Tra Parigi e New York, sognando Wimbledon: solo un Oceano di differenze?

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Tra Parigi e New York, sognando Wimbledon: solo un Oceano di differenze?

Confronto da inviato tra Roland Garros e US Open, in attesa di Londra: pregi e difetti tra logistica, impianti, rapporto coi giocatori e cucina. Meglio i sofisticati francesi o i buontemponi americani?

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Quando vado a Wimbledon mi sembra di entrare in una chiesa, quando sono a Flushing Meadows è come essere ad una sagra paesana”. Così si espresse anni fa Rino Tommasi, per sottolineare l’abissale differenza di atmosfera che si respira tra due tornei dello Slam tra loro diversissimi: il Tempio sacro di Church Road e la chiassosa festa, tipicamente americana, dello US Open. Cogliamo questo spunto per tracciare un confronto, in termini di atmosfera e di organizzazione, tra lo Slam a stelle e strisce e il Roland Garros, forti dell’esperienza da inviati di Ubitennis a entrambi i tornei. Il punto di vista è dunque quello del giornalista, ma la speranza di questo articolo è fornire al lettore un quadro più ampio e completo delle diverse impostazioni date dagli organizzatori americani e francesi ai rispettivi Major.

Il rapporto con giocatori e giocatrici

Il rischio di cadere nei luoghi comuni è molto alto, ma l’immagine dell’americano alla buona, abiti extralarge, pacche sulle spalle e zero attenzione alla forma e quella del francese sofisticato, abito distinto e sguardo un po’ troppo sostenuto, sono utili a introdurre due modi molto differenti di gestire l’interazione tra giornalisti e giocatoriA New York chi gira con al collo il pass della stampa ha libero accesso a Players Garden e Players Lounge. Il primo è un semplice e gradevole angolo verde (situato all’ombra di una delle tante uscite dell’Arthur Ashe Stadium) con qualche panchina e un piccolo bar, dove i giocatori e i loro staff si concedono qualche momento di relax. Qui è possibile interloquire con loro e registrare le conversazioni.  Il secondo è un’area collocata al secondo piano dell’impianto Centrale, cui si accede entrando proprio dalla porta che dà sul Garden, dove i protagonisti della racchetta possono adagiarsi su comodi divani e guardare diverse TV che propongono i match in corso, piuttosto che confrontarsi con i coach o rilassarsi con parenti e amici. In questa zona i giornalisti hanno accesso senza però la possibilità di fare interviste. Dal punto di vista dell’inviato, si tratta di due aree molto proficue per ottenere dichiarazioni esclusive dei giocatori. Tennisti e tenniste, d’altro canto, oltre a sopportare il caos del pubblico a stelle e strisce (rumoroso durante i match quasi come fosse a una partita di baseball) si ritrovano a rispondere (o declinare) le domande della stampa anziché godersi qualche momento per staccare la spina.

A Parigi, al di là della disponibilità dei protagonisti incontrati tra un campo e l’altro, non sono previste modalità informali o improvvisate per le interviste. Oltre alle conferenze stampa post-partita, l’unica possibilità è richiedere al desk apposito un’intervista personale con il giocatore o la giocatrice richiesta. I tennisti meno aperti ed estroversi preferiranno sicuramente il Roland Garros, mentre non è possibile trovare un giornalista che affermi in buona fede di prediligere il rigore francese alle maggiori possibilità americane.

 

La Sala stampa e l’accesso alla Tribuna stampa del Centrale

Molto probabilmente, il miglior pregio del Roland Garros consiste nel fatto che dalla sala stampa, per sedersi in tribuna stampa a seguire i match sullo Chatrier sono sufficienti 20 secondi, ovvero il tempo di alzarsi dal proprio desk, fare due rapide rampe di scale e mostrare al responsabile accessi il regolare accredito stampa. A quel punto è possibile accomodarsi nel primo posto libero anche durante lo svolgimento del punto, dato che la distanza dal campo e l’entrata mascherata dalle tettoie che riparano dalla pioggia fanno sì che i giocatori non possano in alcun modo accorgersi né essere disturbati dal giornalista che si siede nei suoi posti. Tutto questo senza che le postazioni comportino problemi di visibilità: siamo piuttosto lontani dal rettangolo di gioco ma le dimensioni non enormi del Centrale e la totale assenza di ostacoli permette una visibilità ottimale. Semmai, per chi è più tecnico, la fruizione del gioco dal lato lungo del campo toglie qualcosa alla lettura tattica, che invece risulta ottimale dalla visione dal lato corto (è uno dei motivi per cui in TV le partite vengono sempre proposte dalle spalle di uno dei due giocatori, unitamente a un chiaro fattore di vicinanza al campo che permette di coprire – dal lato corto – tutto il rettangolo di gioco).

A differenza del Philippe Chatrier, lo spostamento dalla sala stampa alla tribuna stampa dell’Arthur Ashe è meno immediato. Una volta lasciata la postazione e aver attraversato l’intera sala stampa, si accede a un
ascensore (che comporta, visto il numero di persone, un’inevitabile attesa) o a una scala esterna che porta al piano da cui accedere alle tribune. Per raggiungere lo spicchio destinato alla stampa è però necessario, una volta mostrato l’accredito, fare una trentina di metri e poi attendere un break del match (ovvero una situazione di punteggio che veda un numero dispari di game disputati nel set in corso) per potersi sistemare senza interferire col gioco. Non si tratta di un difetto del Centrale degli US Open, piuttosto è il Centrale del Roland Garros che costituisce un’eccezione virtuosa, essendo probabilmente l’unico impianto di un torneo di grande livello e affluenza che permette la sistemazione a scambio in corso. Basti pensare a Wimbledon, dove l’area dedicata alla stampa (sala stampa e camere delle conferenze stampa) è allocata in una zona che permette di raggiungere senza troppa difficoltà praticamente tutti i campi, ma non è ubicata all’interno dell’impianto del Centrale, come invece avviene sia per l’Arthur Ashe sia per il Philippe Chatrier.

La transportation dalla propria sistemazione all’impianto

Da tre diversi punti di Manhattan (uno dei quali nei pressi della famosa stazione del Grand Central Terminal), l’organizzazione dello Slam americano (ovvero la USTA, la federazione tennis a stelle e strisce) mette a disposizione di tutti i giornalisti accreditati un bus ogni mezz’ora che garantisce il trasporto dal centro di New York fino a Flushing Meadows. È sufficiente mostrare l’accredito stampa per salire a bordo e arrivare comodamente. A Parigi, un servizio del genere è previsto ma con stringenti restrizioni. Così come avviene negli USA, la federazione francese stipula delle convenzioni con alcuni alberghi, ma nella capitale francese l’accesso alle navette dell’organizzazione è riservato solo a chi alloggia negli alberghi stessi. Chi opta per altre sistemazioni, come un appartamento in affitto da condividere, non ha diritto al trasporto gratuito per Porte d’Auteuil e a nulla serve esibire l’accredito stampa. Dover provvedere in autonomia a raggiungere il Roland Garros per 14 giorni, con relativo giro di ritorno quotidiano, non è cosa da poco in termini economici e logistici. Ricorrere alla metropolitana può comportare cambi, tempo e fatica e cominciare la giornata di cronache sotto il sole in uno stato già ampiamente trafelato non è l’ideale se deve ripetersi per tutta la durata del torneo. L’alternativa di due corse in taxi (o coi mezzi di Uber) al giorno per due settimane di torneo è affrontabile solo se ogni tratta è condivisa in almeno tre persone, con la necessità di sincronizzare i ritorni a fronte di impegni diversi (non sempre ci si può organizzare tra inviati di Ubitennis, fare di necessità virtù porta a fraternizzare e condividere il tetto con i colleghi della concorrenza, che possono scalpitare per andare a casa prima o più semplicemente hanno piani diversi per la cena). Da questo punto di vista il paragone non regge e va nettamente a favore degli US Open.

Le distanze da coprire e le gimkane tra gli appassionati

Il tempo passato in Sala stampa, alle Conferenze stampa dei giocatori oppure sulle tribune del campo Centrale per seguire dal vivo i match più importanti è certamente maggioritario, ma l’inviato a un torneo che dura due settimane e si svolge su quasi venti campi non può certo permettersi di rinunciare agli altri courts, dal secondo per importanza (il Louis Armstrong a New York, il Suzanne Lenglen a Parigi) a quello più periferico. Se stiamo seguendo l’esordio di Stefano Napolitano al Roland Garros  sul campo 16 o quello di Thomas Fabbiano agli US Open dal campo 15, l’obiettivo al termine del match (o qualche istante prima, per guadagnare tempo) è raggiungere la Sala stampa nel minor tempo possibile per mettere insieme la cronaca del match già appuntata sul block notes o sullo smartphone, allo scopo di pubblicarla quasi in tempo reale. Impresa non banale se tra i campi più periferici e il proprio desk ci sono lunghe strade e moltissimi tifosi. Difficile esprimere una preferenza tra Flushing Meadows e Porte d’Auteuil. A New York il Billie Jean King National Tennis Center si estende su uno spazio enorme, così dai campi più lontani è necessario avere doti da fondista per raggiungere celermente la Sala Stampa e procedere senza dover riprendere fiato al racconto del match. A Parigi il Roland Garros ha definitivamente previsto dal 2020 una significativa estensione, ma al momento è raccolto in uno spazio molto limitato per ospitare uno Slam. Il risultato è che non ci sono grandi distanze da coprire, ma il muro umano contro il quale si rischia continuamente d’infrangersi rende ugualmente difficile raggiungere il proprio pc in tempi rapidi. Qui le doti sportive più utili sarebbero quelle di un campione di Slalom Speciale come Alberto Tomba.

Il ristorante dei giornalisti

Premessa doverosa: tracciare un paragone sui pasti offerti agli US Open e al Roland Garros è piuttosto improprio per via del diversa durata della giornata. A Porte d’Auteuil si gioca dalle 11 fino al calare del sole (ossia non prima delle 21,30), mentre a Flushing Meadows è prevista la sessione serale e le partite non terminano prima dell’1 di notte. Per questo motivo, l’organizzazione francese mette a disposizione della stampa una diaria di 10 euro da spendere all’ora di pranzo (anche se il ristorante riapre alle 18), mentre gli americani offrono 20 dollari che possono essere spalmati su due pasti, tra colazione, pranzo e cena. In nessuno dei due casi la quota è sufficiente per coprire la giornata, ma l’aiuto offerto è certamente apprezzabile. Più interessante è la differenza culturale che si riflette nei piatti e nei costi.
A Parigi i francesi mettono in campo tutta la loro tracotanza, nel bene e nel male. Il bene consiste nella qualità offerta: da entrecote di buon livello ad andouillette tipiche della cucina francese (trattasi di saporitissima salsicce d’interiora di maiale cotte nel vino e servita con patate fritte: una sorta di sanguinaccio elegante…), passando per qualche piatto di pesce non certo trascendentale ma necessario per non contrarre una forma di gotta… Il male si esplica nel costo del solo piatto principale, equiparabile a un secondo e un contorno: 11 euro, che comporta la simpatica estorsione dell’euro mancante dal borsellino, cui eventualmente aggiungere un dolcetto molto parco nelle dimensioni dal prezzo non inferiore ai 3,5 euro. A New York il ristorante è aperto dalle 9 alle 22 e offre al mattino i rinomati bagel e le ciambelle americane più classiche che ci siano, ricchissime di quella glassa di diversi colori che difficilmente si sposa con una dieta attenta agli zuccheri. Dalle 11:30 in poi il pranzo e la cena ripropongono le stesse cose ed è necessario fare molta attenzione per evitare di terminare l’avventura con una ventina di hamburger all’attivo. I salutisti possono comunque tranquillizzarsi: in alternativa all’hamburger si può ricorrere al sempre freschissimo pulled pork, un gustoso intingolo di carne di maiale sfilacciata…

Insomma, un doppio viaggio in due tra i quattro tornei più importanti del mondo per arrivare all’imprevedibilissima conclusione che qualunque confronto tra un torneo americano e uno francese risulta semplicemente impossibile…

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Atleti di mezza età: come si mantengono in forma i Ronaldo, i Nadal?

Dai campi da calcio a quelli da tennis, i grandi giocatori sono sempre più longevi. Andiamo a scoprirne i segreti

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Rafael Nadal (Instagram - @rafaelnadal)
Rafael Nadal (Instagram - @rafaelnadal)

Di Peta Bee, The Times, 5 luglio 2022

È stato per molto tempo luogo comune aspettarsi che gli atleti si ritirassero con grazia intorno ai trent’anni, momento nel quale anche i campioni del mondo e gli olimpionici difficilmente riuscivano a contrastare il declino delle abilità fisiche derivante dall’invecchiamento. Questo non vale per l’attuale gruppo di ultratrentenni, i quali sembrano avere prestazioni in costante miglioramento con l’avanzare dell’anagrafe, e riescono a mantenere il loro status d’élite ben oltre l’età che un tempo era considerata limite nello sport.

Con rispettivamente 35 e 36 anni portati brillantemente, Novak Djokovic e Rafael Nadal stanno ancora mostrando ai rivali più giovani come si gioca sull’erba di Wimbledon, mentre l’ex numero 1 del mondo Roger Federer ha manifestato la sua intenzione di tornare al tennis nel 2023 all’età di 41 anni. 

 

Nel calcio, un gioco in cui i giocatori una volta venivano regolarmente messi da parte per infortunio intorno ai trent’anni, il capocannoniere di tutti i tempi Cristiano Ronaldo avrebbe espresso al Manchester United la sua intenzione di lasciare il club, spinto dal desiderio di giocare in Champions League la prossima stagione all’età di 37 anni. Nel frattempo, sembra che il Milan stia cercando di continuare ad assicurarsi i servigi di Zlatan Ibrahimovic, nonostante i 40 anni. E nel cricket, il 39enne James Anderson, il più prolifico lanciatore inglese nella storia del cricket, non si fa certo scrupoli a continuare giocare nei Test Match [confronti tra nazionali che si svolgono su un arco di cinque giorni – N.d.T.]

Non sono solo gli uomini a sfidare le convenzioni sull’età. Dopo essersi presa una pausa dalla carriera per avere due figli, la tennista Tatjana Maria, 34 anni, ha trascorso una settimana da sogno a Wimbledon, raggiungendo, per la prima volta in carriera, la semifinale. Venus Williams, 42 anni, non è andata così lontano, ma ha comunque disputato un torneo impressionante insieme a Jamie Murray nel doppio misto.

La cosa più notevole è che questi atleti stanno gareggiando in sport che richiedono non solo resistenza, caratteristica che notoriamente raggiunge il picco in età più avanzata, ma forza, velocità e abilità. In quello che dovrebbe essere il tramonto delle loro carriere, come riescono ad estendere la loro longevità sportiva?

“I migliori atleti sono sempre stati prodighi d’impegno e resilienti”, afferma Jamie McPhee, professore di fisiologia muscolo-scheletrica al Manchester Metropolitan University Institute of Sport ed esperto degli effetti dell’invecchiamento sulle prestazioni atletiche. “Ma siamo in presenza di un nuovo livello, supportato dalla scienza e da altre risorse, il che significa che questi atleti possono prolungare la loro carriera ai vertici”. Ecco come:

Pre-abilitazione e riabilitazione

L’ottimizzazione della salute dell’atleta è fondamentale per preservare le prestazioni e gran parte di essa riguarda la prevenzione degli infortuni e la conoscenza delle pratiche di recupero. Un rapido stretching prima di una partita è stato sostituito con riscaldamenti progettati dal fisioterapista, personalizzati e concentrati sull’attivazione e sul rilascio delle fasce muscolari, utilizzando rulli di gommapiuma e elastici per esercizi.

“Il supporto della scienza dello sport è progredito in modo massiccio negli ultimi due o tre decenni”, afferma McPhee. “Se puoi prevenire gli infortuni in primo luogo, o gestirli in modo appropriato, puoi aggiungere qualche anno alla carriera di un atleta, e prima queste misure vengono adottate nella vita, più a lungo è possibile mantenere la soglia di massima prestazione”.

Nessuna ipotesi viene scartata. I biomeccanici analizzano la tecnica utilizzando piastre di forza, un sistema che misura l’impatto fisico dei movimenti di un atleta, e suggeriscono piccoli aggiustamenti che possono fare la differenza in termini di infortuni. Se gli infortuni si verificano lo stesso, i fisioterapisti sono immediatamente presenti, e dispositivi come i tapis roulant antigravitazionali consentono agli sportivi di riprendere rapidamente l’allenamento riducendo la forza di impatto con cui colpiscono il suolo.

“Ogni aspetto della vita di un atleta è ora orientato alla prevenzione degli infortuni in modo olistico, afferma McPhee. “Conosco calciatori che consultano esperti per capire dove dovrebbero essere posizionate le finestre delle loro case per ottimizzare il sonno, consci che la mancanza di quest’ultimo, accoppiata alla fatica, può portare all’accumulo di infortuni”.

Metodi di recupero

Un tempo, il massimo che un atleta potesse aspettarsi in termini di supporti al recupero era un massaggio post-allenamento. Nel 2022 il massaggio resta importante ma è solo uno strumento, all’interno di un intero arsenale ora a disposizione degli atleti. Dai rulli di gommapiuma e abbigliamento a compressione – è stato recentemente dimostrato che calze e maniche elastiche attillate aiutano a ridurre la percezione del dolore muscolare dopo l’esercizio – ai leggings gonfiabili a compressione pneumatica, fino ad arrivare alle pistole massaggianti manuali, il recupero è diventato una scienza a sé.

“Per gli atleti più anziani, sapere come evitare l’accumulo di fatica e ottimizzare il recupero è essenziale per mantenere le prestazioni e ridurre il rischio di lesioni”, afferma McPhee. “C’è una comprensione molto migliore dell’importanza del recupero per gli atleti, oltre a quella relativa alle basi di una buona alimentazione e degli schemi di sonno”. La crioterapia, sotto forma di bagni di ghiaccio o camere di ghiaccio, è ampiamente utilizzata da molti, e fra gli altri Nadal e Andy Murray ne sono sostenitori. 

Raffreddate principalmente dall’azoto liquido, le camere di ghiaccio sottopongono il corpo a temperature fino a -160 °C per due o tre minuti, il che si ritiene acceleri il recupero e riduca l’infiammazione nelle lesioni dei tessuti molli. “L’idea è che le basse temperature spingano il corpo a modificare il flusso sanguigno”, afferma McPhee. “Si suppone che in questo modo i nutrienti e l’apporto di ossigeno ai muscoli venano migliorati”.

Nutrizione

Rimane molta pseudoscienza nel mondo della nutrizione sportiva, ma lo sport d’élite ha fatto molta strada da quando bistecca e uova crude erano considerati i migliori alimenti per migliorare le prestazioni, con particolare riferimento agli atleti più anziani. “Il processo di invecchiamento è accompagnato da cambiamenti fisiologici che possono influenzare la capacità di esercizio, la massa muscolare e la forza”, afferma la nutrizionista sportiva Anita Bean, autrice di The Complete Guide to Sports Nutrition. “Ma una combinazione delle migliori pratiche di allenamento, recupero e nutrizione significa che i migliori atleti ora mangiano per allenarsi “in modo più intelligente”, il che significa che possono mantenere alti livelli di forma fisica anche dopo i 40 anni”.

Aggiunti alle pratiche quotidiane di bilanciamento dell’assunzione di cibo e liquidi per un ritorno ottimale prima, durante e dopo l’allenamento, interventi specifici possono aiutare gli atleti che invecchiano a rimanere in gioco. “Man mano che invecchi, il tuo corpo è meno in grado di rispondere agli effetti anabolici o di costruzione delle proteine ​​​​nella dieta, il che significa che è più difficile per esso trasformare le proteine ​​​​in muscoli”, afferma Bean. “Questa si chiama resistenza anabolica ed è ora noto che gli atleti più anziani hanno bisogno di una quantità relativamente maggiore di proteine, circa 1,5g per chilogrammo di peso corporeo al giorno, o 40g per pasto”.

Anche il momento del consumo di proteine ​​è importante. “Gli studi hanno dimostrato che il consumo di proteine ​​subito dopo un allenamento intenso aiuta a compensare la resistenza anabolica dell’invecchiamento, costruendo così nuova massa muscolare. E fare uno spuntino ad alto contenuto proteico, come lo yogurt greco, prima di andare a letto ha dimostrato di massimizzare gli effetti dell’esercizio di resistenza e di giovare alla sintesi proteica negli atleti più anziani”, afferma.

È stato anche dimostrato che Integratori come il succo di amarena e di barbabietola migliorano il recupero dopo un allenamento intenso e che l’integrazione di vitamina C aiuta le persone anziane a mantenere la massa muscolare.

Psicologia

Una rarità negli anni ’80 e ’90, gli psicologi dello sport sono ora disponibili per quasi tutti gli atleti d’élite per aiutare a sviluppare tratti importanti per la longevità nello sport. La dott.ssa Josephine Perry, psicologa dello sport consulente e autrice di “The Ten Pillars of Success: Secret Strategies of High Achievers (Allen & Unwin)”, [I dieci pilastri del successo: le segrete strategie dei migliori talenti] afferma che gli atleti più anziani sono spesso più pragmatici riguardo al successo sportivo, oltre ad essere più coerenti emotivamente e meglio in grado di tenere a bada i pensieri negativi durante la competizione.

“In generale, ci sono diverse mentalità, con gli atleti più giovani che sono per lo più guidati dall’ego, concentrati esclusivamente sui risultati, sui tempi e sul loro aspetto, il che può innescare effetti indesiderati come stress e ansia”, afferma. “Con gli atleti più anziani, la mentalità si sposta sulla padronanza o l’essere brillanti in quello che fanno, che è molto più stabile e ha risultati migliori”. In pratica questo si traduce in lottare per essere il meglio che possono essere, massimizzando il tempo in cui possono continuare a competere ai massimi livelli. “Passo la mia vita cercando di insegnarlo ai giovani atleti”, dice. “Viene naturale a molti atleti più anziani.”

Cita una conversazione che ha avuto di recente con Sarah Storey, l’atleta paralimpica di maggior successo della Gran Bretagna, che ha vinto l’inseguimento nel ciclismo individuale ai Giochi di Tokyo all’età di 43 anni, il suo 17° oro paralimpico e il 40° titolo mondiale. Storey, che ha due figli, ha detto che non ha intenzione di smettere di gareggiare. “Quando le ho chiesto quando si ritirerà, ha risposto: ‘Quando non vedrò alcun modo per migliorare’. E questo è tipico di molti atleti d’élite più anziani che non sono spinti dalla voglia di vincere tutto ma dal voler ‘essere al livello massimo che possono raggiungere per la durata massima possibile”.

Tracciamento dei dati

Tutto l’attuale raccolto di atleti ultratrentenni è il prodotto di una generazione ossessionata dai dati sulle prestazioni. Allenamento, sonno, assunzione di nutrienti, perdite di liquidi e frequenza cardiaca sono solo una frazione delle variabili monitorate ogni giorno durante l’allenamento. Nel calcio e nel tennis ogni giocatore indossa dispositivi GPS e accelerometri in ogni sessione e questi registrano dati 10-20 volte al secondo”, afferma McPhee. “Gli allenatori e gli analisti hanno questo enorme set di dati per ogni atleta che fornisce informazioni straordinarie sul modo in cui il loro corpo risponde a diversi carichi e diversi fattori di stress, in modo che possano adattare l’allenamento di conseguenza”.

Inoltre, le atlete utilizzano il monitoraggio mestruale per valutare le fluttuazioni dei livelli ormonali che potrebbero dar luogo a sottili cambiamenti nella forza e nella capacità articolare che a loro volta potrebbero aumentare il rischio di lesioni.

Secondo McPhee, si tratta della punta dell’iceberg tecnologico. “Nei prossimi anni, le tecniche di intelligenza artificiale isoleranno modelli di dati che si tradurranno in un allenamento progettato individualmente per ogni membro di una squadra o di una squadra intera”, afferma McPhee. “Probabilmente giocherà un ruolo importante nell’aiutare gli atleti a competere ancora più a lungo”.

Forza e condizionamento

L’invecchiamento influisce sulle prestazioni sportive in molti modi, ma l’impatto più grande è il calo della capacità di riparazione e di ringiovanimento muscolare associato a una graduale perdita della massa muscolare totale, un processo chiamato sarcopenia, che inizia a verificarsi dopo i 35 anni. 

Collettivamente, tutto questo tende a ridurre potenza, forza e tecnica ed è stato tradizionalmente il motivo per cui gli atleti negli sport che si basano su questi fattori, come il tennis, il calcio e lo sprint, hanno avuto picchi di carriera in età precedenti rispetto ai corridori di resistenza e ai ciclisti. Con il miglioramento del monitoraggio dello sport, programmi di forza e condizionamento più sofisticati su misura per le esigenze di un atleta hanno contribuito a compensare il calo.

“La forza e il condizionamento sono diventati davvero specifici secondo il tipo di sport e l’individuo”, afferma McPhee. “Si è orientati non solo verso l’aumento della massa muscolare, ma anche al miglioramento della resistenza alla fatica, e l’obiettivo è aiutare un atleta ad allenarsi in modo che possa adattarsi e migliorare tra i trenta e anche i quarant’anni“.

Sì, sollevano pesi e fanno flessioni, ma piuttosto che aumentare progressivamente quanto possono fare su panca, ad esempio, un atleta si concentrerà sulla correzione degli squilibri muscolari migliorando al contempo la qualità e la gamma di movimento, l’equilibrio e la flessibilità. “Lavoreranno sull’agilità e Ronaldo è molto abile nel mantenere il ritmo dello sprint, smentendo la convinzione che diminuisca con l’età”, afferma McPhee. “Al più alto livello si tratta di pratiche molto, molto personalizzate e si concentrano sul mantenimento di quel macchinario corporeo perfetto.”

Traduzione di Michele Brusadelli

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Il diavolo e l’acquasanta

Il diavolo è lui, Fabio, fresco della quattrocentesima vittoria ATP. L’acquasanta è lei, Flavia, quarant’anni lo scorso febbraio. Cerchiamo di capire le dinamiche di questo sposalizio

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Fabio Fognini e Flavia Pennetta (dal profilo Twitter di Fognini)

Nessuno come lui in Italia: con quella ad Amburgo su Bedene sono quattrocento le vittorie nel circuito di Fognini, a partire dal 24 maggio 2004, quando debuttò al Challenger di Torino battendo il n. 174 del mondo Alexander Waske.

Il quattro e lo zero ricorrono in modo curioso anche in un altro anniversario caduto nel 2022 e decisamente caro a Fabio, i quarant’anni della moglie Flavia. Già, Flavia Pennetta… alzi la mano chi di voi aveva pronosticato il matrimonio Fognini-Pennetta prima dell’undici giugno 2016. Eppure quel giorno si sono sposati, due che più diversi non si può.

Quando penso a Fabio e Flavia insieme mi vengono in mente coppie bizzarre del cinema, della politica, della tivvù (senza entrare nel dettaglio, ché si rischia la querela). E pure del tennis, Borg e la Berté per esempio (peraltro anche Loredana più vecchia di Bjorn di cinque anni). Il parallelo più calzante è però quello col duo Connors-Evert degli anni Settanta e non solo perché giocavano entrambi a tennis: per la stampa rosa erano “The golden couple”, per i commentatori più caustici “La bella e la bestia”. Niente di strano, ce lo ricordiamo Jimbo, provocatore, polemico, scorretto, e ce la ricordiamo Chris, irreprensibile nei suoi principeschi completini gialli. La loro storia durò un paio d’anni arrivando alle soglie delle nozze, Fabio e Flavia “durano” da sei e, a giudicare dal ritmo con cui nascono eredi, pare abbiano tutta l’intenzione di invecchiare insieme, nonostante non abbiano apparentemente nulla in comune.

 

A cominciare dallo stile di gioco: Pennetta era ordinata, geometrica, pulita; Fognini è sempre stato istintivo, intermittente, estemporaneo, anche quando vittorioso. Questione di carattere, come per la rispettiva tenuta mentale. Flavia ha fatto della solidità nervosa un bastione della propria forza (ricordo un match del trionfale Indian Wells 2014 in cui il vento spostava la palla ad ogni colpo, chiunque avrebbe ceduto alla stizza, non lei). Accreditare Fabio di solidità nervosa è un po’ come credere in altre forme di vita nell’universo, possono esserci ma non ne abbiamo le prove. Emblematica sotto quest’aspetto l’opposta componente mimica, l’espressività di Fognini rimanda agli attori del cinema muto, i Buster Keaton, i Chaplin, un attimo prima ride, un attimo dopo sbarra gli occhi, l’attimo dopo ancora sorride o regala baci, tutto senza passaggi intermedi, come se obbedisse a una serie di comandi improvvisi e perentori. Viceversa Pennetta ha sempre sfoggiato una maschera di serietà e grinta, solo raramente sporcata da deboli moti di irritazione. Per non parlare del linguaggio, ciò che raccolgono i microfoni dal lato di campo di Fabio è degno del porto di Livorno – improperi, saracche, bestemmie – mentre non ricordo una parolaccia di Flavia, neanche a mezza bocca, neanche sul net avversario che le cancella un matchpoint. 

La faccenda non cambia se usciamo dal campo e allarghiamo l’orizzonte dell’analisi ai loro tratti “sociologici”. Prendiamo il rapporto con i colleghi: il fairplay di Pennetta è celebre, mai una frase fuori posto, una stoccatina, un commento equivocabile, soltanto elogi o attenuanti per le avversarie. Fognini, beh Fognini non le manda a dire, l’ultima di mille esternazioni censurabili ha preso di mira il divin Rafa, reo a Wimbledon di aver drammatizzato l’incidente agli addominali, ché mica batti un pur giuggiolone ma forte Fritz se te li sei davvero stirati – e chissà a cos’altro alludeva Fabio affermando che non bisogna fidarsi di Nadal…

L’unpolitically correct del ligure raggiuge l’acme nei confronti dei connazionali: l’ho visto discutere, se non litigare, più o meno con tutti gli italiani incrociati dall’altra parte della rete; memorabile il siparietto con Salvatore Caruso agli Australian Open 2021, allorché Fognini, pur vincente, ha sentito il bisogno di rappresentare al siciliano la quantità di “culo” goduta durante il super tie break finale. Ingenua e sibillina la risposta di Caruso, “Puoi dire quello che vuoi, ma da te non me l’aspetto”: ma come Salvo? Se non ti aspetti certe sceneggiate da Fogna, da chi te le aspetti… Sgarbi?! Di Flavia, e del suo rispetto affettuoso per le nemiche-amiche italiche, resterà sempre negli occhi quel lungo, sincero abbraccio a Robertina Vinci al termine della finale degli Us Open 2015, una fotografia iconica di sportività, sentimento, stima reciproca (la Vinci sembrava perfino più contenta per la vittoria di Flavia della stessa Flavia…). 

E poi ci sono i coach. La lista di chi ha allenato – o tentato di allenare – Fabio è lunghetta, Caperchi, Serrano, Martin, Perlas, Davin, Barazzutti (più che un coach un confessore), Mancini e ora Gaich: per un totale di otto “mentori”, quasi uno ogni due anni di professionismo. Per carità, c’è chi cambia coach come magliette e nel tennis frenetico di oggi gli insegnamenti “scadono” in fretta, ma davvero vogliamo raccontarci la favoletta che la frizzante caratterialità di Fognini non c’entri nulla?

Guardate quel bonaccione di Sonego, legato da sempre ad Arbino, oppure Seppi, altro ragazzo d’oro, da ventisei anni con Sartori. E guardiamo Flavia, un maestro da junior – Michelangelo Dell’Edera, che non finiremo mai di ringraziare per aver “allevato” lei e Vinci – e due soli coach da professionista, Urpi e Navarro, il primo salutato per assecondarne le ambizioni, il secondo per ritirarsi dal tennis: nessun dissidio, nessuna incompatibilità sopravvenuta. 

Già, il ritiro di Flavia. Per molti è stato precoce, dopo l’impresa a New York era in cima al mondo, integra fisicamente, giovane – perché a 33 anni nello sport oggi sei giovane – chissà in quanti slam avrebbe potuto ancora brillare. Ma la sua determinazione si è trasferita dal campo alla vita, idee chiare, voglia di famiglia, e abbiamo visto com’è andata. Lasciare quando si è i migliori, ci vuole coraggio. Fabio il migliore non lo è da un po’, almeno da Monte Carlo 2019, eppure non molla. Sarà in ossequio all’inseparabile collanina con le lettere NMM (Non Mollare Mai), sarà per la speranza di inanellare un’altra serie di partite entusiasmanti “alla Fognini” come in terra monegasca, sarà che vuole aumentare i record o ancora non si vede a cambiare pannolini anziché campo, il nostro a 35 anni continua a giocare. Recentemente in conferenza stampa ha azzardato la parola “ritiro” ma ribadendo che deciderà lui quando, e ci mancherebbe altro!

Le conferenze stampa di Fognini, quelle sì che ci mancheranno: i silenzi, le rappresaglie, le accuse, gli alibi, gli enigmi, le censure; i continui riferimenti ai complotti dei giornalisti tutti coalizzati nell’avercela con lui – in particolare quei criminali di Ubitennis, a partire dal Direttore giù fino all’ultimo dei redattori, colpevoli di enfatizzarne le sconfitte e minimizzarne i successi, come se dovessero perdonargli qualsiasi mattana, qualsiasi débacle solo perché italiano e l’italiano più vincente da quarant’anni. Non funziona così, Fabio, si raccoglie sempre ciò che si semina, lo dice anche Lou Reed in “Perfect day”. E tu hai seminato troppo vento per raccogliere soltanto fiori. Avresti dovuto interloquire con la stampa, non bannarla, mostrare disponibilità alle critiche come alle lodi, esattamente quanto ha fatto tua moglie per l’intera carriera.

Potremmo continuare a lungo, ma il concetto è chiaro: Flavia e Fabio diversi, anzi opposti, in tutto. 

Quando la loro amicizia è diventata amore, in molti hanno auspicato che Pennetta influenzasse il marito, gli trasmettesse un po’ del suo equilibrio, della sua lucidità, affinché agguantasse finalmente di testa quei risultati che il braccio ha sempre meritato. Alcuni hanno addirittura sperato in una Flavia coach di Fabio. Non è successo, Flavia è rimasta ai margini della vita professionistica di Fabio, consentendogli di mantenere e coccolare il proprio diabolico bipolarismo sul campo, solo un filo attenuato dalla paternità, che addolcisce anche gli animi più inquieti. Sì, c’è stato Monte Carlo, ma è stato un guizzo, una scintilla, non certo la conseguenza di un eventuale “metodo” Pennetta inoculato in Fabio. Credo che Flavia faccia bene a disinteressarsi del Fognini tennista, di più, credo che la sua distanza sia il segreto della loro longevità sentimentale; rumors infatti raccontano di un Fabio papà e marito perfetto, che bisogno c’è di rovinare l’idillio coniugale per arricchirne la bacheca di qualche trofeo in più?

Ah, dimenticavo, oltre alle iniziali – e alle iniziali dei figli – una cosa che accomuna Fabio e Flavia però c’è: il più bel rovescio bimane lungolinea del circuito. 

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Flash

Wimbledon ha bisogno di più momenti “Arthur Ashe”, dentro e fuori dal campo

Nick Kyrgios e Ons Jabeur sono una boccata d’aria fresca nelle finali dei singolari maschile e femminile

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Arthur Ashe col trofeo di Wimbledon il 5 Luglio 1975, dopo la vittoria su Jimmy Connors

Traduzione dell’articolo di Kurt Streeter, NY Times, 11 luglio 2022

WIMBLEDON, Inghilterra – Per la prima volta in quasi mezzo secolo, un fine settimana a Wimbledon è sembrato diverso.

Nick Kyrgios e Ons Jabeur sono stati una boccata d’aria fresca nelle finali del singolare maschile e femminile. Jabeur, tunisina, è diventata la prima giocatrice nordafricana a raggiungere una finale in singolare. Kyrgios, australiano di origini malesi e con una spavalderia ben documentata, che lo contraddistingue e lo fa apparire come qualcosa di completamente diverso dai suoi colleghi, giocava la sua prima finale di un Grande Slam. Jabeur e Kyrgios hanno perso il match, ma non è questo il punto.

 

Era dal 1975, quando Arthur Ashe ed Evonne Goolagong arrivarono in finale, che i due incontri non erano così diversi. Il tennis si evolve in modo discontinuo, e non è mai stato così vero come a Wimbledon.

Osservando il pubblico del campo centrale nelle ultime due settimane, si è capito quanto sia difficile cambiare, soprattutto quando si tratta di tornei.

Sugli spalti, un’omogeneità fin troppo familiare. A parte qualche tocco di colore qua e là, un mare di bianco. Per me, un uomo di colore che ha giocato a questo sport nei circuiti minori e che auspica il rinnovamento del sistema tradizionale, vedere la mancanza di colori è sempre un pugno allo stomaco, soprattutto a Wimbledon, in una città come Londra.

Dopo la finale femminile di sabato, mi sono fermato accanto a un pilastro vicino a una delle uscite del campo centrale. Sono passate centinaia di persone. Poi alcune migliaia. Ho contato circa una dozzina di persone di colore. Questo grande evento si svolge in una delle metropoli più multietniche del mondo, aperta a persone provenienti da ogni parte del mondo. Non si direbbe guardando gli spettatori. C’erano alcuni volti asiatici, oppure alcuni musulmani in hijab. La comunità sikh è molto numerosa a Londra. Ho visto solo uno dei tradizionali turbanti sikh tra gli spalti.

Quando ho preso in disparte alcuni tifosi di colore e ho chiesto loro se si sentissero consapevoli della loro rarità tra il pubblico presente, la risposta è sempre stata rapida come una volée di dritto di Jabeur o un servizio di Kyrgios. “Come potrei non sentirmi una rarità?“, ha detto James Smith, residente a Londra. “Ho visto un ragazzo in un settore appena sopra di me. Ci siamo sorrisi a vicenda. Non lo conosco, ma c’era un legame. Sapevamo di essere pochi e lontani”.

I tifosi lo vedono.

E anche i giocatori.

“Me ne accorgo sicuramente”, ha detto Coco Gauff, la teen star americana, quando abbiamo parlato la scorsa settimana. Ha detto di essere così concentrata quando gioca quasi da non si accorgersi della folla. Ma dopo, quando guarda le sue foto a Wimbledon, le immagini la spaventano. “Non ci sono molte persone di colore tra la folla”.

Gauff ha confrontato Wimbledon con gli U.S. Open, che hanno un’atmosfera più “terrena”, sembra un po’ il più grande torneo di parchi pubblici del mondo e la folla è molto più variegata.

“È decisamente strano qui, perché Londra dovrebbe essere un grande melting pot”, ha aggiunto Gauff, riflettendo per un po’ e chiedendosi perché.

Andare a Wimbledon, proprio come andare ai grandi eventi sportivi in tutto il Nord America e oltre, richiede un impegno notevole. Il collaudato e tradizionale Wimbledon porta questo presupposto al limite. Non è possibile acquistare i biglietti online. Per molti posti c’è un sistema di lotteria. Alcuni fan si mettono in fila in un parco vicino e si accampano per tutta la notte pur di partecipare. Il prezzo non è esattamente a buon mercato.

Dicono che è aperto a tutti, ma il sistema di prenotazione di biglietti è progettato con così tanti ostacoli che è quasi come se fosse destinato a escludere le persone di un certo tipo“, ha detto Densel Frith, un imprenditore edile di colore che vive a Londra.

Mi ha detto di aver pagato circa 100 sterline per il suo biglietto, circa 120 dollari. Sono un sacco di soldi per un ragazzo che si è descritto come un colletto blu. “Non tornerò domani“, ha aggiunto. “Chi può permettersi una cosa del genere? Le persone della nostra comunità non possono permetterselo. Non è possibile. Non se ne parla. Proprio non se ne parla”.

C’è qualcosa di più dell’accesso e del costo, qualcosa di più profondo. Il prestigio e la tradizione di Wimbledon sono allo stesso tempo i suoi punti di forza e il suo tallone d’Achille. Il luogo è meraviglioso – il tennis in un giardino all’inglese non è un’iperbole – ma anche soffocante, tedioso e statico.

“Pensate a cosa rappresenta Wimbledon per molti di noi”, ha detto Lorraine Sebata, 38 anni, cresciuta in Zimbabwe e ora residente a Londra.

“Per noi rappresenta il sistema”, ha aggiunto. “Il sistema coloniale, la gerarchia” che è ancora alla base della società inglese. Basta guardare il palco reale per rendersene conto, è bianco proprio come il dresscode del torneo, risalente all’epoca vittoriana. 

Sebata si è descritta come una fan appassionata. Ama il tennis dai tempi di Pete Sampras, anche se lei non lo gioca. La sua amica Dianah Kazazi, un’assistente sociale arrivata in Inghilterra dall’Uganda e dai Paesi Bassi, ha la stessa passione per il tennis. Mentre parlavamo, si guardavano intorno – su e giù per un corridoio appena fuori dal maestoso campo centrale foderato di edera – e non riuscivano a trovare nessuno che sembrasse avere le radici africane che condividevano. Hanno detto di avere molti amici di colore che amano il tennis, ma non sentono di poter far parte di Wimbledon, situato in un lussuoso sobborgo che sembra esclusivo e così lontano dalla quotidianità.

“C’è un establishment e una storia dietro questo torneo che mantiene tutto legato proprio status quo”, ha detto Kazazi. “Come tifoso, devi uscire dagli schemi per superare questa situazione”. Ha proseguito: “È la storia che ci attrae come tifosi, ma quella storia dice qualcosa alle persone che non si sentono a proprio agio a venire”. Per molte persone di colore in Inghilterra, il tennis semplicemente non è visto come “qualcosa per noi”.

Ho capito. So esattamente da dove venivano questi tifosi. Ho sentito il loro sgomento, la loro amarezza e il dubbio riguardo alla possibilità di un cambiamento. Onestamente, mi ha fatto male.

Forse è utile sapere cosa significa Wimbledon per me.

Mi viene la pelle d’oca ogni volta che entro nei cancelli di Church Road, una strada verdeggiante a due corsie. Il 5 luglio 1975, quando Arthur Ashe sconfisse Jimmy Connors, diventando il primo uomo di colore a vincere il titolo di Wimbledon in singolare e l’unico uomo di colore a vincere un titolo in un torneo del Grande Slam, tranne Yannick Noah agli Open di Francia nel 1983, ero un bambino di 9 anni la cui passione sportiva erano i Seattle SuperSonics.

Vedere Ashe con il suo gioco aggraziato e la sua intelligenza acuta, i suoi capelli afro e la sua pelle che assomigliava alla mia, mi convinse a fare del tennis il mio sport.

Wimbledon non ha modificato la traiettoria della mia vita, ma ne ha cambiato la direzione.

Sono diventato un giocatore junior e di college di livello nazionale. Ho trascorso poco più di un anno nei circuiti minori del gioco professionistico, raggiungendo il numero 448 della classifica ATP. Ai miei tempi i giocatori non bianchi erano rari come ai tempi di Arthur.

Oggi, come abbiamo visto questo fine settimana, c’è una nuova generazione di talenti sull’erba. Serena e Venus Williams sono la loro stella polare. Eppure c’è ancora molto da fare. Non solo in campo, ma anche per avvicinare i tifosi al gioco e portarli sugli spalti di un monumento del tennis come Wimbledon. Un lavoro che richiederà sicuramente molto tempo.

Traduzione di Alice Nagni

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