US Open, statistiche finale: Keys, tanta fatica per nulla

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US Open, statistiche finale: Keys, tanta fatica per nulla

Keys corre, corre e fa tre game. Stephens corre uguale e ne fa dodici. Sloane vince in tutte le statistiche ma in una viene stracciata da Madison

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Il commento di Ubaldo in inglese con Steve Flink

Tanta fatica per nulla. Potrebbe riassumersi così la partita giocata e persa da Madison Keys contro la sua cara ma spietata amica Sloane Stephens.

 

Le statistiche della finale, infatti, ci dicono che Keys ha complessivamente percorso 1.130 metri per raccogliere tre piccoli game mentre Stephens, correndo appena cinque metri in più, ne ha vinti 12. Davvero una significativa ottimizzazione dello spazio da parte della vincitrice. Keys non ha sicuramente giocato il suo miglior tennis, ma Stephens ha disputato un dream-match.

Le statistiche seguenti lo confermano:

In rosso sono evidenziati i dati più deficitari della prestazione di Keys. Sorprendente la bassa percentuale di punti che la vice-campionessa è riuscita ad ottenere con il servizio nonostante l’ottima percentuale di prime in campo. E la sua prima non è esattamente quella di Errani…

Possiamo appena immaginare la sua sorpresa quando le verrà detto che Stephens ha risposto all’80% delle sue prime battute (non quelle che si sono scambiate durante la divertentissima cerimonia di premiazione). Meno inusuale per lei l’altissimo numero di errori non forzati, giunti principalmente nei turni di risposta a fronte dei quali ha realizzato 18 vincenti. Keys è giocatrice ancora poco duttile sul piano tattico e, quindi, o le va tutto bene oppure tutto male. Bianco o nero. Il grigio non è contemplato. “Giunone” Davenport ha ancora molto da insegnarle sul piano tattico.

Numeri armoniosi e ben bilanciati quelli che narrano la partita della neo-campionessa. Vincenti in numero adeguato ma senza strafare e pochissimi errori non forzati. Segno certo di sapienza strategica. Della risposta in stato di grazia abbiamo indirettamente parlato sopra quando ci siamo soffermati sul servizio di Keys. Tre volèe vincenti su altrettanti tentativi, tutte nel secondo parziale. Segnaliamo per importanza quella di diritto con la quale ha annullato un break point nel quinto game del secondo set.

Nadal e Federer non sono solo primo e secondo nella classifica ATP quest’anno, bensì, non per caso, anche nella percentuale di punti vinti con la seconda di servizio, rispettivamente il 61 e il 60. Eccellente, quindi, anche sotto questo profilo la performance di Stephens che ne ha vinti il 64 per cento.

Almeno in una statistica, però, Keys ha stracciato la sua rivale questa sera: la finale le ha infatti fruttato 608.333 dollari e qualche cent per game conquistato, contro i 308.333 dollari e spiccioli di Stephens. Sono soddisfazioni.

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Numeri: buona risposta dell’Italia e delle top 10 (ben sei) in Fed Cup

Da alcuni ritenuta un’impiccio, la manifestazione a squadre femminile ha visto scendere in campo ben sei top 10 nei playoff che qualificano per le Finals di Budapest

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Serena Williams - Fed Cup 2020 (via Twitter, @FedCup)

Dopo la parentesi dedicata alla debacle italiana della scorsa settimana e all’exploit di Christian Garin, i numeri tornano con l’ultimo appuntamento orientato al femminile. Si parla di Fed Cup, perché nella precedente sette giorni le donne si sono esibite solo nel contesto a squadre. Tutto sommato, a livello di giocatrici di prestigio impegnate, è stata una tornata di tutto rispetto con ben sei top 10 impegnate (anche se non tutte hanno fatto una grande figura). Partiamo però dalla vittoria italiana.

4 – le sfide vinte dall’Italia di Fed Cup nel gruppo I zona Europa/Africa di Fed Cup 2020 la scorsa settimana al Tallink Tennis Centre (cemento indoor) di Tallin. Superando il loro girone da prime -grazie alle vittorie su austriache, sulle padrone di casa e sulle greche – e poi imponendosi nel turno finale sulla Croazia, le ragazze capitanate da Tathiana Garbin hanno guadagnato l’accesso alle sfide promozione di aprile, dove sfideranno in trasferta la Romania. Una qualificazione ottenuta perdendo un solo incontro -il singolare di Giorgi contro la quotata e meglio classificata Kontaveit, reduce dai quarti agli Australian Open- che rappresenta una buona notizia, sebbene il livello delle tenniste sconfitte dalle nostre giocatrici fosse davvero molto basso.

Basti pensare che in singolare le nostre rappresentanti non hanno superato nessuna tennista nella top 200 (la meglio classificata era l’autriaca Grabher, 221 WTA) e che ben quattro successi sono arrivati contro giocatrici oltre la 500° posizione. Che decisamente non sia un’impresa quanto compiuto in terra estone dalla nostra nazionale nulla toglie però all’indubbia (quanto lenta) ripresa del nostro movimento femminile: a Tallin l’Italia ha giocato con una rappresentativa dall’età media giovane (quella di Paolini, Giorgi, Gatto-Monticone, Trevisan e Cocciaretto è inferiore ai 23 anni) e, soprattutto, con margini di miglioramento innegabili. La nostra nazionale è già indubbiamente più forte di quella che lo scorso aprile perse malamente in Russia: allora il ranking medio delle nostre era 252, 6, mentre quello della scorsa settimana si era quasi dimezzato (129,2).

 
Elisabetta Cocciaretto in Fed Cup

6- le tenniste (Serena Williams, Kenin, Osaka, Bertens, Bencic, Svitolina) nella top ten WTA ad aver partecipato la scorsa settimana alle sfide di Fed Cup. A completare un buonissimo campo di partecipazione vanno rimarcate le presenze di due top 20 (Sabalenka e Mertens) e di otto top 50 (Sevastova, Ostapenko, Alexandrova, Putintseva, Yastremska, Kudermetova, Kontaveit, Swiatek). La manifestazione a squadre nazionali del tennis in gonnella, rinnovatasi sullo stile della riforma messa in atto lo scorso anno dalla Coppa Davis, oltre a veder disputare i vari scontri di spareggio dei livelli inferiori del World Group, aveva in programma otto play-off: ciascuno di essi metteva in palio un posto per le Finals che si giocheranno a Budapest ad aprile (trovate qui i gironi, già sorteggiati).

Avevano già assicurata la loro presenza nella capitale magiara Francia (campione in carica), Australia (finalista 2019), Repubblica Ceca (dotata di wild-card) e Ungheria (paese ospitante). Gli otto play-off hanno sancito la qualificazione di Stati Uniti – vera potenza del tennis femminile con diciassette rappresentanti nella top 100 e vincitori sulla Lituania grazie alle presenze delle loro numero 1 e 2, Kenin e Serena, con quest’ultima prima vincitrice su Ostapenko e poi incappata contro Sevastova nella sua prima sconfitta in quattordici singolari giocati in carriera con la sua rappresentativa – Bielorussia, Russia, Germania, Svizzera, Belgio e Romania e Spagna (impostasi sul Giappone di Osaka, capace di raccogliere solo tre game contro Sorribes Tormo, 78 WTA).

Ad eccezione della giapponese, tutte le top ten scese in campo hanno fatto prevalere la loro maggiore caratura tecnica, risultando decisive per i successi delle loro rappresentative (la sola Bertens, pur vincendo i suoi due singolari, si è arresa in doppio ed è stata eliminata con la sua Olanda da Sasnovich e Sabalenka). Come la sconfitta di Serena, infatti, si sono rivelate ininfluenti (sebbene sorprendenti) quelle di Kenin con Ostapenko e di Bencic con la 18enne mancina canadese Fernandez. Resta comunque la buona risposta delle top player, probabilmente supportata dal momento relativamente tranquillo della stagione e dalla prospettiva di assicurarsi un ticket per la prima edizione delle ‘nuove’ finali di Budapest.

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Novak Djokovic o “delle seconde che sono prime”

Proponiamo di seguito una digressione su uno spunto di fivethirtyeight.com, che ha spiegato nei numeri i progressi della seconda di servizio del campione serbo

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Novak Djokovic - Australian Open 2020 (via Twitter, @AustralianOpen)

Nel saggio “Roger Federer both flesh and not” (inizialmente “Federer as religious experience”), David Foster Wallace riporta la risposta dello svizzero alla domanda su quanto contasse per lui essere un giocatore esteticamente piacente, che era stata, nelle parole di DFW, sintomatica in quanto non era una risposta definitiva ma rimaneva un insight di raro interesse. In sostanza, Federer aveva in qualche modo sminuito il tema della propria grazia ultraterrena (cosa che i suoi sponsor certamente non fanno), affermando che quell’aspetto è sì importante, ma allo stesso tempo è soltanto una prima impressione di chi guarda, e non ha un impatto significativo su come lui affronta la questione, piuttosto rilevante per un atleta, della vittoria e della sconfitta.

Un discorso simile potrebbe essere fatto per il servizio di Novak Djokovic, perennemente sottovalutato dal pubblico per l’apparente aporia davanti a cui ci pone il suo stile gioco: ciò che l’eye test degli osservatori trae dalle partite del serbo sono la flessibilità, la copertura di campo, le risposte fra i piedi dell’avversario, ma in poche parole ciò che si nota è la consistenza di Nole nello sbagliare dal poco all’infinitesimale, nonostante il suo sia tutto tranne che un gioco di rimessa, grazie ai continui anticipi con cui taglia gli angoli e pressa gli avversari, e grazie anche, in misura considerevole, proprio alla battuta – ricordiamo tutti le difficoltà a cui andò incontro per via delle condizioni vegetative del colpo causate dai problemi al gomito del 2017, quando fu costretto a modificare temporaneamente l’esecuzione del colpo per non stressare l’articolazione, perdendo velocità e spazzolata.

Infatti, quando nel 2018 il New York Times ha indetto un sondaggio fra giocatori e addetti ai lavori, sia la prima che la seconda di Djokovic sono risultate fra le migliori del circuito, guadagnandosi un posto appena fuori dalla Top 5 (in entrambe le categorie il quintetto top era Isner-Karlovic-Raonic-Federer-Anderson, in diverso ordine), e i dati sembrano confermarlo: stando al sito dell’ATP, Nole ha l’ottavo miglior serve rating’ dell’ultimo anno di tennis, un dato figlio soprattutto del settimo posto nella percentuale di game vinti e del quinto per punti vinti sulla seconda.

Novak Djokovic – ATP Finals 2019 (foto Roberto Zanettin)

Proprio sulla seconda si è focalizzata Amy Lundy di fivethirtyeight.com, che ha certificato nei numeri come il colpo abbia fatto un ulteriore salto in avanti durante gli Australian Open, rendendolo ancora meno giocabile – e non è che prima… Stando ai rilevamenti Infosys del torneo, il N.2 ATP ha aggiunto circa 10 chilometri orari alla sua seconda palla, attestandosi sui 167 all’ora, un dato non troppo lontano dai 190 della prima di servizio, e soprattutto più alta di quella di giocatori considerati molto più aggressivi con questo fondamentale, come Nick Kyrgios (anche se difficilmente Djokovic proverà mai a spingerla così tanto sul 5-5 del tie-break del terzo…).

L’autrice ha evidenziato maggiormente due dati. Innanzitutto, che all’aumento di velocità non è corrisposto un aumento dei doppi falli – 13 nei primi 6 match, lo stesso dato del 2018. E poi, ancora più significativamente, che non solo Djokovic ha reso più pesante il colpo, ma l’ha shakerato con un approccio tecnico non convenzionale in termini di spin: quasi tutti i giocatori optano per una prima piatta o slice, riservando il kick per le seconde, che hanno il vantaggio di un passaggio molto più alto sulla rete e generano un rimbalzo altrettanto elevato. Djokovic, però, sta servendo con frequenza lo slice sulla seconda, aumentando l’effetto sorpresa contro avversari usi a colpi lavorati ma non troppo rapidi, magari assumendo una posizione più avanzata che non dà il tempo di reagire a una diversamente prima di servizio.

Il tipo di effetto è poi legato a un piazzamento differente rispetto alla doxa delle seconde palle, predicata sulla ricerca del rovescio avversario: il box del servizio viene tradizionalmente diviso in tre fasce, esterna, al corpo, e all’incrocio delle righe, con le seconde generalmente a cercare l’incrocio da destra e soprattutto la linea esterna da sinistra, dove il kick diventa fondamentale per far colpire l’avversario all’altezza della spalla. Nole, ancora una volta, sta facendo il contrario, cercando il dritto avversario senza problemi grazie alla corposità del suo colpo: delle 40 seconde dal deuce court tirate nei primi quattro match, 22 sono state indirizzate verso l’esterno del campo, attaccando il dritto dell’avversario in tre di queste partite – fa ovviamente eccezione il terzo turno con il mancino Nishioka; discorso simile per la seconda da sinistra, con 28 su 45 tirate al centro.

Ma da dove si origina la teoria contro-intuitiva che ha portato a questo cambiamento tattico? Due cose vanno dette. Innanzitutto, al di là di ogni discorso specifico, la velocità della battuta di Djokovic è cresciuta in toto, e una grande prima favorisce rischi sulla seconda: nei primi tre turni, ha messo a segno più del doppio degli ace rispetto allo scorso anno, 47-23; a parità di match, e con meno turni al servizio giocati, ha messo a segno più ace di Federer, 70 a 66, e solo un paio in meno rispetto a Zverev; e nella prima settimana del torneo ha colpito il 61% delle sue seconde sopra ai 170 chilometri orari.

Per un’eziologia più precisa, invece, ci viene il soccorso ancora una volta Craig O’Shannessy, che lo scorso dicembre ha scritto un feature sugli ace di seconda messi a segno dall’attuale Top 10 nei Masters 1000 giocati fra il 2011 e il 2019, mostrando come l’84% di questi sia generato da servizi contro il dritto (47% da sinistra, 37% da destra). E chi guidava questa speciale classifica? Proprio Djokovic, che quindi sta portando nel mainstream del suo gioco uno schema indie che ha sempre avuto – è un po’ il Tommaso Paradiso dei servizi.

Novak Djokovic a Parigi-Bercy 2019 (foto Twitter @RolexPMasters)

Ora però deve arrivare la domanda pragmatica: e la Grecia, e la mitologia, e tagliamo la mela… ma intanto i 15 li porta a casa? La risposta pare essere un inequivocabile sì, perché nei quattro match di cui sopra Djokovic ha vinto il 74% dei punti sulle seconde tirate in queste direzioni, un dato Isneriano se pensiamo che nessuno va sopra il 61% di punti totali vinti con la seconda nel torneo, e che la sua percentuale di punti vinti sulla seconda fino agli ottavi è salita dal 57% al 60% – va ricordato che l’ottavo dello scorso lo vide affrontare un ribattitore come Medvedev, ma quello di quest’anno non gli ha portato più fortuna da questo punto di vista, opponendogli Diego Schwartzman, un altro dei migliori ribattitori del globo.

Obiezione: va sottolineato come negli ultimi match del torneo la frequenza della seconda anomala sia scesa, visti anche gli accoppiamenti con tre avversari dal dritto eccellente quali Raonic, Federer (mutatis mutandis per le sue condizioni, ovviamente) e Thiem, e scesa la frequenza è anche scesa la velocità media del colpo, seppur in maniera non troppo significativa: 158 all’ora con il canadese, 161 con Federer, mentre Thiem merita un discorso a parte.

Nell’atto finale, Djokovic ha servito la seconda a 151 km/h, rimanendo costante in tutti i set ad eccezione del primo, in cui delle percentuali di servizio stratosferiche (80% di prime in campo) gli hanno consentito di spingere oltremodo le sole cinque seconde avute a disposizione, per una media di 166 chilometri orari. È dunque evidente come questa nuova gestalt non sia ancora insita nella psiche tennistica del serbo, ma piuttosto qualcosa da usare quando tutto gira al massimo per infierire sui malcapitati che lo affrontano. In finale Djokovic ha chiaramente voluto mandare un messaggio di dominio territoriale, conscio della fatica e della poca familiarità del Dominator con la tipologia d’incontro, ma è evidentemente poi stato punto dalla caparbietà e sono-Diesel-come-Stan-ti-ricordi-quelle-duefinali dell’austriaco, per nulla intimidito da questo inizio esondante di Nole, costringendolo a tornare a schemi più tradizionali per domarlo di puro acido lattico.

Obiezione all’obiezione, però: il neo-N.1 ATP è forse il giocatore più raziocinante nella storia di questo sport, e quindi la minor frequenza della seconda al dritto non si è tradotta in una sua minor efficacia: 53% con Raonic (in un match in cui ha avuto solo il 48% sulla seconda); 67% con Federer (54% totale); e 57% in finale contro 51. Contro l’austriaco, tre slice da destra sono da sottolineare per indicare l’importanza del colpo: il primissimo punto, la palla break salvata sul 4-4 15-40 del primo set, e una che forse gli ha vinto la partita, sul 4-3 30-30 nel quinto, quando Jacopo Lo Monaco di Eurosport ha commentato lapidario che Thiem dovesse aspettarsi quel colpo, vista la sua efficacia lungo l’arco del torneo e in punti importanti, aspetto discusso anche da Wilander nel pre-partita.

 
Novak Djokovic e Dominic Thiem – Australian Open 2020 (foto via Twitter @AustralianOpen)

Sembra chiaro, dunque, che quest’arma non sia solo un atout da usare per sorprendere l’avversario, ma piuttosto una bona fide freccia in faretra che verrà usata con continuità, certamente anche grazie all’input di Goran Ivanisevic, che di servizio si intende parecchio. Chissà che ciò non sia parte di un disegno più offensivo, similmente a quanto fatto da Nadal con Moya per ridurre i carichi nel crepuscolo della carriera. Se così fosse, più che di crepuscolo si dovrebbe parlare di Aurora Boreale, che ormai per Nole consiste in un solo grande obiettivo, il Doppio Sorpasso.

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E tu quanti Slam hai?

Alla vigilia del primo Slam dell’anno si rinnova la Grande Battaglia per il primato nella speciale classifica degli Slam ma a Melbourne il favorito è sempre Nole

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Roger Federer - Australian Open 2018 (foto @Sport Vision, Chryslène Caillaud)

La gara a chi avrà più Slam a fine carriera tra Djokovic, Nadal e Federer è aperta e tra qualche anno sapremo il vincitore di un record che probabilmente rimarrà imbattuto per molto tempo. Negli ultimi tre anni i big three hanno dominato di nuovo come non accadeva dal 2012. Nadal ha vinto 5 Slam, Djokovic 4 e Federer 3. Ma negli ultimi sette Slam a vincere sono stati solo Nole e Rafa (4 a 3). Un fatto curioso è che nel 2017 Nadal e Federer si sono divisi due Slam a testa. Lo stesso è accaduto quest’anno tra Nadal e Djokovic. Nell’Era Open non era mai successo prima. Infatti l’ultima e unica altra volta nella storia del tennis era avvenuto nel 1967 quando Emerson aveva vinto in Australia e a Parigi mentre Newcombe aveva vinto Wimbledon e US Open.

Il Calendar Year Grand Slam nella storia di questo sport, ovvero dal 1905, primo anno in cui si sono disputati tutti e quattro i grandi tornei, è stato compiuto solo da due giocatori in tre occasioni. Donald Budge nel 1938 e Rod Laver nel 1962 e 1969. Solo Laver lo ha compiuto due volte. Solo Laver ha compiuto l’impresa nell’Era Open, ancorché in tempi in cui tre Slam su quattro si giocavano su erba. Dopo di allora abbiamo dovuto aspettare il 2016, quando Nole è diventato il primo tennista dal 1969 a detenere i quattro trofei simultaneamente. Né Federer né Nadal sono stati in grado di compiere quest’impresa, nonostante ci siano andati vicini un paio di volte. Federer nel 2006 e 2007, sconfitto solo in finale a Parigi da Nadal, e, vorremmo aggiungere anche nel 2009, sconfitto in due tirate finali al quinto set a Melbourne e New York. Nadal nel 2010, costretto al ritiro a Melbourne nei quarti e poi vincente nei successivi tre Slam.

In effetti nella storia del tennis nessun altro tennista, a parte Budge, Laver e Djokovic, è stato capace di vincere quattro Slam di fila, fossero questi nello stesso anno o in due anni successivi. Budge di Slam consecutivi ne vinse ben 6, aggiungendo Wimbledon e US Open del 1937 ai titoli dell’anno successivo, ma bisogna ammettere che erano altri tempi, Laver e Djokovic si sono fermati a quattro.

A questo punto, c’è un altro dato sugli Slam che però viene spesso sottovalutato e su cui vorremmo soffermarci. Ovvero quanti Slam un giocatore detiene degli ultimi quattro. Il sogno di ogni tennista è chiudere una stagione avendo vinto tutti e quattro i grandi tornei. Tutti si accontenterebbero di vincerne quattro di seguito a cavallo di due anni, a molti anche tre Slam su quattro non farebbero certo schifo. Questo dato aiuta a valutare periodi di dominio contro continuità ad alti livelli. Infatti c’è differenza tra un giocatore che vince quattro volte lo stesso Slam ed uno che vince quattro Slam di seguito. Il primo in quattro anni avrebbe 16 volte uno Slam su quattro e zero volte due, tre o quattro Slam su quattro. Il secondo invece avrebbe 2 volte uno, due e tre Slam su quattro e 1 volta quattro su quattro e 9 volte zero su quattro (in quattro anni). Il primo si potrebbe considerare continuo (16 volte con almeno uno Slam) ma non dominante, mentre il secondo si potrebbe considerare più dominante per un più breve periodo (7 volte con almeno uno slam e 9 senza).

Come detto quattro consecutivi è un traguardo riuscito solo a tre giocatori. Tre Slam consecutivi sono un’impresa relativamente più facile. Tuttavia solo otto giocatori ci sono riusciti in oltre cento anni di storia. Di questi otto tre li conosciamo bene e due di questi tre sono anche gli unici ad esserci riusciti due volte. Federer a cavallo tra 2005 e 2006 e poi a cavallo tra 2006 e 2007, Djokovic a cavallo tra 2011 e 2012 e poi a cavallo tra 2018 e 2019 mentre ci è riuscito ‘solo’ Nadal nel 2010. Gli altri cinque tennisti sono Jack Crawford (1933), Tony Trabert (1955), Lew Hoad (1956), Roy Emerson (a cavallo tra 1964 e 1965) e Pete Sampras (a cavallo tra 1993 e 1994).

Tre Slam nello stesso anno ma non consecutivi, invece, sono stati vinti da Fred Perry (1934), Ashley Cooper (1958), Roy Emerson (1964), Jimmy Connors (1974), Mats Wilander (1988) e ovviamente i soliti tre con Federer tre volte (2004, 2006 e 2007), Djokovic due (2011 e 2015) e Nadal una (2010).

Il primo della lista è Jack Crawford che fallì il Calendar Year Grand Slam nel 1933 perdendo la finale dell’US Open da Fred Perry. L’importanza della possibile impresa però non sfuggì all’occhio del giornalista che per l’occasione coniò il termine Grande Slam, mediandolo dal golf. Perry continuò vincendo tre dei quattro Slam dell’anno seguente. Gli sfuggì solo il Roland Garros, per mano del nostro De Stefani, nei quarti di finale. Nel 1938, come detto, ci fu il primo grande slam ad opera di Budge. Dopo di allora bisogna attendere quasi vent’anni, fino alla stagione dei grandi erbivori australiani, per assistere ad una serie di record ed imprese in successione. Nel 1955 Trabert fallisce all’Australian Open perdendo in semifinale da Rosewall ma si riscatta vincendo poi i successivi tre Slam. L’anno successivo tocca a Hoad vincere i primi tre Slam dell’anno per essere poi sconfitto sul più bello, in finale all’US Open, ancora da Rosewall.

Nel 1958 Cooper vince tre Slam ma non consecutivi, fallendo a Parigi. Nel 1962 Laver completa il Grande Slam da amatore e nel 1964 tocca a Emerson vincere tre Slam non consecutivi. Tre consecutivi Emerson li conquista tra il ‘64 e il ‘65, venendo fermato però a Parigi da Tony Roche in semifinale. Il 1968 vede l’apertura ai professionisti, il 1969 è l’anno dello Slam di Rod Laver e da quel momento ci vorranno più di vent’anni per trovare un altro tennista capace di vincere tre Slam consecutivi, sebbene Connors nel 1974 e Wilander nel 1988 ne vinsero tre non consecutivi nello stesso anno. Fu Sampras, a cavallo tra il 1993 ed il 1994 a vincere tre Slam in successione. Come è noto gli mancò sempre Parigi e nel 1994 fu fermato da Courier nei quarti. Questa breve panoramica dovrebbe rendere l’idea di quanto ardua sia l’impresa di vincere diversi Slam in un breve lasso di tempo.

Limitandoci all’Era Open, ecco la lista di tutti coloro che ad un dato momento hanno detenuto almeno tre Slam su quattro fino all’arrivo dei big three:

1968-1969: Laver (non consecutivi, da Wimbledon 1968 al Roland Garros 1969)
1969: Laver (consecutivi da Australian Open a Wimbledon 1969)
1969: Laver (consecutivi quattro su quattro)
1969: Laver (consecutivi da Roland Garros a US Open 1969)
1974: Connors (tutti nello stesso anno, non consecutivi)
1988: Wilander (tutti nello stesso anno, non consecutivi)
1993-1994: Sampras (consecutivi, da Wimbledon 1993 ad Australian Open 1994)*
1993-1994: Sampras (non consecutivi, da US Open 1993 a Wimbledon 1994)
1996-1997: Sampras (non consecutivi, da US Open 1996 a Wimbledon 1997)
1999-2000: Agassi (non consecutivi, da Roland Garros 1999 ad Australian Open 2000)
*Questa serie va contata due volte, una includendo il Roland Garros 1993 ed una includendo il Roland Garros 1994

Per Djokovic, la soddisfazione di essere il detentore di tutti e quattro gli Slam, raggiunta dopo il Roland Garros del 2016 fu di breve durata. Infatti, solo tre settimane dopo, la sconfitta con Querrey a Wimbledon lo riportava nel regno di quelli con ‘solo’ tre degli ultimi quattro Slam. Regno in cui Federer e Nadal gli fanno compagnia. Prendendoli insieme i tre hanno tre strisce in cui si sono spartiti tutti gli Slam.

La prima, impressionante, dall’Australian Open 2006 (in cui Federer prese la corona di Safin) fino all’US Open 2009, quando Del Potro si intromise nel loro dominio). Quindici Slam consecutivi divisi tra loro tre, di cui ad onor del vero, Djokovic ne vinse solo uno. La seconda, di otto Slam, dall’US Open 2010, quando Del Potro consegnò la corona a Nadal, all’US Open 2012, quando finalmente venne anche il turno di Murray. E la terza, tanto inaspettata quanto incredibile, di nove Slam, dall’US Open 2017, quando Federer e Nadal si spartirono due Slam a testa, fino all’US Open 2019. E questa potrebbe estendersi ancora nel 2020, visto che Djokovic sarà il naturale favorito a Melbourne.

E singolarmente? Andiamo ora ad indagare il dato di quante volte i big three abbiano detenuto uno, due, tre o quattro degli Slam dei dodici mesi precedenti. Djokovic è l’unico ad aver avuto in mano tutti e quattro i trofei allo stesso tempo, ma, come si è detto, è durato una sola volta. Il serbo ha tenuto in mano tre trofei su quattro per 9 volte, contro le 4 di Nadal e le impressionanti 11 di Federer. Tuttavia l’ultima volta che lo svizzero ha detenuto tre titoli simultaneamente è stato nel 2010 (dopo l’Australian Open), Nadal nel 2011 mentre Djokovic quest’anno. E due tornei dello Slam su quattro simultaneamente? Per Federe 16 volte, Nadal 13 e Djokovic 7. E uno su quattro? Federer e Djokovic 15 volte, mentre Nadal 32, derivanti dal dominio dello spagnolo a Parigi anche negli anni in cui gli altri Slam sono stati avari per lui.

Riassumendo ecco di seguito quante volte i tre campioni hanno detenuto 1, 2, 3 o 4 degli Slam giocati nei precedenti dodici mesi**:

  1 Slam su 4 2 Slam su 4 3 Slam su 4 4 Slam su 4 Totale
Djokovic 15 7 9 1 32
Nadal 32 13 4 0 49
Federer 15 16 11 0 42

**Se, per ipotesi, Nadal e Djokovic non dovessero più vincere uno Slam il computo di Djokovic diventerebbe 17, 7, 9, 1 e quello di Nadal diventerebbe 34, 14, 4, 0

Per confronto ecco gli altri campioni dell’Era Open (per Laver abbiamo incluso tra parentesi i dati su tutta la carriera, anche se non bisogna dimenticare che alcuni anni non giocò gli Slam in quanto professionista):

 
  1 Slam su 4 2 Slam su 4 3 Slam su 4 4 Slam su 4 Totale
Laver 3 (10) 2 (4) 3 (6) 1 (2) 9 (22)
Connors 17 6 1 0 24
Borg 18 13 0 0 31
McEnroe 14 7 0 0 21
Lendl 16 8 0 0 24
Wilander*** 13 6 1 0 20
Sampras 28 8 4 0 40
Agassi 17 6 1 0 24

***Tra il 1977 ed il 1986 l’Open d’Australia si è disputato in dicembre. Per tenere l’ordine cronologico si sono quindi contate le edizioni di dicembre come appartenenti al gennaio successivo. L’unico giocatore interessato è Wilander, vincitore in due occasioni durante questo lasso di tempo, per cui si è contata l’edizione del dicembre 1983 come gennaio 1984 e quella del dicembre 1984 come gennaio 1985

Nadal solo 4 volte ha detenuto tre Slam su quattro, ma questo dato è ampiamente compensato dalle 32 volte che ha detenuto almeno uno Slam su quattro, più di chiunque altro. Dall’altro lato invece Federer e Djokovic sono inclini a concentrare le vittorie in intervalli di tempo più brevi, magari alternati a periodi di digiuno. Djokovic, come detto, è l’unico dei tre ad avere detenuto tutti e quattro gli Slam simultaneamente e le 9 volte in cui ne ha detenuti tre lo mettono secondo, dietro a Federer che per ben 11 volte ha detenuto tre Slam su quattro. Terzi a pari merito Nadal e Sampras.

Quali di queste serie si allungheranno nel 2020? Sarà Nadal in grado di vincere di nuovo a Parigi? E Federer, alla soglia dei quarant’anni, saprà vincere un altro Slam prima dell’addio? Ed il dominio di Djokovic in Australia si estenderà ulteriormente? O forse il 2020 segnerà finalmente l’arrivo di nomi nuovi?

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