Next Gen Finals: alla Fiera di Rho, anche il tennis infine passò

Focus

Next Gen Finals: alla Fiera di Rho, anche il tennis infine passò

Dopo cinque giorni di regole, giocatori next-gen e Fiera Milano vestita a festa per l’evento, è arrivato il momento dei bilanci della prima edizione del torneo giovanile meneghino

Pubblicato

il

dai nostri inviati a Milano, Luca De Gaspari, Francesca Marino e Riccardo Sozzi

LE REGOLE – Parliamoci chiaro, se questo “masterino” giovanile fosse stato giocato seguendo le regole tradizionali, probabilmente sarebbe stato molto meno interessante per gli spettatori. L’alone di curiosità e anche di mistero suscitato dai cambiamenti sperimentati in questo torneo, è stato uno dei fattori di attrattiva maggiori. Abbiamo chiesto in giro per il padiglione l’opinione del pubblico riguardo a queste modifiche (molti degli intervistati non ci hanno rilasciato il proprio nome, perciò per correttezza non ne verrà menzionato nessuno) e i risultati sono stati in linea con le attese: alcune sono state ampiamente promosse, come lo shot clock apparso ormai inevitabile e  il riscaldamento accorciato. Altre sono state piuttosto divisive come il no-let (che poi in realtà influenza pochissimi punti nell’arco di un match) ma anche il no-ad. In generale bocciato invece il formato dei set ridotti a 4 games, che rischia di livellare troppo i valori e di rendere un solo early-break già decisivo. Grande apprezzamento anche per la novità della chiamata elettronica LIVE anche se questo non è un cambio al regolamento ma semmai un’innovazione tecnologica come lo era stato l’Hawk-Eye originale circa dieci anni fa. Tiepida invece l’accoglienza per il coaching, anche perché qui il pubblico non può ascoltare i dialoghi tra giocatore e allenatore che è esclusivo per la televisione. In generale, l’esperimento è riuscito in pieno, si tratta di vedere quanto poi di questo test del futuro diventerà il futuro, quello vero.

L’INTRATTENIMENTO- A colpo d’occhio il padiglione 1 di Rho Fiera Milano, allestito per l’occasione, ricorda molto la O2 Arena di Londra. Si accede all’impianto attraverso un piccolo tunnel in cui passano dei video degli otto “maestrini” con tanto di applausi del pubblico, dei colpi vincenti dei tennisti e in sottofondo il leitmotiv dell’evento: la simulazione del battito cardiaco, che accompagna i giocatori all’ingresso in campo, fa strada anche al pubblico, rendendo l’ingresso molto suggestivo.  Il colore blu campeggia per tutto l’impianto, l’eleganza del lounge bar spicca grazie al bianco che spezza la moquette. È stato molto apprezzato l’albero luminoso, situato sopra il ristorante chic, al centro della zona dedicata ai giocatori, sponsor e famiglie dei tennisti, che illumina tutta la zona vip. L’intrattenimento non è mancato: giocolieri con palline e racchette, stand sportivi e culinari (non particolarmente economici), giganti palle da tennis in cui tutti i fan hanno l’opportunità di farsi un selfie con il loro tennista preferito proiettato all’intero della pallina. L’aria di Next Gen si respira anche tra gli stand, i quali propongono ai giovanissimi l’esperienza del VR (realtà virtuale) o la possibilità di misurare la potenza dei loro servizi. Lo stadio, allestito in tempi molto ristretti, emerge imperante rivestito dalle gigantografie dei Next Gen. Ma veniamo al clou: all’interno del campo centrale in rilievo appare la riproduzione della Scala di milano, di rosso vestita in pieno contrasto con il terreno di gioco azzurro e blu. Dai balconcini del teatro meneghino si godono lo spettacolo solo alcuni eletti. In contrasto con un tale palcoscenico la presenza del dj proprio ai piedi del finto teatro, che propone musica mainstream ai cambi campo e tra un set e l’altro. Una stonatura, che poteva trasformarsi in un contributo per un’armonica melodia, se al posto dell’house avesse risuonato un brano di musica classica in chiave rock. Un’idea per il prossimo anno.

 

I GIOCATORI – Molto interessante ai fini del successo o meno della competizione era capire come i giocatori avrebbero reagito a tutte le novità di queste Next Gen Finals. La risposta è stata molto chiara: Per noi si tratta comunque di un torneo prestigioso, ci siamo qualificati, siamo qui e vogliamo giocare seriamente”, ha affermato Karen Khachanov, a sottolineare come non fosse assolutamente nella loro mente l’idea di venire fino a Milano per giocare en passant. La conferma di questa affermazione è stato il gioco espresso in campo, a tratti d’alto livello con tutti i giocatori che hanno lottato su ogni punto, manco fosse uno Slam, pur di portare a casa la vittoria. “Venderò cara la pelle in ogni partita”, aveva detto Gianluigi Quinzi dopo la sconfitta contro Andrey Rublev e così è stato per il marchigiano che ha offerto sempre ottime prestazioni, piegandosi solo alla maggiore qualità e costanza dei propri avversari, anche se va detto che probabilmente Gianluigi se avesse avuto un po’ più di fortuna nel sorteggio del girone almeno la semifinale l’avrebbe raggiunta. Discorso a parte quello riguardante le regole, che hanno diviso non solo gli spettatori ma anche i giocatori. Tra le più osteggiate sicuramente il fatto che il pubblico potesse parlare e muoversi liberamente, “È molto difficile concentrarsi soprattutto all’inizio ho fatto fatica a concentrarmi” sostiene Daniil Medvedev, ma anche l’accorciamento del set Khachanov e Rublev non l’hanno apprezzato, perché troppo limitante quanto a possibilità di recupero, e soprattutto in grado di falsare anche la preparazione di un singolo giocatore. Le altre regole invece sono state molto apprezzate dai giocatori, ma come ha detto Denis Shapovalov: “Non credo vedremo grossi cambiamenti nel circuito, almeno non così presto”.

Continua a leggere
Commenti

ATP

ATP Anversa: a Musetti il derby contro Mager, ne arriva un altro con Sinner

Lorenzo vince grazie a un doppio tie-break dando segnali di ripresa e sfiderà negli ottavi Jannik, grande favorito del torneo

Pubblicato

il

Nel match che lo vede prevalere su Gianluca Mager per 7-6(2) 7-6(3) in due ore e nove minuti, è un Lorenzo Musetti completamente diverso da quello rassegnato visto più di una volta in questa seconda parte di stagione caratterizzata anche da vicissitudini extra-tennistiche che hanno contribuito al periodo negativo. Una vittoria non fa primavera, non tanto perché siamo a ottobre, quanto perché rimane solo la terza negli ultimi tredici incontri, ma di sicuro ha fatto piacere ritrovarlo motivato davanti a un avversario che ha giocato un buonissimo tennis, pur mancando nei momenti decisivi (5-3 nel primo, set point nel secondo), quando invece Lorenzo ha mantenuto il suo livello. Hanno probabilmente contribuito alla giornata di fiducia le vittorie nelle due sfide precedenti, quest’anno a Parma e due anni fa a Ortisei. E nemmeno ha nociuto che Gianluca, a dispetto dei colpi filanti, preferisca anch’egli avere la terra battuta sotto i piedi – ma questo valeva anche per le brutte sconfitte con Ramos-Viñolas, Kuzmanov e Djere. La vittoria di Musetti significa però sconfitta per l’altro azzurro, che veniva dai quarti a Sofia e dalla bella vittoria su Fucsovic all’esordio in California (poi sempre eliminato poi da Monfils), che ha espresso, lo ripetiamo, un tennis di qualità e a cui forse manca un po’ di consapevolezza delle proprie potenzialità sulle superfici meno amiche.

IL MATCH – Musetti parte tenendo il servizio e appare molto centrato con entrambi i colpi a rimbalzo; anche Mager tiene, sfoderando subito un paio di ace. I due non stanno esattamente vicini alla linea di fondo, con il sanremese spesso sulla scritta Antwerp nei game di risposta. Poche prime in campo, il rovescio del teenager fa i capricci e Gianluca passa in vantaggio al terzo gioco, salvo poi farsi riprendere sul 3 pari. Al netto di qualche errore evitabile, il duello offre scambi godibili, impreziositi da variazioni e chiusure vincenti. È propositivo, Mager, anche per la poca profondità della palla di Lorenzo, strappa di nuovo al settimo game, ma fallisce l’appuntamento per chiudere sul 5-4 anche per merito del rovescio monomane che sale in cattedra in un momento di appannamento del dritto, movimento del quale Lorenzo si era appena ritrovato a mimare, come spesso gli vediamo fare per quel colpo particolarmente sensibile alle fluttuazioni di fiducia. Il tie-break è un assolo di Musetti che mette in mostra buona parte del repertorio e va a sedersi con un set di vantaggio.

La prima di servizio di entrambi si fa più efficace nel secondo parziale, anche se Mager ne mette di meno e ricava poco dalla seconda rischiando nei primi due turni, e i due avanzano appaiati. Sul 4-5, Musetti annulla con un rovescione in uscita dal servizio un set point che Mager si era conquistato con una bella smorzata e una risposta fulminante. Gianluca rimane perplesso sul successivo “not up” chiamato dalla sedia e anche per il silenzio di hawk-eye live sulla palla molto profonda dell’altro; forse ci pensa troppo, ma riesce a risalire dallo 0-30. È ancora tie-break che, complici gli errori sanremesi (esiziale quello sullo smash), scivola di nuovo dalla parte di Lorenzo. Musetti chiude con un serve&(half)volley da delizia per gli occhi e approda al secondo turno dove lo attende la sfida inedita con Jannik Sinner.

 

Il tabellone completo

Continua a leggere

Al femminile

Paula Badosa, crisi e successo

La vincitrice del torneo di Indian Wells 2021 prima di affermarsi ad alti livelli ha vissuto lunghe stagioni piene di difficoltà

Pubblicato

il

By

Paula Badosa - WTA Indian Wells 2021 (via Twitter, @BNPPARIBASOPEN)

Per come era stato organizzato il calendario WTA di quest’anno, era chiaro che il torneo di Indian Wells avrebbe rappresentato un passaggio cruciale della stagione. E infatti i molti punti assegnati alla vincitrice, ma anche alle altre tenniste capaci di arrivare in fondo, hanno cominciato a delineare in modo più chiaro la Race, cioè la classifica che determinerà le otto protagoniste che avranno il diritto di disputare le Finals 2021.

Non tutto, naturalmente, è definitivo, ma al momento la vittoria di Paula Badosa a Indian Wells ha permesso alla Spagna di avere due giocatrici fra le otto possibili “elette”. Garbiñe Muguruza infatti è settima nella Race con 3150 punti, Badosa la segue a 3112. Nona è Ons Jabeur con 3020 punti, mentre la decima, Naomi Osaka, è già più staccata, con 2771 punti. E dato che è molto incerta la partecipazione della numero 1 Barty alle Finals previste a Guadalajara, non è improbabile che sia Muguruza che Badosa possano scendere in campo in Messico.

Forse non è molto noto, eppure, oltre alla nazionalità, Muguruza e Badosa hanno altri punti in comune, specie per quanto riguarda la loro formazione e i primi passi compiuti in WTA.




 

Torniamo indietro di qualche anno, al marzo del 2012. Sta per cominciare il torneo di Miami, e la IMG, società che fra le proprie attività ha la gestione del Miami Open, decide di assegnare una wild card a una giovane spagnola semisconosciuta: Garbiñe Muguruza, classificata fuori dalle prime duecento del mondo. La scelta è determinata dal fatto che la giocatrice in questione ha un contratto con la stessa IMG, che la ritiene una grande promessa.

Sorprende la decisione di assegnarle la possibilità di entrare addirittura nel tabellone principale, dato che Garbiñe non ha praticamente esperienza di match a livello WTA. Eppure la giovanissima Muguruza si dimostra all’altezza: sconfigge nell’ordine Morita, Pennetta e Zvonareva, prima di fermarsi al quarto turno contro Radwanska (che poi avrebbe vinto il torneo).

Ci si chiede chi sia questa diciottenne e si scopre che è una spagnola sui generis, perché è nata in America (a Caracas) e ancora non ha deciso in via definitiva se gareggiare per la Spagna o per la nazione di origine, il Venezuela. Alla fine Muguruza sceglie di rimanere spagnola, e il resto della sua carriera è ormai entrato nei libri di storia del tennis.

Spostiamoci in avanti di tre anni esatti, al marzo 2015. Di nuovo Miami Open, e di nuovo IMG decide di assegnare una wild card a una spagnola semisconosciuta: Paula Badosa, anche lei promessa sotto contratto con la agenzia. E la 17enna Badosa non sfigura: pur senza esperienza a livello WTA, da numero 419 del ranking, raggiunge il terzo turno. Sconfigge Petra Cetkovska e Zheng Saisai prima di fermarsi contro Karolina Pliskova.

Così come Muguruza, anche Badosa è nata in America (a New York, figlia di due genitori impiegati nella moda, prima come modelli e poi come fotografi) e per questo è ugualmente contesa tra due federazioni. Dopo la prestazione in Florida, infatti, si fa avanti la USTA per farla gareggiare sotto la bandiera a stelle e strisce. Ma anche Paula decide di rimanere spagnola, anche perché da parecchi anni si allena tra Valencia e Barcellona, e gli USA rimangono un ricordo legato solo alla prima infanzia.

Ecco, fino a qualche mese fa, il parallelismo tra Muguruza e Badosa si fermava ai loro esordi professionistici, perché poi lo sviluppo delle loro carriere sembrava dovesse percorrere strade molto differenti; da una parte il successo di Garbiñe, dall’altra la delusione di Paula, che dopo l’avvio sorprendente sembrava essersi persa tra infortuni e insicurezze.

Incapace di tenere fede alle grandi speranze suscitate da teenager: Badosa non sarebbe stata certo la prima giovanissima di talento schiacciata dalle aspettative. Normalmente ci si ricorda di chi ha sfondato, ed è quasi fisiologico dimenticarsi di chi non è riuscita ad arrivare in cima alla piramide del successo. Ma non si tratta di casi sporadici.

Ricordate per esempio Bojana Jovanovski? Cito lei perché anche Bojana aveva firmato un contratto con IMG, ed era considerata una della maggiori promesse in WTA. Nata il 31 dicembre 1991 (un giorno dopo Camila Giorgi), capace di entrare fra le prime cento a 18 anni, aveva vinto fra il 2012 e il 2013 i tornei di Baku e Tashkent. Ma poi dal 2014 (anno del suo best ranking: numero 32), ha cominciato un declino precoce che l’ha portata a disputare il suo ultimo match nel 2018. Ritirata a nemmeno 27 anni.

Insomma, essere una promessa, ed essere individuata da IMG come una potenziale stella, non è per forza garanzia di successo ad alti livelli. E sino a qualche tempo fa anche Badosa sembrava confermarlo: prima di arrivare a vincere un torneo importante come Indian Wells, Paula ha attraversato lunghe stagioni piene di problemi e difficoltà.

a pagina 2: Il lungo periodo di crisi

Continua a leggere

Focus

Il 1984 di Martina Navratilova a Wimbledon fra leggenda e polemiche

In onore del sessantacinquesimo compleanno di Navratilova, riproponiamo in italiano un estratto di “Glory Days” di Jon Wertheim apparso sul Guardian

Pubblicato

il

Martina Navratilova con il trofeo di Wimbledon (Credits: @usta on Twitter)

Qui l’articolo originale [NOTA: il titolo per esteso del libro è “Glory Days: The Summer of 1984 and the 90 Days That Changed Sports and Culture Forever”, disponibile in lingua originale e pubblicato a giugno da Mariner Books]

Nell’estate del 1984, John McEnroe esibì un livello di tennis così eccelso – sia dal punto di vista atletico sia dal punto di vista estetico – da far passare in secondo piano tutte le sue sfuriate o, almeno, da indurre anche i più esperti a non darvi troppo peso. A quel tempo, McEnroe era riuscito in un certo senso a sbarazzarsi di uno dei suoi rivali, Bjorn Borg. Un altro, Jimmy Connors, aveva superato i trent’anni ormai da un po’ e quindi, dal punto di vista atletico, era paragonabile ad un vecchietto. Un terzo rivale, Ivan Lendl, aveva appena raggiunto il tanto sospirato traguardo della vittoria all’Open di Francia, arrivando a battere McEnroe in finale, dopo essere stato ad un passo dalla sconfitta – un risultato che Mac tuttora fatica a digerire. Quello però avveniva sulla terra rossa; Lendl era dichiaratamente “allergico” agli eleganti prati di Wimbledon.

Non avendo chi potesse impensierirlo veramente, McEnroe si mosse sui prati dell’All England Club come se fossero il suo personale palcoscenico, trattando i ragazzi dall’altra parte della rete come compagni di allenamento. I suoi gesti tecnici estasiarono gli spettatori come mai prima. Sfoderò con grande efficacia il suo servizio mancino, caratterizzato da un’incredibile torsione lombare. Attaccò la rete, cercando angoli che nessun altro giocatore avrebbe immaginato né tanto meno tentato. Bersagliò gli avversari di volley precise al millimetro. Giocò in maniera talmente sontuosa che per una volta il suo tennis placò il suo focoso temperamento. Non incontrando seria resistenza, McEnroe vinse Wimbledon e finalmente conquistò il pubblico britannico che, fino ad allora, aveva provato sentimenti contrastanti nei suoi confronti: da una parte erano attratti dal suo tennis, dall’altra erano enormemente infastiditi dai suoi sfoghi. Questo assolo di due settimane sull’erba di Wimbledon avrebbe segnato per lui il momento culminante del 1984, un anno fantastico in cui McEnroe avrebbe vinto 13 titoli con un bilancio di 82 vittorie e 3 sconfitte.

 

Nonostante ciò, in quel periodo, fu un’altra persona a rivelarsi la figura più influente nel mondo del tennis.

Nell’estate del 1984, quando il circuito lasciò Parigi per dirigersi verso Wimbledon, Martina Navratilova poteva vantare 31 vittorie consecutive e, incredibilmente, 85 vittorie negli 86 incontri precedenti. Aveva vinto Wimbledon sia nell’83 che nell’84 e in totale aveva già trionfato ai Championships per quattro volte.

A quel tempo, la principale avversaria di Navratilova era Chris Evert, ma la loro rivalità si poteva paragonare alla contrapposizione tra una falciatrice ed un filo d’erba, tra un martello ed un chiodo, tra Mozart e Salieri. Navratilova aveva infatti vinto gli ultimi dieci confronti. Quasi a seguito di un ripensamento, decise di disputare anche il torneo di doppio, in coppia con Pam Shriver – la coppia sarebbe poi arrivata a conquistare il titolo di doppio in tutti e quattro gli Slam.

All’epoca, il torneo sull’erba di Eastbourne, in Inghilterra, fungeva (oltre che da preparazione per i Championships) anche da sede di una sorta di spettacolo di varietà offerto dalle giocatrici WTA, paragonabile ad un talent show presso un campo estivo. Quell’anno, ad un certo punto della serata, un gruppo di giocatrici eseguì una parodia di “Beat It”, successo di Michael Jackson dell’anno precedente.  

Martina you’re too good / Just give us a break

You’re beating us too bad/It’s getting hard to take

Quit eating that food / And lift no more weights

Stop It! / Stop It!

Have some more sex / Have some more booze

It doesn’t matter if you win or lose

I giornalisti chiesero a Don Candy, allenatore della Shriver, cosa si potesse fare per riuscire a battere la grande Martina Navratilova. Candy si fermò, ci pensò su un attimo e alla fine rispose: “Passategli sul piede con l’auto”.

Fortunatamente non lo fece nessuno.

Se McEnroe perse un solo set nella sua corsa al titolo in singolare di Wimbledon 1984, Martina Navratilova non ne perse nessuno. McEnroe lasciò l’All England Club con un record annuale di vittorie-sconfitte di 47-1, Navratilova con un record di 92 vittorie su 93 incontri disputati. McEnroe avrebbe vinto quell’anno due Major, Navratilova ne avrebbe vinti tre. Entro la fine dell’anno Navratilova avrebbe guadagnato $2.173.556 di montepremi, più di quello che aveva mai guadagnato qualsiasi altro giocatore o giocatrice in un singolo anno.

Wimbledon 1984 contrassegnò il picco nella sua carriera tennistica. In ogni senso. Arrivò da testa di serie numero uno in quello che poteva considerare il suo personale campo da gioco in erba. E vi arrivò anche con un nuovo entourage. Renée Richards era tornata al suo studio di chirurgia oculare a Park Avenue, così Navratilova si rivolse ad un nuovo allenatore, Mike Estep, un ex-giocatore del circuito maschile. Inoltre, si era separata dalla sua compagna, Nancy Lieberman, ed aveva una nuova fiamma, Judy Nelson, una casalinga appartenente all’alta società di Dallas, madre di due figli che non aveva mai avuto una relazione con una donna ma che, quando incontrò Navratilova, sentì immediatamente che c’era qualcosa che le univa, come lei stessa ebbe a dire.

Il giorno prima dell’inizio del torneo di Wimbledon, Nelson chiese il divorzio da suo marito, un medico di Dallas. I media, soprattutto i giornali scandalistici di Fleet Street a Londra, alimentarono il chiacchiericcio su Navratilova, elencando i cambiamenti che apportava al suo staff e nella sua vita di coppia. C’erano i soliti riferimenti sarcastici al suo entourage, che includeva un dog-sitter e uno che preparava gli gnocchi (“In realtà si trattava della stessa persona”, dice Navratilova, “un amico che per caso sapeva anche cucinare bene”).

Per il torneo, Navratilova aveva affittato nell’area residenziale di Wimbledon una casa georgiana, a pochi minuti a piedi dall’All England Club. I paparazzi dei tabloid si accampavano sui prati, sperando di immortalare la campionessa insieme alla sua ragazza biondina in qualche immagine scandalosa. I giornalisti venivano a suonarle il campanello sia la mattina presto che la sera tardi. Ma Navratilova è sempre Navratilova, ovvero non proprio una che le manda a dire. Dalla casa in cui alloggiava scherniva i paparazzi, definendoli “feccia”. Dopo la sua vittoria in uno dei primi turni, Nelson le mandò baci dagli spalti. Il suono prodotto dagli scatti delle macchine fotografiche, provenienti dalla zona riservata ai fotografi a bordo campo, sovrastò per intensità e per durata gli applausi della folla. Navratilova fece un sorriso in direzione dei fotografi, scosse la testa e mormorò: “Ragazzi, siete veramente patetici”. Nella sua conferenza stampa post-partita, iniziò dichiarando che, a parte Wimbledon, avrebbe saltato tutti gli eventi tennistici in programma in Gran Bretagna. “Amo la gente di qui e adoro giocare in questo posto”, disse, “ma se questo significa ricevere le molestie che ho dovuto sopportare qui, non ne vale la pena; non ho alcuna intenzione di subirle ulteriormente”.

Tutto questo generò una situazione davvero paradossale. Da una parte c’era Wimbledon, l’emblema dell’eleganza, rispettabilissimo evento per signorotti benestanti, con il suo rigido dress code, le sue bianche palline da tennis, le sue pause per il tè e le fragoline. Dall’altra c’era questa stella del tennis, una tipa schietta, tosta, nerboruta, lesbica, che ora affrontava il mondo di Wimbledon a muso duro; da una parte la sua appariscente fidanzata sugli spalti e dall’altra i paparazzi che cercavano di carpire ogni dettaglio di quella storia. Faccenda stonata quanto la presenza di una puzzola ad una festa in giardino, dove il giardino, in questo caso, erano i prati dell’All England Club. È opinione diffusa che, per quanto odioso fu l’atteggiamento dei giornali scandalistici, anche Navratilova ebbe le sue responsabilità. Perfino la rivista Time, che di solito mantiene toni molto sobri, rimproverò a Navratilova “una sconsiderata mancanza di riservatezza riguardo alla sua vita privata”.

Durante il torneo, il Daily Express di Londra pubblicò un editoriale intitolato “Non trasformate Martina in un nuovo Oscar Wilde”. Quello che, almeno in teoria, avrebbe dovuto essere un articolo in sua difesa, conteneva frasi del tipo: “Gli uomini la considerano l’antieroina per eccellenza. Ha muscoli troppo sviluppati. Non rimbalza leggera come simpatiche palline da tennis, facendo graziose foto per i giornali… I tentativi quasi patetici di Navratilova di mascherare la sua insoddisfazione per il proprio aspetto fisico (‘la cosa migliore che si possa dire su di me è che ho una faccia gagliarda’) non l’hanno di certo aiutata”.

L’articolo invitava poi a mostrarle un po’ di considerazione: “Sono contrario a questa caccia alle streghe che rievoca le vicende di Oscar Wilde, nei confronti di questa figura eccentrica ed isolata, che non piace agli uomini. Se i giornalisti vogliono proprio essere cattivi, scaglino i loro insulti contro quella sciocca casalinga bionda del Texas, innamorata delle celebrità, che ha chiesto il divorzio e che, almeno temporaneamente, ha lasciato due bambini molto piccoli per seguire Navratilova”

In risposta al crescente interesse causato dalle vicende legate a Navratilova, la WTA convocò una riunione di emergenza a metà torneo presso l’All England Club in cui condannò il trattamento che la stampa aveva riservato a Navratilova, definendolo “orrendo”. I funzionari di Wimbledon rilasciarono una dichiarazione con cui si autorizzavano i giocatori ad abbandonare le conferenze stampa in caso di domande “provocatorie” che esulavano dal tennis.

Navratilova venne penalizzata anche in modi più subdoli. Ci si sarebbe aspettati che una giocatrice del suo calibro venisse programmata spesso sul Centre Court, la cattedrale del tennis, ma questo nel suo caso non avvenne. La NBC, la rete che possedeva i diritti televisivi per la trasmissione del torneo negli Stati Uniti, fece di tutto per evitare di mandare in onda gli incontri di Navratilova, fino a quando non poté più farne a meno, ovvero negli ultimi turni del torneo. La rete televisiva si giustificò dicendo che gli incontri di Chris Evert ottenevano indici d’ascolto più elevati. La verità era ben diversa: i funzionari erano seriamente preoccupati che la figura di Navratilova potesse compromettere i ricavi provenienti dagli sponsor.

Dentro e fuori dal campo, Navratilova era decisamente in anticipo rispetto ai suoi tempi. Seguendo il suo esempio, altri atleti gay avrebbero fatto coming out durante la loro carriera. Quando, nel 2013, il giocatore NBA Jason Collins disse al mondo che era gay – il primo a farlo tra gli atleti americani in attività, nell’ambito degli sport di squadra – citò Navratilova come sua fonte d’ispirazione.

Con il tempo gli atleti avrebbero capito di poter esercitare una forte influenza a livello culturale: con la loro posizione potevano far sentire la propria voce e fare da potente cassa di risonanza nelle battaglie politiche e sociali. Le vene e i muscoli, che procurarono a Navratilova tante noie, occhiatacce e commenti sarcastici, sono diventate d’obbligo per tutte le atlete, che ora con orgoglio postano foto della loro forma fisica. Quello che chiamavano l’“entourage” di Navratilova, il suo “corteo regale”, al tempo così apertamente deriso, è stato ribattezzato “team” e costituisce ormai la norma nel tennis e in tutti gli sport individuali. I “dati informatici” che Navratilova consultava al fine di elaborare una strategia di gioco si sono sviluppati fino a confluire in quella che oggi è la scienza dell’analisi statistica in ambito sportivo.

Ma a quel tempo, durante il lontano Wimbledon del 1984, era tutto diverso. C’erano tutti gli ingredienti per farla a pezzi: la cotta per una nuova donna, una relazione criticata dai tabloid, il disprezzo generale per i suoi muscoli e il suo entourage, l’audacia di credere di avere il diritto di dare voce a opinioni su questioni che andavano ben oltre lo sport, la pressione di giocare a Wimbledon (il fiore all’occhiello della stagione tennistica), la pressione ulteriore determinata dalle forti aspettative, il fatto che tutti si aspettassero che vincesse il torneo e che qualsiasi risultato diverso dal sollevare il trofeo avrebbe rappresentato un’enorme sconfitta, il disgusto, fuori e dentro lo spogliatoio, per quel corpo poco femminile.

Invece, Navratilova fu capace di scrollarsi via di dosso tutto quanto, come fossero fastidiosi pelucchi sul suo completino. Vinse alla sua maniera, grazie alla sua potenza, alla sua astuzia e alla sua forma fisica. Vinse nel gioco da fondocampo e vinse a rete. Al servizio rese meglio di tutte le altre 127 giocatrici, e anche in risposta fu la migliore. In fondo negli incontri che giocò ci fu poca tensione; il pathos risedette nel modo in cui Navratilova tirò fuori il suo talento e nell’aggressività dei suoi colpi.

Fin troppo spesso ritratta in pose di intensa meccanicità, Navratilova andava invece per la sua strada sfoggiando un sorriso spensierato. “Sembra che si diverta quando gioca a tennis”, disse la tennista americana Peanut Louie, “perciò, anche quando ti fa fuori, non ti senti poi così male”. Arrivò in finale senza aver perso nemmeno un set. Vinse il titolo – il suo terzo consecutivo a Wimbledon – battendo in finale Evert per l’undicesima volta consecutiva con il punteggio di 7-6 6-2. E dire che Evert aveva giocato bene: gli otto game conquistati furono quasi una vittoria morale per lei.

Il grande commentatore sportivo Frank Deford, nel tracciare un profilo di Navratilova, la mise in questi termini: “Aver raggiunto così tanti traguardi, aver trionfato in un modo così splendido e, tuttavia, essere rimasta sempre l’“altra”, quella strana, relegata in un mondo tutto suo: mancina in un mondo di destrorsi, gay in un mondo di etero, considerata una disertrice nel suo paese e un’immigrata nella sua nuova patria, forse l’ultima paladina del gioco al volo in mezzo ai replicanti del gioco da fondocampo. Ci si chiede come sia riuscita a spuntarla.

Il successo le diede il coraggio di parlare apertamente e di approfittare della sua posizione privilegiata per difendere cause che hanno poco a che fare con il tennis. Forse non a caso, meno di una settimana dopo la vittoria di Navratilova al torneo di Wimbledon, il candidato democratico alle presidenziali americane, Walter Mondale, scelse come sua vice Geraldine Ferraro, la prima donna a rivestire un ruolo così importante in un partito politico.

Navratilova si stava godendo la conquista del titolo di Wimbledon 1984 quando le venne fatto notare che, solo un anno prima, aveva affermato che, a causa dell’incessante competizione, dell’afflusso continuo di nuove giocatrici fortemente motivate, del sottile margine che separa una vittoria dalla sconfitta, il dominio assoluto in uno sport da parte di un singolo giocatore è praticamente impossibile. Che cosa ne pensava ora Navratilova di quell’asserzione?     

“Beh”, disse, “mentivo”.

Traduzione a cura di Ilchia Di Gorga

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement