Federer: "Preferirei chiudere l'anno da n.1"

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Federer: “Preferirei chiudere l’anno da n.1”

MONTREAL – Subito dopo la sconfitta in finale, lo svizzero ha espresso i propri dubbi sulla sua presenza in Ohio. E ha una preferenza sul discorso n.1

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Puoi dirci come ti sentivi fisicamente oggi, anche a partire dal riscaldamento e durante il match? Qual è il piano per i prossimi giorni?
Stasero parto per Cincinnati, poi prenderò una decisione in un paio di giorni e vedrò, dopo cinque giorni di partite, se sarò pronto per giocare a Cincinnati la prossima settimana o no. Mi sono sentito bene tutta la settimana. Ho avuto un dolore muscolare, dolori qua e là, ma solo perché sono tornato a giocare sul cemento. Dopo le vacanze e gli allenamenti, è sempre uno shock per il corpo. Dovremo aspettare e vedere come mi sentirò nei prossimi due giorni.

In questo torneo sono arrivati in fondo Zverev, 20 anni, e Shapovalov, 18. Come vedi la prossima generazione di giocatori? Come li hai visti in questo torneo?
Mi è piaciuto veder giocare Denis. Credo che abbia giocato i migliori match del torneo, con tutti quei gran match al terzo che ha avuto, specialmente quello contro Rafa. Credo che abbia catturato l’attenzione del mondo del tennis, e giustamente. Mi è davvero piaciuto guardarlo. Alexander è in giro da un po’, non tanto, ma ci siamo già affrontati quattro o cinque volte (quattro + l’esibizione in Hopman Cup, ndr), ci siamo allenati molto. È estremamente difficile batterlo. Ha vinto due Masters 1000 quest’anno. È un traguardo meraviglioso per lui, gli auguro il meglio per i prossimi mesi e spero che possa finire la stagione alla grande perché ora ha delle opportunità. Sono sicuro che ci saranno dei giocatori che emergeranno. Spero che ci sia un gruppo ancora più grande di giocatori di 18,20, 22 anni. Ma abbiamo già ragazzi forti, il che è fantastico per il gioco. Un giorno renderanno lo sport migliore.

Cosa significherebbe di più per te: arrivare agli Us Open da numero uno o riuscirci alla fine dell’anno?
Se potessi scegliere, preferirei chiudere l’anno al numero uno. Vorrebbe dire di più. Poi così potrei essere in vacanza con il n ° 1, non è una brutta cosa (sorride). Prima degli Us Open tutto quello che devo fare è parlarne con la stampa, dire come mi sento. Non bene (scherzando).

 

Come ti senti in relazione alla tua forma in previsione degli US Open? Quanto sarebbe grande per te ottenere tre Slam in un anno e il 20esimo in totale?
Sarebbe del tutto incredibile. Da adesso fino agli Us Open devo pensare a qual è la mia migliore opportunità per sentirmi bene lì. Ci saranno palle e condizioni di gioco diverse, il che renderà il gioco differente. Non ho mai giocato nel nuovo stadio perché l’anno scorso non ero a New York. Come ho detto, i prossimi due giorni saranno importanti per me per prendere una decisione riguardo Cincinnati. Poi penserò agli Us Open, dove ovviamente voglio essere nella miglior forma possibile. Vincere il mio terzo Slam dell’anno, il 20esimo in carriera, sarebbe completamente incredibile.

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Soderling dietro la racchetta: “Il tennis offusca la percezione della realtà”

Il palcoscenico e una carriera sempre in rampa di lancio, poi la malattia e la necessità di ritrovare una dimensione reale. “L’agonismo è una minima parte delle nostre vite. Tutto è vago, tutto sembra enorme”

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Si ride e si scherza ma il tempo che Robin Soderling ha già passato lontano dal circuito professionistico avvicina pericolosamente i dieci anni. Concluse a casa, a Bastad, peraltro sollevando un trofeo anche se il dato potrebbe sembrare secondario, e in effetti lo è. Quando si pensa all’ultimo grande giocatore prodotto dalla storica scuola svedese, la cui crisi è stata forse infine resa reversibile dai discreti risultati prodotti nell’ultimo anno dai fratelli Ymer, si tende un po’ a dimenticare che quando Soderling ha appeso la racchetta al chiodo le sue primavere erano solo ventisette.

Ospite di turno nel salotto di Noah Rubin, l’ex numero quattro delle classifiche mondiali conferma la percezione distorta della vita che la prolungata frequentazione del palcoscenico può provocare nei campioni e in coloro che li ammirano. “Tutto è vago, tutto sembra enorme,” ha voluto sottolineare il povero Robin sul taccuino digitale di Behind the Racquet, “gli atleti famosi incarnano ciclicamente l’emblema degli esseri immortali destinati a giocare per sempre, invece dura poco. Ho smesso da quasi dieci anni e sembra passata una vita. Ma fa ancora più impressione il fatto che ho mollato tutto a ventisette anni: per l’agonismo non sei lontanissimo dall’imboccare la via del tramonto, ma per la vita reale sei un ragazzino obbligato a pensare al futuro senza tennis, ed è giusto che sia così“.

Il suo percorso si è interrotto sul più bello, come si dice, ma aveva iniziato a essere accidentato molto prima che il ragazzo si decidesse ad alzare bandiera bianca. “Ho cominciato ad avere i primi problemi nel 2009. Giocavo, mi allenavo e facevo una fatica tremenda a recuperare. Mi sentivo stanco, spossato e anche spaesato, perché non mi era mai capitato prima“. Fu a quel punto che iniziò il tour dei medici e delle cliniche specializzate. “Ho fatto centinaia di esami che restituivano immancabilmente esiti rassicuranti, i medici dicevano che era tutto a posto ma nell’intimo sapevo che qualcosa non andava. Alla fine la verità venne a galla: il mio sistema immunitario non funzionava a dovere e questo grave problema, unito al sovrallenamento al quale mi sottoponevo per tentare di uscire dal tunnel, ha sconfitto ogni resistenza del mio corpo. Quando ho scoperto di avere la mononucleosi tutto è andato definitivamente a rotoli“.

 
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Non che Robin non le abbia provate tutte, per trovare una quadra con il suo organismo in ribellione. “Staccavo per qualche giorno e mi sentivo meglio, provavo allora ad allenarmi a fondo e tornavo uno straccio. Dopo l’ultimo torneo a Bastad, e almeno tre tentativi di tornare al top andati a vuoto, mi sono detto che non aveva senso continuare“. A volte le porte della vita, per soggetti che non hanno conosciuto altro che l’agonismo, iniziano a girare proprio in questi momenti. “Non subito, però,” ha tenuto a specificare Soderling, “perché le sensazioni sono state alquanto strane. Per i primi sei mesi dopo il ritiro del tennis non mi è interessato nulla, anzi ero sollevato. Solo dopo, quando guardavo dal divano giocare avversari che pochissimo tempo prima sfidavo e battevo, sono tornato a provare il desiderio di tornare in campo“.

Il treno, tuttavia, aveva lasciato la stazione da un po’: “Ho impiegato cinque anni a liberarmi di ogni sintomo connesso alla mononucleosi, e a quel punto era tardi per tornare a giocare seriamente. Mi sono guardato allo specchio e mi sono detto che ero stato uno stupido, che avevo pensato troppo al tennis, che non ero mai stato capace di staccare la spina tra un torneo e l’altro. Che avrei dovuto studiare qualcosa passati i vent’anni, perché la carriera dura molto meno di quanto ci si aspetti e occorre avere altre competenze, altre conoscenze, una cultura più vasta. Anche perché distogliere l’attenzione dal lavoro, nel tennis come in ogni altro campo, aiuta a sentire meno la pressione“.

Consuntivi a parte, comunque sintomatici di un essere pensante di un certo spessore, occorre dire che fintanto che è durata, la carriera di Robin ha toccato livelli piuttosto alti. In un particolare frangente, siamo costretti a dire, quello che tutti conoscono e nessuno perde occasione di ricordargli: “La vittoria contro Nadal a Parigi nel 2009 resta un grande risultato, il più famoso. Ci ho messo diverso tempo a realizzare, a mettere le cose nella giusta prospettiva. Dopo la stretta di mano mi sembrava di aver vinto la finale, considerato l’incredibile caos generato da quel match, invece erano solo ottavi. È stato difficile tenere i piedi per terra: quando sono tornato negli spogliatoi ho trovato circa trecentocinquanta messaggi sul telefono, ma mi sono dovuto imporre una certa calma. Non volevo essere ricordato come il tizio che ha battuto per la prima volta Nadal al Roland Garros e ha perso la partita successiva“.

Come si diceva, molto sta nell’osservare i fatti dalla giusta angolazione. “In tantissimi si sono complimentati per quell’incontro, in parecchi lo fanno ancora oggi. Ma il clamore seguito a quella vittoria è solo merito di Nadal: non nascerà mai più un tennista capace di vincere per dodici volte lo stesso torneo dello Slam“.

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Mats Wilander: “Lo stop? Chi ci rimette è Djokovic. Non credo si giocherà lo US Open”

L’Equipe ha intervistato Mats Wilander: “Questa pausa un momento di sollievo per il pianeta. Il Roland Garros non è stato egoista”

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Mats Wilander - Roland Garros 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Il quotidiano d’Oltralpe L’Equipe ha intervistato Mats Wilander all’indomani della cancellazione dell’edizione 2020 dei Championships. Lo svedese, ex n. 1 del mondo e voce autorevole di Eurosport, vive attualmente negli Stati Uniti, nello stato dell’Idaho, nel quale non è stato ancora messo in vigore il confinamento a causa dell’epidemia da COVID-19.

“Se posso ancora giocare a tennis? Cerco di palleggiare più volte alla settimana” dichiara Mats, “con una macchina lanciapalle o con un amico, perché in fondo un campo da tennis è abbastanza grande per mantenere una certa distanza di sicurezza. E siccome c’è ancora la neve, scio ogni giorno“.

Le manca il circuito? “Oh sì! I momenti che trascorro davanti alla televisione a mezzogiorno e poi la sera, mi mancano tantissimo. Mi manca il tennis dal vivo, è il momento più interessante della stagione. Dall’inizio di marzo alla metà di luglio è un tennis continuo. Indian Wells, Miami, la terra rossa, Roland Garros, Wimbledon di seguito… In questo momento stiamo perdendo il meglio. È orribile per i tifosi del tennis!”.

 

Anche per i giocatori… “Certo. Per loro è un’occasione per allenarsi di più, se ne hanno la possibilità. Ma la cosa più complicata è mantenere la motivazione perché non si sa esattamente per cosa ci si stia allenando e con quale obiettivo. È un po’ come guardare la semifinale tra Isner e Anderson a Wimbledon, non sai quando finirà! Credo sia positivo solo per i giocatori che avevano terminato la tournée australiana con un infortunio e quando si riprenderà tutti ripartiranno da zero”.

Come vive Mats la notizia della cancellazione di Wimbledon quest’anno? Per un tennista è anche un modo per realizzare quanto siamo fortunati a disputare un torneo come questo ogni anno. Può essere l’occasione per rendersi conto quanto Wimbledon o il Roland Garros siano importanti per il gioco. E quanto siamo fortunati. Il mondo occidentale è privilegiato, almeno un terzo della popolazione mondiale lotta ogni giorno semplicemente per poter mangiare. Questa è la realtà del mondo. Con questa pausa, viene concesso alla Terra un anno di riposo. Nel dramma che stiamo vivendo, è l’unico elemento davvero positivo“.

Chi ci sta rimettendo di più in questo momento? “Il grande perdente è Djokovic. Non ha ancora perso un match e ovviamente questo virus ha interrotto la sua corsa. Ci rimettono anche gli altri ragazzi che incalzano i Big3. Certo, hanno fatto molti progressi ma giocatori come Shapovalov, Tsitsipas, o Auger-Aliassime crescono soprattutto durante i tornei. Ad ogni modo, quando si è giovani, l’allenamento non ti interessa poi così tanto, non hai voglia di fare quattro ore di rovesci! Vuoi giocare le partite”.

Novak Djokovic – Dubai 2020 (via Twitter, @DDFTennis)

Come ha reagito alla decisione de Roland Garros di spostare le date all’autunno?All’inizio ho ritenuto la cosa straordinaria perché avremmo ritrovato uno stadio nuovo di zecca, come se cominciasse un torneo nuovo. Dal punto di vista logistico, è una cosa buona per il torneo. Il Roland Rarros normalmente subentra dopo una successione di grandi tornei storici come Montecarlo, Barcellona, Madrid, Roma, è una sorta di apoteosi. Mentre Wimbledon è sempre stato un po’ da solo, in mezzo al nulla. Ma è anche questo che ne determina la grandezza“.

La Federazione francese egoista? Asolutamente no. Era l’unica soluzione possibile, credo. Chi è davvero egoista è il comportamento del genere umano nei confronti del pianeta, tutto questo inquinamento senza limiti“.

La decisione unilaterale del Roland Garros solleva ancora una volta il problema della dirigenza. Non crede sia giunto il momento di ricorrere ad una dirigenza unica o ad un team di “commissioners“?Non credo al potere nelle mani di un solo uomo. La cosa chiara è che i quattro tornei dello Slam sono i quattro presidenti del mondo del tennis. La Federazione francese ha deciso, ok. Ma per quanto ne sappia, anche il torneo di Indian Wells ha deciso di annullare l’evento senza consultare chicchessia! I francesi non sono stati i primi. Credo nel dialogo e nella democrazia; penso che questo dramma sia l’occasione per far sì che tutti si riuniscano attorno ad un tavolo per risolvere i grandi problemi del tennis, a cominciare dal calendario”.

E lo US Open? Non penso che lo US Open possa svolgersi nelle date previste perché non credo che in America la situazione sia davvero sotto controllo. New York è molto colpita dal virus, nessuno si aspettava che accadesse una cosa del genere. Questo virus è un segnale d’allarme per il mondo occidentale, privilegiato e non sempre consapevole della propria fortuna”.

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Gérard Tsobanian, CEO del Madrid Open: “Sulla terra prima di Parigi? Una possibilità anche per Roma”

Il presidente del torneo di Madrid lucido e prudente nell’intervista a L’Equipe: “Roma e Madrid stanno valutando nuove date ma è complicato. Il Roland Garros? Ha fatto la scelta giusta. Oltre un limite, annullare l’intera stagione”

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Madrid (foto via Twitter, @MutuaMadridOpen)

Gérard Tsobanian, presidente e organizzatore (insieme a Ion Tiriac) del Mutua Madrid Open, ha parlato della situazione in cui versa il tennis mondiale in piena crisi da Covid-19 in una intervista concessa a L’Equipe. Dopo la sospensione di tutti gli eventi ATP e WTA fino al 13 luglio e la cancellazione di Wimbledon – il Roland Garros, con decisione univoca, dovrebbe svolgersi dal 20 settembre – e il rinvio delle Olimpiadi all’estate 2021, alcuni Masters 1000 (Miami, Roma e Madrid) stanno ancora valutando la possibilità di ricollocarsi nella seconda parte della stagione… pandemia permettendo.

Sono preoccupato, ci sono tanti punti interrogativi” rivela Tsobanian al quotidiano francese. “I giocatori vengono da tutto il mondo e coloro che giungono da una zona che ha superato l’epidemia non vorranno venire in un’area ancora infetta. Se ci proiettiamo nell’avvenire, sappiamo che avremo paura di ritornare negli stadi di calcio della propria città, figuriamoci in un luogo pieno di gente proveniente da tante parti del mondo, dall’Asia, dagli Stati uniti, Sudamerica… Dobbiamo essere realisti. La real politik, netta e crudele, è che se non viene trovato un vaccino efficace che ci rassicuri, la situazione sarà molto molto complicata“.

Al punto che il circuito potrebbe essere definitivamente sospeso nel 2020?Purtroppo penso di sì. Si è parlato di tornei a porte chiuse, ma cosa significa? Il tennis è condivisione, i giocatori sono in campo, vogliono vivere le proprie emozioni con la folla, è una festa, non è solo un torneo. È come cucinare una buona pietanza senza l’ingrediente che le dia tutto il sapore. Gli eventi a porte chiuse sarebbero tristi e perderebbero tutto il fascino di quello che dovrebbe essere un bel momento per tutti. Ora come ora, non possiamo stabilire un calendario certo, ci sarebbe il rischio di cambiare di nuovo tra due o tre settimane perché la situazione non migliora“.

 

Ma che ne è allora della situazione attuale del calendario? “In quanto membro del gruppo dei direttori dei tornei europei dell’ATP e mondiali della WTA, sono in costante dialogo con i giocatori, con tutti i direttori dei tornei, i dirigenti dei due circuiti per considerare le idee, le misure che potrebbero essere adottate, il calendario, il clima… Ci sono così tante opzioni e variabili che è un po’ difficile farsi un’idea chiara ma, con il passare delle settimane, le varie possibilità vengono meno. Si pensava perfino di collocare in luglio un Masters 1000 americano, Miami, ma non penso si possa fare. E, inoltre, che dei tornei su terra rossa possano svolgersi la settimana che precede il Roland Garros. Sarebbe una possibilità per Madrid o Roma e per dei tornei ‘250’. Si stanno valutando queste opzioni in seno all’ATP e alla WTA per salvare il salvabile. Ma più passano le settimane, più sembra difficile e significherebbe solo un mantenersi a galla. Qualunque cosa accada, l’anno 2020 sarà molto danneggiato”.

Che cosa bisognerebbe fare allora?Penso sia necessario fissare una data limite oltre la quale l’ATP e la WTA decreteranno l’annullamento della stagione. La si cancella dal calendario e si ricomincia. Bisognerebbe fermare tutto al 31 dicembre 2019 per ricominciare il 1 gennaio 2021. Non c’è classifica che tenga, i punti… ‘back to the future to start the future'”.

Nel frattempo, stando alle parole di Tsobanian, sembra che Madrid resti candidata all’eventuale riprogrammazione: la cancellazione potrebbe non essere definitiva. “Sì, ma non possiamo decidere di corsa e dare una data come ha fatto il Roland Garros. Ritengo sia stato coraggioso da parte loro e forse un po’ ottimista. È la data più lontana per le condizioni climatiche, con l’idea di salvare l’evento per quest’anno. Penso che abbiano fatto la scelta giusta. Hanno tarpato le ali a Wimbledon che avrebbe potuto infilarsi in quella data. Ma attualmente non possiamo stabilire un calendario fisso. Per ora bisogna controllare come si evolve la pandemia in Europa e nel mondo. Inutile investire in nuove spese per poi annullare di nuovo. Non bisogna dimenticare che in ogni torneo ci sono essere umani che lavorano e bisogna prendere coscienza della situazione reale: una catastrofe sanitaria che niente e nessuno può impedire”

In chiusura sulla cancellazione dello Slam londinese: “Wimbledon è il tempio del tennis, intoccabile, saldo come una roccia che non può venire intaccato. Se un torneo così sacrosanto viene annullato, vuol dire che siamo tutti in pericolo. Siamo tutti vulnerabili, l’abbiamo appena visto, non hanno resistito neanche le Olimpiadi”.

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