Laver Cup, show da sogno! Ora il tennis vero

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Laver Cup, show da sogno! Ora il tennis vero

Spettacolo, i migliori giocatori e grande qualità. Ma anche orrori come il supertiebreak e i match che valgono di più per far recuperare la squadra più debole. La Davis cosa può prendere a esempio? Niente!

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La Rod Laver Cup andata in scena lo scorso weekend a Praga ha catalizzato il gotha del tennis e ha zittito gli scettici, offrendo un confronto tra il Team Europe e il Team World equilibrato fino alla fine e stelle che hanno lottato come ossessi fino all’ultimo punto. Ma non è tutto oro quel che luccica.

L’idea di partenza, quella di importare dal golf la sfida tra il Continente più forte e il resto del panorama sportivo, è d’indubbio fascino. Rendere di squadra uno sport individuale nel tennis non è peraltro prerogativa della Coppa Davis. Solo che nella Ryder Cup non si raddoppiano, né tantomeno si triplicano i punti per la vittoria rispetto alla prima giornata. Ogni vittoria vale un punto. All’alba di domenica mattina il Team Europe aveva vinto sei sfide e perse due. Le prime due partite dell’ultimo giorno erano andate a una squadra ciascuna (Isner e Sock avevano battuto nel doppio Berdych e Cilic, mentre Zverev aveva superato Querrey), dunque restavano quattro le vittorie di vantaggio degli europei. Quando Isner ha battuto Nadal, le sette sfide a quattro vinte dai giocatori del Vecchio Continente non erano garanzia di vittoria finale. Nonostante fossero sotto di tre lunghezze a due match dal termine (la sfida Federer-Kyrgios e il doppio conclusivo), gli australo-americani avrebbero comunque potuto vincere la sfida, perché artificialmente in vita dalla strampalata formula del torneo, che con tre punti a vittoria nell’ultima giornata avrebbe loro permesso di alzare la Laver Cup pur con una vittoria in meno (7 contro 6). Roba da mini partitella ai quindici punti alla fine della lezione di tennis tra i due allievi: dopo che uno dei due ha preso una stesa 15-7, il maestro offre al malcapitato l’occasione del grande riscatto col celeberrimo “chi fa questo vince tutto”… O se preferite, rimettere in partita la squadra nettamente più indietro gonfiando i punti degli incontri ricorda quei quiz dove il domandone finale vale dieci volte la posta delle domande iniziali. Non si tratta di essere fessi: è evidente che la formula ha garantito incertezza sul vincitore finale fino alla fine (condizione essenziale per attirare interesse anche l’ultimo giorno), ma se questo significa assegnare la vittoria alla squadra che ha vinto meno partite non è tennis, è altra cosa.

Così come non è tennis il supertiebreak al set decisivo: il fatto che John Isner abbia sostanzialmente detto in conferenza stampa che lui pagherebbe per giocare sempre due set su tre col tie-break ai dieci finale è semplicemente perché questo sistema massimizza le possibilità di vittoria di un gioco come il suo (ultra-legittimo che l’americano lo desideri, sia chiaro) e non è in nessun modo da collegare alla sua famosa vittoria contro Mahut 70-68 al quinto a Wimbledon 2010 (Long John è tanto felice di aver fatto suo quell’incredibile match su tre giorni quanto desideroso di non ripeterlo). Provate a chiedere a Nadal o a Thiem (senza per forza passare da Cuevas o Schwartzman) se preferiscono un singolare così…

 

Quanto allo show a bordo campo dei giocatori del Team World, non è il caso di scandalizzarsi perché ha contribuito ulteriormente a divertire il pubblico, sia a Praga che in TV, in un’esibizione mai così appassionante e combattuta. Appunto, un’esibizione. Insensato aspettarsi altro a bordo campo da un matto come Kyrgios? In Coppa Davis, ovvero sempre in un contesto di squadra e relativo affiatamento, non lo fa, mai. Intendiamoci, lo stesso kid di Canberra che piange dopo aver dato tutto contro Federer, Roger che vince e viene sommerso di festeggiamenti e abbracci dal resto del Team Europe, Nadal che tifa lo svizzero con la determinazione con cui esulta dopo un passante in uno Slam, tolgono ogni dubbio sulle grandi motivazioni dei giocatori la conseguente qualità di gioco, che è stata ottima.

Ora però torniamo al tennis vero, agli ATP di Chengdu e Shenzhen, dove Peter Gojowczyk sta confermando che la vittoria del torneo di Metz con lo scalpo dell’esperto e più quotato Leonardo Mayer e il n.56 ATP Joao Sousa, che privo di motivazioni non può evitare una figuraccia contro il Davis Man svizzero Henry Laaksonen. O dove, purtroppo, nemmeno l’indomito Paolo Lorenzi protagonista degli ultimi anni e reduce dagli ottavi degli US Open non può limitarsi al compitino per evitare il tonfo contro il n.495 del mondo, già vittorioso con Dutra Silva.

Così come Carlos Moya nel ’97 a Pesaro in Coppa Davis contro un Omar Camporese riesumato a poca distanza dal n.156 del mondo da Adriano Panatta. Dopo due set vinti al tie-break, l’azzurro fu protagonista di una grande rimonta, lasciando di sasso l’allora fresco finalista degli Australian Open, sicuro della vittoria dopo i primi due set. Già, la Coppa Davis. Tre set su cinque e lotta serrata col calore del pubblico nazionale. Certo che deve rinnovarsi, ma cosa può trarre dallo show visto a Praga? Non certo il long tiebreak, un distillato di emozioni che finisce col deprimere il pathos della battaglia campale e dei continui capovolgimenti di fronte. Men che meno il peso diverso dei punti per rendere vive le sfide fino alla fine del week-end: se meriti di vincere perché hai vinto i primi due incontri e il doppio non c’è santo che tenga. Devi passare il turno perché lo hai meritato. No, Laver Cup e Coppa Davis non hanno niente in comune, tranne il fatto che si giocano a squadre. La Davis non può restare accartocciata su se stessa, coi palazzetti pieni e gonfi di orgoglio patriottico ma le tv da un’altra parte, ma non può nemmeno prendere esempio da una manifestazione che in nome dell’equilibrio ad ogni costo e della necessità di offrire quattro match al giorno ricorre a surrogati del tennis. A Chicago l’anno prossimo vedremo magari sei partite al dì coi set ai quattro game oltre al long tiebreak? O tempora, o mores!

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ATP

ATP Queen’s: Sinner subito eliminato da Draper

Jannik serve per il set in entrambi i parziali che poi cede al tie-break al coetaneo n. 309 della classifica

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[WC] J. Draper b. [3] J. Sinner 7-6(6) 7-6(2)

Inizia con una sconfitta l’avventura sui prati di Jannik Sinner, sconfitto in due tie-break dal coetaneo Jack Draper nonostante le tante occasioni che ha saputo crearsi. L’azzurro ha infatti avuto sei palle per il 5-0, ha servito per chiudere in entrambi i parziali e mancato due set point nel primo. Draper, però, non ha mai smesso di crederci, a partire da quel quinto gioco – e soprattutto una volta vinto – che a conti fatti ha fatto la differenza.

È stato in assoluto il sesto incontro sull’erba per Jannik, il secondo in un tabellone principale, ovviamente tutti risalenti al 2019, sia per lo stop forzato dei circuiti di dodici mesi fa, sia per la scelta (se di scelta si può parlare) di rimanere sulla terra dei Futures italiani nella sua prima stagione da professionista. Si trattava invece della seconda apparizione nel Tour per Jack, meglio attrezzato dal punto di vista muscolare, dopo lo sfortunato esordio a Miami, quando, visibilmente stremato già da diversi punti, si accasciò a terra in preda alle vertigini alla fine del primo set.

 

IL MATCH – I giochi sono quasi tutti lottati, ma Jannik spinge bene con entrambi i fondamentali, si esibisce in un paio di ricami a chiudere le discese a rete in controtempo e vola avanti di due break, salvo poi restituirne uno dopo non essere riuscito a concretizzare le sei occasioni nel lunghissimo quinto game. Draper, al quale la scala discreta, arrotondata e probabilmente non aggiornata dell’ATP dà tre centimetri in più di Jannik, riesce finalmente a far valere le sue curve mancine – ottimo lo slice interno sull’erba ancora immacolata del Queen’s– e rimane in scia. Alla battuta per far suo il parziale, due brutti dritti in uscita dal servizio aprono uno spiraglio all’avversario che non si fa pregare e, piazzato un drittone vincente, approfitta di un altro gratuito altoatesino. Deluso e arrabbiato, Sinner non gioca al meglio neanche il successivo turno di risposta e viene agguantato sul 5 pari da un Draper ormai completamente in fiducia.

In un momento in cui gli scambi sono favorevoli al n. 309 ATP, Jannik estrae tre ace nulla meno che provvidenziali per giocarsi il tie-break. Di nuovo, il nostro ha l’occasione di chiudere con il vantaggio del servizio sul secondo set point consecutivo, ma perde gli appoggi finendo a terra e, benché sia felino nel rialzarsi, fallisce il colpo successivo. Il doppio fallo manda per la prima volta avanti Draper che cinico si prende il set, mentre l’azzurro mostra la sua stizza verso il proprio angolo. Sei ace per Jannik ma 57% di prime in campo trasformate solo nel 61% dei casi sono numeri non certo entusiasmanti sull’erba, per quanto di poco inferiori a quelli britannici.

Numeri che cambiano radicalmente in positivo per entrambi nella seconda partita che diventa molto più “da erba” e per sei giochi la risposta raccoglie davvero pochissimo. Poi, la prima di servizio abbandona la wild card, c’è anche un doppio fallo e Sinner ne approfitta immediatamente per passare in vantaggio. Di nuovo chiamato a chiudere con la battuta, Jannik manca nuovamente l’appuntamento, a dispetto di un bel regalo dell’altro e pagando con un errore uno scambio in controllo in cui avrebbe forse dovuto osare di più.

È ancora tie-break, dunque, e il diciannovenne di Sutton mette subito spazio tra sé e il nostro con un perfetto anticipo di rovescio lungolinea. È stato estremamente solido per tutto l’incontro, Draper, soprattutto in questo parziale e continua a tirare dritto come un treno fino alla chiusura con l’ace numero 11. Nel secondo set, Jannik ha finito con il pagare un prezzo pesante per quelle sole nove seconde di servizio a cui è dovuto ricorrere vincendo però appena due punti, ma in generale è mancata la freddezza nei momenti di vantaggio.

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Flash

Classifica ATP: Djokovic sempre più solo in vetta. Best ranking per Sonego e Musetti

Il serbo fa il vuoto anche nella Race per le Finals di Torino. Miglior classifica per Tsitsipas, Sinner esce dalla Top 20

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Novak Djokovic e Lorenzo Musetti - Roland Garros 2021 (via Twitter, @rolandgarros)

“Tutto ha il suo momento e ogni evento ha il suo tempo sotto il cielo.
C’è un tempo per nascere e uno per morire,…” ( Dal libro del Qoelet 3,1)

..e ci sarà probabilmente un tempo in cui Stefanos Tsitsipas festeggerà la conquista del suo primo major e Félix Auger-Aliassime del primo torneo in singolare.

Ma non oggi.

 

Oggi infatti sono Novak Djokovic e Marin Cilic a festeggiare: il primo a Parigi il suo diciannovesimo titolo dello Slam e il secondo a Stoccarda il diciannovesimo titolo in carriera, tre anni dopo l’ultimo conquistato sull’erba del Queen’s quando superò in finale proprio Djokovic.

LA TOP 20 ATP

Di seguito i primi venti giocatori al mondo subito dopo la conclusione del Roland Garros:

PosizioneGiocatoreNazionePunti ATPDelta
1DjokovicSerbia12113 
2MedvedevRussia10143 
3NadalSpagna8630 
4TsitsipasGrecia79801
5ThiemAustria7425-1
6ZverevGermania7350 
7RublevRussia5910 
8FedererSvizzera5065 
9BerrettiniItalia4103 
10Bautista AgutSpagna31701
11SchwartzmanArgentina3105-1
12Carreno BustaSpagna2905 
13GoffinBelgio2830 
14ShapovalovCanada2780 
15RuudNorvegia26901
16MonfilsFrancia2568-1
17HurkaczPolonia25333
18RaonicCanada2473 
19GarinCile24314
20DimitrovBulgaria24323-3

Alcune osservazioni:

·         Stefanos Tsitsipas e Casper Ruud migliorano il proprio best ranking.

·         Bautista Agut scalza Diego Schwartzman dalla top 10.

·         Jannik Sinner esce dalle prime venti posizioni.

·         Djokovic sempre più simile al “viandante sul mare di nebbia” di Caspar David Friedrich. I suoi avversari lo guardano con il binocolo dal fondovalle.

CASA ITALIA

È mancato l’acuto per definire trionfale la performance italiana a Parigi, ma in generale il coro se l’è cavata bene, grazie in particolare agli ottavi di finale di Lorenzo Musetti e Jannik Sinner ed ai quarti di Matteo BerrettiniHa steccato Lorenzo Sonego, dal quale a Parigi  abbiamo atteso invano la conferma dell’ottima performance romana. Nonostante la sconfitta al primo turno, Sonego ha comunque migliorato il suo best ranking così come ha fatto Musetti, che alla sua prima apparizione in un torneo dello Slam è arrivato alla seconda settimana ed agli ottavi si è preso il lusso di vincere due set contro Djokovic.

Si assottiglia di una unità la pattuglia degli italiani presenti tra i migliori 200 del mondo; Lorenzo Giustino – che nella precedente edizione del Roland Garros era giunto al secondo turno mentre quest’anno non ha superato le qualificazioni – è scivolato al numero 216.

Questi gli azzurri presenti nella Top 200 maschile:

ClassificaNomeVariazionePunti
9Berrettini 4103
23Sinner-42320
26Sonego22042
29Fognini 1843
61Musetti151120
82Mager5893
86Cecchinato-3878
88Travaglia-10870
90Seppi8856
97Caruso-15814
143Gaio-5523
160Giannessi-1441
165Fabbiano-1431
169Lorenzi-2428
195Marcora-2358

Questa settimana appuntamento al Queen’s per Berrettini, Travaglia, Fognini, Sinner e Sonego. Nessun italiano invece ad Halle, dove tornerà in campo Roger Federer.

RACE TO TORINO

Novak Djokovic opera il sorpasso su Stefanos Tsitsipas, che aveva iniziato il torneo da leader della classifica che tiene conto dei soli risultati del 2021. Con i 2000 punti di Parigi, Nole si prende la vetta anche nella Race to Torino.

A questa classifica verrà dedicato un articolo specifico, la cui pubblicazione è prevista per martedì.

RACE TO MILANO (NEXT GEN)

Dopo Carlos Alcaraz, un altro classe 2003 si affaccia nel tennis che conta, il danese classe 2003 Holger Rune, che da fine maggio ha raggiunto due finali consecutive a livello Challenger perdendo ad Oeiras IV prima di sollevare il trofeo a Biella VII – nella settimana appena passata si è invece ritirato durante il suo match di quarti di finale a Lione.

Al primo posto della classifica riservata ai migliori under 21 dell’anno troviamo sempre più solo Jannik Sinner; terzo Lorenzo Musetti. Questa la Race to Milan:

PosizioneGiocatoreNazionePuntiPosizione ATPClasse
1SinnerItalia1510232001
2Augier-AliassimeCanada825212000
3MusettiItalia801612002
4KordaUSA775522000
5AlcarazSpagna484782003
6CerundoloArgentina4211412001
7BrooksbyUSA3521502000
8BaezArgentina3211592000
9RuneDanimarca2262322003

BEST RANKING

I giocatori presenti nella Top 100 che questa settimana hanno migliorato la loro miglior classifica di sempre sono:

GiocatoreNazionePosizione
TsitsipasGrecia4
RuudNorvegia15
KaratsevRussia24
EvansGB25
SonegoItalia26
FokinaSpagna35
PaulUSA50
MusettiItalia61
AlcarazSpagna78

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Editoriali del Direttore

Roland Garros: in ballo per Djokovic c’è il pareggio nei Major con Federer e Nadal, ma anche il Grande Slam

PARIGI – Chi sarà il rivale più agguerrito di Djokovic a Wimbledon? Forse Sascha Zverev. E c’è anche Tokyo, prima dello US Open

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Novak Djokovic con il trofeo - Roland Garros 2021 (foto Twitter @RolandGarros)

da Parigi, il Direttore

Quanto è difficile vincere uno Slam? Chiedetelo a chi non l’ha mai vinto, certo, ma anche a Novak Djokovic che ne ha vinti 19 e questo diciannovesimo se l’è sudato come forse nessun altro.

Se è vero che in passato Nole aveva vinto due Slam annullando match point a Roger Federer (Us Open 2011 e Wimbledon 2019), qui ha rimontato due volte dopo essere stato sotto due set a zero (Musetti e Tsitsipas), come nella storia degli Slam era accaduto soltanto a Wimbledon, al mousquetaire Henry Cochet nel 1927 (che di rimonte ne fece addirittura tre, nei quarti con Hunter, in semifinale con Tilden e in finale con l’altro moschettiere Borotra annullando sei match point!). Ted Schroeder nel 1949, sempre a Wimbledon, rimontò da 0-2 Gardnar Mulloy al primo turno e poi vinse tre partite al quinto set in cui era in svantaggio, ma sempre di un solo set. Sto andando a memoria, ma non credo mi sia sfuggito altro.

 

Ieri avevo scritto che non sapevo bene per chi tifare, perché c’erano motivi che mi spingevano a sperare in una vittoria di un Young Gen, e altri contrapposti in quella dell’Old Gen. Ovviamente in parecchi non mi hanno creduto. Quanto piace alla gente diffidare sempre e comunque di quanto uno dice e non ha nessun motivo per raccontare balle, mi lascia sempre stupito. Intanto ho potuto constatare che non solo molti di coloro che hanno scritto i loro post si sono espressi per Tsitsipas, ma anche la stragrande maggioranza degli spettatori presenti al Roland Garros era per il tennista greco. Fra questi, oltre naturalmente ai greci nonché ai simpatizzanti per il ricambio generazionale, la gran parte dei tifosi di Nadal e Federer che invece del ricambio non sono fan. A loro un Djokovic a un solo Slam di distanza dai loro campioni, 19 contro 20, non poteva piacere.

Anche se il mio collega e amico Stefano Semeraro, giornalista della Stampa, sottolineava ovviamente scherzando che “anche se Djokovic dovesse giocare contro Hitler… la gente troverebbe modo per fare tifo per il suo avversario!”.

Quello del gap che si sta chiudendo e non è mai stato così ravvicinato è invece proprio il motivo per cui secondo me, al di là dei tifosi di Djokovic che sarebbero stati per lui a prescindere, si poteva tifare per Djokovic anziché per la novità Tsitsipas, primo greco in finale a uno Slam con tutti i bei motivi e le belle storie che si sarebbe trascinato dietro. Il cambio della guardia, il potenziale n.1 che viene da un Paese dove la Federazione è inesistente e l’organizzazione tennistica idem, il Padreterno che bacia certi ragazzi con il talento naturale e non altri, i ragazzi greci che sposeranno il tennis invece che solo il calcio e il basket … e via discorrendo.

La situazione alla vigilia dell’imminente Wimbledon è infatti estremamente stimolante. Non sapete quanti amici mi abbiano già scritto: “Ma Djokovic non è il grande favorito anche a Wimbledon? Lo scriverai che quest’anno potrebbe scapparci il Grande Slam? È già a metà dell’opera e a Wimbledon e US Open non sarà lui il primo favorito? Mica prenderà sempre a pallate un giudice di linea…”.

Ecco, fino a ieri mattina avevo sentito parlare quasi soltanto di possibile 20 a 19, di possibile pareggio a tre fra i Fab 3. Ma già ieri sera l’ipotesi Grande Slam ha preso consistenza e con motivazioni più che plausibili, sebbene quanto accadde a Serena Williams nel 2015 (Vinci…), e quanto è accaduto dal 1969 quando a realizzare lo Slam (il secondo) fu Rod Laver, deve far ritenere che sia diabolicamente difficile realizzare quel che è riuscito due volte a Laver e una a Don Budge (1938 peraltro!).

Novak Djokovic – Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @wimbledon)

Nadal non sembra neppure sicuro al 100 per 100 di giocare a Wimbledon – lo si sussurra ma non ci sono conferme al riguardo – e non so se lo si dica per la sua condizione fisica o per la variante indiana del Covid-19 che preoccupa sempre più chiunque dovrebbe andare a Londra – compreso il sottoscritto, sempre che a qualcuno interessi (so bene che a molti non interessa affatto, tuttavia a me dispiacerebbe mancare il 47° Wimbledon) – Federer ha dato buona prova di sé a Parigi, ma resta una discreta incognita, i più recenti protagonisti primari, da Anderson a Cilic, da Raonic a Murray (tutti ex finalisti) non sembrano valere davvero il Djokovic attuale, Tsitsipas sull’erba lo ricordo sconfitto da Fabbiano, Thiem siamo lì (e poi il Thiem di quest’anno…), Medvedev è il primo a non credere nelle proprie qualità erbivore con quei gesti ampi che si ritrova.

Mi sbaglierò, ma il solo che mi sembrerebbe in questo momento capace di insidiare il miglior Djokovic – a parte un Federer resuscitato – è Sascha Zverev. E, ma un un pochino più sotto – udite udite – il nostro Matteo Berrettini!

Stando così le cose, e ricordando che Nole ha vinto cinque Wimbledon e tre US Open, sono proprio sicuri i fan di Federer e Nadal, che il Grande Slam sia un obiettivo irraggiungibile per un giocatore capace di giocare in 48 ore quasi nove ore di tennis come ha saputo fare Djokovic? Un Djokovic che, oltretutto, arriverà a Wimbledon con un bagaglio pieno di fiducia? Le prove di resistenza, di forza mentale e di garra che ha dato questo giocatore che potrebbe essere più che appagato da una carriera fantastica sono sotto gli occhi di tutti.

Il suo tennis è certamente meno elegante di quello di Federer, è meno originale – anche perché non è mancino – di quello di Nadal, ma i risultati dei prossimi 2/3 anni è più facile che parlino a suo favore che a favore degli altri due.

L’argomento GOAT non mi ha mai entusiasmato, anche se può essere stuzzicante, e al limite nemmeno l’argomento su chi ha vinto più Slam mi pare così importante… perché è vero che ci possono essere state circostanze che hanno favorito più un giocatore che un altro nella conquista di alcuni Major. Si va da chi valuta weak una certa era rispetto a un’altra a chi considera un periodo in cui i rivali erano due e non tre, a chi ha potuto giovarsi di un infortunio di uno degli altri due o di tutti e due, insomma se andiamo a spaccare il capello in quattro potremmo finire per dare ragione ai tifosi dell’uno o dell’altro dei 3 Fab.

Ma se usciamo da questa considerazione poggiate sui numeri, sulle statistiche, sui titoli vinti, sugli head to head (che restano sempre da interpretare correttamente e senza pregiudizi, possono essere influenzati dai periodi storici in cui sono maturati), a me pare che più degli altri Djokovic abbia tre aspetti che giocano decisamente a suo favore:

  • l’età, quello che conta meno seppure sia incontestabile: Nole ha un anno meno di Rafa e sei meno di Roger,
  • il fisico: c’è chi può mettere in dubbio il fatto che lui sia quello più resistente dei tre, il meno soggetto a infortuni?
  • la maggiore adattabilità a tutte le superfici. Djokovic è stato capace di battere pochi giorni fa Nadal sul suo campo, sulla terra rossa, così come è stato capace di battere Federer sul suo giardino.

Sono tra aspetti che, a mio avviso, non si possono contestare. E non si poggiano sul fatto che Djokovic sia il primo tennista dell’era Open – guarda caso – ad aver vinto almeno due Major di tutti i quattro Slam. Roger ha vinto solo una volta a Parigi (anche se è stata tutta colpa di Nadal!), Rafa ha vinto una sola volta l’Australian Open (anche se ci si è messo di mezzo Roger e anche Wawrinka e qualche infortunio).

Con Novak ci sono due campioni di altre epoche: Rod Laver che ha avuto… il torto di fare il primo Grande Slam nel ’62, quando il tennis non era ancora Open, e Roy Emerson che vinse sei Australian Open e due di ciascuno degli altri tre Major per totalizzarne 12: quello restò a lungo il record degli Slam, finché Pete Sampras non lo eguagliò e poi arrivò a quota 14. Una quota che sembrava insuperabile.

Quelli, come dicevo sopra, sono numeri. Non si basano neppure sulla “garra” perché anche gli altri ce l’hanno: l’hanno avuta in finale di Slam qui Lendl nel rimontare due set a McEnroe, Agassi con Medvedev, Gaudio con Coria, fuori di qui Thiem con Zverev

Il resto potrebbe essere una sensazione che io provo e che sono sicuro i fan di Nadal e Federer non condividono: Djokovic ha tutta l’aria di essere il giocatore più completo dei tre. Uno buono per tutte le superfici, per tutte le stagioni. Punti deboli, a parte lo smash (ma ha la fortuna di doverne giocare pochi), non ne ha. Il suo arsenale è vario, di più. Ci ha aggiunto anche una palla corta di rovescio (come quella che ha annullato un set point nel terzo set a Nadal, come quelle che hanno sorpreso Tsitsipas in più d’una occasione) mortifera. E quando parrebbe in leggera crisi, arriva il servizio a sostenerlo. Come contro Nadal. Ma anche con Tsitsipas vi rendete conto quanto aiuta vincere otto game di battuta a zero? Aiuta a rispondere meglio. E ad aumentare la pressione nell’avversario quando serve. Ieri contro Tsitispas rispondeva sempre, salvo che nei primi due set. Poi è diventato una macchina da guerra.

Mi chiedevo, insieme a Steve Flink con il quale abbiamo fatto una altra lunga chiacchierata nel mezzo della notte – ci vorrà un po’ per tradurla… – se Djokovic avesse ragione nel ritenere la sua partita con Nadal una delle sue tre migliori di sempre e questo torneo uno dei tre più significativi di sempre, o fosse invece la sensazione a calda di un torneo comunque effettivamente memorabile. Dovreste sentire che cosa ha detto Steve, perché effettivamente ha detto una cosa che per ora non ho sentito dire da nessun altro e non la voglio anticipare.

Abbiamo parlato anche dei diversi Djokovic che abbiamo visto a Parigi, quello con gli occhi fuori dalle orbite e dai gesti eccessivi visto con Berrettini, prima del match point e subito dopo, e quello Zen, quasi impassibile, neppure esultante a fine rimonta con Tsitsipas. Unica cosa in comune fra le due partite – ma anche in quella con Musetti – il suo “ritiro… psicanalitico” nella toilette dello Chatrier, dal quale tornava sempre un Djokovic molto più vivo, reattivo, scattante, determinato.

Se avesse perso la finale dopo aver battuto il re della terra rossa, quella sarebbe stata per lui forse… una vittoria sprecata. Così invece ne è venuto fuori il torneo perfetto, due rimonte da 0-2, una vittoria su Nadal dal quale a Parigi aveva perso sette volte su otto, una rimonta sul più rampante dei giovani che sognano il cambio della guardia.

Ha vinto un grande torneo. E non sarà certamente l’ultimo. Si tratta soltanto di vedere se il prossimo Slam sarà il suo. E se lo sarà, se il Golden Slam cui ha detto di aspirare il suo coach Marian Vajda, è fra Tokyio e New York una mission impossible oppure no. Io credo che lui sia più solido di nervi rispetto a quanto lo fu Serena Williams nel 2015, se dovesse arrivare a New York in corsa per il Santo Graal. Vedremo, la strada è ancora lunga come dice sempre Sinner… solo che quella del ragazzo della Val Pusteria è lunga davvero, i difetti su cui lavorare sono tanti e i progressi recenti non sono stati troppi. Vi racconterò nei prossimi giorni cosa mi ha detto al proposito Marc Rosset, uno che di tennis capisce parecchio, non solo la medaglia d’oro di Barcellona ’92.

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