Next Gen: quanta strada ancora c'è da fare, per Ymer e gli altri

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Next Gen: quanta strada ancora c’è da fare, per Ymer e gli altri

Elias e Mikael devono ancora esplodere. Opelka, Escobedo, Kozlov: i flop del 2017, che sperano di riprendersi il prossimo anno

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Per la “sezione negativa” del rendiconto annuale della Next Gen, vale naturalmente la stessa premessa del precedente articolo, dedicato ai migliori della stagione. Nel dispensare giudizi, occorre guardare oltre il ranking di ciascun tennista, per valutarne la stagione alla luce dei punti di partenza e delle aspettative riposte nella stagione precedente.

In quest’ottica, la delusione più grande per chi segue la cosiddetta Next Gen è legata probabilmente al nome di Reilly Opelka, classe ’97, oggi numero 229 del ranking. In molti ricorderanno la sua brillante apparizione al torneo di Atlanta, nell’estate scorsa, dove Opelka da n. 837 del mondo era approdato in semifinale superando Christopher Eubanks, Kevin Anderson e Donald Young. In semifinale si era trovato di fronte John Isner, tennista al quale è stato più volte accostato fin dalla giovanissima età per caratteristiche fisiche e potenza del servizio, oggettivamente fuori dal comune. Riesce a strappargli il primo set, ma alla fine perderà il match. Grazie all’exploit di Atlanta, Opelka diventa n. 395 del mondo e inizia la sua scalata nel ranking, che vede un’altra accelerazione a novembre (208), quando lo statunitense conquista il suo primo titolo Challenger, a Charlottesville. Gli elogi e i paragoni avventati si sprecano, le aspettative per la nuova stagione sono altissime. Il miglior risultato del 2017, tuttavia, è forse il match di primo turno conquistato agli Australian Open e perso in cinque set con David Goffin. Per il resto, una lunga serie di occasioni sprecate nel circuito Challenger, prestazioni deludenti sull’erba (superficie sulla quale, nel 2015, aveva conquistato il titolo di Wimbledon Juniores), tante eliminazioni al primo turno: emblematica quella subita da Malek Jaziri ad Atlanta, un anno dopo l’exploit, che ne determina inevitabilmente il crollo nel ranking. Nel match con il tunisino, in generale molto più solido di lui, Opelka spreca ben otto match point. Da quel momento inizia a sparare dritti a rete o un metro fuori dal campo, quindi il crollo nervoso e il 6-1 rimediato nel terzo set. Il resto della stagione, sulle superfici a lui più congeniali, è altrettanto privo di note positive.

 

L’impressione che si ricava osservando il gioco di Opelka, è quello di un tennis troppo grezzo e monocorde, oltre che estremamente vulnerabile sul lato del rovescio. È una caratteristica per certi versi comune al modello statunitense dominante, fatto di servizio e dritto molto pesanti, in alcuni casi formidabili, ma anche di lacune tecniche. A deludere, come lui, le aspettative, sono stati anche Noah Rubin (per quanto il giudizio su di lui debba essere rinviato al prossimo anno, causa un periodo di stop per infortunio) e in parte Ernesto Escobedo. Il messicano-statunitense, dal fisico potente, è un giocatore interessante prima di tutto per il percorso tennistico umile e originale che ha deciso di compiere, attaccato alle proprie radici e al di fuori delle grandi accademie. Grazie a risultati non appariscenti, ma relativamente costanti, Escobedo quest’anno è riuscito a raggiungere il suo “best ranking”, la posizione n. 67, a metà luglio. Il risultato migliore è arrivato sul rosso (semifinale a Houston), superficie sulla quale sembra trovarsi, come il connazionale Tiafoe, particolarmente a suo agio. Dall’inizio della stagione sull’erba in poi il suo percorso è stato però difficile e costellato di sconfitte anche banali. Se lo si osserva a distanza ravvicinata, si resta impressionati dalla velocità e dalla pesantezza del suo dritto. E tanto gli basterà, probabilmente, per affermarsi a buoni livelli nel circuito maggiore, un augurio che per gli stessi motivi possiamo rivolgere a un tennista come Matteo Berrettini. Ma non si può tacere delle debolezze sul piano mentale e delle lacune nella gestione dei match, che si porta dietro dall’esperienza del circuito Challenger e che nella prossima stagione saranno un po’ il metro della effettiva maturazione di Escobedo.

Nonostante i risultati positivi raccolti recentemente, deve essere incluso in questo bilancio anche Stefan Kozlov, che ha chiuso l’anno n. 167, un relativo arretramento rispetto al finale della scorsa stagione quando lo statunitense, classe ’98, si era piazzato quasi a ridosso delle prime cento posizioni, anche grazie ai due titoli Challenger conquistati nella seconda parte dell’anno. Il suo 2017 è stato un anno a corrente alternata, volendo usare un eufemismo, anche se sul finale sono arrivati due acuti a livello Challenger: il titolo a Las Vegas e la semifinale a Charlottesville. Non si possono trascurare le buone prestazioni sull’erba –superficie sulla quale Kozlov si muove molto meglio di altri della sua generazione – dove ha centrato un doppio secondo turno nei tornei maggiori (‘s-Hertogenbosch e Queen’s). Perché considerare allora deludente la sua stagione? Perché in termini di qualità e varietà dei colpi, timing sulla palla, rapidità negli spostamenti laterali, Kozlov ha pochi eguali nel panorama della Next Gen, soprattutto quella statunitense. Il suo è un talento enorme che rischia però di essere disperso se non accompagnato da una crescita adeguata della muscolatura e, soprattutto, da una gestione migliore delle diverse fasi di gioco. Il tennis di Kozlov mostra ancora, da un lato, una certa impazienza e superficialità dal punto di vista tattico, dall’altro, non per caso, si traduce in una forte vulnerabilità quando è chiamato a giocare scambi più lunghi e fatti di colpi interlocutori.  

Sul versante europeo, rientra nell’elenco “negativo” Quentin Halys, uno dei “prodotti di punta” della federazione francese. Considerato il talento del ragazzo e i risultati brillanti a livello Juniores, gli addetti ai lavori avevano previsto la sua consacrazione nel circuito maggiore già lo scorso anno. Le cose sono andate però diversamente e Halys ha disputato quasi esclusivamente tornei Challenger (vincendo il suo primo titolo, a Tallahassee), mentre vani sono stati i suoi tentativi di avanzare nei tabelloni principali del circuito maggiore. A distanza di un anno, la situazione appare sostanzialmente immutata. Il francese, oggi 129 del mondo (l’anno scorso aveva chiuso 153), ha raccolto molti punti a livello Challenger grazie alle due finali e alle quattro semifinali raggiunte nel corso dell’anno, che gli consentono appunto di guardare a distanza ravvicinata la top 100. E tuttavia, ogni volta che il francese si affaccia nel circuito maggiore, le sue cadute sono sistematiche e in alcuni casi sorprendenti. Con l’eccezione di Atlanta, dove ha raggiunto il secondo turno, Halys è stato eliminato al primo turno o al primo turno di qualificazione, in tutti i tornei disputati nel circuito maggiore. Allenato da Olivier Ramos, sotto la supervisione anche di Arnaud Clément, Halys sembra da tempo pronto per un salto di qualità che però tarda ad arrivare. Va però detto, e non è un dato di poco conto nel panorama in larga parte monocolore della Next Gen, che il francese è dotato di una precisa identità di gioco, votata all’attacco e basata anche sulla ricerca della rete. Sarebbe un peccato non vederlo il prossimo anno, finalmente, varcare la soglia della top 100.

Da quanto tempo è atteso, invece, l’ingresso dei fratelli Ymer – o meglio, quello di Elias, il maggiore, classe ‘96 – nelle prime cento posizioni del ranking? Sicuramente dal 2015, l’anno in cui Elias conquistava il primo Challenger della carriera e superava i tre turni delle qualificazioni di tutti e quattro i Major, richiamando alla mente le gesta di Soderling quattro anni prima. Il problema è che da allora il ranking di Elias dà una sensazione di ineluttabile fissità: 127 il suo best ranking nel 2015, 124 nel 2016, 144 nel 2017, grazie a una decisa risalita nel seconda parte dell’anno grazie alla conquista di due titoli Challenger (sul rosso di Cordenons e sul cemento indoor di Mouilleron le Captif). Vittorie incoraggianti per tentare di imprimere una svolta decisiva nella propria carriera. Considerazioni per certi versi analoghe valgono per il fratello Mikael, classe ’98, oggi n. 418, posizione non distante da quella con cui aveva chiuso la stagione precedente. Tuttavia anche Mikail, il più talentuoso dei fratelli, ha lanciato buoni segnali, congedandosi (pare definitivamente) dal circuito Futures, a inizio anno, con una vittoria, e da quel momento giocando in pianta stabile a livello Challenger, dove naturalmente a causa del ranking è costretto a partire sistematicamente dalle qualificazioni. Al di là dei risultati (da segnalare i quarti di finale a Biella e la semifinale a Bastad) è sul piano del gioco e dell’esecuzione di alcuni fondamentali – su tutti il servizio – che si sono potuti notare alcuni miglioramenti. Per Mikael, che ha 19 anni, la “variabile tempo” è sicuramente meno incombente, ma c’è da scommettere che la sua progressione nel ranking potrà essere più improvvisa e fulminea rispetto a quella del fratello maggiore.

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Bencic e Hsieh, due furie a Dubai contro le top 10

Al Premier 5 degli Emirati Arabi la svizzera e la taiwanese raggiungono le semifinali, eliminando Halep e Pliskova. Affronteranno rispettivamente la “padrona di casa” Svitolina e Kvitova

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Non lo chiamerei un ritorno, non sono mai andata via, semplicemente giocavo male”. È una battuta ma è anche una risposta molto lucida quella di Belinda Bencic nel microfono marcato WTA, subito dopo la grande vittoria in rimonta contro Simona Halep. Il 4-6 6-4 6-2 finale che proietta la svizzera alle semifinali del Dubai Duty Free Tennis Championships è inaspettata e, anche per questo, per lei ancor più bello.

Bencic è partita con il break in tutti e tre i set: è servito, ma non è bastato a evitarle una battaglia da fondo campo lunga più di due ore. Giocando profondo al limite della riga, e accelerando sia col dritto che col rovescio, ha provato a sopraffare Halep con la potenza; la romena ha combattuto, mostrando dei picchi di rendimento che anche un po’ casualmente le hanno consentito di aggiudicarsi il parziale d’apertura e di tenere vivo anche il terzo fino alla fine, provando a rientrare nell’ultimo game, senza però riuscire a manifestare il suo miglior tennis con costanza sufficiente. Neppure il fisico è sembrato assistere Halep come si deve: fin dall’inizio è apparsa infastidita dalla scarsa reattività della sua gamba destra, forse rigida per la stanchezza accumulata. Pur giocando anche lei a strappi, Bencic alla fine ha avuto la dose di continuità necessaria a portare a casa l’incontro.

 

Per Bencic si tratta del secondo upset consecutivo dopo quello contro Aryna Sabalenka, alla quale ha annullato due match point negli ottavi di finale. (Ora la striscia di vittorie sale a sei, includendo anche quelle – per noi dolorose – contro la formazione italiana di Fed Cup.) È appena la seconda volta in carriera che raggiunge una semifinale ad alto livello. Per una ragazza nata nel 1997 è comunque di per sé un risultato positivo: la enorme differenza con quell’agosto a Toronto nel 2015 è però che oggi Belinda non è più la bambina prodigio, arrivata sotto i riflettori con quasi mezzo decennio di anticipo sulle coetanee, bensì una tennista come tutte le altre, che deve sudarsi i propri alti e rimediare ai propri bassi. Il suo punto di forza è che sembra finalmente averlo chiaro. Intanto salirà di almeno una dozzina di posizioni in classifica, dalla 45 alla 33, e potrebbe guadagnarne altre dieci in caso di titolo.

In semifinale Bencic affronterà Elina Svitolina, vincitrice su Carla Suarez Navarro. L’ucraina sembra avere un feeling particolare con gli Emirati, dato che è campionessa in carica a Dubai ormai da due anni, sebbene a difendere i punti del titolo questa settimana sia in realtà Petra Kvitova, a causa dell’alternanza annuale tra il torneo di Dubai e quello di Doha nella categoria WTA Premier 5.

Kvitova ha superato agevolmente Viktoria Kuzmova in due set, con un filotto di otto game vinti dal 4-4 nel primo, mentre è stato disastro per l’altra ceca, Karolina Pliskova, sconfitta clamorosamente dal “diavolo” taiwanese Su-Wei Hsieh. Il lato clamoroso non sta tanto nel risultato, dato che mercoledì Hsieh era riuscita a mandare in confusione col suo tennis eterodosso già un’altra avversaria quotata come Angelique Kerber nel turno precedente, quanto per come è maturato punto dopo punto…

Dopo un primo set ottimo, specialmente nella scelta dei colpi, Hsieh non era più riuscita a spostare la palla e aveva iniziato a subire il gioco più potente di Pliskova, regredendo nel proprio e iniziando a commettere molti più errori. Dopo aver stravinto il secondo parziale, la ex numero uno si è portata prima sul 5-1 in quello decisivo prima di perdersi di colpo. Si è bloccata coi piedi e con la testa, rendendo evidente, pur nel suo consueto atteggiamento freddo, lo scoramento per un gioco improvvisamente svanito dalla sua racchetta, fino all’ultimo dritto fuori misura. “Lei tira un ace quasi ogni game, non è facile rimontarla” ha commentato Hsieh nel dopo gara. “Mi sono detta: ok, se non tira un ace colpisco la palla così forte che non potrà tirare neppure un vincente”. Quasi infantile, ma ha funzionato alla perfezione. E ora a una tra lei e Bencic riuscirà il terzo colpaccio consecutivo?

Risultati:

S. Hsieh b. [4] Ka. Pliskova 6-4 1-6 7-5
[2] P. Kvitova b. V. Kuzmova 6-4 6-0
B. Bencic b. [3] S. Halep 4-6 6-4 6-2
[6] E. Svitolina b. C. Suarez Navarro 6-2 6-3

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ATP

Berrettini si arrende a Rublev a Marsiglia, Coric fuori subito contro Humbert

Il russo vince in due set sul nostro miglior giovane. Grande prova del francese contro il croato

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Matteo Berrettini - Sofia 2019 (foto Ivan Mrankov)

È la rivincita della sfida di Gstaad della scorsa estate, quando Matteo Berrettini si liberò in un’ora di Andrey Rublev sulla strada del suo primo titolo ATP, e il russo non fallisce l’occasione di pareggiare il conto. Dopo l’ottima prova contro Chardy nonostante l’influenza dei giorni precedenti, Matteo cede subito il turno di servizio che decide il primo set. Con una percentuale di trasformazione della prima inferiore al solito e in svantaggio anche nel secondo parziale, rientra in extremis, ma Rublev si impone nettamente al tie-break.

Precipitato fuori dai primi 100 dopo un brutto 2018 condizionato dai problemi alla schiena, il ventunenne moscovita aveva già dato buoni segnali contro Tsonga e ora troverà ai quarti Mikhail Kukushkin, mentre Berrettini è atteso a Dubai. Interessante la scelta degli organizzatori di programmare l’incontro a mezzogiorno, senza copertura televisiva (di cui godeva invece il doppio con il fratellino di Su-wei Hsieh sul campo 1), mentre hanno riservato i riflettori della serata a Sergiy Stakhovsky e Gregoire Barrere, il derby dei lucky loser.

 

È una giornataccia per Fernando Verdasco e ne approfitta volentieri il qualificato tedesco Matthias Bachinger, che si distingue – per così dire – grazie al dritto identico a quello del concittadino Peter Gojowczyk. È però con il rovescio colpito in anticipo che oggi fa male a Nando, per quanto lo spagnolo ci metta del suo sbagliando tantissimo; le gambe sono scariche e l’impressione è che proprio non senta la palla, mentre si sentono bene le sue imprecazioni rivolte verso il soffitto o il suo angolo. Matthias fa tutto bene e si merita il confronto di venerdì con Ugo Humbert, il mancino francese in rapida crescita che sta sfruttando al meglio la wild card ricevuta.

Sceso in campo dopo Bachinger, ha regolato con un inequivocabile doppio 6-3 il secondo favorito del seeding Borna Coric, che perde così all’esordio in quello che è il suo secondo torneo della stagione. Un Coric sicuramente non ai massimi livelli e che si è preso qualche fischio per il lancio della racchetta in preda alla frustrazione, ma va sottolineata l’ottima prestazione di Humbert, quasi inavvicinabile al servizio (due palle break concesse e annullate) e molto solido ed efficace negli scambi; con questo risultato, migliora ulteriormente il best ranking (virtualmente è ora al n. 66).

GOFFIN STENDE PAIREContro il n. 59 ATP Benoit Paire, David Goffin ottiene la sua miglior vittoria di questo inizio di stagione nel quale ha già mostrato sprazzi dei suoi livelli migliori salvo poi perdere comunque, come gli è accaduto la settimana scorsa a Rotterdam contro uno scatenato Gael Monfils. Si stanno accumulando i diversi match di cui il belga ha come sempre bisogno per ritrovare le giuste sensazioni dopo una pausa per infortunio (in questo caso, l’edema osseo al gomito che lo ha fermato a fine 2018) e i risultati non possono non arrivare.

L’incontro di cartello del giovedì di Marsiglia parte bene per entrambi i contendenti e, di conseguenza, per il pubblico. Al quinto gioco, l’arbitro Moscarella annuncia che Paire non ha più challenge, ma pochi secondi dopo gli viene in aiuto con un overrule sulla prima di servizio di Goffin nel silenzio della giudice di linea. Nulla può però salvare il francese che, sul 40-0 nel game successivo, si distrae e in attimo Goffin incamera un inaspettato quanto incoraggiante 6-2. Il lato destro del barbuto è dove gli avversari si rifugiano nei momenti in cui la palla scotta; il problema è quando, invece dell’errore, il dritto gli procura il vincente, soprattutto se lo porta a giocarsi la prima palla break del match. David lo sfida a riprovarci seguendo a rete il servizio e si ritrova la risposta di dritto ingestibile in mezzo alle scarpe. 

Le trovate estemporanee e qualche bello scambio disegnato con il rovescio, peraltro troppo falloso, finiscono tuttavia con il soccombere di fronte alla continuità del belga che riagguanta subito l’avversario. Se, poi, David lo supera anche nei “numeri” come accade nel fantastico ottavo gioco, Benoit non può che reagire in modo da prendersi un warning (calci allo scatolone pubblicitario nei pressi della rete) e un penalty point (racchetta sfasciata). Goffin si ritrova così anche un 15 di vantaggio andando a servire per chiudere contro un avversario che è già sotto la doccia. Venerdì, il quinto confronto con Gilles Simon dirimerà l’equilibrio far i due.

Risultati:

A. Rublev b. M. Berrettini 6-3 7-6(2)
[Q] M. Bachinger b. [5] F. Verdasco 6-4 6-3
[WC] U. Humbert b. [2] B. Coric 6-3 6-3
[3] D. Goffin b. B. Paire 6-2 6-3
[LL] S. Stakhovsky b. [LL] G. Barrere 6-3 6-4

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ll cammino Eroico dell’atleta. Come attivare il potenziale implicito dentro di sé

Manuela Caputi illustra come l’utilizzo della metafora del cammino dell’eroe abbinato alle tecniche di Focusing possa portare il giocatore, con il supporto del coach, a sviluppare le proprie potenzialità

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L’articolo di questo mese per la rubrica ISMCA è di Manuela Caputi, Counselor Bioenergetica e Trainer di Focusing, diplomata in Sport Coaching ed esperta di storytelling.

La storia dell’allenamento tennistico, e sportivo in generale, ha seguito e si è modellata non solo sulle capacità individuali ma anche sull’evoluzione delle esigenze di volta in volta emergenti. Nel caso del tennis, dopo l’attenzione data alla preparazione tecnico-tattica e alla preparazione atletica, oggi affiora la consapevolezza di una nuova necessità. Per garantire un’ottima performance è necessaria anche una particolare attitudine mentale. In questo modo il giocatore riesce a raggiungere uno stato di presenza in campo tale da permettergli di sfruttare appieno le risorse allenate e la preparazione raggiunta. Emerge quindi la necessità di considerare anche l’aspetto mentale dell’allenamento e renderlo parte integrante del programma di training.

Con ciò ci si riferisce non tanto alla capacità cognitiva dell’individuo ma soprattutto ad una sua capacità di gestione emotiva. Lo psicologo statunitense Daniel Goleman per primo parlò di “Intelligenza Emozionale” intendendo lo sviluppo di una serie di capacità intrapersonali ed interpersonali che vanno dall’autoconsapevolezza all’autoregolazione, all’empatia. Un approccio più olistico dell’allenamento viene chiamato in causa, un approccio che preveda l’evoluzione dell’atleta come individuo nella sua totalità.

Con l’intento di ispirare e allo stesso tempo evidenziare che tale evoluzione prevede un percorso e che questo percorso è individuale, si è scelto di utilizzare in questa sede la metafora del cammino dell’eroe presente nella struttura narrativa delle favole e dei miti, cosi come elaborata dallo studioso di religioni comparate Joseph Campbell. Il percorso di trasformazione da individuo ordinario a individuo straordinario che compie l’eroe è lo stesso percorso che l’atleta, nel nostro caso il tennista, è chiamato a compiere nella sua ascesa da giovane promettente a campione. È un percorso composto da differenti momenti di passaggio. Campbell li definisce tappe, rappresentanti le fasi evolutive della coscienza umana nel suo cammino verso l’autoconsapevolezza. Si ritiene che conoscere le tappe del cammino dell’eroe possa servire da guida al giocatore e al suo staff , per intraprendere e supportare tale percorso. Per antonomasia, un percorso di cambiamento interiore prima che esteriore.

Per l’eroe il punto di partenza per il viaggio interiore, lo stimolo a cambiare, è sempre determinato da una situazione di disagio. Lo stesso vale per il giocatore. Per quest’ultimo il disagio può essere dato dalla sensazione di avere un problema e non riuscire a risolverlo, dal trovarsi in una situazione di stallo, come ad esempio il ripetersi nel match di errori tecnico-tattici, o il ripresentarsi di comportamenti non funzionali. In genere il linguaggio con cui in questi casi il tennista si rivolge agli altri – e soprattutto a se stesso – mostra il disagio percepito. Frasi come “Mi va tutto male”, “L’altro prende solo righe” riflettono la sensazione di essere in balia di forze esterne che non si riesce a controllare. In altri momenti il senso di disfatta viene anticipato da espressioni come “Tanto con quello non ci vinco mai”. In tutti i casi l’incapacità di prendere consapevolezza e di gestire le proprie emozioni risulta fatalmente determinante per il risultato finale del match. Questo insieme emozionale e psichico è quello che nella nostra metafora viene definito il mondo ordinario dell’eroe. Si tratta di un insieme di schemi mentali e credenze limitanti che mantengono il nostro tennista-eroe lontano dall’ottimizzazione delle proprie risorse impedendogli di raggiungere i propri obiettivi. Ma a prescindere da quali siano questi schemi e queste credenze,  ciò che spinge il tennista-eroe ad intraprendere il proprio viaggio di scoperta di sé, è sentire che la necessità di cambiare la realtà – o quantomeno di controllarla – si scontra con l’inefficacia delle strategie messe in atto fino a quel momento.

Il primo passo consiste proprio nella presa di coscienza da parte del nostro tennista-eroe del suo mondo ordinario, ossia della situazione in cui si trova. È necessario che l’individuo prenda consapevolezza delle proprie azioni iniziando ad osservare la realtà esterna e ad osservarsi agire in essa. A stimolare questo primo movimento servono quelle che Campbell definisce chiamate, ossia eventi e accadimenti che turbano e scuotono, la goccia che può far traboccare il vaso e far prendere al nostro eroe una nuova direzione. Per il giocatore  possono essere i richiami del coach, una non convocazione in Coppa Davis o Fed Cup, un evento familiare inaspettato o infine un evento fisico traumatico (in base all’unità funzionale mente-corpo un evento traumatico al livello fisico è comunque un campanello d’allarme anche mentale).

Non tutti però sono pronti a ricevere e seguire la chiamata. Trattandosi sempre di un evento che comunque va a toccare una certa fragilità dell’individuo o una sua paura, la reazione più comune è il cosiddetto rifiuto della chiamata. Questo momento implica che il nostro giocatore si rifugi ancor di più nella propria comfort zone e si accanisca nel voler continuare a “cambiare la realtà esterna agendo solo sulla realtà esterna stessa”. Sono i momenti in cui si cambia coach, si cambia sede di allenamento, si cambia fidanzata, ogni causa è ritenuta esterna e va cambiata.

Spesso è solo con l’arrivo del mentore, ossia di un aiuto esterno, che il giovane eroe riesce a credere che esista una via d’uscita e riesce ad affrontare il momento della scelta che lo spinge all’attraversamento della soglia. Solo ora è pronto ad intraprendere il proprio cammino. Nel mondo del tennista, lo staff è chiamato a ricoprire il ruolo di mentore. Un ruolo questo che ha un grande potenziale detonante. Un potenziale che a sua volta, per essere tale, deve venir coltivato con la stessa consapevolezza che si richiede all’atleta per gestire la propria vita. Un coach deve essere in grado di ispirare, motivare, supportare. Soprattutto è importante che creda nel giocatore, spesso più di quanto il giocatore stesso creda in sé. Forte di questo supporto il nostro tennista-eroe può accogliere ora la possibilità di intraprendere il proprio viaggio accettando di “cambiare la realtà esterna cambiando la propria realtà interna”.

Si tratta di un vero e proprio capovolgimento, e come tale viene rappresentato nella nostra metafora dove l’eroe entra letteralmente in un nuovo mondo, il mondo straordinario. Questo passaggio prevede l’acquisizione di nuove competenze e un nuovo linguaggio. È questo l’inizio di una diversa fase e una diversa modalità di allenamento che implica ora un’esperienza diretta dell’intero individuo. Si tratta di passare dal “pensare con la mente” al “pensare con tutto il corpo” attraverso un sentire il corpo dall’interno. Il nostro atleta è chiamato a scoprire la propria Forza Interiore che risiede implicita dentro di sé. Questa viene attivata allenando una nuova consapevolezza corporea, cosi nuova che il filosofo americano Eugene Gendlin, fondatore del metodo del Focusing, inventò per descriverla il neologismo di “sensazione sentita significativa”.

Attraverso una serie di passi, allenabili ed insegnabili, il Focusing risulta essere un metodo particolarmente efficace per attivare risorse nascoste e sbloccare processi di stallo. Migliora la qualità dello stato di presenza e sviluppa un affidabile contatto interno con se stessi che permette all’atleta di verificare il proprio stato emotivo ed eventualmente intervenire per cambiarlo. Questo potenzia fiducia e autostima e favorisce un atteggiamento propositivo verso le situazioni esterne. Sfrutta la capacità intrinseca del corpo, che a differenza della mente, è in grado di recepire e rielaborare in modo immediato e sintetico in un’unica sensazione fisica “tutto ciò che riguarda una certa situazione”. Ciò favorisce analisi e decisioni tempestive ma allo stesso tempo congruenti, essenziali in uno sport di situazione come il tennis. Con queste nuove risorse a disposizione il nostro eroe può finalmente affrontare la prova centrale e nella nostra metafora uccidere il drago. Per il tennista significa affrontare i momenti topici con fondata fiducia e forza interiore superando le proprie paure.

Il nostro eroe cosi rinnovato può intraprendere la via del ritorno. Avendo acquisito la capacità di vedere altro e di scorgere un nuovo significato, la stessa realtà può diventare ora una nuova realtà. Ecco che il cerchio si chiude e il nostro giocatore può affrontare adesso le stesse situazioni in modo diverso. Questa è la conquista suprema, l’Elisir: la possibilità di “cambiare la realtà esterna agendo sulla propria realtà interna”. Questo è ciò che distingue un individuo ordinario da un individuo straordinario, un giovane promettente da un Campione: colui che ha completato il proprio percorso di trasformazione. Avendo presente tutto ciò, non solo il ruolo del giocatore cambia, ma cambia anche il ruolo dello staff che è chiamato a prendere consapevolezza dell’esigenza di questa trasformazione — e di conseguenza a creare un ambiente che favorisca la crescita personale del giovane. In questo senso la chiamata è valida per tutti. È valida per l’atleta, chiamato ad essere Eroe, e per il coach, chiamato ad essere Mentore cioè colui che conosce e mostra la via del cammino eroico.

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