Numeri della settimana: l'impresa di Sock e i problemi di Nadal

Statistiche

Numeri della settimana: l’impresa di Sock e i problemi di Nadal

Il successo imprevedibile dell’americano dopo una stagione difficile, e il consueto scarso feeling del n.1 mondiale con la Parigi indoor, tra i dati statistici più rilevanti

Pubblicato

il

44 – la posizione che la scorsa settimana a Basilea aveva nel ranking Robin Haase, l’avversario con la seconda miglior classifica battuto, da Roma in poi, da Jack Sock. Dopo gli Internazionali d’Italia, è arrivata una serie di sconfitte dolorose per il 25enne statunitense: primo turno al Roland Garros e agli US Open, così come a Cincinnati, Pechino e Shanghai, secondo turno a Wimbledon (dove ha perso dall’austriaco Ofner, allora 217 ATP) e tre partite di fila vinte appena una volta negli ultimi sei mesi, all’ATP 500 di Washington. Quello nella capitale statunitense è stato l’unico torneo prima di Bercy dove Sock è riuscito a vincere tre partite di fila, e nel quale ha ottenuto l’unica vittoria di prestigio di questo periodo nerissimo, sconfiggendo l’allora numero 10 Milos Raonic. A Parigi, dopo aver recuperato da 1-5 nel terzo contro Edmund, è iniziata una marcia trionfale che l’ha portato sino alla conquista del primo Masters 1000 della carriera, lui che sinora in questi tornei aveva come miglior piazzamento la semifinale, a Indian Wells lo scorso marzo. Sembra ancora non al meglio fisicamente: se e quando lo sarà, potrà competere al meglio contro i più forti (7 le vittorie in 26 incontri con i top ten, sinora).

294 – la posizione del ranking occupata da Filip Krajinovic a metà maggio. Il 25enne serbo a marzo giocava addirittura a Santa Margherita di Pula un Futures, dove perse dal nostro Marco Bortolotti, allora 412 ATP. Da quel momento in poi una costante risalita passata attraverso la vittoria di ben cinque Challenger. A Mosca, contro Rublev, è arrivata la seconda vittoria in carriera contro un top 50 dopo quella ottenuta contro Fognini ad Amburgo nel 2014, alle quali hanno fatto seguito quelle a Bercy contro Sugita, Querrey e Isner. Molto fortunato ad usufruire del ritiro di Nadal, ma per arrivare a quel punto ha fatto grandi cose nell’inferno del circuito minore. Aiutati che Dio ti aiuta.

4 – le volte in carriera in cui Julien Benneteau era arrivato ai quarti in un Masters 1000, tutte sul cemento all’aperto (Cincinnati 2009 e 2014, Indian Wells e Shanghai 2014) prima di riuscirci questa settimana a Bercy. Il quasi 36enne francese (compirà gli anni il 20 dicembre prossimo), sceso dopo l’operazione di giugno 2015 sino al 696esimo posto del ranking, era rientrato nei primi 100 solo a maggio di quest’anno, prima di uscirne nuovamente a fine settembre. La vittoria al Challenger di Orleans, i quarti ad Anversa e il secondo turno a Basilea passando dalle quali, avevano fatto intravedere una ripresa del suo rendimento. Nulla tuttavia che potesse far immaginare, per lui che quest’anno aveva battuto un solo top 50, Carreno Busta a Winston Salem, una cavalcata come quella parigina. Dopo aver eliminato la stella promessa, il Next Gen canadese Denis Shapovalov, sono arrivate due vittorie contro top 20 come Tsonga e Goffin, coronate dal primo successo dopo più di tre anni contro un top 10, Cilic nei quarti. Contro Sock, nella sua seconda semifinale in un Masters 1000 dopo Cincinnati 2014, non ne aveva più. Redivivo, ha già annunciato che la prossima sarà la sua ultima stagione.

 

6 – le partecipazioni a Bercy di Rafael Nadal, dove ha ottenuto solo una finale, nel 2007, persa contro Nalbandian. Un Masters 1000 poco amato dal maiorchino, per le condizioni di gioco (è l’unico torneo di questa categoria che si disputa indoor) e per la parte della stagione, quella finale, nella quale è collocato nel calendario. Non a caso tutti gli altri tornei di questa categoria sono stati giocati più di dieci volte dal numero 1 del mondo, ad eccezione di Shanghai, sempre posizionato nella parte conclusiva dell’anno tennistico, dove ha partecipato appena due volte in più. Trattasi di un altro Masters mai vinto da Rafa, che in Cina ha almeno raggiunto una finale in più (oltre a quella persa quest’anno con Federer, quella del 2009 contro Davydenko).

3 – le sconfitte di Alexander Zverev contro top 30, a fronte di un solo successo (contro Fognini a Pechino): questo il bilancio del giovane ventenne di Amburgo dal secondo Masters 1000 vinto in stagione, a inizio agosto a Montreal, sino ad oggi. La vittoria su Roger Federer, sebbene menomato nella seconda parte della finale, sembrava essere stato il definitivo trampolino di lancio nell’Olimpo del grande tennis per il leader della Next Gen. Da quel momento in poi sono invece arrivate appena otto vittorie e ben sette sconfitte, alcune delle quali molto amare e decisamente inaspettate – contro Tiafoe (87 ATP) a Cincinnati, Coric (61) a New York, Dzhumhur (40) a Shenzhen e Haase (41) a Bercy. Un calo fisiologico nel processo di definitiva maturazione di un campione predestinato, ma resta la sensazione di rottura prolungata che forse avrà contribuito a incidere nella decisione del tedesco di saltare le Next Gen Finals di Milano, per provare a trovare freschezza per un appuntamento importantissimo come il suo esordio nelle ATP Finals di Londra.

1 – il numero di tornei nei quali Pablo Carreno Busta è riuscito a vincere tre partite di fila dopo aver raggiunto i quarti di finale al Roland Garros: come tutti sappiamo, vi è riuscito a New York, dove, non sconfiggendo nessun top 30, arrivò sino alle semifinali. Soprattutto, è stato molto negativo il post US Open del 26enne spagnolo, che nei cinque tornei successivi ai quali ha partecipato ha vinto una sola partita, a Vienna contro Guido Pella (64 ATP). In particolare, possono definirsi molto brutte alcune nette sconfitte in due set all’esordio nei tornei, arrivate in quest’ultimo lasso temporale: non solo quella di Bercy contro Mahut (111 ATP) ma anche quelle di Mosca contro Medvedev (67) e di Pechino contro Darcis (73 ATP).

2008 – l’anno in cui, poco prima di compiere i 20 anni, Marin Cilic vinceva a New Haven il primo dei suoi diciassette tornei – tra i quali gli US Open 2014 e il Masters 1000 di Cincinnati 2016 – sinora messi in bacheca, conquistati peraltro su tutte le diverse condizioni di gioco (erba, terra rossa, cemento outdoor e indoor). Sembrava l’inizio di una carriera folgorante, ma le promesse sono state mantenute solo in parte, se così si può dire per un tennista che solo un mese fa ha comunque raggiunto il career high di numero 4 del mondo e che è stato capace di vincere un Major e un Masters 1000. Tuttavia, il croato almeno sino ad oggi, a 29 anni compiuti poco più di un mese fa, non ha mai trovato continuità ad alti livelli, non riuscendo quantomeno a mettersi stabilmente subito dietro ai Fab Four. Una sensazione dimostrata da un dato: le uniche due partecipazioni, senza tra l’altro superare il Round Robin, del 2014 e del 2016 alle ATP Finals. Troppe volte, però, il tennista nato a Medjugorje ha dato la sensazione di non saper cogliere il treno giusto per compiere l’ulteriore salto di qualità: l’ultima di queste, venerdì, quando ha perso ai quarti di Bercy da Bennetau in due set una partita che avrebbe dovuto vincere. Ottimo tennista, ma non (ancora?) campione maturo.

7 – gli anni consecutivi nei quali John Isner ha raggiunto almeno una semifinale in un Masters 1000, per un totale di dieci volte, distribuite tra tutti e quattro i tornei di questa categoria che si giocano sul cemento nordamericano, Roma e Parigi indoor. Sabato scorso, in quella che era per lui la terza volta in semifinale nel torneo indoor parigino, nonché la terza del 2017 in un Masters 1000 – dopo Foro Italico e Cincinnati – l’ex numero 9 del mondo (nell’aprile 2012) è stato vicino, con la palla break avuta nel nono gioco del terzo set che lo avrebbe mandato a servire per il match, a raggiungere per la quarta volta la finale. Un appuntamento tra l’altro mai coronato da un successo nelle tre precedenti occasioni (Indian Wells 2012, Cincinnati 2013 e Bercy 2016) in cui è stato raggiunto. Va comunque un bravo a un tennista che dal 2010 termina ininterrottamente la stagione tra i primi 20 e che in tale lasso di tempo ha vinto dodici tornei e ottenuto altrettante finali nel circuito maggiore, ma che probabilmente verrà ricordato sempre per aver giocato e vinto la “partita più lunga della storia”, il primo turno di Wimbledon 2010 contro Mahut, durato undici ore e cinque minuti. Eterno comprimario di lusso.

Continua a leggere
Commenti

evidenza

Numeri: le tre ‘doppiette’ di Zverev, la risalita di Vika, la crescita costante di Humbert

Da quando si è ripreso a giocare, Zverev è il terzo giocatore del mondo per punti aggiunti in classifica. Ugo cresce sempre di più: sul veloce vale anche qualcosa in più della posizione 32

Pubblicato

il

3 – le “doppiette” di tornei vinti giocati in settimane consecutive da Alexander Zverev. Il 23enne tedesco di origine russa aveva già conquistato in due occasioni tornei disputati nel corso di due settimane di fila. La prima volta era accaduto nell’estate 2017 sul cemento all’aperto di Washington e di Montreal, quando Sascha si impose nelle due finali su Anderson e Federer. La seconda si era invece verificata nella primavera del 2018, quando il tennista nato ad Amburgo si era imposto sulla terra battuta di Monaco di Baviera e di Madrid. Nelle ultime due settimane, infine, Sasha ha corroborato il suo piazzamento di settimo giocatore al mondo vincendo i due tornei ATP 250 giocatisi a Colonia, inseriti con una licenza annuale nel calendario provvisorio post pandemia dell’ATP.

Per vincere quelli che sono stati rispettivamente il dodicesimo e tredicesimo torneo – cinque dei quali si sono giocati in condizioni indoor e tra questi figurano il primo, vinto a San Pietroburgo nell’ottobre 2016, e il più importante sinora portato a casa da Sasha, le ATP Finals 2018 – il tedesco ha dovuto vincere in totale otto partite. Tre di queste otto sono state contro top 50 (tra cui quella contro Jannik Sinner, che lo ha impegnato seriamente per un set), una contro un top 30 (Auger-Aliassime, in finale a Colonia 1) e appena una contro un top 10 (la seconda finale vinta 6-2 6-1 su Schwartzmann). Tuttavia nel corso delle due settimane alla Lanxess Arena – impianto polivalente inaugurato nel 1998 con 19.500 posti a sedere, chiuso però ai tifosi per i due tornei – Sascha ha lasciato per strada tre set (quelli persi contro Harris, Millman e Mannarino, con il mancino francese unico tennista in grado di trattenerlo in campo per più di due ore).

I numeri, però, confermano che da quando a fine agosto si è ripreso a giocare il tedesco è stato tra quelli che in assoluto ha fatto meglio, grazie al suo bilancio di 17 partite vinte e 3 sole perse, uno score che gli ha consentito di guadagnare 1385 punti con il nuovo regolamento del ranking, adattato all’emergenza sanitaria internazionale (i tennisti possono mantenere in classifica il miglior risultato di ogni torneo tra il 2019 e il 2020). Solo Thiem con 2080 e Djokovic con 1540 hanno fatto meglio di Zverev, che sarebbe primo se solo avesse sfruttato le varie occasioni nel corso della finale dello US Open, ma in ogni caso Sascha precede Rublev (1195), Tsitsipas (1180), Schwartzmann (1020), Raonic (915) e Carreno (900).

 
Dominic Thiem e Alexander Zverev – US Open 2020 (via Twitter, @atptour)

A tal proposito, una curiosità: della top ten dell’ultima classifica pre-sospensione di metà marzo ben cinque giocatori non hanno guadagnato nemmeno un punto. Se era impossibile aspettarselo da Federer ai box sino al prossimo gennaio o da Nadal che ha sin qui partecipato a un solo torneo, sorprende molto di più che Medevedev (cinque tornei giocati), Monfils (tre) e Goffin (cinque) non abbiano aggiunto alcun punto a quelli che già avevano; lo stesso Berrettini. con 215 punti guadagnat, non ha fatto abbastanza (salvo miracoli) per confermare la sua presenza alle ATP Finals. Il torneo di fine anno è il grande obiettivo di Zverev nella fase finale del 2020. Il tedesco è consapevole che nella O2 Arena di Londra, teatro per l’ultima volta della competizione, è in grado di dare il suo meglio: considerato il suo stato di forma e le condizioni di gioco a lui favorevoli, è uno dei grandi favoriti di quello che un tempo era chiamato Masters.

5- i tornei che sono stati necessari a Viktoria Azarenka per guadagnare 45 posizioni e tornare alla classifica (non terminava una stagione così in alto dal 2012) e ai livelli di gioco che non aveva dalla primavera del 2016. Quattro anni e mezzo fa l’ex numero 1 WTA e bi-campionessa dell’Australian Open vinse Indian Wells e Miami rientrando dopo circa due anni nella top 10, ma si fermò dopo la partita persa al Roland Garros contro Karin Knapp. Inizialmente per la convalescenza dall’infortunio al ginocchio sofferto contro l’italiana, poi per la gravidanza e la nascita del primogenito Leo. Dopo questo lieto evento iniziò per la bielorussa il calvario legale col padre del bimbo per il suo affidamento, una lotta che tenne Vika agonisticamente lontana dal circuito in maniera quasi continuativa sino al marzo di due anni fa, un periodo in cui la bielorussa riuscì ad avere una parte importante nel modificare le regole a salvaguardia delle mamme-tenniste intenzionate a tornare in campo.

Sino all’estate appena trascorsa, Vika non aveva trovato più la continuità che aveva contraddistinto il suo tennis prima del 2017 (era risalita al massimo sino al 40 WTA), trovando solo degli acuti che le avevano consentito di centrare la finale a Monterrey nel marzo 2019 e di avere, dal rientro in campo, un bilancio di 6 vittorie e 12 sconfitte con le top 10 e di 8-7 contro le colleghe tra l’undicesima e la ventesima posizione. Quando ad agosto si è tornati a giocare, Vika è stata brava a farsi trovare pronta psico-fisicamente: innanzitutto ha vinto il Premier 5 di Cincinnati/New York (21° titolo nel circuito maggiore, a più di quattro anni di distanza dall’ultimo), poi allo US Open è giunta in finale (persa solo al terzo set contro Osaka) e ai quarti a Roma, dove è stata sconfitta al foto-fininish da Muguruza.

Victoria Azarenka – US Open 2020 (via Twitter, @usopen)

Una serie complessiva di 15 vittorie, comprendenti quelle su tre top 20, ma anche vittime ancora più illustri come Serena Williams e Sofia Kenin. Al Roland Garros è incappata al secondo turno in una giornata nera contro Schmiedlova, ma la scorsa settimana a Ostrava – con le vittorie su Krejicikova, Mertens e Sakkari – ha mostrato come quello parigino sia stato solo un incidente di percorso: in Repubblica Ceca è arrivata in finale, dove è stata fermata dalla connazionale Sabalenka. A 31 anni e mezzo e nel pieno della maturità, nel 2021 c’è da attendersi da Azarenka quantomeno il rientro in top ten che dista tre posizioni e poco più di 600 punti. A 31 anni e mezzo e nel pieno della maturità, nel 2021 c’è da attendersi da Azarenka quantomeno il rientro in top ten che dista tre posizioni e poco più di 600 punti.

8 – le vittorie di Ugo Humbert nelle undici volte che ha affrontato tennisti tra la undicesima e la ventesima posizione ATP. Un bilancio che conferma come il ventiduenne mancino – tra i mancini, in classifica lo precedono solo Nadal e Shapovalov – in costante ascesa di classifica da oltre due anni, meriti anche qualcosa in più del 32 ATP al quale questa settimana è salito. Un piazzamento conquistato grazie a un 2020 che gli ha regalato 21 vittorie a livello ATP, tre in più delle 18 che in totale aveva raccolto nei primi anni di carriera professionistica, iniziata circa tre anni fa.

Dopo un percorso da junior senza particolari lampi (in quella categoria era stato al massimo numero 18), nell’ottobre 2017 Humbert sconfigge il primo top 100 della sua carriera, Thomas Fabbiano, al primo turno delle qualificazioni di Parigi-Bercy. Il 2018 è per il giovane francese l’anno dell’ingresso in top 100, un piazzamento possibile grazie alla prima qualificazione e alla successiva vittoria di una partita del tabellone principale di uno Slam (lo US Open) e a 68 partite vinte – compresi Futures e Challenger (tre titoli di categoria). Nel 2019 si concretizza per il tennista nato a Metz l’ulteriore maturazione, vidimata dalle prime semifinali nel circuito maggiore raggiunte a Marsiglia, Newport e Anversa, a testimonianza di una maggiore predisposizione del francese per le superfici veloci. Ugo mostra la sua adattabilità sull’erba a Wimbledon, dove arriva agli ottavi battendo Monfils e Auger Auliassime, per poi chiudere la stagione alle Next Gen Finals – dove si rivela l’unico in grado di battere Sinner, nel Round Robin.

Ugo Humbert – Anversa 2020 (via Twitter, @EuroTennisOpen)

La stagione in corso è quella in cui compie uno step ulteriore: partito bene con il primo titolo della carriera, vinto a Auckland (in finale su Paire) e con la semifinale raggiunta a Delray Beach, in queste ultime settimane ha mostrato di essere migliorato anche sul rosso, dove sino al 2019 nel circuito maggiore aveva vinto solo una partita: a Roma ha sconfitto Fognini e ad Amburgo ha raggiunto i quarti superando per la prima volta un top 5, Medvedev. Due settimane fa, tornato a giocare nelle condizioni che predilige (duro indoor) Ugo si è arreso a San Pietroburgo solo 7-5 al terzo a Rublev, mentre ad Anversa ha vinto il secondo titolo della carriera, un successo raggiunto non senza difficoltà e per questo forse ancora più bello. Humbert ha sofferto soprattutto con Carreno Busta (battuto dopo oltre due ore e mezza, durante le quali ha rimontato un set di svantaggio) e con Evans, al quale ha annullato quattro match point. La crescita è lenta ma costante, e ora solo cinque giocatori più giovani gli stanno davanti in classifica – Tsitsipas, Shapovalov, Auger- Aliassime, Ruud e De Minaur: l’impressione è che sentiremo ancora parlare di Ugo Humbert.

Continua a leggere

Focus

Con occhio statistico: il servizio di Zverev ha fatto la differenza. Sinner, poco dritto

Grazie al nostro esperto di numeri, testiamo un nuovo sistema per analizzare le partite. I dati confermano che Zverev si è preso la rivincita con Sinner soprattutto grazie al servizio

Pubblicato

il

Jannik Sinner – ATP Colonia 2 (foto via Twitter @atptour)

C’era attesa (forse anche troppa, considerando la caratura del torneo) per questa rivincita fra Sinner e Zverev, soprattutto alla luce del fresco precedente giocato fra i due al Roland Garros, a seguito del quale con ogni probabilità si è sedimentata un po’ di ruggine, come si è poi visto in alcuni episodi di leggero nervosismo di Zverev.

Rimandiamo all’ottima cronaca della partita per rivedere il film del match, che ha visto il tedesco prendersi effettivamente la rivincita, mentre in queste sede ci concentriamo su alcune pillole statistiche che abbiamo cercato di evidenziare nel corso della partita, al fine di fornirvi alcune chiavi di lettura ulteriori.

Prima di proseguire, una piccola premessa metodologica: i dati non sono frutto di elaborazioni ufficiali ATP ma derivano dal charting (una sorta di ‘mappatura’ dei dati) del match dei nostri collaboratori; tuttavia, confrontando i dati comuni a quelli rilevati da ATP per questa categoria di tornei, la robustezza dell’analisi è risultata sufficiente.

 

IN BATTUTA – Cominciamo allora dal servizio. Se la differenza in termini di punti diretti si è vista eccome (con Sinner che ha potuto trarre vantaggio solo da una piccola frazione dei punti di Zverev), tale differenza assume ancora maggiore peso se confrontata con i punti generati indirettamente dal servizio, intendendo in questo caso quei punti il cui colpo decisivo per l’assegnazione è stato proprio il servizio; l’idea è quella di valorizzare il contributo del colpo d’avvio di gioco al di là del contributo dei punti diretti (ace e doppi falli), ma in funzione della capacità di spostare l’inerzia del gioco in maniera sostanziale dalla propria parte.

Di seguito, una rappresentazione grafica di queste due categorie di punti.

Un’analisi più approfondita del piazzamento del colpo durante la partita ci fornisce una visione più dettagliata della prima di servizio di Zverev, che come abbiamo visto è stato il colpo più importante del match.

Nei servizi dal lato della parità (il deuce court, ovvero da destra) la distribuzione è stata sbilanciata verso il servizio a uscire tagliato. Tale colpo ha dato parecchi frutti in considerazione della posizione molto arretrata di Sinner in risposta, che specie sulla prima si è trovato nella maggior parte dei casi vicino ai cosiddetti “teloni di fondocampo”. Da destra, quando ha potuto giocare la prima, le performance di Zverev sono state praticamente impeccabili.

Nei servizi tirati da sinistra (advantage court) invece la distribuzione è stata più bilanciata, con Zverev che a costo di lasciare qualche punto in più per strada ha preferito non abusare del servizio ad uscire, forse anche conscio di non voler sollecitare eccessivamente la risposta di rovescio di Sinner. In ogni caso anche nei servizi tirati da sinistra, si nota come Zverev abbia avuto grande successo con i servizi ad uscire, in quanto la possibilità di aprirsi agevolmente il campo era favorita dalla posizione sempre molto arretrata di Sinner, il quale tuttavia è riuscito sui servizi centrali a trovare qualche risposta in più.

I COLPI CHE FANNO LA DIFFERENZA: SINNER – Andando oltre, posto che il singolo colpo che in campo ha determinato la partita è stato senza dubbio il servizio di Zverev, e volendo allora inquadrare in maniera più generale lo stile di gioco dei due contendenti, abbiamo cercato di rilevare durante ogni singolo scambio – laddove ci fossero – i colpi che hanno spostato l’inerzia in modo da poter poi disegnare un quadro di come si è sviluppata la partita.

Per Sinner ciò che emerge è un profilo tutto sommato equilibrato con un uso abbastanza distribuito dei vari fondamentali con una lieve preponderanza del rovescio, a dimostrazione di un profilo tutto sommato completo – ad eccezione del gioco a rete, dove il giovane italiano non brilla di certo e non ha brillato neanche contro Zverev.

I COLPI CHE FANNO LA DIFFERENZA: ZVEREV – Nel caso invece di Zverev il profilo invece è più marcato, ed emerge un quadro in cui il tedesco è più sbilanciato sul lato del rovescio, con particolare rilievo per la variazione lungolinea: nei casi in cui il tedesco è riuscito a mettere in campo questo colpo Sinner si è costantemente visto in difficoltà, costretto a recuperi incrociati con il dritto che si sono rivelati spesso corti e facilmente aggredibili da Zverev.

In generale il quadro che emerge è quello di due giocatori per certi versi simili, con Zverev caratterizzato da un atteggiamento più attendista, in tutti quei casi in cui il servizio non riesce a dare la frustata decisiva. Entrambi hanno nel rovescio il colpo con cui cercano maggiormente di incidere e indirizzare lo scambio. Forse il rammarico per Sinner è proprio quello di non essere riuscito da un lato a dare continuità al proprio gioco e dall’altro a tirare fuori il meglio dal proprio diritto, un colpo che, comparativamente, sarebbe potuto risultare superiore a quello di Zverev. Per dare un’idea, oggi il tedesco ha giocato pochissimi diritti inside out incisivi, un colpo che costituisce una quota importante del bagaglio di quasi tutti i migliori giocatori del circuito. A riprova di questo insicurezza relativa di Zverev sul lato del dritto c’è anche il fatto che l’unica variante da lui accettata e utilizzata a viso aperto durante gli scambi sia quella incrociata, grazie alla quale sia con soluzioni profonde, che con soluzioni strette riesce a mettere in difficoltà i proprio avversari.

Problemi che non diventano problemi finché servi come ha servito ieri Zverev – specie se l’avversario serve sensibilmente peggio. La litania sui colpi di inizio gioco, in grado di indirizzare l’esito delle partite molto più di quanto accade negli scambi prolungati, sarà anche noiosa ma non smette di rivelarsi vera. Numeri alla mano.

Continua a leggere

Focus

Scegliere di rispondere: azzardo o mossa vincente?

Servire o ricevere? Durante il Roland Garros il 62% dei giocatori che ha vinto il sorteggio ha scelto la seconda opzione. Il break è spesso arrivato ma il gioco non sempre vale la candela

Pubblicato

il

Diego Schwartzman - Roland Garros 2020 (via Twitter, @rolandgarros)

Chi ben comincia è a metà dell’opera, si dice. Nel gioco del tennis, la dea bendata, nella forma di un lancio della monetina, assegna ad uno dei due giocatori (o delle coppie nel doppio) in campo il prezioso vantaggio di decidere da dove cominciare: se dal turno di battuta o da quello di risposta. Considerando l’enorme vantaggio dato dal servizio in campo maschile, la scelta parrebbe scontata. Inoltre, vincendo il primo turno di battuta, ci si mette in una posizione di testa all’interno del set, aumentando la pressione sull’avversario. Tuttavia, tanti tennisti scelgono di rispondere nel sorteggio. La logica è quella di fare il break in apertura, sfruttando il fatto che chi serve non è ancora entrato del tutto nel match. Ma quindi qual è la strategia giusta per cominciare bene? Se lo è chiesto Craig O’Shannessy, l’uomo dei numeri nel mondo del tennis professionistico, che vanta collaborazioni con giocatori di primissimo piano come Novak Djokovic e il nostro Matteo Berrettini. 

Analizzando i dati relativi a tutti i 127 match di singolare maschile dell’edizione appena conclusa del Roland Garros, O’Shannessy ha constatato che nella grande maggioranza dei casi (62% ovvero 79 volte) il giocatore che ha vinto il sorteggio ha scelto di rispondere. A fare eccezione rispetto a questa statistica ci sono però i migliori della classe. Nadal e Djokovic hanno scelto di servire tutte e tre le volte in cui hanno vinto il sorteggio. Il serbo ha optato per il servizio anche in occasione della finale. Da notare che nonostante non scaglino ace a 230 chilometri orari, i due primi giocatori nel ranking ATP sono quinto (Nadal) e ottavo (Djokovic) per percentuale di giochi vinti al servizio nelle statistiche annuali. Dunque se sai che molto probabilmente vincerai il primo game di servizio, perché rinunciare al vantaggio? 

Diego Schwartzman, semifinalista a Parigi nonché secondo nella classifica assoluta di game vinti in risposta (dietro a Nadal), è invece dell’altro partito ed in entrambe le occasioni in cui ha potuto decidere ha cominciato dalla risposta. L’idea, evidentemente diffusa sul circuito, che il break sia più probabile quando il giocatore al servizio è ancora freddo è abbastanza supportata dalle statistiche. Durante l’ultimo Roland Garros ci sono stati infatti più break quando il giocatore che ha vinto il sorteggio ha deciso di rispondere (30%) che in qualunque altra situazione (27% circa). Non una differenza enorme ma comunque una riduzione del vantaggio per chi sta al servizio. Ma essere premiato dal lancio della monetina aiuta in ogni caso, a prescindere dalla decisione che poi si prenda riguardo alla situazione in cui cominciare l’incontro. Infatti, chi ha scelto di servire ha vinto il 77% dei giochi contro il 69% di chi non lo ha scelto. Questo può dipendere dal fatto che come Schwartzman è consapevole delle sue doti in ribattuta, chi può contare su un gran servizio tende a sfruttarlo fin da subito e mettere il naso avanti. 

 

O’Shannessy ha inoltre esteso la sua analisi ai primi quattro giochi del match, distinguendo chi, dopo aver vinto il sorteggio, decide di servire da chi decide di rispondere. Chi decide di rispondere ha avuto più probabilità di trovarsi in vantaggio (3-1 o 4-0). Ma la differenza è sottilissima: 32 per cento contro 31 per cento. D’altra parte, però chi ha deciso di partire dalla ribattuta si è trovato molto più spesso in svantaggio (1-3 o 0-4) rispetto a chi ha deciso di iniziare dal servizio: 30% contro 25%. Ne consegue che il giocatore che ha deciso di servire si è anche più spesso trovato in situazioni di parità. Insomma, iniziare dalla risposta è una strategia più aggressiva, mentre iniziare dalla battuta è più conservativa. Ma il gioco parrebbe non valere la candela.

I limiti di questa analisi stanno soprattutto nell’utilizzo di un campione molto limitato e poco rappresentativo, quello dei soli match durante l’ultimo Roland Garros. Se la limitatezza del campione dipende dal mero numero delle osservazioni, in questo caso la scarsa rappresentatività si può attribuire a due fattori. In primis, il fatto che sia per l’appunto un Grande Slam dove si gioca al meglio dei tre su cinque e che quindi il vantaggio di cominciare meglio si attenua. In match più brevi, al meglio dei tre set, i giocatori potrebbero essere più incoraggiati a rischiare e cominciare in risposta. Ma l’effetto potrebbe essere anche inverso. In secondo luogo, il Roland Garros è l’unico Slam che si disputa sulla terra battuta: una superficie che, nonostante tutto, rimane nettamente più lenta delle altre, e che dunque aumenta la percentuale di turni vinti in risposta. Questo potrebbe influire sulla scelta dei giocatori al momento del sorteggio, incentivando ulteriormente la strategia di iniziare in risposta. Peraltro, quest’anno, causa lo spostamento in autunno, le condizioni erano ancora più lente. Una situazione in cui si presume che il vantaggio dato dal servizio si assottigli ancora di più.

D’altra parte, i tennisti sono animali strani, un po’ abitudinari e un po’ lunatici. È possibile che tendano a fare sempre la stessa scelta, anche giusto per scaramanzia. Il fatto che Nadal, Djokovic, Schwartzman e presumiamo molti altri abbiano fatto le stesse scelte per tutto il torneo, a prescindere dall’avversario e quindi dalle chance di fare break, ce lo fa intuire. È anche possibile che altri cambino idea a seconda delle sensazioni, di come si sveglino la mattina. Nonostante ciò, sarebbe comunque interessante ampliare quest’analisi a tutti i tornei del circuito ATP per poterne trarre delle conclusioni più solide. 

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement