Tra Parigi e New York, sognando Wimbledon: solo un Oceano di differenze?

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Tra Parigi e New York, sognando Wimbledon: solo un Oceano di differenze?

Confronto da inviato tra Roland Garros e US Open, in attesa di Londra: pregi e difetti tra logistica, impianti, rapporto coi giocatori e cucina. Meglio i sofisticati francesi o i buontemponi americani?

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Quando vado a Wimbledon mi sembra di entrare in una chiesa, quando sono a Flushing Meadows è come essere ad una sagra paesana”. Così si espresse anni fa Rino Tommasi, per sottolineare l’abissale differenza di atmosfera che si respira tra due tornei dello Slam tra loro diversissimi: il Tempio sacro di Church Road e la chiassosa festa, tipicamente americana, dello US Open. Cogliamo questo spunto per tracciare un confronto, in termini di atmosfera e di organizzazione, tra lo Slam a stelle e strisce e il Roland Garros, forti dell’esperienza da inviati di Ubitennis a entrambi i tornei. Il punto di vista è dunque quello del giornalista, ma la speranza di questo articolo è fornire al lettore un quadro più ampio e completo delle diverse impostazioni date dagli organizzatori americani e francesi ai rispettivi Major.

Il rapporto con giocatori e giocatrici

Il rischio di cadere nei luoghi comuni è molto alto, ma l’immagine dell’americano alla buona, abiti extralarge, pacche sulle spalle e zero attenzione alla forma e quella del francese sofisticato, abito distinto e sguardo un po’ troppo sostenuto, sono utili a introdurre due modi molto differenti di gestire l’interazione tra giornalisti e giocatoriA New York chi gira con al collo il pass della stampa ha libero accesso a Players Garden e Players Lounge. Il primo è un semplice e gradevole angolo verde (situato all’ombra di una delle tante uscite dell’Arthur Ashe Stadium) con qualche panchina e un piccolo bar, dove i giocatori e i loro staff si concedono qualche momento di relax. Qui è possibile interloquire con loro e registrare le conversazioni.  Il secondo è un’area collocata al secondo piano dell’impianto Centrale, cui si accede entrando proprio dalla porta che dà sul Garden, dove i protagonisti della racchetta possono adagiarsi su comodi divani e guardare diverse TV che propongono i match in corso, piuttosto che confrontarsi con i coach o rilassarsi con parenti e amici. In questa zona i giornalisti hanno accesso senza però la possibilità di fare interviste. Dal punto di vista dell’inviato, si tratta di due aree molto proficue per ottenere dichiarazioni esclusive dei giocatori. Tennisti e tenniste, d’altro canto, oltre a sopportare il caos del pubblico a stelle e strisce (rumoroso durante i match quasi come fosse a una partita di baseball) si ritrovano a rispondere (o declinare) le domande della stampa anziché godersi qualche momento per staccare la spina.

A Parigi, al di là della disponibilità dei protagonisti incontrati tra un campo e l’altro, non sono previste modalità informali o improvvisate per le interviste. Oltre alle conferenze stampa post-partita, l’unica possibilità è richiedere al desk apposito un’intervista personale con il giocatore o la giocatrice richiesta. I tennisti meno aperti ed estroversi preferiranno sicuramente il Roland Garros, mentre non è possibile trovare un giornalista che affermi in buona fede di prediligere il rigore francese alle maggiori possibilità americane.

 

La Sala stampa e l’accesso alla Tribuna stampa del Centrale

Molto probabilmente, il miglior pregio del Roland Garros consiste nel fatto che dalla sala stampa, per sedersi in tribuna stampa a seguire i match sullo Chatrier sono sufficienti 20 secondi, ovvero il tempo di alzarsi dal proprio desk, fare due rapide rampe di scale e mostrare al responsabile accessi il regolare accredito stampa. A quel punto è possibile accomodarsi nel primo posto libero anche durante lo svolgimento del punto, dato che la distanza dal campo e l’entrata mascherata dalle tettoie che riparano dalla pioggia fanno sì che i giocatori non possano in alcun modo accorgersi né essere disturbati dal giornalista che si siede nei suoi posti. Tutto questo senza che le postazioni comportino problemi di visibilità: siamo piuttosto lontani dal rettangolo di gioco ma le dimensioni non enormi del Centrale e la totale assenza di ostacoli permette una visibilità ottimale. Semmai, per chi è più tecnico, la fruizione del gioco dal lato lungo del campo toglie qualcosa alla lettura tattica, che invece risulta ottimale dalla visione dal lato corto (è uno dei motivi per cui in TV le partite vengono sempre proposte dalle spalle di uno dei due giocatori, unitamente a un chiaro fattore di vicinanza al campo che permette di coprire – dal lato corto – tutto il rettangolo di gioco).

A differenza del Philippe Chatrier, lo spostamento dalla sala stampa alla tribuna stampa dell’Arthur Ashe è meno immediato. Una volta lasciata la postazione e aver attraversato l’intera sala stampa, si accede a un
ascensore (che comporta, visto il numero di persone, un’inevitabile attesa) o a una scala esterna che porta al piano da cui accedere alle tribune. Per raggiungere lo spicchio destinato alla stampa è però necessario, una volta mostrato l’accredito, fare una trentina di metri e poi attendere un break del match (ovvero una situazione di punteggio che veda un numero dispari di game disputati nel set in corso) per potersi sistemare senza interferire col gioco. Non si tratta di un difetto del Centrale degli US Open, piuttosto è il Centrale del Roland Garros che costituisce un’eccezione virtuosa, essendo probabilmente l’unico impianto di un torneo di grande livello e affluenza che permette la sistemazione a scambio in corso. Basti pensare a Wimbledon, dove l’area dedicata alla stampa (sala stampa e camere delle conferenze stampa) è allocata in una zona che permette di raggiungere senza troppa difficoltà praticamente tutti i campi, ma non è ubicata all’interno dell’impianto del Centrale, come invece avviene sia per l’Arthur Ashe sia per il Philippe Chatrier.

La transportation dalla propria sistemazione all’impianto

Da tre diversi punti di Manhattan (uno dei quali nei pressi della famosa stazione del Grand Central Terminal), l’organizzazione dello Slam americano (ovvero la USTA, la federazione tennis a stelle e strisce) mette a disposizione di tutti i giornalisti accreditati un bus ogni mezz’ora che garantisce il trasporto dal centro di New York fino a Flushing Meadows. È sufficiente mostrare l’accredito stampa per salire a bordo e arrivare comodamente. A Parigi, un servizio del genere è previsto ma con stringenti restrizioni. Così come avviene negli USA, la federazione francese stipula delle convenzioni con alcuni alberghi, ma nella capitale francese l’accesso alle navette dell’organizzazione è riservato solo a chi alloggia negli alberghi stessi. Chi opta per altre sistemazioni, come un appartamento in affitto da condividere, non ha diritto al trasporto gratuito per Porte d’Auteuil e a nulla serve esibire l’accredito stampa. Dover provvedere in autonomia a raggiungere il Roland Garros per 14 giorni, con relativo giro di ritorno quotidiano, non è cosa da poco in termini economici e logistici. Ricorrere alla metropolitana può comportare cambi, tempo e fatica e cominciare la giornata di cronache sotto il sole in uno stato già ampiamente trafelato non è l’ideale se deve ripetersi per tutta la durata del torneo. L’alternativa di due corse in taxi (o coi mezzi di Uber) al giorno per due settimane di torneo è affrontabile solo se ogni tratta è condivisa in almeno tre persone, con la necessità di sincronizzare i ritorni a fronte di impegni diversi (non sempre ci si può organizzare tra inviati di Ubitennis, fare di necessità virtù porta a fraternizzare e condividere il tetto con i colleghi della concorrenza, che possono scalpitare per andare a casa prima o più semplicemente hanno piani diversi per la cena). Da questo punto di vista il paragone non regge e va nettamente a favore degli US Open.

Le distanze da coprire e le gimkane tra gli appassionati

Il tempo passato in Sala stampa, alle Conferenze stampa dei giocatori oppure sulle tribune del campo Centrale per seguire dal vivo i match più importanti è certamente maggioritario, ma l’inviato a un torneo che dura due settimane e si svolge su quasi venti campi non può certo permettersi di rinunciare agli altri courts, dal secondo per importanza (il Louis Armstrong a New York, il Suzanne Lenglen a Parigi) a quello più periferico. Se stiamo seguendo l’esordio di Stefano Napolitano al Roland Garros  sul campo 16 o quello di Thomas Fabbiano agli US Open dal campo 15, l’obiettivo al termine del match (o qualche istante prima, per guadagnare tempo) è raggiungere la Sala stampa nel minor tempo possibile per mettere insieme la cronaca del match già appuntata sul block notes o sullo smartphone, allo scopo di pubblicarla quasi in tempo reale. Impresa non banale se tra i campi più periferici e il proprio desk ci sono lunghe strade e moltissimi tifosi. Difficile esprimere una preferenza tra Flushing Meadows e Porte d’Auteuil. A New York il Billie Jean King National Tennis Center si estende su uno spazio enorme, così dai campi più lontani è necessario avere doti da fondista per raggiungere celermente la Sala Stampa e procedere senza dover riprendere fiato al racconto del match. A Parigi il Roland Garros ha definitivamente previsto dal 2020 una significativa estensione, ma al momento è raccolto in uno spazio molto limitato per ospitare uno Slam. Il risultato è che non ci sono grandi distanze da coprire, ma il muro umano contro il quale si rischia continuamente d’infrangersi rende ugualmente difficile raggiungere il proprio pc in tempi rapidi. Qui le doti sportive più utili sarebbero quelle di un campione di Slalom Speciale come Alberto Tomba.

Il ristorante dei giornalisti

Premessa doverosa: tracciare un paragone sui pasti offerti agli US Open e al Roland Garros è piuttosto improprio per via del diversa durata della giornata. A Porte d’Auteuil si gioca dalle 11 fino al calare del sole (ossia non prima delle 21,30), mentre a Flushing Meadows è prevista la sessione serale e le partite non terminano prima dell’1 di notte. Per questo motivo, l’organizzazione francese mette a disposizione della stampa una diaria di 10 euro da spendere all’ora di pranzo (anche se il ristorante riapre alle 18), mentre gli americani offrono 20 dollari che possono essere spalmati su due pasti, tra colazione, pranzo e cena. In nessuno dei due casi la quota è sufficiente per coprire la giornata, ma l’aiuto offerto è certamente apprezzabile. Più interessante è la differenza culturale che si riflette nei piatti e nei costi.
A Parigi i francesi mettono in campo tutta la loro tracotanza, nel bene e nel male. Il bene consiste nella qualità offerta: da entrecote di buon livello ad andouillette tipiche della cucina francese (trattasi di saporitissima salsicce d’interiora di maiale cotte nel vino e servita con patate fritte: una sorta di sanguinaccio elegante…), passando per qualche piatto di pesce non certo trascendentale ma necessario per non contrarre una forma di gotta… Il male si esplica nel costo del solo piatto principale, equiparabile a un secondo e un contorno: 11 euro, che comporta la simpatica estorsione dell’euro mancante dal borsellino, cui eventualmente aggiungere un dolcetto molto parco nelle dimensioni dal prezzo non inferiore ai 3,5 euro. A New York il ristorante è aperto dalle 9 alle 22 e offre al mattino i rinomati bagel e le ciambelle americane più classiche che ci siano, ricchissime di quella glassa di diversi colori che difficilmente si sposa con una dieta attenta agli zuccheri. Dalle 11:30 in poi il pranzo e la cena ripropongono le stesse cose ed è necessario fare molta attenzione per evitare di terminare l’avventura con una ventina di hamburger all’attivo. I salutisti possono comunque tranquillizzarsi: in alternativa all’hamburger si può ricorrere al sempre freschissimo pulled pork, un gustoso intingolo di carne di maiale sfilacciata…

Insomma, un doppio viaggio in due tra i quattro tornei più importanti del mondo per arrivare all’imprevedibilissima conclusione che qualunque confronto tra un torneo americano e uno francese risulta semplicemente impossibile…

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Di Alcaraz e della sua capacità di elevare il gioco degli avversari

È possibile che incontrare Carlos porti lo sfidante al suo picco, a qualità finanche mai espresse? Esiste un “effetto Alcaraz”?

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Carlos Alcaraz – ATP Miami 2022 (foto via Twitter @ATPTour_ES)

Durante il torneo di Indian Wells, alla fine del tiratissimo primo set fra Carlos Alcaraz e Hubert Hurkacz, l’ATP Graphic & Statistics Operator Enrico Maria Riva ha twittato, dando voce (testo…) a quello che milioni di occhi stavano osservando: “È presto per dirlo, ma pare che uno dei principali effetti di Alcaraz sia di alzare enormemente la qualità del gioco degli avversari”. Un presunto effetto da non confondere con la capacità di Dominic Thiem di rendere fenomeni per un giorno avversari come Herbert e Ramanathan (2017), Ebden e Sandgren (2018), Fabbiano e Ruusuvuori (2019), però perdendoci, magari anche nettamente. Ma entriamo nel dettaglio di questo “effetto Alcaraz” dando uno sguardo agli ultimissimi sfidanti di colui che sembra aver già messo la freccia nei confronti dei nextgen originali, che ancora si accontentano di rimanere in coda ai Big Tir, ehm, Three, approfittando dei loro occasionali stop forzati.

Nel 2016, Miomir Kecmanovic (qui il suo profilo) è stato numero 1 junior nel 2016. Dopo un 2021 in cui ha restituito con interessi da usura quanto ottenuto nelle due stagioni predecenti, è riemerso dalla off-season in versione agguerritissima. All’Australian Open, l’assenza di Djokovic aveva creato un buco nel tabellone, una valle fino agli ottavi per… Sonego? Tommy Paul? No, ci si è infilato Misha. Bisogna dire che i suoi successi di questi primi tre mesi hanno anche un’importante benché involontaria componente “azzurra”, nel senso che tutti i nostri rappresentanti si sono fatti da parte al suo passaggio: Travaglia, Caruso, Sonego (due volte), Cecchinato e Berrettini. Attento, solidissimo, fisicamente robusto e inappuntabile… un po’ noiosetto, insomma. Ma il quarto di finale che lo ha visto impegnato contro Carlos è stato avvincente: 143 minuti tutti da assaporare, arricchiti da scambi mozzafiato vinti ora dall’uno, ora dall’altro, per un livello stellare da parte di entrambi i contendenti.

Compiamo un piccolo balzo fino a Casper Ruud, analizzando il più velocemente possibile la sua semifinale floridiana perché va bene vederla una volta, ma riviverla significa infierire, tenendo anche presente che sulla carta era paragonabile al secondo turno di Gstaad 2021, quando Ruud affrontò il n. 124­ Dennis Novak. Contro Francisco Cerundolo, per inciso bestia nera di Kecmanovic nella gira sudamericana e quindi fonte di preziose informazioni che i nostri dovrebbero avere il buon senso di chiedergli (o carpirgli, hackerargli, vale tutto), Casper avrebbe potuto giocare un tennis brillante, sempre nei limiti delle proprie caratteristiche, com’è solitamente possibile fare in presenza di un importante divario in termini di classifica. Invece, forse complice la pressione per la ghiotta chance di agguantare la sua prima finale Masters 1000, ha preferito limitarsi a un sorta di compitino e neppure ben fatto, un po’ come fece nel 2019 Dusan Lajovic in finale a Umago contro il qualificato Attila Balazs, quando non fu neppure sfiorato dal pensiero di giocare a braccio sciolto, salvo poi, se non fosse stata giornata, avere tutto il tempo per mettere le mani sul trofeo ripiegando su posizioni conservative. No, “palleggio” fin dall’inizio. Il norvegese visto contro il maggiore dei Cerundolo è stata davvero una versione… fantasmina rispetto a quello della finale, almeno finché ha tenuto botta. È partito sparato, Ruud, conscio che avrebbe potuto mettere in difficoltà l’avversario solo salendogli sopra. Un po’ come salire sopra alla prima di servizio di Opelka. Così Casper è entrato in campo pensando “vabbè, togliamoci subito questo dente”, che poi se l’è tolto davvero qualche giorno dopo, postando pure la foto del del giudizioso molare insanguinato. Ma, fosse capace di giocare “sempre” a quell’intensità per interi match, Splatter Casper diventerebbe un problema anche per i pochi che riescono a vincerci già adesso. Sul 4-1 per lui, la grafica confermava l’evidenza visiva: la velocità media del suo dritto era di oltre 146 km/h. Contro Cerundolo, 127. Per dire.

 
Carlos Alcaraz - Miami Open 2022 (foto Twitter @MiamiOpen)
Carlos Alcaraz – Miami Open 2022 (foto Twitter @MiamiOpen)

E Hurkacz, citato all’inizio? Il mite Hubert si trova talmente a proprio agio nell’umida Miami – campione uscente e semifinalista, vincitore in doppio – che si potrebbe coniare un termine per riassumere la fruttuosa relazione con il torneo della Florida: hubidity? Il suo incontro più spettacolare è stato proprio quello contro Carlitos, dove ha mostrato un gran livello. Per dovere di informazione, ricordiamo che dopo la sconfitta il polacco ha dichiarato di “poter giocare meglio di come ha fatto”. Ma ci sentiamo anche in diritto di replicare iperbolicamente, “Hubi, Hubi, se avessi giocato così in finale contro Sinner l’anno scorso, gli avresti lasciato tre game”. Poi è chiaro che nei due tie-break che hanno deciso la semi Hurkacz sbaglia un paio di dritti sui punti importanti, ma sono colpi che fanno parte del suo repertorio e che possono ben riaffiorare nei momenti di maggiore tensione.

A proposito, sta emergendo in maniera viepiù evidente, quasi inevitabile, la capacità del teenager spagnolo di mantenere alto il livello e mettere le mani sui punti che più pesano, anche sfidando quelli che sembrano leggi consolidate del tennis come della vita. Ci riferiamo all’episodio di massima sportività in cui ha concesso la ripetizione del punto dopo che l’arbitro aveva rilevato un inesistente doppio rimbalzo sul recupero di Hubert, vincendo di nuovo quel “15” a dispetto della regola per cui nessuna buona azione resterà impunita.

In definitiva, anche se continua a essere troppo presto per un’affermazione assiomatica, sembra proprio che tu, avversario di turno del classe 2003, sia destinato a rimanere intrappolato appena fuori dalla porta del paradiso dopo averci bussato speranzoso; certo, contro altri giocatori ti dimostrerai più solido nei momenti decisivi, vanterai vittorie di tutto rispetto, ma molto probabilmente non divertirai il pubblico come hai fatto contro questo Carlitos. Perché Alcaraz ti prende per mano, eleva la tua prestazione, ti sprona a tirare fuori il tuo meglio, forse addirittura qualcosa di più, portandoti a un passo dalla tua vittoria più sfavillante. Poi, in un attimo, cala il buio, lui cala maschera e, tra gli applausi più scroscianti, ti sbrana.

Tuttavia, quest’ultima parte a volte manca. È successo con Rafa Nadal nel deserto e ancora nel suo match di esordio a Monte Carlo con Sebastian Korda. Una sfida, che sarebbe stata migliore senza il fastidioso vento, tra il nextgen ormai solo di nome e quello che non lo è più per raggiunti limiti di età – oltre che, come l’altro, per essersi guadagnato lo status di present-gen, nel senso di generazione che ha già cominciato a farci dei graditi regali in termini di scontri ad alta intensità. Non che Sebi non ci avesse già deliziato con partite estremamente piacevoli, come quella entusiasmante contro Aslan Karatsev a Bercy.

Intanto, la caduta spagnola di fronte al figlio d’arte ci dà l’opportunità di analizzare, da un punto di vista se vogliamo parziale, cosa (non) è andato storto. Carlos è da molti considerato finito, nel senso di completo, che non ha margini di miglioramento se non ridotti e in pochissime parti del suo tennis. In pratica, per lui sarebbe molto meglio avere, per esempio, il rovescio bimane di Berrettini, che potenzialmente può arrivare al livello-Zverev, in quel caso portando l’azzurro a vette inimmaginabili; viceversa, quello del diciottenne spagnolo non può migliorare nella stessa misura essendo già un ottimo colpo. Ma non siamo qui a commiserare lo sfortunato Carlitos, uéi, ci mancherebbe altro. Ci interessa piuttosto questo supposto “effetto Alcaraz” della cui esistenza cominciamo ad accumulare indizi. Perché, forse, a mettere tutti d’accordo è appunto questo aspetto in cui il Nostro ha tanto margine: smettere di facilitare l’avversario nell’ottenere il proprio “nuovo massimo” e farlo invece giocare anche sotto i suoi standard. Tutti d’accordo, ça va sans dire, nell’augurarci che non ci riesca, perché significherebbe privarci dell’opportunità di un futuro costellato di gustosi match di pregevolissima fattura.

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“Una situazione scomoda”: il delicato equilibrio del rapporto tennista-coach

Che si tratti di Roger Federer o di Emma Raducanu, da sempre i tennisti digeriscono a fatica l’idea di pagare qualcuno che gli dica cosa fare

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Roger Federer e Ivan Ljubicic - Madrid 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Traduzione dell’articolo di Tumaini Carayol, pubblicato sul The Guardian il 22 marzo 2022

Siamo a Melbourne, è da poco iniziata la stagione tennistica e in una conferenza stampa post-partita a Simona Halep viene chiesto come valuta le sue scelte in materia di allenatori. “Sono stata fortunata: ho trovato la persona giusta praticamente ogni volta”, risponde, facendo spallucce. “Non posso dire che sia stato difficile, ecco. Ho seguito il mio istinto, ho fatto quel che mi sentivo di fare. Credo di aver sempre preso le decisioni più giuste per la mia carriera”. Tra tutti i tennisti intervistati in quell’occasione, era stata proprio Halep a rispondere con maggiore sicurezza alle domande sul tema del coach – eppure, poche settimane dopo, la sua squadra si è sfaldata. A febbraio, a cinque mesi dalla separazione a sorpresa con il suo coach Darren Cahill, Halep ha annunciato la fine della collaborazione anche con i Rumeni Daniel Dobre e Adrian Marcu. Ha poi dichiarato che avrebbe giocato senza coach, per questioni di crescita personale e per capire “dove sarebbe riuscita ad arrivare, da sola”. Parrebbe non essere arrivata molto lontano.

Infatti, successivamente a Indian Wells, Halep aveva già effettuato una brusca inversione a U, assumendo dei nuovi volti nel suo team. Ha dichiarato di essersi resa conto in solo due tornei di quanto fosse difficile allenarsi, viaggiare e giocare i match, senza un coach. Così scopriamo che perfino un’atleta di successo di 30 anni, con 16 anni di esperienza alle spalle, si trova ancora a dover imparare, giorno dopo giorno. Negli sport “maggiori”, soprattutto in quelli di squadra, i coach hanno molto potere e controllo sulla carriera dell’atleta, mentre spesso, in quelli individuali, le sorti dell’atleta sono influenzate dalle federazioni nazionali. E poi c’è il tennis, dove l’atleta è al contempo datore di lavoro e oggetto del business stesso: assume delle persone nel suo team, ma poi va in campo da solo per la performance. “Quando ne ho parlato con atleti di altri sport, rimanevano scioccati”, racconta con una risata Daria Kasatkina, ex top 10 della WTA. “Mi dicevano tipo: ‘Wow, ma come fate a fare una cosa del genere?’”.

 

Avere così tanta autonomia nella propria carriera porta anche una serie di difficoltà. Come la strana dinamica di potere che si crea quando il tennista assume delle persone, spesso molto più anziane, che gli dicono cosa fare e che lo criticano.  “Devi trovare i mezzi per mantenere il tuo team e crearti la tua piccola azienda”, spiega la ex numero 1 Garbiñe Muguruza. “Ho trovato estremamente difficile assumere delle persone il cui lavoro fosse dirmi cosa dovevo fare, essere umile e dire a me stessa: ‘Se mi cerco il team migliore, il miglior coach, poi devo essere disposta ad ascoltare quel che mi dicono.’ Anche se la nave è la mia, devo trovare un capitano che la diriga”. L’entourage di persone di cui un tennista si circonda è sempre più grande. Ora i tennisti viaggiano con diversi coach, fisioterapisti, fitness coach, agenti e perfino psicologi. Milos Raonic una volta si è definito il “CEO di Milos Raonic tennis”, poco dopo aver aggiunto un terzo coach al suo team.

“Credo che in fondo sarebbe più semplice se avessi qualcuno che mi dica in che tornei devo giocare, dove devo essere, così non devo pensarci io”, spiega Raonic. “Sono sempre qui a chiedermi come dovrei organizzarmi per giocare al meglio, settimana dopo settimana”. Verso la fine dello scorso anno le decisioni sulla scelta del coach erano diventate un tema scottante anche per Emma Raducanu, che aveva deciso di non prolungare la sua collaborazione con Andrew Richardson, il coach a interim scelto da Emma per la sua spettacolare corsa al titolo degli US Open. Questa decisione le costò parecchie critiche, finché non scelse di assumere definitivamente Torben Beltz. Gli anni da adolescente possono essere davvero brutali per certi atleti. I tennisti passano la gioventù a preparare il proprio gioco e il proprio corpo, eppure molti sentono di essere lasciati soli nella gestione delle enormi responsabilità legate all’avanzare della loro carriera.

Nonostante tutti i successi raggiunti, Andy Murray ha trovato spiacevole la sua esperienza di datore di lavoro: “Personalmente, non mi piace”, racconta. “L’ho trovato difficile. E’ complicato quando hai 18, 19, 20 anni e non hai l’esperienza per gestire queste situazioni”. Secondo Roger Federer, il fatto di elargire degli stipendi in giovane età è già di per sé bizzarro. “E’ un po’ imbarazzate all’inizio”, mi ha confessato nel 2018. “Essere un ragazzo giovane, che paga gli stipendi, non è molto usuale. Infatti, ho apprezzato il periodo in cui avevo il supporto della federazione e non dovevo curarmi di questi aspetti”. Murray è dell’idea che gli atleti dovrebbero ricevere del supporto all’inizio del loro percorso per prendere quelle decisioni che potrebbero incidere sulla loro carriera. “E’ un po’ strano a 19 anni dare lavoro a persone che hanno 20/25 anni più di te e che hanno molta più esperienza di te”, spiega. Le cose non dovrebbero andare così. Dovrebbe essere l’opposto o quantomeno dovrebbe esserci una figura – un performance manager, o qualcosa di simile – che condivida il peso delle scelte con l’atleta”.

Con queste strane dinamiche si creano relazioni atleta-coach che sono difficili da mantenere. “Forse ora che stai pagando il suo stipendio potresti pensare: ‘Non mi piace, devo liberarmi di lui”, spiega Federer. “Ma è davvero sbagliato ragionare in questo modo e fortunatamente non ho mai ragionato così, né mi sono sentito in questo modo. Ho sempre pensato semplicemente che, beh, i coach sono più grandi, hanno più esperienza, sanno di cosa stanno parlando”. Naomi Osaka è dello stesso parere di Federer: “Credo che sia fondamentale comunicare regolarmente, bisogna assicurarsi di essere sempre allineati su uno stesso percorso, di condividere i medesimi obiettivi”.

E’ fin troppo facile per il tennista dare la colpa agli altri, esercitare il proprio potere e prendere decisioni emotive quando le cose non vanno al meglio: serve pazienza. “Bisogna essere molto pazienti”, dice Kasatkina. “Ma è tosta, perché giochiamo torneo dopo torneo, punto su punto… A volte riesci a difenderti, a volte perdi un po’ di terreno. È tutto così veloce e tu stessa vuoi ottenere risultati il più velocemente possibile”. Nell’ultimo anno, anche Murray è salito sulla giostra del coaching, separandosi dal suo storico coach Jamie Delgado per fare diversi periodi di prova con altri coach, fino a ri-assumere Ivan Lendl, con cui si è ritrovato questa settimana a Miami. Murray si racconta: “Negli anni ho fatto molta fatica a esprimere come mi sentivo rispetto a certe situazioni, mi preoccupavo della reazione delle persone con cui lavoravo, di come l’avrebbero presa e come mi avrebbero risposto”.

Una cattiva comunicazione non può che portare al peggiore dei risultati: il licenziamento. In alcuni casi le separazioni filano lisce, senza intoppi, come dimostra Félix Auger-Aliassime, che descrive la separazione dal suo coach Guillaume Marx nel 2020 come “probabilmente una delle decisioni più difficili della sua giovane età”, ma che da allora è cresciuto arrivando nei top 10.  Un classico esempio di separazione tragica è invece quella avvenuta agli US Open del 2019 quando un’allora ventunenne Aryna Sabalenka, dopo aver perso nel torneo di singolare, annunciò la fine del rapporto con il coach Dmitry Tursunov. Pochi giorni dopo, scrisse una lettera dai toni drammatici su Instagram, pregandolo di tornare da lei. Lui quella settimana le rimase a fianco mentre lei alzava il trofeo di doppio femminile agli US Open. Ma il loro rapporto terminò definitivamente pochi mesi più tardi.

“Anche io ho avuto delle brutte esperienze agli inizi della mia carriera, quando ho terminato il rapporto con alcuni coach”, dice Murray. “Cercavo di parlare con i coach, ma l’esito non era quello che speravo. Esperienze negative e scomode come queste, a 18 o 19 anni, possono influenzare il modo in cui affronterai situazioni simili più avanti nella tua carriera”. Il tema della rottura con i coach provoca una risata in Kasatkina: E’ un po’ come separarsi dal fidanzato o dalla fidanzata. E’ dura. A volte non se lo aspettano, o non te lo aspetti tu. Spesso sono gli atleti a interrompere la collaborazione, altre volte capita che siano i coach a farlo. Nella maggior parte dei casi il rapporto non si chiude molto bene”.

A queste complicazioni se ne aggiungono altre specifiche per il tennis femminile, dal momento che vengono assunti tantissimi uomini sia come coach che come membri del team dell’atleta. Come mi ha raccontato Maria Sharapova, nel 2018: “Ci sono dinamiche molto diverse, che nascono perché sei una donna che gestisce un team, un team composto anche di uomini, e perché spesso sei la più giovane”. “Per una donna è difficile andare dall’uomo e dirgli: “Ti licenzio”, spiega Kasatkina, con una risata. “E’ una situazione difficile da gestire. Ma a volte devi trovare il modo di farlo. Certo, è sempre meglio porre termine al rapporto rimanendo in buoni rapporti, ma non sempre è possibile”.

Kasatkina, 24 anni, è una giocatrice professionista da oltre otto anni. Nata in Russia, le sue ambizioni di carriera l’hanno portata a trasferirsi da sola in Slovacchia a 17 anni, ma ora vive in Spagna. Ancora oggi, scuote vigorosamente la testa quando le si chiede se ora si sente adulta, dopo aver gestito tutte queste responsabilità da così tanto tempo.  “Non ancora. Non nella mia carriera, ma neanche nella mia vita privata”, risponde. Posso fare la seria, ma credo che ci debba sempre esser spazio per la ragazzina, perché il tennis è un gioco e io penso che nei giochi i ragazzini siano più bravi degli adulti. Poi ride.

Traduzione di Giulia Bosatra

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Giocatori bassi, calze lunghe o corte, progressi tecnici e allenatori: Matthew Willis e le domande dei suoi follower

Che impatto hanno i super-coach? Perché Rafa batte Medvedev, e Djokovic no? Il noto analista del tennis Matthew Willis, chiarisce alcuni dubbi

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Hard Rock Stadium - Miami 2022 (foto Ubitennis)

Traduzione dell’articolo di di Matthew Willis, pubblicato su The Racquet il 3 marzo 2022

Domanda: È l’unica domanda che conta… Calzini corti o calzini lunghi?
Matt: Calzini lunghi. I calzini corti nel tennis sono un peccato capitale per il quale Agassi e Fish non saranno mai perdonati.

D: Domanda divertente: perché i giocatori scelgono le palle prima di servire? L’ho visto succedere molte volte, guardano le palline e ne scelgono alcune… perché? Ho visto alcuni giocatori addirittura annusarle…
Matt: Dipende dal giocatore e dalle circostanze. Alcuni giocatori sono superstiziosi. Gasquet, ad esempio, spesso si mette in testa che una o due palle in particolare siano “fortunate” e continuerà a chiederle al raccattapalle più e più volte. Altri vogliono una palla veloce se stanno servendo, cioè la meno soffice delle palle in uso. Altri preferiscono una palla più lenta, forse perché il loro avversario sta colpendo particolarmente bene, e sentono l’esigenza di rallentare un po’ il gioco.


D: Domanda molto aperta: qual è il colpo più facile da migliorare nel corso di una carriera? Soprattutto pensavo al topspin di diritto o di rovescio. Questa domanda mi è venuta in mente pensando agli sviluppi attuali/futuri di Berrettini e Musetti
D: Quando i giocatori lavorano sulla tecnica (cambiamenti fondamentali), quando lo fanno? Durante la pausa stagionale? Sembra difficile farlo durante la stagione mentre si è soprattutto concentrati sui risultati.

Matt: Dipende da quanto è grande il cambiamento. Nell’allenamento, ci sono cambiamenti ad alta e bassa latenza. Una modifica radicale della tecnica del diritto o del servizio, ad esempio (molto difficile per i professionisti adulti) dovrebbe aver luogo durante il periodo della pausa stagionale (sebbene spesso non sia abbastanza lunga per portare perfettamente a termine processi come questo). Mannarino è un buon esempio di giocatore che ha modificato in modo significativo la tecnica del diritto e Del Potro ha fatto lo stesso con il rovescio, ma entrambi lo hanno fatto durante lunghe assenze forzate per infortunio al polso, e quindi per necessità.

Se invece si tratta di lavorare sugli schemi di gioco, sulla strategia o su piccoli aggiustamenti tecnici (ad esempio, sia il servizio di Nadal che quello di Djokovic nell’ultimo decennio sono cambiati per lo più in modo graduale piuttosto che con interventi drastici), allora quello è un lavoro in corso d’opera, costante per tutta la stagione e che prosegue durante la pausa. Il colpo più facile da migliorare? Direi il servizio e la risposta, soprattutto perché sono due colpi su cui i giocatori possono fermarsi e pensare prima di colpirli, diversamente dal diritto e dal rovescio durante gli scambi, dove l’intuizione e le abitudini (spesso radicate nei giocatori fin dalla giovane età) possono essere più difficili da cambiare.

D: Volevo capire l’impatto che gli allenatori hanno sui giocatori. Quanto è tattico, quanto è mentale, magari con qualche esempio? Mouratoglou andava bene per Serena? Ivanisevic andava bene per Nole? e Becker? Moya è stato utile a Nadal?
Matt: Dipende molto dal singolo giocatore e dal contesto. Ad esempio, non è un segreto che Mouratoglou sia poco più di un cheerleader e di un motivatore per Serena, e che non ha veramente aggiunto qualcosa di particolarmente tecnico. Per Goran e Djokovic, sembra che la vera priorità sia stata lavorare sul servizio e sul gioco a rete nonché su alcuni degli elementi più basilari della strategia e del primo colpo. Va detto che il servizio, in questa ultima parte di carriera di Novak è stato eccellente fin dalla metà del 2018 (e stava già migliorando notevolmente dal 2014/15 in poi). Moya ha avuto un impatto specifico sulla tecnica di servizio di Nadal, sull’aggressività della seconda di servizio, sulla sperimentazione del nastro di piombo sulla testa della racchetta, sulla costruzione dei punti brevi e sul rovescio. Ma ancora una volta, come con tutti questi grandi giocatori, può essere difficile distinguere quanto sia merito loro, e quanto sia stato l’impatto dell’allenatore.

D: Qual è il futuro per i giocatori professionisti alti meno di 1 metro e settanta? E possiamo trovare un esponente Serve & volley moderno migliore di Cressy (se vogliamo vederlo come il portabandiera contemporaneo di questo stile)?

Matt: Mi stupirei davvero se un giocatore più basso di 1,70 vincesse uno Slam tra gli uomini nei prossimi dieci anni. Qualcuno potrebbe farcela fra vent’anni e oltre, ma è così lontano nel tempo ed è praticamente impossibile prevedere quali modifiche al gioco ci potranno essere. Penso che tu debba accontentarti di Cressy per ora, se vogliamo pensare ad un gioco di puro serve & volley (anche se a me piace guardare Cressy giocare). Non è la strategia ottimale, almeno non esclusivamente, per la maggior parte dei tennisti con ambizioni d’élite in questi giorni. Le cose potrebbero cambiare in futuro.

D: Pensi che essere più muscoloso rispetto al tennista professionista medio aiuterebbe, oppure sarebbe dannoso per un giocatore? E come domanda a margine, quale sarebbe un fisico ideale per il tennis?
Matt: Non aiuterebbe affatto e probabilmente sarebbe dannoso per il gioco. Djokovic, o probabilmente qualcuno un paio di centimetri più alto come Auger-Aliassime considerando la recente evoluzione del gioco moderno, rappresentano il fisico maschile ideale del tennis in questo momento. Gambe forti, ma parte superiore del corpo molto asciutta anche se con un tronco molto tonico; avambraccio dominante ampio, glutei sviluppati (un po’ il mostro di Frankenstein…). Kokkinakis è un esempio di quanto possano essere inutili e controproducenti alcuni esercizi di potenziamento della massa muscolare, spesso dettati dalla semplice vanità.

D: Perché Rafa è in grado di battere regolarmente Medvedev, ma non fa progressi contro Nole quando invece Meddy ha battuto e può battere Nole (o almeno dimostrarsi più competitivo di Rafa) – domanda specifica per il coach.
Matt: È un caso abbastanza semplice di differenze di abbinamento. La prima di servizio di Medvedev può garantire un discreto vantaggio contro Djokovic. I suoi colpi da fondo arrivano piatti, bassi e spesso centrali, e possono costringere Djokovic a spingere e a cercare gli angoli. Inoltre la giovane età e la forma fisica di Medvedev gli permettono di sovrastare a volte Djokovic sotto l’aspetto fisico. Al contrario, il servizio di Nadal, seppur migliorato, si scontra contro un muro quando ha a che fare con la risposta di Djokovic, la migliore di tutti i tempi. La risposta di rovescio di Djokovic contrasta il servizio dal lato sinistro, il preferito di Rafa, meglio di chiunque altro. Nadal ha anche notevoli difficoltà a rispondere al servizio in slice di Djokovic, molto migliorato in questa fase finale di carriera, e la potenza del dritto incrociato di Rafa negli scambi, s’infrange sul rovescio di Djokovic, il quale è molto abile a gestire il topspin sul rimbalzo sui campi in cemento. Un Nadal più giovane potrebbe sopperire ad alcuni di questi problemi con le proprie capacità fisiche. Il Nadal più anziano, che fa più che mai affidamento su scambi brevi sul cemento, spesso non riesce ad appoggiarsi sul servizio e sull’eventuale successivo diritto a chiudere che mettono in difficoltà tutti tranne Djokovic. Al contrario il gioco Nadal funziona abbastanza bene con Medvedev su molti campi in cemento all’aperto (ma meno su quelli indoor). Detto questo, non credo che un Nadal in buona salute sia sempre destinato a perdere contro Djokovic sul cemento, come spesso si sente dire. Tuttavia parte sicuramente da sfavorito.

Traduzione di Michele Brusadelli

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