Mercoledì da leoni: McEnroe, è lesa maestà a Cincinnati 1984

Racconti

Mercoledì da leoni: McEnroe, è lesa maestà a Cincinnati 1984

Imprese più o meno grandi compiute da tennisti non particolarmente noti al grande pubblico. Questa volta siamo andati a vedere cosa successe nell’estate del 1984 a Mason (Ohio), per mano di Vijay Amritraj

Pubblicato

il

 
 

Per gli amanti della letteratura, il 1984 è George Orwell. Per quelli della musica è Annie Lennox e i suoi Eurythmics, che diedero suoni e parole alla colonna sonora del film omonimo diretto da Michael Radford. Oppure è il New Gold Dream dei Simple Minds, ve lo ricordate l’incalzante “81-82-83-84” cantato da Jim Kerr?

E per il tennis? Facile. Il 1984 è l’anno di John McEnroe. In quella clamorosa stagione, che ben presto sarebbe diventata termine di paragone per altre simili fatte registrare da suoi più che degni colleghi di mestiere, l’irascibile geniaccio di Wiesbaden ebbe a perdere appena tre incontri, di cui due soli nel circuito, di cui uno solo lontano dalla terra. Ed è proprio di questo che parleremo oggi.

Cinque anni prima, nel 1979, il Cincinnati Open aveva cambiato definitivamente pelle. Dalle sponde dell’Ohio River, all’interno dell’Old Coney Amusement Park, il grande tennis aveva levato le tende per trasferirsi nel nuovo impianto creato a Mason grazie all’intervento dello studio di architetti Browning Day Mullins Dierdorf. Qui, con un nuovo stadio che inizialmente poteva ospitare 6.900 spettatori seduti, i giocatori non dovettero più scrollarsi dalle suole la terra verde perché tutti i campi del Lindner Family Tennis Center erano in quello che viene volgarmente definito cemento.

 

Incurante della leggenda urbana denominata “Sports Illustrated Cover Jinx”, John McEnroe posò per la copertina della prestigiosa rivista uscita in edicola il 16 luglio di quell’anno. Nel 1984, il newyorchese era più forte di tutti. Anche dei gatti neri e della presunta sfortuna che pareva colpire chi veniva scelto da SI. L’unico ad averlo fermato, fino a quel momento, era stato Ivan Lendl in una finale di Parigi in cui John aveva applicato anche alla terra rossa il suo credo offensivo fino a pagarne duramente lo sforzo dopo aver scialacquato più di un’occasione. Una buona dose di erba (Queen’s e Wimbledon) aveva però ben presto fatto dimenticare a John la malefatta di Parigi e nella finale di Church Road aveva dominato Connors raggiungendo forse il punto più alto della sua carriera. Lo stesso Jimbo era stato l’unico a strappargli un set a Toronto, negli Open del Canada, la settimana antecedente Cincinnati.

In Ohio, l’indiscusso numero 1 del mondo avrebbe debuttato contro Vijay Amritraj, un elegante trentenne di Madras avviato sul viale del tramonto di una carriera assai prestigiosa se commisurata alle origini. Dieci anni prima gli “Amritraj Brothers” avevano portato l’India alla sua seconda finale assoluta di Coppa Davis (dopo quella persa in Australia nel ’66) ma il governo del primo ministro Indira Gandhi aveva impedito ai suoi rappresentanti di recarsi a Ellis Park, nei campi in cui giocavano solo i bianchi e sulle cui tribune i sostenitori indiani sarebbero stati praticamente ghettizzati. Pur avendo perso un’ottima occasione di mettere le mani sull’insalatiera – anche se, lontano dalla lunga e soffice erba di casa gli asiatici erano assai più vulnerabili – l’India aveva mostrato coerenza e avrebbe dovuto attendere altri tredici anni per tornare in finale, stavolta però giocandosela senza un briciolo di speranza allo Scandinavium di Goteborg contro lo squadrone svedese.

Ma i rivoli della storia ci stanno allontanando dalla nostra vicenda ed è all’estate di quel 1984 che dobbiamo necessariamente tornare; quando cioè Vijay aveva messo in bacheca una decina di titoli in più (saranno 16 in totale al momento di appendere la racchetta al chiodo) e dieci anni di esperienza, oltre a vittorie contro tutti i migliori del tempo. Secondo di tre fratelli, a differenza del più anziano Anand e del più giovane Ashok, Vijay riuscì a trovare una dimensione di assoluta eccellenza anche in singolare. Nell’estate del 1977, i tre fratelli giocarono il doppio a Wimbledon (Ashok in coppia con l’australiano Gardiner) nello stesso anno in cui i Lloyd (John, David e Tony) fecero lo stesso ma nessuno dei sei andò oltre il terzo turno.

Proprio all’interno dei “clericiani” sacri recinti, Vijay aveva visto trasformarsi in incubi un paio dei suoi migliori sogni. Nel ’73, l’anno del boicottaggio, era stato a uno smash (fallito) dal procurarsi due match-point nei quarti contro Jan Kodes, che poi avrebbe alzato il trofeo; sei anni più tardi, al secondo turno, imbrigliò il tre volte consecutive campione del torneo Bjorn Borg per quattro set, non sfruttò un break di vantaggio nel quarto e alla lunga venne sfiancato dai passanti dell’orso biondo. Tuttavia, nulla aveva mai scalfito la sua principesca impostazione distribuita lungo 193 centimetri di grazia inusuale, servizi seguiti a rete da volée secche e la gioia di avere l’occasione di inseguire una pallina, lui che da bambino aveva contratto una rara malattia ai polmoni e che i genitori avevano avviato al tennis con enormi sacrifici per farlo stare all’aria aperta.

Non era la prima volta che Vijay affrontava John, anzi. Era la dodicesima e l’indiano l’aveva spuntata in una sola occasione, a Montreal nell’81, quando aveva recuperato un set all’americano annullando un match-point e dominando il terzo (5-7, 7-6, 6-1). Ma tre anni prima Vijay era un altro giocatore, navigava nelle zone nobili del ranking ed era stato avanti di due set con Connors nei quarti a Wimbledon, prima dell’ennesimo crollo.

Adesso invece la stella dell’indiano si era opacizzata. Un 1984 in cui Vijay aveva fatto parlare di sé soprattutto per essere uscito dai primi 100 dopo il capitombolo di Wimbledon contro il tedesco Schwaier, rimediato solo in parte dal titolo conquistato a Newport, erba di conquista per i delusi dei Championships. Amritraj si presentava a Cincinnati con un record di 10-8 ma nel mini-tour dell’Ohio si era fatto battere da David Pate a Cleveland e da Hank Pfister a Columbus, due americani che gravitavano attorno alla 150esima posizione mondiale.

Quel martedì 21 agosto aveva già avuto un preambolo sorprendente con la sconfitta in due set del n°4 Aaron Krickstein per mano del qualificato israeliano Shahar Perkiss, ma nessuno poteva ipotizzare ciò che sarebbe successo sul campo centrale. Il primo parziale è incerto, equilibrato. Vijay si tiene a contatto con l’imbattibile avversario grazie a un servizio costante e incisivo ma alla fine tutto quello che ne ricava è una dignitosa resa al tie-break. I suoi gesti ricordano da vicino gli americani Stan Smith (soprattutto nella battuta) e Arthur Ashe (nei colpi di rimbalzo e nelle volee). Vijay lavora con cura prima e seconda palla mentre dritto e rovescio non sono inquinati da alcuna rotazione, piatti e fendenti come dardi.

Attaccare un attaccante è sempre una buona idea ma occorre qualcosa di più per invertire la rotta di una tendenza che, nel corso degli anni, ti ha quasi sempre visto soccombere nei confronti di un determinato rivale. Anche se hai fatto penare Connors e hai battuto almeno una volta tutti i migliori della tua epoca, c’è sempre qualcuno che ti è più indigesto di altri. Questo è McEnroe per Amritraj, ma all’inizio del secondo set arriva finalmente il break, poi un altro e siamo 6-2 e un set pari. L’indiscusso numero 1 del pianeta tennis viene sospinto sempre più dietro la linea di fondo campo dall’inusitata profondità degli approcci dell’indiano e in apertura di terzo set arriva un altro break, quello di non ritorno.

Sono sorpreso da come ha giocato lui” dirà John McEnroe a fine partita. “Perdere un match non è certo la fine del mondo, anche quest’anno finora era successo raramente. Ha servito benissimo e mi ha tolto il controllo della sfida. Non c’è altro da aggiungere”. Per lui, forse. Perché invece Vijay ha qualcosa da dire. “Oggi mi sentivo davvero bene e ho disputato il miglior match dell’anno. Essere riuscito a non perdere mai la battuta è qualcosa di speciale. Non è la miglior partita della mia vita. Penso di aver giocato meglio quando sconfissi Laver agli Us Open del 1973”.

Amritraj chiude 6-3 il terzo set e consegna agli archivi l’unico neo di John McEnroe sui fondi rapidi in quel magico 1984. Dal giorno successivo, la terra riprende a girare nel verso giusto. Vijay perde subito con il connazionale Ramesh Krishnan mentre McEnroe torna a casa con qualche giorno di anticipo e dominerà gli imminenti US Open e il resto della stagione, facendosi beffare solo da Sundstrom nella finale di Coppa Davis.

Prima di darsi al cinema e a un dopo-carriera diviso tra telecronache, impegni politici all’interno dell’ATP e fondazioni umanitarie, Vijay troverà modo di far brillare il suo gioco ancora per qualche anno, togliendosi un paio di soddisfazioni sui prati. A Bristol, nel 1986, metterà in bacheca l’ultimo di 16 titoli conquistati nel circuito maggiore e l’anno successivo darà un contributo determinante alla causa indiana in Davis, cogliendo la seconda finale nella storia del suo paese. Il canto del cigno di un grande personaggio a cui idealmente si sarebbe potuto ispirare Kipling nella sua celebre poesia “If”, se mai il grande scrittore avesse immaginato che un giorno un estratto di essa avrebbe campeggiato all’ingresso del Centre Court di Wimbledon.

Continua a leggere
Commenti

Flash

Scene di famiglia in Canada: Aliassime suona il pianoforte prima della sua festa a sorpresa, Maria si allena con le figlie

Felix Auger-Aliassime si destreggia eccome anche con la musica, Tatjana Maria ha due nuovi piccoli membri nel team

Pubblicato

il

Felix Auger-Aliassime al pianoforte - Montreal 2022

I primi giorni di agosto sono particolarmente ricchi sotto l’aspetto dei compleanni nel mondo tennistico, e dopo quello di Roger Federer (celebrato a dovere dal campione svizzero capace di far emozionare il piccolo Zizou), e di Rod Laver (che in regalo ha ricevuto due top10), è toccato anche a Felix Auger-Aliassime. Il tennista canadese ha festeggiato l’8 agosto il suo 22esimo compleanno proprio durante il torneo di casa, e gli organizzatori hanno pensato bene di preparargli una sorpresa. Inizialmente il n.9 del mondo Aliassime si era preparato per una esibizione al pianoforte – strumento dove si destreggia egregiamente – al fianco della compositrice Alexandra Stréliski. Dopo qualche pezzo, i due hanno iniziato ad intonare ‘Tanti auguri a te’… e a quel punto tutti gli amici e parenti del tennista sono usciti allo scoperto, suscitando non poca emozione nel giovane tennista. Preso dalle lacrime, Felix ha ringraziato tutti prima di procedere ai festeggiamenti.

A quanto pare il torneo National Bank Open non vuole essere avaro di situazioni emotive in questa edizione; e mentre a Montreal andava in scena la festa di Aliassime, a Toronto Tatjana Maria si allenava con il prezioso aiuto delle sue due figlie, Charlotte, nove anni, e Cecilia, uno.

 

Continua a leggere

evidenza

Umago Stories 4: “So cosa hai fatto l’estate scorsa”

Cancellato nel 2020, il Croatia Open è tornato nel luglio 2021: ma in che vesti? In ritardo di un anno (o abbastanza puntuali), tornano le storie a margine dell’ATP 250 sulla riva orientale dell’Adriatico

Pubblicato

il

ATP Umago – All'esterno dei campi esterni (foto MS)

Umago Stories

Umago Stories 2

Umago Stories 3

 

Domanda scaduta

Sono passati sette giorni dalla finale di Wimbledon raggiunta da Matteo Berrettini quando sul campo da tennis ti domandano perché tu non sia a Umago a vederti un Cobolli-Altmaier in azione proprio in quel momento. Non hai una buona risposta. Pensi anzi che vorresti essere là anche per Holger Vitus Nodskov Rune e chiedergli se, all’anagrafe, i suoi genitori o l’impiegato si siano dimenticati di mettere la virgola dopo Holger e così deve andare in giro con un numero insensato di nomi. E, in ogni caso, se la tendenza è di abbreviare come insegna Sir Andrew Barron Murray, quell’Holger Vitus eccetera vuole essere un vezzo distintivo oppure si è registrato “al completo” presso l’ATP per rompere le scatole a chi ne scrive? Scrive di lui, non delle scatole. Il problema di base è però la regola del Croatia Open 2021 “no media on site”, niente scrittori di tennis sul posto: ecco perché non sei là. Non che ciò ti impedisca di andarci come spettatore, in effetti. Deciderai con calma, mentre per la tua domanda al giovane danese ci sarà un’altra occasione. No, non ci sarà, perché in novembre si libererà di un paio di nomi diventando semplicemente Holger Rune. Anche se è quello che auspicavi dall’inizio, sospetti che l’abbia fatto solo per privarti del piacere di esibire l’arguta domanda.

Invisibile ma non abbastanza

Hai preparato praticamente tutto e riempito l’auto la sera prima, ti sei alzato ragionevolmente presto, eppure imbocchi l’autostrada quando è ormai mezzogiorno. Destinazione Umago. Gli incontri iniziano alle 16.30, non vuoi perderne neanche un minuto eppure ti permetti una sosta in stile Aldo di Aldo Giovanni e Giacomo in homeriano ritardo nel film Chiedimi se sono felice. La decisione di partire presa una dozzina di ore prima implica il pernottamento in campeggio e relativo uso della tenda “getta e usa” che getti all’ombra di un grosso albero quando stanno per scoccare le 16. Voli nella doccia, i cui socialmente inderogabili nonché benefici effetti saranno poco dopo vanificati dai cinque minuti di attesa al sole davanti alla biglietteria – il tempo necessario alla coppia entrata prima di te per compiere chissà quale complessa e certamente oscura operazione. Da dietro il banco, la ragazza ti dice che la tribuna ovest è sold out e dovrai perciò abbronzarti il lato sinistro del viso appollaiato nelle vicinanze della telecamera principale. Durante i cambi campo del match tra il mancino italico e il gallo monomane, getti lo sguardo oltre il parapetto verso il doppio in corso sul campo 1 in modo da prendere il sole anche sulla guancia destra. Il match sembra divertente, ma le gradinate sono pressoché deserte. Torni pigramente verso il tuo posto quando Giannessi si appresta a servire sul 15 pari; con tuo sommo disappunto, tuttavia, né i giocatori né l’arbitro ti chiedono di sederti: non è la prima volta che provi a essere tu l’immancabile disturbatore che si ostina alla ricerca del proprio posto mentre tutti lo fischiano, ma niente, non ti si fila mai nessuno. Una delusione che è poca cosa rispetto ai sentimenti che genera la vista della stupida automobile esposta nell’angolo dove gli altri anni solitamente sedevi armato di blocco note e con al collo il badge Press.

Gasquet vince e decidi di andare da Travaglia sul Grand Stand e magari vederti un po’ di doppio, con la tua mente che rifiuta una realtà resa fin troppo esplicita dall’assenza di spettatori. Una transenna metallica si allunga dallo Stadium Goran Ivanišević verso il campo 1, impedendo l’accesso a quello e ogni altro campo. Lunga venti metri e alta due, prima neanche l’avevi notata: un caso da manuale di cecità selettiva. Decidi allora di trotterellare sotto la tribuna ovest in direzione nord nella donchisciottesca convinzione di trovare una via di accesso al Grand Stand invece di una transenna gemella. L’addetto alla sicurezza si accorge della tua presenza quando ancora non sei entrato nel suo campo visivo e ti scruta con la faccia di chi ha capito le tue intenzioni prima di te stesso; si alza dalla sua sedia di plastica per spiegarti gentilmente che quella zona dell’impianto è accessibile solo a chi ha un badge e che no, quello di due anni fa non vale.

Opti per due passi sul lungomare prima di tornare per l’incontro successivo sul Centrale, esci di nuovo dall’impianto per cenare, rientri. Ogni volta verificano il QR-code – insieme al documento, altrimenti sarebbe inutile –, mentre di fianco all’ingresso principale c’è la possibilità di fare un test rapido per poter accedere se sprovvisti di green pass. La terza volta che passi di fianco ai quattro spettatori italiani che siedono un paio di file davanti a te, li saluti. Nessuna reazione, a parte un paio di sguardi accigliati del tipo “chi è questo?”. Oltre alla risposta che reprimi con non poco sforzo, l’unica cosa a cui riesci a pensare è che, pur apprezzando gli sforzi encomiabili degli organizzatori per metterla in scena rispettando tutte le restrizioni, questa edizione del Croatia Open è quasi più triste di quella dell’anno scorso. E nemmeno c’era stato il torneo nel 2020. La mattina dopo, giovedì, levi le tende (la tenda, vabbè) e fai rotta verso sud.

Isolato

È giovedì e sei nel sud dell’Istria, ma è settembre, pochi giorni dopo la finale dello US Open. Sul punto di addormentarti, sobbalzi sentendo un rumore poco rassicurante. Un minaccioso verso ferino ha squarciato il silenzio della notte a pochi passi dalla tua tenda. Poco convinto, apri la sottilissima parete che separa la zona notte dalla zona giorno: nessun segno di vita aliena. Ancora meno convinto, inizi lentamente ad alzare la cerniera per controllare l’esterno. Nell’oscurità, intravedi la sagoma di un camper distante una cinquantina di metri, peraltro l’unico altro occupante di quella zona del campeggio. Ti viene in mente il film Backcountry, con la giovane coppia accampata tra le montagne dopo aver smarrito il sentiero – non una commedia, per essere chiari. Di nuovo quel suono, che sarebbe bello se fosse un tipo mezzo ubriaco intento a imitare il verso di un maiale. Il fascio di luce del tuo cellulare incrocia invece un cinghiale. Anzi, due. Sono a una ventina di metri da te. Ispezioni nelle altre direzioni. Tre, quattro, cinque. Sei accerchiato. Un paio sono belli grossi.

Non sai se devi preoccuparti, così cerchi su internet per capire la posizione del cinghiale nella scala della pericolosità che va da cucciolo di criceto sotto ritalin a tigre dai denti a sciabola che non mangia da due giorni. Stando al web, se non li importuni, non ti fanno nulla. Chissà se i quadrupedi che hai di fronte (e di fianco e alle spalle) hanno letto lo stesso sito. Ti dirigi verso la reception, ovviamente in automobile – non tanto per il timore di essere mezzo sbranato, quanto per non ritrovarti a dichiarare, mezzo sbranato, “su internet uno diceva che non erano pericolosi”. Domandi al custode se sia normale la presenza di una mandria di cinghiali. Risponde di sì – sarà una buona notizia? – e di non preoccuparti perché finora non hanno né morso né aggredito nessuno. Finora. Cos’è questa padronanza della lingua italiana? È straniero (cioè, tu sei straniero, ma il concetto è chiaroi), che dica “non fanno niente” e siamo a posto. No, deve pure sfoggiare l’avverbio, questo fenomeno. Torni alla tenda (te l’eri richiusa alle spalle da profondo conoscitore dei film horror, quindi al massimo troverai ad attenderti uno con maschera di Scream e pugnale, non un suino), controlli la posizione dei quadrupedi, prendi cuscino e sacco a pelo e dormi in macchina.

Umago Reloaded

Nonostante le previsioni meteo assicurassero il sole fino al primo pomeriggio, il cielo è già coperto di nuvole foriere di pioggia. Con la prospettiva di almeno tre giorni di tempo pessimo, non si può che prendere la strada di casa. Tuttavia, se a Portorose non piove, Jasmine Paolini giocherà tra un paio d’ore e una sosta diventa quasi obbligatoria. Un’ora dopo, ti ritrovi invece fermo in coda alla frontiera con la Slovenia. Anzi, ben prima dell’ultima uscita dall’autostrada croata. Il sito del hrvatski autoklub dichiara sette chilometri di coda: non pensavi che un match di Paolini attraesse tanta gente. Jasmine ti perdonerà se rinunci a quella che è diventata un’impresa impossibile: esci dall’autostrada e ti fermi a Umago dove un cartello ti svela che sono in corso i Campionati del Mondo ITF per Veterani. Già, non contento dell’esperienza di due mesi prima, torni sul luogo del delitto, il Centro Stella Maris. Nessuno controlla l’accesso. Accedi.

La tua attenzione è subito rubata dal bel suono che fanno due tennisti “over qualcosa” (non sei mai stato bravo ad attribuire l’età a qualcuno) quando impattano la palla in una partita di allenamento. Uno che potrebbe essere spagnolo o quantomeno posseduto da uno spirito spagnolo scortica palle pesantissime accompagnate da un lamento troppo lungo verso un altro all’apparenza meno giovane che subisce, non tiene il ritmo, è costretto a fare il tergicristallo epperò macina punti e game. Pochi minuti e sei sul Centrale, dove diventi il terzo spettatore a osservare il doppio della finale tra Olanda e Germania che assegna la Suzanne Lenglen Cup, trofeo femminile a squadre over 35. Stravincono le olandesi, grazie anche alle drop volleys mancine di un’orange che la palla sembra restarle dolce prigioniera del piatto corde per alcuni secondi. Palla che una tedesca tenta di scaraventare nella laguna appena perso l’incontro, ma finisce appena fuori dallo stadio dopo essere rimbalzata su un seggiolino dell’ultima fila. Pensi che non sarebbe male come trofeo da portarsi a casa, ma poi decidi che dà meno nell’occhio appropriarsi della palla e ti dirigi furtivo verso l’uscita nord-ovest (il tuo senso dell’orientamento nell’impianto prescinde dalla presenza del sole). Eccola lì, bella, gialla, quasi nuova. Di una marca che eviti, pazienza.

Inebriato dalla libertà di girare per l’intero impianto, ti rechi sul campo 5 dove è in corso un match del tie tra Portogallo e Francia valido per il terzo posto della Lenglen. Non capisci chi abbia vinto perché sull’ultimo punto ti sei distratto un attimo, colpa di un’avvenente giocatrice di circa 182 cm che ti è passata accanto. Mentre ti incammini verso il Grand Stand, rimugini sul fatto che il segno più doloroso dell’età che avanza non sono gli acciacchi in campo, bensì incrociare una bella tennista veterana e pensare d’istinto, chissà se ha una zia single.

Continua a leggere

Flash

“Il tennis a Bordighera dal 1878 a oggi”: da Suzanne Lenglen a Jannik Sinner, il legame della città ligure con questo sport

Il volume curato da Gisella Merello per l’editore Alzani in due edizioni, una in lingua italiana e l’altra tradotta in inglese, svela che le origini del tennis in Italia possono ricondursi proprio alla località in provincia di Imperia

Pubblicato

il

In questo momento storico in cui il tennis italiano ha acquisito un posto di prestigio nelle classifiche mondiali con la presenza di Berrettini e Sinner, diventa naturale riflettere sulle origini di questo sport in Italia.

La nascita del tennis in Italia si può far risalire al 1878 a Bordighera, cittadina turistica affacciata sul Mar Ligure a pochi chilometri dal confine con la Francia e dal Principato di Monaco. Proprio sul primo circolo tennistico italiano si sviluppa il bel volume rilegato dal titolo “Il tennis a Bordighera dal 1878 a oggi”, curato da Gisella Merello per l’editore Alzani in due edizioni, una in lingua italiana e l’altra tradotta in inglese.

Grazie a fotografie d’epoca e documenti storici inediti, Gisella Merello racconta la nascita del tennis e della prima fabbrica di racchette in Italia, resa possibile grazie alla presenza di una comunità britannica stabile in Riviera che tanto contribuì allo sviluppo economico, sociale e culturale della zona. Si scopre così che personalità di alto profilo come il conte di Strathmore, bisnonno dell’attuale sovrana Elizabeth II, si impegnò in prima persona in qualità di presidente per migliorare il club nei primi anni della sua fondazione, accrescendo il numero dei campi e creando la Club House, purtroppo perduta durante la Seconda guerra mondiale.

 

Durante gli anni i campi di Bordighera hanno visto la presenza di numerosi tennisti di rilievo: da Suzanne Lenglen, Antony Wilding, Bill Tilden, Giorgio De Stefani ad Adriano Panatta, Corrado Barazzutti, Paolo Bertolucci fino ai recenti Jannik Sinner, Iryna Sabalenka, Ivan Ljubicic, Maria Sakkari, Andreas Seppi, Fabio Fognini, Stefanos Tsitsipas, Maria Sharapova, Gregor Dimitrov

L’ottima collaborazione con il primo circolo storico italiano, la strategica posizione geografica e le favorevoli condizioni climatiche hanno creato i presupposti affinché, nel 2017, a Bordighera sia stato creato il Piatti Tennis Center, un polo tennistico tra i più importanti in Europa, dotato di tecnologia all’avanguardia.

Il volume vanta prefazioni di numerosi tennisti italiani che hanno fatto la storia di questo sport come Lea Pericoli, Flavia Pennetta, Fabio Fognini e Jannik Sinner e di un paio di celebri allenatori legati a Bordighera come Riccardo Piatti e Massimo Sartori.

SPUNTI TECNICI: Il nostro coach analizza colpo per colpo, foto per foto, Jannik Sinner al microscopio

Il testo si avvale della collaborazione di autori con svariate competenze professionali come l’attuale proprietario della Sirt Antonello Randone, che racconta la sua avventura imprenditoriale, o come Alessandro Umberto Belluzzo fondatore di Belluzzo International Partners (Trust&Wealth), che illustra la necessità dei tennisti di gestire la carriera non solo dal punto di vista sportivo ma anche da quello legale e patrimoniale. Belluzzo, membro del board della I Tennis Foundation, fondazione che si occupa di finanziare giovani atleti per consentire loro una ascesa sportiva di successo, è stato il principale promotore di alcuni eventi promozionali del volume che hanno che hanno avuto luogo a Bordighera, Londra e Roma.

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement

⚠️ Warning, la newsletter di Ubitennis

Iscriviti a WARNING ⚠️

La nostra newsletter, divertente, arriva ogni venerdì ed è scritta con tanta competenza ed ironia. Privacy Policy.

 

Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement