Schiavone: "Svitolina mi ha battuto ma sull'erba non mi convince"

Interviste

Schiavone: “Svitolina mi ha battuto ma sull’erba non mi convince”

Una bella chiacchierata con Francesca Schiavone. Futuro da coach? “Mi piacerebbe ma…”

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Una conferenza stampa che si trasforma in una bella sorpresa. Francesca Schiavone arriva puntuale nella saletta n. 5 nel classico appuntamento post match con i giornalisti. Tuttavia, quella che doveva essere un consueto incontro con la stampa, si trasforma in una breve ma piacevolissima chiacchierata a due; dopo esserci accomodate al tavolo si comincia ma… dopo alcuni istanti, un sorridente Fabio Fognini passa a salutare Francesca attraverso il vetro della porta della sala, prima di recarsi a sua volta al rendez-vous con i media. Continuiamo a conversare e Francesca non si smentisce: estremamente cordiale, calma e rilassata – nonostante l’esito negativo del match di oggi contro la Svitolina – prende il tempo di rispondere alle domande e di raccontarsi un po’. Si è parlato del match odierno, ovviamente. Ma non solo. Dal tennis femminile, ai talenti più promettenti passando per l’amica Kimiko Date, si arriva alle ipotesi sul suo futuro. Risposte mai banali da parte della campionessa del Roland Garros 2010. Godiamoci ancora il suo tennis finché continuerà a calcare i campi del tour, perché le purosangue della racchetta come lei sono alquanto rare.

Parlaci un po’ del match di oggi. Cosa non ha funzionato?
All’inizio ho cominciato bene ma poi non sono più riuscita a trovare le sensazioni giuste. In particolare, non mi sono trovata a mio agio con il servizio. La palla andava molto veloce ma avevo sbagliato l’incordatura e questo si è fatto sentire soprattutto alla battuta. Ho commesso tre doppi falli, che per me è una cosa insolita. In realtà la palla non rimaneva sulle corde e non riuscivo a gestirla, avevo la sensazione che mi scivolasse via.

Nel frattempo, Fabio Fognini si ferma a salutare Francesca attraverso il vetro della porta della saletta. Un sorriso e via, anche per lui direzione conferenza stampa dopo la bella vittoria contro Jiri Vesely…

 

Cosa ne pensi di Elina Svitolina?
Mah, direi che sull’erba non ci siamo. Ha fatto 4-5 volé ma, insomma, direi che il giudizio sarebbe “ni”. Però è talmente giovane, ha tanto tempo davanti a sé e un grande margine di miglioramento.

Come vedi adesso il panorama del tennis femminile?
È molto aperto, soprattutto tra le tenniste che sono basse in classifica, oltre le prime 50 – 100 perché il livello è aumentato tantissimo. Le Top 10, per esempio, non dominano più come una volta. Un tempo, se sapevi che dovevi affrontarle ti preparavi a un match molto complicato e con un esito quasi già scritto. Oggi come oggi, anche le giocatrici più lontane in classifica possono impensierire le più forti e creare la sorpresa.

Chi sono le più promettenti tra le giovani?
Oggi come oggi, Simona Halep mi sembra la più stabile e la più consistente, nonostante la sconfitta a Parigi. La vedo come una papabile n. 1. Mi piace tantissimo Caroline Garcia, l’ho sempre detto. Poi c’è sempre Eugenie Bouchard che comunque è sempre lì e teoricamente sempre pericolosa. Poi ce ne sono altre, la Kasatkina, Ana Konjuh, e poi certo la Ostapenko…

Un futuro da coach? E se sì, quali caratteristiche tecniche e umane dovrebbe avere un giovane per convincerti a farsi seguire da te?
Deve nascere con la camicia, nel senso che mi piacerebbe avere un cavallo purosangue, con quelle potenzialità, quelle qualità che permettono di fare la differenza. Il fatto di occuparmi di un giovane talento mi piacerebbe come idea, ma deve avere un qualcosa in più su cui poter lavorare e costruire. Quando mi alleno con una mia avversaria ci penso, ora ho l’esperienza che mi permette di sapere quello che dovrebbe o potrebbe fare; so i consigli che le darei, dal punto di vista tecnico-tattico.

A proposito di esperienza, mi viene in mente che una volta al Roland Garros, in una breve intervista, parlai di te con Kimiko Date. In quell’anno, era il 2015, partecipavate insieme al torneo di doppio. Lei mi diceva che era felicissima di giocare con te, eri fonte di ispirazione per lei…
Kimiko è un fenomeno, ha un entusiasmo unico, ha un’energia incredibile, negli allenamenti ti sorpassa, non si ferma mai!

Un’ultima cosa e poi ti lascio andare. La caratteristica umana che più ti piace in un tennista?
Deve avere fame! [di tennis, impegno, vittoria..] Se non hai fame…

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Caruso e il tennis senza pubblico: “Mi sembra di andare in ufficio a timbrare il cartellino”

Il tennista siciliano dopo la sconfitta con Mager a Buenos Aires: “Senza nulla togliere a chi lavora in ufficio, mi sembra di timbrare il cartellino. Non siamo abituati, ma lo facciamo per amore dello sport”

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Salvatore Caruso - Roland Garros 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Il tennis in bolla, senza o con poco pubblico, è un percorso senza deviazioni che va da un tampone all’altro prima che da un avversario all’altro e offre ben poche occasioni di svago. Lo raccontiamo da mesi, pur premettendo il massimo rispetto per chi ha pagato le conseguenze peggiori della pandemia. Del resto c’è anche chi, come Kyrgios, ha detto che di andare in giro a offrire spettacolo in stadi vuoti non ha alcuna voglia e preferisce aspettare la riapertura dei cancelli. Tutti gli altri ci provano, viaggiando di continente in continente e tenendo a bada la tristezza con un po’ di fatica. Ci ha raccontato il suo punto di vista Salvatore Caruso poco dopo la sconfitta nel derby contro Mager a Buenos Aires. Per il tennista siciliano, giocare in queste condizioni è un po’ come limitarsi a timbrare il cartellino.

Non ti nascondo che manca la parte più bella di questo lavoro. Senza nulla togliere a chi lavora in ufficio, e mi tolgo il cappello perché anche il loro lavoro è difficile… mi sembra di andare in ufficio a timbrare il cartellino” dice Sabbo, che da ragazzo estremamente corretto qual è si preoccupa di non esprimere alcun concetto irrispettoso. “Esco dall’hotel, vengo qua, mi alleno e torno in hotel. Poi non c’è il contatto con i tifosi perché giochi in stadi vuoti e la sera non ti puoi svagare, non puoi andare a cenare fuori – non parlo di andare a far festa perché ci mancherebbe, siamo dei professionisti e dobbiamo fare una vita sana. Però non è semplice, capisco i giocatori che fanno notare che siamo in bolla praticamente da agosto, perché a parte l’Australia siamo stati sempre in bolla. Non siamo abituati a timbrare il cartellino, ma lo facciamo per amore dello sport e sperando di tornare il prima possibile a una vita normale“.

Tornare a giocare presto con gli stadi pieni sarebbe veramente il massimo” è il primo desiderio di Caruso. “A volte quando hai qualcosa tra le mani non ti rendi conto di quanto sia importante fin quando poi non ce l’hai più. Sarà una frase detta e ridetta, ma è molto attuale. Ed è questo l’augurio che faccio: spero che tra agosto e settembre, magari con il vaccino, riusciremo a godercela un po’ di più giocando a tennis“.

 

Immagino che sia lo stesso anche per voi“, dice Salvo immaginandosi dall’altra parte del televisore – l’unico sistema tramite cui ci è possibile fruire del tennis, in questo momento. “Vedendo le partite in TV si perde un po’ di pathos, non c’è il pubblico che inizia a urlare dopo un punto pazzesco“. Gli chiediamo in quale stadio si immagina, una volta chiusi e riaperti gli occhi, a godere del calore del pubblico a cui eravamo abituati prima di questo brutto affare della pandemia. “Assolutamente a Roma. Non potrei pensare a un altro torneo“. Ce lo auguriamo insieme a lui.

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L’inferno di Craig Tiley all’Australian Open: “Sono rimasto sveglio per 50 ore di fila”

Il numero uno di Tennis Australia ha dichiarato di aver perso peso a causa dello stress. La sua famiglia si è dovuta trasferire temporaneamente, ma Tiley si dice orgoglioso di quanto fatto: un segnale al mondo dello sport

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Craig Tiley controlla il suo Fitbit per conoscere il numero di ore di sonno di cui ha potuto godere durante lo Slam di Melbourne. “Nelle ultime sei settimane – tra le tre e le quattro ore a notte“, ha detto Tiley all’AAP mentre descriveva nel dettaglio l’enorme difficoltà mentale e fisica alla quale sono stati sottoposti lui e il team di Tennis Australia, formato da più di 600 persone, durante l’Australian Open, torneo fortemente condizionato dalla pandemia globale. “Quattro ore e 31. È stata una buona nottata. Tre ore e 10. Due ore e 50. Il mio orologio segnava costantemente la scritta ‘sotto la media’; ho perso peso a causa dello stress“.

Facilmente prevedibile, dato che Tiley ha regolarmente lasciato il quartier generale della TA di Melbourne Park minimo alle due del mattino ogni giorno per tutta la durata del torneo. “A quel punto devi guidare fino a casa e metterti a letto. La maggior parte delle volte guardavo l’orologio ed erano già le tre”.

 

Tiley ha lavorato quasi 24 ore su 24 da quando il Covid-19 ha iniziato a diffondersi lo scorso marzo, cercando disperatamente di garantire lo svolgimento dell’Australian Open 2021. Ma le ultime sei settimane sono state particolarmente difficili, talmente intense che il boss dell’Happy Slam si è dovuto allontanare parzialmente da sua moglie e dai loro tre bambini piccoli per proteggerli dallo stress.

Quando i passeggeri di tre dei 15 voli charter diretti in Australia sono risultati positivi ai test del coronavirus, costringendo 72 giocatori e i loro entourage alla quarantena il mese scorso, Tiley ha preso l’impegno di sostenere lunghe videochiamate notturne con le persone in quarantena. Ha iniziato con le giocatrici ed i rispettivi staff, poi è stato il turno degli uomini con i relativi allenatori ed infine dei dipendenti “internazionali” del torneo – coloro che arrivano in Australia a lavorare per lo Slam, tra cui arbitri, funzionari dell’ATP Tour, emittenti e media internazionali.

Comunicare per almeno cinque ore a notte con qualcosa come 451 persone, la maggior parte delle quali frustrate dall’isolamento, è stato difficile. “Sono stato subissato dalle chiamate. È stato devastante“, ha detto Tiley. “Ci sono state lamentele di ogni tipo, anche su aspetti su cui stavamo lavorando bene. Stavamo costantemente cercando di fare del nostro meglio. Così ho preso la decisione di essere costantemente attaccato in prima persona, in modo da salvaguardare il duro lavoro effettuato dal team che mi circondava. Ma normalmente, quando si subiscono lamentele, questo avviene una volta soltanto. In questo caso invece sono arrivate per 15 giorni consecutivi. Immaginatevi di essere attaccati, verbalmente parlando, per 15 giorni consecutivi”.

Questa serie di problemi ha spinto Tiley a mandare temporaneamente sua moglie Ali, i suoi gemelli, di soli sette anni, e sua figlia di otto anni a Rosebud, nella penisola di Victoria’s Mornington. “Lo stress dentro casa sarebbe stato troppo“, ha detto. “È stato veramente complicato perché mi sentivo un estraneo dentro casa. Però abbiamo preferito adottare questa soluzione. Sono stato a casa da solo per probabilmente sette, otto giorni. E così, purtroppo, doveva essere, mi sentivo letteralmente martellato dalle critiche, e se ti stanno attaccando in quel modo probabilmente è meglio non avere persone intorno, perché senti la necessità di sfogarti su qualcun altro. I miei cari hanno percepito una pesante sensazione di tensione che aleggiava dentro casa, così sono andati a Rosebud e, quando la quarantena dei giocatori è terminata ed il torneo ha preso il via, i bambini e mia moglie sono tornati“.

Tiley ha ammesso di non aver dormito per due notti consecutive durante il periodo di quarantena dei protagonisti dell’AO. “Sono rimasto sveglio per 50 ore di fila. Una tortura“, ha detto. “La privazione del sonno è una forma di tortura. Ma è stata una mia scelta. Mi sarei potuto comportare in maniera diversa, ma era fondamentale mostrarmi così anche agli occhi delle altre persone“.

Melbourne Park – Australian Open 2021 (via Twitter, @AustralianOpen)

Tiley ha ammesso di aver temuto che, da un momento all’altro, il premier dello stato di Victoria, Dan Andrews, avrebbe cancellato l’Australian Open. “Ero sicuro che prima o poi sarebbe uscito il comunicato. Bastava una sola positività nel nostro ambiente e tutto sarebbe andato in rotoli. Abbiamo camminato su una sottilissima lastra di ghiaccio per tutta la durata del torneo, e lo facciamo tuttora. Ora dobbiamo fare in modo che tutti lascino l’Australia senza problemi e senza nuove complicazioni legate al Covid“.

Ma, alla domanda se ne valesse la pena, il sudafricano ha risposto fermamente: “Assolutamente. Lo rifarei 100 volte. Non ho mai, mai pensato di gettare la spugna. Alcuni momenti sono stati veramente duri. Ad esempio, quando ci sono stati i casi di positività sui voli. Quando un lavoratore dell’hotel in cui alloggiavano diversi è risultato positivo ed abbiamo dovuto sospendere tutto per una giornata intera e fare i test (appena quattro giorni prima dell’inizio dell’Open) – è stato un altro momento complicatissimo. Poi c’è stato il lockdown dello Stato di Victoria per cinque giorni durante l’Open – altro momento complicato. Cacciare le persone dallo stadio scoccata la mezzanotte – altro momento complicato”.

Tiley ha ammesso che Tennis Australia aveva esaurito gli 80 milioni di dollari che aveva in piano di spendere e dovrà probabilmente chiedere un prestito, andando ad affrontare anni di difficoltà per risollevarsi dai problemi finanziari. Tuttavia è orgoglioso del fatto che l’Australia abbia tirato fuori ciò che sembrava impossibile fino a non molto tempo fa. “L’investimento che abbiamo fatto e il sostegno che abbiamo ricevuto dal governo saranno ampiamente ripagati perché abbiamo inviato un messaggio di speranza globale”, ha detto. “Tutti gli occhi erano puntati su Melbourne e tutti hanno visto quali risultati siamo riusciti ad ottenere. Volevamo dare un segnale al mondo su ciò che, nonostante la pandemia, possa fare lo sport“.

Il 58enne si sentirà per sempre in debito con la sua squadra di Tennis Australia; ha inoltre concesso a tutti i suoi dipendenti di prendersi 10 giorni di riposo a Pasqua, quando l’azienda chiuderà. “Non mi sono preoccupato di me personalmente. Ero più preoccupato per gli altri“, ha detto Tiley. “Voglio dire, a volte mi commuovo quando penso al lavoro del team perché l’incredibile impegno che hanno dimostrato è veramente fuori categoria. Queste persone amano il tennis. Amano lavorare per l’azienda. Forse non tutti, ma la maggior parte di loro lo è. Mi sentirò per sempre legato alla maggior parte delle persone dell’organizzazione perché abbiamo raggiunto un risultato storico, da tramandare alle organizzazioni future del torneo“.

Naomi Osaka – Australian Open 2021 (via Twitter, @WTA)

Traduzione a cura di Marco Tidu

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Focus

La mente dietro al successo di Iga Swiatek

Matthew Futterman del New York Times ha intervistato Daria Abramowicz, la psicologa dello sport che lavora con la recente vincitrice del WTA 500 di Adelaide e dello scorso Roland Garros

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Iga Swiatek ha vinto ad Adelaide il secondo titolo della sua carriera dopo il trionfo al Roland Garros. Alla vigilia dell’Australian Open, il New York Times ha pubblicato un bell’articolo sulla figura di Daria Abramowicz, ex velista che oggi lavora come mental coach proprio nel team di Swiatek. Alla luce del secondo successo di Iga, che aumenta le aspettative sul suo conto e la proietta tra le giocatrici più forti e in forma del circuito, pubblichiamo la traduzione di questo articolo – dal quale abbiamo eliminato i riferimenti all’Australian Open, ormai superati dai tempi.

Qui l’articolo originale


Lo scorso ottobre una teenager polacca, Iga Swiatek, ha stupito il mondo del tennis quando ha vinto l’Open di Francia spuntando dal nulla. Si presentava all’inizio del torneo alla cinquantaquattresima posizione mondiale e, nonostante ciò, ha vinto senza perdere set nelle sette partite giocate. Questa impresa l’ha immediatamente resa una delle giovani star del tennis mondiale, una celebrità in patria.

 

La sua straordinaria ascesa, a prescindere da cosa le riservi il futuro, si è compiuta anche grazie all’insolita decisione di lavorare con una mental coach fin dagli albori della carriera. Questa specialista, Daria Abramowicz, 33 anni, è un’ex velista che ha passato buona parte dello scorso decennio a portare in primo piano l’aspetto della salute mentale e della psicologia nello sport polacco. Si è caratterizzata come una costante presenza al fianco della Swiatek dal 2019, e spesso può essere vista sul campo durante i suoi allenamenti, dove, guardandola da vicino a braccia conserte, cerca di scrutarne la mente. Per ore e ore parlano fuori dal campo delle paure di Swiatek e dei suoi sogni. Lavorano per rafforzare le sue relazioni con la famiglia e gli amici, le persone che possono garantire stabilità emotiva“l’ancora umana”, usando le parole di Abramowicz (trovate qui un articolo del nostro Ilvio Vidovich sull’argomento, ndr).

A volte, durante gli allenamenti Swiatek indossa strumenti che misurano il suo livello di stress, monitorando l’attività del suo cuore e del suo cervello. Alla vigilia dell’Australian Open, ha guardato un documentario sulla Principessa Diana per meglio comprendere le insidie che derivano da una fama improvvisa. Due giorni prima della sua partita d’esordio a Melbourne è andata in spiaggia. “La mia vita è cambiata”, ha affermato recentemente Swiatek rispondendo ad alcune domande dalla sua stanza d’albergo a Melbourne, dove ha dovuto passare 19 ore al giorno per due settimane in ragione della quarantena imposta ai giocatori a causa della pandemia da COVID-19. C’è molta più pressione”.

Molti tennisti di vertice si consultano con psicologi dello sport, ma Abramowicz lavora con Swiatek con una frequenza maggiore di quella solita per questo sport. Abramowicz utilizza inoltre un approccio controintuitivo, che consiste nel dare la priorità alla gratifica, alle relazioni umane e alla crescita personale, utilizzandoli come percorso per la vittoria. A questo livello ogni giocatrice ha colpi fantastici e doti atletiche eccelse. Ciò che spesso separa una semplice grande tennista da una campionessa, o una vincitrice di un singolo torneo del Grande Slam da una dominatrice, è l’avere la forza mentale di prevalere in quei pochi punti chiave durante i quali l’inerzia di un match cambia.

“Parliamo tanto di emozioni positive e di quelle distruttive”, afferma Abramowicz in un’intervista. “Il perfezionismo non è così d’aiuto, pertanto cerchiamo di creare sensazioni positive, determinazione e grinta. L’idea è di abbracciare il proprio potenziale alla ricerca dell’eccellenza. Cerchiamo di dare il meglio ma, alla fine della giornata, siamo semplicemente degli esseri umani le cui vite hanno anche altri aspetti, e quando si perde una partita non significa che si valga meno come esseri umani. Abramowicz sostiene che l’autostima e i legami stretti sulla fiducia sono stati punti cruciali con cui supportare aspetti quali la motivazione, la gestione dello stress e la comunicazione che porta al successo dell’atleta. È impossibile diventare una campionessa quando non sei felice e non soddisfi pienamente le tue necessità in quanto essere umano, afferma Abramowicz.

Questa analisi è opinabile: il tennis, come altri sport, ha avuto svariati campioni che erano talvolta infelici, anche quando erano all’apice della carriera. Andre Agassi e Steffi Graf, che sono ora felicemente sposati, e più recentemente Victoria Azarenka, hanno avuto tanto successo durante periodi negativi nelle loro vite private. Detto ciò, Abramowicz ha spinto Swiatek ad abbracciare l’idea che si possa raggiungere un successo duraturo più facilmente (e di sicuro in maniera più piacevole) approcciandosi al tennis non come se fosse la propria vita ma solo una parte di essa. “È importante essere in pace, di modo tale da potersi focalizzare sul lavoro”, dice Swiatek. “Non è vero solo per i tennisti ma per chiunque voglia avere successo”. 

Iga Swiatek – Roland Garros 2020 (via Twitter, @australianopen)

IL CAMPO DA TENNIS È COME IL MARE

Il viaggio di Abramowicz verso la squadra di Swiatek ha inizio 15 anni fa, quando aveva 18 anni ed era una giovane promessa nel programma nazionale di vela in Polonia. Dopo una regata nazionale, Abramowicz fece una caduta di tre metri da un rimorchio mentre stava preparando una barca a vela, fratturandosi il polso sinistro. Dopo l’incidente non poteva più veleggiare e si sentiva svuotata e sola. Ma due settimane dopo un allenatore le chiese se volesse partecipare come allenatrice non ufficiale a una regata in Italia, dove si era già trovata a competere. “Mi ha risollevato, mostrandomi un nuovo percorso”, spiega Abramowicz.

Continuò quindi ad allenare mentre studiava gli sport e la psicologia. Visto che la sua conoscenza diventava sempre più approfondita, creò un sito web nel quale scrivere sulla salute mentale negli sport. Mentre otteneva un dottorato in psicologia nel 2016, la sua reputazione in Polonia in ambito sportivo cresceva grazie alla sua abilità nello spingere gli atleti ad essere più aperti riguardo alle loro necessità psicologiche. Quindi, nel febbraio 2019, un membro della squadra di Swiatek la chiamò per chiederle se fosse interessata a lavorare con un’ancora acerba tennista ma dal potenziale teoricamente illimitato. Swiatek può giocare fenomenali accelerazioni da fondocampo così come eseguire morbide stop volley su passanti fulminanti, ma a volte aveva difficoltà durante le partite a livello mentale.

L’accoppiata era una scommessa. Cosa poteva sapere una velista delle vette del tennis professionista? Abramowicz sostiene che i due sport sono considerevolmente simili. Un velista professionista deve sentire i cambiamenti nelle condizioni del vento e saper valutare le correnti durante una gara, così come un tennista deve assimilare ed adeguarsi ai ritmi di una partita. Durante gli incontri di tennis e durante le gare di vela in solitaria non c’è una squadra su cui fare affidamento – se sei esausto oppure entri in confusione, tutto dipende comunque solo da te.

Dopo la chiamata da parte della squadra di Swiatek, Abramowicz prese un volo da Budapest per vederla nel suo successivo incontro. Mentre la osservava, vide un fuoco della competizione in Swiatek che raramente aveva visto in un giovane atleta. Swiatek le disse che era lusingata che avesse fatto un lungo viaggio fino in Ungheria semplicemente per vederla giocare. Sapeva poco sulla psicologia sportiva, se non che poteva renderla una giocatrice migliore.

STRESS E SUDOKU

A volte, prima che Swiatek entri in campo per gli allenamenti, Abramowicz le applica un sensore che misura le variazioni sul battito cardiaco per poter monitorare il livello di tensione a cui è sottoposta la tennista durante momenti ad alto stress. Altre volte la cinge con un dispositivo che analizza le variazioni delle onde cerebrali per rilevare eventuale stress. L’obiettivo è l’utilizzo di qualsiasi strumento disponibile per allenare la mente di Swiatek a gestire l’adrenalina e la pressione di una partita. All’Australian Open del 2020, Abramowicz ha notato come Swiatek diventasse sia più calma sia più focalizzata se aveva passato le ore prima di un incontro facendo compiti, specialmente di matematica. Swiatek si è diplomata l’anno scorso e ormai non ha più compiti a casa, quindi Abramowicz la fa lavorare su parole crociate o Sudoku, utilizzandoli come allenamento cognitivo. Altri giocatori di vertice spesso passano il tempo libero ascoltando musica o guardando serie televisive senza sosta.

L’approccio è simile a quello di un’altra atleta, che Abramowicz ha sfidato Swiatek a cercare di imitare il più possibile: la campionessa di sci Mikaela Shiffrin, la quale spesso si mette a cercare definizioni prima delle gare per cercare di rilassare e focalizzare il cervello – Swiatek cerca di guardare tutte le gare di Shiffrin. Abramowicz guarda alla Shiffrin, che è diventata campionessa del mondo a 17 anni ed è una grande celebrità in Europa, come a un modello di gestione del successo e delle aspettative senza lasciarsi prendere da una spirale fuori controllo dettata dalla notorietà.

Considerate questo: un anno fa, a una cena durante l’Australian Open, Swiatek disse a Naomi Osaka, la vincitrice di quattro Slam (due all’epoca, ndr), che stava considerando di andare al college anziché proseguire con la carriera di tennista professionista. “Le stavo dicendo che è davvero brava e che pensavo che avrebbe fatto ancora meglio, quindi forse non doveva ancora cercare di spostare le sue energie sul college”, ha ricordato Osaka la settimana scorsa.

DOPO LA VITTORIA IL LAVORO È CAMBIATO

Attraverso il lavoro con Abramowicz, Swiatek è cambiata, passando dall’essere una giocatrice motivata esclusivamente dai risultati – un tratto comune, specialmente nei tennisti giovani – a una persona che, come sostiene lei, può “essere felice anche senza vincere”. Quell’obiettivo cambia col tempo. Mentre Swiatek si giocava il punto della vittoria al Roland Garros contro Sofia Kenin, Abramowicz cercava di capire dove poter spostare il focus del suo lavoro. Prima dell’Australian Open, Abramowicz e Swiatek hanno lavorato su come gestire la vita nelle vesti di favorita e di stella dello sport. “Ci siamo preparate per il successo”, spiega Abramowicz.

In Australia, Swiatek ha partecipato ai suoi primo tornei da ottobre. Dato il periodo di inattività ha cercato prima dell’inizio del torneo di escludere dalla mente qualsiasi aspettativa di vittoria. “Ho vinto contro alcune delle migliori giocatrici”, ha spiegato Swiatek. “A volte questo può davvero creare confusione mentale”. Una volta tornata in campo, per Swiatek è stato come se non avesse mai lasciato Parigi, se si eccettua il fatto che ora buona parte della Polonia la osserva da vicino. Come del resto Abramowicz ha sempre fatto.

Traduzione a cura di Massimiliano Trenti

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