La mia opinione sul caso Sara Errani. I punti più deboli e quelli più forti

Editoriali del Direttore

La mia opinione sul caso Sara Errani. I punti più deboli e quelli più forti

Gli errori di tanti. Motivi pro-colpevolezza e pro-innocenza. Tortellini, giornali, social, accuse, toni, avvocati, FIT, CONI, farmaci, capelli, fortune, sfortune, Sharapova e altro

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Molti lettori mi hanno chiesto di… prendere posizione sul caso Errani. Lo farò, perché non credo sia giusto che un direttore di un sito si nasconda, una volta che sia entrato in possesso di più elementi. Farlo prima di aver letto la sentenza e di conoscere la difesa di Sara Errani sarebbe stato superficiale. E un po’, confesso, lo è anche adesso, perché non so e non posso sapere tutto. Ma quasi mai gli opinionisti sanno e possono sapere tutto, dalla A alla Z, di quel che si trovano a commentare. Allora, però, non si dovrebbero mai più leggere opinioni e opinionisti. Io ho molti difetti, ma sono uno che quando ha delle opinioni le esprime. Piacciano o no, siano condivise o meno.

PRENDO POSIZIONE MA A BENEFICIO SOLTANTO DI CHI…

Vorrei farlo però soltanto nei confronti dei lettori non beceri, dei non web-idioti che protetti dall’anonimato purtroppo pullulano sui siti (anche questo e sapeste quanto mi dispiace) e sui social, di chi non ritiene credibile la difesa della Errani solo perché Sara gli sta antipatica, o peggio ancora non gli piace come gioca, e perfino di chi esclude che chi prende pasticche di farmaci importanti tutti i santi giorni e da anni non possa un brutto giorno distrarsi e perderne una dal blister nel momento in cui la estrae, finisca essa in un piatto di tortellini (che nel caso specifico ha suscitato prevedibile seppur cinica ilarità) o in un altro tipo di piatto. Ma vorrei scrivere le prossime righe anche per coloro che hanno il sacrosanto diritto di dubitare sulle versioni che possono dare atleti incappati negli strali della WADA perché troppe ne abbiamo viste, lette e poi smentite in tanti anni di sport professionistico e anche di bugie sesquipedali. Gente, cioè, che non ne fa una questione personale nei confronti di Sara Errani, ma che è semplicemente curiosa di sapere come un vecchio cronista di sport possa pensarla, se abbia solo dubbi o anche qualche certezza.

 

Chiaro che i dubbi siano più numerosi delle certezze, dal momento che pur avendo letto nel dettaglio la lunga sentenza e ascoltato l’appassionata e commovente difesa dei fratelli Errani, per troppe cose mi manchi una completa informazione che nemmeno ieri Sara ha chiarito risultandomi un tantino evasiva in rapporto a qualche domanda cui ha risposto leggendo semplicemente quelle note che aveva con sé (e che ovviamente non so, non posso sapere, se se le fosse scritte da sola e con il fratello, o con l’aiuto dei legali). Chiaro anche che – così come Sara e il fratello che non sono nati ieri non potevano non immaginare che l’alibi del tortellino dopato non poteva non suscitare ironie e battute da parte del mondo web – anch’io so bene che per quello che penso e scriverò verrò certamente criticato… come diceva Totò “a prescindere”. Va messo in conto. Scandalizzarsi come hanno fatto ieri Sara e Davide Errani ha poco senso. Significa non rendersi conto del contesto e del mondo nel quale si vive. Anche le accuse ai giornalisti mi sono apparse eccessive, e non credo di dirlo in difesa di una categoria che io spesso per primo sono portato a criticare anche pesantemente.

GLI INEVITABILI TITOLI DEI GIORNALI SUI “TORTELLINO DOPATI”. ASSURDO SCANDALIZZARSENE

Ma, in primis, che i titoli dei giornali si sarebbero concentrati sul “doping al tortellino” era davvero scontato e inevitabile. È ciò che rimarrà più impresso di questa storia negli occhi di chi l’ha letta. E i titoli non sono, non possono mai essere trattati di filosofia. Sono fatti per farsi leggere, per far leggere quel che c’è sotto, per essere ricordati, per colpire il lettore che ne leggerà soltanto alcuni sui 10 titoli che possono comparire in ciascuna delle 60/80 pagine di un quotidiano. Non sto difendendo e giustificando ogni genere di titolo, sia chiaro. Ce ne sono anche di pessimi, di brutali, di inaccettabili. Ma non è questo il caso. Così come è chiaro che la sensibilità di chi di quel titolo è in parte oggetto (vittima?) è ben più accentuata. Facile che ne resti comunque ferito. Ma che in una vicenda sviluppatasi in Romagna con una tennista di quella regione e una circostanza indubbiamente insolita, e per molti incredibile o quasi, ogni riferimento al connubio doping e tortellini era assolutamente inevitabile e, a mio personale avviso, non esecrabile come qualche anima nobile pretenderebbe.

L’EQUIVOCO E LE DUBBIE RESPONSABILITÀ SULLA FALSA INFORMAZIONE

Veniamo poi all’equivoco nato – e sviluppatosi – intorno a due farmaci diversi eppur non così diversi. Gli Errani si sono molto lamentati per la confusione fatta fra anastrozolo e letrazolo, ma non è che all’origine l’equivoco sia nato proprio da una comunicazione degli Errani con gli estensori dell’articolo comparso sul Corriere della Sera? Chi l’aveva originato?

È stato impreciso Davide nel parlare con i colleghi cui lui ha voluto dare il “privilegio” dello scoop? O hanno male interpretato loro? Tutte e due le cose e allora concorso di colpa? Fatto sta che il Corsera, che non poteva che avere avuto le informazioni dai diretti interessati dimostrando di essersi abbeverato alla fonte, è stato il primo a informare e a fare quella che gli Errani hanno poi definito “falsa informazione”, a scambiare un farmaco per un altro. Certo è che se gli Errani avessero invece deciso di annunciare una conferenza stampa allargata a tutti prima della sentenza anziché dare lo scoop ad un singolo giornale… avrebbero ricevuto quelle domande cui con le loro risposte si sarebbero chiarite (prima!) tante cose. Sarebbe stato tutto più trasparente. E non ci sarebbe stata tutta quella falsa informazione di cui si sono poi lamentati. Che notizia della positività e della sentenza siano arrivate lo stesso giorno è abbastanza strano, incongruo. Da parte Errani si poteva gestire la cosa, difficile per carità perché anomala, in modo anche diverso.

Una gestione più professionale ed intelligente della vicenda avrebbe loro evitato di dover intervenire poi per rimediare ad una situazione che loro stessi hanno – certo involontariamente, e tuttavia un po’ superficialmente – contribuito a creare. A volte è facile invocare la professionalità altrui, e dichiararsene scandalizzati, ma occorrerebbe anche farsi un esamino di autocoscienza.

ANASTROZOLO E LETROZOLO: UNA DISTINZIONE DAVVERO COSÌ IMPORTANTE? 

Sara Errani ha insistito parecchio, proprio per sottolineare la superficialità dei giornalisti (non solo quelli del Corsera evidentemente) sulle differenze tra il letrozolo trovato nelle sue urine e l’anastrozolo che ha causato numerose squalifiche pesanti, anche su atlete di sesso femminile e sul canottiere Mornati (squalificato per due anni come sapete), che ha pubblicamente espresso il suo sdegno sulla differenza di trattamento. “Sono sostanze completamente differenti, non si possono fare analogie” ha detto Sara.

SARA È OGGI CERTO PIÙ COLTA DEI GIORNALISTI SULL’ARGOMENTO FARMACOLOGICO, MA ANCHE IL LETROZOLO È PRODOTTO PROIBITO

Ora Sara si è fatta suo malgrado una cultura su questi argomenti farmacologici, e probabilmente – sempre suo malgrado – anche a sua madre sono ben chiare le differenze. Ciononostante per non incorrere in errori si è portata dietro nella conferenza stampa delle note al riguardo. Io che non ho tutto questo background mi sono informato presso un medico che mi ha spiegato come in realtà le due molecole siano molto simili, siano entrambe inibitorie dell’aromatasi e si usino nelle stesse patologie con effetti molto simili se non proprio identici. Insomma, ok, i quindici atleti sanzionati lo erano stati per l’anastrozolo e non per il letrozolo – quindi ha sbagliato chiunque abbia accennato a quella casistica – ma resta il fatto che anche il letrozolo oggi come oggi è farmaco proibito dalla WADA. Per uomini e donne. E finché è proibito si può dire tutto, e cioè che non aiuta, che non è coprente o che lo è, e si può contestare la superficialità della WADA nell’includere certi farmaci (anche il Meldonium?) senza i più giusti presupposti scientifici. Gli effetti dopanti per assunzioni continuate sembrano esserci. Che poi nella maggior parte dei casi il letrozolo venga assunto da uomini bodybuilders per evitare la ginecomastia da nandrolone o altri steroidi anabolizzanti è un altro discorso.

IL CAOS DELLE NORME, DEI TRIBUNALI E DELLA PASTICCA

Va detto anche che è difficile orizzontarsi in un caotico assembramento di norme, di tribunali che non sono del tutto tribunali, di alta chimica, di più banali tortellini in brodo (che nessuno ha saputo chiarire se, alla fine, fossero in brodo e sciolti nella fase di bollitura oppure impastati a mano da mamma Errani sul piano cucina… vabbè, mica è importante, però aiutava a capire meglio la dinamica della vicenda, anche se poi magari quella famigerata pasticca è invece caduta e si è sciolta in tutt’altro piatto. Chi mai potrà giurarlo?).

ACCUSE UN PO’ MOLTO GENERALIZZATE (da più parti)

Nel momento in cui Sara dice “voi tutti” e in cui Davide dice “vergognatevi” incappa nello stesso errore che rimprovera ai giornalisti che scrivono genericamente “che tutti coloro che prendono il letrozolo sono stati sanzionati perché dopati volontari”. Mi spiego: non si può coinvolgere tutti, 35 giornalisti presenti (e non), facendo di ogni erba un fascio. Si deve saper distinguere. Da una parte e dall’altra, con la dovuta invocata professionalità. E anche con i toni più giusti. Facile invocarli, forse, da chi non sia emotivamente coinvolto come gli Errani, però – anche a seguito di quell’equivoco sopra descritto e in arte da loro stessi originati (Davide?) – non mi sarebbe dispiaciuto riscontrare un maggior equilibrio. Non mi pare che ci sia stato – salvo mi sia sfuggita qualcosa – chi abbia ironizzato sul tumore della mamma di Sara, quindi il grido “vergognatevi” di Davide a me è parso fuori luogo e un tantino arrogante. Credo che quasi nessuno debba vergognarsi di alcunché… ripeto, salvo che mi sia sfuggito qualche intervento. Tuttavia una certa tensione emotiva resta comprensibile. Che poi i social siano una fabbrica di insulti e cattiverie beh non dovrebbe sorprendere. Personaggi pubblici, quali sono non solo politici, attori, ma anche gli sportivi non dovrebbero nemmeno leggere ciò che viene scritto su di loro, soprattutto se le critiche li feriscono tanto.

LA FORTUNA NELLA SFORTUNA. UN PRECEDENTE PER LE ALTRE FEDERAZIONI? E IL CONI DOVRÀ REGOLAMENTARE SITUAZIONI SIMILI

Diciamo che anche se gli Errani si sono sentiti sulla graticola da metà aprile, peraltro nella sfortuna sono stati fortunati a vivere con l’opinione pubblica tutto questo casino… soltanto per un paio di giorni. C’è (Schwazer e mille altri) per i quali simili vicende “pubbliche” sono durate mesi. E anche anni! Sempre… nella sfortuna, Errani è stata fortunata a poter godere di tutto l’appoggio, legale e quindi anche economico, che le ha dato la Federtennis. Non è accaduto ad altri atleti di altre federazioni. Ed è comunque un precedente di cui si dovrà tener conto. Anche il CONI dovrà forse stabilire un principio in materia. Che deve fare una federazione? Ogni federazione può attivare il proprio ufficio legale a seconda di quel che pensa il proprio presidente… per cui ci sono federazioni che spendono cifre notevoli per le parcelle dei propri avvocati e altre no? La domanda “e se fosse successo a Camila Giorgi?” incuriosisce, anche se personalmente conosco già la risposta. Che presuppone infatti un libero arbitrio a mio avviso invece assolutamente da regolamentare.

ANCH’IO CONDIVIDO LA PRESA DI POSIZIONE DEGLI ERRANI E SONO FRA COLORO CHE CRITICANO MOLTO DI QUANTO È STATO SCRITTO

Attenzione però. Tutto quanto detto sopra non è in contrasto con il fatto che io sono certamente fra coloro che stigmatizzano aspramente molte (troppe) cose scritte (con evidente superficialità) e letteAnche su questo sito. Ma da parte, però, di lettori che hanno il diritto (e purtroppo spesso non il garbo né l’educazione, né la sensibilità) di esprimere le loro opinioni su un fatto che si prestava comunque a diverse interpretazioni per via di troppe sfumature non sempre facilmente afferrabili. Come quella di una apparente contraddizione fra una sentenza assolutoria nei principi e tuttavia di pur minima condanna in base ad una “negligenza oggettiva” peraltro spiegata dalla stessa Sara e che coinvolge atti comunque praticati da familiari, medici, manager di un atleta. Fra questi atti quello di tenere farmaci proibiti vicino al luogo in cui si prepara da mangiare.

NÉ COLPEVOLISTA NÉ INNOCENTISTA MA CON ALCUNI PUNTI FERMI

Se fin qui ho sottolineato in particolare certe incongruenze UNICAMENTE collegate alla conferenza stampa di ieri – e alla luce di queste sottolineature capisco che tutto ciò potrebbe farmi apparire ipercritico nei confronti dei toni usati da Sara e suo fratello – vorrei però garantire solo a chi crede alla mia buona fede (quale motivo dovrei avere per essere pregiudizievolmente schierato in un senso o nell’altro?) che sulla sostanza della vicenda non sono né colpevolista né innocentista in assenza di dati certi.

Ritengo infatti che:

  • a) Una sostanza inclusa nell’elenco dei farmaci proibiti, per uomo e donne, resta proibita. Altra cosa è contestare la WADA per averla inclusa anche per le donne. Ma il fatto che sia stata inserita anche per le donne in un tempo successivo, dopo che dapprima era solo per gli uomini, deve far ritenere che una qualche motivazione valida ci sia stata. O si deve presumere che la modifica pro-allargamento fosse campata in aria
  • b) I tempi dei test sono importanti e non sappiamo quanti giorni siano trascorsi a ritroso fra il test “positivo” (perché si debba dire non negativo è un po’ come chiamare il cieco non vedente, il sordo non udente…), del 16 febbraio e quello precedenteC’era stato durante l’Australian Open? Prima?

A questa domanda che aveva opportunamente sollevato il collega della Gazzetta dello Sport Riccardo Crivelli, Sara non ha risposto. Perché? Davide Errani ha precisato che Sara è stata sottoposta a 83 test dal 2009 a oggi, ma per me quella non è una risposta a tono. Se infatti gli Errani ci avessero detto che ce n’era stato – è solo un’ipotesi, oltretutto abbastanza probabile – uno ravvicinato fra il giorno in cui lei è stata eliminata a Melbourne e il 16 febbraio quando le hanno fatto il test fuori di competizione a casa sua, e il prodotto “proibito” rintracciato fosse stato minimo, ecco che questo avrebbe potuto essere un dato rilevante. Se invece l’ultimo precedente controllo fosse stato fatto, che so io?, nel novembre 2016… beh sarebbe stato diverso ai fini di stabilire la quantità delle tracce rilevate. Si sa che il tempo di assorbimento (a quanto pare molto meno sui capelli) ha un’incidenza non indifferente nello stabilire le quantità dei prodotti in qualche modo ingeriti.

  • c) Il fatto che Sara sia stata sottoposta a 83 test ha un valore abbastanza relativo, anzi non prova niente. A contrario, se avesse fallito qualche test ci sarebbe stata una sanzione aggravata per la recidiva. Nel dire che una fedina “penale” immacolata non prova l’assenza di un possibile reato successivo va anche ricordato come tanti atleti poi risultati dopati (Lance Armstrong un caso per tutti…) di test indenni ne avevano passati anche molti di più che 80. Di come fossero riusciti a passarli ci sono mille casistiche.
  • d) Se il citare gli argomenti di cui sopra potrebbero far pensare ad una mia tesi colpevolista, invece la quantità irrisoria della sostanza riscontrata nelle urine, la circostanza innegabile della malattia della madre, e paradossalmente proprio la quasi incredibile vicenda dei tortellini dopati, mi fanno invece propendere per l’idea che la blanda squalifica abbia un senso e possa essere giustificata. Chi ha la sfortuna di avere in casa malati costretti a prendere pillole quotidiane, e per anni, sa che purtroppo certe distrazioni possono accadere, anche se possono apparire agli altri inverosimili. Ciò anche se io, assolutamente ignorante in materia, mi sorprendo del fatto che nel sangue o nelle urine si possa trovare traccia anche di una sola pasticca ingurgitata a distanza di ore o addirittura di giorni. Il nostro corpo davvero registra tutto e la scienza ha fatto progressi pazzeschi.
  • e) Una tesi quindi innocentista, come innocentiste devono essere tutte le tesi quando non si possano produrre prove di colpevolezza assodata. È un punto fermo di un civile e moderno diritto penale. Il tribunale, sia pur tribunale sui generis, ha escluso fin da subito l’intenzionalità dopante.
  • f) Che la madre di Sara prenda quel farmaco, per l’appunto lo stesso trovato nell’organismo di Sara, è un punto importante che non parrebbe escludere una coincidenza. Sarebbe oltretutto abbastanza folle da parte di Sara esporsi a prendere un farmaco che potrebbe avere conseguenze davvero pesanti sulla propria salute senza nemmeno avere certezze sugli eventuali effetti vantaggiosi.
  • g) Peccato per il test pilifero mancato. Ma sempre producibile. Se si farà appello… A me piacerebbe che fosse Sara a fare appello, per riottenere i punti WTA persi che la farebbero precipitare più giù del 280esimo posto (e anche i 200.000 dollari che non fanno schifo neppure ai multi-milionari). E mi piacerebbe che lo facesse anticipando quello assai probabile che frapporrà la WADA. Se non lo farà sarà per non rischiare che i due mesi diventino di più, peggiorando le cose. Credo che i suoi legali cercheranno di intuire, dagli spifferi che di solito arrivano, se la WADA intraprenderà la strada del ricorso. Utopisticamente a me piacerebbe che invece Sara non aspettasse quegli spifferi.

IL TEST SUI CAPELLI, MA PERCHÉ I LEGALI HANNO ATTESO TANTO TEMPO?

Mi sfugge il perché della mancata presentazione nei tempi giusti dell’esame dei capelli. Lo ha fatto il 28 aprile. Qual è stato il motivo per il quale i suoi legali hanno atteso tanto tempo? Pare che non rientri nel protocollo e che comunque un test prodotto autonomamente non avrebbe avuto “corso legale”. Un cavillo, secondo Sara, indispettita la sua parte. Ciò non spiega comunque il ritardo nella presentazione. Vero peraltro che… meno di due mesi di squalifica era un obiettivo quasi impossibile da centrare. Stavolta gli avvocati della Federazione sono stati più bravi che in tante altre occasioni. 

GLI AVVOCATI DI SARA CERTO MIGLIORI DI QUELLI DI MARIA SHARAPOVA

Ho scritto e ribadito mille volte che Maria Sharapova ha avuto pessimi consiglieri legali che l’hanno spinta a dichiarare che aveva continuato a prendere il Meldonium ancora a gennaio, quando se avesse invece dichiarato che lo aveva preso soltanto fino al 31 dicembre 2015, nessuno avrebbe potuto dimostrare che dopo dieci anni di assunzione continuata (e ovviamente ingiustificabile ma tuttavia non punibile fino a che il Meldonium non era proibito: lei imbrogliava sapendo di imbrogliare, sia chiaro) non avrebbero potuto restare nel suo organismo anche tracce importanti. Ciò per via di conoscenze scientifiche assai poco documentate su quel prodotto bandito più per l’eccessiva e sospetta diffusione fra centinaia di atleti, piuttosto che per le prove provate di doping vantaggioso ai fini di una prestazione sportiva.

UNA SOLA BUONA NOTIZIA. I CONTROLLI ANTIDOPING COMINCIANO A FUNZIONARE (per tutti?)

Se i giocatori non vengono avvertiti, i test antidoping funzionano abbastanza bene, anche per i giocatori che una volta sfuggivano a tutto (Agassi etcetera) e venivano protetti dall’abolito “silent ban” (Cilic etcetera).

E UNA SOLA CERTEZZA FINALE

Per Sara Errani il difficile, se davvero vuole continuare a giocare, arriverà quando dovrà ricominciare su campetti di periferia, perché non è detto che la riempiano di wild card in giro per il mondo.

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Editoriali del Direttore

Per colpa di Schwartzman che batte Nadal, piccolo excursus statistico sulle serie vittoriose fra big

Ci aveva perso 9 volte! Con Berdych, Nadal era stato più continuo: le vittorie di fila furono 18. Rino Tommasi e Arthur Ashe vs Rod Laver…Tanti head to head a senso unico. Quiz su Berrettini, Sinner e Musetti

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Rafa Nadal - Internazionali di Roma 2020 (foto Giampiero Sposito)
Questo spazio è sponsorizzato da BMW

I nostri appassionati di tennis hanno dimostrato in tutti questi lunghi anni in cui i nostri tennisti di soddisfazioni ce ne hanno date pochine, che bastava tifare per Federer, Nadal o Djokovic per aver voglia comunque di seguire il tennis con immutata passione. Per poco più di un quinquennio (2010-2015) è stato motivo d’orgoglio patriottico soprattutto il tennis e i risultati delle nostre ragazze, ma per tre lustri sono stati quei tre a farci divertire più degli altri. A volte anche Murray, a volte anche Wawrinka e del Potro, ma sono stati meno continui.

A Roma, superata la delusione per le sconfitte dei quattro italiani che ci avevano un po’ illuso piazzandosi negli ottavi, ultimo in ordine di tempo colui sul quale era lecito puntare di più, Matteo Berrettini testa di serie n.4, erano tutti convinti che ci saremmo ritrovati con una finale disputata dai soliti due, Nadal e Djokovic.

Il direttore commenta la sconfitta di Berrettini (con un paragone irriverente)

 

Invece Nadal è già tornato a Maiorca. E non andrà a pescare, ma ad allenarsi più duramente del solito se non vorrà perdere anche a Parigi dove ha vinto tre volte più che a Roma: là sono 12, qua erano 9.

Nove erano anche le sue vittorie consecutive con il più piccolo dei grandi del circuito ATP, “El Peque”, il piccolo, l’argentino Diego Schwartzman. Chi non indovina perché si chiami Diego? Peggio per lui, io non glielo dico.

A fine match ho ricordato cosa disse Gerulaitis quando finalmente battè Connors, e lui si è messo a ridere: “Io posso avere anche sempre perso con certi giocatori, ad esempio con tutti i grandi tre, Rafa, Djokovic e Federer, ma quando entro in campo penso sempre che potrei farcela  rovesciare il pronostico. Oggi ho giocato la più bella partita della mia vita e sono contentissimo. Sì, forse lui non sarò al massimo, forse l’umidità della sera ha rallentato le palle che non prendevano più tanto lo spin, ma io ho giocato proprio bene. Gli ho fatto diversi break? Sì, ma io ho sempre fatto tanti break, la risposta è la parte migliore del mio repertorio…”.

Non solo il simpatico piccoletto di Buenos Aires, che era stato in semifinale al Foro anche un anno fa, non aveva mai battuto Nadal in 9 tentativi e – come mi ha detto lui. Nessuno dei celebri Fab 3, ma non era riuscito mai a battere uno dei primi 5 classificati del mondo in 22 duelli. Eppure un paio d’anni fa lui, l’11 giugno dopo aver raggiunto i quarti al Roland Garros, era arrivato a bussare alla porta dei top-ten. Si era fermato a n.11, come best ranking. Con quella classifica, fra i piccoletti, è stato probabilmente il n.2 di sempre. Harold Solomon, l’americano che perse da Panatta la finale del Roland Garros nel 1976, era alto 1m e 68 cm, vinse 22 tornei e salì fino al quinto posto delle classifiche ATP. Sul metro e 70 di Diego, detto fra noi, non ci giurerei. Deve essere stato misurato con un metro argentino. Secondo me è più piccolo. Ma tant’è.

Piuttosto, al di là del fatto che certamente quello visto ieri sera non era il miglior Nadal…e che la sua partita scopre un diverso scenario sia per Roma, dove il favorito diventa Djokovic a dispetto di una condizione non brillante, sia per Parigi dove gente come Thiem, lo stesso Djokovic e altri possono legittimamente pensare di avere molte più chance di quanto si potesse immaginare.

Rafa Nadal – Internazionali di Roma 2020 (foto Giampiero Sposito)

La vittoria di un tennista che aveva perso nove volte con un altro mi ha fatto ripensare a quelle frasi che dicono i giocatori e che sembrano sempre un esercizio di banalità: “Ogni volta si ricomincia da 0 a 0” è una delle più classiche. Altre? “I Vecchi incontrano non contano”, “Lui non è tipo che molli e ti regali la partita” e via dicendo.

Poi però mi è tornata in mente quella sera al Masters quando con Rino Tommasi  e Gianni Clerici (Roberto Lombardi non c’era ancora) commentavamo per Tele+ (o Telecapodistria?) dal Madison Square Garden e Vitas Gerulaitis battè finalmente Jimmy Connors e se ne uscì con quella frase rimasta storica: “Nessuno batte Viats Gerulaitis 17 volte di fila!”. Un capolavoro. Vitas era un ragazzo straordinario e straordinariamente simpatico. Ho avuto il piacere di partecipare a un paio di party organizzato da lui, a Dallas e New York, dove mi sono divertito da matti. Magnifici, nostalgici ricordi.

ALTRI DUELLI A SENSO UNICO

Sulla scia di quel ricordo ho ripensato ad altre serie di duelli a senso unico che poi improvvisamente venivano interrotti. Un altro “17 senza macchia” che mi viene in mente è quello di Roger Federer con Youzhny, perché tre anni fa all’US Open, secondo turno, il russo era avanti 2 set a uno e corremmo tutti sull’Arthur Ashe increduli.

Maestro Rino mi diceva sempre di quando Arthur Ashe lo incontrava e gli diceva: “Senza di te Rino non avrei mai saputo quante volte di fila ho perso  con Rod Laver!”. Erano 19, quando finalmente Arthur ne vinse una. E su 23 ne avrebbe vinte…addirittura 2. E Rino, che Gianni aveva ribattezzato “ComputeRino”, ne era tutto fiero. Finché arriva a dire un giorno: “Prima di Internet…Internet ero io!

In Australia cinque anni fa ricordo di aver visto Andreas Seppi battere Roger Federer sull’HiSense Arena: Andreas ci aveva perso dieci volte di fila. Giocò una partita magnifica in quel torneo in cui ha raggiunto gli ottavi ben quattro volte.

Sempre in Australia, in quello stesso 2015, si interruppe la striscia positiva di Rafa Nadal con Tomas Berdych: il ceco aveva vinto le prime tre partite, e sembrava che Rafa se ne fosse fatto un complesso. Ma poi ne perse ben 18 di fila! In Australia Berdych spezzò la maledizione. Poi ricominciò a perderci… Alla fine il bilancio sarebbe stato dunque 20 a 4 per il maiorchino.

Ricordo anche, più lontana, una serie di 17 vittorie consecutive di Ivan il Terribile Lendl su un Connors che, otto anni più anziano, sul finir di carriera accusava il peso dell’età. Il bilancio non sarebbe stato però umiliante, perché all’inizio il pur longevo Connors aveva bastonato il ceco tante volte: 22 a 13 i confronti diretti. Una di quelle vittorie di Jimbo venne a un Masters, sempre al Madison Square Garden quando Connors dette del vigliacco (Chicken! Non si traduce come pollo, ma proprio vigliacco) a Lendl che contro di lui nell’ultima giornata del round robin aveva perso apposta il secondo set perché, arrivando secondo nel gruppo dietro Jimbo, avrebbe affrontato in semifinale il ben più battibile Gene Mayer che aveva concluso al primo posto dell’altro gruppo nel quale Bjorn Borg si era piazzato secondo. Lendl fece meri calcoli. Jimbo, orgoglioso com’era, non li avrebbe mai fatti.

Lendl, quando diceva di essere più forte di un altro, non lasciava spiragli. Con Brad Gilbert, che pure è stato n.4 del mondo, ha battuto in Slam o Masters gente come Becker e McEnroe, Ivan è stato implacabile: 16 vittorie a zero. Le stesse di Rafa Nadal con Richard Gasquet che soltanto fra il 2004 e il 2008 è riuscito a strappargli un set in 4 occasioni, ma mai più d’uno.

WTA – Fra le donne le serie di vittorie consecutive fra tenniste di altissimo livello ne ricordo diverse: avevo visto la diciottenne Sharapova battere Serena a Wimbledon nel 2004 e quello stesso anno una mia amica che scriveva di spettacoli su USA Today mi ospitò a Los Angeles e mi portò a Holywood a intervistare nella sua camera d’hotel la bellissima Halle Berry (scrissi l’intervista per Panorama, mi pare) nella settimana in cui Masha ribatté Serena allo Staple Center. C’era papà Yuri Sharapov che faceva un tifo esagerato e fuori da ogni bon ton. Mai e poi mai avrei immaginato che da allora Maria non sarebbe più riuscita a battere Serena, lungo 19 sfide in 16 anni! In compenso Maria ha messo sotto Simona Halep sette volte di fila prima di perderci a Pechino tre anni fa e poi a Roma nel 2018.

Mentre quando vidi Steffi Graf, nella finale del Roland Garros 1988 dare 60 60 a Natasha Zvereva in 34 minuti, non mi sorpresi a constatare che il loro bilancio sarebbe stato 20 a 1 per Steffi, che peraltro poteva vantare anche un 21-0 con Nathalie Tauziat, un 17-0 con Manuela Maleeva, un 21-1 con Helenona Sukova. Uno schiacciasassi, Steffi.

Sono sicuro che i lettori ne ricorderanno altre, io mi sono distratto a scrivere di queste e… tutto per colpa di Nadal che ha perso da Schwartzmann dopo averlo battuto 9 volte di fila! Vabbè, scherzi a parte, abbiamo fatto un po’ di ripasso di storia, non senza aver ricordato che Filippo Volandri resta l’ultimo italiano ad aver raggiunto le semifinali dal Foro Italico 13 anni fa, anno 2017. Ad maiora. Chi secondo voi fra Berrettini, Sinner e Musetti sarà in grado di centrare l’obiettivo per primo? E chi più volte?

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Editoriali del Direttore

Il direttore Scanagatta dà ragione a Binaghi: “Il Paese ne esce male” però…

Insopportabile incoerenza di provvedimenti presi a distanza di una settimana. Anche se nessuno dovrebbe stupirsi più se nell’ambito delle autonomie regionali una Regione sposa il bianco e un’altra il nero

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Roma 2020 (via Twitter, @InteBNLdItalia)

Non appena ho saputo della pronuncia del ministro Spadafora e poi della reazione di Angelo Binaghi, ho chiesto alla redazione di fare subito quel titolo che abbiamo fatto in questa home page. Inclusa, ovviamente, la frase “e ha pure ragione”. Perché secondo me ce l’ha. Per quanto riguarda il mio preannunciato commento che compare nel sottotitolo, sapevo purtroppo che non sarei riuscito a farlo subito.

Ciò a causa delle varie partite in atto, Berrettini-Travaglia, Sinner-Dimitrov, Musetti con Koepfer, le interviste in rapida successione e i concitati colloqui con la redazione in remoto (con quella maledetta tendenza moderna alle chat che ti fanno perdere un sacco di tempo per obiezioni cui ti tocca rispondere e spiegare), con le pratiche e i protocolli COVID in continua evoluzione che arrivano dall’ufficio stampa del Roland Garros per procedere al completamento degli accrediti. Ovviamente a Parigi ho zero problemi, non è come a Roma dove vengono perfino censurate da Supertennis le domande che faccio ma non le risposte dei giocatori. Me lo hanno segnalato lettori che se ne sono accorti perché un paio di giocatori mi hanno chiamato per nome nel rispondermi… Io non avendo guardato le interviste mandate in onda su Supertennis non potevo saperlo.

Ho fatto titolare che Binaghi stavolta ha ragione, per tutta la prima parte delle sue dichiarazioni. In effetti mi chiedo che cosa possa essere mai cambiato in pochi giorni se quel che era stato negato in un primo momento (giusto o sbagliato che fosse quel provvedimento) viene concesso in un secondo. La figura internazionale che fa il nostro Paese è pessima. Sembriamo davvero un Paese poco serio. Per molta gente non è una novità, però non c’era bisogno di dare ragione a chi già lo pensava. Se i nostri politici, di qualunque partito, si preoccupassero maggiormente dell’immagine del Paese, degli interessi del Paese, anziché dei propri personali, non ci troveremmo a sottolineare criticamente quel che sta succedendo.

Io ho sempre sperato che fosse dato l’ok alla presenza del pubblico, ma ritenevo anche fosse impensabile che allo stadio Olimpico per Roma e Lazio, 80.000 posti a 200 metri dal Foro, si negasse l’accesso a uno spettatore e invece per il tennis si dovesse dare l’ok. O tutti e due gli impianti o nessuno, avrebbe detto chiunque dotato di un minimo di coerenza. Così come, per un minimo di coerenza, è inspiegabile contraddirsi a una settimana dall’altra. Ora si dice che alla base dell’ultimo intervento del ministro Spadafora ci sarebbe la considerazione che sia molto più facile controllare 1.000 presenze distribuite in un solo stadio, piuttosto che le stesse in libera circolazione fra un campo e l’altro.

 

Premessa: mi è stato detto da persone bene informate che le richieste a suo tempo avanzate da FIT sono state avanzate in modo poco diplomatico (arrogante?). Si pretendeva inizialmente dalle autorità competenti un ok a 5.000/6.000 spettatori. Solo in un secondo tempo, a un giorno dal sì o al no, si sarebbe accettato come minimo i 3.000 spettatori. Pareva infatti a Binaghi & Co. che aprire i cancelli per solo 1.000 avrebbe creato più costi economici in controlli e servizi piuttosto che vantaggi. Ciò premesso, però, perché adesso si può garantirne l’accesso e prima no? Così, all’ultimo tuffo?

Le domande non finiscono qui. Non si sapeva che le semifinali e le finali sono pochi incontri che quindi si possono programmare in un unico stadio? Eppoi – e qui capisco che la mia è una malignità di tipo andreottiano… ”A pensare male si fa peccato ma spesso ci si indovina”il provedimento ministeriale non sarà mica una conseguenza del grande risalto che hanno avuto in questi giorni e su tutti i media (anche quelli che al tennis dedicano poco o zero spazio) gli exploit record dei quattro azzurri in ottavi?Non sarà mica una conseguenza dell’aver avvertito il generale rimpianto per l’assenza di spettatori a celebrare le imprese dei nostri piccoli e grandi eroi, del duo Maravilha, di Berrettini (l’ho espresso più volte anch’io)?

Non sarà allora che il ministro Spadafora abbia pensato di ricavarsi una vetrina importante riaprendo al pubblico, sia pure soltanto a questi 1.000 spettatori, guadagnandosi così i pubblici ringraziamenti di Binaghi, quelli di tanti appassionati (oltre ai 1.000 che avranno accesso al Foro?) e magari di qualche elettore per le prossime scadenze? Mah, i veri motivi per i quali un ministro, un qualsiasi politico, decide qualcosa, li conosce solo lui. Che poi la situazione COVID sia in perenne osmosi, per cui ogni provvedimento è suscettibile di venire smantellato quasi da un giorno all’altro è certo vero e costituisce un bell’alibi per tutti. Consente di fare e disfare, su tutto. A scapito della serietà percepita.

A Parigi, abbiamo visto, siamo passati dall’ok per 11.500 presenze suddivise in tre zone non incrociabili a un ok ristretto per 5.000 spettatori che invece potrebbero incrociarsi. Questo a causa dell’intensificarsi dei contagi. Ma a Roma per la verità la situazione COVID non mi sembra sia granché cambiata fra una settimana fa e oggi. Credo sia piuttosto stazionaria. Quindi se ho detto che Binaghi ha ragione quando sostiene che il nostro Paese dà un’immagine da… ”roba da matti”, dico anche però che non si può scoprire solo oggi perché si parla di tennis e di sport, che in Italia le autonomie regionali sul discorso sanità si sono manifestate da marzo a oggi. Non è una novità. La si può discutere, contestare, ma non è una novità.

In Emilia Romagna c’è pubblico al circuito di Misano e in Lombardia a quello di Monza no. In Toscana al Mugello sì. In Emilia Romagna per il basket al chiuso sì e da un’altra parte no. A Palermo 300 persone hanno potuto seguire il torneo e a Roma, fino a oggi, no. Ma se usciamo dal terreno dello sport abbiamo visto anche nei protocolli sanitari sui tamponi, i test sierologici, l’obbligo delle mascherine nei locali chiusi, in quelli aperti, che ogni regione ha deciso autonomamente dalle autorità centrali. Quindi fare l’esempio, sentito mille volte per casistiche simili ma trattate diversamente da regione a regione, è un po’ demagogico, populista. O si cambiano le leggi di questo Paese rimettendo in discussione certe autonomie oppure si deve soltanto, con più o meno rassegnazione, prenderne atto. La Lombardia può fare e decidere una cosa, il Veneto che pure è amministrato da una compagine politica identica (la Lega) farne tutta un’altra.

Dire o lamentare “ma perché lui sì e io no?”si può farlo ma alla fine ha l’aria di una lamentazione quasi infantile, comunque vana. “Perché Petrucci e il basket sì a Bologna e io e il tennis no a Roma?” Uno che non sa nulla, dirà, “cavolo, ha proprio ragione!”. Ma se non si arriva a una revisione legislativa per la quale chissà quanto tempo ci vorrà, non serve a nulla sottolineare queste discrasie. Resta tuttavia un fatto: all’estero, perfino dove ci sono organizzazioni politiche federali e discretamente autonome (Svizzera, Germania, Stati Uniti per citare le prime tre che mi vengono a mente) penseranno le peggiori cose di noi, e prenderà sempre più corpo lo stereotipo dell’Italia Paese inaffidabile e incoerente (anche se poi ce ne sono tanti messi pure peggio!). Chi glielo va a spiegare come siamo messi noi nel nostro buffo Paese, se facciamo fatica a capirlo noi?

Sulla parte finale del discorso di Binaghi che dice “stiamo facendo quest’operazione quasi sicuramente in perdita”, beh mi sorprende il quasi. Spero abbiano fatto bene i loro calcoli. Fino a una settimana fa sembrava che sarebbe stata sicuramente in perdita.

Sul discorso “i primi 1000 che dalle 15 di oggi registreranno la loro mail sul nostro sito tra coloro che avevano i biglietti originali per semifinali o finali sul Centrale entreranno”, capisco che non era facile trovare una soluzione equa. Forse sarebbe stato più giusto rispettare un ordine cronologico nelle prenotazioni fatte a suo tempo. Ma magari sbaglio. Così penso che – anche se siamo in un’epoca in cui computer, telefonini e email siano ormai diventati il pane quotidiano della stragrande maggioranza degli italiani – quegli appassionati di una certa età non pratici di email, verranno danneggiati, insieme a quelli che oggi lavoravano e non sapevano nemmeno di poter attivarsi. Mica tutti sono obbligati a star sempre sulla notizia!

Infine: capisco bene che un giorno e mezzo per rimettere in sicurezza l’impianto costringa tutto lo staff organizzativo non sia una tempistica ideale, però che altro si può fare? Invece il ribadire che chi non sarà fra i 1.000 “privilegiati” non ha alternative al famigerato “supervoucher” riconferma l’ostinata volontà di Binaghi di distinguersi da tutti gli altri Masters 1000 che invece hanno provveduto a rimborsare i creditori dei biglietti. E continuo a non capire, anche se ormai è stato già rieletto presidente per i prossimi quattro anni e il sesto mandato, perché proprio non riesca a calarsi nei panni di quegli sfortunati acquirenti cui non offre neppure una seconda opzione. Pervicacemente.


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Editoriali del Direttore

41 anni dopo quattro italiani in ottavi e non c’è nessuno a vedere i nostri piccoli eroi: Musetti, Sinner e il derby azzurro

Una vera beffa. Cosa accadde nel ’79 agli Internazionali di Roma? Era l’era Panatta… Chi ha più ha chances di centrare i quarti fra Sinner (Dimitrov) e Musetti (Koepfer)? E perché?

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Lorenzo Musetti - Internazionali di Roma 2020 (foto torneo)
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È davvero uno scherzo del destino più beffardo. Ma come, e dopo 41 anni!, al Foro Italico ci sono nuovamente quattro tennisti italiani in ottavi di finale e a vederli… non c’è nessuno! Che jella. E c‘è pure, rischiavamo tutti di dimenticarlo, Rafa Nadal, il re della terra battuta, il mostro di Manacor, dominatore di 12 Roland Garros, di 9 Internazionali d’Italia. Scusate… e Djokovic? E che dire del fenomeno Azarenka che si permette di dare 6-0 6-0 a Sofia Kenin, campionessa d’Australia?

Allora, nel ’79, il centrale era un altro ed era lungi dal chiamarsi Pietrangeli. Tutt’al più la gente lo chiamava il Campo delle Statue. Statue di atleti giganteschi delle discipline più svariate e, chissà perché, tutti nudi. Quel campo nel giorno degli ottavi era pieno di gente, sui marmi bianchi la folla straboccava, molti erano rimasti fuori dai cancelli. Tre anni prima Adriano Panatta era diventato il re di Roma, dopo la leggendaria finale vinta con Vilas al termine di una cavalcata indimenticabile cominciata con un match vinto annullando 11 matchpoint al primo turno. L’anno prima, 1978, sempre Adriano si era arreso soltanto in finale e soltanto a Sua Maestà Bjorn Borg 6-3 al quinto, nel famoso – o famigerato? – match delle monetine (che aveva fatto seguito al clamoroso ritiro di Higueras in semifinale). Per chi è troppo giovane, o chi più vecchio è invece smemorato, ricorderò riprendendo dal mio racconto di quella finale quanto accadde.

Panatta, avanti 30-0 nel primo game del quinto set aveva perso otto punti di fila ed erano arrivate a cadere pericolosamente vicino a Bjorn Borg, più d’un paio di monetine. Lo svedese si era parecchio innervosito, comprensibilmente, per quei “diecini” lanciati da un branco di cafonissimi tifosi di Adriano. Ciò era incredibilmente accaduto nonostante che Bjorn, grandissimo signore, avesse restituito per ben tre volte all’amico Panatta un punto insolitamente strappatogli dai giudici di linea per solito affetti invece da miopia patriottica. Rivolgendosi al suo allenatore di sempre Lennart Bergelin, Bjorn aveva fatto capire che sarebbe uscito dal campo se la vergognosa vicenda fosse proseguita ancora. “Un’altra monetina e me ne vado”. La folla capì, e cominciò a gridare “Fuori! Fuori!”. All’indirizzo degli idioti lanciatori. Finché finalmente e tardivamente l’arbitro si decise a fare un appello al pubblico perché si comportasse civilmente pena la sospensione della partita.

 

In un articolo di Antonio Garofalo ritroviamo altri dettagli e queste righe finali: “Bjorn Borg è rimasto in buchetta all’inizio, ma ha poi fatto grande routine, dimostrando un controllo straordinario di se stesso e dei colpi, nel quinto set. Nemmeno decine di monete lanciate dagli artigli degli italopitechi gli impediranno di sommergere alla fine l’eroe de no’antri Adriano Panatta”. Non c’è bisogno di segnalarvi l’autore del meraviglioso affresco.

In quel ’79 del record il programma degli ottavi era quasi tutto… caviale, salmone e pernici. Non sarebbe forse bastato lo stadio Olimpico per accogliere tutti quelli che avrebbero voluto vedere Panatta-Higueras, dopo tutto quel che era successo l’anno prima, Bertolucci-Vilas, Barazzutti-Dibbs e, forse più di Ocleppo-Feigl, Lendl con Gene Mayer nonché Gerulaitis con Alexander e Solomon-Dibbs. Io ricordo che seguivo con attenzione – in mezzo a tanti campioni – anche l’americano Terry Moor, che sarebbe arrivato nei quarti, solo perché per l’appunto quella su Moor era stata una delle mie pochissime vittorie di prestigio quando avevo giocato i match fra college negli Stati Uniti, io nell’Oral Roberts, lui nella South Western Louisiana (se non ricordo male).

Per ricordare il comportamento dei quattro azzurri in quel giorno degli ottavi, Vilas battè Bertolucci 6-3 6-4, Panatta vinse su Higueras 6-4 7-6 e stavolta senza incidenti, Barazzutti perse da Dibbs 7-5 6-4, Ocleppo battè Feigl 6-4 3-6 7-5. Quel torneo del ’79 sarebbe poi stato vinto da Gerulaitis su Vilas dopo una maratona incredibile di 4 ore e 53 minuti 6-7 7-6 6-7 6-4 6-2 il cui racconto trovate qui.

I bagarini in quegli anni facevano affari d’oro. Era l’era Panatta, l’epoca d’oro del tennis italiano. Mai più vissuta. Ora, finalmente, sogniamo di riviverla, grazie a Berrettini e ai due ragazzini (e fa anche rima). Non è facile scrivere un editoriale dopo aver già realizzato un video che riassume le gesta di Lorenzo Musetti (lo trovate a fine articolo), capace di ripetersi ai danni di un Nishikori meno arrendevole di quanto fosse stato nel primo set Wawrinka. Due scalpi illustri, un triplo campione di Slam e un finalista dell’US Open, due ex top five.

Ho infatti aperto il mio intervento sul video, che registro alla meglio con i miei modesti mezzi – mica dispongo dei fondi di Supertennis! Anche se una ricerca della Bocconi sostiene che se avessi dovuto spendere in promozione pubblicitaria l’audience che raccolgo con questi video sarebbe roba che vale parecchi milioni – esclamando (solo per quei pochissimi che questa volta non l’avessero visto pur sapendo che ne faccio uno al giorno): “Altro che prova del 9! Lorenzo Musetti ha superato almeno quella del 18”. I successi conquistati nelle qualificazioni e nei due turni del Masters 1000 romano – primo diciottenne capace di tanto – gli hanno fatto guadagnare 70 posti in classifica ATP. Un balzo da numero 249 a 179. Numeri che devono far riflettere. Se si dice che Sinner, n.81, deve aver pazienza, e con lui i suoi tifosi, quanta ne deve avere Musetti?

Il suo tennis è più brillante di quello di Sinner, ma proprio per questo anche più rischioso. I bassi lo attendono minacciosi più degli alti, nell’immediato. Già il match con un (quasi) carneade tedesco che non è mai stato più su di n.83 del mondo, ma che è mancino – i mancini sono tipi… sinistri, dicevano nel MedioEvo – e qui ha battuto il tignoso De Minaur 7-6 al terzo e un meno tenace Monfils, si presenta tutt’altro che semplice. Bene o male il tedesco che vive in Florida, a Tampa, è tipo che l’anno scorso giunse agli ottavi dell’US Open, anche se noi quasi non ce accorgemmo perché tutti impegnati a seguire le prodezze di Berrettini. Il suo ranking lo deve soprattutto a quell’exploit. Eppure non fa mistero nel dire che la sua miglior superficie è la terra rossa. Uomo avvisato, mezzo salvato, caro Lorenzo Musetti.

Il rischio è che, dopo aver magari dormito pochino per l’impresa bis, ma stavolta senza 24 ore di decompressione, Lorenzo si trovi sulle spalle il peso di dover fare il tris… perché la gente che si è entusiasmata per il suo magnifico rovescio a una mano – ma l’avete visto quel passante che perfino Nishikori si è fermato ad applaudire? – quasi pretende che vinca ancora, anche se fra lui e il tedesco ci sono un centinaio di posti di gap in classifica.

Si ha un bel dire che la classifica non conta, ma invece qualcosa di solito significa. Non ho poi avuto tempo di vedere come Lorenzo se la cavi con i mancini. Ma certo non ne avrà incontrati a bizzeffe. Sarà un problemino in più, in aggiunta a quello di una inevitabile stanchezza per i match disputati a Roma e in tutte le ultime settimane senza sosta. Per tutti questi motivi forse il match di oggi è più difficile dei due che l’hanno preceduto. Non difficile come l’eventuale prossimo comunque… perché nei quarti gli toccherebbe Djokovic (più che Krajinovic, vero?).

Mi sono sbilanciato di più, invece, per il match Sinner-Dimitrov. E, sempre nel video… beh no, questa volta non ve lo dico, altrimenti che lo faccio a fare? Anzi, sapete che vi dico? In attesa delle immancabili scuse della FIT per il mio mancato accredito stampa, vado in salotto con brioche e cappuccino davanti alla tv a godermi il duello nazionale e mattutino (qui trovate il programma completo di oggi), Berrettini-Travaglia, per il quale posso sbilanciarmi in un pronostico sicuro: il match non sarà interrotto, come ieri sera, per un black-out elettrico piuttosto imbarazzante.

Smentisco infine, lieto così facendo di restituire un minimo di speranza ai creditori di sette milioni di biglietti, la fake news circolata ieri sera secondo la quale pareva che Angelo Binaghi non avesse pagato la bolletta all’Enel a seguito della mancata vendita degli altri biglietti. Con la previsione di un prossimo fatturato simile a quello della Federcalcio, la FIT ha fatto anche sapere di essere perfettamente in regola con le bollette: si è trattato di un semplice guasto tecnico.


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