilia e le stelle, Bologna sempre a metà di qualcosa.

Omar Camporese – Bologna

18 ottobre 1970. Paolo Grassi, fondatore con Giorgio Strehler del Teatro Piccolo di Milano, produce e fa debuttare “Il Signor G“ di Giorgio Gaber. Il bar del Giambellino diviene famoso e con loro gli artisti che di quella Milano son figli. 

Vincenzina davanti alla fabbrica,
Vincenzina il foulard non si mette più.
Una faccia davanti al cancello che si apre già.
Vincenzina hai guardato la fabbrica,
Come se non c’è altro che fabbrica

(Enzo Jannacci)

In Milan la vita l’è bela. Negli anni dove al posto dell’erba nasce la città, Lea Pericoli, la “Divina”, tennista e modella, icona di eleganza, determinazione e bellezza, vince 27 titoli italiani ritirandosi a 40 anni da detentrice di tutte e tre le specialità. Inter e Milan fanno incetta di titoli e coppe internazionali, Milano è il faro dell’Italia che si ricostruisce, il simbolo della modernità da inseguire e conquistare. Milano capitale della moda, del design e di tante altre cose. Milano una capitale senza esserlo. Si dice che a Milano, a saper fare, si possa tutto.

Silvia Farina giocava a tennis e lo giocava bene. Ineguagliabile stilista, accarezzò col suo rovescio ad una mano una palla che raccolse dall’altro angolo della strada una ragazza di nome Francesca, il cui cognome è nell’albo dei vincitori del Roland Garros. Francesca Schiavone è stata la prima italiana ad aver vinto un titolo del Grande Slam e ultima in assoluto ad averlo fatto giocando il rovescio ad una mano. Milano città della Borsa. Nella sua Laura Golarsa aveva le racchette e volava a Wimbledon perché là si trasformava: un quarto di finale e tanto bel tennis. Per i suoi quarti in uno Slam, l’omonima Garrone scelse Parigi. Gran rovescio anche lei perché a Milano non sempre tutto può andar dritto. 

Francesca Schiavone – Milano

La città ha sempre un punto cardinale bagnato dal mare. La città di mare non nega mai il suo orizzonte a chi lo cerca. Sovente si fa cartolina. Napoli, il mare, feticcio da conquistare, rivendere, rivendicare, “Chi tene ‘o mare?” Culturalmente autoreferenziale, protagonista delle proprie sceneggiature, Napoli si esporta. Clima da ozio pigro e creativo, Napoli ha sfornato più artisti, intellettuali e politici che sportivi, essenzialmente nuotatori, canottieri, pallanuotisti e calciatori. Rita Grande scelse il tennis. Gioco brillante ed un ottavo raggiunto in ogni prova dello Slam, un Wimbledon da Juniores, perso in finale. Nargiso il Wimbledon dei piccoli lo vinse. Di Maradona aveva il nome e a Becker la convinzione di esser pari. Tra colpi di testa e di lingua fu ottimo doppista specie in Davis. Nel doppio misto dei commentatori TV, la coppia Nargiso/Grande da titolo Slam. Di qualche anno li precedette Massimo Cierro, meno appeal mediatico e tanta sostanza, ora è Giustino.

Tennis Club Napoli, vestito a festa per Italia-Gran Bretagna di Coppa Davis (2014)

Italia terra di Comuni, Signorie, Ducati grandi e piccoli, a due ruote, Repubbliche Marinare ed anche altro. Piccoli luoghi che diventano capitali, palazzi del potere ovunque. Faenza, cittadina di ceramica, meeting di etichette discografiche indipendenti, di tennisti che diventano manager. Gaudenzi, austriaco di spirito, nove finali ATP, tre titoli vinti, numero 18 al mondo non è più solo. Federico Gaio lavora per rendere Faenza il luogo col miglior rapporto popolazione/top 100, considerando il numero 13 di Raffaella Reggi, traino del tennis femminile italiano degli anni ’80. Uno Slam nel doppio misto con Casal a New York, un bronzo alle Olimpiadi di Los Angeles con torneo di tennis ancora con valore di esibizione, cinque titoli in singolare, quattro in doppio. Nel 1985 ha vinto in entrambe le specialità l’edizione degli Internazionali d’Italia svoltasi a Taranto. 

“Se ti inoltrerai lungo le calate
Dei vecchi moli
In quell’aria spessa carica di sale
Gonfia di odori
Lì ci troverai i ladri gli assassini
E il tipo strano
Quello che ha venduto per tremila lire
Sua madre a un nano”

(Fabrizio De Andrè)

Genova si guarda solo dal mare, città di eroi, cantautori e navigatori, città di amici al bar che non cambiarono il mondo, ma ne scoprirono uno nuovo che l’avrebbe cambiato, città di pantaloni famosi che si chiamano come lei. Genova, la via per la Francia, approdo al mare per Torino che non ne ha.

 

“Filini: Allora, ragioniere, che fa? Batti?
Fantozzi: Ma… mi dà del tu?
Filini: No, no! Dicevo: batti lei?
Fantozzi: Ah, congiuntivo!
Filini: Sì!“

Nel febbraio 2001, Genova (che già gli aveva dato i natali) riconosce la cittadinanza onoraria a Paolo Villaggio. Non vi sono racchette, non vi sono bambini che con esse colpiscono la paura di diventar grandi, non di un solo tipo di storie si fa una città.

“There’s a city in my mind
Come along and take that ride
And it’s all right, baby it’s all right”

(Talking Heads)

Continua a leggere

Racconti

La lingua di Becker e quel diavolo di Agassi

Vi raccontiamo una storia bizzarra, che forse sapevate o forse no. Come faceva Andre Agassi a sapere sempre dove avrebbe servito Boris Becker

Pubblicato

il

Gli amici più intimi dello scrivente sanno che a qualsiasi ora del giorno e della notte sono autorizzati a segnalargli notizie relative al mondo del tennis che possano fornire spunti per scrivere articoli ad usum Ubitennis. Una settimana fa, era un giovedì sera – all’incirca tra il quinto e il sesto gol segnato dal Manchester United alla Roma – da uno di questi amici è giunto il seguente messaggio WhatsApp:

Andrea: “Hai visto quel filmato fantastico di Agassi che racconta come riusciva a leggere il servizio di Becker?”   
No
Andrea “Lo trovo sublime. Te lo invio. Devi farci un pezzo!” 

– Circa 5 minuti dopo –

 

Diavolo di un Agassi! Pezzo in arrivo. Grazie Andrea

Il video fu realizzato da Andrè Agassi nel 2017 per “The Players’ Tribune Unscriptd“.

The Players’ Tribune Unscriptd è una piattaforma multimediale creata nel 2014 da Derek Jeter – ex professionista della Major League statunitense di baseball – che pubblica storie relative ad atleti professionisti di ogni sport. I contenuti di questa piattaforma sono costituiti da video, storie scritte, podcast e interviste.

Nelle parole del suo fondatore la missione della piattaforma è di permettere agli atleti di mettersi in contatto diretto con i loro fan. Almeno per quanto ci riguarda l’obiettivo è raggiunto

Di seguito il video e poi la traduzione delle parole di Agassi.

“Il tennis consiste soprattutto nella capacità di risolvere problemi e non puoi risolverli a meno che tu non abbia l’empatia e l’abilità di percepire tutto ciò che ti circonda. Più capisci in cosa consiste il problema e più sei in grado di risolverlo nella vita e nel lavoro. Boris Becker – per esempio – mi batté le prime tre volte in cui ci incontrammo a causa di un servizio che non si era mai visto prima nel nostro sport. Guardai le cassette relative a quelle partite per tre volte e alla fine mi resi conto che aveva un tic con la lingua. Non sto scherzando. Iniziava il suo movimento oscillatorio – sempre la stessa routine – e mentre era sul punto di lanciare la palla tirava fuori la lingua e lo faceva collocandola esattamente nel mezzo delle labbra oppure leggermente più a sinistra. Quando batteva da destra e metteva la lingua tra le labbra, tirava o al centro o al corpo; se la metteva a lato serviva ad uscire.

La parte più difficile per me non era rispondere al suo servizio, bensì non fargli capire che lo sapevo. Dovevo resistere alla tentazione di leggere il suo servizio per la maggior parte della partita e scegliere il momento più adatto in cui usare questa informazione per eseguire un colpo che mi avrebbe permesso di fare il break.

Quella era la cosa più difficile; non avevo problemi a fargli il break, bensì a tenergli nascosto il fatto che potevo farlo a mio piacimento perché non volevo che tenesse la lingua in bocca ma che continuasse a tirarla fuori!

Raccontai questa cosa a Boris soltanto dopo il suo ritiro perché ci tenevo alla mia incolumità. Glielo dissi durante un Oktoberfest in Germania mentre bevevamo una pinta di birra insieme. Non potei fare a meno di dirgli: ‘a proposito, sai che facevi questa cosa e buttavi via il servizio?‘. Cadde quasi dalla sedia e mi rispose: (dopo i nostri match, ndt) “Tornavo a casa e dicevo a mia moglie: è come se mi leggesse nella mente. Figurati se pensavo che mi stavi semplicemente leggendo la lingua”.


Lingua o non lingua, dopo le prime tre sconfitte iniziali, Agassi batté Becker 10 volte in 11 occasioni. L’unica eccezione fu rappresentata dalla semifinale di Wimbledon del 1995; quel giorno Boris servì con lingua biforcuta.

Resta però aperta una domanda alla quale Agassi non dà risposta: quando Boris serviva da sinistra dove metteva la lingua? Se qualcuno lo sa, è pregato di farcelo sapere.

Continua a leggere

Racconti

Storie di tennis: un diritto di troppo

Da Giorgio de Stefani a Teodor Davidov, undicenne bulgaro che gioca due dritti (come l’ex numero 1 italiano) e serve con due mani diverse. Il futuro del tennis o solo un curioso vezzo?

Pubblicato

il

Friedrich Wilhelm Nietzsche è il padre di una delle più audaci teorie filosofiche di tutti i tempi nota con il nome di “eterno ritorno”. Secondo il filosofo tedesco, il tempo non si muove su una linea retta indirizzata verso un’ineludibile fine, bensì in un incessante moto circolare e la storia – che ne è figlia – è quindi destinata a ripetersi all’infinito.

Immaginiamo quindi il suo gaudio nel vedere la sua teoria indirettamente confermata da un giovanissimo tennista statunitense che ripropone sul campo le gesta di un tennista italiano che visse il suo apogeo tennistico negli anni ’30 del secolo scorso. Cosa accomuna questi due tennisti così lontani nel tempo e nello spazio? L’esecuzione del rovescio o – per meglio dire – la non esecuzione di quel colpo.

Il tennista italiano di cui stiamo parlando è Giorgio de Stefani, che fu numero uno del tennis italiano dopo il ritiro del barone Uberto De Morpurgo – avvenuto nel 1933 – sino al 1936. De Stefani disputò 66 partite di Coppa Davis vincendone 44 e battendo giocatori del calibro di Hopman e Perry; giunse in finale al Roland Garros nel 1932 dove fu sconfitto in quattro set da uno dei moschettieri di Francia, Henri Cochet. In un’epoca in cui non esisteva la classifica fatta dal computer bensì dai giornalisti sportivi, de Stefani nel ’34 fu giudicato nono giocatore al mondo dal più eminente tra questi, Arthur Wallis Myers. Nicola Pietrangeli lo affrontò in doppio e commentò cosi il suo stile di gioco: “se gli facevi un pallonetto, non sapevi mai da che parte sarebbe arrivato lo smash”, poichè de Stefani – un mancino naturale – colpiva la palla esclusivamente con il diritto passandosi rapidamente la racchetta da una mano all’altra.

 

Per saperne di più sul nostro connazionale vi rimandiamo a un libro recensito da Ubitennis alcuni anni fa, dal titolo “Giorgio de Stefani: il gentleman con la racchetta” di Francesca Paoletti e per guardarlo in azione su YouTube, dove si possono vedere alcune immagini relative a un suo incontro di Coppa Davis.

Il suo giovanissimo emulo è l’undicenne di origine bulgara Teodor Davidov. A due anni Davidov si trasferì con la famiglia dalla natia Sofia a Denver, dove iniziò a giocare a tennis a 3 anni. Davidov non si limita però a colpire la pallina con il diritto da entrambi i lati del corpo: forte di uno spiccato ambidestrismo serve da sinistra con la sinistra e da destra con la destra.

Vi ricorda qualche professionista in grado di fare altrettanto? Forse un ottimo doppista che in coppia con il fratello vinse il Roland Garros nel 1993? Esatto, proprio lui: Luke Jensen.

Davidov si è messo in luce in un torneo nazionale nordamericano under 12 disputato poche settimane fa e in un baleno, grazie a Internet, le sue immagini hanno fatto il giro del mondo attirandogli molte attenzioni e qualche commento forse un po’ prematuro; tra gli ultimi quello dell’australiano Paul Mc Namee, uno dei più forti doppisti di sempre e manager sportivo di alto livello, che ha definito la tecnica di Davidov “il futuro del tennis”. 

Non sappiamo se McNamee si rivelerà buon profeta. Sappiamo però che i pochissimi atleti che in epoche recenti hanno percorso quella strada non sono andati lontano. Prendiamo ad esempio il sudcoreano Cheong-Eui Kim che a 21 anni decise di adottare la strategia “a la Davidov” per sorprendere i suoi avversari, spaccando quindi in due il suo gioco: servizio mancino da sinistra e viceversa da destra e niente rovescio. Risultato: a 31 anni langue intorno alla posizione numero 900 dopo avere brevemente assaggiato la top 300 nel 2015.

Un altro giocatore con caratteristiche simili è stato l’italiano Claudio Grassi, ritiratosi pochi anni fa. Carrarese, classe 1985, arrivò ad occupare nel 2011 la posizione numero 300 della classifica mondiale. Mancino naturale era in grado di cambiare la mano dominante nel corso dello stesso scambio e di colpire con il diritto sia dal lato destro che sinistro del corpo, pur essendo in possesso di un discreto rovescio bimane. In un’intervista del 2011 affermò che per lui il cambio di mano era dettato più da ragioni istintive che tattiche e che a suo parere questa strategia ha due grossi limiti: la diseguale potenza delle due braccia e il tempo necessarie a passare la racchetta da una mano che – per quanto possa essere contenuto – può risultare fatale.    

Se nel tennis professionistico moderno in campo maschile l’eliminazione del rovescio dal bagaglio tennistico di un giocatore non ha offerto alcun risultato di rilievo, in campo femminile ne ha dato uno in più. La russa Evgenija Kulikovskaya con i suoi due diritti arrivò infatti ad occupare la posizione numero 91 in singolare nel 2003 e la numero 46 in doppio nel medesimo anno.

Risalendo la corrente del tempo (ma se ha ragione Nietsche rischiamo di farci venire un gran mal di testa) troviamo una giocatrice ben più forte della russa e che come lei colpiva la pallina solo con il diritto: Beverly Baker Fleitz. Fleitz, statunitense, in singolare raggiunse la finale di Wimbledon nel 1955 e nello stesso anno vinse quella di doppio a Parigi. Le classifiche dell’epoca la vedono al terzo posto nel 1954 -1955-1958.

In anni meno remoti, due giocatrici dotate soltanto di diritto si incontrarono al primo turno di Wimbledon edizione 1972: Lita Liem e Marijche Schaar; vinse la prima. Si tratta dell’unica partita disputata con questa peculiarità a livello professionistico.

Altri tempi e altre velocità; de Stefani e Fleitz  raggiunsero risultati importanti in un’epoca in cui la pallina viaggiava ad una velocità nettamente inferiore rispetto all’attuale e consentiva loro di cambiare di mano la racchetta senza compromettere l’esito dello scambio. Il tempo – ancora lui – ci dirà se Davidov saprà emularli; noi gli auguriamo buona fortuna, perché crediamo che il tennis abbia bisogno di nuovi campioni e ancor più di nuovi personaggi.

Questa storia di tennis è dedicata ad Antonella Rosa, tennista ligure che negli anni ’70 giunse sino al numero 132 del mondo, al numero 4 della classifica italiana e al titolo assoluto nel 1976, giocando con due diritti e nessun rovescio. A impostarla in questo modo fu Ido Alberton – storico maestro del Park Tennis Club di Genova – a seguito di un brutto infortunio patito da Rosa alla mano destra.

Antonella ci ha lasciati la scorsa estate a soli 63 anni.  

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement