Ufficiale: dal 2019 Roma sarà un mini Slam

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Ufficiale: dal 2019 Roma sarà un mini Slam

L’annuncio di Binaghi su Supertennis: “Roma e Madrid avranno 10 giorni in calendario e tabelloni a 96 giocatori”. Date ancora da collocare. “Fognini è pentito. Temo strascichi”. E le NextGen Finals? “Sold out per gli ultimi 2 giorni”

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Per la prima volta dopo i problemi di salute, il presidente FIT Angelo Binaghi torna a parlare pubblicamente di tennis italiano e internazionale. Binaghi, intervenuto sull’emittente della federazione, ha innanzitutto annunciato grandi cambiamenti per il torneo di Roma: “Sono tornato a Roma per la prima volta dopo i problemi di salute per incontrare Angelo Palmieri. Abbiamo grandi novità per Roma, dal 2019, dopo la revisione del calendario ATP, il nostro torneo e quello di Madrid avranno 10 giorni in calendario con tabelloni a 96 giocatori (attualmente è a 64, ndr). Ma siccome nel calendario sono tre le settimane disponibili, resta da definire come collocare le date. Avremo l’ufficializzazione dell’upgrade quando uscirà il calendario definitivo durante le ATP Finals di Londra e credo che sarà un notevole successo per il tennis italiano”.

Accantonati i proclami romani, spazio al tennis internazionale: “Qualcuno ha criticato la posizione di Nadal in risposta, così fuori dal campo? Ha fatto semplicemente la cosa giusta nel piazzarsi così indietro. Rafa comunque ha due età, una anagrafica e l’altra tennistica, superiore a quella di Roger Federer, considerando il tipo di gioco più usurante dello spagnolo”. Chiaramente non potevano mancare i commenti sullo slam degli italiani: “La delusione principale è naturalmente stata Fabio Fognini, anche se nessuno ha detto due cose. E cioè che l’episodio più grave della sua carriera viene in un momento in cui aveva dimostrato una certa maturità, il 2017 era l’anno migliore per quel che riguarda il suo comportamento, fino a quel momento più maturo. Avevo detto già anche in passato che Fabio maturerà, ma senza illuderci che non ci saranno più episodi caratteriali. L’altro aspetto è che una multa da 100mila euro è insignificante, perché oltre al danno di immagine per lui Fognini ci rimette di continuo dal non saper gestire questi stati d’animo e intemperanze. Non è uno come John McEnroe che si caricava con certi comportamenti, Fabio si rende conto subito dello sbaglio, si pente e si deprime, poi ha un calo di rendimento nella partita e quindi nel corso della stagione il danno per lui diventa di milioni di euro di mancato guadagno. Ho avuto modo di sentire Fabio e l’ho trovato pentito, dispiaciuto e preoccupato. Il mio timore è che possano esserci strascichi per la parte finale della stagione”. 

Sulla prestazione, invece, degli altri italiani solo parole positive: Nel ranking ATP di questa settimana abbiamo sei giocatori nei primi 100 del mondo, un ottimo risultato per il nostro tennis, ma ce ne sono pure altri tre-quattro che possono riuscirci a breve”. E Sara Errani? “Avevamo davanti una delle giocatrici che ha segnato, sia a livello individuale che con la nazionale, gli ultimi dieci anni del nostro sport con un comportamento da donna sempre al di sopra di ogni sospetto, ecco perché ci è sembrato doveroso fare in modo che in questa vicenda Sara potesse difendersi nel modo migliore, affiancata da un team di avvocati e medici a supporto”. 

 

Le ultime parole sono dirette alle Finals dei NextGen: “Con il progetto Next Gen siamo la testimonianza vivente che l’ATP stessa lo scorso anno aveva paura che Nadal e Federer non potessero tornare a giocare ai livelli del recente passato, idea smentita però dai fatti in questa stagione. Difficile pronosticare un lungo futuro di successi per questi campionissimi, il tennis ha bisogno anche della nuova generazione di talenti insieme alla rivalità fra Rafa e Roger. Per la prima edizione delle Next Gen Finals la biglietteria sta procedendo assai bene: per gli ultimi due giorni, venerdì e sabato, siamo già praticamente sold out…”

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Paire è ancora positivo: gioca (e si ritira) ad Amburgo ma rischia il forfait al Roland Garros

Il francese “Ringrazio il torneo per avermi fatto giocare”. Il medico del torneo: “Risultare ancora positivi, non vuol dire essere contagiosi”

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Benoit Paire non sembra riuscire a trovare pace in quest’ultimo periodo. Il francese è sceso in campo ad Amburgo contro Casper Ruud, salvo poi ritirarsi sul punteggio di 6-4 2-0 in favore del suo avversario. Non è tanto il ritiro in sé a fare notizia (anche se è già il secondo negli ultimi tre tornei giocati; l’altro al Western&Southern Open contro Coric), quanto quello che Paire stesso a rivelato in conferenza stampa, ovvero di aver giocato nonostante fosse risultato nuovamente positivo al test per il coronavirus.

Davanti alla stampa, Paire è sembrato esausto e spaesato. “Sono stato dieci giorni in camera agli US Open e ora di nuovo. Sono stanco. Allenarsi un’ora e poi tornare in stanza: è impossibile farlo per molto tempo. In quel momento ero stanco e ho deciso di ritirarmi”.

Incapace di capire il motivo di questi trattamenti così differenti da torneo a torneo, Paire ha detto di essere risultato positivo a due test consecutivi ad Amburgo, prima dell’ultimo tampone negativo in seguito al quale è sceso in campo. “Sono risultato positivo sin dal mio arrivo. L’unico test negativo è quello di ieri, ma i due precedenti erano positivi. La regola però qui sembra essere diversa. L’ATP dovrebbe spiegare qual è la regola. In questo momento a Parigi vedo giocatori negativi che non possono giocare perché il loro coach è positivo, mentre qui in Germania se risulti positivo puoi giocare. Ringrazio ancora il torneo e il dottore per avermi permesso di giocare, ma ci sono regole che non riesco a comprendere molto”.

 

Un altro aspetto della storia che colpisce riguarda la precedente positività di Paire, che aveva gettato un po’ di scompiglio nella bolla di New York.”Non sappiamo se il test positivo negli USA fosse un falso positivo. Sappiamo solo che ero negativo dopo lo US Open, negativo in Francia, negativo a Roma e poi di nuovo positivo qui a Amburgo. Questo è tutto quello che so. È dura accettare di dover stare ancora una volta dieci giorni in camera d’albergo”.

Benoit Paire – Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

VERSO PARIGI – Di certo c’è che Benoit sta accusando molto il colpo dal punto di vista psicologico. Le ultime settimane sono state davvero difficili tra quarantena, ritiri e le solite sfuriate in campo. “Non è facile per me. Quando ho parlato con il dottore in Francia mi ha detto che avrò il 50% di possibilità di risultare nuovamente positivo a Parigi, perché potrebbe persistere qualche strascico del virus. Che posso dirvi: ogni notte vado a dormire e mi dicono magari sarai positivo, magari negativo, magari giocherai, magari no. Per me la vita non è piacevole al momento. L’unica cosa che voglio è finire la stagione e tornare a casa”.

Il metro di misura adottato al Roland Garros è in effetti molto più rigido e attualmente le possibilità di Paire di prendere parte allo Slam di casa sembrano davvero basse. “Ho contattato il Roland Garros per spiegare la situazione. Gli ho detto che ero già stato positivo quindi non era possibile che fossi di nuovo positivo. L’unica cosa è che la regola qui in Germania è diversa, penso che qui il torneo gestisca meglio la situazione, ma in Francia è differente. Se risulti positivo, sei fuori dal torneo. Io ero già stato positivo quindi probabilmente è qualche strascico oppure evidentemente si può ricontrarre il virus dopo essere già stati testati positivi in passato. Onestamente non ne so molto, ma il fatto è questo: ero positivo e ho potuto giocare, ma se arrivo a Parigi in queste condizioni non posso giocare“.

IL MEDICO DEL TORNEO

Subito dopo la conferenza stampa di Paire, è stato il turno del dr. Volker Carrero, medico del torneo, il quale ha spiegato meglio i motivi alla base della decisione di lasciargli disputare il proprio match di primo turno. “C’è un’enorme differenza tra un primo test positivo e una positività successiva. Dopo essere risultati positivi per la prima volta, chiunque in qualunque parte del mondo deve sottoporsi ad almeno dieci giorni di quarantena. Benoit Paire è risultato positivo il 28 agosto e anche uno dei test successivi si è rivelato positivo. Quindi adesso stiamo parlando di un tampone eseguito a tre settimane di distanza. Sappiamo che esiste un’alta percentuale di re-test positivi dopo tre settimane, ma questo non significa che la persona sia contagiosa. Prova soltanto la persistenza di materiale virale. In realtà tra i cinque e i dieci giorni dopo, i positivi non sono più contagiosi“.

Benoit è stato in quarantena per 10 giorni a New York, ha giocato un altro torneo a Roma dove è risultato negativo, poi è volato ad Amburgo dove l’esito del suo test è risultato ‘degno di nota’“, ha concluso Carrero. In seguito ha specificato che ci sono diversi numeri e parametri da prendere in considerazione, ma uno in particolare ha cruciale importanza secondo il Robert Koch Institut, organo responsabile per il controllo e la prevenzione delle malattie infettive in Germania; se questo parametro è inferiore a 30, allora il soggetto non è contagioso, come nel caso di Paire.

Carrero ha poi ribadito come tutto sia stato fatto in accordo con le norme del Dipartimento di salute del distretto di Hamburg-Eimsbüttel e si è detto sorpreso di alcune dichiarazioni di Paire, controbattendole. Dopo il nuovo test positivo, l’équipe medica ha infatti consigliato al giocatore di osservare la quarantena, uscendo solo per allenarsi e giocare, ma non l’aveva imposta dal momento che non era considerato infetto. Carrero ha poi detto che Paire non aveva mai fatto cenno alla sua spossatezza (come ha invece fatto nell’odierna conferenza stampa), dal momento che avrebbe potuto impattare sulla decisione del Dipartimento di salute, essendo la stanchezza uno dei sintomi dell’infezione da coronavirus. Per finire il medico del torneo ha dichiarato di aver spiegato a lungo e a fondo l’intera situazione a Paire, che dunque era stato ben informato degli sviluppi e delle decisioni.

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Nei dintorni di Djokovic

Nei dintorni di Djokovic: il ritorno di Danka Kovinic, una questione di rispetto

Nel 2016 Danka Kovinc realizzò il suo sogno: partecipare alle Olimpiadi. Da lì in poi la lunga crisi: “Come se il successo mi avesse preso alla sprovvista”. Poi la ripresa e il ritorno tra le prime 100. Dopo Roma, la top 80 ed una consapevolezza nuova: “Per ottenere grandi risultati non devi pensare a chi hai di fronte”

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Danka Kovinic - Internazionali di Roma 2020 (sito WTA)

Nel dicembre del 2015, un’ottantina di articoli fa, “Nei dintorni di Djokovic” faceva il suo esordio su Ubitennis raccontando la storia di Danka Kovinic. L’allora 21enne tennista montenegrina era infatti in piena ascesa, reduce dalla sua prima finale WTA e dall’ingresso tra le top 60. Ed aveva un grande sogno: diventare il primo tennista montenegrino a rappresentare il suo paese alle Olimpiadi. Un sogno che otto mesi dopo si realizzò grazie anche da un’ottima prima parte di 2016, con i quarti nel WTA di Rio de Janeiro che le valsero il best ranking al n. 46 a fine febbraio e successivamente la finale nel WTA di Istanbul e la vittoria nel prestigioso ITF di Marsiglia.

Le Olimpiadi non furono certo fortunatissime, con la sconfitta all’esordio contro la statunitense Madison Keys. Ma soprattutto furono l’inizio della crisi per la tennista di Cetinje – ma cresciuta ad Herceg Novi, cittadina montenegrina che si affaccia sull’Adriatico – dato che a quella dei Giochi di Rio fecero seguito altre sei sconfitte al primo turno, su otto tornei disputati, con l’unico exploit della semifinale di Tianjin, fondamentale per mantenere a fine anno un posto tra le prime ottanta giocatrici del mondo. “Quando adesso ripenso a quelle due stagioni, sono state veramente ricche di successi. Il best ranking, la qualificazione alle Olimpiadi di Rio, le finali WTA, i match contro i grandi nomi del tennis. Sono successe tante cose, e rivedendo il tutto adesso la sensazione è che non me lo aspettassi, che sono stata presa alla sprovvista. Sono passati tre anni da allora e credo che mi sia mancata l’esperienza per sfruttare a mio vantaggio tutti quei successi” ha raccontato Danka in un’intervista prima della partenza di questa stagione.

Nel 2017 la tennista montenegrina alterna delle buone prestazioni nei tornei ITF (tre finali) a risultati deludenti nel circuito WTA, finendo però l’anno con cinque sconfitte consecutive al primo turno – compreso un ITF e un 125K, che dovevano rappresentare l’ancora di salvezza per il ranking di fine stagione – che le costano l’uscita dalle top 100. L’anno successivo va anche peggio: fa fatica anche a livello ITF e scivola fuori dalle prime duecento della classifica mondiale. E solo per il rotto della cuffia, grazie a un paio di discreti risultati a novembre tra ITF e 125K, riesce a rientrarci nella classifica di fine anno.

“Ammetto che è stata dura. Il periodo nero è durato più di due anni. Ero triste, insoddisfatta, non vedevo la fine della striscia di risultati negativi, mi sentivo insicura in campo. La cosa più dura da accettare era il fatto che mi allenavo e mi impegnavo al massimo come quando arrivavano i risultati, ma nonostante questo niente andava come doveva. Dopo una serie di insuccessi inizia a vacillare anche la fiducia in se stessi, e così c’erano momenti in cui in campo mi ritrovavo a non avere la stessa voglia, lo stesso desiderio di vincere di prima. Non sono andata da uno psicologo sportivo o da un mental coach, ho ritenuto di doverne uscire da sola. Forse con questa scelta la strada è stata più lunga, ma ne sono uscita più forte e matura”.

 

Ma quelle vittorie a fine 2018 sono il primo timido segnale di risveglio per Danka, che comincia a ritrovarsi, pur non riuscendo a capire fino in fondo, neanche adesso, cosa sia successo. “Non riesco a determinare il motivo esatto. Tutto quello di cui ho parlato prima ha contribuito a far scendere il mio livello di gioco. Come anche il fatto che in due anni ho cambiato quattro allenatori, mentre in precedenza avevo lavorato per dieci anni con lo stesso coach. Non riuscivo a trovare qualcuno che mi andasse bene e che capisse che non ero tennisticamente al livello di quando ero top 50. Poi nel 2019 ho cominciato a sentirmi meglio, più felice. Ci sono stati ancora degli ostacoli, ma aveva ritrovato la capacità di lottare che avevo prima, ero determinata in quello che volevo e nel dimostrare che meritavo di stare lì dove ero stata”.

Il 2019 segna infatti il comeback di Danka. Ricomincia pian piano a fare la voce grossa a livello ITF (una vittoria e una finale in marzo), ma la prima svolta vera e propria arriva a luglio, con la finale nel 125K di Bastaad in mezzo ad una vittoria ed una finale ITF, risultati che le permettono di riavvicinarsi alla top 100. Dove rientra alla grande a fine ottobre, grazie alla vittoria nell’ITF di Szekesfehervar, in Ungheria. Una vittoria, quella nella “Città dei re” (così chiamata perché in epoca medioevale vi avevano luogo le incoronazioni dei re ungheresi), che ha significato molto per la 25enne tennista originaria della città montenegrina che ha dato i natali anche a Elena del Montenegro, consorte di Vittorio Emanuele III di Savoia e regina d’Italia dal 1900 al 1946). Ma re, regine e corone non c’entrano nulla con il valore di quella vittoria.

Il titolo in Ungheria è stato più di un titolo. Era il torneo in cui prima dell’inizio sapevo che vincendolo avrei raggiunto l’86esima posizione in classifica e dopo due anni sarei entrata nel tabellone principale di uno Slam. La pressione era tanta, specie in finale. È stato un match molto tirato, perché sia io che la mia avversaria (la rumena Begu, sconfitta per 6-4 3-6 6-3, ndr) eravamo nella stessa situazione: solo la vittoria garantiva l’accesso al main draw dell’Australian Open. Il ritorno nelle prime 100 è stata l’aspetto che ha caratterizzato la stagione e sono orgogliosa di essere riuscita a conquistare di nuovo un posto tra le migliori. Anche nel 2019 ci sono stati degli ostacoli, ma io e il mio team non ci siamo dati per vinti e questo ha pagato”.

Inutile ribadire come il 2020 sia stata, a causa della pandemia, una stagione assolutamente anomala. Prima dello stop Danka Kovinc aveva racimolato tre sconfitte in altrettanti incontri, tra Australian Open e un paio di International WTA, ma durante il lockdown non ha smesso di allenarsi intensamente e le dieci vittorie di fila all’Eastern Europe Tennis Championship organizzato da Janko Tipsarevic nella sua Accademia, struttura dove la giocatrice balcanica si allena da diverso tempo, le hanno permesso di riprendere la confidenza con il tennis agonistico.

“È stato molto importante, ci stavamo allenando 3-4 ore al giorno senza sapere, di fatto, perché, ed inoltre io sono una giocatrice che necessita di un po’ di tempo per abituarsi al ritmo partita. Per me quell’iniziativa è arrivata al momento giusto” aveva dichiarato di recente in un’altra intervista, prima di partire per gli Stati Uniti. I risultati dopo la ripartenza lo hanno dimostrato: dopo il ko all’esordio contro Zvonareva al Western e Southern Open, ecco il secondo turno allo US Open (l’ultima volta che aveva passato un turno in uno Slam era accaduto a Melbourne tre anni prima), i quarti ad Istanbul ed infine gli ottavi a Roma partendo dalle qualificazioni, suo miglior risultato in un torneo di livello Premier. Da lunedì Danka è n. 73, con un salto di tredici posizioni, tornando così dopo più di tre anni (dall’aprile 2017) tra le prime ottanta giocatrici del mondo.

E non pare intenzionata a fermarsi, anche perché adesso ritiene di avere una consapevolezza diversa, rispetto alla ragazzina montenegrina che si affacciò timorosa nel circuito ormai diversi anni fa. “Quando sono arrivata nel circuito avevo un grande rispetto verso i ‘grandi nomi’. Anche quando, ad esempio, ho battuto Roberta Vinci (successe a Madrid, nel 2016, ndr), c’era sempre quella sensazione di rispetto, forse anche di eccessiva umiltà… io sono solo Danka Kovinic e arrivo da un piccolo paese… Ora sono cambiata, forse sono cresciuta, affronto i match e le mie avversarie con un altro approccio. Sono sempre entrata in campo per vincere, ma prima era come se a livello inconscio ci fosse qualcosa in testa che ti diceva: ‘Ehi quella è Maria Sharapova…’. Ma per ottenere grandi risultati questo non  deve succedere. Cinque anni fa per me era tutto nuovo. Da Herceg Novi mi sono ritrovata al Roland Garros. Non c’era nessuno che mi dicesse: ‘Sei arrivata fino a qua, ora puoi battere anche loro’. Mi dicevano invece ‘va bene così. Hai già fatto tanto…’. Ecco, forse questo è stato l’errore”.

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Area test

Toalson S-Mach Pro, la scelta ibrida per potenza e controllo

Recensione e test della Toalson S-Mach pro in versione 310 e 295 grammi, un ibrido che soddisferà l’agonista alla ricerca di una valida alleata in campo

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Una racchetta da prendere in considerazione per l’agonista in cerca di un attrezzo di livello è sicuramente la Toalson S-Mach Pro 97. Questo marchio potrebbe sembrare non troppo famoso ma in realtà non è così: si tratta di un’azienda giapponese con oltre 60 anni di storia che produce telai e corde in Giappone, già questo dovrebbe dire parecchie cose in termini di qualità dei suoi prodotti. Toalson inoltre mette direttamente a disposizione, tramite il proprio sito, anche telai con piatto corde molto piccolo per allenamenti specifici, macchine incordatrici e altro.

La S-Mach Pro 310 grammi

A livello di racchette Toalson propone principalmente due linee di prodotto: la S-Mach Pro e la S-Mach Tour. Entrambe le serie hanno modelli in diverse opzioni di peso. La S-Mach Pro è l’oggetto di questo test, proposta in versione 310 grammi con bilanciamento a 31 centimetri e mezzo e in versione 295 grammi, con bilanciamento a 33 centimetri. Entrambe hanno un piatto corde ampio 97 pollici, il che specifica da subito che si tratta di racchette che si rivolgono a giocatori esigenti che cercano telai altrettanto performanti. Il profilo di questo telaio è variabile dai 23 millimetri del manico ai 21 degli steli passando per i 24 del cuore. Differenze cromatiche per i due pesi: il nero opaco domina il telaio, con l’aggiunta di piccole serigrafie e della scritta Toalson e S-Mach in blu elettrico per la versione 310 grammi e in verde per la versione 295 grammi. Il risultato finale, votato al minimalismo, è molto elegante, un fattore questo spesso apprezzato.

A livello di tecnologie impiegate su questa racchetta, costruita con un materiale proprietario dal nome Premium Carbon 30T, spicca il Flex Torque System, un sistema che ha nella struttura esagonale in zona cuore della racchetta la soluzione per prevenire perdita di potenza anche in occasione di colpi non centrati oltre alla riduzione di vibrazioni.

 

Caratteristiche tecniche

S-Mach Pro 310 grammi

Piatto corde 97 pollici quadrati
Peso 310 grammi
Schema corde 16×19
Bilanciamento 31,5 centimetri
Rigidità 68 RA
Profilo 23-21-24 mm
Lunghezza 68.6 cm

S-Mach Pro 295 grammi

Piatto corde 97 pollici quadrati
Peso 295 grammi
Schema corde 16×19
Bilanciamento 33 centimetri
Rigidità 68 RA
Profilo 23-21-24 mm
Lunghezza 68.6 cm

La S-Mach pro 295 grammi

In campo

Iniziamo con la 310 grammi: la rigidità dinamica è elevata, di fatto la sensazione di avere una racchetta tosta e reattiva si percepisce subito non appena si colpisce la palla con vigore. Il livello di flessione della racchetta è abbastanza basso in termini di localizzazione, e cioè in zona steli, ne consegue un impatto molto solido nello sweet pot. Lo schema di incordatura è un 16 x19 molto classico a livello di spaziature, una soluzione affidabile e senza fronzoli.

La versione pesante della Mach-S Pro è compatta negli impatti, che risultano pieni e molto solidi proprio grazie alla rigidità del telaio. Il livello di potenza “gratuita” è buono, per avere risultati maggiori bisogna lavorare di braccio, a questa potenza però si abbina in controllo di palla e la relativa precisione. Il taglio in back spin esce molto rapido e profondo. A livello di spin possiamo dire che il telaio non è progettato per essere una spin-machine, le rotazioni ci sono, funzionano bene su colpi con leggero effetto ma non è un telaio per gli amanti dello spin estremo.

Questo si ripercuote anche a livello di servizio: i migliori risultati si hanno quando si colpisce di piatto o in slice. Con leggero taglio insomma, questo telaio asseconda molto bene il gesto producendo ottimi risultati. Pur essendo una 97 pollici, con i limiti che ne conseguono a livello di impostazione di gioco, risulta più “gestibile” rispetto alle competitor, decisamente più esigenti.

La versione 295 grammi è invece diversa nell’impatto, che non risulta più pieno e compatto come con la 310 grammi. La mancanza di peso è ovviamente la causa di tutto ciò ma questo si traduce in una maggiore maneggevolezza e in una reattività nettamente maggiore. La 295 grammi è veloce, graffiante, delle due è quella maggiormente indicata per chi cerca maggiore spin. Potrebbe essere un’ottima soluzione per chi è in cerca di un telaio che non arrivi a pesare intorno ai 330 grammi, un attrezzo più difficile da gestire rispetto alla versione leggera che conserva le caratteristiche della serie ma in versione più aggressiva dal punto di vista della gestione, la Toalson ideale per i giocatori di attacco, per chi ama andare a rete e beneficiare di un attrezzo dal peso giusto per coniugare precisione da fondo campo, rotazioni e gestione della palla nel gioco di volo.

Entrambe le racchette comunque forniscono una sensazione di ibrido, la potenza e la facilità di uscita di palla tipica delle racchette profile con le caratteristiche di solidità di impatti e controllo delle classiche.

S-Mach Pro 295 grammi

Conclusione

Le due racchette coprono due tipi di giocatori differenti proponendo soluzioni leggermente diverse ma conservando il core delle qualità del prodotto: è come se fosse la stessa racchetta customizzata a livello di peso. Chi ama colpire in maniera pulita con leggera rotazione e che ha una buona tecnica di base troverà nella versione 310 grammi una fida alleata capace di rispecchiare in campo i gesti tecnici prodotti.

Chi invece ama giocate più arrotate e un gioco più veloce a livello di braccio potrà orientarsi verso la versione 295 grammi, specie gli amanti del gioco di rete (doppisti?) potranno beneficiare degli impatti solidi con una maneggevolezza superiore.

Si tratta di racchette comunque indirizzate entrambe ai giocatori attivi, non cioè ai controattaccanti da fondo campo soprattutto per via della dimensione del telaio, 97 pollici.

Racchetta testata con corde String Project Keen 1.18 (tensione 23/22) e String Project Armour 1.24  (23/22)

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