'London Coaching'. Il segreto di Dimitrov è Vallverdu

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‘London Coaching’. Il segreto di Dimitrov è Vallverdu

Le Finals di Londra hanno consacrato Grigor Dimitrov. Un talento che già aveva tutto per far bene. Ma forse gli mancava uno come Daniel Vallverdu

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Distratti dall’evoluzione di Grigor Dimitrov abbiamo quasi dimenticato che il suo 2017 – opulento nell’ostentare il primo titolo Masters 1000, la vittoria delle Finals e l’ingresso in top 5 – ha evidenziato la bontà della scelta di assoldare Daniel Vallverdu, ex coach di Murray e Berdych. L’allenatore venezuelano ha cominciato a collaborare con Dimitrov nell’estate del 2016 dopo aver incrociato per un brevissimo tratto la strada di del Potro. In quel momento il bulgaro galleggiava attorno alla 40esima posizione, la peggior classifica da inizio 2013, ed era reduce dal disastroso rendimento del bimestre maggio-giugno: cinque sconfitte al primo turno e due sole vittorie a Wimbledon, una delle quali contro il modesto Fratangelo. Quasi da paradigma calcistico (si cambia allenatore e i risultati immediatamente ne beneficiano), Vallverdu compare per la prima volta al fianco di Dimitrov a Toronto e il bulgaro si destreggia già meglio, perdendo agli ottavi contro il finalista Nishikori. L’asticella sale ancora a Cincinnati (sconfitta in semifinale contro Cilic, ma con lo scalpo di Wawrinka) e a Pechino (dove Murray lo batte in finale). Finisce il 2016 e Dimitrov, d’incanto, sembra poter rinascere. C’è il ritorno in top 20 e soprattutto c’è Daniel Vallverdu in panchina. 

Dimitrov e Vallverdu a Toronto, in uno dei primi scatti che li ritrae insieme

UN RAPPORTO SPECIALE

I fatti dicono che il venezuelano ha portato Dimitrov dalla quarantesima alla terza posizione in soli 16 mesi. Con tutti le circostanze favorevoli che è possibile rintracciare, certo. Il circuito depauperato dall’uscita di scena dei soliti noti, il duopolio Federer-Nadal che ha irretito il resto della concorrenza, i tabelloni che si sono fatti più sormontabili. Il resto però ce l’ha messo Dimitrov, e di quel resto sembra che tanto sia ascrivibile all’impronta di Vallverdu. C’è un ottimo rapporto tra noi, vediamo il tennis nello stesso modo – ha confermato il coach – e abbiamo un bel legame“. Perché tutto nasce dalla capacità di un allenatore di farsi ascoltare dal suo allievo, e senza un rapporto che sappia a volte esulare dal mero universo tennistico è difficile realizzare quello che Dani e Grisha hanno realizzato. Trasformare potenzialità in risultati, opportunità in vittorie. In un anno e mezzo è stato sempre ricettivo come il giorno in cui abbiamo cominciato. Si è aperto con me, ha condiviso il suo punto di vista, le sue ambizioni, le sue motivazioni. Per me è stato importante fargli capire perché facciamo le cose in un certo modo, perché siamo fuori ad allenarci otto ore al giorno. Ci siamo concentrati fortemente sugli obiettivi a breve termine e sulla revisione delle sue prestazioni dopo i tornei“. Il ‘day by day’ fatto per bene ha costruito poi i presupposti per gli obiettivi a lungo termine, tra cui figurava la partecipazione alle Finals di Londra. Grigor poi ha voluto esagerare, vincendole da esordiente.

 

FASE 1: L’IMPORTANZA DELLA ROUTINE

Come ci si arriva? C’è una strada, ma non è di quelle agevoli. “Il tennis è uno stile di vita. La persona che sei fuori dal campo dev’essere la stessa che affronta i momenti cruciali di una partita. Il giocatore in vantaggio 6-3 2-0 potrebbe reagire in modo diverso sul 5-5 40-40. Quel giocatore, ad esempio, potrebbe essere intimidito. Il giocatore che affronta le difficoltà nel modo giusto è una persona che ha l’abitudine di farlo, che ha quella mentalità, quella routine tale da sentirsi a proprio agio anche sotto pressione. È il tempo che si dedica a questi aspetti fuori dal campo a fare la differenza nei momenti topici“. Queste parole di Vallverdu comunicano un messaggio inequivocabile. Non si può scindere il tennis dal resto, e quello che fai fuori dal campo influenza anche il modo in cui reagisci nei momenti di difficoltà sul campo.

Riguardo al team di Grigor, abbiamo fatto uno sforzo per ridurre al minimo le persone al suo fianco. Vogliamo mantenere l’attenzione su quello che è importante evitando tutte le distrazioni. Ovviamente ci divertiamo fuori dal campo, come una vera squadra. Ma cerchiamo di creare un’atmosfera positiva attorno a Grigor, prendendo le distanze da tutto ciò che potrebbe distogliere la sua attenzione. Per giocare bene, non puoi lasciare che la tua testa vaghi altrove“. Fase 1, dunque: abituarsi alla pressione, modellando a tale scopo la routine.

FASE 2: ‘WINNING UGLY’, QUANDO SERVE

Molto spesso l’abilità del campione è quella di svestire una difficoltà, ammansirla, portarla in un territorio amico che è in grado di renderla innocua. Nella finale di Londra è stato Goffin ad attaccare dall’inizio alla fine, conscio di doverlo fare per supplire al deficit di “arsenale”. Il belga ha giocato meglio, nell’accezione più completa del termine, ma alla fine ha vinto Dimitrov. Perché è stato più forte. “Dimitrov ha lottato con i nervi, soprattutto in finale, e ha trovato il modo di vincere. Quando Grigor è nella sua ‘zona’ gioca a un livello molto alto, ma abbiamo lavorato per permettergli di competere anche nelle giornate in cui non è al meglio. In finale diventa anche una questione di attitudine, e Grigor ha risposto presente“. Fase 2: imparare a ‘vincere sporco’, anche quando non si è al meglio. 

Grigor Dimitrov e David Goffin – ATP Finals 2017 (foto di Alberto Pezzali/Ubitennis)

FASE 3: RIMANERE IN ALTO, RICORDANDO NADAL

I buoni risultati aiutano a rimanere concentrati sul proprio gioco“. Una frase tanto banale quanto dirimente. Perché se come dice Vallverdu ‘Grigor è sempre stato un grande giocatore, ma c’è molto di più che giocare bene nei tornei’ allora c’è un tassello che il bulgaro dovrà ancora curarsi di sistemare al meglio. Salire è difficile, rimanere in sella lo è persino di più. E lo sarà ulteriormente con il ritorno degli assenti che hanno aiutato Dimitrov a scalare la classifica. “Continuare la crescita per competere ad alti livelli, e contemporaneamente consolidare la nuova posizione in classifica, richiederà un duro lavoro. La concorrenza nel 2018 sarà più agguerrita, molti top player torneranno dai rispettivi infortuni. Per fortuna l’appagamento non sarà un problema per Grigor. A vincere, ci ha preso gusto. Sarà il duro allenamento e la voglia di raccoglierne i frutti a mantenerlo affamato”.

Vallverdu però è tanto uomo di vittorie – anche prestigiose, con Murray ha portato a casa due Slam – quanto uomo in grado di riconoscere il valore (e il potere) delle sconfitte. I cinque set che hanno condannato Dimitrov a Melbourne contro Nadal, ad esempio. “Una sconfitta come quella può fare molto male. Anche a Grigor fa ancora male. Era così vicino a raggiungere la prima finale in uno Slam e ovviamente è stato difficile da accettare. Stava giocando un grande tennis. Ma abbiamo trasformato la sconfitta in un evento positivo che ci ha aiutato ad affrontare le grandi partite nel resto della stagione. A Londra Grigor ha cominciato il torneo con una grande pressione sulle spalle ma l’ha gestita alla grande. Ecco, in questo la sconfitta contro Nadal l’ha aiutato”.

Non solo. Nadal ha partecipato indirettamente anche a un altro turning point della stagione di Dimitrov: il titolo a Cincinnati. Prima della trasvolata estiva per raggiungere il cemento statunitense, infatti, Dimitrov aveva trascorso una settimana con Nadal presso la sua accademia di Maiorca. Pranzi e chiacchierate informali, ma soprattutto sedute mattutine di allenamento sotto gli occhi vigili dei due coach Moya e Vallverdu. Dopo aver sollevato il ‘vaso cinese‘ a Cincinnati, tre settimane dopo, il bulgaro ha riconosciuto il valore di quell’esperienza. “Quei giorni con Rafa mi sono serviti moltissimo, dentro e fuori dal campo. Ora quando mi capita di essere sotto nel punteggio e sto per lamentarmi mi domando ‘Nadal lo farebbe? Non credo’. Prima o poi gli chiederò di allenarmi ancora con lui“. Voci dicono che i due potrebbero ritrovarsi a Manacor a dicembre, dove magari si scambieranno la promessa di non incrociarsi ancora in semifinale a Melbourne. Da prima e terza testa di serie, se l’urna li sistemasse nello stesso lato di tabellone, sarebbe proprio quello l’eventuale destino.

Rafa Nadal&Grigor Dimitrov – Australian Open 2017

Fase 3, infine: scacciare l’appagamento e rimanere affamati, con uno sguardo al modello Nadal. Ma soprattutto, continuando ad affidarsi alle sapienti cure di Dani Vallverdu. Il coach venezuelano appare totalmente immerso nel progetto. Dal sentito abbraccio dopo il trionfo londinese alle sue dichiarazioni a mezzo stampa, che contemplano sempre la prima persona plurale. ‘Noi abbiamo‘, e poi ancora ‘noi vogliamo‘. Sembra anche chiaro cosa. Il prossimo passo è vincere uno Slam, e Dimitrov lo sa. O meglio, loro lo sanno.

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Non fate come Kyrgios: non sottovalutate Pablo Carreño Busta allo US Open

Tra i quattro semifinalisti lo spagnolo è il meno titolato, ma a livello Slam non ha tanto da invidiare ai suoi avversari. Prima di sminuirlo, Kyrgios dovrebbe dare uno sguardo ai suoi risultati

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Pablo Carreño Busta - US Open 2020 (photo by Simon Bruty/USTA)

Le semifinali dei due tabelloni dello US Open 2020 hanno un tratto comune? In tanti potrebbero rispondere sì a questa domanda e potremmo essere parzialmente d’accordo anche noi. Per quale motivo? Beh, nel femminile abbiamo parlato ieri di Jennifer Brady, numero 41 del ranking (28 del seeding) alla prima semifinale Slam, che si è ritrovata attorno Serena Williams (23 Major), Azarenka e Osaka (due titoli Slam per parte). Nel maschile invece i quattro giocatori rimasti non hanno mai vinto un titolo a questi livelli, ma nonostante ciò si parla principalmente di Zverev, Thiem e Medvedev e Pablo Carreño Busta, che a differenza di Brady una semi Slam l’ha già giocata, viene erroneamente considerato un intruso.

A ingannare è probabilmente il ranking: lo spagnolo è una ventina di posizioni dietro i tre che hanno raggiunto come lui il penultimo atto del torneo, ma arrivati in queste fasi l’abitudine a giocare su determinati palcoscenici e con una certa pressione sulle spalle può fare la differenza tra una sconfitta e una vittoria. E a tal proposito, Carreño non parte battuto in partenza, almeno nella semifinale. Per Sascha Zverev è la seconda semi Slam della carriera, come lo è per lo spagnolo. Dall’altro lato invece Thiem giocherà la sua sesta, ma appena la seconda su cemento, mentre Medvedev ha raggiunto questa fase in un Major solo un anno fa, sempre a Flushing Meadows. Tuttavia non è da trascurare il fatto che sia il russo che l’austriaco hanno già preso parte a una finale Slam e tutti e tre hanno già vinto un trofeo Masters 1000. Ad ogni mod,o se si guardano le due sfide da questa prospettiva, il gap tra i tre top 10 e Carreño è abbastanza piccolo, di certo infinitamente inferiore rispetto a quello tra Brady e le altre tre campionesse.

Detto ciò, è comprensibile che l’attenzione sia rivolta a Dominic, Sascha e Daniil per un altro motivo. È da quattro anni ormai (Wawrinka allo US Open 2016) che non si vede un vincitore Slam diverso da Federer, Nadal o Djokovic e da allora si cerca un giovane in grado di interrompere il loro dominio. Vista l’assenza dei Big Three, non veder vincere uno tra Thiem, Zverev o Medvedev nemmeno stavolta porrebbe dei grossi dubbi sulle loro capacità di sostituirsi al trio che ha dominato l’ultimo decennio. Perciò anche mediaticamente Carreño Busta “tira” meno degli altri tre, ma non per questo va sottovalutato. Ci ha messo del suo anche Nick Kyrgios con i suoi tweet.

 

L’australiano da qualche giorno sta conducendo una crociata contro Carreno, tacciandolo come terraiolo “che senza il mattone tritato non sarebbe arrivato nemmeno vicino alla top 50”. “Deve essere piuttosto annoiato” ha commentato lo spagnolo e Nick alla vigilia delle semifinali ha risposto ancora, postando su Instagram i confronti diretti (conduce 2-0) con Carreno, dicendo che alla noia preferirebbe giocare lo US Open e batterlo ancora. Tuttavia l’australiano al massimo ha raggiunto due quarti di finale negli Slam, peraltro vecchi di oltre cinque anni. In più dimostra di non aver letto con la dovuta attenzione i risultati della carriera di Carreño Busta.

Pablo Carreño Busta – US Open 2020 (via Twitter, @usopen)

Usando la lente d’ingrandimento sulla carriera dello spagnolo, capiamo ancora meglio che la sua superficie preferita non è la terra battuta come dice Kyrgios, bensì il cemento outdoor. A 23 anni centra il primo discreto risultato in uno Slam, un terzo turno allo US Open nell’edizione 2014. Si ripete due anni dopo, sempre a Flushing Meadows e poi all’Australian Open 2017, quello che a tutti gli effetti è l’anno della sua esplosione definitiva. Bisogna attendere il Roland Garros 2017 per vederlo superare il secondo round nell’unico Slam su terra del calendario. Quell’anno si spinse fino ai quarti, dove fu costretto al ritiro contro Rafa Nadal. Non si spinse mai oltre sul rosso, cosa che invece gli è riuscita due volte sul duro, la prima alla fine di quell’estate.

A Flushing Meadows non perse neanche un set fino alla semifinale, la sua prima in un Major. Tuttavia ci riuscì superando ben quattro qualificati. King al primo turno, Norrie al secondo, Mahut al terzo e Denis Shapovalov in ottavi. Quest’anno ha battuto nuovamente il canadese, diventato nel frattempo un tennista ‘vero’, al termine di una durissima battaglia durata cinque set ai quarti di finale. Riguardando il tabellone dell’edizione 2017 è curioso vedere che il canadese (che qualche settimana prima si fece conoscere alla Rogers Cup, battendo Rafa Nadal) superò al primo turno Daniil Medvedev, abbastanza nettamente (7-5 6-1 6-2).

Proprio in relazione a Shapovalov, si può evidenziare come il canadese avesse battuto in quattro set Goffin prima di arrestarsi al cospetto di Carreño Busta. Due tennisti che presentano delle somiglianze, e rispetto al quale ‘Shapo’ è certamente più esplosivo: eppure, contro Goffin la rimonta gli è riuscita piuttosto agevolmente, mentre lo spagnolo gli ha imposto un 6-3 al quinto set. Interrogata sulla questione, è probabile che la maggioranza degli appassionati definirebbe Goffin un tennista più forte di Carreno Busta: quanto al rendimento negli Slam, però, il belga è arrivato tre volte ai quarti vincendo un solo set, Carreño (un anno più giovane) ha fatto lo stesso avanzando due volte in semifinale.

Qualche dato ci permette di chiudere definitivamente il discorso rispetto alla superficie d’elezione di Carreño Busta: in carriera ha vinto complessivamente 289 match su cemento, il 66% di quelli disputati. Invece su terra battuta sono 157 le vittorie su 257 partita, un ottimo 61%, ma piuttosto inferiore rispetto al record personale sul duro. E infine, anche i trofei confermano tale rapporto: tre li ha vinti su cemento (Winston-Salem 2016, Mosca – indoor – 2016 e Chengdu 2016) e uno su terra battuta (Estoril 2017). Adesso siete convinti del fatto che Carreno è tutt’altro che un intruso in queste semifinali?

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Conosciamo meglio Jennifer Brady, l’underdog che sogna il titolo allo US Open

L’unica giocatrice senza Slam tra le quattro semifinalista, Brady è chiaramente la meno conosciuta. Ma è in possesso di armi che le consentono di pensare in grande

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Delle quattro semifinaliste è l’unica che non ha mai vinto uno Slam. Prima di questo torneo non aveva mai raggiunto nemmeno i quarti di finale in un Major. Eppure Jennifer Brady, nel ruolo di ‘underdog’, fa paura. Anche perché un’ex campionessa del torneo l’ha già rullata nei quarti, Angie Kerber. Ha vinto dieci delle ultime undici partite giocate: cinque al torneo di Lexington, vinto senza perdere un set. Non un brutto modo per alzare il primo trofeo nel circuito WTA, a 25 anni. Poi c’è stata la sconfitta al primo turno a Cincinnati contro Pegula, ma ora di nuovo un percorso nettissimo fino alla semifinale dello US Open. Ci è arrivata perdendo solo 24 game in cinque partite, in media meno di cinque game persi in ogni match.

Ora però dall’altra parte della rete c’è la favorita alla vittoria finale, Naomi Osaka. Sarà la prima semifinale di giornata, orario d’inizio: l’una di notte italiana. Contro Yulia Putintseva nei quarti ha preso confidenza con l’Arthur Ashe, dopo che tre anni fa al suo debutto su quel campo subì una cocente delusione (e c’era pure il pubblico sugli spalti), perdendo 6-1 6-0 dall’allora finalista uscente Karolina Pliskova (avrebbe potuto sfidarla pure quest’anno al terzo turno, ma Caroline Garcia la pensava diversamente). Al tempo erano gli ottavi di finale e poteva ritenersi soddisfatta di quanto fatto in quella stagione. Fu proprio nel 2017 infatti che Brady iniziò a farsi conoscere: raggiunse il quarto turno anche all’Australian Open in gennaio, ma partendo dalle qualificazioni.

Il suo nome iniziò a comparire sui taccuini degli addetti ai lavori, e non solo perché di cognome fa Brady come Tom, la leggenda del football americano. Di lei si sapeva che prese in mano la racchetta per la prima volta a sette anni e si formò come giovane giocatrice alla Chris Evert Tennis Academy di Boca Raton, in Florida. Prima di decidere di passare al professionismo giocò due anni al college per gli UCLA Bruins e vinse con loro il titolo NCAA del 2014. Durante quell’Australian Open incuriosì anche il nostro Luca Baldissera, che le dedicò un articolo nella sua rubrica “spunti tecnici”.

 

La sua attitudine è rimasta sempre offensiva e la velocità del cemento newyorchese quest’anno agevola la sua azione. Il fondamentale sul quale fa più leva è il servizio, grazie anche alla sua altezza (poco meno di 1.80). È la seconda giocatrice dietro Serena (64) per ace messi a referto, 28, tra quelle rimaste in gara. La sua prima di servizio non è tanto incisiva quanto quella di Osaka (80% di punti vinti) e Serena (74%), ma compensa con un rendimento eccezionale con la seconda (vince il 55% dei punti nel torneo, appena dietro Osaka, 57%, ma nell’arco della stagione è addirittura seconda in top 100 per numero di punti vinti). Brady sa giocare molto bene la seconda in kick, che spesso le permette di comandare subito lo scambio. Nonostante ciò avrà sicuramente difficoltà a gestire l’esuberanza in risposta di Naomi, che contro la seconda delle avversarie ha vinto più punti di tutte (90 in cinque partite disputate).

Jennifer Brady – US Open 2020 (courtesy of USTA)

Brady però non si tirerà certo indietro. La sua propensione all’attacco non esclude ottime capacità difensive, evidentemente migliorate nel tempo. Se fate un confronto con le foto scattate da Luca nel 2017 e tra quelle dello US Open in corso, vedrete che Jennifer ha perso qualche chilo, guadagnando una maggior mobilità sul rettangolo di gioco, che le permette di anche di ribaltare in suo favore punti in cui è costretta a remare da dietro. Osaka cercherà di giocare più sul suo rovescio (meno sicuro del dritto, ma comunque affidabile) e soprattutto non vorrà darle l’opportunità di giocare il dritto a sventaglio o l’inside-in, colpo che le dà tantissimi punti nel match.

Il nome di Jen Brady tra le ultime quattro, come avrete intuito, non è così casuale come possa sembrare. I 27 titoli Slam che le altre tre semifinaliste raccolgono tutte assieme non devono indurre a sottostimare la statunitense. Questo risultato è frutto di un percorso di crescita iniziato in quel 2017, interrotto nel 2018-2019 e ripreso all’inizio di questa stagione, della quale abbiamo perso diversi mesi per via del COVID-19. In febbraio raggiunse la semifinale a Dubai, partendo dalle qualificazioni e prima ancora sorprese a Brisbane la numero uno del mondo Barty. Quest’anno Brady ha finalmente aggiustato gli aspetti tecnico-tattici necessari per continuare la sua crescita e la semifinale (o più, chissà) potrebbe essere solamente il punto di partenza.

Al termine della sfida con Putintseva si è aperta, raccontando quando non molto tempo fa metteva in dubbio la sua carriera per via dei risultati che non arrivavano: “Ripenso a tutte le volte che ho giocato tornei Challenger o perdevo al primo turno di qualificazione. Pensavo: ‘Ok, posso ancora riuscire ad arrivare in alto? Questo sport fa per me?’ Ho avuto tanti dubbi, mi sono posta tante domande in quel periodo. Non avevo pensieri positivi. Ma sono stata fortunata ad accettare tutto e andare avanti, continuare a giocare, ad allenarmi e a migliorare. Ora guardo le cose da una prospettiva diversa, anche al di là del tennis. Mi godo ogni singolo giorno. Guardo la vita in modo diverso”.

Virtualmente ora è al numero 25 del mondo, il suo best ranking. Ma soprattutto, arrivati a questo punto del torneo, si può sognare.

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Emil Ruusuvuori, chi è il prossimo avversario di Berrettini

Il primo avversario di Matteo Berrettini al Western & Southern Open di Cincinnati sarà un 21enne di Helsinki, per molti uno dei giovani più interessanti del circuito. Andiamo a scoprirlo

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Emil Ruusuvuori - Cincinnati 2020 (via Twitter, @atptour)

Matteo Berrettini esordirà fra poche ore (intorno alle 22 italiane) al secondo turno del torneo di Cincinnati in corso a New York, e lo farà contro Emil Ruusuvuori, N.101 ATP, che ieri ha sconfitto Sebastian Korda, figlio del grande Petr, in poco più di due ore molto sofferte – è stato sotto 2-5 0-30 nel terzo prima di rimontare vincendo 20 degli ultimi 22 punti. Anticipando il match di oggi, ha detto al sito dell’ATP: “Matteo è uno dei migliori giocatori del tour in questo momento, ma non ho niente da perdere. Sarà divertente, dovrò giocare il mio miglior tennis per riuscire a stargli dietro”.

Ma chi è questo ventunenne finlandese? Qualche mese fa, Pietro Sconamiglio ha scritto dei suoi interessi, dalla musica all’hockey a Zlatan Ibrahimovic, ma di recente il suo allenatore italiano, Federico Ricci, ha raccontato un po’ di più del Ruusuvuori giocatore. Ricci vive da nove anni in Finlandia dopo aver lavorato in Florida, alla Evert Academy, per quasi un decennio: nel Paese scandinavo è stato tra i fondatori della Nieminen Academy in Finlandia e ha continuato a lavorare esclusivamente con Ruusuvuori quando la scuola ha chiuso i battenti nel 2017 (principalmente perché il numero dei giocatori era aumentato oltre le previsioni e Nieminen non voleva fare il coach a tempo pieno), ed è pertanto l’artefice principale del gioco di Emil, ‘Emppu’ per gli amici.

“Emil è sempre stato abituato a giocare con i piedi sulla riga di fondo, comandando lo scambio”, ha detto ad Alessandro Nizegorodcew per Sportface, “ma farlo contro i primi del mondo è ovviamente molto più complicato. Abbiamo quindi lavorato tanto sulla profondità dei colpi e sulla gestione della posizione nel rettangolo di gioco. L’obiettivo è quello di rimanere vicino al campo anche contro i top player.

 

“All’inizio c’è voluto un po’ per farlo lavorare, poi ha avuto dei problemi di crescita a livello lombare, ma gli infortuni l’hanno per certi versi aiutato, perché da un lato ci hanno permesso di lavorare di più sulla tecnica, e dall’altro gli hanno insegnato la disciplina necessaria per prendersi cura del proprio corpo, e questo ha dato i suoi frutti soprattutto negli ultimi due anni. Ha sicuramente avuto una crescita rallentata, ha giocato solo una stagione piena da junior e poi ha saltato tre mesi di stagione nel 2018 per una broncopolmonite, ma credo che questi problemi fisici l’abbiano reso molto più professionale”.

Il coach lo descrive così: “Emil è un attaccante da fondo, ha un ottimo timing sulla palla e risponde molto bene. Gli piace girarsi sul dritto per spingere, ma ha anche un rovescio solido con cui può fare il punto”. Come si può intuire dalla descrizione del suo stile di gioco, la sua superficie preferita è il cemento al chiuso, perché, come ha detto a Tennis Nerds, “la stagione outdoor non è molto lunga in Finlandia!”. Nieminen, probabilmente l’unico tennista di livello assoluto prodotto dalla Finlandia (N.13 ATP nel 2006, tre quarti di finale Slam), è ancora oggi un’influenza di rilievo per lui, visto che nella sua vece di capitano di Davis è in frequente contatto con il team di Emil.

In pre-stagione si è allenato una volta con Nadal a Manacor, un’esperienza che ha descritto al sito delle Next Gen ATP Finals come “uno dei miei migliori ricordi su un campo da tennis” per via dell’intensità e del desiderio di imparare che Rafa tuttora mette in ogni sessione, e subito prima di venire a New York ha continuato a lavorare con Casper Ruud, altro uomo della Nadal Academy, a indicare il credito di cui già gode. Nella stessa intervista, ha rivelato che durante il lockdown Ricci gli ha fatto vedere dei classici come Agassi-Sampras allo US Open del 2001, quarto di finale da quattro tie-break senza break, o Safin-Federer nella semifinale di Melbourne 2005. “Abbiamo guardato a cosa facevano quei campioni per provare a individuare due o tre punti da aggiungere al mio gioco”

Quest’anno ha eliminato Jannik Sinner al secondo turno del Challenger di Bendigo (ribattezzato Bendigo 2 quando il torneo di Canberra è stato spostato in città a causa degli incendi di inizio anno), raggiungendo poi la finale, persa con Kohlschreiber. Complessivamente, in stagione è 2-2 nei main draw ATP, ma 15-7 se si considerano qualificazioni e Challenger.

Nel 2019, invece, è stato uno dei migliori in assoluto nel circuito Challenger; ha vinto quattro titoli sul cemento (Fergana, Helsinki in casa, e due che sono decisamente di buon auspicio per il suo futuro, il Rafa Nadal Open di Manacor e il Murray Trophy di Glasgow) e ha raggiunto una finale sulla terra di Augsburg. Soprattutto, però, ha scioccato il mondo del tennis battendo con un netto 6-3 6-2 l’allora N.5 del mondo, Dominic Thiem, in Coppa Davis, in un tie perso dalla sua nazionale ma in cui lui ha vinto entrambi i singolari.

Emil Ruusuvuori – Montpellier 2020 (via Twitter, @atptour)

Qui a New York Emil si è qualificato smontando Jeremy Chardy, tds N.2 delle quali, per 6-0 6-4, e si è assicurato l’ingresso fra i Top 100 con la vittoria al primo turno su Korda junior – peraltro il traguardo sarebbe stato raggiunto a marzo, se l’ATP avesse considerato l’ultima settimana di gioco, poi stralciata per via della cancellazione di Indian Wells.

Sarà più la sfida contro il francese, però, a guidare il suo match plan contro Berrettini: contro Chardy, infatti, Ruusuvuori ha sempre spinto sulla seconda, vincendo il 67% dei punti, e ha mosso l’avversario verticalizzando molto il gioco, sapendo di non potergli permettere di spingere sopra la pallina. L’azzurro dovrà quindi cercare di dettare il punto fin dall’inizio, e la difficoltà maggiore sarà quella di affrontare un avversario tanto dinamico (e già caldo) all’esordio, anche se le oltre due ore di ieri potrebbero finire per pesare sul finlandese. Ricordiamo che Berrettini non gioca due su tre dal novembre dello scorso anno, visto che in questa stagione ha disputato solo due incontri, entrambi all’Australian Open, e quindi potrebbe avere un po’ di ruggine addosso.

D’altro canto, nel match di ieri Ruusuvuori ha dimostrato di non essere tranquillissimo sulle palle più lavorate, preferendo situazioni e traiettorie lineari su cui spingere, e l’ottimo slice dell’italiano lo potrebbe mandare fuori giri, senza considerare che ha concesso 15 ace e il 71% di punti contro una prima come quella di Korda, ed è perciò presumibile che contro uno dei migliori servizi del circuito possa avere dei problemi a spingere.

Parlando con Luca Fiorino, sempre di SuperTennis, Federico Ricci aveva detto: “La cosa più complicata è stata fargli credere che potesse fare qualcosa di inusuale per uno stato come la Finlandia. È un ragazzo abbastanza rilassato e artistico, tentare di passargli quel minimo di nervosismo che ti fa fare una performance migliore non è stato semplice. A cinque anni ha iniziato a giocare a badminton, uno degli sport più popolari. Emil è una persona introversa, vive alla giornata e ciò gli fa bene per la sua crescita tennistica, anche se spesso sarebbe utile che pensasse anche al domani. Per il momento, i passi fatti sembrano essere quelli giusti, vedremo se già da oggi saprà farsi conoscere da un pubblico più ampio, e se riuscire a rimettere il suo Paese sulla mappa del tennis.

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