Next Gen: alla conquista del mondo, con Shapovalov in testa

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Next Gen: alla conquista del mondo, con Shapovalov in testa

Shapovalov, Auger-Aliassime e il modello canadese. La pazienza di Tsitsipas. La crescita di Moutet e Blancaneaux. La scuola spagnola. Chung e Rublev

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Tracciare un bilancio ragionato della “prima stagione” della Next Gen ATP non è compito agevole. Va ricordato, infatti, che con questa espressione si fa riferimento ai tennisti del circuito di età non superiore a 21 anni che concorrono nell’ambito della classifica dedicata, la “Race to Milan”. Si tratta, perciò, di un universo a dir poco composito, che comprende tanto quei giovani che il circuito maggiore lo frequentano da tempo – vedi Borna Coric e Hyeon Chung, vincitore delle Finali di Milano tanto quei tennisti in erba che ancora orbitano nel circuito Futures e/o si sono appena affacciati al livello Challenger. Quella che va dai 17 ai 21 anni è l’età più densa di incognite e di cambiamenti. Vale per la maggioranza degli sport, e senza dubbio per il tennis. È in quella fase che, talento a parte, a fare la differenza sono le scelte, più o meno oculate, che l’entourage di un giovane compie rispetto al percorso di crescita più idoneo per quel tipo di tennista. Ecco perché parlare di migliori e peggiori nell’ambito di un’etichetta così eterogenea, come la Next Gen, è puramente relativo, né è un dato che può ricavarsi, banalmente, guardando alle posizioni più in alto della Race. Tanto basta per concludere che un bilancio dell’annata dei giovani richiede di andare oltre il dato più immediato del ranking (i primi 7+1 che hanno raggiunto Milano), per essere ponderato rispetto ai punti di partenza e ai percorsi di ciascun tennista.

Alla luce di queste premesse, il 2017 è stato prima di tutto l’anno del tennis canadese, cioè di un modello di lavoro e di organizzazione che sta dando i suoi frutti tutti insieme, sia a livello maschile sia a livello femminile. Straordinaria, per la sua rapidità, è stata l’ascesa di Denis Shapovalov nel ranking mondiale. Non per caso l’ATP ha consegnato al talento mancino nativo di Tel Aviv il premio come “Most Improved Player of the Year” . Non va dimenticato, infatti, che all’inizio dell’anno Shapovalov era n. 250 e giocava a livello Challenger, esprimendo un tennis di grande qualità ma senza risultati di rilievo. Perlomeno fino al torneo di Drummondville, la cui edizione del 2017 è stata simbolicamente molto importante per tutto il tennis canadese. Shapovalov vincerà quel torneo – il primo Challenger della sua carriera – e pochi giorni dopo, a Guadalajara, mancherà il secondo successo consecutivo perdendo in finale con Mirza Basic. Il tempo di compiere 18 anni e comincia la stagione sul rosso. La sua però non decolla mai: tre eliminazioni al primo turno in tre Challenger disputati, quindi l’eliminazione al primo turno di qualificazione del Roland Garros, a conferma che la terra battuta – a dispetto dei due titoli Futures conquistati nel 2016 – è una superficie che per il momento limita il suo tennis fatto di ritmo, esplosività e di quegli anticipi a volte esasperati.

Arriva quindi la stagione sull’erba, superficie su cui Shapovalov lo scorso anno aveva raccolto il più prestigioso dei titoli a livello Junior, a Wimbledon. Al Queen’s, al termine di quello splendido match perso al terzo set con Berdych, si capisce che il ragazzo può competere ai livelli più alti. Si prepara per il Masters 1000 di Montreal, dove è atteso con una wild card, disputando due tornei Challenger e conquistando il suo secondo titolo dell’anno. Da quel momento la storia è nota ai più. Shapovalov raggiunge la semifinale della Rogers Cup sconfiggendo, in serie, Nadal, del Potro e Mannarino, e qualche settimana dopo è l’unico dei 22 Next Gen a superare le qualificazioni per gli US Open, dove si spingerà fino al quarto turno. Sul finale di stagione paga la stanchezza, e forse anche la sbornia, delle settimane precedenti: tutto comprensibile per un talento che nel giro di dieci mesi è riuscito a scalare 200 posizioni del ranking, chiudendo alla numero 51. Si fa strada, prepotentemente, anche Félix Auger-Aliassime, 17 anni compiuti ad agosto, che in un anno di posizioni ne ha scalate 452, passando dalla 614 alla 146, anche grazie alla vittoria di due titoli Challenger, entrambi sul rosso. Il giovane canadese è guardato a vista da Louis Borfiga, direttore del National Tennis Centre di Montréal, l’incubatore dei talenti nazionali. C’è chi, come Raonic, si dice giustamente sbalordito dalle qualità tennistiche di Auger-Aliassime, che ora punta dritto alla top 100, un obiettivo che potrebbe essere raggiunto, come per il connazionale Shapovalov, in modo altrettanto repentino.

 

Un altro nome di questo 2017 è Stefanos Tsitsipas. Meno appariscente, per qualcuno, il suo ingresso nella top 100 del ranking (ora è 91, a inizio anno era 205), ma non per questo meno apprezzabile. Il greco è dotato di un grandissimo talento e di un’eleganza nei gesti che è come una boccata d’aria se si guarda a trecentosessanta gradi il panorama della Next Gen. Fino a oggi, infatti, la sua preoccupazione non è stata quella di imparare a tirare “più forte, più forte e ancora più forte”, ma quella di concentrarsi sulla qualità del suo tennis, sul punto d’impatto, su tutti quei dettagli che contribuiscono all’esecuzione perfetta dei colpi. Il suo è un metodo di lavoro che richiede estrema pazienza. Ed è forse proprio quest’ultima la qualità più spiccata del talento greco. Una pazienza che si riflette, prima di tutto, nella scelta dei tornei da disputare. In questo 2017 non si è fatto mancare nulla: tre Futures sul rosso, diversi Challenger (primo titolo in carriera conquistato a Genova, finale sul cemento di Brest), diverse incursioni nel circuito maggiore, tra wild card sfortunate (vedi Rotterdam, dove ha pescato al primo turno Tsonga) e diversi tabelloni principali conquistati sul campo. La sua prestazione migliore nel circuito maggiore è arrivata a ottobre all’ATP 250 di Anversa, dove ha raggiunto le semifinali. Una pazienza, infine, che traspare puntualmente dalle sue dichiarazioni. Per esempio quando si dice consapevole che ad attenderlo nel circuito maggiore c’è “una lunga sequenza di sconfitte”, che tuttavia non inciderà negativamente sul suo percorso.

In un bilancio annuale della Next Gen, improntato alla qualità tennistica, non si può tacere della crescita di Corentin Moutet. Il suo percorso è analogo a quello di Auger-Aliassime. All’inizio dell’anno il francese classe ’99 partiva dalla posizione n. 533, ora è n. 146. Moutet, lo si è detto più volte in questa rubrica, è il talento più puro della schiera dei giovani talenti d’Oltralpe. E, non per caso, è anche quello che esprime il tennis più raffinato ed eclettico. A differenza della stagione precedente, nel 2017 Moutet si è concentrato quasi esclusivamente sui tornei Challenger (solo tre i Futures disputati, di cui uno vinto), con risultati sempre migliori. Dopo due finali consecutive sul rosso (Como e Siviglia), il primo titolo è arrivato sul cemento di Brest, proprio in finale con Tsitsipas. È luogo comune che Moutet sia intemperante e inaffidabile sul piano della concentrazione. Eppure, chi lo ha visto in questi mesi ha potuto constatare in molti casi un atteggiamento opposto. Basti notare che nella stragrande maggioranza dei match vinti al terzo set Moutet ha ceduto il primo, un “piccolo” dato che però dà la misura di quanto il francese sia fino all’ultimo con la testa dentro il match. Se mai, a differenza di coetanei come Shapovalov, il francese deve lavorare molto sulla muscolatura, che non sembra sufficientemente sviluppata. Passa indubbiamente da qui la sfida, assolutamente alla sua portata, di entrare nelle prime cento posizioni del ranking. Nel bilancio annuale della Next Gen merita una menzione Geoffrey Blancaneaux, vincitore nel 2016 del Roland Garros Juniores, primo francese a riuscirvi dai tempi di Monfils (2004). Blancaneaux, classe ’99, è considerato in ritardo rispetto ai suoi coetanei, ma nel suo entourage il mito della “precocità” è fortemente stigmatizzato e si bada al percorso di crescita del ragazzo senza fare comparazioni. Una crescita che indubbiamente c’è stata se si considera che ha chiuso la stagione con il ranking n. 292 (+345 rispetto a gennaio 2017).

Nella sezione positiva del bilancio della Next Gen va inserita anche una voce, per così dire, collettiva: quella della scuola spagnola, di cui si parla troppo poco ma che sta iniziando a raccogliere i frutti del proprio lavoro e che nel 2017 ha lanciato segnali incoraggianti per i mesi che verranno. Il più giovane del gruppo, Nicola Kuhn, classe 2000 e nativo austriaco, ha chiuso la stagione n. 241 (+546 rispetto a gennaio), collezionando punti a livello Futures e vincendo il suo primo titolo Challenger, a Braunschweig, sulla sua superficie preferita, la terra rossa. Un anno più grande di lui, Alejandro Davidovich Fokina è risalito nel ranking di 394 posizioni in un anno (ora è 465). Il diciottenne di Malaga quest’anno ha conquistato il titolo di Wimbledon Juniores, primo spagnolo nell’era Open a riuscirvi. Chiudono il gruppo i due classe ’97 Jaume Munar e Carlos Taberner, oggi rispettivamente n. 185 e 186, entrambi risaliti di oltre cento posizioni dall’inizio della stagione. I due giocano in pianta stabile nel circuito Challenger, dove hanno fatto incetta di punti: per Taberner due finali consecutive quest’anno; per Munar, invece, primo titolo Challenger sul cemento di Segovia e una finale sulla terra di Rio de Janeiro, persa per ritiro al terzo set con Berlocq.

Prima di chiudere, doverosamente, con chi è arrivato a giocare le finali di Milano, una menzione anche per Miomir Kecmanovic, il diciottenne di Belgrado risalito quest’anno di 600 posizioni e ora n. 207 del ranking; Yibing Wu, ora n. 305, sono le 629 posizioni scalate quest’anno. Il cinese, 18 anni compiuti a ottobre, ha vinto lo US Open Juniores e nelle settimane successive ha raggiunto la semifinale al Challenger di Chengdu, dove è stato eliminato dal “re del circuito” Yen-Hsun Lu, riuscendo però a vendicarsi la settimana successiva in finale al Challenger di Shanghai: il suo primo titolo in carriera. Fra i migliori della nuova generazione c’è anche Matteo Berrettini, ora n. 136, con le 300 posizioni del ranking scalate in un anno, frutto di scelte intelligenti ma anche di una enorme crescita fisica e tennistica. Ben quattro le finali Challenger disputate, di cui soltanto una vinta, sulla terra battuta di San Benedetto.

Infine, Andrey Rublev e Hyeon Chung, sui quali praticamente tutto è stato scritto nelle scorse settimane. Qui si può soltanto suggerire di guardare oltre, se possibile, il primo titolo ATP (il 250 di Umago), i quarti di finale a Flushing Meadows e la finale Next Gen di Milano, per un giudizio più complessivo ed equilibrato della stagione di Rublev. Molto positiva, indubbiamente, ma anche costellata di cadute, a volte sorprendenti. Fra le tante, vengono in mente le eliminazioni alle qualificazioni di Rotterdam (Van De Zandschulp) e Dubai (Millot), al primo turno di Marsiglia, al primo turno delle qualificazioni di Indian Wells (Whittington, 6-3, 6-1) e Cincinnati (Gulbis, 6-2, 6-4); anche la stagione sul rosso, dove è arrivato il primo titolo in carriera, era nata sotto i peggiori auspici con le eliminazioni al primo turno delle qualificazioni di Casablanca (Ward), Montecarlo (Berlocq) e Barcellona (Masur). Questo per dire che siamo sì di fronte a un giocatore di grande qualità, basti osservare l’esecuzione del dritto, ma non ancora affidabile sul piano della continuità delle prestazioni. L’auspicio, e qui ci trasferiamo su un piano più “sentimentale”, è di apprezzare le qualità del suo tennis fino in fondo, perché a volte risultano offuscate da quella brutalità ritenuta oggi evidentemente necessaria ma che non è la sola cifra del suo tennis. Lo si è potuto notare a Halle nel match disputato con il connazionale Khachanov, una partita in un certo senso emblematica della brutalità del tennis di buona parte della Next Gen. Brutale perché non distingue fra superfici, perché antepone sempre il principio della forza, anche nelle situazioni di gioco in cui questo non è necessario. Resta però il fatto che il tennis di Rublev è più pulito, variegato e talentuoso di altri “picchiatori” della nuova generazione.

Infine, Chung. Un’annata in crescita costante, con segnali incoraggianti già agli Australian Open, poi la positiva stagione sul rosso suggellata da quella che per lui è stata “la vittoria più importante della carriera” (al secondo turno di Monaco di Baviera, contro il top 20 Monfils), infine la vittoria a Milano. Non tutti ne apprezzeranno il gioco e lo stile, ma il coreano è uno straordinario esempio di come si può arrivare a raggiungere dei risultati nel tennis. Non si può dimenticare, a stagione finita, il lavoro che Chung ha fatto su sé stesso, nel giro di pochi mesi, per reimpostare due dei colpi fondamentali (servizio e dritto). In particolare il servizio è stato sottoposto a correzioni talmente vistose da apparire un altro colpo rispetto al passato. Il servizio di una volta, pieno di difetti visibili a occhio nudo e dalla meccanica a dir poco arzigogolata, ha fatto posto a un colpo molto più essenziale ed efficace, intorno al quale Chung ha ricostruito la sua rinascita tennistica. E forse anche il suo futuro.

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ATP Delray Beach: Korda non ne ha più, secondo titolo per Hurkacz

Hubert Hurkacz vince il titolo a Delray Beach senza perdere un set. Sebastian Korda, seppur sconfitto, bussa alla Top100

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Hubert Hurkacz con il trofeo di Delray Beach 2021 (foto Twitter @DelrayBeachOpen)

(4) H. Hurkacz b. S. Korda 6-3 6-3

Il futuro può attendere ancora un po’ per il figlio d’arte Sebastian Korda (ATP n. 119), ma non ci sono dubbi che la strada intrapresa sia quella giusta. Dopo una settimana quasi trionfale, durante la quale quattro giocatori classificati più in alto di lui (Kwon, Paul, Isner e Norrie), l’ex campione juniores dell’Australian Open 2018 ha dovuto cedere il passo in finale alla maggiore esperienza e alla maggiore freschezza atletica del polacco Hubert Hurkacz, n. 35 ATP e testa di serie n. 4 del tabellone.

Entrato in campo con grande spavalderia, Korda ha subito ottenuto il break a zero aggredendo l’avversario con la risposta. Hurkacz tuttavia non si è fatto impressionare dalla partenza a razzo del suo avversario, e dall’1-3 del primo set ha infilato cinque giochi consecutivi per chiudere il primo parziale 6-3 in 34 minuti. Decisivo l’ottavo gioco, nel quale Korda ha ceduto la battuta da 30-0, iniziando ad avvertire il fastidio alla gamba sinistra che lo ha costretto poco dopo a chiedere un medical time-out. “Ho giocato diverse partite piuttosto lunghe questa settimana, ho cominciato a sentire un dolore all’adduttore che si propagava fino all’inguine ogni volta che atterravo dal servizio – ha spiegato Sebastian dopo la partita – In ogni modo non si tratta di una scusa, dal 2-1 del primo set è stato lui il giocatore migliore”.

 

L’intervento del fisioterapista sull’1-2 del secondo set non ha potuto far molto per migliorare la situazione della gamba di Korda, che ha continuato a fare esercizi di allungamento tra un punto e l’altro ed ha subito il break decisivo subito dopo, siglato da un doppio fallo e due errori gratuiti da fondocampo.

Secondo sigillo in carriera per Hurkacz, dopo il successo di Winston-Salem nel 2019, che gli vale l’ingresso nei Top 30 e nelle teste di serie per il prossimo Australian Open. Per il diciannovenne Korda, invece, un po’ di riposo a casa con la sua famiglia, che era in tribuna a Delray Beach per sostenerlo durante la finale: oltre a papà Petr (camipione dell’Australian Open 1998) e a mamma Regina (ex n. 26 WTA) c’erano anche le sorelle Jessica e Nelly, entrambe golfiste professioniste. Korda si è infatti cancellato dal Challenger di Istanbul della settimana prossima e raggiungerà il suo preparatore atletico in Repubblica Ceca per una sessione di rafforzamento fisico. “Anche se mi piacerebbe giocare quanti più tornei possibile, il mio corpo ha bisogno di riposo e di rinforzarsi – ha spiegato Korda – Sono fortunato che il mio preparatore è un ottimo comunicatore e dopo essermi riposato qui in Florida andrò da lui”.

Nel frattempo con questo risultato Korda si è avvicinato alla Top 100: a partire da lunedì prossimo salirà fino al n. 103, suo miglior ranking in carriera.

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“Sonego è migliorato tanto nel rovescio e nel servizio”

Il coach Gipo Arbino entusiasta dei progressi del torinese in partenza per l’Australian Open. Il sogno delle ATP Finals forse non è una chimera

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Con una preparazione invernale del tutto inedita (per durata) e a poche ore dalla prima conferenza stampa sulle ATP Finals torinesi che tanto sogna, Lorenzo Sonego è in partenza per l’Australia con molte certezze e con un bagaglio tecnico decisamente migliorato.

Forte di un finale di stagione strabiliante (primi ottavi in un major e la finale di Vienna condita dal successo sul numero 1 Djokovic), il tennista torinese ha sfruttato al meglio le settimane di preparazione in vista della nuova stagione: “Solitamente ne abbiamo tre a disposizione, questa volta, con lo slittamento degli Australian Open, otto abbondanti. Sono contento del lavoro che abbiamo svolto”, ci confida Lorenzo a margine dell’ultimo allenamento prima della partenza.

Ed è altrettanto contento il suo storico coach Gipo Arbino: “Abbiamo lavorato per perfezionare i suoi punti forti e per migliorare qualche situazione. Lorenzo ha potenziato ancora di più il suo servizio, sia migliorando la percentuale di prime palle, sia alzando la velocità in modo particolare della seconda, che adesso viaggia intorno ai 150-160 km/h. Sono poi molto soddisfatto anche del suo rovescio: è migliorato non solo sullo scambio, ma anche in risposta”.

 

Merito, secondo Gipo, anche di un lavoro mirato sul piano atletico e tecnico (con Fabio Nervi e con il video analyst Danilo Pizzorno) e di una qualità sempre alta degli allenamenti svolti. Sui campi del Circolo della Stampa Sporting Lorenzo ha infatti incrociato la racchetta nel corso degli ultimi due mesi con l’amico e spesso compagno di doppio Andrea Vavassori, Federico Gaio (ora anche lui di stanza a Torino agli ordini del direttore tecnico del circolo Fabio Colangelo) e Roberto Marcora (oggi 180 ATP). Sono passati dallo Sporting anche l’emergente Giulio Zeppieri, seguito da Piero Melaranci e da Umberto Rianna, e il classe ’98 Enrico Della Valle (444 ATP). Senza dimenticare la settimana trascorsa a Manacor, dove l’azzurro si è confrontato con il promettente finlandese Ruusuvuori, il talentuoso Felix Auger Aliassime e ovviamente il padrone di casa, Mr. 20 Slam Rafa Nadal.

Tra i vari sparring partner (come Marco Corino e Gianluca Bellezza) si è fatto notare Edoardo Zanada, uno dei cinque talenti piemontesi, premiati con la borsa di studio Torino Tennis Talents, che cercano di seguire la strada tracciata proprio da Lorenzo. Il progetto, realizzato da I Tennis Foundation, ha l’obiettivo infatti di sostenere e aiutare concretamente quei giovani talenti che non hanno alle spalle grandissimi successi da junior ma hanno tennis e determinazione a sufficienza per tentare la scalata al grande tennis. Che poi è quanto avvenuto con Sonego: “Io credo tantissimo in questo progetto perché Lorenzo non era un predestinato – spiega ancora Gipo Arbino, parte integrante dell’iniziativa – Era un ragazzino che si è presentato qui allo Sporting a fare una prova per entrare a giocare nella SAT.  Dalla sua c’era il vantaggio che giocando a calcio aveva un grande senso del rimbalzo e grandi capacità tecniche, quindi era evidentemente portato. Sono quindi convinto che la valorizzazione dei ragazzi in età giovanile dia più chance per tirare fuori dei giocatori”.

Il progetto, portato avanti dall’associazione di Simone Bongiovanni, consentirà ai cinque ragazzi (oltre a Zanada, anche Alessia Tagliente, Chiara Fornarsieri, Ludovico Madiai e Mario Alarcon) di poter disputare tornei fuori regione e anche fuori nazione: “È importantissimo avere un aiuto economico per poter girare e fare esperienze che ti servono veramente, perché anche se perdi al primo turno comunque ogni sconfitta ti insegna qualcosa – spiega Sonego, testimonial dell’iniziativa – Per me ogni partita è un insegnamento. Lo dico sempre a Gipo: io o vinco o imparo, perché da ogni sconfitta ho imparato le cose più importanti del tennis. Non conta l’età in cui arrivi o cosa succede durante il percorso. È fondamentale applicarsi e dare tutto quello che hai, sia dentro che fuori dal campo, perché poi il campo è importante, ma sono le piccole cose che fanno la differenza ogni volta che sali di gradino e giochi ad un livello superiore. Un consiglio che mi sento di dare oggi a questi ragazzi è che nonostante l’età bisogna crederci sempre, continuare a lavorare e inseguire il proprio sogno, ma con assoluta serenità e passione”.

Impossibile non fare un accenno con Lorenzo al torneo dei Maestri, nella sua città dal prossimo 14 novembre: “Le ATP Finals sono con gli Slam il torneo più importante del mondo. Appena ho saputo la notizia che Torino avrebbe ospitato cinque edizioni, ho pensato che un giorno mi piacerebbe riuscire a qualificarmi. È un sogno, che vorrei raggiungere, perché giocare in casa sarebbe un’emozione fantastica. Ho visto da spettatore una volta quelle di Londra e sono sicuro che Torino saprà fare altrettanto bene”.

Per raggiungerlo o quantomeno mettersi nelle condizioni di rendere la rincorsa meno proibitiva, servirebbe partire subito forte in questo inizio di 2021, anche se Lorenzo ha dimostrato di giocare bene su tutte le superfici e quindi di poter far punti nel corso dell’intera stagione. Guarda caso lo Slam australiano è proprio il torneo in cui Lorenzo nel 2018 ha fatto il suo primo grande exploit, qualificandosi nel main draw da numero 219 (sconfiggendo tra gli altri Tomic) e superando il primo turno con il successo in quattro set su Robin Haase, all’epoca 43 ATP. Nell’edizione 2020 Lorenzo era stato invece stoppato all’esordio da Nick Kyrgios in tre set, ma con due di questi finiti al tie-break.

Nelle due settimane di quarantena, Sonego si allenerà con Dusan Lajovic (oggi 26esimo giocatore del pianeta ma già top 20), proprio il primo dei quattro tennisti che ha sconfitto durante la splendida settimana viennese dello scorso ottobre.

Insomma, tanti buoni auspici per un ragazzo che, tra vittorie sull’erba (Antalya 2019) e scalpi prestigiosi, ha tutte le intenzioni di continuare a stupire.

Matteo Musso

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Tennis ed empatia: si può!

Perché è così importante che il coach si metta nei panni dell’allievo? Ce lo spiega Fulvio Consoli, dottore in Scienze Sociali ed esperto di mental coaching

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Matteo Berrettini e Vincenzo Santopadre (via Twitter, @UTShowdown)

Jannik Sinner è convinto che la testa conti al 70% per il successo di un tennista. Tsitsipas, intervistato da Stefano Meloccaro per Sky Sport, ha ridotto la percentuale al 50%. Difficile scendere sotto questa quota, anche intervistando numerosi altri giocatori di spicco.

Ci sentiamo di aggiungere che una grande importanza, all’interno del contesto di ‘allenamento della mente’, è rivestita dalla cura dall’emotività dell’atleta. Per molto tempo si è erroneamente creduto che il tennis si potesse insegnare solo ed esclusivamente attraverso la trattazione della tecnica, e che gli altri aspetti individualizzati e finalizzati al miglioramento o mantenimento delle condizioni psico-fisiche dell’atleta, tattico-strategico e coordinativo, fossero di marginale importanza.

Oggi si sostiene che tutti gli elementi sopra menzionati debbano essere affrontati dagli istruttori/maestri/coach nell’ambito dell’allenamento, della competizione e non solo, al fine di favorire la crescita equilibrata dell’uomo atleta-tennista.

 

Lo sport si può definire un campo di esperienza con una specificità educativa tale da giustificare una rilevanza pedagogica. La dimensione ludica e quella atletico-sportiva sono strettamente legate fino a confondersi l’una con l’altra. Lungo il cammino di una professione come quella di un istruttore/maestro/coach, deve essere messa al primo posto l’autentica intenzione di immedesimarsi con il mondo dei bambini (soprattutto con quelli più piccoli) per far risaltare le doti di questa professione, divenendo a tutti gli effetti degli educatori. Bisogna essere disposti a ‘servirli’ nel senso più nobile del termine, diventando una persona che ispira fiducia.

Con i bambini, bisogna mettersi al loro livello, abbassarsi, inclinarsi e farsi piccoli” (Janusz Korczack, pedagogo). Giocando, il bambino libera la mente da contaminazioni esterne – primo fra tutti il giudizio altrui – e sperimenta la possibilità di scaricare la propria istintività ed emotività. Per questa ragione ha bisogno di una persona accanto, un educatore che sappia ascoltare, un maestro di cognizioni e virtù, una guida spirituale.

Nella visione didattica moderna del maestro di tennis, a nostro modo di vedere, l’aspetto emotivo deve precedere gli altri come importanza. Stiamo parlando dell’empatia (dal greco enphatos, “sentire dentro”), che è una competenza fondamentale dell’intelligenza emotiva. L’empatia è la capacità di mettersi nei panni degli altri. L’imitazione sul piano corporeo, se vogliamo, è alla base dell’empatia nascendo dalla corteccia motoria. Prima di tutto, noi imitiamo il movimento.

Nel 1982 la American Psychological Association (APA) condusse una ricerca e i professionisti appartenenti a diversi orientamenti psicologici descrissero Carl R. Rogers, psicologo statunitense, come colui che più di tutti aveva influenzato il loro lavoro nel campo dell’empatia. Carl R. Rogers seppe accogliere e facilitare il cambiamento con profondo rispetto, sviluppando notevoli capacità di ascolto empatico, in tutti i campi, e fu il primo a democratizzare l’asse della relazione e indicare che la qualità di tale relazione determina i risultati. In sintesi: quanto più corretto e ‘di qualità’ sarà l’approccio con l’allievo, tanto più ne raccoglieremo i benefici. Accettazione ed empatia sono le condizioni preliminari per costruire ogni rapporto consolidato e in particolare quello di un coach con il suo atleta.

Il coach traccia il percorso formativo e non si limita ad affidare i compiti e poi a verificare se e come sono stati fatti. La sua azione pedagogica non è asettica, ma si basa sulla costruzione di un rapporto/patto di fiducia.

Nel tennis l’unica regola è che non ci sono regole sostiene un grande coach dei nostri tempi quale Alberto Castellani, ed è il coach che programma strategie di empowerment e responsabilizzazione mettendo in risalto l’atleta-uomo, strategie vincenti rispetto alle altre usate da docenti eccessivamente scolastici. Il coach accetta il suo atleta accogliendolo con rispetto ed empatia facendolo vivere nel suo modo di costruire le esperienze e di rapportarsi con se stesso, con gli altri e il mondo. Facendo leva sull’empatia, il coach potrà dispiegare completamente la capacità adattiva del proprio atleta, ottenendo validi risultati.

In questo senso sono rilevanti esempi di ex tennisti che hanno saputo mettere a frutto l’esperienza sul campo nella nuova vita da allenatori. Un esempio lo abbiamo in casa ed è Vincenzo Santopadre, ex top 100 che ha portato Matteo Berrettini in top 10. “Le giuste competenze si trovano solamente dopo aver vissuto determinate situazioni” ha raccontato in una recente intervista, e il frequente utilizzo del pronome plurale ‘noi’ quando parla dei miglioramenti di Matteo ci suggerisce un approccio marcatamente empatico, nel quale il coach si mette nei panni dell’allievo per comprendere le sue difficoltà e aiutarlo a superarle.

Da qui l’accettazione della tesi che come nell’allenamento fisico, anche in quello mentale – se non adeguatamente ripetuto –  il passato può condizionare il presente in caso di carenza di risultati, anche se è ancora più importante come nel presente visualizziamo e programmiamo il nostro futuro.

METTERE IN PRATICA

A conclusione, descriviamo alcuni esercizi di base che attraverso l’imitazione corporea consentono lo sviluppo dell’empatia tra allenatore e giocatore. L’empatia arriva con il tempo, quando il coach riesce a mettersi – a livello emotivo –  nei panni dell’atleta, e quando quest’ultimo, non sentendosi giudicato, inizia a fidarsi di lui. A questo punto il processo empatico ha raggiunto il suo scopo. Entrambi devono trovare la chiave, che è quella di trarre soddisfazione per quello che si fa fino al punto di affidarsi l’uno all’altro.

Si tenga conto che non esistono esercizi standardizzati per entrare in empatia con l’atleta, ma esiste la capacità del coach di adattare l’esercizio a seconda della situazione emotiva del giocatore. Attraverso semplici esercizi – come quelli elencati nel seguito – che vengono di routine proposti sui campi, l’allenatore deve saper leggere il “qui ed ora” dell’atleta e di conseguenza saper applicare tutte le varianti all’esercizio stesso per fare in modo che l’atleta si diverta, dia il massimo e rimanga soddisfatto.

a) Esercizio di riscaldamento – L’obiettivo è quello di lavorare sulla mobilità articolare, prima di iniziare il lavoro sul campo. L’atleta, con la racchetta in mano, è posto di fronte al coach il quale gli lancia la pallina: l’atleta deve colpire dapprima con la mano destra, successivamente passare la racchetta alla mano sinistra e colpire e così via dicendo. In alternativa l’atleta può ammortizzare la pallina con la racchetta per poi rilanciarla facendola prima passare intorno al proprio corpo controllando bene l’attrezzo. Nasce così l’intesa che consente di non far cadere la pallina.

Esempio di esercizio di riscaldamento

b) Esercizio di reazione – L’obiettivo è quello di afferrare la pallina e rilanciarla per reagire rapidamente e in modo corretto agli stimoli. L’atleta è sempre posto di fronte al suo coach, il quale colpisce alternativamente la pallina con il dritto e con il rovescio e chiede all’atleta di imitare i propri movimenti, lavorando così sull’empatia corporea, solo dopo aver stoppato la pallina, ponendo attenzione alla rotazione e all’estensione lineare del braccio in entrambi i colpi.

Esempi di esercizi di reazione

c) Esercizio di coordinazione –  Coach ed atleta sono posti su una stessa pedana con le racchette in mano: entrambi ruotano a 360° cercando di palleggiare senza sbagliare. L’obiettivo si raggiunge con dei piccoli spostamenti, attraverso una divertente complicità, sviluppando l’empatia tra allenatore e giocatore.


Fulvio Consoli è dottore in Scienze Sociali, coach GPTCA e membro scientifico della ISMCA. L’autore ha scritto “Un mondo in movimento” (2012) e numerosi altri articoli scientifici. Membro dello staff tecnico del Country Club di Cuneo.

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