Code monstre, lacrime, mini-sorprese. Più tennis parlato che visto

Editoriali del Direttore

Code monstre, lacrime, mini-sorprese. Più tennis parlato che visto

WIMBLEDON – Da Venus Williams a Cornet, da Wawrinka al Next-Gen Medvedev. Karlovic e Bedene all’inseguimento di Isner-Mahut. Ok Fognini, Bolelli e Seppi, brave Giorgi e Schiavone

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da Londra, il Direttore

Una folla mostruosa, 64 partite disseminate in 17 campi, impossibile seguirle fendendo la folla nei corridoi dove ci si appiccica, ci si pesta, e si arriva a vedere uno spiccico di campo, quasi mai tutto. Se si vede di più…beh conviene  fermarsi lì, il più a lungo possibile, per evitare la tortura di far la coda per un altro campo secondario, senza la garanzia di vedere qualcosa. So che tanti ci invidiano, che pensano “che fortuna avete voi che siete a Wimbledon!” e io li capisco, perché se chi fosse qui non avesse anche l’incubo di non perdere qualche set point qua e là, qualche dichiarazione magari “clamorosa” dei 128 protagonisti che tutti – nessuno escluso – si sono concessi alle interviste di rito, beh sarebbe tutto molto più rilassante, piacevole, perfino divertente. Comunque un’esperienza unica. Al mio quarantaquattresimo Wimbledon consecutivo l’esperienza è un po’ meno…unica. Non crediate ai cronisti che vi dicono di aver visto quattro o cinque partite, o tutto un intero match sul campo.

 

Noi di Ubitennis siamo in quattro eppure non ce la facciamo, perché pur essendo aiutati in maniera pazzesca da chi ci sostiene in Italia – dove c’è chi saltabecca in tv da un campo all’altro come finiamo per fare anche noi inevitabilmente in sala stampa – è impossibile non essere travolti da una miriade di dati, risultati, immagini, parole. Che dobbiamo spesso riciclare – noi da qui ma anche i redattori e i vari collaboratori in Italia – sui social network. All’incubo di annotare tutto per scriverne sui quotidiani (per chi deve farlo), oltre ad Internet che non ti dà tregua, ci sono i Twitter, i Facebook: una vera condanna. E poi il video di fine serata, che va fatto quando c’è ancora luce, perché quest’anno a Wimbledon non ci consentono più di farlo con la loro telecamera come negli ultimi anni e all’interno del club. Si deve uscire fuori dai cancelli… e magari Karlovic e Bedene stanno ancora giocando – senza mai strapparsi il servizio – ed è grassa se Wawrinka e Medvedev hanno appena finito il loro match.

La prima settimana è un delirio. Guai a lamentarsi se gli italiani in gara sono troppi, ci mancherebbe, ma quando giocano in otto nella stessa giornata, come in questo lunedì d’apertura, si diventa matti. Perché per ogni intervista post match ci vuole una mezz’ora. Sono quattro ore che se ne vanno per quelle, ma mica giocano solo gli italiani. Oggi c’è stata Venus Williams che, battuta  7-6 6-4 la Mertens alla sua ventesima partecipazione a Wimbledon, si è messa a piangere quando le hanno chiesto dell’incidente mortale che ha provocato in Florida (passando con il rosso, sia pure andando a velocità da lumaca, riferiscono le cronache), e ha interrotto la sua conferenza stampa. C’è stata la Cornet che piange spesso sul campo ma assai raramente invece davanti ai giornalisti, ma il k.o. con la nostra Camila Giorgi (più disinvolta del solito in conferenza) deve averla particolarmente traumatizzata.

C’è Rafa Nadal che perde solo sei games e non gli era mai andata così bene al primo turno in una vita che viene qua, c’erano mille dubbi sulle condizioni di Murray e Andy ha ceduto appena sette games. Tutti e due sono stati in campo soltanto un’ora e tre quarti… mentre Bedene e Karlovic, dopo quattro set senza il minimo break, sembravano desiderosi di insidiare il famoso record del 2010 stabilito da Isner e Mahut con il famigerato 70-68 al quinto dopo 11 ore e spiccioli. Fino al 6-6 al quinto, dopo quattro set conclusi al tiebreak, non s’era vista l’ombra di un break. Eravamo preparati al peggio. Tutti a seguire in ginocchio le palle break sperando nel lieto evento… e vincesse il migliore. Che alla fine è stato Bedene che, del resto, con Karlovic aveva già vinto tre volte su tre… ma due per ritiro del croato che magari avrà rimpianto di non essersi ritirato anche stavolta. Anche lui, come me, ha la sua età. 44 aces non gli sono bastati, come non gli bastarono quelli – cito a memoria: una decina di più?  – contro Bracciali che colse contro il gigante croato una delle sue più belle vittorie. Mi pare sul campo 17…

A ritirarsi ci hanno pensato altri tre, Troicki con Mayer, Istomin con Young e – il ritiro più significativo di tutti anche se non sorprendente – Kyrgios con Herbert che gli aveva già strappato i primi due set. Perché Kyrgios non si decida a operarsi all’anca è difficile da comprendersi. “A nessuno piace operarsi” ha spiegato, ma temo che prima o poi dovrà arrendersi all’evidenza. E le teste di serie saltate? Beh, la più clamorosa ovviamente quella di Stan Wawrinka, la n.5, che mi sa dovrà accontentarsi di aver vinto uno ciascuno degli altri Slam. Mica poco. Ma l’erba non fa per lui (salvo smentite). Chi lo aveva visto in allenamento lo aveva visto assolutamente fuori registro. E chi ha capito di scommettere su Medvedev ha fatto bene. Per me è stata una mini-sorpresa. Non possono stupire le sconfitte di un’altra “cabeza de serie”, Verdasco n.31 con Anderson che su questi campi seppe far tremare Djokovic l’ultimo anno che Nole vinse il torneo – era avanti di un break al quinto dopo aver vinto i primi due – né di due ragazze non più giovanissime (eufemismo) come Mirjana Lucic Baroni (n.26 e battuta dalla tedesca Witthoeft) e la nostra Roberta Vinci (n.31 e sconfitta dalla meno forte delle Pliskova, Kristyna, ma a suo dire ancor più dal mal di schiena).

Proprio sul finire della serata, ore 22 locali, e 23 italiane per una giornata cominciata intorno alle 9 del mattino per chi doveva fare procedure di accredito e leggersi un po’ di giornali britannici, la Suarez Navarro è venuta a capo della canadese Bouchard che… sembra un secolo ricordare qui finalista e invece è stato soltanto nel 2014. La Cibulkova aveva finito prima, per battere 9-7 al terzo un’orgogliosa Petkovic, e sempre per ricordare qualche altra partita non scontata delle 64, c’è stato il polacco  Janowicz che ha confermato di essere in ripresa domando le legittime ambizioni del promettente canadese Shapovalov. Per il Canada giornata da dimenticare (se non fosse stato per la Abanda, vittoriosa sulla Nara), ma di martedì gioca Raonic che invece sembra in buona forma (per quanto valgono gli allenamenti). Io mi sono “distratto” un po’ a intervistare la Svitolina, che continua ad essere colpevolmente ignorata dai media, ma potrebbe diventare n.1 del mondo, se la Pliskova non sta attenta. Kerber sembra più in difficoltà di… Serena e la Konta si è vendicata dalla Hsieh che l’aveva fatta fuori a Parigi, ma non sembra sull’erba molto più forte di quanto lo è sulla terra.

Mi resta il bilancio azzurro: cinque vittorie e tre sconfitte. Due sconfitte più che onorevoli: quella (scontata) di Fabbiano con Querrey (un altro che Djokovic sull’erba non vuole più incontrare). Thomas è stato avanti di un break sia nel primo sia nel secondo set e gli è mancata solo l’esperienza ma è stato bravissimo. E quella citata di Roberta Vinci contro una avversaria che l’aveva già battuta due volte. Tutti a chiedere a Roberta se tornerà l’anno prossimo e lei a trincerarsi in grandi difese… con il taglio sotto la palla. A Meloccaro di Sky ha detto: Potrei tornare in quattro diverse versioni. Da giocatrice, da spettatrice, da coach, da turista…”. Ma non avrebbe certamente voluto finire così la sua carriera, con il mal di schiena. Se Venus ha giocato 20 Wimbledon e Francesca Schiavone 17… beh Roberta (che non sa nemmeno quanti ne ha giocati) se non avesse troppa fretta di diventare mamma, potrebbe continuare ancora un po’. Per nulla onorevole invece il 6-2 6-2 6-0 di Cecchinato. Chiaro che Nishikori, quelle rare volte in cui sta bene, sia di un’altra categoria, ma non si può perdere un match in un’ora e dodici minuti, con i campi di campo che non sono quelli degli anni Sessanta quando non c’erano neppure le sedie per sedersi e dissetarsi. Un collega inglese è venuto a chiedermi se fosse vero che Marco era arrivato soltanto in mattinata, e ho dovuto smentire la voce maligna, ma insomma la sensazione generale è stata – soprattutto nel terzo set – che l’azzurro fosse venuto a ritirare l’assegno di 35.000 sterline e non avesse nemmeno tanta voglia di sudare e fare la doccia. Maldicenze, per carità, ma uno che viene a Wimbledon per la prima volta dovrebbe battersi un po’ di più, anche dopo aver perso 6-2 6-2 i primi due set.

Delle cinque vittorie spicca quella della Giorgi sulla Cornet: Camila era più disinvolta in campo e perfino in conferenza stampa, sebbene nella seconda in assenza del padre dovesse sempre guardare l’ex B1 di Piacenza, Marco Beghi che gli fa da sparring partner prima di pronunciare qualsiasi frase. Però stavolta erano frasi articolate. E accompagnate anche da qualche sorriso. Soprattutto quando ribadiva: “Sto acquisendo maggiore continuità”. È in fiducia e certo sarebbe stato meglio se al prossimo turno avesse trovato una avversaria più morbida di Madison Keys, che lei ha comunque già battuto: Keys dopo una prima operazione al polso ne ha affrontata un’altra più leggera subito dopo il Roland Garros e ha detto “Con Camila saranno scambi molto rapidi e a decidere i punti sarà chi per primo riuscirà a tirare la prima botta. A volte lei ti fa un gran vincente…e a volte no” con un sorriso. E da una che ha battuto sette top-ten c’è da aspettarsi di tutto.

Fognini ha incontrato in Tursunov un vero ex, certificato dalla classifica “protetta” – n.715 – che però non l’ha protetto da una gran stesa 6-1 6-3 6-3 in un’ora  e 33 minuti, sei minuti meno del tempo impiegato (ma in quattro set) da Seppi per battere il Carneade Gombos. Chi era proprio contento era Bolelli, l’uomo che non si accontenta di risorgere. Ha sconfitto nel cinese di Taipei l’uomo che ha vinto più Challenger perfino rispetto a Paolo Lorenzi – i due sono campioni… del mondo della specialità – e ora affronta Tsonga, campione capace di rimontare un handicap di due set a Federer qui, ma anche di perdere partite che non ti aspetti. Simone qui ha sconfitto Gonzalez e anche Wawrinka (vabbè, ora questo risultato è un po’ sminuito per colpa di Medvedev, Next-Gen rampante), ma orgogliosamente ricordava di essere stato anche a due punti dalla vittoria su Nishikori. Insomma non è chiuso per nulla. Vedremo, così come vedremo Fognini con Vesely, tipo che quando serve bene fa paura a tutti (uffa quanti giocatori dei quali mi tocca parlare che mi fanno venire in mente Djokovic?), anche se come Anderson che affronterà Seppi.

Della partita dominata in 53 minuti dalla Schiavone sulla bella Minella (perdonate la rima banale) direi che il momento saliente è stato quello contrassegnato dall’arrivo di Gianna Nannini, invitata da Francesca e per nulla timida: la Nannini non ha mancato di far sentire la sua voce in mezzo al pubblico. “Sono stata brava a non distrarmi, ma l’ho sentita subito! Io sono stata almeno a quattro suoi concerti, lei non era mai venuta a Wimbledon e appena le ho detto se le divertiva venire mi ha detto subito di sì con entusiasmo”. Chissà se la Nannini capisce di tennis. Il fratello pilota sì. L’intervista di Francesca dovreste averla letta. È stata carina soprattutto quando ha ricordato di…a ver scoperto la bellezza di Wimbledon, e i suoi continui progressi, soltanto dopo aver vinto il Roland Garros…Poi ha detto la sua sull’Inghilterra, “un Paese che amo” e sulla Brexit, “Per me hanno fatto bene, sono sempre stati un Paese indipendente”. Quest’ultima affermazione non la sottoscrivo. Mi limito a riferirla. Ognuno è libero di pensarla come gli pare.

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Editoriali del Direttore

Ma a Roma si giocherà davvero? Madrid sì, Foro Italico nì

Il presidente FIT Angelo Binaghi è parso super-ottimista. Ma se si giocassero sia US Open che Roland Garros potrebbe esserci posto per un solo Masters 1000 prima di Parigi. In tal caso fra i due prevarrebbe Madrid

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Rafael Nadal - Conferenza Roma 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Il presidente FIT Angelo Binaghi ha tenuto venerdì una conferenza stampa per diffondere (cauto o incauto?) ottimismo circa l’effettuazione degli Internazionali d’Italia fra metà e fine settembre. Non penso lo abbia fatto soltanto per evitare di restituire i biglietti a chi li ha comprati, anche se a pensar male… facendo peccato spesso ci si azzecca (diceva Giulio Andreotti).

Premesso che auguro vivamente a Binaghi, alla FIT, a Ubitennis, a me stesso e a tutti gli appassionati di tennis che davvero le fauste previsioni del presidente FIT si avverino, mi pare serio non comportarmi da… Mago Ubaldo e osservare alcune cose, a cui ho associato le lettere dell’alfabeto – completandolo quasi tutto.

a) La stagione sulla terra rossa europea dipende strettamente dalla decisione che prenderanno insieme l’US Open e il torneo (legato a doppio filo con l’USTA) di Cincinnati, come autorevolmente raccontato venerdì  dall’Equipe e ripreso da Vanni Gibertini.

 

b) Ad oggi l’Open del Canada a Toronto sembra decisamente più a rischio di Cincinnati. E non solo perché lo si giocherebbe una settimana prima, quindi con minor tempo per capire se il virus si è ammorbidito e ha perso d’intensità come si comincia da più parti a sostenere, ma anche per le posizioni fin qui prese dall’establishment politico canadese. Tuttavia è chiaro che a Cincinnati nessun giocatore europeo si recherebbe mai se sapesse che l’US Open verrebbe poi cancellato. Un viaggio rischioso negli USA per un solo Masters 1000 non avrebbe alcun senso.

c) È sempre più netta la sensazione che a New York siano decisi a far disputare lo Slam.

d) Diversamente dagli Internazionali d’Italia che per bocca di Binaghi la FIT si spingerebbe a farli disputare sempre, comunque e dovunque, anche a ottobre sulla terra rossa, anche a Milano indoor eventualmente al posto delle NextGen oppure a Torino al coperto, il proprietario del torneo di Madrid Ion Tiriac e il direttore del torneo Gerard Tsobonian hanno invece una solida convinzione: o si gioca prima del Roland Garros o non se ne fa di nulla. Se si gioca – dicono a Madrid – non è escluso che al 50% si possa far entrare nella Caja Magica anche il pubblico. Quella struttura lo consentirebbe con il rispetto delle distanze previste dai protocolli di sicurezza contro il COVID-19. Per Roma, in un caso analogo, sarebbe oggettivamente più difficile aprire a una simile percentuale di pubblico.

e) L’Equipe, dopo che un paio di valenti colleghi hanno fatto un giro d’orizzonte fra addetti ai lavori come ho fatto anch’io, scrive che se si giocherà l’US Open nelle date previste, ovvero dal 31 agosto al 13 settembre (e l’USTA sembra propenso a farli disputare molto più di quanto non apparisse soltanto 10 giorni fa) ci sarebbe spazio poi per un Masters 1000 ma non per due Masters 1000 prima del Roland Garros (inizialmente riprogrammato per il 20 settembre, poi per il 27).

f) Se infatti i protagonisti della finale di domenica 13 settembre all’US Open dovessero precipitarsi in Europa (fatti salvi i problemi di quarantena ancora non risolti) per giocare dal 14 al 20 un Masters 1000, come farebbero fra voli, jet-lag e altri ostacoli a essere in campo in condizioni dignitose già al martedì (sebbene a Madrid sia stato proposto di prendere in esame anche l’ipotesi di un tabellone con soli 48 giocatori)?

Novak Djokovic – Madrid 2019 (foto via Twitter, @MutuaMadridOpen)

g) Madrid non è favorevole a questa soluzione. Il torneo di Tiriac rischierebbe di dover rinunciare ai due protagonisti a quel punto proprio più attesi, cioè i finalisti dell’US open. Questi dovrebbero infatti partire immediatamente dopo una finale disputata sul cemento per rimettersi in discussione in 48 ore su campi in terra rossa e in altitudine. Perfino Rafa Nadal, campione in carica all’US Open e che pure ha meno problemi di altri a ritrovare ritmo e abitudine all’amata terra rossa, difficilmente vorrebbe correre quel rischio in casa propria, davanti al proprio pubblico. Tantomeno vorrebbero correre quel rischio gli sponsor del torneo di Madrid, dovessero essere orfani di Nadal o di altri top player eventualmente protagonisti nelle fasi finali a New York. Ma chi potrebbe garantir loro che il problema non si porrebbe? E gli organizzatori sarebbero disposti a pagare una penale agli sponsor in caso di assenza di uno dei big?

h) I giocatori non vogliono giocare a Roma prima di Madrid, per via dell’altitudine. Quindi uno scambio di date fra i due tornei, ancorchè – come detto – Roma farebbe carte false pur di ospitare comunque il proprio torneo, in qualsiasi data e superficie, sarebbe inattuabile. I giocatori difficilmente ci starebbero.

i) A Madrid temono anche che alla fine si decida di giocare a New York e che i giocatori che ancora oggi appaiono più perplessi e orientati negativamente alla trasferta americana per timori oggi più che giustificati, poi – e magari soltanto a metà luglio – cambino invece idea. E vadano tutti a New York. Si sa che spesso i tennisti non sono modelli di coerenza. Se si accorgono che alcuni vanno e magari possono fare incetta di punti preziosi per il ranking (ancor più che soldi) e vanno di corsa anche loro.

j) In quel caso ecco che si tratterebbe di dover rassicurare tutti gli sponsor che quegli stessi giocatori, campionissimi compresi, verrebbero poi anche a Madrid a spron battuto. Ma come?

k) Ma se poi – ecco un altro caso che non è impossibile da escludere ma è impossibile da prevedere e circoscrivere – invece qualche tennista si ammalasse di coronavirus a New York e tutto venisse sospeso nell’imminenza del torneo di Madrid, con già un altro pacco di milioni di spese affrontate? Ad oggi le spese per la mancata effettuazione del torneo – cioè quanto già anticipato da un anno a questa parta, il personale impiegato, la promozione – non dovrebbero superare i 5-6 milioni di euro. Ma sono però i guadagni messi a budget – cifre molto più pesanti – che verrebbero a mancare. Proprio quei soldi che verrebbero a mancare, più o meno, alla FIT come lamenta da noi il super angosciato Binaghi ogni piè sospinto.   

l) Ecco perché con un Roland Garros slittato al 27 settembre, nella prima settimana post US open (ovvero dal 14 settembre) Madrid preferirebbe lasciare spazio a un altro torneo. Quello di Amburgo?

m) In quest’ultimo caso resterebbe dunque una sola altra settimana “giocabile” per un Masters 1000 prima del Roland Garros.

n) Madrid ha estrema fiducia che ATP e WTA, dovendo scegliere fra Madrid e Roma, scelgano Madrid. Il perché è stra-evidente per la WTA: Madrid, come i quattro Slam, Indian Wells e Miami, è il solo altro combined con un montepremi non “discriminante”: uomini e donne prendono gli stessi soldi (salvo errori, omissioni o cifre irrisorie legate a quisquilie varie).

Karolina Pliskova, campionessa in carica a Roma

o) Ma è evidente che anche per l’ATP, l’effettuazione del torneo di Madrid comporta maggiori introiti rispetto a Roma: il montepremi complessivo di Roma è 9.243.818 euro, così suddivisi: 5.791.280 per gli uomini e 3.452.538 per le donne. Quello complessivo di Madrid è 13.072.320€, diviso esattamente a metà tra uomini e donne, che si spartiscono 6.536.160€ a torneo. Oltre alla cospicua differenza in campo femminile, Madrid offrirebbe quindi più soldi anche agli uomini – 744.880 euro in più rispetto a Roma, non proprio briciole.

p) Si aggiunga, come se ciò non bastasse, che le recenti dichiarazioni di Andrea Gaudenzi e di tanti altri addetti ai lavori, fanno pensare che si stia lavorando per cercare di assemblare il più possibile, se non proprio di unificare, le situazioni disuguali fra ATP e WTA. Sebbene Gaudenzi e Calvelli siano italiani – e anzi, a contrario, proprio per evitare possibili accuse di… sciovinismo – sembra assai improbabile che nel caso in cui si fosse obbligati a scegliere un solo Masters 1000 fra Madrid e Roma per via di quell’unica settimana disponibile, l’ATP sposi Roma anziché Madrid.

q) In conclusione, se si giocherà l’US Open è tutt’altro che da escludere che Roma possa doversi accontentare di ospitare un torneo con minor appeal dopo il Roland Garros. Insomma, il sogno di Binaghi di riuscire a vedere gli Internazionali d’Italia prima del Roland Garros – e Dio sa quanto vorrei sbagliarmi! Non sarebbe certo interesse di Ubitennis – potrebbe svanire.

r) Se questo fosse il caso a Binaghi e alla FIT (le cui casse sarebbero in forte sofferenza se il torneo non si giocasse: 36 milioni di fatturato su 58 di bilancio annuo sono budgettati grazie al torneo) certo converrebbe di più che saltasse tutto il circuito nord-americano sul cemento, ivi compreso l’US Open. Converrebbe di meno, semmai, agli appassionati e a Ubitennis che dalla disputa di due Slam di 15 giorni hanno più da vedere e guadagnare. Ma senza US Open si potrebbe recuperare gran parte del circuito europeo sulla terra battuta e si potrebbe giocare sia il torneo di Madrid che quello di Roma. Questo, del resto, al momento è l’obiettivo dichiarato dell’ATP nel corso dell’ultimo meeting settimanale con tutti i direttori dei tornei: “Cerchiamo di far disputare entrambi i Masters 1000”. Probabilmente è anche questa dichiarazione di volontà espressa dall’ATP ad aver ispirato ottimismo a Binaghi. L’ATP ha ufficialmente sempre dichiarato che la disputa degli Slam è per il Board assolutamente prioritaria e i giocatori (256 fra uomini e donne, più quelli che aspirano a entrare dalle “quali”) hanno sempre detto di pensarla allo stesso modo. Però l’US Open è un torneo dello Slam, gestito dall’USTA. Dalla federazione americana. Non dall’ATP.

s) Ci sarebbe poi da vedere che cosa accadrebbe a Parigi-Bercy: se il Roland Garros si concludesse l’11 ottobre, ritrovare tutti gli stessi top player soltanto tre settimane dopo nella stessa città, il 2 novembre, quando tante altre città europee avrebbero invece perso il proprio torneo… avrebbe davvero un senso logico? E se fosse quella di Bercy, più che quella dell’ATP Next Gen, la settimana attraverso cui l’ATP potrebbe cercare di compensare la FIT per una eventuale mancata disputa a Roma degli Internazionali d’Italia? Ma dove però? Quale stadio italiano indoor sarebbe eventualmente disponibile? Anche in questo caso tornerebbero in auge Torino e Milano. Ma non Roma, perchè a novembre sarebbe un rischio troppo grosso pensare di giocare all’aperto.

Allianz Cloud di Milano – Next Gen ATP Finals 2019 (foto Cristina Criswald)

P. S. Molti hanno osservato che forse anche i Masters 1000, che piangono miseria per i mancati incassi, potevano anche pensare ad assicurarsi contro la mancata effettuazione del torneo. Come ha fatto Wimbledon. Ma è senno di poi. In 52 anni di tennis open (e cospicui incassi) non era mai piombata sul tennis una pandemia terribile come questa. Wimbledon è un torneo che non ha la stessa logica di business: è quasi un no-profit, un charity a favore della LTA e di altri enti. Si può permettere di versare 200.000 euro l’anno ai LLoyds. Un imprenditore privato, un Tiriac, una private equity, non ci pensa neppure – anche in ragione di un volume d’affari inferiore rispetto a uno Slam. Tiriac non accettò di investire 150.000 euro di assicurazione neppure anni fa quando aleggiò su Madrid la minaccia del terrorismo, potete immaginare se avrebbe mai accettato l’idea di spendere molti più soldi per coprirsi da una previsione remota quale una pandemia.

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Editoriali del Direttore

Djokovic è un campione, ma prima di tutto un Uomo con la U maiuscola

Il milione di euro agli ospedali di Bergamo colpisce anche per la discrezione della donazione. Rispecchia l’Uomo Djokovic, ingiustamente osteggiato nella finale di Wimbledon con Federer. La sua genuinità testimoniata fin dai suoi primi “Players Party” a Montecarlo

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Novak Djokovic ha un fatto un bellissimo gesto, assolutamente non dovuto e nel modo più elegante. Devo dire che, piaccia o non piaccia il suo tipo di tennis che è e resta assolutamente straordinario – dovrebbe essere pleonastico affermarlo – per me lui è un grande e una persona vera. Io ho avuto modo di incontrarlo in diverse occasioni fuori dalle conferenze stampa, come quando ero invitato a partecipare al Players Party di Montecarlo in veste di suggeritore di sketch e in alcune occasioni perfino di attore. E vedere la simpatia, la spontaneità e l’impegno che Novak metteva nelle prove da ballerino, piuttosto che da presentatore, da cantante, di tutto insomma, mi dava certezze sulla sua genuinità di personaggio vero, non costruito.

Così, pur se in Italia per la verità ha sempre avuto un buon supporto da parte del pubblico, ho trovato assolutamente disdicevole – a dir poco! -il comportamento del pubblico a Wimbledon nella finale con Federer. Un conto è scegliere il campione per il quale si tifa, tutto un altro è mancare di rispetto all’avversario, arrivando al punto di fargli perdere perfino la gioia di esultare. E difatti Novak quasi non lo fece, anche se dentro di sé avrà certamente provato la giusta soddisfazione. Mista ad amarezza però. E non era proprio giusto.

Molti hanno scritto che Novak soffra per non essere riuscito a entrare nel cuore della gente come Roger e Rafa, che hanno avuto il vantaggio di esserci entrati prima e di aver quindi mantenuto le loro posizioni di rendita. Io non credo che Nole ne sia geloso. Ma è umano che vorrebbe gli fosse riconosciuta maggiormente la sua genuinità. Questo accade in Serbia dove la sua gente lo adora più di chiunque altro.

 

E in buona parte anche in Italia. Grazie certo anche alla sua capacità di parlare così bene la nostra lingua da permettergli di essere sé stesso fino in fondo, che parli con Fiorello, vada a Sanremo o dovunque con la gente. Quando dice che, per lui e anche Jelena che ha studiato a Milano, l’Italia è il secondo Paese adottivo, è sincero. Non fa una sviolinata per arruffianarsi tifosi che se preferiscono Roger e Rafa continueranno a preferirli. Lo dice perché lo sente e non avrebbe nessuno obbligo di dirlo. Che poi in ogni premiazione di ogni torneo un giocatore, qualunque giocatore, ringrazi organizzatore e pubblico dicendo che quello è’ il miglior torneo possibile, ci sta. Ma Djokovic che pure ama Roma e il torneo di Roma, ed è ricambiato, se pensa che qualcosa potrebbe e dovrebbe essere fatto meglio – come la cura dei campi per esempio e la richiesta di cancellare le buche inaccettabili – lo dice a chiare lettere. E questo dovrebbe essere apprezzato.

Che poi il suo ruolo politico in ATP a volte lo costringa ad essere molto diplomatico o a non rispondere compiutamente a certe domande beh, anche questo va capito e accettato. Non sono sempre d’accordo con quello che Novak dice, sia chiaro, ad esempio nella vicenda Gimelstob almeno inizialmente.

Non è tuttavia facile – va capito – per uno nel suo ruolo prendere posizione nella querelle fra ATP Cup al fianco di Tennis Australia e la coppa Davis, cui è legatissimo per quello che ha significato per lui e per la Serbia quando lui la vinse nel 2010 e tutta la sua carriera svoltò decisamente.

Ha detto che sarebbe stato favorevole a farne un solo evento, ma poi sa benissimo che gli interessi – e relativi contratti pluriennali già firmati con tennis Australia da una parte e con ITF, Pique, Rakuten dall’altra – non sono facilmente conciliabili. E che quindi la sua esternazione può apparire o ipocrita o utopistica. Però da “politico” si rende conto che quello che ha detto è quel che la maggior parte degli appassionati “disinteressati” – cioè senza interessi privati economici in ballo – pensa e vorrebbe sentirsi dire. Un solo evento a squadre che il più possibile non tradisse la storia dell’antica Coppa Davis.

Beh, come al solito, e sì che lo stavo facendo con il cellulare e avevo pensato di scrivere due righe due (!) per complimentarmi con il gesto meraviglioso di Novak e poi la scrittura mi ha preso il solo polpastrello con cui scrivo sul cellulare (i miei figli scrivono a velocità supersonica con non so quante dita, beati loro!) e ho fatto tutto questo sproloquio con il quale voglio personalmente ringraziare Novak Djokovic per il grande campione che è ma ancor più per l’uomo che è. Davvero not too bad, caro Nole.

P.S. Certo non finirò mai di rimpiangere quella volta in cui avrei dovuto giocare con lui in Australia, quando mi aveva detto “Domani porta la racchetta!”. Mi sarebbe bastato un minuto di… penoso spettacolo da parte mia! Però 40 gradi all’ombra e un’afa irrespirabile fecero sospendere tutte le attività fuori dai campi coperti e naturalmente sui campi coperti non era pensabile che io potessi accedere. Quella sera Nole quasi se ne scusò e mi disse: “Vabbè lo faremo a Roma!”. Vi immaginate la faccia di Binaghi?

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Editoriali del Direttore

Lo so e lo so che c’è di peggio, ma è un mini-choc

Dopo 46 Wimbledon di fila, da Connors-Rosewall a Djokovic-Federer, questa cancellazione dei Championships è per me quasi come l’interruzione di un’esperienza religiosa, un piccolo trauma. Due anni interi vissuti in Church Road, mille momenti, mille ricordi indelebili

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Novak Djokovic - Wimbledon 2019 (via Twitter. @wimbledon)

Non c’è più neanche Wimbledon. Anche i Championships che dall’edizione del 1877 vinta da Spencer Gore a oggi si erano interrotti soltanto in occasione delle prime due guerre mondiali, 1915-1918 e 1940-1945 (sul Centre Court i tedeschi nel 1940 avevano sganciato una bomba che lo aveva quasi interamente distrutto), e che dal 1946 con la vittoria del gigante francese Ivan Petra si erano disputati per 74 anni di fila… si sono dovuti arrendere al Coronavirus. Stiamo combattendo una terza guerra mondiale contro un nemico invisibile ma che non ha coinvolto soltanto alcune nazioni come le prime due guerre, ma proprio tutto il mondo. Una guerra planetaria.

Lo so bene che ci sono cose e situazioni molto più gravi di uno stop ai Championships in Church Road. Lo so bene che l’importante è la salute e che tanti, troppi l’hanno persa per sempre. Lo so bene che tante famiglie, troppe, hanno perso i loro cari e non hanno avuto nemmeno la possibilità di vederli, di star loro vicino fino all’ultimo, perfino di seppellirli e di sapere dove hanno messo i loro corpi. Lo so bene che quelle sono le vere tragedie. Lo so bene che tante famiglie continueranno a soffrire le conseguenze di questo terribile virus, nel ricordo straziante di chi non c’è più e nella difficoltà di risollevare situazioni economiche seriamente compromesse di aziende intere con i loro dipendenti, di attività familiari, di lavori perduti, di casse integrazioni umilianti, di ostacoli burocratici di tutti i tipi.

Lo so bene che posso considerarmi molto fortunato perché la mia casa è abbastanza grande da averci permesso di condividere questo mese di clausura forzata in sette persone di famiglia senza patire le difficoltà di chi si è trovato invece a vivere in spazi angusti, in condizioni disagiate e con financo difficoltà di approvvigionamento. Lo so bene che già per il solo fatto di non avere avuto sintomi – fin qui almeno – è già una gran fortuna.

 

Lo so bene che siamo in decine e decine di milioni di italiani a non avere alcuna idea se siamo positivi oppure no, o se lo siamo stati, perché il tampone non abbiamo potuto farlo, né sappiamo quando ci sarà tolta questa spada di Damocle.

Lo so bene che non avere perso nessuno dei familiari più cari e degli amici più vicini è anch’essa una grande, impagabile fortuna.

Non avrebbe quindi alcun senso, mentre ancora la pandemia infuria e nessuno sa quando potrà essere davvero sradicata del tutto – temo fino a che la scienza non ci regalerà un vaccino che ci copra anche dalle possibilità di ricadute – mostrare eccessivo dispiacere per lo sport che si ferma, in mezzo a mille attività obiettivamente più importanti e fondamentali, per il tennis che non si gioca più, né nei circoli, né nei tornei, quindi togliendoci anche la possibilità di distrarsi dai drammatici bollettini del Coronavirus almeno in TV.

Orfani del tennis – Queen’s 2019 (foto Alberto Pezzali/Ubitennis)

Lo so bene che la sopravvivenza di Ubitennis, per quanto una ventina di persone ne traggano qualche beneficio, non può essere considerata una priorità nell’emergenza nazionale.

Infatti non intendo assolutamente lamentarmi per il fatto che dodici anni di lavoro indefesso – in casa me lo chiamano più fesso che indefesso – per sviluppare questo sito di tennis in termini di credibilità giornalistica, traffico e autosufficienza economica rischino di perdere parte dell’avviamento faticosamente costruito. Ci sta e sappiamo che tanti stanno peggio perché noi abbiamo sviluppato esperienze che ci consentiranno di sopravvivere. Siamo fiduciosi se anche dovessimo perdere tutto il 2020 di tennis, di sponsor.

Ho lottato, via via con tutti i ragazzi che hanno collaborato impegnandosi tantissimo in questi anni a Ubitennis.com ma anche Ubitennis.net e Ubitennis.es, per assicurare un futuro a loro più che a me stesso ormai “âgé”- mi rifugio nei francese perché scrivere vecchio mi disturba – visto che i miei due figli hanno preso tutta un’altra strada professionale. Ma io, e credo anche loro, l’abbiamo fatto consapevoli delle difficoltà che ci sarebbero state e senza mai troppo illudersi. Ora che stavamo per tirare finalmente la testa fuori dall’acqua e cominciavamo a intravedere orizzonti più rosei, questo Coronavirus ci ha maledettamente preso in contropiede come un tweener vincente di Federer.

Vero peraltro che in questo mese di marzo Ubitennis ha retto incredibilmente bene, perché abbiamo continuato ad avere – senza tennis giocato – fra le trenta e le quarantamila visite al giorno. Per questo devo rivolgere un grande, grandissimo grazie a chiunque stia continuando a leggerci quotidianamente, nonché a tutti i collaboratori perché so che abbiamo in cascina una trentina di articoli inediti (non quindi materiale d’archivio) pronti all’uscita – tutta una serie di interviste a grandi personaggi del tennis mondiale e nazionale, una serie di video-ritratti di campioni, accompagnati da dati e aneddoti, statistiche, belle storie tennistiche i cui prodromi avete forse già visto nei giorni scorsi e una chicca in via di sviluppo: un progetto di podcast live, una storia di UbiRadio settimanale, che vogliamo far partire il prima possibile.

Tutto ciò premesso, consentitemi di dire che il sottoscritto – come invidio a Gianni Clerici di essersi per primo autonominato “lo scriba”… è così brutto definirsi il sottoscritto oppure usare la perifrasi “chi scrive” – pur consapevole di tutto il peggio che mi poteva capitare, è tuttavia un tantino turbato nel ritrovarsi chiuso in casa con la prospettiva di non andare a Wimbledon dopo averlo fatto per 46 anni di fila. Una vita insomma. Dal ‘74 a oggi, Connors batte Rosewall fino a Djokovic che cancella due match point a Federer e trionfa, non ne avevo saltata una sola edizione, un solo giorno. 92 settimane che fra giorni d’arrivo, di partenza e qualche rinvio piovoso al lunedì (più il torneo olimpico del 2012 vinto da Andy Murray) sono due anni di vita vissuta in Church Road, dal mattino presto a notte.

Wimbledon 2019 di notte (foto via Twitter, @Wimbledon)

Non so perché, ma i 46 tornei al Country Club di Montecarlo, i 48 al Foro Italico, i 44 Roland Garros (da Adriano Panatta campione nel ’76 su Harold Solomon al dodicesimo trionfo di Rafa Nadal nel 2019), mi hanno fatto meno effetto, colpito meno. Forse perché guardavo avanti, perchè il momento topico della stagione tennistica per me è rimasto nostalgicamente sempre il leggendario Wimbledon, il torneo che si gioca nel Tempio del tennis, non a caso il torneo di cui ricordo una per una e senza nessuno sforzo tutte le finali e migliaia di particolari, di aneddoti, di storie, di personaggi, di vita vissuta. Wimbledon mi mancherà incredibilmente. Avevo scritto di getto ‘terribilmente’, ma ho subito corretto perché come detto sopra, le assenze e le cose terribili sono ben altre, però per molto più di metà della mia vita per me andare a Wimbledon è stata soltanto un po’ meno esperienza religiosa che per un pellegrino recarsi ad un luogo santo. Ci sarei andato a piedi.

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