Brutta giornata per… Connors! Lo scandalo dei ritiri semi-annunciati

Editoriali del Direttore

Brutta giornata per… Connors! Lo scandalo dei ritiri semi-annunciati

WIMBLEDON – Federer e Djokovic “staccano” il mancino americano per vittorie a Wimbledon e negli Slam. L’incredibile record di Petra Martic. I 40.000 euro che fan gola a tanti. La regola ATP. Gli azzurri. Il sogno di Lorenzi

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da Londra, il Direttore

Jimmy Connors questo martedì a Wimbledon è stato battuto due volte! E per colpa (anche…) di due ritiri. È stato superato da Roger Federer che approfittando dell’abbandono di Dolgopolov ha conquistato l’ottantacinquesima vittoria a Wimbledon nelle sue 19 partecipazioni (Jimbo in 20 si era fermato a 84) e anche da Novak Djokovic che, un’oretta prima, aveva potuto trarre vantaggio del ritiro di Klizan, raggiungendo la vittoria n.234 in tutti gli Slam (a fronte di 38 sconfitte e di 12 Slam vinti; Jimbo aveva un bilancio di 233 vittorie e 49 sconfitte, con 8 Slam nel suo palmares). Sarebbe stato più simpatico occuparsi di questi due record straordinari: Roger detiene anche quello complessivo negli Slam con 315 vittorie e 51 sconfitte, Nole è infatti secondo e dietro a Connors oggi terzo c’è Agassi, 224-53, quinto Lendl 222-49, sesto Emerson 216-48, Nadal 216-32, Sampras 203-38, Murray 184-42, decimo Edberg 178-47. Ma invece il caso, e direi lo scandalo del giorno, è quello dei ritiri. Decisamente troppi per non ingenerare qualche sospetto. Perché agli otto ritiri andrebbero aggiunti tutti quei casi in cui si sono viste sconfitte nettissime alla fine di partite brevissime. Sospette anche quelle. Almeno alcune.

 

Mi permetto allora una domanda malignetta. Chissà perché tanti ritiri si registrano soprattutto al primo turno dei tornei degli Slam? Ben otto alla fine di una giornata in cui un “professionista” della racchetta, Bernard Tomic ha dichiarato bello spavaldo senza minimamente arrossire che lui a tennis gioca solo per i soldi, che se vince o perde non gliene frega nulla, che sollevare un trofeo o perdere al primo turno non gli cambia nulla, che fra 10 anni magari penserà anche a far della beneficenza. Non sarà mica perché nessun torneo offre ai perdenti del primo turno così tanti soldi? 35.000 sterline sono circa 40.000 euro. Chi arriva in finale a un torneo ATP della categoria più bassa, i 250, all’incirca prende lo stesso compenso (non è fisso, varia da torneo a torneo). Rinunciarci non è facile… anche perché questi giocatori con la loro classifica hanno diritto a partecipare e a ritirare questo premio. Ricordo che nel 2014 Petra Martic fece 7 games in 4 sconfitte al primo turno in altrettanti Slam e guadagnò oltre 100.000 euro! Poiché non è una che giochi male (ha appena battuto qui la Gavrilova, testa di serie n.20) credo di ricordare che era incappata in parecchi problemini fisici, ma per capire che cosa significhi in termini economici poter disputare i quattro Slam vi voglio ricordare il suo ruolino di marcia (si fa per dire): Australian open perde 6-0 6-0 dalla Beck, al Roland Garros si ritira sul 5-0 per la Svitolina, a Wimbledon perde 6-0 6-1 dalla Dominguez Lino, all’US Open perde 6-4 6-3 dalla Krunic. Bottino: (cito a memoria) un po’ più di 100.000 euro. Se qualcuno ha tempo e voglia può fare una ricerchina per vedere se era iscritta anche a qualche doppio… giusto per arrotondare un po’.

Insomma oggi gli spettatori del Centre Court ci sono rimasti parecchio male. Alcuni hanno fatto code di oltre cinque ore dall’alba per entrare dentro il sacro recinto, e poi altre ore per conquistare quei 500 posti “liberi”. Chi cerca da anni un biglietto a Wimbledon sa quanto sia difficile ottenerlo. Non so quanto costasse al mercato nero – spesso cifre superiori ai 200 euro – ma il prezzo di facciata era 56 sterline, intorno ai 60 euro. Alle 17 il programma del Centrale era già esaurito, perché Klizan si era arreso con Djokovic dopo 40 minuti e Dolgopolov con Federer tre minuti di più e un game di più: sul 6-3 3-0 invece che sul 6-3 2-0. In precedenza su quel campo la Kerber era stata in campo un’ora e 27  minuti per disfarsi della Falconi. Gli organizzatori hanno cercato di rimediare spostando sul Centre Court Wozniacki-Babos che almeno hanno giocato tre set. Ma la qualità non è certo stata paragonabile a quella che avrebbero offerto Roger e Novak contro qualunque avversario non azzoppato. “Perché non torniamo sul Centre Court per giocare un set di allenamento?” hanno scherzato negli spogliatoi Djokovic e Federer, a parole dispiaciuti per la delusione data agli spettatori, ma intimamente soddisfatti di non avere corso rischi e di non essersi stancati. In fondo a loro interessa vincere il torneo ed è più facile vincere quando si è durato meno fatica. Roger sogna l’ottavo trionfo e il 19mo Slam, Novak il quarto Wimbledon e il 13mo.

Il problema dei ritiri è balzato in tutta evidenza oggi per la circostanza abbastanza casuale che se ne siano susseguiti un paio su un campo centrale e quando di fronte c’erano due campioni di Wimbledon (10 titoli in due) con tutti gli occhi puntati su loro. Ma il punto è anche che più o meno tutti nell’ambiente sapevano che Klizan e Dolgopolov erano malmessi. Un polpaccio dolorante per uno, una caviglia malandata per l’altro. E bende, fasciature tipo Dottor Gibaud qua e là. Si erano già ritirati anche altrove. Dolgopolov ha guadagnato in carriera di soli premi più di 6 milioni di dollari, Klizan più di 4. Ma insomma i soldi non li butta volentieri mai nessuno. 40.000 euro sono 40.000 euro. Ci si può comprare una discreta automobile, si può fare uno shopping da signori. Perdendo senza soffrire al primo turno. Oltre a Klizan e a Dolgopolov si è ritirato per l’ennesima volta lo sfortunato Tipsarevic, lo spagnolo Feliciano Lopez (testa di serie n.19 e l’unico sul quale non si nutre il minimo dubbio: probabilmente ha pagato lo sforzo del Queen’s), la russa Potapova e gli infortunati di lunedì Kyrgios, Istomin e Troicki. Poi, come dicevo c’è una discreta lista anche di vittime soddisfatte senza essere masochiste.

Nicola Arzani dell’ATP ha ben istruito Federer e Djokovic prima che si recassero in conferenza stampa, ricordando loro che l’ATP ha introdotto una nuova  regola un annetto fa – giusto per sottolineare che invece gli Slam non l’hanno ancora fatto _ e la regola cita: “Se un giocatore infortunato rinuncia a scendere in campo riscuote ugualmente il premio. Purché ciò non accada più di due volte l’anno”. Così  il lucky loser può prendere il posto dell’infortunato e il pubblico ha lo spettacolo per il quale ha pagato il biglietto. Ovvio che per gli Slam, data l’entità del premio ai perdenti di primo turno, il prezzo da pagare sarebbe superiore a quello di un torneo 250 – qui sarebbero stati, per 8 giocatori, 320 mila euro, mica noccioline – ma è anche vero che gli Slam guadagnano molto di più dei tornei ATP e quindi dovrebbero poterselo permettere. Roger, pur seguendo i suggerimenti di Arzani,  è stato onesto nel dire: “Però è difficile rinunciare a giocare a Wimbledon… un giocatore può sempre sperare in un miracolo, la propria guarigione, la pioggia e il rinvio di un match fino al proprio recupero e… può scivolare e farsi male prima il tuo avversario… E al secondo turno tutto può succedere ancora”. Beh, ha ragione. Non è successa una sola volta che un torneo sia stato vinto da un giocatore che all’inizio del torneo cominciato due settimane prima era malmesso.

Per il resto non è che sia successo granché. Nel video credo di aver menzionato i fatti più importanti, anche se in quel momento Feliciano Lopez non si era ancora ritirato, e il nostro Lorenzi non aveva ancora annullato 6 set point nel terzo set a Zeballos per passare a condurre due set a uno e poi vedersi sospendere il match per oscurità sul 2-2 nel quarto. Del Potro aveva battuto le quattro K di Kokkinakis, un set per K, l’irriducibile Ferrer aveva stupito tutti superando Gasquet che qui poteva vantare due semifinali e cinque ottavi, e in aggiunta alle due teste di serie uomini saltate, c’erano le cinque donne: Pavlyuchenkova n.16 (Rodionova, la più grossa sorpresa per me), Gavrilova n.20 (la sopra ricordata Martic), Bertens n.23 (Cirstea), Davis n.28 (Lepchenko) e Zhang n.30 (Golubic).

Poi resterebbe da parlare dei tre italiani. Verdetto sospeso – come detto – per Paolo Lorenzi a caccia del primo secondo turno della carriera a Wimbledon dopo 6 eliminazioni al primo turno. Nulla da dire purtroppo sulla scontata sconfitta di Sara Errani – 6-1 6-4 – con la Pironkova troppo più erbivore di lei, se non segnalare il suo orgoglioso tentativo di cambiare volto al match nel secondo set nel quale ha avuto due opportunità per il 5-5. Ci sarebbe molto da dire sulla quasi eroica prova di Travaglia, tennista sfortunato se ce ne è uno, al di là del matchpoint con il quale ha chiuso la partita grazie ad un net, ma all’ennesimo matchpoint, il russo Rublev. “Le tante traversie mi hanno fortificato” ha commentato con grande saggezza il “nostro” che si allena a Foligno in un bell’ambiente – magari  fosse altrettanto sano anche a Tirrenia – con Gorietti, Vanni, Quinzi, Giannessi. Ha 25 anni, serve e tira il dritto meglio di tantissimi top 100. Io credo che lo vedremo presto fra loro. Miglior augurio non posso fare. È un ragazzo che merita. Ce ne fossero.

Oggi cinque italiani in gara, ma non c’è nessuno che sia favorito. Bolelli con Tsonga, Fognini con Vesely, Seppi con Anderson, Giorgi con Keys, Schiavone con Svitolina. Firmerei per una vittoria, ringrazierei il Fato per due, mi ecciterei per tre. Più possibili (senza contare Lorenzi che spero ce la faccia)? Nell’ordine Giorgi, Fognini, Bolelli.

 

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Editoriali del Direttore

Djokovic è un campione, ma prima di tutto un Uomo con la U maiuscola

Il milione di euro agli ospedali di Bergamo colpisce anche per la discrezione della donazione. Rispecchia l’Uomo Djokovic, ingiustamente osteggiato nella finale di Wimbledon con Federer. La sua genuinità testimoniata fin dai suoi primi “Players Party” a Montecarlo

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Novak Djokovic ha un fatto un bellissimo gesto, assolutamente non dovuto e nel modo più elegante. Devo dire che, piaccia o non piaccia il suo tipo di tennis che è e resta assolutamente straordinario – dovrebbe essere pleonastico affermarlo – per me lui è un grande e una persona vera. Io ho avuto modo di incontrarlo in diverse occasioni fuori dalle conferenze stampa, come quando ero invitato a partecipare al Players Party di Montecarlo in veste di suggeritore di sketch e in alcune occasioni perfino di attore. E vedere la simpatia, la spontaneità e l’impegno che Novak metteva nelle prove da ballerino, piuttosto che da presentatore, da cantante, di tutto insomma, mi dava certezze sulla sua genuinità di personaggio vero, non costruito.

Così, pur se in Italia per la verità ha sempre avuto un buon supporto da parte del pubblico, ho trovato assolutamente disdicevole – a dir poco! -il comportamento del pubblico a Wimbledon nella finale con Federer. Un conto è scegliere il campione per il quale si tifa, tutto un altro è mancare di rispetto all’avversario, arrivando al punto di fargli perdere perfino la gioia di esultare. E difatti Novak quasi non lo fece, anche se dentro di sé avrà certamente provato la giusta soddisfazione. Mista ad amarezza però. E non era proprio giusto.

Molti hanno scritto che Novak soffra per non essere riuscito a entrare nel cuore della gente come Roger e Rafa, che hanno avuto il vantaggio di esserci entrati prima e di aver quindi mantenuto le loro posizioni di rendita. Io non credo che Nole ne sia geloso. Ma è umano che vorrebbe gli fosse riconosciuta maggiormente la sua genuinità. Questo accade in Serbia dove la sua gente lo adora più di chiunque altro.

 

E in buona parte anche in Italia. Grazie certo anche alla sua capacità di parlare così bene la nostra lingua da permettergli di essere sé stesso fino in fondo, che parli con Fiorello, vada a Sanremo o dovunque con la gente. Quando dice che, per lui e anche Jelena che ha studiato a Milano, l’Italia è il secondo Paese adottivo, è sincero. Non fa una sviolinata per arruffianarsi tifosi che se preferiscono Roger e Rafa continueranno a preferirli. Lo dice perché lo sente e non avrebbe nessuno obbligo di dirlo. Che poi in ogni premiazione di ogni torneo un giocatore, qualunque giocatore, ringrazi organizzatore e pubblico dicendo che quello è’ il miglior torneo possibile, ci sta. Ma Djokovic che pure ama Roma e il torneo di Roma, ed è ricambiato, se pensa che qualcosa potrebbe e dovrebbe essere fatto meglio – come la cura dei campi per esempio e la richiesta di cancellare le buche inaccettabili – lo dice a chiare lettere. E questo dovrebbe essere apprezzato.

Che poi il suo ruolo politico in ATP a volte lo costringa ad essere molto diplomatico o a non rispondere compiutamente a certe domande beh, anche questo va capito e accettato. Non sono sempre d’accordo con quello che Novak dice, sia chiaro, ad esempio nella vicenda Gimelstob almeno inizialmente.

Non è tuttavia facile – va capito – per uno nel suo ruolo prendere posizione nella querelle fra ATP Cup al fianco di Tennis Australia e la coppa Davis, cui è legatissimo per quello che ha significato per lui e per la Serbia quando lui la vinse nel 2010 e tutta la sua carriera svoltò decisamente.

Ha detto che sarebbe stato favorevole a farne un solo evento, ma poi sa benissimo che gli interessi – e relativi contratti pluriennali già firmati con tennis Australia da una parte e con ITF, Pique, Rakuten dall’altra – non sono facilmente conciliabili. E che quindi la sua esternazione può apparire o ipocrita o utopistica. Però da “politico” si rende conto che quello che ha detto è quel che la maggior parte degli appassionati “disinteressati” – cioè senza interessi privati economici in ballo – pensa e vorrebbe sentirsi dire. Un solo evento a squadre che il più possibile non tradisse la storia dell’antica Coppa Davis.

Beh, come al solito, e sì che lo stavo facendo con il cellulare e avevo pensato di scrivere due righe due (!) per complimentarmi con il gesto meraviglioso di Novak e poi la scrittura mi ha preso il solo polpastrello con cui scrivo sul cellulare (i miei figli scrivono a velocità supersonica con non so quante dita, beati loro!) e ho fatto tutto questo sproloquio con il quale voglio personalmente ringraziare Novak Djokovic per il grande campione che è ma ancor più per l’uomo che è. Davvero not too bad, caro Nole.

P.S. Certo non finirò mai di rimpiangere quella volta in cui avrei dovuto giocare con lui in Australia, quando mi aveva detto “Domani porta la racchetta!”. Mi sarebbe bastato un minuto di… penoso spettacolo da parte mia! Però 40 gradi all’ombra e un’afa irrespirabile fecero sospendere tutte le attività fuori dai campi coperti e naturalmente sui campi coperti non era pensabile che io potessi accedere. Quella sera Nole quasi se ne scusò e mi disse: “Vabbè lo faremo a Roma!”. Vi immaginate la faccia di Binaghi?

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Editoriali del Direttore

Lo so e lo so che c’è di peggio, ma è un mini-choc

Dopo 46 Wimbledon di fila, da Connors-Rosewall a Djokovic-Federer, questa cancellazione dei Championships è per me quasi come l’interruzione di un’esperienza religiosa, un piccolo trauma. Due anni interi vissuti in Church Road, mille momenti, mille ricordi indelebili

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Novak Djokovic - Wimbledon 2019 (via Twitter. @wimbledon)

Non c’è più neanche Wimbledon. Anche i Championships che dall’edizione del 1877 vinta da Spencer Gore a oggi si erano interrotti soltanto in occasione delle prime due guerre mondiali, 1915-1918 e 1940-1945 (sul Centre Court i tedeschi nel 1940 avevano sganciato una bomba che lo aveva quasi interamente distrutto), e che dal 1946 con la vittoria del gigante francese Ivan Petra si erano disputati per 74 anni di fila… si sono dovuti arrendere al Coronavirus. Stiamo combattendo una terza guerra mondiale contro un nemico invisibile ma che non ha coinvolto soltanto alcune nazioni come le prime due guerre, ma proprio tutto il mondo. Una guerra planetaria.

Lo so bene che ci sono cose e situazioni molto più gravi di uno stop ai Championships in Church Road. Lo so bene che l’importante è la salute e che tanti, troppi l’hanno persa per sempre. Lo so bene che tante famiglie, troppe, hanno perso i loro cari e non hanno avuto nemmeno la possibilità di vederli, di star loro vicino fino all’ultimo, perfino di seppellirli e di sapere dove hanno messo i loro corpi. Lo so bene che quelle sono le vere tragedie. Lo so bene che tante famiglie continueranno a soffrire le conseguenze di questo terribile virus, nel ricordo straziante di chi non c’è più e nella difficoltà di risollevare situazioni economiche seriamente compromesse di aziende intere con i loro dipendenti, di attività familiari, di lavori perduti, di casse integrazioni umilianti, di ostacoli burocratici di tutti i tipi.

Lo so bene che posso considerarmi molto fortunato perché la mia casa è abbastanza grande da averci permesso di condividere questo mese di clausura forzata in sette persone di famiglia senza patire le difficoltà di chi si è trovato invece a vivere in spazi angusti, in condizioni disagiate e con financo difficoltà di approvvigionamento. Lo so bene che già per il solo fatto di non avere avuto sintomi – fin qui almeno – è già una gran fortuna.

 

Lo so bene che siamo in decine e decine di milioni di italiani a non avere alcuna idea se siamo positivi oppure no, o se lo siamo stati, perché il tampone non abbiamo potuto farlo, né sappiamo quando ci sarà tolta questa spada di Damocle.

Lo so bene che non avere perso nessuno dei familiari più cari e degli amici più vicini è anch’essa una grande, impagabile fortuna.

Non avrebbe quindi alcun senso, mentre ancora la pandemia infuria e nessuno sa quando potrà essere davvero sradicata del tutto – temo fino a che la scienza non ci regalerà un vaccino che ci copra anche dalle possibilità di ricadute – mostrare eccessivo dispiacere per lo sport che si ferma, in mezzo a mille attività obiettivamente più importanti e fondamentali, per il tennis che non si gioca più, né nei circoli, né nei tornei, quindi togliendoci anche la possibilità di distrarsi dai drammatici bollettini del Coronavirus almeno in TV.

Orfani del tennis – Queen’s 2019 (foto Alberto Pezzali/Ubitennis)

Lo so bene che la sopravvivenza di Ubitennis, per quanto una ventina di persone ne traggano qualche beneficio, non può essere considerata una priorità nell’emergenza nazionale.

Infatti non intendo assolutamente lamentarmi per il fatto che dodici anni di lavoro indefesso – in casa me lo chiamano più fesso che indefesso – per sviluppare questo sito di tennis in termini di credibilità giornalistica, traffico e autosufficienza economica rischino di perdere parte dell’avviamento faticosamente costruito. Ci sta e sappiamo che tanti stanno peggio perché noi abbiamo sviluppato esperienze che ci consentiranno di sopravvivere. Siamo fiduciosi se anche dovessimo perdere tutto il 2020 di tennis, di sponsor.

Ho lottato, via via con tutti i ragazzi che hanno collaborato impegnandosi tantissimo in questi anni a Ubitennis.com ma anche Ubitennis.net e Ubitennis.es, per assicurare un futuro a loro più che a me stesso ormai “âgé”- mi rifugio nei francese perché scrivere vecchio mi disturba – visto che i miei due figli hanno preso tutta un’altra strada professionale. Ma io, e credo anche loro, l’abbiamo fatto consapevoli delle difficoltà che ci sarebbero state e senza mai troppo illudersi. Ora che stavamo per tirare finalmente la testa fuori dall’acqua e cominciavamo a intravedere orizzonti più rosei, questo Coronavirus ci ha maledettamente preso in contropiede come un tweener vincente di Federer.

Vero peraltro che in questo mese di marzo Ubitennis ha retto incredibilmente bene, perché abbiamo continuato ad avere – senza tennis giocato – fra le trenta e le quarantamila visite al giorno. Per questo devo rivolgere un grande, grandissimo grazie a chiunque stia continuando a leggerci quotidianamente, nonché a tutti i collaboratori perché so che abbiamo in cascina una trentina di articoli inediti (non quindi materiale d’archivio) pronti all’uscita – tutta una serie di interviste a grandi personaggi del tennis mondiale e nazionale, una serie di video-ritratti di campioni, accompagnati da dati e aneddoti, statistiche, belle storie tennistiche i cui prodromi avete forse già visto nei giorni scorsi e una chicca in via di sviluppo: un progetto di podcast live, una storia di UbiRadio settimanale, che vogliamo far partire il prima possibile.

Tutto ciò premesso, consentitemi di dire che il sottoscritto – come invidio a Gianni Clerici di essersi per primo autonominato “lo scriba”… è così brutto definirsi il sottoscritto oppure usare la perifrasi “chi scrive” – pur consapevole di tutto il peggio che mi poteva capitare, è tuttavia un tantino turbato nel ritrovarsi chiuso in casa con la prospettiva di non andare a Wimbledon dopo averlo fatto per 46 anni di fila. Una vita insomma. Dal ‘74 a oggi, Connors batte Rosewall fino a Djokovic che cancella due match point a Federer e trionfa, non ne avevo saltata una sola edizione, un solo giorno. 92 settimane che fra giorni d’arrivo, di partenza e qualche rinvio piovoso al lunedì (più il torneo olimpico del 2012 vinto da Andy Murray) sono due anni di vita vissuta in Church Road, dal mattino presto a notte.

Wimbledon 2019 di notte (foto via Twitter, @Wimbledon)

Non so perché, ma i 46 tornei al Country Club di Montecarlo, i 48 al Foro Italico, i 44 Roland Garros (da Adriano Panatta campione nel ’76 su Harold Solomon al dodicesimo trionfo di Rafa Nadal nel 2019), mi hanno fatto meno effetto, colpito meno. Forse perché guardavo avanti, perchè il momento topico della stagione tennistica per me è rimasto nostalgicamente sempre il leggendario Wimbledon, il torneo che si gioca nel Tempio del tennis, non a caso il torneo di cui ricordo una per una e senza nessuno sforzo tutte le finali e migliaia di particolari, di aneddoti, di storie, di personaggi, di vita vissuta. Wimbledon mi mancherà incredibilmente. Avevo scritto di getto ‘terribilmente’, ma ho subito corretto perché come detto sopra, le assenze e le cose terribili sono ben altre, però per molto più di metà della mia vita per me andare a Wimbledon è stata soltanto un po’ meno esperienza religiosa che per un pellegrino recarsi ad un luogo santo. Ci sarei andato a piedi.

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Editoriali del Direttore

Impasse Coronavirus: che impatto su Federer, Venus e Serena Williams, i Bryan, Nadal, Djokovic?

Dopo i tanti ritiri dell’ultimo biennio (Berdych, Ferrer, Almagro, Baghdatis), molti ipotizzavano che nel 2020 ci fosse il canto del cigno per tante star del tennis. Giocheranno ancora nel 2021?

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Roger Federer e Rafa Nadal - Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @wimbledon)

Avvertenza ai lettori. Evitino di leggerlo tutti coloro che, dopo aver letto il titolo, si appresterebbero a dire che sto, stiamo cercando di acchiappare clic. Cerchiamo semplicemente di trattare quegli argomenti che ci accorgiamo – in tempi di Coronavirus e di tennis off limits per chissà quanto tempo ancora – vengono discussi fra gli appassionati che sono bombardati da bollettini più o meno catastrofici sui contagi e ogni tanto vorrebbero anche distrarsi un po’ con qualche argomento più leggero.

Avverto subito di seguito i lettori superstiti per correttezza, o onestà intellettuale come ormai si usa dire, che non ho notizie certe sulle ipotesi che sto per fare, ma che tuttavia uso le previsioni che da più parti del microcosmo tennistico venivano fatte. Non anni fa, ma fino a pochissimo tempo fa. Direi fino alla cancellazione del torneo di Indian Wells – come vola il tempo, sembra un secolo fa! – quando sembravano ancora attendibili, attendibilissime. E tuttavia da qualche dato, da qualche aspetto curioso, da qualche considerazione che ho in testa, penso che una amichevole discussione dovrebbe poter scaturire.

Comincio con il ricordare che fra 2019 e inizio 2020, a far fronte all’inattesissimo, sorprendente, quasi inspiegabile “comeback” di Kim Cljisters si sono verificati tanti ritiri di giocatori noti, a cominciare da un paio di “sempreverdi” top-ten, David Ferrer e Tomas Berdych, per proseguire con Nicolas Almagro, Mikhail Youzhny, Marcos Baghdatis, ma anche Victor Estrella Burgos e Max Mirny. E fra le donne la più famosa è certo l’ex n.1 del mondo Maria Sharapova, ma anche Sweet Caroline Wozniacki, Dominika “Cipollina” Cibulkova. Nel 2018 aveva detto basta Tommy Haas, le nostre Francesca Schiavone, Roberta Vinci e Karin Knapp, Nadia Petrova e chissà quanti/e dimentico… aggiungete pure voi.

 

Ma cosa si prevedeva che sarebbe successo nel 2020 e oltre? Per quanti questo sarebbe stato l’anno dell’addio? Beh, i gemelloni sovrani del doppio Bryan, 42 anni il prossimo 29 aprile – Bob 119 titoli di doppio e Mike 124 – avevano annunciato che avrebbero giocato l’ultimo US Open per poi appendere la racchetta al chiodo dopo essere stati insieme n.1 del mondo di specialità per 438 settimane (ma Mike lo è stato per 506), di cui 139 consecutive: ennesimo record. Altro record: per 10 anni hanno chiuso la stagione da n.1. Potrebbero rivedere i loro piani e giocare le Finali di Davis a novembre? Anche se adesso perfino la nuova Coppa Davis rischia di saltare, sebbene a Madrid la si giochi quando più tardi non si potrebbe. Ma nessuno può giurare che l’effetto Coronavirus, che in Spagna sta imperversando quasi come in Italia, sia davvero finito, anche se tutti ce lo auguriamo.

Dai 42 anni dei Bryan, andando a ritroso dai più anziani e soffermandosi sugli ex n.1 ecco Venus Ebony Williams. Il 17 giugno Venus compierà 40 anni. Pur avendo vinto 7 Slam (in 16 finali), fra cui 5 Wimbledon, Venus è stata n.1 del mondo in tre occasioni ma complessivamente soltanto per 11 settimane, una differenza enorme con Serena che lo è stata per 319 (9 più di Roger Federer!) e certo gliene ha sottratta più d’una. Beh Venus mi aveva fatto intendere un anno fa che il suo obiettivo era partecipare ancora una ultima volta alle Olimpiadi. Già medagliata d’oro 4 volte (come soltanto la sorella Serena) con un oro in singolo e tre in doppio (più una medaglia d’argento in doppio misto. Record per il tennis, a pari merito con
Kitty McKane Godfree), lei che era già la sola tennista a potersi vantare di aver vinto una medaglia in 4 Olimpiadi diverse (da Sydney 2000 in poi), se fosse riuscita a vincere un’altra medaglia anche a Tokyo avrebbe stabilito un record probabilmente imbattibile. In 14 finali di Slam in doppio femminile lei e Serena non ne hanno persa una.

Le due sconfitte patite con una ragazzina che avrebbe tranquillamente potuto essere sua figlia, la quindicenne Coco Gauff in due Slam, Wimbledon e Australian Open, non l’hanno turbata al punto da dichiararsi pronta al ritiro, però anche se la classifica “ghiacciata” dal virus la vede oggi e per chissà quanto soltanto n.67 del mondo, io confesso che sarei molto ma molto sorpreso se con le Olimpiadi slittate al 2021 Venus non avesse già detto “no mas”. Oltretutto riguardo a Tokyo 2020 da disputare nel 2021 – i giapponesi non vogliono buttare a mare i loghi e tutto il materiale pubblicitario contrassegnato dal 2020 – non si sa ancora quale possa essere la data. Chi dice giugno (quando ci saranno europei di calcio, Giro d’Italia, per citare i primi eventi che mi vengono a mente…), chi dice marzo, quando per almeno uno dei due Masters 1000, Indian Wells oppure Miami si tratterebbe di un nuovo disastro, chi dice la stessa data che era stata programmata per quest’anno.

Venus Williams – Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

A PAGINA 2: CI SARANNO ROGER FEDERER E SERENA NEL 2021?

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