Le scuse di Fognini a SKY. Si scusa con tutti… anche con Ubitennis?

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Le scuse di Fognini a SKY. Si scusa con tutti… anche con Ubitennis?

NEW YORK – Non è importante che si scusi con noi. Non ci interessa anche se ha spesso tenuto un comportamento discriminatorio. Sarebbe importante – per lui! – che avesse capito. Ma sarà successo?

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Ho visto a New York il video che SKY ha mandato in onda con le scuse di Fabio Fognini a tutti, pubblico, arbitro e tutti, nel corso di un’intervista realizzata da Lia Capizzi che personalmente mi ha lasciato un tantino perplesso. Il tutto mi è sembrato un po’ soap-opera, la musichetta, il tono incalzante della brava collega che nella circostanza dava l’impressione (mia, soggettiva?) di essere stato ben concordato prima dell’intervista. Quindi un tantino più recitato che del tutto spontaneo. Non so se sia stato difficile convincere Fabio a prestarsi ad una intervista siffatta (con le scuse, il mea culpa e la rituale promessa “Non Lo farò più”) per il produttore di Sky, Giuseppe Marzo, che ne è anche buon amico. Avendo assistito qui a New York alla precedente esternazione di Fabio, quando soltanto a lui era nota l’entità della sanzione (24.000 euro) ma non anche la “sospensione” che sarebbe arrivata l’indomani mattina – e di quella esternazione avete potuto ascoltare l’audio – la sensazione unanime dei presenti (non mia soltanto) fu che Fabio non si fosse reso conto di quanto era stato maleducato e inopportuno. Sembrava anzi che chi si era permesso di criticarlo altro non fosse che un …”moralista”, giusto per usare le sue parole.

Chi scrive era però presto venuto a conoscenza da una sua fonte che la cosa non era affatto finita e non si sarebbe conclusa con quella prima multa. L’entità della stessa peraltro Fabio non volle lì per lì rivelarla, sebbene fosse evidente che si sarebbe trattato di un segreto di Pulcinella, perché sarebbe presto diventato pubblico. Un paio d’ore dopo infatti qui a New York, dove in sala stampa eravamo rimasti solo noi di Ubitennis, si seppe che la sanzione era di 24.000 euro.  Lo si seppe comunque già in un orario che spiazzò i giornali ormai andati in macchina e che favorì invece Ubitennis che, come tutti i siti internet, non ha orari di chiusura ma resta on line  24 ore su 24. Fu proprio la scarsa chiarezza di quelle tre sanzioni (4.000 +5.000 + 15.000, tutte imputate senza ulteriori specificazioni “unsportsmanlike conduct”) a stimolare una piccola indagine con chi ci mise al corrente del fatto che “si sta ancora investigando, sentendo l’arbitro (la svedese Louise Engzell, moglie del giudice arbitro della Federazione Francese  Remy Azemar) e giudici di linea più il gruppo dei supervisor… L’USTA – ci fu anche detto – non è per nulla contenta di quel che è successo, quello di Fognini è stato un comportamento completamente inappropriato, stiamo ancora visionando il video con le varie immagini e situazioni, ci sono altre opzioni da eventualmente esercitare, non è finita qui”. La precisa, puntuale ricostruzione di quel che accadde l’indomani, con la comunicazione ufficiale a Fabio Fognini della sospensione, i lettori di Ubitennis hanno potuto leggerla.

IL PUNTO DELLA SITUAZIONE SULLE SANZIONI

 

La vicenda è tutt’altro che conclusa. Bill Babcock, direttore del comitato dei quattro tornei del Grande Slam, deve mandare – e forse ha già mandato – una “notizia scritta del fatto, sanzione compresa, significando eventualmente l’aggravated behavior” a Fognini. Questi ha 5 giorni lavorativi per rispondere a Babcock tutto ciò che ritiene rilevante comunicare a propria difesa. Dopo di che Babcock, avvocato del Minnesota, deciderà se Fognini è innocente o colpevole. Nel secondo caso scriverà i fatti come risultano a lui, quindi le conclusioni e le sanzioni finali che intende applicare. Una copia del tutto verrà consegnata al giocatore e ai quattro direttori del Grande Slam. Entro 30 giorni, se ci sarà una multa, il giocatore dovrà pagarla. Babcock, sempre che consideri Fognini colpevole, determinerà la sanzione finale – vedi 2017 Officiale Grand Slam Rule Book, pag 48-49-50 –  nell’arco di un termine abbastanza breve, sanzione che potrebbe a) confermare la multa già inflitta b) inasprirla fino a un massimo di 250.000 dollari o al massimo del premio vinto al torneo, se dovesse essere maggiore c) decretare anche una sospensione, al massimo della sanzione, anche di tutti gli Slam d) prevedere un periodo di probation (la nostra condizionale) nel corso del quale, se il giocatore non incorrerà in altre violazioni, potrà limitare sia l’entità della multa da pagare sia la durata dell’eventuale sospensione.

Il capitolo dedicato al “Player Major Offence” si conclude al paragrafo punto A con: “La violazione di alcuni “passi” di questa sezione potrebbe esporre il tennista alla massima pena di una revoca di accredito e accesso a tutti i tornei del Grande Slam.” Quale che sia la sanzione eventualmente decisa, Fognini potrà fare appello nei 5 giorni successivi alla ricezione della comunicazione. Se Fognini farà appello verrà fissato un giorno e una sede per la sua discussione da compiersi entro i 30 giorni successivi, con Fognini che dovrà produrre i documenti a difesa almeno dieci giorni prima del giorno fissato.

Le mie previsioni? Non credo che alla fine rischierà di non giocare l’Australian Open. Penso che gli possano infliggere 150.000 dollari di multa. I 72.000 dollari di premi ha potuto ritirarli, per il momento. Potrebbe esserci la condizionale per parte della somma che gli imporranno come sanzione.

LE SCUSE PUBBLICHE IN TV PER TUTTI INCLUDONO ANCHE UBITENNIS?

Chi ha consigliato Fognini a fare pubblica ammenda e pubbliche scuse – se c’è stato e non è stata una sua iniziativa – ha fatto bene. Gli inquirenti erano parecchi infastiditi dal fatto che Fognini, sulle prime, non apparisse particolarmente pentito. Queste scuse irradiate da SKY – ma per ora solo in Italia – gli varranno, forse, maggior comprensione. Per quanto mi riguarda non so se “le scuse a tutti” includessero anche me e Ubitennis. La sensazione che Fognini mi attribuisca molto più potere di quello che ho – quando è invece inesistente e ininfluente su qualunque provvedimento possa venire preso – è suggerita dalla sua reazione spropositata dopo che gli è stata comunicata la sospensione. Vorrei essere molto chiaro su questo punto: non mi cambia la vita se Fabio con me si scusa oppure non si scusa. E non cambia nemmeno a lui, perché io e Ubitennis non incidiamo sulle sanzioni che gli verranno comminate, piccole o grandi che siano. Eppoi giustamente alla gente ciò non interessa. Tantomeno io le pretenderei. Che un atleta particolarmente nervoso possa sbroccare in certe circostanze ci può stare. Una volta o due, magari non sempre. Però sono convinto che non è a me che gioverebbero, ma a lui. Perché se anche solo sentisse come cosa buona e giusta il farle – e anche se poi non le facesse, sia chiaro – vorrebbe dire che finalmente Fabio avrebbe capito quel che non aveva capito in tutti questi anni. E vivrebbe molto più sereno.

Questo – riferito alle interviste rifiutate più che alle offese dell’altro giorno – è ovviamente un mio punto di vista, e come tale ovviamente discutibile. Mi pare che su Ubitennis sia stato sempre possibile discutere le mie posizioni. Accoglierle come respingerle. Spero me ne sia dato atto in quasi 10 anni di vita di “Servizi Vincenti” e di “Ubitennis.com”. Però sono davvero intimamente convinto che soltanto il giorno in cui Fabio sarà in grado di rendersi conto che né io né tantomeno i collaboratori di Ubitennis (alle domande dei quali anche si rifiuta di rispondere da tempo, talvolta in modo anche abbastanza imbarazzante) ce l’abbiamo con lui, ma riteniamo giusto dover dare notizia dei suoi exploit sportivi (positivi e negativi) così come dei suoi exploit comportamentali (positivi e negativi), allora sì che Fabio avrà dimostrato a tutti di avere davvero capito che è stato lui la causa prima di tutto e che è lui che – nel momento in cui dice “Non lo farò più” – deve cambiare. Anche con Ubitennis. Se non lo farà pazienza per noi, ma peccato per lui. Poi, per carità, nessuno è perfetto e Ubitennis (magari con i suoi lettori nei post indipendenti) avrà talvolta ecceduto nel sottolineare atteggiamenti e comportamenti che altre testate più “comprensive” hanno preferito trascurare, o perché assenti o anche – forse –  per mantenere buoni rapporti e opportunità di interviste esclusive. Noi non ci siamo fatti condizionare da quell’obiettivo. Non ci pareva giusto.

Io, noi, non abbiamo nessun interesse ad avere cattivi rapporti con un giocatore italiano, ma dobbiamo restare autonomi e indipendenti nel commentare le sue prestazioni di atleta e di uomo. I colleghi che mi frequentano abitualmente in sala stampa – uno per tutti, a scanso di interpretazioni di parte iper-buoniste e favorevoli nei miei confronti, il capufficio stampa della FIT che è fra quei colleghi che ormai agli Slam vedo più spesso visto che i giornali hanno quasi smesso di mandare in giro i loro inviati per via della crisi della stampa scritta – potrebbero facilmente testimoniare quanto io sia contento, e a volte perfino commosso, quando i tennisti italiani vincono, giocano una grande partita, compiono una grande impresa, colgono un grande risultato. Un altro testimone certamente obiettivo di quanto affermo potrebbe essere Flavia Pennetta che ha potuto constatare di persona la gioia e la partecipazione anche commossa a certi suoi exploit, a New York come a Singapore, come a Wimbledon o al Roland Garros. Idem quasi tutti gli altri giocatori italiani… salvo forse Francesca Schiavone quando, alla stregua di Fognini ho liberamente criticato certi suoi atteggiamenti (più fuori del campo che in campo, è un caso diverso da Fognini) oppure ho contestato i 400.000 euro regalati improvvidamente da Binaghi e compagnia all’epoca del trionfo del Roland Garros. E fortemente critico, ma anche suo fan, sono certamente stato nei confronti di Sara Errani quando si rifiutava di parlare del singolare che doveva disputare l’indomani a Parigi nelle giornate in cui giocava solo il doppio. Non sono un giornalista che stende il tappeto rosso ai tennisti, questo mai, italiani come stranieri. Se sentivo di dover fare domande scomode a Nadal che pretendeva di scegliere – o ricusare – un arbitro (Bernardes…) lo facevo a costo di inimicarmi lui, lo zio e il p.r. Benito. Idem con Roddick (qualcuno ricorderà l’episodio con Bracciali a Wimbledon…), con Federer e tutti, nessuno escluso.

Io ricordo bene di essere stato accusato di aver preso un abbaglio pro-Fognini quando, dopo quella brillante estate tedesco-croata del 2013, scrissi che Fabio aveva i mezzi per diventare top-ten e non solo n.13. E che era anche il miglior tennista italiano di sempre dai tempi di Panatta. Mi sono allegramente entusiasmato senza pregiudizi di sorta per certe sue grandi partite, con Nadal, con Murray e altri, e ho descritto le sue performances quasi con il trasporto emotivo del fan. L’ho scritto mille volte, perché c’è sempre qualcuno che sembra non voler capire: più i giocatori italiani vincono, a livello individuale come di squadra, e più un sito di tennis se ne avvantaggia, viene aperto e cliccato. Sarei masochista se facessi il tifo contro, se mi augurassi loro sconfitte e, in questo caso, loro squalifiche e sospensioni (anche nel caso le ritenessi meritate). E comunque tifo Italia da sempre, in tutti gli sport, figurarsi se non nel tennis. Ma se Fabio pretendeva che non scrivessi – o pretendesse in futuro che io non scriva – come si era comportato nel match con Tsonga a Montecarlo 2014, con Krajinovic ad Amburgo 2014, Wimbledon con Kuznetsov e Lopez (e non fatemi citare tutti i successivi episodi fino a questo US Open), beh era ed è, e resta, una pretesa sbagliata.

Il giornalista che ama il proprio mestiere deve essere onesto con se stesso, deve potersi guardare allo specchio e avere la coscienza a posto. Purtroppo non può essere amico di un atleta, a meno che l’atleta sia talmente amico e maturo da poterne sopportare senza segnarseli a dito anche eventuali critiche e giudizi negativi. È molto difficile, però, imbattersi in atleti con queste caratteristiche illuminate, anche perché di solito sono circondati da “amici del clan” che non sono, non devono, non aspirano ad essere come massima priorità… obiettivi.

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Roland Garros: la nuova copertura del Philippe Chatrier

Vi sveliamo i segreti architettonici del ‘nuovo’ centrale del Roland Garros, sperando che possa essere inaugurato già quest’anno. Non solo il tetto, ma tante altre innovazioni

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Tetto Philippe Chatrier (via Twitter, @rolandgarros)

Il 2020 sarebbe dovuto essere l’anno in cui tutti e quattro i tornei del Grande Slam si sarebbero infine dotati di un campo centrale coperto, da utilizzare in caso di maltempo. La Rod Laver Arena è provvista di tetto retraibile fin dalla sua costruzione nel 1987; il Centre Court di Wimbledon dal 2009 e l’Arthur Ashe Stadium lo installò nel 2016. Mancava solo il mitico Court Philippe-Chatrier del Roland Garros, che avrebbe presentato al mondo la sua nuova copertura mobile se non fosse arrivato l’ondata epidemica a stravolgere e rinviare tutti i calendari sportivi di questa annata. C’è ancora speranza che il torneo francese possa disputarsi a settembre e le ultime dichiarazioni di Bernard Giudicelli a riguardo sono sembrate possibiliste. Si rimane in attesa di conferme, e inevitabilmente di buone notizie.

Sin dal 1891 lo Slam parigino si è sempre svolto sugli stessi campi del XVI Arrondissement, evolvendosi e allargandosi in quasi 130 anni di storia interrotta solo dalle due Guerre Mondiali. Il nuovo Philippe-Chatrier aveva già debuttato durante l’edizione 2019 del torneo e il primo match giocato nella nuova cornice vide la sconfitta di Kerber contro la russa Potapova. Nei giorni successivi al match point che ha consegnato a Rafa Nadal la sua dodicesima Coppa dei Moschettieri nell’atto conclusivo contro Thiem, è stato riaperto il cantiere del colossale progetto di rimordernizzazione dell’intera area in cui svolge il torneo che comprende la nuova Place des Mousquetaires dove sorgeva il Court 1, il nuovo Village Roland Garros, il Court Simonne-Mathieu (un vero gioiello tra le serre d’Auteuil), e una nuova sistemazione dei campi al Fonds des Princes.

Secondo il sito ufficiale dedicato al progetto l’intero costo dell’investimento della Féderation Francaise de Tennis raggiungerebbe i 380 milioni di Euro. L’intero edificio ha aumentato la sua larghezza di 10 metri ed di 15 metri più alto di prima, la capacità del campo Centrale è stata mantenuta a 15.000 posti, ma le nuove tribune offrono una migliore visuale agli spettatori e un miglior comfort a giocatori e media attraverso nuovi spazi ricavati al di sotto delle tribune.

 

Il progetto è stato affidato agli studi di architettura parigini ACD Girardet & Associates in partnership con Daniel Vaniche & Associates che hanno concepito un tetto composto da 11 travi a cassone in acciaio con un profilo che ricordano le ali di un aeroplano, in omaggio al pioniere che dell’aviazione che dà il nome al torneo.

Ognuna di queste “ali” pesa 350 tonnellate, ha un’altezza di circa 3 metri e copre una luce di oltre 100 metri. Collegate l’una con l’altra sono innestate su due rotaie principali sui lati lunghi dello stadio permettendo il loro scorrimento. Il sistema di apertura e chiusura è alimentato da motori elettrici e azionando il meccanismo da un computer è possibile di coprire l’intera superficie di 10.000 metri quadrati in quindici minuti, in modo tale da non raffreddare eccessivamente gli atleti impegnati in un match.

Nella realizzazione di questa struttura vi è anche un’importante presenza italiana di cui essere orgogliosi: gli elementi della copertura sono stati studiati e pre-fabbricati dall’azienda italiana Cimolai, azienda impegnata in tutto il mondo in progetti di ingegneria metallica con sede in Friuli-Venezia-Giulia. Ognuna delle undici ali è stata suddivisa in sette tronconi realizzati in Italia, in seguito consegnati e assemblati nell’allée centrale del Roland Garros e infine issate sui carrelli sopra le tribune tramite due gru comandate via joystick.


Pietro Tovaglieri, architetto

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Intervista a Elisabetta Cocciaretto: “Mi piacerebbe entrare in top 10 e vincere Roma”

Classe 2001, Elisabetta è la tennista italiana più promettente. Dopo l’esordio Slam dello scorso gennaio, vediamo quali sono le sue ambizioni

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Abbiamo incontrato la giovane tennista marchigiana Elisabetta Cocciaretto, nata ad Ancona il 25 gennaio del 2001. Avevamo già avuto modo di scoprire la sua vivacità, intervistandola a Melbourne lo scorso gennaio.

Elisabetta è allenata da Fausto Scolari ed è attualmente tesserata per il Circolo ‘’Tennis Italia’’ (Forte dei Marmi). Nata da padre informatore medico e una madre dottore commercialista e consigliera regionale, ha un fratello di 16 anni che frequenta il secondo anno di un istituto tecnico. Elisabetta ha vinto da Juniores i campionati italiani U11, U12, U13 e U14, e per ben due volte il noto torneo ‘’Lemon Bowl’’. Da U18 ha vinto un torneo di grado 1 in Austria, ha ottenuto una semifinale all’Australian Open Juniores e al torneo ‘’Bonfiglio’’, e ha partecipato alle Olimpiadi giovanili nell’ottobre 2018, ultimo torneo della sua carriera juniores in cui vanta un best ranking di numero 12. Ha inoltre vinto gli europei di doppio in coppia con Federica Rossi.

Tra le vittorie prestigiose della sua giovane carriera ricordiamo quella contro Cori Gauff (classe 2004, attuale numero 52 del ranking WTA) al primo turno dell’Australian Open junior 2018, l’edizione in cui l’italiana ha raggiunto la semifinale. Alle qualificazioni dell’Australian Open 2020 ha battuto con il punteggio di 6-2 6-1 Tereza Martincova (classe 1994, attuale numero 133 WTA), per entrare nel main draw. Si era precedentemente imposta contro Allie Kiick (classe 1995, attuale numero 160 WTA) in Cile all’ITF 01A con il punteggio di 5-7 6-2 6-2 e contro Sara Errani (classe 1987, ex numero 5 del mondo in singolare e finalista del Roland Garros), vittoria che l’ha portata alla conquista del W60 Asuncion del 2019. Sempre ad Asuncion ha battuto anche Conny Perrin (classe 1990, ex numero 134 WTA), già sconfitta due volte di fila a Torino e Palermo quando la giovane marchigiana aveva appena fatto il suo ingresso tra le prime 700 giocatrici del mondo.

 

Attualmente numero 157 del ranking WTA, Elisabetta quest’anno ha fatto il suo esordio assoluto a livello Slam all’Australian Open, sconfitta al primo turno da Angelique Kerber.

In esclusiva ci ha gentilmente raccontato la sua storia e le sue ambizioni.

Quando e come nasce la tua passione per il tennis?
La mia passione per il tennis nasce fin da piccolissima perché i miei giocavano a livello amatoriale. Vicino casa c’era il torneo ‘Tennis Europe’ under 12 di Porto San Giorgio e un giorno andai a vedere qualche partita con mio padre. Mi chiese se volevo iniziare a giocare a tennis, risposi di sì. Ho quindi iniziato i corsi gratuiti del maestro storico del circolo e da lì mi sono appassionata sempre di più.

Qual è il momento della tua ancora giovanissima carriera che, in generale, ricordi con maggior piacere?
Di sicuro è stata la qualificazione al Foro Italico, era sempre stato il mio sogno giocare su quei campi un giorno. Un altro bel ricordo è stata la vittoria contro Sara Errani in Paraguay, perché oltre ad essere sempre stata il mio idolo, quella vittoria significava l’accesso nelle prime 200 al mondo e quindi l’ingresso alle qualificazioni dell’Australian Open assicurato.

Nella tua gioventù vissuta nelle Marche, c’è invece un episodio tennistico che è stato particolarmente significativo per la giocatrice che sei e stai cercando di diventare?
Sicuramente la finale vinta al Lemon Bowl under 10 contro Olga Danilovic: ero troppo felice dopo quella partita!

Quale torneo, a prescindere dalla levatura internazionale, sogni di vincere?
Sogno fin da piccola di vincere il torneo di Roma, vincerlo davanti al pubblico italiano sarebbe il coronamento di un sogno.

Come giudichi la tua esperienza all’Australian Open di quest’anno?
È stata bellissima. Mi sono confrontata con le giocatrici più forti al mondo e ho potuto capire su cosa avrei dovuto lavorare per arrivare un giorno ad essere come loro. La qualificazione è stato un sogno diventato realtà.

Come stanno procedendo la tua preparazione e gli allenamenti in attesa della ripresa del circuito WTA?
Attualmente sono a Matelica (Marche, provincia di Macerata, ndr) a casa della suocera del mio allenatore Fausto Scolari: ha un campo privato e quindi ho avuto la possibilità di riprendere ad allenarmi. In attesa di sapere quando potrò andare al centro tecnico di Formia.

Obiettivi e ambizioni per il futuro?
Sicuramente il mio obiettivo principale è diventare un’atleta a tutti gli effetti e dare il massimo tutti i giorni. Facendo così raggiungerò il massimo del mio potenziale. Un giorno mi piacerebbe però entrare nelle prime 10 del mondo!

Intervista realizzata da Edoardo Diamantini

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Opinioni

L’isolamento nel doppio, un doppio isolamento

Per i doppisti questo periodo di pausa dalle competizioni presenta ancora più difficoltà. Ma Melo scherza sulla distanza dal suo compagno Kubot: “A volte fa bene anche nei matrimoni!”

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Marcelo Melo e Lukasz Kobot

Dal punto di vista finanziario, i tennisti sono tra gli atleti che hanno subito di più l’impatto del Covid-19. Come è ben noto, gli introiti dei professionisti della racchetta, e soprattutto quelli che non possono contare su contratti di sponsorizzazione di peso, dipendono in maniera considerevole dai loro risultati sul campo. Se non si gioca, non si vince. E se non si vince non si guadagna.

Dal punto di vista prettamente sportivo, i tennisti non si possono lamentare. Tanti giocatori, anche in paesi molto colpiti dal virus, hanno avuto un’interruzione relativamente breve dell’attività. Alcuni professionisti, grazie alle decisioni dei politici locali o di scelte particolarmente azzeccate, sono riusciti addirittura a continuare regolarmente gli allenamenti. Ha aiutato tanto che il tennis sia uno sport senza contatto, in cui la distanza necessaria per evitare la propagazione del virus può essere rispettata. Certo prepararsi senza avere un obiettivo non è il massimo. Ma almeno si può tornare ad una sorta di normalità e chissà, magari sfruttare l’occasione per affinare meglio i propri colpi. 

Ci sono alcuni tennisti che hanno faticato molto di più per riuscire ad allenarsi regolarmente. E che in certi casi ancora non lo possono ancora fare. Si tratta dei doppisti. Innanzitutto, nel doppio è molto più difficile mantenere la distanza di sicurezza. Si pensi solo a quanto debbono stare vicini due doppisti per difendere al meglio la rete dai passanti avversari. Non a caso nei circoli italiani sono stati inizialmente aperti solo per partite di singolare mentre quelle di doppio, tanto amate dai soci più anziani, hanno dovuto attendere qualche giorno in più.

 

Inoltre, nel caso di tante coppie di vertice del tennis mondiale, c’è anche stato il fondamentale problema della distanza fisica. Come si può riuscire ad allenarsi al meglio quando il tuo compagno è a migliaia di chilometri di distanza? Certo se ne possono trovare altri, si può comunque lavorare sui colpi. Ma non su elementi chiave nel doppio come il sincronismo dei movimenti e le tattiche. Insomma, i doppisti, categoria da anni figlia di un Dio minore nei grandi circuiti, hanno vissuto un isolamento doppiamente difficile. Un quarantena con i problemi finanziari di uno sport individuale e quelli logistici degli sport di squadra. 

Dall’alto dei suoi oltre 7 milioni di dollari guadagnati in carriera, ci può scherzare su il brasiliano Marcelo Melo, star della specialità, che ormai da tre anni fa coppia fissa con il polacco Lukasz Kubot. “Il doppio è come un matrimonio, quindi ogni tanto fa bene avere un piccolo break”, dice tra il serio e il faceto Melo, attuale n.5 al mondo e due volte campione Slam, l’ultima volta proprio con Kubot, a Londra.

“Non so quando ci vedremo di nuovo. Naturalmente da quando ricominceranno i tornei e quando potremmo allenarci. Un periodo di lontananza può avere anche i suoi risvolti positivi per i doppisti”, ha sottolineato lo specialista carioca. I due provano a tenersi in contatto come possono in questo periodo passato a distanza. Una distanza umana oltreché tecnica. “Abbiamo una chat di gruppo con il nostro team, ci teniamo in contatto lì. Parliamo dei nostri allenamenti, dei programmi. Ci chiediamo come vanno le cose. Ma di questi tempi non ci sono così tante cose da dire”, ha proseguito Melo. 

Quantomeno il brasiliano in questi ultimi mesi si è potuto allenare e anche con un avversario di altissimo livello, il n.7 del mondo, di singolare, Alexander Zverev, in Florida. “Siamo stati molto fortunati ad essere lì”, ha raccontato. Nonostante i 13 anni di differenza, i due sono molto amici e passano tanto tempo insieme, come si può evincere dai rispettivi profili social. “È una bella persona con cui uscire e divertirsi. Ha una bella famiglia, un bel team. Vado molto d’accordo con loro”, ha spiegato il doppista sudamericano.

Ora però Melo è tornato a casa sua, in Brasile, uno dei pochi paesi in cui l’emergenza coronavirus è ancora in pieno svolgimento, dove spera di potersi presto allenare con un altro specialista. Ma non uno a caso. Proprio quel Bruno Soares con cui ha fatto per anni coppia alla fine degli anni dieci e con il quale inevitabilmente spesso gioca in Davis. A proposito di matrimoni, che questo coronavirus non faccia nascere un ritorno di fiamma? Staremo a vedere. La distanza a volte può fare male alle coppie, appunto.

UN ALTRO PROBLEMA… DOPPIO – Hanno meno di che scherzare i doppisti che si trovano più in basso in classifica e non hanno conti in banca con tanti zeri da parte. Per loro è difficile vedere qualcosa di positivo nell’interruzione del circuito. Oltre alle maggiori difficoltà negli allenamenti, questa categoria di tennisti è spesso meno tutelata dalle grandi istituzioni del tennis e federazioni nazionali. Pare infatti che l’ATP adotterà criteri diversi nella distribuzione dei sussidi ai giocatori tra singolaristi e doppisti. Mentre il cut-off per ottenere gli aiuti è fissato alla 500esima posizione per i singolaristi, per i doppisti è al 175. Inoltre, i doppisti dovrebbero prendere la metà della somma (circa 8mila dollari) destinata ai singolaristi. E chissà che non si apra l’annosa disputa sul fatto che siano tennisti di “serie b” o, come sostengono altri, “singolaristi che non ce l’hanno fatta”. 

In ogni caso, il COVID-19 sembra aver avuto un impatto differenziato anche sui tennisti oltreché sulle nostre società, tracciando una linea tra fortunati e meno fortunati. Tra chi è in alto nella classifica e chi è in basso nella classifica. E anche tra singolaristi e doppisti, con questi ultimi leggermente più penalizzati. Il loro è stato un isolamento doppio, in ogni senso.

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