Il miglior Fognini di sempre può battere Murray sull’erba?

Editoriali del Direttore

Il miglior Fognini di sempre può battere Murray sull’erba?

WIMBLEDON – Giorgi mai così solida: basta per la Ostapenko? Il career mini-Grand Slam di Lorenzi. Il k.o. Kvitova nel giorno di Arthur Ashe

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Avevo chiuso il mio editoriale di ieri così: “oggi cinque italiani in gara, ma non c’è nessuno che sia favorito. Bolelli con Tsonga, Fognini con Vesely, Seppi con Anderson, Giorgi con Keys, Schiavone con Svitolina. Firmerei per una vittoria, ringrazierei il Fato per due, mi ecciterei per tre. Più possibili (senza contare Lorenzi che spero ce la faccia)? Nell’ordine Giorgi, Fognini, Bolelli”. Beh ringrazio il Fato e la bravura di Fabio Fognini, davvero straordinario contro Vesely come lui stesso ha ammesso (“Ho giocato molto molto bene, se non il mio miglior match di sempre sull’erba uno dei tre migliori”). Così come la bravura e anche la straordinaria (eh sì proprio fuori dall’ordinario) solidità psicologica di Camila Giorgi. Quando ha perso il secondo set pochi avrebbero scommesso su lei. Lei che dopo aver mancato quattro matchpoint nel tie-break del secondo set e perso quel tie-break 12 punti a 10 con un doppio fallo che avrebbe buttato giù il morale a chiunque non poteva avere il morale alle stelle… come la sua avversaria. Una situazione psicologicamente ancora più difficile soprattutto quando giochi contro una testa di serie (n.19) e tu sei solo la n.86 WTA. Chi non penserebbe in quella situazione che certi treni passano una sola volta? E nel suo caso erano stati già quattro! Invece in 24 minuti ha dato 6-1 alla Keys, dopo essere salita sul 5-0. Ovviamente sono felicissimo, oltre che per loro due già al terzo turno, anche per il tabù infranto da Paolo Lorenzi che dopo sei sconfitte al primo turno a Wimbledon è riuscito ad approdare al secondo. Proprio come gli era successo quest’anno anche al Roland Garros.

Ci sono giocatori che crescono sognando di giocare un giorno a Wimbledon. Gianni Clerici una volta ci è riuscito e spesso ce lo ricorda. Lo capisco. È una grande soddisfazione, un piccolo grande sogno che si realizza. A me è mancato e penso sempre al ’73 quando, per via di qualche buon risultato ottenuto in Messico e negli Stati Uniti nel corso della mia esperienza universitaria in Oklahoma – grazie ai quali la Dunlop USA mi inviò sua sponte ben 4 racchette (mica ero McEnroe!) – avrei potuto tentare l’esperienza di provarci, favorito anche dal ritiro di quasi 80 giocatori per il boicottaggio di solidarietà per Nikki Pilic. Mio padre si ammalò seriamente, dovetti rinunciare. Tutto questo sproloquio autobiografico per dire che se milioni di tennisti hanno sognato soltanto di giocare questo Slam,e gli altri, e solo pochi bravi tennisti ce l’hanno fatto, sono ancora più pochi quelli che hanno vinto una partita ad uno Slam (e qui Clerici, ad esempio, non ce l’ha fatta). E davvero ancor meno quelli che possono vantare di aver vinto un match a Melbourne, Parigi, Wimbledon e New York. Dei quattro moschettieri azzurri vittorioso in Davis Panatta è stato l’unico ad aver giocato l’Australian Open, tanto per dire. Paolo Lorenzi alla bella età di 35 anni e mezzo, è fra quelli che ha vinto almeno un match ovunque. E che è stato anche testa di serie. Sono soddisfazioni anche queste, vi assicuro. Anche se non è un Career Grande Slam nel senso più tradizionale…

Questa l’ha centrata, battendo Zeballos in quattro set nella prosecuzione del match interrotto per oscurità martedì sera sul 2 set a 1 per lui e 2-2, nella giornata del 5 luglio, stesso giorno – 42 anni fa – in cui Arthur Ashe, a 32 anni sorprendendo il favoritissimo Jimbo Connors, diventò il primo tennista nero maschio (Althea Gibson aveva trionfato nel ’57 e ’58) a trionfare all’All England Club. Ero lì al mio secondo Wimbledon e, oltre che commosso nel vedere che ai cambi campo Arthur leggeva piccoli consigli scritti su un fogliettino, mi entusiasmai per la incredibile sagacia tattica con cui Arthur – che sarebbe poi diventato buon amico al punto di venire a giocare il “mio” piccolissimo torneo di Firenze che allora dirigevo nonostante sulla terra battuta lui fosse proprio un pesce fuor d’acqua – mandò in confusione l’arrogante Jimbo. Un rovescio tagliato dopo l’altro, assolutamente inconsueti per lui che aveva sempre colpito rovesci piatti o liftati (allora non si usava dire top-spin), finivano bassissimi e “scivolosi” sul dritto incerto di Jimbo che non riusciva a incontrarli e a forzarli. Un capolavoro tattico.

 

Finita anche questa digressione segnalo la soddisfazione degli inglesi, nel primo anno di Kate Middleton come presidente dell’All England Club – la regina Elisabetta, che ha sempre amato più i cavalli che i tennisti, le ha passato… le redini – che vedono quattro sudditi di Sua Maestà raggiungere il terzo turno: Murray, obviously, Konta (10-8 al quinto e quanta paura con la Donna di…Wawrinka,  la Vekic che l’aveva battuta recentemente a Eastbourne), Watson (brava con la Sevastova) e Bedene, British sui generis… ma tale anche se non gli fanno giocare la Coppa Davis. Quattro al terzo turno non accadeva da 20 anni precisi: 1997 quando furono cinque. Fate che Kyle Edmund batta Monfils e saranno cinque e sir Cliff Richards potrà cantare la sua “Congratulations”, con la quale vinse un festival della canzone europea mezzo secolo fa o giù di lì.

La vittoria di Fognini su Vesely è stata sorprendente anche per il modo in cui è stata ottenuta. Venti centimetri più basso a dir poco, 1,78 contro 1,98, ha fatto 11 ace come il ceco che lo scorso anno qui battè Thiem e trascinò al quinto Berdych, due anni dopo aver messo k.o. su questi stessi prati anche Gael Monfils. Ma soprattutto Fabio non ha mai ceduto il servizio, concedendo la miseria di 2 palle break. Ha dominato in lungo e in largo. E si vedeva che alla fine era felice come una Pasqua. E così ben rilassato da rispondere cortesemente perfino a una mia domanda. Deve essere merito della serenità che gli ha portato l’avvento del piccolo Federico. Anche sul campo Fabio sembra un altro. Tranquillo, sereno. E gli riusciva tutto, come dicono gli americani “era nella zone”. Speriamo ci resti, perché l’exploit con Andy Murray, battuto tre volte ma mai sull’erba, è difficilissimo, improbabilissimo, ma non impossibilissimo (ecco battuto il record dei superlativi sbagliati!).

Vi rimando agli articoli che ho scritto – se siete masochisti – quando Fabio ha dominato Murray a Napoli in Coppa Davis 4 anni fa tramortendolo di smorzate (13 vincenti direi a memoria), quando lo ha ribattuto a Roma un mese fa (e conduceva 6-2 e 5-1 anche se concluse sul 6-2 6-4), ma anche al match che forse potrebbe essere più simile a quello che vorrebbe poter rigiocare, quello di Rio de Janeiro perché giocato sul cemento e non sulla terra battuta che lui ama più di Andy. Alle Olimpiadi, dove poi Andy avrebbe vinto l’oro, Fabio era avanti 3-1 nel terzo e mi pare ebbe pure la palla del 4-1… ma se cliccate sul link all’articolo troverete l’esatto svolgimento. Quella con Vesely è stata una prestazione impressionante che, se non fosse che al terzo turno lo attende il vincitore su questi campi di due Wimbledon (2013 e 2016) e del suo primo oro olimpico (2012), indurrebbe a grande ottimismo.

Qui, data l’ora – sono quasi le una di notte per me – riprendo qualche riga scritta per la Nazione, il Giorno e il Resto del Carlino. Fognini: “Il favorito è Murray, non c’è dubbio, ma lui non potrà sottovalutarmi, sa che non può scherzare. Ci conosciamo bene da quando abbiamo 14 anni. Abbiamo la stessa età (Andy ha solo 9 giorni di più). Qui gioca in casa lui, come io a Roma e Napoli, ma ho il gioco che gli dà fastidio”. E Murray: “Fabio è sempre pericoloso. Sa tirare vincenti con tutti i colpi e a rete ha una gran mano”. Forse sull’erba non potrà fargli tutti i dropshot delle sue prove italiane. Solo Federer riesce a giocarle come se fosse la cosa più naturale del mondo. “Ma ci proverò” garantisce lui togliendosi un sassolino dalle scarpe: “Hanno scritto tutti che avevo preparato male Wimbledon, perché non avevo giocato per nulla sull’erba, ma ho fatto un bel richiamo atletico e lavorato molto sul servizio: lo si gioca da fermo (ecco la spiegazione per gli undici ace e gli zero break)…perchè dopo Wimbledon voglio giocare tre tornei di fila sulla terra battuta”. Poche righe su Bolelli, Seppi e Schiavone. Potevano far poco e molto non hanno fatto. Non hanno vinto un set e non ci sono andati nemmeno tanto vicini. Di Lorenzi ho scritto un post ricco di ammirazione (lo adoro… non solo perché tifa Fiorentina eh!) perché vederlo giocare serve&volley, con 8 punti su 11 discese, giocare a rete almeno una trentina di volte, beh come si fa a non ammirarlo, lui che giocava sempre tre metri dietro la riga di fondo. E contro Donaldson beh… sarà dura, certo, ma questo Lorenzi non finirà mai di sorprendere, vedrete. 

Alle donne ho dedicato poco spazio perché AGF se ne occupa molto meglio di me. Sono già saltate 13 teste di serie, non pochissime, ma nessuna delle prime dieci, anche se Petra Kvitova, bicampionessa di Wimbledon che ha ceduto all’americana Brengle n.95 del mondo era in realtà considerata insieme a Karolina Pliskova una delle prime del favorite del torneo. Di certo, se non trionferà Venus Williams che è l’unica ex regina del torneo ancora in lizza, iscriverà il proprio nome una nuova tennista. Come la Ostapenko al Roland Garros. Già, la Ostapenko, prossima avversaria di Camila Giorgi e per 8 volte negli ultimi 8 incontri vinti (Roland Garros compreso) sempre al terzo set. Qualche pausa insomma ce l’ha anche lei, sebbene abbia detto di Camila Giorgi rispondendo a una mia domanda: “Sì, anche lei ama tirare forte come me, ma è più discontinua!”. Beh, quanto a discontinuità, come ammette lei quando spiega perché perde quei set (“Non riesco sempre  a stare attenta…”. Oggi andavano avanti a serie di vincenti e errori lei e la canadese Abanda) anche la Ostapenko non scherza. Buffo invece che la Giorgi continui a ripetere sin da Parigi che ormai si sente “continua”. Se ne è convinta lei, contenti tutti. Ha anche detto che, a proposito della Ostapenko, che oggi nel tennis femminile tante tenniste possono battere tutte. Includeva anche lei stessa, naturalmente. Ma per sette partite di fila può farcela? Magari!

 

 

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Editoriali del Direttore

Ma a Roma si giocherà davvero? Madrid sì, Foro Italico nì

Il presidente FIT Angelo Binaghi è parso super-ottimista. Ma se si giocassero sia US Open che Roland Garros potrebbe esserci posto per un solo Masters 1000 prima di Parigi. In tal caso fra i due prevarrebbe Madrid

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Rafael Nadal - Conferenza Roma 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Il presidente FIT Angelo Binaghi ha tenuto venerdì una conferenza stampa per diffondere (cauto o incauto?) ottimismo circa l’effettuazione degli Internazionali d’Italia fra metà e fine settembre. Non penso lo abbia fatto soltanto per evitare di restituire i biglietti a chi li ha comprati, anche se a pensar male… facendo peccato spesso ci si azzecca (diceva Giulio Andreotti).

Premesso che auguro vivamente a Binaghi, alla FIT, a Ubitennis, a me stesso e a tutti gli appassionati di tennis che davvero le fauste previsioni del presidente FIT si avverino, mi pare serio non comportarmi da… Mago Ubaldo e osservare alcune cose, a cui ho associato le lettere dell’alfabeto – completandolo quasi tutto.

a) La stagione sulla terra rossa europea dipende strettamente dalla decisione che prenderanno insieme l’US Open e il torneo (legato a doppio filo con l’USTA) di Cincinnati, come autorevolmente raccontato venerdì  dall’Equipe e ripreso da Vanni Gibertini.

 

b) Ad oggi l’Open del Canada a Toronto sembra decisamente più a rischio di Cincinnati. E non solo perché lo si giocherebbe una settimana prima, quindi con minor tempo per capire se il virus si è ammorbidito e ha perso d’intensità come si comincia da più parti a sostenere, ma anche per le posizioni fin qui prese dall’establishment politico canadese. Tuttavia è chiaro che a Cincinnati nessun giocatore europeo si recherebbe mai se sapesse che l’US Open verrebbe poi cancellato. Un viaggio rischioso negli USA per un solo Masters 1000 non avrebbe alcun senso.

c) È sempre più netta la sensazione che a New York siano decisi a far disputare lo Slam.

d) Diversamente dagli Internazionali d’Italia che per bocca di Binaghi la FIT si spingerebbe a farli disputare sempre, comunque e dovunque, anche a ottobre sulla terra rossa, anche a Milano indoor eventualmente al posto delle NextGen oppure a Torino al coperto, il proprietario del torneo di Madrid Ion Tiriac e il direttore del torneo Gerard Tsobonian hanno invece una solida convinzione: o si gioca prima del Roland Garros o non se ne fa di nulla. Se si gioca – dicono a Madrid – non è escluso che al 50% si possa far entrare nella Caja Magica anche il pubblico. Quella struttura lo consentirebbe con il rispetto delle distanze previste dai protocolli di sicurezza contro il COVID-19. Per Roma, in un caso analogo, sarebbe oggettivamente più difficile aprire a una simile percentuale di pubblico.

e) L’Equipe, dopo che un paio di valenti colleghi hanno fatto un giro d’orizzonte fra addetti ai lavori come ho fatto anch’io, scrive che se si giocherà l’US Open nelle date previste, ovvero dal 31 agosto al 13 settembre (e l’USTA sembra propenso a farli disputare molto più di quanto non apparisse soltanto 10 giorni fa) ci sarebbe spazio poi per un Masters 1000 ma non per due Masters 1000 prima del Roland Garros (inizialmente riprogrammato per il 20 settembre, poi per il 27).

f) Se infatti i protagonisti della finale di domenica 13 settembre all’US Open dovessero precipitarsi in Europa (fatti salvi i problemi di quarantena ancora non risolti) per giocare dal 14 al 20 un Masters 1000, come farebbero fra voli, jet-lag e altri ostacoli a essere in campo in condizioni dignitose già al martedì (sebbene a Madrid sia stato proposto di prendere in esame anche l’ipotesi di un tabellone con soli 48 giocatori)?

Novak Djokovic – Madrid 2019 (foto via Twitter, @MutuaMadridOpen)

g) Madrid non è favorevole a questa soluzione. Il torneo di Tiriac rischierebbe di dover rinunciare ai due protagonisti a quel punto proprio più attesi, cioè i finalisti dell’US open. Questi dovrebbero infatti partire immediatamente dopo una finale disputata sul cemento per rimettersi in discussione in 48 ore su campi in terra rossa e in altitudine. Perfino Rafa Nadal, campione in carica all’US Open e che pure ha meno problemi di altri a ritrovare ritmo e abitudine all’amata terra rossa, difficilmente vorrebbe correre quel rischio in casa propria, davanti al proprio pubblico. Tantomeno vorrebbero correre quel rischio gli sponsor del torneo di Madrid, dovessero essere orfani di Nadal o di altri top player eventualmente protagonisti nelle fasi finali a New York. Ma chi potrebbe garantir loro che il problema non si porrebbe? E gli organizzatori sarebbero disposti a pagare una penale agli sponsor in caso di assenza di uno dei big?

h) I giocatori non vogliono giocare a Roma prima di Madrid, per via dell’altitudine. Quindi uno scambio di date fra i due tornei, ancorchè – come detto – Roma farebbe carte false pur di ospitare comunque il proprio torneo, in qualsiasi data e superficie, sarebbe inattuabile. I giocatori difficilmente ci starebbero.

i) A Madrid temono anche che alla fine si decida di giocare a New York e che i giocatori che ancora oggi appaiono più perplessi e orientati negativamente alla trasferta americana per timori oggi più che giustificati, poi – e magari soltanto a metà luglio – cambino invece idea. E vadano tutti a New York. Si sa che spesso i tennisti non sono modelli di coerenza. Se si accorgono che alcuni vanno e magari possono fare incetta di punti preziosi per il ranking (ancor più che soldi) e vanno di corsa anche loro.

j) In quel caso ecco che si tratterebbe di dover rassicurare tutti gli sponsor che quegli stessi giocatori, campionissimi compresi, verrebbero poi anche a Madrid a spron battuto. Ma come?

k) Ma se poi – ecco un altro caso che non è impossibile da escludere ma è impossibile da prevedere e circoscrivere – invece qualche tennista si ammalasse di coronavirus a New York e tutto venisse sospeso nell’imminenza del torneo di Madrid, con già un altro pacco di milioni di spese affrontate? Ad oggi le spese per la mancata effettuazione del torneo – cioè quanto già anticipato da un anno a questa parta, il personale impiegato, la promozione – non dovrebbero superare i 5-6 milioni di euro. Ma sono però i guadagni messi a budget – cifre molto più pesanti – che verrebbero a mancare. Proprio quei soldi che verrebbero a mancare, più o meno, alla FIT come lamenta da noi il super angosciato Binaghi ogni piè sospinto.   

l) Ecco perché con un Roland Garros slittato al 27 settembre, nella prima settimana post US open (ovvero dal 14 settembre) Madrid preferirebbe lasciare spazio a un altro torneo. Quello di Amburgo?

m) In quest’ultimo caso resterebbe dunque una sola altra settimana “giocabile” per un Masters 1000 prima del Roland Garros.

n) Madrid ha estrema fiducia che ATP e WTA, dovendo scegliere fra Madrid e Roma, scelgano Madrid. Il perché è stra-evidente per la WTA: Madrid, come i quattro Slam, Indian Wells e Miami, è il solo altro combined con un montepremi non “discriminante”: uomini e donne prendono gli stessi soldi (salvo errori, omissioni o cifre irrisorie legate a quisquilie varie).

Karolina Pliskova, campionessa in carica a Roma

o) Ma è evidente che anche per l’ATP, l’effettuazione del torneo di Madrid comporta maggiori introiti rispetto a Roma: il montepremi complessivo di Roma è 9.243.818 euro, così suddivisi: 5.791.280 per gli uomini e 3.452.538 per le donne. Quello complessivo di Madrid è 13.072.320€, diviso esattamente a metà tra uomini e donne, che si spartiscono 6.536.160€ a torneo. Oltre alla cospicua differenza in campo femminile, Madrid offrirebbe quindi più soldi anche agli uomini – 744.880 euro in più rispetto a Roma, non proprio briciole.

p) Si aggiunga, come se ciò non bastasse, che le recenti dichiarazioni di Andrea Gaudenzi e di tanti altri addetti ai lavori, fanno pensare che si stia lavorando per cercare di assemblare il più possibile, se non proprio di unificare, le situazioni disuguali fra ATP e WTA. Sebbene Gaudenzi e Calvelli siano italiani – e anzi, a contrario, proprio per evitare possibili accuse di… sciovinismo – sembra assai improbabile che nel caso in cui si fosse obbligati a scegliere un solo Masters 1000 fra Madrid e Roma per via di quell’unica settimana disponibile, l’ATP sposi Roma anziché Madrid.

q) In conclusione, se si giocherà l’US Open è tutt’altro che da escludere che Roma possa doversi accontentare di ospitare un torneo con minor appeal dopo il Roland Garros. Insomma, il sogno di Binaghi di riuscire a vedere gli Internazionali d’Italia prima del Roland Garros – e Dio sa quanto vorrei sbagliarmi! Non sarebbe certo interesse di Ubitennis – potrebbe svanire.

r) Se questo fosse il caso a Binaghi e alla FIT (le cui casse sarebbero in forte sofferenza se il torneo non si giocasse: 36 milioni di fatturato su 58 di bilancio annuo sono budgettati grazie al torneo) certo converrebbe di più che saltasse tutto il circuito nord-americano sul cemento, ivi compreso l’US Open. Converrebbe di meno, semmai, agli appassionati e a Ubitennis che dalla disputa di due Slam di 15 giorni hanno più da vedere e guadagnare. Ma senza US Open si potrebbe recuperare gran parte del circuito europeo sulla terra battuta e si potrebbe giocare sia il torneo di Madrid che quello di Roma. Questo, del resto, al momento è l’obiettivo dichiarato dell’ATP nel corso dell’ultimo meeting settimanale con tutti i direttori dei tornei: “Cerchiamo di far disputare entrambi i Masters 1000”. Probabilmente è anche questa dichiarazione di volontà espressa dall’ATP ad aver ispirato ottimismo a Binaghi. L’ATP ha ufficialmente sempre dichiarato che la disputa degli Slam è per il Board assolutamente prioritaria e i giocatori (256 fra uomini e donne, più quelli che aspirano a entrare dalle “quali”) hanno sempre detto di pensarla allo stesso modo. Però l’US Open è un torneo dello Slam, gestito dall’USTA. Dalla federazione americana. Non dall’ATP.

s) Ci sarebbe poi da vedere che cosa accadrebbe a Parigi-Bercy: se il Roland Garros si concludesse l’11 ottobre, ritrovare tutti gli stessi top player soltanto tre settimane dopo nella stessa città, il 2 novembre, quando tante altre città europee avrebbero invece perso il proprio torneo… avrebbe davvero un senso logico? E se fosse quella di Bercy, più che quella dell’ATP Next Gen, la settimana attraverso cui l’ATP potrebbe cercare di compensare la FIT per una eventuale mancata disputa a Roma degli Internazionali d’Italia? Ma dove però? Quale stadio italiano indoor sarebbe eventualmente disponibile? Anche in questo caso tornerebbero in auge Torino e Milano. Ma non Roma, perchè a novembre sarebbe un rischio troppo grosso pensare di giocare all’aperto.

Allianz Cloud di Milano – Next Gen ATP Finals 2019 (foto Cristina Criswald)

P. S. Molti hanno osservato che forse anche i Masters 1000, che piangono miseria per i mancati incassi, potevano anche pensare ad assicurarsi contro la mancata effettuazione del torneo. Come ha fatto Wimbledon. Ma è senno di poi. In 52 anni di tennis open (e cospicui incassi) non era mai piombata sul tennis una pandemia terribile come questa. Wimbledon è un torneo che non ha la stessa logica di business: è quasi un no-profit, un charity a favore della LTA e di altri enti. Si può permettere di versare 200.000 euro l’anno ai LLoyds. Un imprenditore privato, un Tiriac, una private equity, non ci pensa neppure – anche in ragione di un volume d’affari inferiore rispetto a uno Slam. Tiriac non accettò di investire 150.000 euro di assicurazione neppure anni fa quando aleggiò su Madrid la minaccia del terrorismo, potete immaginare se avrebbe mai accettato l’idea di spendere molti più soldi per coprirsi da una previsione remota quale una pandemia.

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Editoriali del Direttore

Djokovic è un campione, ma prima di tutto un Uomo con la U maiuscola

Il milione di euro agli ospedali di Bergamo colpisce anche per la discrezione della donazione. Rispecchia l’Uomo Djokovic, ingiustamente osteggiato nella finale di Wimbledon con Federer. La sua genuinità testimoniata fin dai suoi primi “Players Party” a Montecarlo

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Novak Djokovic ha un fatto un bellissimo gesto, assolutamente non dovuto e nel modo più elegante. Devo dire che, piaccia o non piaccia il suo tipo di tennis che è e resta assolutamente straordinario – dovrebbe essere pleonastico affermarlo – per me lui è un grande e una persona vera. Io ho avuto modo di incontrarlo in diverse occasioni fuori dalle conferenze stampa, come quando ero invitato a partecipare al Players Party di Montecarlo in veste di suggeritore di sketch e in alcune occasioni perfino di attore. E vedere la simpatia, la spontaneità e l’impegno che Novak metteva nelle prove da ballerino, piuttosto che da presentatore, da cantante, di tutto insomma, mi dava certezze sulla sua genuinità di personaggio vero, non costruito.

Così, pur se in Italia per la verità ha sempre avuto un buon supporto da parte del pubblico, ho trovato assolutamente disdicevole – a dir poco! -il comportamento del pubblico a Wimbledon nella finale con Federer. Un conto è scegliere il campione per il quale si tifa, tutto un altro è mancare di rispetto all’avversario, arrivando al punto di fargli perdere perfino la gioia di esultare. E difatti Novak quasi non lo fece, anche se dentro di sé avrà certamente provato la giusta soddisfazione. Mista ad amarezza però. E non era proprio giusto.

Molti hanno scritto che Novak soffra per non essere riuscito a entrare nel cuore della gente come Roger e Rafa, che hanno avuto il vantaggio di esserci entrati prima e di aver quindi mantenuto le loro posizioni di rendita. Io non credo che Nole ne sia geloso. Ma è umano che vorrebbe gli fosse riconosciuta maggiormente la sua genuinità. Questo accade in Serbia dove la sua gente lo adora più di chiunque altro.

 

E in buona parte anche in Italia. Grazie certo anche alla sua capacità di parlare così bene la nostra lingua da permettergli di essere sé stesso fino in fondo, che parli con Fiorello, vada a Sanremo o dovunque con la gente. Quando dice che, per lui e anche Jelena che ha studiato a Milano, l’Italia è il secondo Paese adottivo, è sincero. Non fa una sviolinata per arruffianarsi tifosi che se preferiscono Roger e Rafa continueranno a preferirli. Lo dice perché lo sente e non avrebbe nessuno obbligo di dirlo. Che poi in ogni premiazione di ogni torneo un giocatore, qualunque giocatore, ringrazi organizzatore e pubblico dicendo che quello è’ il miglior torneo possibile, ci sta. Ma Djokovic che pure ama Roma e il torneo di Roma, ed è ricambiato, se pensa che qualcosa potrebbe e dovrebbe essere fatto meglio – come la cura dei campi per esempio e la richiesta di cancellare le buche inaccettabili – lo dice a chiare lettere. E questo dovrebbe essere apprezzato.

Che poi il suo ruolo politico in ATP a volte lo costringa ad essere molto diplomatico o a non rispondere compiutamente a certe domande beh, anche questo va capito e accettato. Non sono sempre d’accordo con quello che Novak dice, sia chiaro, ad esempio nella vicenda Gimelstob almeno inizialmente.

Non è tuttavia facile – va capito – per uno nel suo ruolo prendere posizione nella querelle fra ATP Cup al fianco di Tennis Australia e la coppa Davis, cui è legatissimo per quello che ha significato per lui e per la Serbia quando lui la vinse nel 2010 e tutta la sua carriera svoltò decisamente.

Ha detto che sarebbe stato favorevole a farne un solo evento, ma poi sa benissimo che gli interessi – e relativi contratti pluriennali già firmati con tennis Australia da una parte e con ITF, Pique, Rakuten dall’altra – non sono facilmente conciliabili. E che quindi la sua esternazione può apparire o ipocrita o utopistica. Però da “politico” si rende conto che quello che ha detto è quel che la maggior parte degli appassionati “disinteressati” – cioè senza interessi privati economici in ballo – pensa e vorrebbe sentirsi dire. Un solo evento a squadre che il più possibile non tradisse la storia dell’antica Coppa Davis.

Beh, come al solito, e sì che lo stavo facendo con il cellulare e avevo pensato di scrivere due righe due (!) per complimentarmi con il gesto meraviglioso di Novak e poi la scrittura mi ha preso il solo polpastrello con cui scrivo sul cellulare (i miei figli scrivono a velocità supersonica con non so quante dita, beati loro!) e ho fatto tutto questo sproloquio con il quale voglio personalmente ringraziare Novak Djokovic per il grande campione che è ma ancor più per l’uomo che è. Davvero not too bad, caro Nole.

P.S. Certo non finirò mai di rimpiangere quella volta in cui avrei dovuto giocare con lui in Australia, quando mi aveva detto “Domani porta la racchetta!”. Mi sarebbe bastato un minuto di… penoso spettacolo da parte mia! Però 40 gradi all’ombra e un’afa irrespirabile fecero sospendere tutte le attività fuori dai campi coperti e naturalmente sui campi coperti non era pensabile che io potessi accedere. Quella sera Nole quasi se ne scusò e mi disse: “Vabbè lo faremo a Roma!”. Vi immaginate la faccia di Binaghi?

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Editoriali del Direttore

Lo so e lo so che c’è di peggio, ma è un mini-choc

Dopo 46 Wimbledon di fila, da Connors-Rosewall a Djokovic-Federer, questa cancellazione dei Championships è per me quasi come l’interruzione di un’esperienza religiosa, un piccolo trauma. Due anni interi vissuti in Church Road, mille momenti, mille ricordi indelebili

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Novak Djokovic - Wimbledon 2019 (via Twitter. @wimbledon)

Non c’è più neanche Wimbledon. Anche i Championships che dall’edizione del 1877 vinta da Spencer Gore a oggi si erano interrotti soltanto in occasione delle prime due guerre mondiali, 1915-1918 e 1940-1945 (sul Centre Court i tedeschi nel 1940 avevano sganciato una bomba che lo aveva quasi interamente distrutto), e che dal 1946 con la vittoria del gigante francese Ivan Petra si erano disputati per 74 anni di fila… si sono dovuti arrendere al Coronavirus. Stiamo combattendo una terza guerra mondiale contro un nemico invisibile ma che non ha coinvolto soltanto alcune nazioni come le prime due guerre, ma proprio tutto il mondo. Una guerra planetaria.

Lo so bene che ci sono cose e situazioni molto più gravi di uno stop ai Championships in Church Road. Lo so bene che l’importante è la salute e che tanti, troppi l’hanno persa per sempre. Lo so bene che tante famiglie, troppe, hanno perso i loro cari e non hanno avuto nemmeno la possibilità di vederli, di star loro vicino fino all’ultimo, perfino di seppellirli e di sapere dove hanno messo i loro corpi. Lo so bene che quelle sono le vere tragedie. Lo so bene che tante famiglie continueranno a soffrire le conseguenze di questo terribile virus, nel ricordo straziante di chi non c’è più e nella difficoltà di risollevare situazioni economiche seriamente compromesse di aziende intere con i loro dipendenti, di attività familiari, di lavori perduti, di casse integrazioni umilianti, di ostacoli burocratici di tutti i tipi.

Lo so bene che posso considerarmi molto fortunato perché la mia casa è abbastanza grande da averci permesso di condividere questo mese di clausura forzata in sette persone di famiglia senza patire le difficoltà di chi si è trovato invece a vivere in spazi angusti, in condizioni disagiate e con financo difficoltà di approvvigionamento. Lo so bene che già per il solo fatto di non avere avuto sintomi – fin qui almeno – è già una gran fortuna.

 

Lo so bene che siamo in decine e decine di milioni di italiani a non avere alcuna idea se siamo positivi oppure no, o se lo siamo stati, perché il tampone non abbiamo potuto farlo, né sappiamo quando ci sarà tolta questa spada di Damocle.

Lo so bene che non avere perso nessuno dei familiari più cari e degli amici più vicini è anch’essa una grande, impagabile fortuna.

Non avrebbe quindi alcun senso, mentre ancora la pandemia infuria e nessuno sa quando potrà essere davvero sradicata del tutto – temo fino a che la scienza non ci regalerà un vaccino che ci copra anche dalle possibilità di ricadute – mostrare eccessivo dispiacere per lo sport che si ferma, in mezzo a mille attività obiettivamente più importanti e fondamentali, per il tennis che non si gioca più, né nei circoli, né nei tornei, quindi togliendoci anche la possibilità di distrarsi dai drammatici bollettini del Coronavirus almeno in TV.

Orfani del tennis – Queen’s 2019 (foto Alberto Pezzali/Ubitennis)

Lo so bene che la sopravvivenza di Ubitennis, per quanto una ventina di persone ne traggano qualche beneficio, non può essere considerata una priorità nell’emergenza nazionale.

Infatti non intendo assolutamente lamentarmi per il fatto che dodici anni di lavoro indefesso – in casa me lo chiamano più fesso che indefesso – per sviluppare questo sito di tennis in termini di credibilità giornalistica, traffico e autosufficienza economica rischino di perdere parte dell’avviamento faticosamente costruito. Ci sta e sappiamo che tanti stanno peggio perché noi abbiamo sviluppato esperienze che ci consentiranno di sopravvivere. Siamo fiduciosi se anche dovessimo perdere tutto il 2020 di tennis, di sponsor.

Ho lottato, via via con tutti i ragazzi che hanno collaborato impegnandosi tantissimo in questi anni a Ubitennis.com ma anche Ubitennis.net e Ubitennis.es, per assicurare un futuro a loro più che a me stesso ormai “âgé”- mi rifugio nei francese perché scrivere vecchio mi disturba – visto che i miei due figli hanno preso tutta un’altra strada professionale. Ma io, e credo anche loro, l’abbiamo fatto consapevoli delle difficoltà che ci sarebbero state e senza mai troppo illudersi. Ora che stavamo per tirare finalmente la testa fuori dall’acqua e cominciavamo a intravedere orizzonti più rosei, questo Coronavirus ci ha maledettamente preso in contropiede come un tweener vincente di Federer.

Vero peraltro che in questo mese di marzo Ubitennis ha retto incredibilmente bene, perché abbiamo continuato ad avere – senza tennis giocato – fra le trenta e le quarantamila visite al giorno. Per questo devo rivolgere un grande, grandissimo grazie a chiunque stia continuando a leggerci quotidianamente, nonché a tutti i collaboratori perché so che abbiamo in cascina una trentina di articoli inediti (non quindi materiale d’archivio) pronti all’uscita – tutta una serie di interviste a grandi personaggi del tennis mondiale e nazionale, una serie di video-ritratti di campioni, accompagnati da dati e aneddoti, statistiche, belle storie tennistiche i cui prodromi avete forse già visto nei giorni scorsi e una chicca in via di sviluppo: un progetto di podcast live, una storia di UbiRadio settimanale, che vogliamo far partire il prima possibile.

Tutto ciò premesso, consentitemi di dire che il sottoscritto – come invidio a Gianni Clerici di essersi per primo autonominato “lo scriba”… è così brutto definirsi il sottoscritto oppure usare la perifrasi “chi scrive” – pur consapevole di tutto il peggio che mi poteva capitare, è tuttavia un tantino turbato nel ritrovarsi chiuso in casa con la prospettiva di non andare a Wimbledon dopo averlo fatto per 46 anni di fila. Una vita insomma. Dal ‘74 a oggi, Connors batte Rosewall fino a Djokovic che cancella due match point a Federer e trionfa, non ne avevo saltata una sola edizione, un solo giorno. 92 settimane che fra giorni d’arrivo, di partenza e qualche rinvio piovoso al lunedì (più il torneo olimpico del 2012 vinto da Andy Murray) sono due anni di vita vissuta in Church Road, dal mattino presto a notte.

Wimbledon 2019 di notte (foto via Twitter, @Wimbledon)

Non so perché, ma i 46 tornei al Country Club di Montecarlo, i 48 al Foro Italico, i 44 Roland Garros (da Adriano Panatta campione nel ’76 su Harold Solomon al dodicesimo trionfo di Rafa Nadal nel 2019), mi hanno fatto meno effetto, colpito meno. Forse perché guardavo avanti, perchè il momento topico della stagione tennistica per me è rimasto nostalgicamente sempre il leggendario Wimbledon, il torneo che si gioca nel Tempio del tennis, non a caso il torneo di cui ricordo una per una e senza nessuno sforzo tutte le finali e migliaia di particolari, di aneddoti, di storie, di personaggi, di vita vissuta. Wimbledon mi mancherà incredibilmente. Avevo scritto di getto ‘terribilmente’, ma ho subito corretto perché come detto sopra, le assenze e le cose terribili sono ben altre, però per molto più di metà della mia vita per me andare a Wimbledon è stata soltanto un po’ meno esperienza religiosa che per un pellegrino recarsi ad un luogo santo. Ci sarei andato a piedi.

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