Bresnik: "Il talento non è quello di Fognini e Gulbis, ma quello di Muster e Thiem"

Interviste

Bresnik: “Il talento non è quello di Fognini e Gulbis, ma quello di Muster e Thiem”

Gunter Bresnik, l’allenatore di Dominic Thiem che ha seguito anche Graf, Becker, Muster, Gulbis e svariate decine di tennisti ha un’idea tutta sua del talento. “Il duro lavoro e la capacità di sopportarlo è il talento più vero”. Le teorie di Harry Hopman

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C’è un solo coach al mondo che ha allenato 27 giocatori riuscendo a portarli fra i primi 100 del mondo. Si chiama Gunther Bresnik. Nell’intervista che gli feci un anno fa a Parigi, quando aveva portato Dominic Thiem alle semifinali del Roland Garros, scoprite chi e come. Ma ora c’è un supplemento di indagine. Che cosa è il talento, se non quello che consente a un giocatore mediamente dotato di esprimersi meglio dei concorrenti? Ci si è spesso soffermati su questa parola, talento, e l’abbiamo spesso riferita a campioni che sapevano fare cose mirabili, tipo McEnroe, e nel suo piccolo, fatte le debite proporzioni, anche Fabio Fognini. Ciò è accaduto anche venerdì scorso quando Fognini ha fatto vedere le cose più belle, rispetto a Murray, ha alimentato illusioni in tanti, si è convinto perfino lui stesso che a fine partita ha detto in conferenza stampa “Ho giocato meglio di lui“… ma poi alla fine chi è che ha vinto il match? Murray. Senza nemmeno bisogna di ricorrere al quinto set.

Se dicessimo che Murray vince e ha più talento faremmo sobbalzare qualcuno che per talento non intende chi vince ma chi ha più estro, un repertorio più ampio, una mano più da artista. A proposito del talento Gunter Bresnik ha le idee molto chiare e leggete un po’ come le esprime. 

“Nei miei 30 anni da coach chi ha avuto davvero successo è stato chi lavorava più duramente degli altri. Thomas Muster secondo molti non aveva talento, però è diventato n.1 del mondo, ha vinto il Roland Garros, decine di tornei, anche fuori dalla terra rossa. Uno può definire talentuoso un giocatore che impara tutto rapidamente, ma che accade se quelle cose che impara non gli si appiccicano addosso? Per esempio io dico a Dominic di giocare una smorzata di rovescio, lui sbaglia le prime 50, ma dopo, una volta che ha fatto le prime due o tre, gli restano nel suo sistema per sempre. Ho allenato a lungo anche Gulbis. Gli dici di fare la stessa cosa e lui subito la fa benissimo, al primo o al secondo tentativo. Ma dopo due o tre giorni ha scordato tutto. Non c’è più. Alla fine posso dire che Thiem per me ha più talento di Gulbis. Ho reso l’idea? La killer combination, naturalmente, è un misto di talento e duro lavoro e in un’era in cui i tennisti e le tenniste più forti hanno 30 anni e più, sarebbe sciocco dire a Ernests che a 28/29 anni è vecchio e non può più farcela, ma se si fida soltanto del suo supposto talento… è come se non ce lo avesse. Deve capire che senza lavorare duramente, ma molto duramente, i risultati non arrivano“.

 

Un altro grandissimo e celeberrimo coach, che pure non aveva mai giocato molto bene in singolare, era l’australiano Harry Hopman, chiamato “Geppetto” perché aveva tirato su un campione dopo l’altro: Hoad, Rosewall, Laver, come Mastro Geppetto aveva creato Pinocchio. Anche il suo segreto era lavoro e concentrazione. “Se uno non esce dall’allenamento distrutto vuol dire che non ha lavorato abbastanza – mi raccontava di aver sentito dalla viva voce di Hopman l’ex campione britannico Mark Cox a Roehampton dove ci siamo trovati per l’assemblea generale annuale dell’International Club di cui per l’Italia l’ex prima categoria Marco Gilardelli è il presidente e infaticabile motore, e il sottoscritto il segretario onorario – ma se invece ha lavorato penserà ogni volta che entrerà in campo: ‘Dovrei vincere io perché me lo sono meritato, ho lavorato come più non potevo e chi semina raccoglie‘”.

Questo tipo di mentalità Hopman la instillava in tutti i suoi giocatori che erano capaci di compiere qualsiasi tipo di sacrificio (Rosewall mi disse una volta che i giocatori australiani preferivano evitare di andare al cinema perché guardare le pellicole al buio di un cinematografo poteva alla lunga sciupare la vista, la reattività degli occhi, i riflessi) ma poi quando entravano in campo erano intimamente convinti che avrebbero vinto perché avevano fatto tutto quello che era stato necessario per mettersi nella condizione di poter vincere. Ed era come se sapessero che nessun altro poteva aver fatto più di loro. Con quell’atteggiamento positivo entravano in campo e ci restavano fino alla fine, sempre pensando che semmai sarebbe stato l’avversario a crollare per primo, di fisico o di nervi. Di loro stessi non dubitavano mai.

Secondo voi un Gulbis, un McEnroe, un Fognini, sono mai scesi in campo avendo dentro di sè quell’intima convinzione? Secondo me no. E quella diversa attitudine alla fine fa la differenza fra il campione capace di esprimere continuità, il Nadal che gioca per 4 ore il primo punto come l’ultimo senza mai distrarsi e nulla concedere, il Murray che anche se sta sotto 5-2 nel quarto e sta giocando male non pensa neppure per un attimo di non mettere la prima sulle palle break, di lasciare perdere, il Djokovic che fin quando non ha avuto problemi personali non ha mai lasciato nulla al caso, dalla preparazione atletica all’alimentazione. E perfino Federer, che in teoria avrebbe quello che tutti chiamano talento naturale e che fra i 32 e i 35 anni si è un po’ adagiato sugli allori della sua classe, ha capito che il solo modo per tornare in alto era lavorare come non aveva mai fatto per recuperare fisico e condizione, per non infortunarsi più. E ha smesso di presentarsi impreparato dove rischiava soltanto, oltre a difficilmente evitabili sconfitte sulla terra rossa, anche di farsi male.

Anche Mark Cox (classe 1943) mi diceva di essere rimasto impressionato venerdì sera dalla facilità di Fognini di colpire con le frustate secche di polso (“Colpi cortissimi, senza nessuna vera apertura” sottolineava) quei dritti che lasciavano secco Murray. Cox fu il primo a battere i professionisti della troupe di Jack Kramer nel torneo di Bournemouth (maggio 1968), primo torneo “open” a dilettanti e professionisti, un mese e mezzo prima del torneo di Wimbledon. Cox battè Gonzales in cinque set e poi Emerson, ma perse da Laver sul quale si sarebbe preso però la rivincita all’Australian Open 1971 (avrebbe battuto anche Ken Rosewall all’US open 1972).

Fognini comandava il gioco, e Murray subiva – ha insistito Mark che avevo incontrato la prima volta nel ’73 a Dallas per le finali WCT e con il quale ho pranzato – ma Andy ha un altro tipo di solidità mentale. Vince con la testa più che con i colpi. Fognini avrebbe forse meritato di vincere il quarto set, ma alla fine chi è più continuo nel tennis vince rispetto a chi sembra fare più colpi da applausi. Il campo difficilmente inganna. Fognini è un giocatore bello da vedere, ma se non vince la bellezza resta fine a se stessa, è illusoria“.

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Interviste

Mouratoglou: “Sono un venditore, non bugiardo. Djokovic ha fatto un errore, ma chi non ne fa?”

A tutto campo Patrick Mouratoglou, l’ideatore dell’Ultimate Tennis Showdown appena concluso. “I giocatori devono essere sempre calmi per esprimersi al massimo? Un cliché. Devono essere se stessi”. Su Kyrgios: “Provocatore, ma riempie gli stadi”

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La prima tappa dell’Ultimate Tennis Showdown ideato e realizzato da Patrick Mouratoglou si è conclusa, e l’ha vinta Matteo Berrettini. Poche ore prima che i quattro semifinalisti scendessero in campo abbiamo intercettato Mouratoglou su Zoom, per consentirgli di tracciare il bilancio di questa prima esperienza (spoiler: è già pronta la seconda, e si giocherà prima dello US Open) e di esprimersi, al solito senza peli sulla lingua, a proposito di diversi argomenti.

Ce n’è per tutti i gusti: dal perché non è vero che essere calmi e ‘polite’ sia la strategia vincente per tutti alla necessità di abituare i giocatori a esprimere le proprie emozioni, in campo come fuori, per aumentare l’affezione dei tifosi. Le ultime su Serena, un parere su Djokovic (‘ha commesso un errore, ma tutti ne facciamo‘) e sui prossimi Slam. Ammesso che si giochino.

L’INTERVISTA COMPLETA

Live chat with Patrick Mouratoglou talking about the UTS and Serena Williams and US Open participation

 
Pubblicato da Ubitennis su Domenica 12 luglio 2020

LE PARTI SALIENTI

3:45 – “Siamo soddisfatti perché siamo partiti da zero e abbiamo trasmesso il torneo in più di cento paesi nel mondo. Il tennis classico è un’esperienza che vedi ‘dall’esterno’, mentre l’UTS avvicina molto di più ai giocatori“. Per Patrick Mouratoglou la prima ‘tappa’ dell’Ultimate Tennis Showdown è stata un successo, senza mezzi termini

7:15 – Mouratoglou chiarisce le modalità tramite cui il suo staff ricava informazioni su chi ha seguito la manifestazione (il 50% del pubblico raggiunto dall’UTS di solito non guarda il tennis, ha detto Mou): “I social media ci consentono di avere molte informazioni su chi ci segue. Inoltre, chi si è iscritto alla nostra piattaforma ha compilato un questionario. Sono un buon venditore, è vero, ma non sono un bugiardo!” scherza Patrick

9:19 – “ATP e WTA non sono contenti di avermi sentito dire che il pubblico che guarda il tennis è troppo vecchio? L’hanno detto a te? Sono molto sorpreso perché ci sono studi condotti da compagnie affidabili a supporto“, dice Patrick, serio per un attimo. “Bisogna comunque fare differenza tra il pubblico che segue il tennis in TV e quello che va allo stadio; quest’ultimo è più giovane, è vero, ma non tutti ci vanno solo per il tennis. Non voglio criticare ATP e WTA, che hanno costruito un pubblico molto fedele; si tratta di un discorso legato a tutto lo sport, non solo il tennis

13:45 – Per concludere il discorso, e parlando nello specifico dei social media. “Non credo si possa dire che saranno il futuro, ma ne abbiamo bisogno. Nessuno sa come sarà il futuro, anche se è visibile che il cambiamento sta avvenendo. Non dico che il nostro sia il futuro, dico che dobbiamo trovare il format giusto per il futuro e per questo dobbiamo provare. Non capisco perché alcuni siano aggressivi a riguardo

17:38 – Ubaldo ricorda i tempi in cui i giornalisti erano molto più vicini ai giocatori, ed era più semplice raccontarne ogni sfumatura. “Sono d’accordo. Dobbiamo poterci identificare nei giocatori, conoscere meglio le loro personalità. Abbiamo bisogno di autenticità. Tutti nell’ambiente mi dicono ‘prima era meglio, avevamo personaggi migliori‘ ma non credo sia così. Dobbiamo dare ai giocatori la possibilità di esprimere le loro emozioni, di essere sé stessi. I giocatori dicono sempre nelle interviste ‘proverò a dare il massimo’ ma questo è noioso: in pratica stai facendo passare il messaggio che il tennis è noioso, ma non è così

21:51 – Non può essere, magari, che sia il timore di subire ripercussioni sul campo a spingere i giocatori a prodursi nelle solite dichiarazioni di circostanza, a rimanere equilibrati? Soprattutto per i top player che hanno una routine così fitta e pervasiva. “Non credo proprio. Ogni giocatore è differente. Ci sono molti cliché nel tennis, uno dei principali è che il giocatore deve rimanere calmo per esprimersi al massimo: non è vero per tutti. Non credo che McEnroe si esprimesse meglio quando era tranquillo

23:55 – “Il mio staff ha calcolato che per l’80-90% di una partita di tennis, noi vediamo la routine dei giocatori. In pratica, la palla è in gioco per il 10-20% del tempo

27:45 – “I giocatori devono essere educati al fatto che hanno bisogno delle conferenze stampa per rinforzare il proprio ‘brand’. Innanzitutto è il tuo lavoro, in seconda battuta ti aiuta a diventare più grande

30:14 – La seconda tappa dell’UTS è già in preparazione: “L’obiettivo è allargare il circuito anche alle donne e organizzarlo prima dello US Open. L’UTS può convivere con ATP e WTA: i tifosi vorranno vedere Feliciano Lopez sia da noi che nei tornei ufficiali

31:53 – Sullo US Open: “Tutti vogliono giocare uno Slam, ma c’è una domanda importante a cui rispondere: una volta rientrati in Europa dagli Stati Uniti, i giocatori dovranno fare la quarantena? Se così fosse, sarebbero costretti a saltare probabilmente Madrid e Roma e molti giocatori potrebbero decidere di non andare a New York

SI PARLA DI SERENA

Serena Williams e Patrick Mouratoglou – Indian Wells 2018 (foto via Twitter, @BNPPARIBASOPEN)

34:45 – Viene introdotto l’argomento Serena: nelle sue dichiarazioni è stata troppo ottimista sullo US Open? “Quando ha parlato, la situazione sembrava migliore di oggi. Più tempo passa (senza una decisione definitiva, ndr), meno chance ci sono per lo US Open di andare in scena, per la situazione del virus e per le restrizioni sui viaggi

36:00 – “Sono d’accordo con Ljubicic, lo sforzo della partita è completamente diverso rispetto all’allenamento. Specialmente giocare subito tre su cinque. Non giocare match di preparazione prima di uno Slam può essere pericoloso. L’obiettivo per Serena è ripartire dal torneo di Cincinnati

39:00 – “Al momento non è prevista quarantena negli Stati Uniti per chi viene dall’Europa, quindi dovrei poter andare a New York senza problemi per stare con Serena. Lei è in grado di vincere uno Slam con tutte le avversarie al via, ma allo stesso tempo può perdere con diverse avversarie se non è al massimo. Ora mi sta mandando video dei suoi allenamenti e ne parliamo insieme. Ha ripreso a giocare a tennis da tre settimane, ha giocato anche una volta con Berrettini quando lui era in Florida“.

TORNANDO AL CIRCUITO MASCHILE (E SU DJOKOVIC)

42:35 – “Berrettini mi ha impressionato. Non lo conoscevo prima, ho scoperto un ragazzo molto motivato. Ha iniziato un po’ in sordina qui, poi è cresciuto molto (fino a vincere il torneo; ma l’intervista è stata registrata prima della giornata finale, ndr). Sta facendo bene anche con il rovescio, sta giocando un gran tennis

44:20 – La domanda da un milione di dollari: ci sarà un nuovo vincitore Slam quest’anno (ammesso si giochi)?Al Roland Garros sarà difficile, ho sentito che quel ragazzo spagnolo giocherà di nuovo… non sappiamo solo contro chi vincerà. Sullo US Open dipenderà da Nadal e Djokovic; se non giocheranno, per certo avremo un nuovo vincitore. Sappiamo che può succedere, i ragazzi sono sempre più vicini. Medvedev, Thiem… il problema rimane che per vincere uno Slam, in quest’epoca, devi battere almeno due dei tre giocatori più forti di sempre. Prendete Tsitsipas l’anno scorso a Melbourne; ha battuto Federer e perso da Nadal, ma se avesse vinto avrebbe dovuto battere anche Djokovic!

47:18 – “Qui in Europa la vita si svolge normalmente, adesso. La gente va al ristorante, si diverte, va a ballare…” è il suo disclaimer a proposito dell’affaire-Djokovic. “Ma quando sei una superstar, organizzi un evento e sei in TV, devi essere da esempio. Credo che quello di Djokovic sia stato un errore ma è ok, tutti commettono errori. Facile non commettere errori e criticare seduti sul divano

50:52Su Kyrgios: “La sua personalità è questa, tende a esagerare ed è un provocatore. Per questo è un personaggio interessante e per questo la gente lo ama. Sarebbe perfetto per l’UTS! A parte i Top Three, è uno dei pochi che può riempire uno stadio oggi

54:30Chi chiamerebbe per l’UTS al femminile?Il primo nome sarebbe Serena, perché sono banale” scherza Mouratoglou. “Poi Coco Gauff, Alizé Cornet, Putintseva e anche Camila Giorgi sarebbe interessante per il modo in cui gioca. L’obiettivo è anche proporre stili di gioco differenti, per questo per esempio ho chiamato Feliciano Lopez

IN CHIUSURA, ANCORA WTA

56:25 – Una battuta sul circuito femminile: è vero che ci sono personalità più interessanti? “Il vantaggio principale è il coaching, che fa emergere molto di più la personalità delle giocatrici in situazioni in cui sono ‘costrette’ a esprimere le proprie emozioni“. Anche per questo motivo Mouratoglou ha scelto di implementare il coaching nel suo Ultimate Tennis Showdown.

59:30 – In chiusura, Patrick parla ancora di Serena e di come la maternità l’ha cambiata. “Fuori dal campo sì, ma in campo è sempre la stessa“. Ubaldo lo stuzzica un po’ – “Quindi non hai bisogno di farle alcun segno quando gioca, come contro Osaka…” e Mouratoglou risponde a tono, ma senza perdere il sorriso: “Stai cercando di essere divertente?“.


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Interviste

Mats Wilander: “Lendl aveva gli incubi prima di affrontarmi”. E difende Djokovic sull’Adria Tour

Da quell’indimenticabile 1988 ai suoi pensieri sul ruolo pubblico degli sportivi, lo svedese non è mai banale. Dalla sua casa in Idaho, racconta l’influenza di Borg sul suo gioco, l’epica sfida in Davis con McEnroe e il dietro le quinte del suo famoso commento sugli attributi di Federer

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Mats Wilander - Roland Garros 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Arriva un altro episodio delle interviste che sto realizzando con Steve Flink, e stavolta l’ospite non ha davvero bisogno di presentazioni. Se da un lato questo è vero per quasi tutta la lista di grandi personaggi che si sono alternati negli ultimi mesi (siamo pur sempre un sito specializzato!), dall’altro è innegabile che Mats Wilander sia il volto più riconoscibile, un po’ perché probabilmente il giocatore più forte ad aver aderito, un po’ perché immancabile chiosatore di tutti gli Slam targati Eurosport.

Bisogna pur sempre fare gli onori di casa, però, quindi ecco un bigino dei suoi tanti successi: 33 tornei vinti, 7 titoli dello Slam in singolare più uno in doppio, numero 1 di fine stagione e giocatore dell’anno sia per l’ATP che per l’ITF nel 1988 (anno in cui conquistò il primo Australian Open sul cemento, oltre al Roland Garros e allo US Open, quest’ultimo al termine della più lunga finale newyorchese a parimerito con quella del 2012), tre volte campione in Davis, 20 settimane da n.1 delle classifiche, più giovane vincitore Slam all’epoca della sua vittoria a Parigi nell’82 (è stato poi superato da Becker e Chang), secondo uomo a vincere degli Slam su tre superfici dopo Connors (ma è l’unico assieme a Nadal ad averne almeno due per ciascuna), e via discorrendo.

Non va poi dimenticato il suo ruolo decisivo nella creazione dell’ATP Tour: è celeberrimo il discorso con cui annunciò, durante lo US Open del 1988, il divorzio dell’associazione giocatori dal Grand Prix, portando alla creazione del circuito come lo conosciamo a partire dal 1990. Attualmente fa l’istruttore in un circolo di Hailey, in Idaho, quando non sta presentando “Game, Schett & Mats”.

LA VIDEO-INTERVISTA COMPLETA

LE PARTI SALIENTI DELL’INTERVISTA

 

Minuto 00 – Introduzione e saluti. Stavolta l’elenco dei successi da elencare è piuttosto lungo, e Steve mi ha intimato di non dire come mio solito che avrebbe potuto vincere di più! Wilander ci racconta di Sun Valley, in Idaho, dei suoi quattro figli (non cinque come ho detto all’inizio!) e del suo circolo, il Gravity Fitness and Tennis.

05:51“Fino all’88 ho vissuto a Greenwich, in Connecticut, dove mi ero trasferito da New York su consiglio di Ivan Lendl, il mio nemico di allora! Quando Ivan è tornato primo in classifica ho deciso di spostarmi in un luogo dove potessi ancora essere il migliore…. In realtà la scelta è ricaduta sull’Idaho per via del clima, perché uno dei suoi figli è affetto da un problema cutaneo (epidermolisi bollosa, ndr).

06:51“Ho intervistato Djokovic il primo giorno dell’Adria Tour, ed era felicissimo di ciò che aveva contribuito ad organizzare, diceva di avere le lacrime agli occhi durante i match. Per quanto mi riguarda la responsabilità ricade sul governo serbo, Nole ha pagato la propria ingenuità nel voler fare la cosa giusta. Detto questo sono preoccupato per la stagione, perché l’onda lunga dell’esibizione potrebbe condizionare tutti a partire dallo US Open”.

11:18 – Perché Djokovic ha fatto da parafulmine per gli altri giocatori? “Perché il mondo è così, ma secondo me ci si dovrebbe levare il cappello di fronte Nole perché ha provato a fare qualcosa, e anche per tutto ciò che fa per i bambini del suo Paese”.

13:21US Open o US Closed? “Le condizioni saranno molto diverse perché i giocatori migliori non si potranno portare dietro il team, ma oggi nessuno mette un asterisco sulla vittoria di Kodes a Wimbledon nel ’73, quindi anche questo dovrebbe contare come un titolo Slam a tutti gli effetti.

15:18Kyrgios predicatore? “Lo è sempre stato! Se ci pensate ha sempre promosso apertamente un certo stile di vita basato sul divertirsi in ciò che si fa, non lo biasimo per questo”.

17:07Djokovic dovrebbe dimettersi? “Non se non vuole farlo! Se uno si espone è normale che ogni tanto sbagli, ma non dovrebbe pagare per il proprio spirito d’iniziativa. La sua situazione mi ricorda ciò che era successo a me nel 1988 ai tempi della rottura fra ATP e Grand Prix, quando l’unico top player a supportarmi fu Tim Mayotte, mentre oggi i Big Three sono tutti parte del Player Council e vogliono lavorare per il bene del tennis”.

20:16 – Il 1988 è anche la miglior stagione della sua carriera, e Steve gli chiede di raccontarci come riuscì a far incastrare tutto alla perfezione per vincere tre Slam in un anno e diventare finalmente numero uno: “Sarò troppo romantico ma credo che il mio matrimonio sia stato decisivo (si era sposato l’anno precedente, ndr). Tutto andò per meglio a partire da quando vinsi a Melbourne, con un po’ di fortuna, 8-6 al quinto contro Cash”. Aggiungo che quella è una partita su cui l’aussie ancora recrimina.

22:18Il rapido declino dall’89 in poi, con un solo torneo vinto dopo i 24 anni: “Ci provavo, ma la concentrazione era andata, e la morte di mio padre nel 1990 non mi aiutò. Significativamente, Wilander ricollega la sua perdita di autostima a ciò che potrebbe succedere a molti grandi giocatori se giocassero lo US Open senza preparazione: “Anche i migliori sono umani, un giorno potrebbero svegliarsi e non avere più la motivazione giusta”.

25:28 – L’ho sempre considerato fra i giocatori più intelligenti, visto che fra il suo primo e il suo ultimo Slam riuscì a passare da un tennis di strenua difesa da fondo contro Vilas al Roland Garros dell’82 a uno molto più offensivo contro Lendl a Flushing Meadows del 1988, quando scese a rete la bellezza di 131 volte! Lui però mi ha giustamente ricordato che le volée e lo slice li ha sempre saputi fare: “Ho vinto Wimbledon in doppio con Nystrom! Semplicemente non avevo mai avuto bisogno di cambiare il mio gioco fino a quando iniziai a perdere sempre allo stesso modo con Lendl sul cemento. Considera quella partita con Lendl la più divertente che abbia giocato: “Non avevo idea di come sarebbe andata a finire, ero come un musicista che continua a suonare senza sapere dove andrà a parare ma poi si ritrova per le mani la canzone che lo renderà famoso”.

Mats Wilander – Roland Garros 1988

29:14 – Lendl l’ha battuto 15 volte su 22, ma nelle finali Slam è stato Mats a prevalere per 3-2. Come mai? Ivan mi ha detto che aveva gli incubi prima di affrontarmi, perché sapeva che sarebbe stata lunga! Ho sempre trovato interessanti le nostre partite, soprattutto all’aperto. Il mio obiettivo era di rimanere in partita dal punto di vista fisico, perché sentivo che eravamo simili in termini di talento, pazienza ed energie, mentre contro un McEnroe dovevi augurarti che non fosse in giornata. Ivan non era un talento così naturale, e mentalmente mi soffriva. Andate al minuto 31:17 per sentire la sua imitazione di Lendl, di cui è sempre stato un buon amico.

31:43 – L’influenza dell’Orso: Bjorn Borg non era bello da vedere quando andava a rete, ma sapeva fare tutto. In Svezia guardavamo tutte le sue finali e le sue semifinali, e questo mi ha permesso di capire come giocare contro McEnroe, Connors e Vilas. Una volta capito come affrontare l’avversario, la questione diventava esecutiva, e io sentivo di poter replicare almeno in piccola parte ciò che faceva Bjorn, anche se non ero rapido come lui e non colpivo altrettanto forte. Gli ho però ricordato che il suo rovescio lungolinea era molto più efficace di quello di Borg…

34:30 – Il rispetto fra i grandi della sua epoca e quel grande match di Davis contro Mac (sei ore e trentadue!) nel 1982: “Rispetto John perché il suo gioco gli è sempre interessato meno della salute del tennis in generale, ed è il motivo per cui ha ancora così tanto peso. Quel giorno non riusciva a stare con la testa dentro la partita, e continuava a comportarsi male, ma non si è mai arreso, e alla fine mi ha battuto. In ogni caso quello è stato un grande momento per me, perché sapevo di poter giocare bene anche sulle superfici rapide, ma non ero convinto di poterlo fare contro i migliori. Dopo quel match mi sentivo così sicuro di me che mi tagliai i capelli in spogliatoio!”. Un po’ di pubblicità per il libro di Steve… 

39:11 – Come mai batteva sempre Connors (5-0) e perdeva spesso con Mecir (4-7)? “Sono sempre stato molto umile sul campo, nel senso che avevo sempre una chiara percezione dei miei limiti, e questo mi portava a studiare più profondamente l’avversario, perciò quando mi trovavo contro Miloslav mi rendevo sempre conto di quanto più dotato di me fosse, e non riuscivo a liberarmi di quella sensazione. Per quanto riguarda Jimmy, rifacevo semplicemente ciò che faceva Borg, e funzionava!.

42:52 – Quando ha voluto rigiocare il match point con Clerc in semifinale al Roland Garros (nel 1982) anche se l’arbitro gli aveva assegnato il punto: “Sicuramente è il momento su un campo da tennis di cui vado più fiero. Dopo il match, i miei fratelli maggiori, che erano arrivati dalla Svezia per vedermi giocare, volevano prendermi a cazzotti…”. Parla anche del suo rapporto con Edberg, descritto come un uomo intelligente e generoso.

49:08“Tifo per i giocatori con uno stile simile al mio perché so quanto fatica debbano fare, ma sul tour non mi sono mai divertito più di quanto abbia fatto allenando Safin!. Oggi non si vede come un telecronista: “Quando guardo un match è come se lo stessi giocando anch’io, e questo mi ha portato a usare delle espressioni di cui mi sono poi pentito, come quando dissi a Federer che lui non aveva avuto le palle (gli attributi, ma dice proprio balls, ndr) al Roland Garros mentre Nadal invece ne aveva tre o quattro. In generale, però, sono grato per il modo in cui i big reagiscono alle critiche, perché mi consente fare ciò che ritengo migliore per il pubblico, mi consente di essere onesto.

59:17 – Mats finisce con un manifesto programmatico di ciò che cerca di fare quando commenta il gioco, e soprattutto quale tipo di contributo hanno dato e possono dare tennisti come Arthur Ashe e Billie Jean King: “Per quanto mi riguarda, se giocatori come i Big Three sfruttano il loro ruolo pubblico per rendere il mondo un posto migliore alla fine il tennis vince”. Davvero non può esserci conclusione più adatta.


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Interviste

Matteo Berrettini in esclusiva su Ubitennis: “Non vado a cuor leggero a New York”

Il vantaggio di allenarsi con Tsitsipas. Il ricordo di WImbledon, prima e dopo Federer. Matteo Berrettini parla anche del nuovo format di Mouratoglou

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Matteo Berrettini, conferenza - ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

Tra la sconfitta di ieri contro Tsitsipas nella settima giornata dello Ultimate Tennis Showdown, il nuovo circuito messo in piedi da Patrick Mouratoglou, e la sfida di oggi (ore 18:30) contro Popyrin in un match decisivo per la qualificazione, Matteo Berrettini si è ritagliato un po’ di tempo per farsi intervistare in diretta su Facebook.

C’è stato qualche piccolo problema tecnico ieri sera, quando vi avevamo promesso di andare in diretta alle 19:30, e quindi siamo andati LIVE questa mattina. Mi avete visto un po’… emozionato? Beh, in fondo è normale: ero pur sempre con il numero uno d’Italia!

Trovate qui il video della nostra intervista:

 

In partenza abbiamo commentato la sua esperienza nel nuovo circuito di Mouratoglou. “Si usano più facilmente la carta del vincente che vale triplo e quella per rubare il servizio all’avversario. Mi sento bene fisicamente; è un tennis diverso, le partite sembrano andare in una direzione e poi può succedere di tutto. Nonostante il lungo stop, però, mi sento pronto per ricominciare. Questo evento è molto divertente ed è utile per avvicinarsi agli eventi ufficiali“. Berrettini però ci rassicura: ha giocato per troppo tempo con le regole classiche e ad agosto non avrà certo dimenticato come si fa.

Sulla partita con Tsitsipas, finita al ‘Sudden Death‘ (il quarto decisivo), Matteo commenta così “Un pochino troppo estremo!“, mi dice. “Però sto giocando partite di livello con avversari di livello – Goffin, Feliciano Lopez – e anche questo ha contribuito a farmi raggiungere la condizione che ho adesso“. A Montecarlo si è allenato anche con Sinner: “Gioca bene, devo stare attento quando giochiamo… mi devo impegnare: è giovane ma picchia duro“.

CAPITOLO US OPEN – “In questo momento veniamo testati due volte a settimana, e qui in Francia la situazione non è grave come a New York” esordisce Matteo. “Adesso la situazione negli Stati Uniti è nettamente peggiore; hanno trovato casi positivi sia in NBA che nel tennis stesso (si riferisce alla positività di Tiafoe, ndr). L’idea è quella di andare, ma bisogna vedere l’evolversi delle cose. Per tutti è importante capire cosa succederà nei vari tornei se un tennista verrà trovato positivo. Per queste cose ci vuole un parere scientifico“.

Matteo sta pensando di soggiornare in hotel, dovesse effettivamente partecipare allo US Open. “Dobbiamo cercare di adattarci, senza rischiare di fare casino” dice senza mezzi termini – e con un pizzico di apprezzata saggezza. “A cuor leggero credo che in questo momento non si faccia nulla, e se dovessi decidere di andare lo farei seguendo con tutte le precauzioni del caso. Cercherei di avere contatti solo con il mio team e rispettare i protocolli“. In ogni caso, per Berrettini sarà difficile avere tutte quelle persone a New York senza avere neanche un positivo.

Matteo fa poi una giusta puntualizzazione: “Senza nulla togliere alle persone ‘normali’, noi sportivi abbiamo una situazione particolare: se dobbiamo fare quarantena senza sintomi, a quel punto i successivi tornei diventano un po’ un casino perché non puoi allenarti. Essere positivi non è brutto solo per il rischio della malattia, ma perché andrebbe a influenzare tutta la programmazione“.

WIMBLEDON, VECCHIE RACCHETTE… E PROGRAMMI PER IL FUTURO – “La partita con Roger mi rimarrà dentro… sia per il punteggio, che per aver giocato contro di lui sul centrale. Un’emozione forte” (e qui gli ricordo, mio malgrado, del mio pronostico azzeccato… al contrario!). “Colpa mia, mica tua…” scherza Matteo. “Non ho servito bene, ed è successo. Ma a parte quello, è stata incredibile anche la partita precedente con Schwartzman, o quella con Baghdatis perché era la sua ultima partita. Sicuramente Wimbledon mi manca, mi mancano i tornei ‘normali’ e viaggiare”.

Lunedì mattina sarò a Kitzbuhel e giocherò martedì“, dice Matteo del suo prossimo impegno, l’esibizione ‘Thiem’s 7’. L’impegno si sovrappone in parte con le eventuali fasi finali dell’Ultimate Tennis Showdown, in programma domenica prossima: “Anche se dovessi fare il meglio possibile a Kitzbuhel, riuscirei a tornare qui in tempo per le semifinali. Probabilmente domenica mattina: nel caso, qualcosa mi inventerò!“.

In chiusura, gli chiedo se ha mai impugnato una racchetta di legno: “L’ultima volta ci ho giocato quattro o cinque anni fa con Vincenzo Santopadre. Lui giocava benissimo, era fastidiosissimo! Io per le mie impugnature facevo un po’ fatica, quindi alla fine ho impugnato continental e giocavamo solo slice… ma mi sono reso conto che, probabilmente, il mio gioco avrebbe pagato molto meno con quelle racchette“.

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