Umago stories. Un mare di tennis

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Umago stories. Un mare di tennis

Ci sono storie di tennis che non parlano solo di tennis. Questa è una di quelle che vorrete leggere

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Centodue di questi giorni

Ti svegli tardi. È estate ed è anche lunedì. Gli ATP 250 dovrebbero adottare I don’t like Mondays” dei Boomtown Rats come inno ufficiale. Il programma del primo giorno, infatti, è sempre avaro di incontri. A Umago, poi, sono in programma solo due match del tabellone principale e non si comincia prima delle 17.30. Perché è estate, si prende il sole, si fa il bagno, si pranza, ci si concede un meritato riposo dopo queste fatiche e, infine, si guarda il tennis. Invece di prendere il sole, però, vai in città a cercare un adattatore perché l’alimentazione del tuo portatile ha una spina con un polo di troppo e pare che nessuno, neanche i roadies che montano il palco della band dietro la Tribuna Ovest, abbia a portata di mano un pezzo di plastica da 3 euro. Dopo due giorni passati su un Word croato e una tastiera senza vocali accentate, il negozio è finalmente aperto. Forse, non tutto il lunedì viene per nuocere.

Risolto il problema, decidi che è il momento di un’orata alla griglia e una birra. Con il badge Press in bella vista, ordini in (quello che credi sia) croato per darti un tono con la cameriera. Come contorno, chiedi blitva i krumpir, bietola e patate (probabilmente). Poi, ti viene il dubbio e domandi: “Krumpir? Krompir?”. Lei fa spallucce e, sorridendo, risponde “krumpir, krompir” a dire che non è quello che ti renderà bilingue. La ragazza ha i tipici tratti della bellezza croata: visto che è bella e croata, i conti tornano. E, appunto, torna con il conto appena hai finito di divorare il contenuto del piatto. Ti indica il totale (102 kune, meno di 14 euro) mentre lo dice: “Sto dva”. Poi, ci pensa, fa di nuovo spallucce e ti fa il verso: “Sto dva, sto dve…

 

Questi lunedì, dopotutto, vanno rivalutati.

Nessi

I quattro campi esterni sono a pochi passi dal mare. Li conti (i passi). Jedan, dva, tri… otto, nove (non è che sai tutti i numeri), deset… Al sessantesimo si cade in acqua – l’acqua della laguna. Non quella blu di Brooke Shields, il cui ex marito si è esibito qui lo scorso anno, ma neanche nera (cfr. Laguna nera, mostro). Però, è l’unica non assolutamente limpida di tutta la Croazia. Bastano alcuni passi (non camminerai troppo?) verso nord o verso sud e torna cristallina. Senza voler insinuare alcun nesso di causalità, da anni i tennisti ci si tuffano appena finito l’allenamento sul campo. Ti trovi così a fare il bagno con un qualche pro in mutande che ti starnazza accanto e pensi che, la prossima volta, farai l’inviato a un torneo WTA.

Serendipità

Stai pensando a cosa scrivere armato di carta, penna e calamari. Ai ferri. Il cameriere che te li ha appena portati guarda preoccupato il blocchetto aperto sul tavolo. Alterni occhiate in giro e qualche appunto mentre affronti i cefalopodi. Il cameriere sussurra qualcosa a una collega che si volta verso di te allarmata. Evidentemente, pensano che tu stia valutando il locale o, addirittura, il loro lavoro. Noti che cercano di dimostrarsi più efficienti di quanto già non fossero – parecchio, anche senza considerare che il loro ultimo (e unico) giorno libero risale forse all’inizio di giugno – e ti trattano con esagerata riverenza. Apprezzi. Pensi che, d’ora in avanti, nei locali adotterai questa tattica del blocchetto degli appunti. Sì, una volta, eri meno bastardo.

Di cosa parliamo quando parliamo di tennis

Ogni giorno, stesso posto e stessa ora, l’appuntamento non si può mancare. Perché a Umago ci sono i veri appassionati delle qualificazioni e dei primi turni, il grande pubblico del venerdì, quelli del weekend e relativa passerella. Ci sono match davvero godibili e altri meno, ci sono esibizioni divertenti e altre… Mare, sole, gastronomia, certo. Ma una cosa rimane fissa tutta la settimana: la maggiore attrazione, il motivo non detto per cui si viene qui, la caratteristica distintiva che eleva il Croatia Open al di sopra degli altri 250. E, in un certo qual modo, l’appuntamento delle 16 sul Grand Stand ribattezzato “Next Gen Arena” ne è il simbolo. L’appuntamento non è per te ma, rigorosamente, ogni giorno, ti trovi a passare di lì: è il briefing delle hostess. Nei loro deliziosi vestitini, le ragazze riempiono metà gradinata. Ma quale Next Gen: ecco a chi dovrebbe essere intitolata l’Arena.

Fright night

Le tre di notte. Ti trascini verso l’auto. Hai scovato un parcheggio ad alcune centinaia di metri dal Tennis Center. Adesso sembrano chilometri e il peso di zainetto e portatile ti schiaccia. Le cinque ore di sonno della notte prima si fanno sentire. Le cinque ore di sonno mancanti. Distratto da pensieri scollegati che forse sono sogni o allucinazioni, giri lo sguardo dall’altra parte della strada: al posto del parcheggio, c’è un buco nero. Guardi meglio. Nella flebile luce del piccolo spicchio di luna, quei pochi alberi sotto cui dodici ore prima cercavi riparo dal sole cocente sono diventati un bosco minaccioso, una foresta di ombre inquietanti. Una foresta della Transilvania. Devi superarla per raggiungere la tua macchina.

Soppesi l’idea di lasciarla dov’è e chiamare un taxi. Invece, decidi con coraggio di attraversare la strada. Anche perché c’è il limite dei 40 all’ora, ma i veicoli sfrecciano a velocità relativistiche. Ti addentri nell’ignoto della fitta boscaglia facendoti largo a colpi di machete, allarmato da suoni irriconoscibili, probabilmente di animali considerati estinti. O vermoni tipo Tremors. Avanzi facendo attenzione a non calpestare qualche uovo di pterodattilo. Per non sai quale miracolo, arrivi indenne alla macchina, ci balzi dentro rapido come un coguaro (non che i coguari balzino spesso nelle auto) e infili la chiave. Incurante degli stereotipi dell’horror, parte al primo colpo.

Rilassato, accendi la radio che passa i Cure, Friday I’m Love”. Per te, invece, è sempre la saga di Venerdì 13.

False credenze

La simpatica nativa con cui hai scambiato qualche battuta durante la settimana è seduta un paio di file davanti a te. I due in campo si danno battaglia come se il destino non fosse già scritto da tre tifosi tedeschi che, eleggendo anche oggi il loro beniamino di turno, ne hanno nei fatti decretato la sconfitta. L’altro giorno, quando Dutra Silva serviva tre palle break consecutive a Monfils nel terzo set, i tre si sono fatti sentire da tutto il Centrale: “What’s the time? It’s break time!”. Invece, Dutra ha salvato il game e vinto il match. Il giorno dopo, sono passati a sostenere lo stesso brasiliano contro Giannessi sotto gli sguardi rabbiosi di due ragazzi italiani che tifavano Rogerio (?). Il loro battito di mani dall’intensità crescente ha sottolineato le quattro volte che Dutra Silva ha servito il punto della parità in vantaggio 5-3 al terzo: non sarebbe mai arrivato a match point.

Oggi sono per Giannessi che sta per essere steso da Lorenzi. Come se fosse davvero tutto merito del senese. A fine match, domandi a uno dei tre perché il loro tifo funziona al contrario. Lui allarga le braccia, dice che fanno del loro meglio, purtroppo va così, ma continueranno a trasmettere tutta l’energia che possono. Con la coda dell’occhio, vedi “la simpatica nativa con cui hai scambiato qualche battuta” (all’anagrafe, Stana) che se ne sta andando. E arriva l’errore: istintivamente, la indichi con il pollice mentre saluti il tedesco. “Avrai fortuna, lo sento” ti dice.

Vabbè, tanto la tipa non ti piaceva granché…

La verità è che…

There’s no point in “love”.

Michelangelo Sottili

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Lo Slam racconta: US Open 1938, il Grande Slam del Dragone Rosso

Il 24 settembre 1938 Don Budge – God, come lo chiamava Tilden – completa per primo il Grande Slam della racchetta. Nemmeno uno dei più devastanti uragani della storia fermò l’uomo nato per giocare a tennis ed essere il migliore

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Donald Budge - White City Stadium, Sydney, 1937

Il Great New England Hurricane si era formato il 9 settembre 1938 sulle coste dell’Africa Occidentale. Raggiunse il picco di intensità il 19 alle Bahamas con venti fino a 260 kmh e le isole lo deviarono verso la costa est. Quando investì la zona di New York prima di dissiparsi in Ontario l’uragano aveva perso intensità ma fu comunque sufficiente a procurare sette giorni da tragenda.

Anche quella mattina Don Budge guardò fuori dalla finestra, pioveva ancora e tenere a bada l’inquietudine cominciava a essere difficile. La finale degli US National Championships, l’incontro più importante della vita, continuava a sfuggirgli, come la tartaruga da Achille. Giorno dopo giorno. Al momento del match poi il centrale del West Side Tennis Club sarebbe stato fradicio e questo poteva favorire Gene e il suo tennis fatto di precisione e leggerezza.

“Forse gli dei del tennis non vogliono un novellino fra loro…” pensò nel forse unico accesso di superbia della sua vita, subito spento da una smorfia.

 

Forest Hills, 24 settembre 1938. Doveva vincere, doveva farlo adesso e contro il suo amico fraterno. Ora o mai più.

Era stato un lungo viaggio e mentre la pioggia batteva incessante sui vetri Don tornò a quella cena di quasi un anno prima quando l’amico campione Ellsworth Vines ( “…quando Ellie era in forma eri fortunato a toccare la palla” Jack Kramer dixit) cercava in tutti i modi di dissuaderlo dall’idea di tentare il Grande Slam, senza riuscirci. In qualche modo sapeva di potercela fare.

I ricordi si affastellavano uno sull’altro, il viaggio in nave dall’altra parte del mondo scandito dalle note di Benny Goodman, il caldo soffocante, l’erba australiana traditrice e le sconfitte in serie nei test match che precedevano gli Australian Championships. Poi quello più dolce, la vittoria in finale ad Adelaide contro John Bromwich per 6-4, 6-2, 6-1. Un massacro.

Parigi e Londra erano state conquistate sulle ali dell’entusiasmo, 13 games persi nelle due finali contro Menzel e Austin. Solo il barone Von Cramm avrebbe potuto contrastarlo validamente al Roland Garros ma da una prigione nazista era difficile giocare…

Non potendolo piegare alla svastica il regime lo aveva condannato a un anno di prigione per omosessualità e esportazione di valuta. Fu Budge stesso a promuovere una lettera di protesta firmata da 25 grandi atleti e consegnata nelle mani del fuhrer. La condanna fu ridotta a cinque mesi.

Aveva fatto il giro del mondo ma il viaggio vero era cominciato molto tempo prima.

I Budge erano scozzesi, e scozzesi delle Highlands, gente dura e scabra come le scogliere su cui batte incessantemente quel mare.

Il padre di Don è una giovane e dotata ala destra ventenne dei Glasgow Rangers quando durante un allenamento cade in un contrasto, sbatte la testa e sviene. L’azione si sposta altrove, la nebbia scozzese vela tutto e incredibilmente l’allenamento termina senza che nessuno noti l’assenza di John Budge. Passa un’ora prima che lo trovino ancora esanime a terra, la testa è a posto ma la pioggia gelida gli rovina per sempre i polmoni. Il medico consiglia climi miti e Budge senior sceglie Oakland, California settentrionale. Qui, il 13 giugno 1915, nasce Don, il Dragone Rosso.

Il colore dei capelli lo prese dalla madre Pearl Kinckaid anche se il figlio non li vide mai. Le erano diventati completamente bianchi per lo spavento durante il terremoto di San Francisco del 1906, quando il suo lettino era stato sbattuto da una parte all’altra della stanza.

Oakland è una mecca del baseball e Don gioca in ogni momento libero; è in quei pomeriggi che prende forma il più grande rovescio della storia del tennis. Il giovanotto è ambidestro e sul diamante batte da mancino. Quando il fratello maggiore lo porta su un campo da tennis impugna invecela racchetta con la destra ed è naturale per lui ricalcare esattamente lo stesso movimento memorizzato con la mazza da baseball. Stessa linearità, eleganza ed efficacia. Considerando poi che Budge giocò sempre con una Wilson Ghost da quasi mezzo chilo senza cuoio sul manico la differenza non era poi troppa.

I colpi vengono assimilati con una dedizione assoluta e quando in una sola estate cresce fino a un metro e ottantacinque il suo gioco diventa devastante.

L’ultimo tassello è la scoperta dell’anticipo. Nel 1935 Don era stato invitato ad arbitrare un’esibizione fra Perry e Vines e dal seggiolone era rimasto strabiliato da come Fred, ex campione mondiale di ping pong, colpiva la palla un attimo dopo il rimbalzo. Budge impiegò quell’inverno imparando ad abbinare la potenza all’anticipo e “… dopo aver colpito per settimane ogni centimetro delle reti di recinzione” riuscì nell’impresa.

Ecco la testimonianza di Julius Heldman, ex tennista, poi gran penna dello sport statunitense:

“Io sono cresciuto e ho giocato all’epoca di Don Budge e per quelli come me lui non era solo intoccabile ma il più grande giocatore di ogni tempo. Non consentiva a nessuno di entrare in partita e la sua potenza devastante non calava mai.”

Ormai era solo questione di tempo e il tempo era arrivato.

Quel 24 settembre tutti i dubbi e le paure vennero spazzati via da quel rovescio che era un dono degli dei. Solo nel secondo set Gene Mako riuscì a cogliere di sorpresa l’amico sottraendogli con un passante alla Rocambole l’unico set del torneo.

Negli altri tre non ci fu storia, come sempre quando The Big Red scendeva in campo.

24 settembre 1938, West Side Tennis Club, Forest Hills

John Donald Budge b. Gene Mako 6-3, 6-8, 6-2, 6-1

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Scene di famiglia in Canada: Aliassime suona il pianoforte prima della sua festa a sorpresa, Maria si allena con le figlie

Felix Auger-Aliassime si destreggia eccome anche con la musica, Tatjana Maria ha due nuovi piccoli membri nel team

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Felix Auger-Aliassime al pianoforte - Montreal 2022

I primi giorni di agosto sono particolarmente ricchi sotto l’aspetto dei compleanni nel mondo tennistico, e dopo quello di Roger Federer (celebrato a dovere dal campione svizzero capace di far emozionare il piccolo Zizou), e di Rod Laver (che in regalo ha ricevuto due top10), è toccato anche a Felix Auger-Aliassime. Il tennista canadese ha festeggiato l’8 agosto il suo 22esimo compleanno proprio durante il torneo di casa, e gli organizzatori hanno pensato bene di preparargli una sorpresa. Inizialmente il n.9 del mondo Aliassime si era preparato per una esibizione al pianoforte – strumento dove si destreggia egregiamente – al fianco della compositrice Alexandra Stréliski. Dopo qualche pezzo, i due hanno iniziato ad intonare ‘Tanti auguri a te’… e a quel punto tutti gli amici e parenti del tennista sono usciti allo scoperto, suscitando non poca emozione nel giovane tennista. Preso dalle lacrime, Felix ha ringraziato tutti prima di procedere ai festeggiamenti.

A quanto pare il torneo National Bank Open non vuole essere avaro di situazioni emotive in questa edizione; e mentre a Montreal andava in scena la festa di Aliassime, a Toronto Tatjana Maria si allenava con il prezioso aiuto delle sue due figlie, Charlotte, nove anni, e Cecilia, uno.

 

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Umago Stories 4: “So cosa hai fatto l’estate scorsa”

Cancellato nel 2020, il Croatia Open è tornato nel luglio 2021: ma in che vesti? In ritardo di un anno (o abbastanza puntuali), tornano le storie a margine dell’ATP 250 sulla riva orientale dell’Adriatico

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ATP Umago – All'esterno dei campi esterni (foto MS)

Umago Stories

Umago Stories 2

Umago Stories 3

 

Domanda scaduta

Sono passati sette giorni dalla finale di Wimbledon raggiunta da Matteo Berrettini quando sul campo da tennis ti domandano perché tu non sia a Umago a vederti un Cobolli-Altmaier in azione proprio in quel momento. Non hai una buona risposta. Pensi anzi che vorresti essere là anche per Holger Vitus Nodskov Rune e chiedergli se, all’anagrafe, i suoi genitori o l’impiegato si siano dimenticati di mettere la virgola dopo Holger e così deve andare in giro con un numero insensato di nomi. E, in ogni caso, se la tendenza è di abbreviare come insegna Sir Andrew Barron Murray, quell’Holger Vitus eccetera vuole essere un vezzo distintivo oppure si è registrato “al completo” presso l’ATP per rompere le scatole a chi ne scrive? Scrive di lui, non delle scatole. Il problema di base è però la regola del Croatia Open 2021 “no media on site”, niente scrittori di tennis sul posto: ecco perché non sei là. Non che ciò ti impedisca di andarci come spettatore, in effetti. Deciderai con calma, mentre per la tua domanda al giovane danese ci sarà un’altra occasione. No, non ci sarà, perché in novembre si libererà di un paio di nomi diventando semplicemente Holger Rune. Anche se è quello che auspicavi dall’inizio, sospetti che l’abbia fatto solo per privarti del piacere di esibire l’arguta domanda.

Invisibile ma non abbastanza

Hai preparato praticamente tutto e riempito l’auto la sera prima, ti sei alzato ragionevolmente presto, eppure imbocchi l’autostrada quando è ormai mezzogiorno. Destinazione Umago. Gli incontri iniziano alle 16.30, non vuoi perderne neanche un minuto eppure ti permetti una sosta in stile Aldo di Aldo Giovanni e Giacomo in homeriano ritardo nel film Chiedimi se sono felice. La decisione di partire presa una dozzina di ore prima implica il pernottamento in campeggio e relativo uso della tenda “getta e usa” che getti all’ombra di un grosso albero quando stanno per scoccare le 16. Voli nella doccia, i cui socialmente inderogabili nonché benefici effetti saranno poco dopo vanificati dai cinque minuti di attesa al sole davanti alla biglietteria – il tempo necessario alla coppia entrata prima di te per compiere chissà quale complessa e certamente oscura operazione. Da dietro il banco, la ragazza ti dice che la tribuna ovest è sold out e dovrai perciò abbronzarti il lato sinistro del viso appollaiato nelle vicinanze della telecamera principale. Durante i cambi campo del match tra il mancino italico e il gallo monomane, getti lo sguardo oltre il parapetto verso il doppio in corso sul campo 1 in modo da prendere il sole anche sulla guancia destra. Il match sembra divertente, ma le gradinate sono pressoché deserte. Torni pigramente verso il tuo posto quando Giannessi si appresta a servire sul 15 pari; con tuo sommo disappunto, tuttavia, né i giocatori né l’arbitro ti chiedono di sederti: non è la prima volta che provi a essere tu l’immancabile disturbatore che si ostina alla ricerca del proprio posto mentre tutti lo fischiano, ma niente, non ti si fila mai nessuno. Una delusione che è poca cosa rispetto ai sentimenti che genera la vista della stupida automobile esposta nell’angolo dove gli altri anni solitamente sedevi armato di blocco note e con al collo il badge Press.

Gasquet vince e decidi di andare da Travaglia sul Grand Stand e magari vederti un po’ di doppio, con la tua mente che rifiuta una realtà resa fin troppo esplicita dall’assenza di spettatori. Una transenna metallica si allunga dallo Stadium Goran Ivanišević verso il campo 1, impedendo l’accesso a quello e ogni altro campo. Lunga venti metri e alta due, prima neanche l’avevi notata: un caso da manuale di cecità selettiva. Decidi allora di trotterellare sotto la tribuna ovest in direzione nord nella donchisciottesca convinzione di trovare una via di accesso al Grand Stand invece di una transenna gemella. L’addetto alla sicurezza si accorge della tua presenza quando ancora non sei entrato nel suo campo visivo e ti scruta con la faccia di chi ha capito le tue intenzioni prima di te stesso; si alza dalla sua sedia di plastica per spiegarti gentilmente che quella zona dell’impianto è accessibile solo a chi ha un badge e che no, quello di due anni fa non vale.

Opti per due passi sul lungomare prima di tornare per l’incontro successivo sul Centrale, esci di nuovo dall’impianto per cenare, rientri. Ogni volta verificano il QR-code – insieme al documento, altrimenti sarebbe inutile –, mentre di fianco all’ingresso principale c’è la possibilità di fare un test rapido per poter accedere se sprovvisti di green pass. La terza volta che passi di fianco ai quattro spettatori italiani che siedono un paio di file davanti a te, li saluti. Nessuna reazione, a parte un paio di sguardi accigliati del tipo “chi è questo?”. Oltre alla risposta che reprimi con non poco sforzo, l’unica cosa a cui riesci a pensare è che, pur apprezzando gli sforzi encomiabili degli organizzatori per metterla in scena rispettando tutte le restrizioni, questa edizione del Croatia Open è quasi più triste di quella dell’anno scorso. E nemmeno c’era stato il torneo nel 2020. La mattina dopo, giovedì, levi le tende (la tenda, vabbè) e fai rotta verso sud.

Isolato

È giovedì e sei nel sud dell’Istria, ma è settembre, pochi giorni dopo la finale dello US Open. Sul punto di addormentarti, sobbalzi sentendo un rumore poco rassicurante. Un minaccioso verso ferino ha squarciato il silenzio della notte a pochi passi dalla tua tenda. Poco convinto, apri la sottilissima parete che separa la zona notte dalla zona giorno: nessun segno di vita aliena. Ancora meno convinto, inizi lentamente ad alzare la cerniera per controllare l’esterno. Nell’oscurità, intravedi la sagoma di un camper distante una cinquantina di metri, peraltro l’unico altro occupante di quella zona del campeggio. Ti viene in mente il film Backcountry, con la giovane coppia accampata tra le montagne dopo aver smarrito il sentiero – non una commedia, per essere chiari. Di nuovo quel suono, che sarebbe bello se fosse un tipo mezzo ubriaco intento a imitare il verso di un maiale. Il fascio di luce del tuo cellulare incrocia invece un cinghiale. Anzi, due. Sono a una ventina di metri da te. Ispezioni nelle altre direzioni. Tre, quattro, cinque. Sei accerchiato. Un paio sono belli grossi.

Non sai se devi preoccuparti, così cerchi su internet per capire la posizione del cinghiale nella scala della pericolosità che va da cucciolo di criceto sotto ritalin a tigre dai denti a sciabola che non mangia da due giorni. Stando al web, se non li importuni, non ti fanno nulla. Chissà se i quadrupedi che hai di fronte (e di fianco e alle spalle) hanno letto lo stesso sito. Ti dirigi verso la reception, ovviamente in automobile – non tanto per il timore di essere mezzo sbranato, quanto per non ritrovarti a dichiarare, mezzo sbranato, “su internet uno diceva che non erano pericolosi”. Domandi al custode se sia normale la presenza di una mandria di cinghiali. Risponde di sì – sarà una buona notizia? – e di non preoccuparti perché finora non hanno né morso né aggredito nessuno. Finora. Cos’è questa padronanza della lingua italiana? È straniero (cioè, tu sei straniero, ma il concetto è chiaroi), che dica “non fanno niente” e siamo a posto. No, deve pure sfoggiare l’avverbio, questo fenomeno. Torni alla tenda (te l’eri richiusa alle spalle da profondo conoscitore dei film horror, quindi al massimo troverai ad attenderti uno con maschera di Scream e pugnale, non un suino), controlli la posizione dei quadrupedi, prendi cuscino e sacco a pelo e dormi in macchina.

Umago Reloaded

Nonostante le previsioni meteo assicurassero il sole fino al primo pomeriggio, il cielo è già coperto di nuvole foriere di pioggia. Con la prospettiva di almeno tre giorni di tempo pessimo, non si può che prendere la strada di casa. Tuttavia, se a Portorose non piove, Jasmine Paolini giocherà tra un paio d’ore e una sosta diventa quasi obbligatoria. Un’ora dopo, ti ritrovi invece fermo in coda alla frontiera con la Slovenia. Anzi, ben prima dell’ultima uscita dall’autostrada croata. Il sito del hrvatski autoklub dichiara sette chilometri di coda: non pensavi che un match di Paolini attraesse tanta gente. Jasmine ti perdonerà se rinunci a quella che è diventata un’impresa impossibile: esci dall’autostrada e ti fermi a Umago dove un cartello ti svela che sono in corso i Campionati del Mondo ITF per Veterani. Già, non contento dell’esperienza di due mesi prima, torni sul luogo del delitto, il Centro Stella Maris. Nessuno controlla l’accesso. Accedi.

La tua attenzione è subito rubata dal bel suono che fanno due tennisti “over qualcosa” (non sei mai stato bravo ad attribuire l’età a qualcuno) quando impattano la palla in una partita di allenamento. Uno che potrebbe essere spagnolo o quantomeno posseduto da uno spirito spagnolo scortica palle pesantissime accompagnate da un lamento troppo lungo verso un altro all’apparenza meno giovane che subisce, non tiene il ritmo, è costretto a fare il tergicristallo epperò macina punti e game. Pochi minuti e sei sul Centrale, dove diventi il terzo spettatore a osservare il doppio della finale tra Olanda e Germania che assegna la Suzanne Lenglen Cup, trofeo femminile a squadre over 35. Stravincono le olandesi, grazie anche alle drop volleys mancine di un’orange che la palla sembra restarle dolce prigioniera del piatto corde per alcuni secondi. Palla che una tedesca tenta di scaraventare nella laguna appena perso l’incontro, ma finisce appena fuori dallo stadio dopo essere rimbalzata su un seggiolino dell’ultima fila. Pensi che non sarebbe male come trofeo da portarsi a casa, ma poi decidi che dà meno nell’occhio appropriarsi della palla e ti dirigi furtivo verso l’uscita nord-ovest (il tuo senso dell’orientamento nell’impianto prescinde dalla presenza del sole). Eccola lì, bella, gialla, quasi nuova. Di una marca che eviti, pazienza.

Inebriato dalla libertà di girare per l’intero impianto, ti rechi sul campo 5 dove è in corso un match del tie tra Portogallo e Francia valido per il terzo posto della Lenglen. Non capisci chi abbia vinto perché sull’ultimo punto ti sei distratto un attimo, colpa di un’avvenente giocatrice di circa 182 cm che ti è passata accanto. Mentre ti incammini verso il Grand Stand, rimugini sul fatto che il segno più doloroso dell’età che avanza non sono gli acciacchi in campo, bensì incrociare una bella tennista veterana e pensare d’istinto, chissà se ha una zia single.

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