Tutta la verità di Nick Kyrgios

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Tutta la verità di Nick Kyrgios

Lettera aperta del bad boy australiano: “La famiglia al primo posto, i soldi non mi interessano”

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Non sono il professionista che il tennis mi chiede di essere. Questa è la verità. L’unica occasione che ho di trascorrere una vita normale è quando sono a casa. È il posto dove posso passare del tempo con la mia famiglia, giocare a Call of Duty con i miei compagni, essere un ragazzo come altri. È anche il momento in cui il tennis si aspetta che mi alleni, che vada in palestra e migliori gli aspetti mentali del mio gioco. Non sto facendo i progressi che dovrei perché non lo voglio abbastanza, non lo sto prendendo abbastanza seriamente. Lo so, e non c’è motivo di convincere qualcun altro del contrario. C’è una battaglia continua tra l’agonista in me che vuole vincere, vincere, vincere e l’essere umano che vuole vivere una vita normale con la mia famiglia, lontano dalle luci.

LA MORTE E IL TOUR

 

Il momento in cui tutto è venuto a galla è stato due anni fa, quando mia nonna, Julianah Foster, è morta. Non sono riuscito a passare con lei il tempo che avrei voluto, a causa del tennis. Mi ha tenuto lontano da lei, ed è qualcosa che ancora mi rode dentro. Ad essere onesto, direi che ho smesso di dedicarmi al tennis quanto avrei dovuto, dal momento in cui è morta. Nanna è stata praticamente mia madre per cinque anni più o meno, mentre mia madre lavorava full time come ingegnere elettronico e viaggiava avanti e indietro tra casa nostra a Canberra e i suoi uffici a Sydney e Melbourne. Eravamo incredibilmente legati. Trascorrevamo ore e ore e ore insieme. Dormivamo persino nello stesso letto. Non ci sarà mai nessun’altra persona come Nanna. Mi ricordo quando mamma le comprò una macchina arancione, dato che scarrozzava in continuazione Christos, Halimah e me in giro per Canberra. Nanna volle darle un tocco personale, e la portò a farla dipingere con dei fiori su tutta la carrozzeria. Quando non eravamo nella macchina hippie, Nanna ci portava in una piccola Suzuki quattro porte. L’ultima volta che eravamo insieme colpì un palo: James Frawley, con cui mi allenavo ed è un mio buon amico, era nell’auto e disse a mia madre che non sarebbe più salita in auto con noi. La chiamava Nanna anche lui, tutti i miei amici lo facevano, era divertente.

Fumava molto, e mia madre lo odiava. Sbuffava nuvole di fumo in auto o al Lyneham Tennis Centre, leggendo il suo Woman’s Day o Woman’s Weekly mentre mi allenavo. Ho tenuto il piccolo segreto di Nanna fino a poco tempo fa: poi ho detto a mia madre che Nanna fumava in continuazione e diciamo che non ne è stata così contenta. Dopo la sua morte, mio fratello e io abbiamo fatto visita ad un amico a Canberra, George che lavora da Armani Art, per un tatuaggio che rappresentasse un “74”, la sua età al momento del decesso. I miei genitori non amano i tatuaggi, quindi ce lo siamo tenuti per noi (mamma lo ha scoperto quando qualcuno lo ha postato sui social network). Mi fa ancora male ogni volta che lo guardo. Ricordo tutti i bei momenti, ma poi penso a quanto mi manca e provo ancora un dolore intenso, e vero. A questo punto mi rendo conto che il tennis non è molto importante in questa situazione. È solo un gioco, colpiamo una palla oltre la rete. Quando mi affacciai per la prima volta al tour pensai che fosse incredibile, una vita del genere, mi piaceva molto. Quando mio nonno è venuto a mancare recentemente, mi sono ritirato da alcuni tornei. Avevo bisogno di essere a casa. Amo essere a casa ed essere normale, più di ogni altra cosa.

IL FUOCO DENTRO

Ma non fraintendetemi. Amo vincere. Che sia scacchi, Call Of Duty o tennis, odio perdere e mi arrabbio – come avrete notato! – quando sento di non starmi esprimendo al massimo del mio potenziale. Quando sono nel giusto stato mentale, mi sento imbattibile. Quel periodo di quest’anno in cui ho battuto Novak Djokovic un paio di volte di seguito, ad Acapulco e Indian Wells? Già. Imbattibile. Sentivo che molte persone pensavano che la prima vittoria su Novak ad Acapulco fosse un caso. Io sapevo che non era così ed ero molto motivato a dimostrarlo. Per volere del destino, ci giocai una settimana e mezzo dopo, a Indian Wells, e vinsi in due set. Quando la motivazione è alta, sento di poter battere chiunque. Il risultato dipende solo da me. Fu la stessa cosa contro Nadal a Cincinnati. È facile prepararsi a un match del genere: avversario importante, campo Centrale, grande sfida. Adoro. È contro avversari classificati male e sui campi secondari, che non riesco concentrarmi e mi distraggo. Ovviamente la mia stagione Slam è stata terribile: intendevo davvero dire quello che ho detto dopo la sconfitta contro John Millman a New York. Forse è giusto che Sebastian Grosjean lavori con qualcuno più concentrato e che si dedichi più di me. Non lo so…

Gira tutto intorno al mio livello di motivazione: e una delle cose che lo influenza sono i media, e il modo in cui mi sento ritratto da loro. Wimbledon di quest’anno ne è l’esempio. Ho iniziato il torneo con un infortunio all’anca che prima o poi richiederà un intervento chirurgico. Ma non è così che i media hanno raccontato la storia. Apparentemente, non me ne fregava nulla e sono stato irrispettoso. E dopo ho avuto anche il coraggio di andare per locali, come se stessi commettendo un crimine. Chi è che non è mai andato per locali, nella propria vita? Quindi gli stessi giornalisti che mi adoravano dopo le vittorie su Djokovic, adesso mi distruggevano per una sconfitta da infortunato? Ok, come vi pare, non cercherò di contraddirvi se è questo quello che credete. Ci torneremo…

BERNIE TOMIC È UNA CONTRADDIZIONE

Sbagliereste anche se mi inseriste nella stessa categoria di Bernard Tomic, come hanno fatto Kitty Chiller e tanti altri. Bernie ha perso la via, eravamo molto amici quando ero più giovane: ovviamente non conoscevo il tour così bene all’epoca ed eravamo quasi coetanei, della stessa nazionalità, spesso agli stessi tornei. Ma è cambiato molto da allora. Deve capire cosa vuole fare, non riesco a condividere nulla di quello che dice ormai. Dice una cosa e ne fa un’altra, e si contraddice ogni volta. Dice che il tennis non lo rende felice, che non gli piace giocare, eppure dice che l’unica cosa che lo renderebbe davvero felice sarebbe vincere uno Slam. Non ha alcun senso. Posso onestamente affermare che vincere uno Slam non mi renderebbe la persona più felice del mondo. Come ho già scritto, a me piace solo essere un ragazzo normale e avere abbastanza da vivere per una vita normale. Non ho assolutamente bisogno di altro denaro. Siamo molto diversi.

IO E I MEDIA

Sono una persona molto riservata. Non mi piace che il pubblico sappia cose che mi riguardano e si interessi degli affari miei. Ho anche un po’ la scimmia sulla spalla, quindi non mi piace che la gente mi giudichi senza conoscermi, o dica cose non vere. Odio profondamente avere una vita così aperta e pubblica. Non mi piace per niente. Ho letto più volte che sono arrogante, irrispettoso e che il tennis è il mio unico argomento. Nulla di tutto ciò è minimamente vicino alla verità e chiunque abbia passato del tempo con me vi dirà lo stesso. Ho difficoltà a gestire questa cosa, sempre di più con il passare del tempo. Quando iniziai sul tour, non mi aspettavo nessuna attenzione dai media, mentre adesso, con un po’ di prospettiva e contesto, li vedo per quello che sono davvero. E non mi piacciono affatto. I più anziani del tour non sanno cosa significhi crescere nell’era dei social media. È una cosa grossa, non posso dire o fare nulla senza che ci sia una camera puntata su di me o qualcuno dica qualcosa al riguardo.

Ho giocato a basket misto a Canberra per cinque minuti qualche mese fa, e i media lo hanno riportato, perché mi ero ritirato da Atlanta a causa dell’infortunio all’anca. Gli articoli parlavano di una partita a tempo pieno e regolamentare, quando in realtà stavo solo scherzando e perdendo tempo con gli amici per qualche minuto. Dopo il torneo di Washington ho avuto una grossa discussione privata con mia madre sull’argomento. Le ho detto che non credevo di aver fatto nulla di male e non credevo ci sarebbero state videocamere a riprendermi alle tre del mattino. Mi ha risposto schietta, come sempre. Mi ha detto che non è nella nostra natura essere meschini con le persone, anche se loro sono meschine con noi. E di stare attento, perché ci sarà sempre qualcuno che cercherà di fare soldi con il mio nome – come quelli che hanno venduto ai giornali i video post-Wimbledon – e che non devo importarmene. Ma non è sempre facile disinteressarsi quando si sente di aver subito un torto.

FIGLI E FUTURO

Ci sono molte cose che vorrei ottenere nella vita. Mi sento chiedere spesso circa il futuro, che sembra sempre strano quando hai 22 anni e una carriera da tennista, una vita di famiglia e molte altre cose davanti. Ci sono cose su cui bisogna concentrarsi adesso, come rimettere in sesto la mia anca e il mio braccio, e tornare al livello di inizio 2017. Ma un pensiero che mi motiva molto è quello di guadagnare abbastanza per aprire un centro per ragazzi senzatetto, con problemi familiari o economici, e indirizzarli allo sport. Potrebbero venire e giocare su campi da basket, tennis, piscine, e anche viverci. Mi piacerebbe molto farlo, avere un paio di figli e supportare mia moglie in qualsiasi cosa vorrà fare. Una delle cose più soddisfacenti che abbia mai fatto è stato costruire un piccolo rifugio al Lyneham Tennis Centre come tributo a Nanna, proprio dove si metteva a fumare e leggere. È questo che conta nella vita, e io lo sto imparando.

Traduzione a cura di Carlo Carnevale

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Adriano Panatta, settant’anni di citazioni

“Non voglio insegnare un tipo di gioco frustrante”. Ripercorriamo alcune frasi del campione romano su come vede il tennis e su come vorrebbe insegnarlo

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Adriano Panatta, oggi settantenne, è certamente il più grande tennista italiano (uomo) dell’Era Open, l’unico in grado di conquistare uno Slam (o di raggiungerne la finale) e l’unico ad aver procurato frequenti dispiaceri ad uno dei più grandi, vale a dire Bjorn Borg, tanto da essere l’unico ad aver battuto l’Orso a Bois de Boulogne, e per ben due volte.

Anche dopo il ritiro dalle scene, Panatta è riuscito a rimanere una figura familiare alla gran parte del pubblico italiano, non solo per i suoi trascorsi sui campi (e ora pure al cinema…), ma piuttosto per due caratteristiche da sempre molto nette della sua dialettica: da un lato, la schiettezza, che l’ha spesso portato a prendere posizioni controverse su vari temi; dall’altro, la deprecatio temporum dello stile di gioco contemporaneo, un aspetto che l’ha reso il paladino di una vena nostalgica comune a tanti appassionati, e per questo ancora più amato. Il suo gioco (che con espressione vetusta viene sempre definito “dei gesti bianchi”) e il suo approccio al professionismo sono passati, grazie alle sue affermazioni successive, a incarnare un idealismo tennistico fondato sulle sue sfumature più ludiche ed estetizzanti, lontane dal podismo della pressione da fondo e dalla velocità delle racchette moderne.

La combinazione dei due tratti, non comune fra i grandi del tennis, quasi sempre dediti all’encomiastica dello sport in quanto ben consapevoli che la storicizzazione del presente ne consoliderà la genealogia e quindi il loro ruolo all’interno di essa, ha reso le sue affermazioni motivo di interesse e di scalpore, seppur non sempre condivisibili (motivo per cui microfoni ed editori continuano a cercarlo con notevole frequenza), ed è per questo che UbiTennis ha deciso di celebrarlo con una raccolta delle sue migliori frasi, frasi che più di tutto raccontano Adriano Panatta, un uomo che guarda il tennis come l’ha giocato.

 

“A me piace parlare dello sport allegro. Il tennis di Nastase è allegro, il tennis di Noah è allegro. […] Lo sport professionistico non fa bene a nessuno, perché i giocatori sono macchine da corsa portate all’estremo. In più nel tennis sei sempre solo, e giocando tanto inevitabilmente diventi un po’ matterello [sic]”, La7, presentazione di “Il tennis è musica” del 2018 con Gaia Tortora.

“Ah, la veronica non si insegna: viene naturale. Quella per annullare il match point a Pavel Hutka, seguita da una volée in tuffo, al primo turno di Parigi ‘76, è forse la più celebre. Il nome veronica lo inventò il giornalista Rino Tommasi. Forse, per non alimentare la mia falsa fama di seduttore, era meglio chiamarla Filiberto!”, Corriere, 2020.

“Mica ce l’ho con il rovescio a due mani. Ho solo detto che a una mano è più elegante e che, se posso, lo insegno così. Ma se arriva un bimbo che naturalmente attacca l’altra mano e colpisce bene, non sarò certo io a staccargliela, per carità di Dio. Quello che volevo dire è che nella mia scuola vorrei insegnare un tennis facile e voglio che i miei collaboratori la pensino come me, e non come si fa altrove. Perché le cose facili sono per certi versi le più complicate da insegnare, ma anche quelle che rendono felici. Se un ragazzino inizia a giocare, cresce, si diverte e ha tante soluzioni in campo, difficilmente smetterà. Non voglio insegnare un tipo di gioco frustrante, cioè quello che oggi fanno quasi tutti […] non è una questione ideologica, è che per fare quel tennis lì, botte di dritto e botte di rovescio e corse forsennate, servono qualità fisiche e forza mentale straordinarie, e mica tutti ce l’hanno. […] Chi diffonde quel tipo di gioco, secondo me, non fa il bene della maggior parte dei giocatori. Crei molti infelici”, in un’intervista di oggi a Federico Ferrero su Tennis Magazine Italia.

“Borg e Vilas hanno rovinato una generazione di giocatori. Oggi non c’è più un giocatore d’attacco, capace di ammorbidire la palla. Andre Agassi è stato l’evoluzione di questo tennis. Ha inventato un nuovo modo di giocare, primo attaccante a fondo campo. Oggi trovi degli energumeni che impugnano l’attrezzo. Il tennis è un’altra cosa. Guardo Federer. Lui gioca troppo bene. Lui è un illuso, vorrebbe battere quella belva di Nadal giocando bene a tennis. Impossibile, Panorama, 2006.

“Non l’ho mai detto a nessuno, conservo un’unica cosa: la pallina del match point contro Vilas a Roma, una Pirelli. Se la fece regalare mio padre Ascenzio, custode del Tc Parioli. Quando è mancato, riordinando casa, l’ho trovata. Poi è sparita di nuovo, misteriosamente. L’ha ripescata di recente mia figlia Rubina in un cassetto. È sbiadita, dura come un sasso. E con il tempo si è rimpicciolita, come i vecchi”, Corriere, 2020.

“Al Roland Garros in particolare giocai il miglior tennis della mia vita, dopo aver annullato con un tuffo un match point dell’avversario e surclassato Borg nei quarti di finale. Sessanta secondi di pienezza totale, di felicità, alla fine della finale con Harold Solomon e poi basta. La sera, nella cena di gala, ricordo, ero già molto triste. Un senso di vuoto. Quasi una depressione, che mi è durata tre settimane di seguito, Panorama, 2006.

“[P]er Berlinguer dovevamo andare in Cile. E voleva lo sapessimo. Per il segretario del Pci non sarebbe stato giusto che la Coppa finisse nelle mani del Cile del regime-Pinochet piuttosto che nelle nostre. Da lì in poi la strada verso la partenza si fece in discesa. Fu come un liberatutti. Il governo Andreotti disse che lasciava libero il Coni di decidere, quest’ultimo lasciò libera la Federazione e di fatto ci ritrovammo a Santiago, liberi di vincere. Grazie a Berlinguer. La Repubblica, 2009.


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Uno contro tutti: sale sul trono Jim Courier

Ventisei uomini diversi hanno occupato il trono di numero uno del mondo. Il decimo leader è Jim Courier, che si alternerà con Stefan Edberg nel 1992

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Preceduto in quanto a fama da tre connazionali evidentemente più appetibili sotto il profilo dell’immagine, è invece Jim Courier lo statunitense capace di raccogliere l’eredità di Connors e McEnroe in vetta al ranking mondiale. I capelli rossi nascosti dall’immancabile berrettino da baseball – sport dal quale sembra aver modellato il caratteristico movimento del rovescio bimane – e la polsiera alta sopra la mano destra, quella che impugna la racchetta nel dritto come una preistorica clava, sono i tratti caratteristici di questo ventunenne di Dade City, Florida, che il 10 febbraio 1992 diventa il decimo leader della classifica ATP, quella che in un certo qual modo regola il tennis maschile da quasi un ventennio.

Campione all’Australian Open, torneo nel quale non ha dovuto affrontare nemmeno un top 30 fino alla finale poi vinta a spese del n°1 Edberg, Courier sorpassa lo svedese nella prima settimana di febbraio grazie alla partecipazione al torneo di San Francisco. In California Courier raggiunge la finale, dove viene fermato dal connazionale Chang nel quarto episodio di una sfida che ne conterà ben 24 in un equilibrio perfetto (12-12). Nonostante il KO, Jim sale sul trono perché nel frattempo il re in carica (Stefan Edberg) non ha giocato se non in Coppa Davis e quindi non ha potuto accumulare punti.

Come abbiamo già potuto verificare nelle puntate precedenti e sconfessando il credo di Tayllerand poi ripreso in tempi più recenti da Giulio Andreotti, il potere (del primato, in questo caso) logora chi ce l’ha e nemmeno Courier può sottrarsi a questa sorta di legge non scritta. Nelle quattro settimane in cui scende in campo con la corona sulla testa, Jim colleziona altrettante sconfitte, le prime due delle quali pur avendo avuto a disposizione tre match-points ciascuna. Succede nella meravigliosa finale dell’ultima edizione del torneo di Bruxelles contro Becker (6-7 2-6 7-6 7-6 7-5) e nei quarti a Stoccarda contro Ivanisevic (3-6 7-6 7-6) prima di dover affrontare le consistenti cambiali in scadenza nel Double Sunshine di Indian Wells e Miami. 

 

Chiamato a dover confermare il doppio titolo conquistato l’anno precedente, Courier si ferma al secondo turno in California – sconfitto dal russo Chesnokov – e in semifinale in Florida, dove a batterlo è di nuovo Chang che il giorno dopo regolerà anche l’argentino Alberto Mancini ereditando proprio da Courier la titolarità contemporanea dei primi due Super 9 della stagione. Di Chang, che avrà al massimo una classifica mondiale da n°2 raggiunta peraltro molti anni dopo l’unico slam vinto in carriera, non parleremo direttamente in questa rubrica nonostante rimanga uno dei tennisti più influenti degli anni Novanta (e anche oltre, per certi aspetti). Tuttora più giovane vincitore di un Major (quando vinse al Roland Garros nel 1989 aveva 17 anni e tre mesi), nel biennio 1995/96 disputerà altre tre finali Slam oltre a quella delle ATP Finals e chiuderà la carriera con 34 titoli, di cui appunto uno Slam e ben sette Masters 1000, tutti sul duro americano.

Chiusa la doverosa parentesi riservata a Chang, il “cinesino” di fatto riconsegna la leadership mondiale a Stefan Edberg. Il 23 marzo, ancora incredulo per la clamorosa sconfitta patita a Key Biscayne per mano del 289esimo giocatore del mondo, tal Robbie Weiss, lo scandinavo difende i colori della propria nazione contro l’Australia in Coppa Davis da primo della classe e regola Fromberg e Masur ma la settimana dopo in Giappone perde in semifinale da Krajicek e torna al secondo posto. Perché nel frattempo Courier, dopo essersi leccato le ferite, infila quattro titoli consecutivi tra il cemento orientale e la terra europea e consolida il primato riconquistato.

Nella doppietta Tokyo-Hong Kong, Jim trova la maniera di vendicarsi due volte di Chang mentre sia a Roma che al Roland Garros la sua superiorità non è praticamente messa in discussione da nessuno. Al Foro Italico l’unico ad impensierirlo è l’argentino Miniussi nei quarti mentre per confermarsi campione a Parigi, Courier lascia un set a Ivanisevic ma in semifinale domina Agassi 6-3 6-2 6-2 e in finale l’estro di Petr Korda lo impensierisce solo nel primo parziale (7-5 6-2 6-1).

Ricca di appuntamenti, l’estate del 1992 porta carbone al n°1 del mondo. A Wimbledon, Courier perde al terzo turno contro il n°193 del ranking Andrei Olhovskiy, un russo che qualche mese prima era stato eliminato al primo turno del Challenger al Parioli di Roma da Francisco Montana ma sull’erba londinese riesce a far valere le sue doti da doppista. Un altro tennista classificato oltre la centesima posizione (157) si impone su Courier sulla terra di Kitzbuhel: si tratta dell’uruguaiano Diego Perez che, vincendo 3-6 7-6 6-2 marchia il regno del rosso con il primato negativo di unico n°1 della storia ad aver perso due incontri consecutivi con un avversario fuori dalle prime cento posizioni della classifica mondiale. I guai però continuano e a Barcellona, dove si svolge il torneo olimpico, desta sorpresa l’eliminazione di Courier per mano dello svizzero “Pippo” Rosset, che però legittimerà la bontà del suo risultato mettendosi al collo nientemeno che la medaglia d’oro. 

Nemmeno il ritorno sul duro fa ritrovare a Jim la vittoria; a Cincinnati David Wheaton ottiene la sua seconda vittoria in carriera sul n°1 e lo estromette al secondo turno mentre a Indianapolis le cose vanno meglio ma in finale Pete Sampras mette le mani sul titolo con un doppio 6-4. Alla vigilia degli US Open non ci sono avvisaglie che Edberg possa tornare in vetta al ranking, perché l’estate americana dello svedese non è certo stata delle più brillanti. Invece, lottando come un leone, Stefan supera tre turni terribili al quinto set contro Krajicek, Lendl e Chang e in finale si trova Sampras, in serie positiva da 16 partite e fresco della vittoria su Courier. Sono di fronte i campioni delle due edizioni precedenti del torneo e Pete viene dato per favorito, anche in virtù dello sforzo fisico che Edberg ha dovuto sostenere per arrivare fino a quel punto.

Invece lo svedese stupisce un po’ tutti e centra il suo sesto e ultimo Slam della carriera vincendo in quattro set e tornando numero 1 mondiale. Le ultime tre settimane da re, Edberg le trascorre giocando (e perdendo) un solo incontro, in Coppa Davis contro Agassi. Il terzo e ultimo leader mondiale svedese chiude il suo bilancio di 72 settimane complessive al vertice con un record personale di 94 incontri vinti e 19 persi nel corso di 24 tornei, nella metà dei quali è riuscito ad arrivare in finale per poi vincerne otto.

Il 5 ottobre Courier è di nuovo n°1 del ranking ma, tanto per cambiare, non riuscirà a vincere alcun torneo prima che la stagione si chiuda. Il principale oppositore è Boris Becker, tornato su ottimi livelli di rendimento dopo un periodo non particolarmente positivo. Il tedesco è scivolato fino alla nona posizione ma la vittoria a Basilea gli ha ridato fiducia e il finale di 1992 è tutto suo, a scapito del n°1 che se lo trova di fronte sia nei quarti a Parigi Bercy che nella finale del Masters a Francoforte. Nella rassegna dei maestri, Courier perde nel round robin da Ivanisevic ma la sofferta vittoria in tre set su Krajicek e quella successiva su Chang gli garantiscono un posto in semifinale, dove si impone in due tie-break su Pete Sampras. Dal canto suo Becker, che nel girone aveva perso con Sampras, batte al tie-break del terzo set Ivanisevic e controlla la finale conquistando l’ATP World Tour Championship per la seconda volta in carriera.

Esausto dopo una stagione vissuta intensamente, Jim Courier dichiara ai giornalisti presenti a Francoforte che andrebbe volentieri in vacanza ma ad attenderlo c’è ancora la finale di Coppa Davis contro la Svizzera, in programma a Fort Worth il primo week-end di dicembre. In apparenza non dovrebbe esserci partita ma Tom Gorman non si fida dei rossocrociati e punta nuovamente sul trentatreenne John McEnroe per affiancare Sampras in doppio e schierare Agassi e Courier in singolare. La scelta si rivela azzeccata; chiusa la prima giornata sulla situazione di 1-1 (con Jim sconfitto al quinto da Rosset), gli americani si trovano sotto 0-2 nel doppio ma reagiscono e portano a casa un punto determinante. Perché il giorno dopo Courier è più rilassato e chiude la pratica in quattro set con Hlasek mettendo le mani sulla trentesima insalatiera d’argento della storia statunitense.

Finalmente Jim può andare in vacanza e ricaricare la batteria in vista di un 1993 che lo vedrà ancora grande protagonista insieme a un connazionale destinato, con le sue imprese, a cambiare la storia del gioco. Ma di questo parleremo tra una settimana.

TABELLA SCONFITTE N.1 ATP – DODICESIMA PARTE

ANNONUMERO 1AVVERSARIOSCORETORNEOSUP.
1992COURIER, JIMBECKER, BORIS76 62 67 67 57BRUXELLESS
1992COURIER, JIMIVANISEVIC, GORAN63 67 67STOCCARDA INDOORS
1992COURIER, JIMCHESNOKOV, ANDREI46 57INDIAN WELLSH
1992COURIER, JIMCHANG, MICHAEL26 46MIAMIH
1992EDBERG, STEFANKRAJICEK, RICHARD36 57TOKYOH
1992COURIER, JIMOLHOVSKIY, ANDREI46 64 46 46WIMBLEDONG
1992COURIER, JIMPEREZ, DIEGO63 67 26KITZBUHELC
1992COURIER, JIMROSSET, MARC46 26 16OLIMPIADI BARCELONAC
1992COURIER, JIMWHEATON, DAVID57 67CINCINNATIH
1992COURIER, JIMSAMPRAS, PETE46 46INDIANAPOLISH
1992COURIER, JIMSAMPRAS, PETE16 63 26 26US OPENH
1992EDBERG, STEFANAGASSI, ANDRE75 36 67 36DAVIS CUPC
1992COURIER, JIMHOLM, HENRIK46 36STOCCOLMAS
1992COURIER, JIMBECKER, BORIS67 36PARIGI BERCYS
1992COURIER, JIMKRAJICEK, RICHARD64 46 57ANVERSAS
1992COURIER, JIMIVANISEVIC, GORAN36 36MASTERS S
1992COURIER, JIMBECKER, BORIS46 36 57MASTERS S
1992COURIER, JIMROSSET, MARC36 76 63 46 46DAVIS CUPS
  1. Uno contro tutti: Nastase e Newcombe
  2. Uno contro tutti: Connors
  3. Uno contro tutti: Borg e ancora Connors
  4. Uno contro tutti: Bjorn Borg
  5. Uno contro tutti: da Borg a McEnroe
  6. Uno contro tutti: Lendl
  7. Uno contro tutti: McEnroe e il duello per la vetta con Lendl
  8. Uno contro tutti: le 157 settimane in vetta di Ivan Lendl
  9. Uno contro tutti: Mats Wilander
  10. Uno contro tutti: Lendl al tramonto e l’ultima semifinale a Wimbledon
  11. Uno contro tutti: la prima volta in vetta di Edberg, Becker e Courier

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Personaggi

I re del Roland Garros: Federer e quel riscatto color mattone

L’ultimo dei nostri re è Roger Federer, capace di trionfare sul rosso di Parigi nel 2009. Anche grazie al vichingo di Tibro

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Con questo articolo, si conclude la nostra raccolta dedicata ai re e alle regine del Roland Garros.


Secondo un manuale apocrifo in tema di tattica, sul quaranta pari sarebbe buona creanza colpire sodo ampiamente all’interno delle righe, tanto per sortire dalla faccenda con fare più da lepre che non da segugio. Ma, come dice l’adagio, non è sempre oro colato! Così, fedele al suggerimento, Robin Soderling sembrò tradire una certa sorpresa quando un arrischiato slice a uscire l’aveva spinto nei dintorni del pubblico laterale prima di essere chiamato all’angolo opposto per riparare a un maledetto diagonale che se ne infischiava delle buone creanze. Una volta sulla palla, aveva organizzato un passante di rovescio senza troppe pretese lasciando che il satanasso oltre la rete castigasse il tiraccio con una volée vincente di diritto.

Una manovra che aveva portato il punteggio sulla punta dell’iceberg per via di un match point che valeva il Roland Garros 2009. Un punto risolutore che di lì a poco si sarebbe consumato nel fragoroso silenzio dello Chatrier tramite il rito secolare del servizio. Una… due… tre, per otto volte il manto rosso più famoso al mondo restituiva la palla a una mano sinistra nervosa ma non troppo. La stessa che subito dopo si era mossa all’insù liberando la sfera nel cielo sovrastante mentre la destra, armata di racchetta, andava a colpire con violenza destinazione il diritto dello svedese. Per uno strano influsso astrale, quel colpo, che lungo tutto il torneo aveva fatto sfracelli, non era in grado di predisporre una qualsivoglia replica spedendo malamente l’oggetto gommoso tra le ingloriose maglie della rete.

Un batter di ciglia, e l’esplosione del pubblico deflagrava frattanto che un tremante Roger Federer, piegato sulle ginocchia, liberava – nel bel mezzo del grande centrale – un urlo degno di Munch, rivelato soltanto da un marcato labiale che lasciava il sonoro al frastuono generale. Un’apoteosi che rapiva lo svizzero verso uno stato di beata sospensione, uno di quegli spazi eterei in cui il presente si espande all’infinito e il tempo non ha più valore. Una bolla nella quale un Federer lacrimante andava sprigionando sensazioni a briglia sciolta in un misto a mezza via tra gioia e orgoglio. Tutt’intorno l’infinità di volti non oscillava più da un lato all’altro al ritmo degli scambi, ma di colpo si posava su di lui indagando in quegli occhi un semestre alle spalle volato via tra una finale in Australia e qualche semi racimolata qua e là a Doha, Miami e Indian Wells. Un periodo che aveva fatto guardare a lui quasi come a un giocatore in forte crisi.

Dal lato opposto, Soderling muoveva lentamente un primo passo verso la stretta di mano, mentre, il vincitore, ancora estraneo a tutto, si attardava sulle immagini della sua campagna sulle sabbie rosse della vecchia Europa. Dall’uscita con Wawrinka al secondo turno di Montecarlo alla semifinale persa a Roma contro un Djokovic non era accaduto nulla di esaltante! Poi c’erano stati i 674 metri che dal livello del mare conducono a Madrid e la palla, come per incanto, aveva ripreso a viaggiare. In una Caja Magica semi-assolata li aveva messi tutti in fila riservandosi, nel match clou, la gratificazione di un duplice 6-4 rifilato a un frastornato Nadal. In un impulso di ritrovato amor proprio aveva fatto sfoggio di spiccate qualità adattive coniugandole alla grande voglia di riscatto maturata in cinque sconfitte di fila patite dall’iberico.

 
Federer e Nadal dopo la finale di Madrid 2009

Ginocchi a terra e volto tra le mani, ora carpiva l’attimo per vagare tra le tappe di quei Campionati di Francia iniziati con i presagi di ostinati bookmaker che, a dispetto della fresca performance madrilena, assegnavano a Nadal un 70% di vittoria contro un misero 15% a lui riservato.

Un Roland Garros nel quale tutti inseguivano qualcosa: il maiorchino guardava al quinto trionfo consecutivo sulla terra di Francia e al sorpasso di Bjorn Borg fermo a quattro; Djokovic bramava un’attesa consacrazione dopo aver tenuto lo spagnolo sul crinale della semi a Madrid con tre match point tutti annullati ma letti con fiducia: “Mi manca poco” andava dicendo ai giornalisti, “… e posso batterlo proprio qui a Parigi”. Anche Murray, forte dei risultati a Indian Wells e Miami sentiva di poter dire la sua su una superficie diversa dal cemento. Tra sé e sé, Federer scorreva l’inebriante sogno di quel 14° Slam da vivere in compagnia di Pete Sampras. Infine c’erano i sogni dei tanti passati per il botteghino, migliaia di appassionati che avrebbero fatto carte false pur di veder replicata la finale delle ultime tre edizioni. 

E pensiero dietro pensiero, si era lasciato andare ai fotogrammi di quel viaggio appena giunto in porto. In un caldo parigino di fine maggio, il turno d’esordio se n’era andato liscio come l’olio, mentre in quello successivo era incappato in due tie-break per domare un sorprendente Acasuso. Punto su punto era volato, quindi, agli ottavi per rischiare grosso contro un Haas particolarmente ispirato: due set sotto, era stato chiamato a salvare una palla break sul 3-4 del terzo con un diritto a sventaglio finito per spizzare la riga laterale. Fosse atterrata un unghia più in là, il tedesco avrebbe servito per il match e sarebbero stati guai. Nei quarti aveva respirato l’amore del pubblico sebbene oltre la rete ci fosse Gael Monfils, un gatto sornione da prendere comunque con le molle. “Parigi sembra avermi adottato” aveva detto subito dopo il match, “… e la gente vuole che io vinca questo torneo.

In effetti, in quel Roland Garros anche il destino sembrò invaghirsi di lui. Lo aveva fatto con segnali tangibili in arrivo da un irriducibile Kohlschreiber che troncava negli ottavi le velleità di Djokovic e da un potente Fernando Gonzales che nei quarti aveva fatto altrettanto con quelle nutrite da Murray. 

Un film nel quale, una volta in piedi, lo svizzero andava lentamente rievocando anche i tratti della terribile semifinale in cui era ricorso a geometrie inedite pur di evitare il diritto al tritolo di un Del Potro già sulla soglia del grande tennis. Due set a uno sotto, si era tirato fuori dalla buca destabilizzando il gigante di Tandill con smorzate di altissima fattura. L’aveva riportata per il rotto della cuffia chiudendo solo 6-4 al quinto.

Scorrevano i titoli di coda quando, infarinato di rossiccio, aveva mosso i primi passi verso l’uomo della provvidenza, quello che negli ottavi l’aveva fatta grossa fermando, a suon di randellate, nientemeno che Rafael Nadal! A Porte D’Auteuil, lo spagnolo non conosceva sconfitta: 29 vittorie su 29 incontri durante i quali aveva lasciato per strada la miseria di cinque set. Non bastasse, il confronto era stato segnato anche da uno smaccato appoggio rivolto dal pubblico al giovane svedese. Qualcosa che aveva stizzito il campione uscente: “Sono deluso”, avrebbe tuonato qualche giorno dopo da Manacor, “ho vinto quattro volte il torneo e l’altro giorno sono uscito dal campo senza lo straccio di un applauso. Anzi ho sentito pure qualche fischio. Accade solo in Francia”.

Chi l’avrebbe detto, deve aver pensato Federer deambulando senza fretta, che a interrompere il record di Rafa sarebbe stato un marcantonio di quasi due metri disceso dal freddo Gotaland, nel sud della Svezia, in un momento in cui il tennis da quelle parti navigava in completa bonaccia? Randellando il diritto come un vichingo con ascia in mano, l’omone di Tibro aveva spinto lo spagnolo alla difesa punendolo a tratti con incursioni a rete coronate da successo. L’avanzata del nordico si era infranta solo sui tre set della finale appena andata in onda, durante i quali i colpi di Federer avevano sprizzato il peso della sapienza e dei record macinati. Troppo, anche per un outsider con i fiocchi che tornava sotto i riflettori dopo un periodo luci e ombre.

Robin Soderling

Ora era lì, poggiato a una rete di metà campo in attesa che il vincitore coprisse i metri mancanti al saluto di rito. Quel Federer dagli occhi lucidi che aveva messo ordine nel paradiso del tennis divenendo l’alfiere, insieme a Sampras, di 14 major sfoggiati in bacheca. “Sei il più forte della storia”, dirà lo scandinavo durante la stretta di mano, “… meriti il titolo”. Tornato in sé, Roger Federer ignorava quanto la vittoria parigina fosse infarcita di record bislacchi amati dai pennaioli accaniti di statistica. Di certo sapeva quanto quel Roland Garros 2009 fosse una quadratura mentale più che tecnica, una risposta alle tre finali perse e un segnale univoco a chi in quel semestre, l’aveva spacciato quasi per un ex. Per lui, avvezzo al verde in Church Road, la gioia più grande passava, quella volta, per un riscatto color mattone consumato sulle faticose sabbie in Bois de Boulogne.

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