Battaglia dei sessi

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Battaglia dei sessi

Le parole di John McEnroe su Serena Williams hanno riaperto un antico dibattito: “Serena sarebbe n.700 tra gli uomini”. Polemiche, falsi miti e la storia fin dal principio

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Periodicamente il dibattito si riapre. Spesso da angolazioni e con pretesti differenti, e tutte le manifestazioni di questo scontro condividono una certa ruvidità. Si fronteggiano due estremi. Chi sostiene in modo incondizionato la superiorità del tennis maschile su quello femminile, sia in termini di qualità che di appeal, e chi invece rivendica una parità di montepremi e attenzione mediatica tra i due circuiti.

Con buona approssimazione si può identificare un episodio per ogni stagione tennistica in grado di riattivare questo flipper di opinioni. Nel 2016 era toccato al poco cauto Ray Moore abbandonare la carica di direttore del torneo di Indian Wells. “Le donne dovrebbero inginocchiarsi davanti a Federer e Nadal” l’anatema pronunciato in una conferenza stampa dal sapore di lettera di dimissioni. Nonostante età ed esperienza dalla sua, l’ex tennista sudafricano non si era trincerato dietro la diplomazia palesata più da Djokovic che da Simon nell’affermare che sì, in effetti il tennis femminile non può essere paragonato al tennis maschile. I giocatori non si dimettono ma i direttori dei tornei in certi casi sono costretti a farlo, e Ray è rimasto schiacciato tra l’incudine e il martello di questa Battaglia dei Sessi.

Battle of the Sexes” è anche la denominazione dietro cui si celano tutti gli incroci su un campo da tennis tra un uomo e una donna. Ci sono due modi per giustificare quest’esigenza di confronto. La risposta a una provocazione o la semplice esigenza di intrattenimento. Nel 1922 Bill Tilden rifilava un bagel a Suzanne Lenglen ma il clamore dell’evento fu relativamente contenuto, anche perché la figura di Suzanne risultava ancora pienamente avvolta nel mito. Quando nel 1973 il 55enne Bobby Riggs – 22 anni già trascorsi lontani dal tennis e un paio di US Open pre-guerra in saccoccia – affermò pubblicamente che nessuna tennista in attività avrebbe potuto batterlo, la provocazione fu raccolta da Margaret Court assieme ai soli tre game che lo spietato Riggs le concesse il 13 maggio. “Mothers’ Day Massacre“, così sarebbe diventato famoso il 6-2 6-1 maturato nel giorno della festa della mamma.

 

IL VIDEO DELL’INCONTRO

In soccorso della sua rivale giunse però Billie Jean King, che inizialmente aveva rifiutato di affrontare Riggs. Sentitasi forse colpevole di aver mandato Margaret “al macello”, o inorgoglita dalla prospettiva di vittoria, decise di tornare sui suoi passi ma non prima di aver studiato attentamente il fallimento della sua collega e preparato per Riggs un’accurata ragnatela tattica. Era una giocatrice aggressiva, amava il gioco di rete, ma quel 20 settembre a Houston scelse di piantarsi a fondocampo e giocò con Riggs al gatto col topo, evidenziandone l’imperfetta condizione atletica. Vinse tutti e tre i set previsti (6-4 6-3 6-3) alla faccia di Jack Kramer, ormai commentatore televisivo, che la stessa King era riuscita a far estromettere dalla cronaca della partita per le sue dichiarazioni. “Kramer non crede nel tennis femminile, quindi non crede in metà di questa partita. Perché dovrebbe prendervi parte?“.

Billie Jean si portò a casa anche un assegno da 100.000$, a testimonianza del seguito mediatico – questa volta sì – dell’evento. Tanto che qualcuno si arrischiò ad avanzare l’ipotesi di una sconfitta premeditata da parte di Bobby Riggs, con l’obiettivo di guadagnare una grossa cifra scommettendo contro se stesso (era opinione diffusa che Riggs avesse da saldare dei debiti di gioco). In un clima culturale in cui tutto sommato la superiorità del tennis maschile non era ancora stata messa in discussione, il successo di King fu trasformato più nell’ovvio risultato di una “battaglia generazionale” che celebrato come l’inaspettata affermazione di una donna nella “battaglia dei sessi”. Riggs in fondo aveva 55 anni, 25 in più della sua avversaria.

È parere comune che la seconda edizione della Battle of the Sexes abbia effettivamente foraggiato una nuova consapevolezza del valore del circuito stesso nei vertici del tennis femminile. Un lungo percorso ha condotto verso una progressiva parificazione di opportunità e montepremi tra ATP e la neonata WTA, eretta proprio nel 1973 grazie all’apporto di Billie Jean King. L’inizio di questa nuova fase nei rapporti tra tennis maschile e femminile non ha certo fermato il dibattito né interrotto la genesi di certe provocazioni. A seguito di qualche esibizione senza troppo mordente, la terza editione della battaglia dei sessi andava in scena nel 1992 tra Martina Navratilova (36 anni) e Jimmy Connors (40), la prima in cui l’età dei contendenti fosse paragonabile. Un paio di vantaggi importanti per Martina: corridoi validi per lei, un solo servizio per lui. Finiva 7-5 6-2 in favore di Jimbo con annessi rumours di scommesse attorno all’evento, diventati realtà con l’ammissione di Connors nel 2013: “Ho scommesso un milione di dollari sulla mia vittoria. Il mio problema di giocatore d’azzardo era fuori controllo“. Dopo sarebbero arrivate le bizzarrie di Noah contro Henin e la sciarada Djokovic-Li Na di Pechino 2013. Robetta buona per il gossip.

Si torna quindi al presente. John McEnroe non è famoso per le maniere delicate e ha pungolato Serena Williams, ai box per l’imminente nascita del primo figlio. “Sarebbe n.700 del mondo tra gli uomini” ha sentenziato lui, “Ti adoro ma rispetta la mia privacy, sto cercando di avere un bambino” la replica della quasi mamma. Tutta la storia è riassunta qui, compreso il precedente del 1998 quando agli Australian Open un tennista tedesco con il vizio della birra – l’espressione sembra abbastanza familiare – frustrò le manie di grandezza delle giovani sorelle Williams, 16 e 17 anni all’epoca, convinte di poter battere un professionista attorno alla posizione 200 del mondo. Karsten Braasch era n.203 e inflisse a entrambe una severa lezione: 6-1 a Serena, 6-2 a Venus. Forse per questo Serena è particolarmente sensibile all’argomento.

Nella trattazione possono trovare spazio anche degli interessanti esperimenti che girano per il web, video nei quali vengono immortalate sfide tra una tennista professionista e un amatore. Questo è uno degli esempi. Il maschietto non è esattamente il ritratto di un fisico sportivo, lei era all’epoca (2013) la n. 737 del mondo. Vince la ragazza in un long set a otto (8-2) senza che lo spettacolo sia indimenticabile.

VIDEO: TENNISTA DONNA (PROFESSIONISTA) CONTRO AMATORE

Quali indizi si possono raccogliere da questa carrellata di aneddoti e sfide sull’orlo del dibattito sessista? Innanzitutto serve fare un distinguo. La differenza di appeal non è una macchinazione massonica, non esiste un piano scientifico che induce i tifosi ad ammassarsi per guardare il tennis maschile e poi scansarsi per (non) assistere a quello femminile. Se da un lato alcuni media e alcuni tra gli addetti ai lavori possono ritenersi “colpevoli” di dare a prescindere maggiore spazio e rilevanza agli eventi maschili, anche quando le donne offrono più qualità e incertezza di risultati, dall’altro seguire una partita maschile piuttosto che una femminile rimane una scelta consapevole dell’appassionato. Nell’epoca in cui è possibile selezionare praticamente qualsiasi match in un palinsesto, ed è plausibile dialogare quasi alla pari con chi gestisce il mondo dell’intrattenimento e dell’informazione, non si può credere che il tifoso non abbia scelta. Il fattore economico? Strangola gli organizzatori. Lo sport è intrattenimento, vive se sostentato. E spinge nella direzione in cui viene sostentato il più possibile.

L’altro aspetto riguarda la differenza “concreta” tra tennis maschile e femminile. In termini di colpi, punti, servizi. Tra i 299 vincenti tirati da Ostapenko al Roland Garros quelli di dritto andavano a una velocità media superiore a quella di qualsiasi tennista di sesso maschile eccettuati Nadal, Wawrinka e Thiem. Del resto il dato è curiosamente in linea con l’accusa principale al circuito WTA: “di là picchiano e basta”. Da fermo, insomma, c’è chi se la può giocare. Serena ha punte di velocità con la prima di servizio che alcuni top 100 non raggiungono. Eppure a ben indagare il tennis di vertice maschile anche qui una buona maggioranza dei punti si basa sull’aggressione con il servizio in vista della chiusura con il dritto. Allora perché Serena fa una manciata di punti col n.203 del mondo, e McEnroe (e altri con lui) suppone che non batterebbe un top 500?

Karsten Braasch in mezzo alle due sorelle Williams

Ci vengono in soccorso alcune dichiarazioni della stessa Serena dopo la giovane disfatta contro Karsten Braasch. “Molti dei miei colpi sarebbe stati vincenti nel circuito WTA. Lui li ha presi quasi tutti“. Probabilmente è proprio la mobilità in campo a costituire la maggiore differenza tennistica tra un uomo e una donna. Nella velocità di copertura del campo, nella rapidità necessaria per i cambi di direzione, nella capacità di spingersi in recuperi più estremi. Laddove è stato assodato come nei singoli colpi le donne possano produrre spettacolo esattamente come gli uomini, la resa complessiva di una partita maschile “media” potrebbe apparire superiore proprio in virtù delle maggiori qualità atletiche dei contendenti. Una supposizione se confrontiamo lo spettacolo offerto dai due circuiti, una certezza se vogliamo provare a spiegare come mai una donna fatica (e faticherebbe) a competere contro un professionista anche di livello molto inferiore.

Niente trucco né inganno. La dichiarazione di John magari potrebbe essere considerata inopportuna nei modi – e magari il termine di riferimento corretto non è il n.700, difficile saperlo – ma il nocciolo della questione può difficilmente essere messo in discussione. Questo ovviamente non deve influenzare in alcun modo l’atteggiamento sospettoso “a prescindere” nei confronti del tennis femminile. Si rischia di confondere mele e pere. In fondo l’obiettivo di uno sport è primeggiare all’interno della propria categoria. Mica far meglio di tutto il frutteto.

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Dimitrov dieci anni dopo: non più Baby, mai Fed

No, adesso Grigor Dimitrov non ci inganna più: anche se ha raggiunto un’altra semifinale Slam, nel suo futuro non sembra esserci troppa gloria

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All’improvviso un bulgaro. Grigor Dimitrov è risorto, quando ormai tutti lo davano per finito, e ha vinto… no, ha raggiunto la finale… no, ha perso in semifinale all’US Open. Per la prima volta. Dopo aver battuto Federer. Per la prima volta. Finalmente, si potrebbe dire.

Lo chiamavano baby Fed ed era la grande speranza per il ricambio generazionale dopo l’era dei Fab four. Oggi invece, nonostante l’exploit americano, appare chiaro che Dimitrov non sarà mai un campione completo, e probabilmente, a meno di circostanze imponderabili, non porterà a casa un trofeo del grande Slam. Il suo ruolino di marcia post-US Open, composto da una vittoria e tre sconfitte, in un certo senso lo conferma: eliminato ai quarti di Chengdu da Bublik con tanto di match point falliti, a Pechino e Stoccolma – questa settimana – ha addirittura rimediato due battute d’arresto al primo turno, rispettivamente contro Rublev e Querrey. Per Dimitrov è sempre stato un problema confermarsi.

Le ragioni vanno trovate in una sua eccessiva fragilità. A volte mentale, a volte nel gioco. Infatti, non sono stati certo i Fab four (o fab 3) e la loro longevità a limitare la carriera del bulgaro. Andando a vedere il bilancio di vittorie e sconfitte con i quattro campioni di quest’era già si intuisce che il bulgaro non è fatto della stessa materia di cui sono fatti i grandi:

 

Federer: 1-7 (negli Slam 1-2)
Con un bilancio complessivo di 16 set persi e solo 2 vinti fino a questo US Open.

Nadal: 1-11 (negli Slam 0-2)
Le due vittorie di Nadal negli slam sono avvenute entrambe in Australia e in entrambe le occasioni Dimitrov è uscito con non pochi rimpianti. Molte le partite combattute tra i due, nelle quali è sempre uscito vincitore lo spagnolo.

Djokovic: 1-8 (negli Slam 0-2)
Le due sconfitte negli Slam senza la minima occasione.

Murray: 3-8 (negli Slam 1-2)
Non stupisce che lo scozzese, palesemente il Ringo Starr dei fab four sia l’avversario con cui Dimitrov ha raccolto più successi, e comunque son pochi.

Ma a ben guardare, il dato più importante è il numero di sconfitte con giocatori diversi dai fab four. Dal 2011, anno dell’esordio negli Slam (a parte un primo turno a Wimbledon nel 2009) e dell’ingresso tra i top 100, il bulgaro ha partecipato a 36 Slam, perdendo, come si è detto, 8 volte dai fab e 28 volte da altri giocatori. Chi sono questi altri giocatori? Analizziamo le sconfitte Slam per Slam:

AUSTRALIAN OPEN: Ventitré vittorie e nove sconfitte tra cui spicca quella con Nadal del 2017, che avrebbe potuto dare tutta un’altra svolta alla sua carriera, e le ultime due contro ottimi giocatori che un aspirante vincitore di Slam dovrebbe battere.

  • 2011 – 2T Wawrinka (n.19)
  • 2012 – 2T Almagro (n.10)
  • 2013 – 1T Benneteau (n.38)
  • 2014 – QF Nadal (n.1)
  • 2015 – 4T Murray (n.6)
  • 2016 – 3T Federer (n.3)
  • 2017 – SF Nadal (n.9)
  • 2018 – QF Edmund (n.49)
  • 2019 – 4T Tiafoe (n. 39)

Melbourne è senza dubbio lo slam migliore per il bulgaro. Bilancio con i top ten: zero vittorie e cinque sconfitte (ma due vittorie con un numero 11, Raonic e Goffin). Le migliori possibilità di vittoria il bulgaro le ha avute nel 2017, ma è improbabile, visto il suo record con Federer, che sarebbe riuscito ad alzare la coppa anche se avesse battuto Nadal. La più grande delusione invece l’anno successivo, sconfitto da Edmund (ma già in affanno con McDonald al secondo turno) quando sembrava favorito per raggiungere la finale.

ROLAND GARROS: spiccano due primi turni con Karlovic e Sock, in anni in cui il bulgaro navigava vicino alla top ten. Sconfitte senza appello con due giocatori non da terra.

  • 2011 – 1T Chardy (n.61)
  • 2012 – 2T Gasquest (n.20)
  • 2013 – 3T Djokovic (n.1)
  • 2014 – 1T Karlovic (n.37)
  • 2015 – 1T Sock (n.37)
  • 2016 – 1T Troicki (n.24)
  • 2017 – 3T Carreno Busta (n.21)
  • 2018 – 3T Verdasco (n.35)
  • 2019 – 3T Wawrinka (n.28)

Anche negli anni migliori Dimitrov non è mai andato vicino a fare bene a Parigi. Un solo top ten incontrato (Djokovic nel 2013); prima della vittoria su Cilic (n.13) quest’anno il suo scalpo più prestigioso era Donald Young (n. 51 nel 2012!).

WIMBLEDON: quindici vittorie e nove sconfitte sui prati di Church road con la semifinale raggiunta nel 2014 con lo scalpo di Andy Murray (numero 5), battuto nei quarti di finale. Dolorose le sconfitte al terzo turno dei due anni successivi, in cui avrebbe dovuto fare meglio.

  • 2011 – 2T Tsonga (n.19)
  • 2012 – 2T Baghdatis (n.42)
  • 2013 – 2T Zemlja (n.55)
  • 2014 – SF Djokovic (n.2)
  • 2015 – 3T Gasquet (n.20)
  • 2016 – 3T Johnson (n.29)
  • 2017 – 4T Federer (n.5)
  • 2018 – 1T Wawrinka (n.224)
  • 2019 – 1T Moutet (n.84)

A parte il 2011 (sua seconda partecipazione), la semifinale raggiunta nel 2014 e la sconfitta con Federer nel 2017, Dimitrov ha sempre perso da avversari che sull’erba dovrebbero essergli inferiori. Due sconfitte su tre contro top ten e gli scalpi migliori (a parte Murray) raccolti in nove anni sono Dolgopolov (n.19 nel 2014) e Simon (n.20 nel 2016). Ancora una volta troppo poco per uno che si pronosticava possibile pluri-vincitore del torneo.

US OPEN: dodici vittorie e nove sconfitte a New York e bilancio portato in attivo dall’exploit di quest’anno. Spiccano come particolarmente dolorose le sconfitte con Rublev e Wawrinka negli ultimi due anni, in cui tutti attendevano conferme ad alti livelli che non sono mai arrivate.

  • 2011 – 1T Monfils (n.7)
  • 2012 – 1T Paire (n.49)
  • 2013 – 1T Sousa (n.95)
  • 2014 – 4T Monfils (n.24)
  • 2015 – 2T Kukushkin (n.56)
  • 2016 – 4T Murray (n.2)
  • 2017 – 2T Rublev (n.53)
  • 2018 – 1T Wawrinka (n.101)
  • 2019 – SF Medvedev (n.5)

Bilancio con i top ten di una vittoria (Federer) e tre sconfitte. Fino alla vittoria con Federer di quest’anno lo scalpo più prestigioso battuto a New York era Joao Sousa (n.36 nel 2016!).

Guardando il bilancio totale negli Slam, non sembrano tanto gravi le appena due vittorie (a fronte di 11 sconfitte) contro top ten, quanto il bilancio di 15 vittorie e 28 sconfitte contro top fifty. A significare che incontrando giocatori di medio livello il bulgaro esce sconfitto quasi due volte su tre. Impossibile sperare di vincere uno Slam così.

In definitiva Dimitrov è questo. Può trovare la settimana giusta e battere degli ottimi giocatori (come successo alle Finals e a Cincinnati). Se capita un paio di volte in un anno, nei momenti giusti, può ritrovarsi tra i primi dieci del mondo. Ma allo stesso modo può uscire dai primi venti a causa di sconfitte con giocatori tutto sommato modesti e difficilmente porterà mai a casa uno Slam, dove verosimilmente dovrebbe riuscire a battere un paio di top ten nelle fasi finali.

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Sul carro di Daniil

Il russo entrerà in top 30 e vuole prendersi il primato nazionale. Oggi sembra più calmo, ma nasconde un passato piuttosto fumantino: dai cinque mesi di squalifica quando era junior… alle monetine

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Ci sono le giovani promesse del tennis e poi ci sono i giovani tennisti russi. Per una ragione quasi ancestrale, che affonda le radici direttamente nella cultura (sportiva, ma non solo) russa, vanno analizzati con altri parametri e meritano quasi una diversa indulgenza. Se hanno un carattere un po’ fumantino, se in campo faticano a contenere il loro tennis entro i limiti dell’efficacia, li si inquadra come ereditieri dell’impareggiata (e forse impareggiabile) follia di Marat Safin e si scuote il capo, speranzosi, azzardando un ‘Vabbè, sono russi‘.

È anche una questione di produttività e di contributo al tennis. Al momento solo gli Stati Uniti, al pari della Russia, possono vantare tre under 23 in top 100. Certo la capacità di suscitare entusiasmi di Tiafoe, Fritz e Mmoh (che ha appena fatto il suo esordio in top 100) non può essere la stessa di Karen Khachanov (n.24 ATP), Daniil Medvedev (n.32) e Andrey Rublev (n.68), che in circostanze diverse hanno mostrato di poter viaggiare al ritmo dei più forti. Giova ricordare che sangue russo scorre anche nelle vene tedesche di Zverev e canadesi di Shapovalov, rispettivamente a una e due spanne dai big, e che appena fuori dalle prime 200 posizioni del mondo riposa il 20enne Aleksandr Bublik, ultimo rinforzo della campagna acquisti del Kazakistan prima che la Russia decidesse che forse era il caso di tenere in piedi una squadra decente per la Davis e smettesse di farsi scippare i tennisti. Tempismo perfetto, dal momento che la Davis a breve non esisterà più.

Ritornando all’eredità di cui sopra, nessuno dei cinque sopracitati – da Khachanov al piccolo ma terribile Bublik – vincerebbe la statuetta per il miglior autocontrollo sul campo. C’è chi, però, sta imparando. Daniil Medvedev non ha sempre avuto quest’espressione imperscrutabile capace di lasciarsi sobillare, apparentemente, solo da Tsitsipas e dalla giudice di sedia Mariana Alves, rea (a suo dire) di avergli rovinato la partita con Bemelmans al punto da indurlo ad aprire il portafogli e lanciarle delle monetine in ‘presumibile segno di sommo disprezzo‘. Tutto a Wimbledon eh, mica al torneo sociale di Casalpusterlengo.

C’è stato un tempo in cui Daniil Medvedev era persino più incontrollabile di così“Non sono certo la persona più calma del mondo”, profetizzava il russo proprio pochi giorni prima del lancio delle monetine. “Nella mia carriera ho avuto un po’ di problemi, soprattutto da junior dove ti squalificano per un mese se commetti dieci violazioni”. Lui riuscì ad accumularne tante da star fermo cinque mesi, come ha raccontato Tennisitaliano. Soprattutto da junior dice Daniil, ma non solo. Nel 2016 fu capace di farsi sbattere fuori dal challenger di Savannah per aver insinuato che il suo avversario Donald Young fosse spalleggiato dalla giudice di sedia, anche lei di colore: razzismo alla base della messa in discussione dell’imparzialità di Sandy French, tuonò USTA per giustificare la squalifica.

Di cose, insomma, ne ha combinate il 22enne nato a Mosca, soprattutto nel periodo in cui aveva deciso di mascherare il suo talento con un’attitudine largamente perfettibile. Il suo coach Gilles Cervara gli chiedeva se stesse dando il 100%, lui rispondeva di sì e Cervara gli suggeriva di lasciar perdere perché se quello era il suo massimo, beh, sarebbe andato poco lontano. Mangiava senza regole e prestava scarsa attenzione alle pratiche di recupero dopo gli incontri. Il punto di svolta è arrivato lo scorso anno a Shanghai quando maestro e allievo hanno avuto un acceso diverbio a proposito della condizione fisica di Medvedev. Daniil si è sentito messo alle strette e ha accettato di iniziare a compilare due volte al giorno un questionario su come si sente, perché il suo staff possa sapere se, come e quando intervenire. Clic.

I mesi successivi raccontano come il tennis sia uno sport che poggia, tutto sommato, su concetti semplici (da identificare, non certo da mettere in pratica). Se hai un buon talento, presti attenzione alla tua routine giornaliera e ti circondi delle persone giuste che ti aiutano a dare una direzione ai tuoi allenamenti, i risultati prima o poi arrivano. Medvedev ha ricevuto un grosso impulso dal titolo di Sydney a inizio stagione, poi non si è lasciato abbattere dai cattivi risultati sul rosso – superficie che non arriverà mai ad amare – né dalla necessità di giocare spesso le qualificazioni (vi è stato costretto in cinque occasioni e le ha sempre superate, ultima delle quali questa settimana a Tokyo) e ha sollevato il trofeo pluri-puntuto di Winston-Salem, curiosamente ancora nella settimana che precede uno Slam.

Se ne deduce che gli serve un fondo rapido per essere insidioso. A Wimbledon ha sfiorato gli ottavi perdendo una partita rocambolesca contro Mannarino, altro discreto interprete dei prati, ma una volta ricominciato il cemento ha fatto persino meglio: da Toronto a Tokyo, dove è ancora in gioco, ha vinto ventidue partite (qualificazioni comprese) e ne ha perse soltanto quattro per rompere la barriera della top 30 (vi entrerà ufficialmente lunedì), trovando nel frattempo anche il tempo di sposarsiCi è riuscito accoppiando a una presenza atletica finalmente convincente un tennis forse non bellissimo da vedere, ma certamente scomodo da affrontare.

In realtà, poi, quello di Medvedev non è un cattivissimo tennis. Non c’è l’ombra di una rotazione (è questo il motivo principale per cui la terra battuta gli provoca allergia) ma solo traiettorie molto tese, più che fulminanti di difficile lettura. In particolar modo il russo tende quasi a insaccarsi sulla palla, colpendo con quel pizzico di ritardo che impedisce all’avversario di farsi un’idea sul colpo che arriverà. Lo fa soprattutto con il rovescio, esecuzione personalissima e quasi goffa a vedersi che risulta però terribilmente efficace. Ha un buon servizio e sebbene da fondo non abbia colpi per spaccare la partita, ‘possiede’ il campo con buona disinvoltura e sa cercare gli angoli con la giusta dose di rischio. Ogni tanto perde il dritto, ma visti i trascorsi è sempre meglio che perdere la testa.

Daniil Medvedev – Queen’s 2018 (© Alberto Pezzali per Ubitennis)

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David Goffin, eroe sfortunato

33 partite in 88 giorni, due finali perse. David Goffin è stato l’eroe di questo finale di stagione, ma purtroppo non quello di cui ci ricorderemo

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A volte il tennis sa essere una fiaba. La lunga rincorsa del protagonista più inatteso, le fasi del riscatto, la gioia del lieto fine. C’è un ordine rintracciabile, una sorta di spinta narrativa che intorcina la trama attorno all’esigenza di abbracciare il finale che tutti auspicano. Erroneamente si crede invece che sia la favola a proporre, come caratteristica apodittica, il lieto fine. Per ogni Krajinovic che s’arrampica in finale a Bercy, per ogni Stephens che vince uno Slam dopo un comeback ai limiti del credibile: ‘ è una favola’, solo talvolta si ha il buon gusto di aggiungere ‘a lieto fine’. Perché in effetti la favola nasce con intenti moralistici, ha carattere giocoso, vuole insegnare qualcosa. E non sempre è conciliabile con il classico lieto fine.

Quella di David Goffin, appesa tra Londra e Lille, è probabilmente la favola del 2017. Il folletto di Rocourt ha fatto ogni cosa era in suo potere. All’02 Arena si è preso le spoglie di un Nadal ormai svuotato di ogni energia, poi ha fatto lo stesso con un Federer forse troppo convinto dei suoi mezzi e poco attento al serbatoio della riserva. Dunque ha imbracciato la baionetta e ha attaccato Dimitrov per 150 minuti in finale, senza sosta, ottenendone il trofeo del secondo classificato. La prima (crudele) morale: se l’avversario ha più chili e l’attitudine difensiva quella buona, hai voglia tu a sfiancarlo di stilettate. Alla fine soccombi tu, con tutto l’onore che ti è possibile ricevere e tutto sommato un buon assegno da mandarci i figli al college, un giorno.

Un centinaio di ore più tardi, in Francia ma praticamente quasi in Belgio, David è sceso in campo contro Lucas Pouille. Giocando il miglior tennis che era possibile giocare a soli cinque giorni da una finale parecchio logorante, al termine di una stagione che lo è stata almeno altrettanto e soprattutto negli ultimi tre mesi. 33 partite tra il 30 agosto e il 26 novembre, in 88 giorni. Quasi una partita ogni due giorni e mezzo, con due sole settimane di pausa. La 33esima l’ha giocata e vinta contro Jo Wilfried Tsonga, che aveva dalla sua il pubblico e il conforto degli scontri diretti, in particolare dell’ultima sfida di Rotterdam vinta in rimonta. Al Pierre Mauroy David ha trascorso un set sul cornicione, attaccando dal primo scambio come consuetudine di novembre vuole, e rischiando di vedersi sottrarre il servizio a più riprese. Sempre giocando meglio dell’avversario, ma trovando ragione nel punteggio solo dopo aver vinto il tie-break. Di lì un assolo del belga a farsi beffe dei drittoni del francese.

Due punti senza perdere un set, come a Charleroi contro l’Italia a febbraio, laddove a Bruxelles in semifinale erano stati ancora due punti con due soli set smarriti. Decisive nelle sfide casalinghe, questa volta le due vittorie di David Goffin sono servite solo ad alimentare i rimpianti. A realizzare gli altri tre punti sono stati infatti i francesi, che proprio non potevano esimersi dal punire un Bemelmans pasticcione in doppio e un Darcis tremendamente inconsistente tanto venerdì quanto domenica. Goffin, eroe silenzioso, ha provato a tirare la giacchetta alla fiaba perché si palesasse col suo lieto fine, dopo la delusione della finale persa due anni fa. Sull’insalatiera del 2015 è inciso il nome della Gran Bretagna, più propriamente dovrebbe essere intitolata ad Andrew Barron Murray che dei dodici punti necessari per vincere la competizione, tra febbraio e novembre, era stato quasi totale artefice con otto vittorie in singolare e tre in doppio.

David Goffin ha dovuto pensare che si potesse vincere una Coppa Davis praticamente da soli, avendo delegato solo la faccenda tedesca di febbraio alle (allora) miracolose mani di Steve Darcis. Tecnicamente è possibile, ha dimostrato Murray, a patto di poter contare su un doppio di sicuro affidamento. O in alternativa si deve prendere in carico anche quell’onere. Andy lo ha fatto, ma potendo contare sul fratello Jamie, discreto attore dei giochi tennistici a quattro; David, anche avesse voluto cimentarsi con la sfida del doppio, avrebbe dovuto scegliere uno tra Bemelmans e De Loore. Il primo sconfitto tre volte quest’anno, nei doppi di Davis, il secondo in due occasioni. Tragico culmine la sconfitta decisiva di sabato contro Herbert e Gasquet.

La favola di Goffin, eroe anche sfortunato, si conclude così. Con una seconda morale. La Coppa Davis rimane un piccolo cosmo bistrattato all’esterno del tennis che conta, e assume rilevanza solo quando stai per vincerla. Ma se vuoi vincerla, hai bisogno di un tuo “doppio”. Se invece sei da solo… devi anche occuparti del doppio.

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