US Open – Sinner è stato subito capace di tornare, Alcaraz anche, Musetti e Paolini no

La new entry altoatesina nel team di Sinner. Continuerà la politica della comunicazione silente? Quando anche Alex Vittur era un tipo estroverso. Com’era meglio quando i tennisti, e i coach, potevano esprimersi liberamente

Di Ubaldo Scanagatta
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Da New York, il direttore

Chi si ferma è perduto. Jannik Sinner ha fatto eccezione dopo essersi fermato per un mese, post trauma Cerundolo a Parigi, perché è tornato senza giocare una partita a Wimbledon e ha vinto il torneo. Alcaraz potrebbe fare ancora meglio, perché lui si è fermato 4 volte tanto e oggi non c’è quasi più nessuno che dubiti del fatto che potrebbe benissimo rivincere l’US Open del quale è campione in carica, sebbene l’ultimo ad aver vinto due volte di fila l’US Open è Roger Federer (che in realtà fra 2004 e 2008 di US Open ne vinse 5).

Ma quei due lassù – l’abbiamo sempre detto ancora prima che vincessero 10 degli ultimi 11 Slam – sono due marziani. Che facciano eccezione e cose eccezionali è – ossimoro – del tutto normale.

Jasmine Paolini e Lorenzo Musetti invece appartengono al pianeta Terra. Jasmine non giocava da Wimbledon, per via del problema al piede, è tornata, ha vinto due partite così così contro Erjavec e Stefanini, brave ragazze ma non stelle di prima grandezza, e poi ha perso 63 63 dalla Cirstea che in passato aveva battuto tre volte su tre. Solo che quest’anno, infortuni o no, la rumena gioca meglio di lei. Soprattutto serve meglio. Spesso fra i 176 e i 180 km orari, mentre Jasmine ha servito quasi sempre attorno ai 125 km orari, meglio della sua coach in pectore Sara Errani, ma siamo lì. Non ci si può sorprendere se in 9 turni di battuta ha subito 5 break. “Servivo più forte mesi fa” ha ammesso Jas. E non ci si sorprende neppure se ha fatto 25 errori gratuiti. Su 118 punti giocati in totale sono tanti. A rete è andata solo due volte (facendo due punti). Ma di pensare ad attaccare un po’ di più non le è proprio passato in mente.

“Il tennis di oggi richiede troppo fisico, è troppo veloce, lo stress fisico si traduce anche in stress mentale…” i concetti espressi da Jasmine nel post match quando le facevo notare che sul campo – proprio come Berrettini l’altro giorno contro Navone – era troppo negativa, anche se nel primo set era stata avanti 2-0 e nel secondo 3-1. Io, che seguivo il match a bordo campo e la sentivo parlare in continuazione fra sé e sé e con il suo angolo dove c’erano Marc Lopez, Sara Errani e più indietro Tathiana Garbin e Paolo Lorenzi, mi chiedevo se almeno quando era in vantaggio non poteva cercare di essere più positiva. A furia di smorfie e scuotimenti di testa, diventa più difficile vincere quando già non ci si sente in forma.

E adesso vengo a Musetti. Che, come ho scritto nell’editoriale di ieri, giocava contro Sweeny la decima partita dell’anno.

Lui non è né Sinner né Alcaraz. Quei due sono formidabili anche… come teste. Lui non lo è. Si può capire che Sinner, pur marziano, abbia tirato troppo la corda vincendo quei cinque Masters 1000 in 3 mesi (da marzo a maggio) e pagato il prezzo di uno sforzo ancora più esagerato oggi che i Masters 1000 durano 12 giorni (tranne Montecarlo e Parigi Indoor), ma è più difficile capire che Lorenzo crolli ad una temperatura di 31/32 gradi percepiti e a una umidità nemmeno così spaventosa (67/70 per cento) quando non è arrivato certo stanco a giocare questo torneo.

Per carità si sarà allenato intensamente per recuperare prima possibile, ma la mia sensazione – ovviamente discutibile anche se in parte lui stesso ha fatto capire che certi suoi problemi erano più mentali che fisici – è che lui non c’è tanto con la testa. Quando è in fiducia infila filotti di vittorie come un anno fa sulla terra battuta, ma se qualcosa non va, basta un nonnulla perché smarrisca la strada. E nello smarrirla accompagna il tutto con qualche problema fisico che sa tanto di psicosomatico. E che diventa difficile perfino per lui – per primo – spiegare.

Purtroppo un atleta di vertice, cui oggi il tennis richiede soprattutto continuità, non se lo può permettere. Oltretutto la diversa consistenza del suo team rispetto al passato, quando esso era soprattutto un binomio, il coach padre putativo Tartarini e Lollo – senza nulla togliere a Damiano Fiorucci, il fisioterapista – secondo me ha finito per complicare le cose, ammantando tutte le più recenti novità con la necessità di una maggiore professionalità.

Ora il management è più presente, impone regole e comportamenti che alla fine, con l’obiettivo di proteggerlo dai media, di procurargli sponsor che pretendono legittimamente presenze, biglietti e favori di ritorno, tolgono spontaneità all’artista che, come il suo coach imbavagliato – ricordate come Tartarini parlasse sempre volentieri e spontaneamente delle partite di Lorenzo, con me e con altri senza mai procurargli danni d’immagine, anzi? – avrebbe probabilmente più bisogno di respirare attorno a sé allegria e leggerezza piuttosto che di istruzioni comportamentali da rispettare.

Si dirà che anche Sinner ha alle sue spalle un manager (che però è anche un amico) come Alex Vittur iperprotettivo che stende un cordone impenetrabile attorno a Jannik e pretende un rispetto quasi ossessivo anche ai vari coach Vagnozzi, Cahill…il quale ogni tanto gli scappa di mano, perché se lo chiama Roddick risponde. Mentre Vagnozzi non osa e la media p.r. Fabienne Benoit non devia di una virgola da quel che Vittur impone e dispone, e ora poi lo farà ancor meno visto che Vittur ha introdotto nel team un altro altoatesino (che sorpresa!) che si occuperà di marketing e comunicazione, Michael Ranalter, 35 anni con trascorsi nella palla a mano e nell’hockey su ghiaccio. Così volendo possono parlare tutti in tedesco, soprattutto quando ci sono orecchie indiscrete. Come potrebbero essere le mie!

Chiè questo Ranalter? In Alto Adige è molto conosciuto, perché la pallamano è sport importante nella ragione. Ha giocato a pallamano per la società SSV Brixen (anche in Serie A) per ben tredici anni in prima squadra fino al 2019 (224 partite, 353 gol). Ranalter ha 35 anni. È di San Lorenzo di Sebato vicino a Brunico – dove vive Alex Vittur,  ha studiato all’università di Bolzano e negli ultimi anni ha ricoperto il ruolo di Head of Marketing & Sponsoring per l’HC Pustertal di Brunico, squadra di hockey su ghiaccio che gioca il campionato ICE Hockey (campionato transnazionale con 14 squadra (Italia, Austria, Slovenia, Ungheria). Il Brunico nella passata stagione un po’ a sorpresa è arrivato in finale play-off perdendo la serie con il Graz (squadra austriaca) per 4 a 0. Chi lo conosce lo definisce personaggio simpatico, intelligente ed estroverso…però ti dice anche che lo stesso Alex Vittur, oggi personaggio impenetrabile, 20 anni fa quando si allenava con Seppi, era simpatico, intelligente ed estroverso e capace di chiamare qualche giornale locale per informarlo dei risultati di Andreas. Le cose cambiano, nel tempo. Io ho giocato una volta a tennis, in doppio, con Dodo Artaldi – ben prima che diventasse manager di Djokovic – e se poteva era sempre pronto a dare una mano a tutti, ad agevolare il nostro lavoro, con infos, interviste, accessi. Non è più così.

Ma – di nuovo – per tornare a Musetti, Lorenzo non è Jannik. Per Sinner, uomo di montagna, la disciplina, il rigore, sono connaturati, se si parla in tedesco o in inglese, o angloaustraliano, invece che in italiano, non cambia niente. Per Musetti, “maledetto toscano” verace – avrebbe scritto Curzio Malaparte – estroverso e incline alle battute (e non solo a qualche moccolo di troppo… che certo non può piacere alla gente, perché di sicuro non è un bell’esempio e non è neppure in tono con lo sport dei gesti bianchi clericiani, ma che lo fa esser lui), con un coach come Tartarini che preferiva parlare italiano o tutt’al più spagnolo – ecco perché i coach d’appoggio sono stati prima Barazzutti e poi José Perlas, con matrimoni presto consumati e divorzi ancor piùpresto avvenuti – se lo freni e gli tiri troppo le briglie blocchi la sua spontaneità, la sua voglia di vivere il tennis che lui ha conosciuto più come gioco che come professione. E se potesse vorrebbe continuare a sentirlo così. Lorenzo preferirebbe ancora oggi… giocare che lavorare. Da sempre. Si sarebbe altrimenti affezionato al rovescio a una mano? Che è sì bellissimo ed  elegantissimo… – “Sotto il profilo estetico non c’è dubbio che sia più bello” ha detto ancora l’altro giorno qui a New York, un Lorenzo tutto orgoglioso per le parole di apprezzamento pronunciate in questi giorni da Roger Federer. Però Lorenzo per primo riconosce anche che non è più efficacissimo nel jet-tennis del terzo millennio. 

Attenzione a non fraintendermi: non sto dicendo che a Lorenzo non piaccia lavorare o che non si impegni. Semplicemente è uno che naturalmente non direbbe mai, come certi americani dopo una sconfitta “today a bad day in the office”, una cattiva giornata in ufficio. Per Lorenzo il campo da tennis non è e non sarà mai un ufficio. Semmai, potrà essere un’occasione di stress, quando lo abbandoni la sensazione del divertimento, della piacevolezza di un rovescio vincente, di una smorzata imprendibile, di un tweener, di quei recuperi difensivi con quei lob altissimi che mandano in crisi anche avversari formidabili come Djokovic. Non toglietegli quelle gioie. Non lo angosciate con troppe regole noiose da rispettare.

I manager pensano che tutti i giornalisti siano dei rompiballe e che devono essere tenuti alla larga dai giocatori. Alcuni certo lo sono. Ma i giocatori non devono diventare dei pupazzi nelle loro mani. Sono ragazzi che sono stati costretti dalle circostanze a diventare adulti prima dei loro coetanei che vivono altre vite, sono perfettamente in grado di capire di chi si possono fidare, di chi rispettare e chi no, di quelli con cui possono parlare liberamente (“Non lo scrivi vero, è off records”) e dei parvenu estemporanei che arrivano dal calcio o altri sport e gli fanno mille complimenti quando vincono ma poi sono assolutamente indifferenti alle loro sorti se perdono. Davvero io credo che Lorenzo abbia bisogno di serenità, di leggerezza, senza gente attorno che lo carica di pressioni non necessarie.

Vabbè…ciò detto all’US Open sono rimasti in vita (tennistica eh) solo due nostri giocatori. Cobolli e Darderi. Tutti e due sono al terzo turno per il secondo anno consecutivo. Darderi perse da Alcaraz e quindi giocare contro Sweeny è certamente molto meglio e più… promettente…Ma Luciano farà bene a non farsi troppe illusioni perché il ragazzino australiano è bello vivace, gioca bene, viene spesso a rete togliendoti il tempo, ha personalità per non tremare. Darderi, n.21, è la testa di serie più alta nel settore di Zverev

Quanto a Cobolli, Flavio arrivò sfinito dalle maratone di 5 set con Passaro e con Brooksby. La seconda la vidi quasi tutta e fu una bellissima partita. Cinque set altamente emozionanti 5-7, 6-3, 6-4, 2-6, 7-6 per Cobolli che quest’anno – e l’ho scritto più volte ma repetita iuvant – ha vinto 13 match su 15 al set decisivo. Ha perso solo un incontro con Rinderknech in United Cup al terzo set e l’altro è quello al quinto set della finale con Zverev a Parigi. Vero, peraltro, che erano quasi tutti incontri in cui era favorito. Tuttavia se arrivi al set decisivo e vinci, beh significa che sai  far valere la tua superiorità quando conta. Non tutti ne sono costantemente capaci. Cobolli giocherà il secondo match sull’Armstrong, dopo un singolare femminile fra due “Ova”, Potapova e Anisimova, presumibilmente dopo le 19 italiane.

Il suo avversario, il giovane belga Blockx, testa di serie n.28 ha due precedenti preoccupanti con Flavio. Nel primo a Montecarlo, lo ha battuto e nel secondo a Cincinnati vinceva 5-3 al terzo e sul 30 pari – detto lui – “Mi sono un po’ contratto e ho sbagliato io prima che a fare i punti lui…se mi ritrovassi nella stessa situazione sono sicuro che mi comporterei in modo diverso”.
Beh, speriamo che Blockx non ci arrivi in quella situazione. Intanto dovrebbe ritrovarcisi al quinto, salvo che avesse vinto tutti e due i primi set. Darderi invece giocherà terzo match sul campo 5.

E nel frattempo Alcaraz ha dato 63 64 61 al cinese Wu in 2 ore e 19 minuti. Il polso non è sembrato per nulla sofferente. Carlos ha tirato le sue solite randellate di dritto, senza alcuna paura.

Interpellato sul problema dei tanti infortuni che hanno falcidiato parecchi dei migliori tennisti del mondo – che ne sono più soggetti perché sono quelli che vanno più avanti – Carlos ha detto quel che dicono un po’ tutti: “E’ molto importante imparare a gestirsi, a non esagerare a giocare troppo (ogni riferimento a Sinner è puramente casuale…) – ma dopo di che ha aggiunto invece – “fermarsi 4 mesi come ho fatto io, involontariamente, quest’anno è troppo, ma un paio di mesi invece perché no?”

Beh c’era chi, tanti anni fa, se non due mesi quasi tutto un mese c’era chi se lo prendeva volentieri. Si è rimproverato spesso Adriano Panatta di non aver sfruttato fino in fondo il suo talento, sacrificandosi un po’ di più, per salire ancora più del quarto posto ATP e vincere uno Slam in più. E lui ha sempre detto che “era meglio vivere” e che “non rimpiango le scelte che ho fatto”.

Certo è che quando oggi vedo che un giocatore come Aliassime è stato n.4 del mondo e che de Minaur è n.6 e top-ten per 112 settimane – di fronte a un Panatta che lo è stato solamente per 52, beh rabbrividisco.

Ho citato Aliassime e de Minaur perché hanno appena perso qui, ma ce ne sono diversi con il loro status che sono  tennisti che non potevano nemmeno legare le scarpe a tantissimi top-ten del passato. Pensate a tutti quelli che per colpa dei Fab Four sono stati relegati alle loro spalle per un decennio e più!

Ok Panatta è giocatore d’altri tempi, ma volete mettere il suo talento con quello di parecchi top-ten di oggi?

Intanto segnalo che all’US Open il doppio è diventato un gioco di famiglia, se oggi contemporaneamente ho visto intv su vari campi le sorelle ucraine Kichenok, i fratelli americani Nakashima, quelli argentini Cerundolo (fra poco ci saranno i Darderi, mentre i Berrettini per ora si sono esibiti in patria, a casa del presidente Binaghi se non erro), le sorelle Penikova. Già 20 anni fa Rino Tommasi sosteneva che il doppio fosse una gara moribonda. I nostri Vavassori e Bolelli gli avrebbero tolto il saluto.

Stanotte però il match più atteso era però proprio un doppio…speciale. Quattro anni dopo la loro ultima apparizione sull’Arthur Ashe Serena e Venus Williams si sono ritrovate insieme. Le sorelle hanno vinto insieme 14 Slam di doppio. Serena 44 anni e Venus 46 avrebbero voluto giocare a Wimbledon ma il ginocchio malandato di Serena lo impedì. Si era fatta male giocando il singolo contro l’australiana Joint, la ventenne australiana che stavolta ha giocato contro le due sorellone insieme alla tennista di Taiwan Chan, una specialista di 32 anni che ha vinto 22 tornei di doppio.

Segnalo ancora due cose. L’intervista che ho fatto a Paolo Lorenzi, direttore degli Internazionali d’Italia, sul bilancio azzurro di questo torneo allo stadio del terzo turno e poi il record delle top10 che, a seguito della vittoria della Rybakina sulla Bouzas Maneiro, sono approdate tutte al terzo turno, con un insolito rispetto per le gerarchie. Non era più successo in uno Slam da Wimbledon 2009, 17 anni fa.

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