Next Gen: alla conquista del mondo, con Shapovalov in testa

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Next Gen: alla conquista del mondo, con Shapovalov in testa

Shapovalov, Auger-Aliassime e il modello canadese. La pazienza di Tsitsipas. La crescita di Moutet e Blancaneaux. La scuola spagnola. Chung e Rublev

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Tracciare un bilancio ragionato della “prima stagione” della Next Gen ATP non è compito agevole. Va ricordato, infatti, che con questa espressione si fa riferimento ai tennisti del circuito di età non superiore a 21 anni che concorrono nell’ambito della classifica dedicata, la “Race to Milan”. Si tratta, perciò, di un universo a dir poco composito, che comprende tanto quei giovani che il circuito maggiore lo frequentano da tempo – vedi Borna Coric e Hyeon Chung, vincitore delle Finali di Milano tanto quei tennisti in erba che ancora orbitano nel circuito Futures e/o si sono appena affacciati al livello Challenger. Quella che va dai 17 ai 21 anni è l’età più densa di incognite e di cambiamenti. Vale per la maggioranza degli sport, e senza dubbio per il tennis. È in quella fase che, talento a parte, a fare la differenza sono le scelte, più o meno oculate, che l’entourage di un giovane compie rispetto al percorso di crescita più idoneo per quel tipo di tennista. Ecco perché parlare di migliori e peggiori nell’ambito di un’etichetta così eterogenea, come la Next Gen, è puramente relativo, né è un dato che può ricavarsi, banalmente, guardando alle posizioni più in alto della Race. Tanto basta per concludere che un bilancio dell’annata dei giovani richiede di andare oltre il dato più immediato del ranking (i primi 7+1 che hanno raggiunto Milano), per essere ponderato rispetto ai punti di partenza e ai percorsi di ciascun tennista.

Alla luce di queste premesse, il 2017 è stato prima di tutto l’anno del tennis canadese, cioè di un modello di lavoro e di organizzazione che sta dando i suoi frutti tutti insieme, sia a livello maschile sia a livello femminile. Straordinaria, per la sua rapidità, è stata l’ascesa di Denis Shapovalov nel ranking mondiale. Non per caso l’ATP ha consegnato al talento mancino nativo di Tel Aviv il premio come “Most Improved Player of the Year” . Non va dimenticato, infatti, che all’inizio dell’anno Shapovalov era n. 250 e giocava a livello Challenger, esprimendo un tennis di grande qualità ma senza risultati di rilievo. Perlomeno fino al torneo di Drummondville, la cui edizione del 2017 è stata simbolicamente molto importante per tutto il tennis canadese. Shapovalov vincerà quel torneo – il primo Challenger della sua carriera – e pochi giorni dopo, a Guadalajara, mancherà il secondo successo consecutivo perdendo in finale con Mirza Basic. Il tempo di compiere 18 anni e comincia la stagione sul rosso. La sua però non decolla mai: tre eliminazioni al primo turno in tre Challenger disputati, quindi l’eliminazione al primo turno di qualificazione del Roland Garros, a conferma che la terra battuta – a dispetto dei due titoli Futures conquistati nel 2016 – è una superficie che per il momento limita il suo tennis fatto di ritmo, esplosività e di quegli anticipi a volte esasperati.

Arriva quindi la stagione sull’erba, superficie su cui Shapovalov lo scorso anno aveva raccolto il più prestigioso dei titoli a livello Junior, a Wimbledon. Al Queen’s, al termine di quello splendido match perso al terzo set con Berdych, si capisce che il ragazzo può competere ai livelli più alti. Si prepara per il Masters 1000 di Montreal, dove è atteso con una wild card, disputando due tornei Challenger e conquistando il suo secondo titolo dell’anno. Da quel momento la storia è nota ai più. Shapovalov raggiunge la semifinale della Rogers Cup sconfiggendo, in serie, Nadal, del Potro e Mannarino, e qualche settimana dopo è l’unico dei 22 Next Gen a superare le qualificazioni per gli US Open, dove si spingerà fino al quarto turno. Sul finale di stagione paga la stanchezza, e forse anche la sbornia, delle settimane precedenti: tutto comprensibile per un talento che nel giro di dieci mesi è riuscito a scalare 200 posizioni del ranking, chiudendo alla numero 51. Si fa strada, prepotentemente, anche Félix Auger-Aliassime, 17 anni compiuti ad agosto, che in un anno di posizioni ne ha scalate 452, passando dalla 614 alla 146, anche grazie alla vittoria di due titoli Challenger, entrambi sul rosso. Il giovane canadese è guardato a vista da Louis Borfiga, direttore del National Tennis Centre di Montréal, l’incubatore dei talenti nazionali. C’è chi, come Raonic, si dice giustamente sbalordito dalle qualità tennistiche di Auger-Aliassime, che ora punta dritto alla top 100, un obiettivo che potrebbe essere raggiunto, come per il connazionale Shapovalov, in modo altrettanto repentino.

 

Un altro nome di questo 2017 è Stefanos Tsitsipas. Meno appariscente, per qualcuno, il suo ingresso nella top 100 del ranking (ora è 91, a inizio anno era 205), ma non per questo meno apprezzabile. Il greco è dotato di un grandissimo talento e di un’eleganza nei gesti che è come una boccata d’aria se si guarda a trecentosessanta gradi il panorama della Next Gen. Fino a oggi, infatti, la sua preoccupazione non è stata quella di imparare a tirare “più forte, più forte e ancora più forte”, ma quella di concentrarsi sulla qualità del suo tennis, sul punto d’impatto, su tutti quei dettagli che contribuiscono all’esecuzione perfetta dei colpi. Il suo è un metodo di lavoro che richiede estrema pazienza. Ed è forse proprio quest’ultima la qualità più spiccata del talento greco. Una pazienza che si riflette, prima di tutto, nella scelta dei tornei da disputare. In questo 2017 non si è fatto mancare nulla: tre Futures sul rosso, diversi Challenger (primo titolo in carriera conquistato a Genova, finale sul cemento di Brest), diverse incursioni nel circuito maggiore, tra wild card sfortunate (vedi Rotterdam, dove ha pescato al primo turno Tsonga) e diversi tabelloni principali conquistati sul campo. La sua prestazione migliore nel circuito maggiore è arrivata a ottobre all’ATP 250 di Anversa, dove ha raggiunto le semifinali. Una pazienza, infine, che traspare puntualmente dalle sue dichiarazioni. Per esempio quando si dice consapevole che ad attenderlo nel circuito maggiore c’è “una lunga sequenza di sconfitte”, che tuttavia non inciderà negativamente sul suo percorso.

In un bilancio annuale della Next Gen, improntato alla qualità tennistica, non si può tacere della crescita di Corentin Moutet. Il suo percorso è analogo a quello di Auger-Aliassime. All’inizio dell’anno il francese classe ’99 partiva dalla posizione n. 533, ora è n. 146. Moutet, lo si è detto più volte in questa rubrica, è il talento più puro della schiera dei giovani talenti d’Oltralpe. E, non per caso, è anche quello che esprime il tennis più raffinato ed eclettico. A differenza della stagione precedente, nel 2017 Moutet si è concentrato quasi esclusivamente sui tornei Challenger (solo tre i Futures disputati, di cui uno vinto), con risultati sempre migliori. Dopo due finali consecutive sul rosso (Como e Siviglia), il primo titolo è arrivato sul cemento di Brest, proprio in finale con Tsitsipas. È luogo comune che Moutet sia intemperante e inaffidabile sul piano della concentrazione. Eppure, chi lo ha visto in questi mesi ha potuto constatare in molti casi un atteggiamento opposto. Basti notare che nella stragrande maggioranza dei match vinti al terzo set Moutet ha ceduto il primo, un “piccolo” dato che però dà la misura di quanto il francese sia fino all’ultimo con la testa dentro il match. Se mai, a differenza di coetanei come Shapovalov, il francese deve lavorare molto sulla muscolatura, che non sembra sufficientemente sviluppata. Passa indubbiamente da qui la sfida, assolutamente alla sua portata, di entrare nelle prime cento posizioni del ranking. Nel bilancio annuale della Next Gen merita una menzione Geoffrey Blancaneaux, vincitore nel 2016 del Roland Garros Juniores, primo francese a riuscirvi dai tempi di Monfils (2004). Blancaneaux, classe ’99, è considerato in ritardo rispetto ai suoi coetanei, ma nel suo entourage il mito della “precocità” è fortemente stigmatizzato e si bada al percorso di crescita del ragazzo senza fare comparazioni. Una crescita che indubbiamente c’è stata se si considera che ha chiuso la stagione con il ranking n. 292 (+345 rispetto a gennaio 2017).

Nella sezione positiva del bilancio della Next Gen va inserita anche una voce, per così dire, collettiva: quella della scuola spagnola, di cui si parla troppo poco ma che sta iniziando a raccogliere i frutti del proprio lavoro e che nel 2017 ha lanciato segnali incoraggianti per i mesi che verranno. Il più giovane del gruppo, Nicola Kuhn, classe 2000 e nativo austriaco, ha chiuso la stagione n. 241 (+546 rispetto a gennaio), collezionando punti a livello Futures e vincendo il suo primo titolo Challenger, a Braunschweig, sulla sua superficie preferita, la terra rossa. Un anno più grande di lui, Alejandro Davidovich Fokina è risalito nel ranking di 394 posizioni in un anno (ora è 465). Il diciottenne di Malaga quest’anno ha conquistato il titolo di Wimbledon Juniores, primo spagnolo nell’era Open a riuscirvi. Chiudono il gruppo i due classe ’97 Jaume Munar e Carlos Taberner, oggi rispettivamente n. 185 e 186, entrambi risaliti di oltre cento posizioni dall’inizio della stagione. I due giocano in pianta stabile nel circuito Challenger, dove hanno fatto incetta di punti: per Taberner due finali consecutive quest’anno; per Munar, invece, primo titolo Challenger sul cemento di Segovia e una finale sulla terra di Rio de Janeiro, persa per ritiro al terzo set con Berlocq.

Prima di chiudere, doverosamente, con chi è arrivato a giocare le finali di Milano, una menzione anche per Miomir Kecmanovic, il diciottenne di Belgrado risalito quest’anno di 600 posizioni e ora n. 207 del ranking; Yibing Wu, ora n. 305, sono le 629 posizioni scalate quest’anno. Il cinese, 18 anni compiuti a ottobre, ha vinto lo US Open Juniores e nelle settimane successive ha raggiunto la semifinale al Challenger di Chengdu, dove è stato eliminato dal “re del circuito” Yen-Hsun Lu, riuscendo però a vendicarsi la settimana successiva in finale al Challenger di Shanghai: il suo primo titolo in carriera. Fra i migliori della nuova generazione c’è anche Matteo Berrettini, ora n. 136, con le 300 posizioni del ranking scalate in un anno, frutto di scelte intelligenti ma anche di una enorme crescita fisica e tennistica. Ben quattro le finali Challenger disputate, di cui soltanto una vinta, sulla terra battuta di San Benedetto.

Infine, Andrey Rublev e Hyeon Chung, sui quali praticamente tutto è stato scritto nelle scorse settimane. Qui si può soltanto suggerire di guardare oltre, se possibile, il primo titolo ATP (il 250 di Umago), i quarti di finale a Flushing Meadows e la finale Next Gen di Milano, per un giudizio più complessivo ed equilibrato della stagione di Rublev. Molto positiva, indubbiamente, ma anche costellata di cadute, a volte sorprendenti. Fra le tante, vengono in mente le eliminazioni alle qualificazioni di Rotterdam (Van De Zandschulp) e Dubai (Millot), al primo turno di Marsiglia, al primo turno delle qualificazioni di Indian Wells (Whittington, 6-3, 6-1) e Cincinnati (Gulbis, 6-2, 6-4); anche la stagione sul rosso, dove è arrivato il primo titolo in carriera, era nata sotto i peggiori auspici con le eliminazioni al primo turno delle qualificazioni di Casablanca (Ward), Montecarlo (Berlocq) e Barcellona (Masur). Questo per dire che siamo sì di fronte a un giocatore di grande qualità, basti osservare l’esecuzione del dritto, ma non ancora affidabile sul piano della continuità delle prestazioni. L’auspicio, e qui ci trasferiamo su un piano più “sentimentale”, è di apprezzare le qualità del suo tennis fino in fondo, perché a volte risultano offuscate da quella brutalità ritenuta oggi evidentemente necessaria ma che non è la sola cifra del suo tennis. Lo si è potuto notare a Halle nel match disputato con il connazionale Khachanov, una partita in un certo senso emblematica della brutalità del tennis di buona parte della Next Gen. Brutale perché non distingue fra superfici, perché antepone sempre il principio della forza, anche nelle situazioni di gioco in cui questo non è necessario. Resta però il fatto che il tennis di Rublev è più pulito, variegato e talentuoso di altri “picchiatori” della nuova generazione.

Infine, Chung. Un’annata in crescita costante, con segnali incoraggianti già agli Australian Open, poi la positiva stagione sul rosso suggellata da quella che per lui è stata “la vittoria più importante della carriera” (al secondo turno di Monaco di Baviera, contro il top 20 Monfils), infine la vittoria a Milano. Non tutti ne apprezzeranno il gioco e lo stile, ma il coreano è uno straordinario esempio di come si può arrivare a raggiungere dei risultati nel tennis. Non si può dimenticare, a stagione finita, il lavoro che Chung ha fatto su sé stesso, nel giro di pochi mesi, per reimpostare due dei colpi fondamentali (servizio e dritto). In particolare il servizio è stato sottoposto a correzioni talmente vistose da apparire un altro colpo rispetto al passato. Il servizio di una volta, pieno di difetti visibili a occhio nudo e dalla meccanica a dir poco arzigogolata, ha fatto posto a un colpo molto più essenziale ed efficace, intorno al quale Chung ha ricostruito la sua rinascita tennistica. E forse anche il suo futuro.

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Feliciano Lopez sulla cancellazione di Madrid: “Il tennis senza vaccino non è molto praticabile”

Il direttore del torneo di Madrid: “Non ha senso correre rischi”. E il futuro è buio: “Quest’anno è perso e il 2021 sarà uguale”

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Feliciano Lopez - US Open 2019 (foto via Twitter, @usopen)

Ormai è il secondo anno per Feliciano Lopez da direttore del torneo di Madrid e questo ruolo di responsabilità è diventato ulteriormente difficile in tempi di coronavirus. Sul campo lo spagnolo è sempre stato un giocatore fumantino che senza troppe cerimonie mostra le proprie emozioni, ma in giacca e cravatta è la serietà a prendere il sopravvento e in nessun modo ha potuto evitare la decisione di annullare il Mutua Madrid Open, in programma dal 12 al 20 di settembre (che era programmato inizialmente in maggio, ed è diventato così il primo torneo ‘bi-cancellato’ del tour). Abbiamo fatto tutto il possibile, ma la situazione sanitaria deve essere la priorità ha detto al quotidiano spagnolo ABC.

“Quando abbiamo deciso che il torneo si sarebbe trasferito a settembre, abbiamo avuto dubbi su cosa sarebbe potuto accadere durante l’estate. Avevamo intuito che con la riapertura delle attività il numero di contagi sarebbe aumentato. Ma pensavamo che si sarebbe potuto controllare e che avremmo potuto giocare. Un mese fa l’abbiamo dato per scontato. Abbiamo pensato che fosse molto ragionevole giocare con il 30% del pubblico, credevamo di poterlo fare. Ma nelle ultime due settimane sono cambiate molte cose.. Lo scenario di Madrid è peggiorato e non possiamo correre rischi. Non ha senso” ha spiegato Lopez durante l’intervista.

Attualmente il tennista si trova a Luarca nel nord della Spagna con la sua famiglia, ma è sempre rimasto in contatto con le personalità politiche interessate alla questione. “Con la Comunità di Madrid abbiamo avuto una comunicazione molto fluida e molto sincera” ha fatto sapere Feliciano, che da loro inizialmente aveva ricevuto l’invito ad annullare il torneo. “La Comunità, voglio chiarire questo aspetto, ci ha aiutato in ogni momento. Quando abbiamo consegnato il protocollo, lo hanno apprezzato e ci hanno detto che tutto ciò che avevamo proposto era molto ragionevole. Quando la situazione è peggiorata, abbiamo parlato con Antonio Zapatero (Vice Ministro della Salute, ndr) e il suo team, e ci hanno messo di fronte alla realtà. È stato lì che ci siamo posti la domanda: che senso ha andare avanti visto come stanno le cose a Madrid?”.

 

L’obiettivo principale è sempre stato quello di ridurre i rischi, ma quando è parso evidente che ciò andava oltre le possibilità degli organizzatori, non c’erano soluzioni alternative alla cancellazione. Del resto, va preservata anche l’immagine del torneo. “Non volevamo correre rischi. Nessuno nell’organizzazione voleva che si parlasse del torneo a causa di un contagio o di un focolaio, ma soprattutto nessuno voleva che le persone si trovassero in una situazione pericolosa. Non volevamo apparire sui giornali o fare notizia a causa di qualsiasi contagio, che si trattasse di giocatori, allenatori o arbitri, né di mettere a rischio lo staff. La cosa principale è proteggere la salute di tutti”.

La decisione del resto è stata condivisa anche da Ion Tiriac, proprietario del Mutua Madrid Open, come ha spiegato Feliciano. “La situazione è stata molto sfavorevole per noi. Questo fine settimana sono stato con Ion Tiriac a Nizza e più tardi l’ho incontrato a Madrid e ha detto: ‘Senti, Feli, non metteremo a rischio la salute di nessuno. Per me, è quella la priorità. Ho questa licenza da 50 anni e mi dispiace molto, ma non posso mettere a rischio la salute di nessuno'”.

Al momento il tennis professionistico è proiettato in Nord-America dove dal 22 agosto a New-York dovrebbe andare in scena la doppietta Masters 1000 e Slam, e Lopez sembra cautamente fiducioso. Penso che negli Stati Uniti si giocherà, ma non vedo la cosa con molta chiarezza. Non è facile. È uno Slam e ci sono 3.000 o 4.000 persone che devono arrivare da tutto il mondo. Vediamo cosa succederà… Ci sono molti giocatori che non vogliono andare, e anche questo è un punto di vista da rispettare (in realtà la maggior parte dei top 100 è iscritta, ndr). Altri hanno bisogno di soldi… però disputare uno Slam in quelle circostanze è un dramma. Capisco anche l’organizzazione, in quanto vi sono molte entrate in denaro per la televisione e altri interessi. Un major può sopravvivere con i diritti televisivi.”

La domanda a questo punto viene spontanea: quando si potrà giocare un torneo… normale, se è vero che bisogna accettare il fatto che al momento si può seguire soltanto una ‘nuova mormalità’? E la risposta purtroppo è altrettanto spontanea quanto lapidaria. Il tennis, senza vaccino, non è molto praticabile. Le persone si concentrano su quest’anno, ma quest’anno è perso. E per quello che verrà, sarà la stessa cosa. Il tour australiano inizia il 1 gennaio e siamo nella stessa situazione. Dobbiamo sopravvivere nel 2021 fino all’uscita del vaccino e nel 2022 ripristinare la normalità. Il tennis soffre molto e ci resta ancora molto tempo. Cosa faranno le persone dopo l’Australia? Vai a Rio de Janeiro? In Argentina? Ad Acapulco? A Miami a marzo? Senza vaccino…” .

Questi puntini di sospensione rappresentano un’incertezza sul futuro condivisibile, e per questo ogni tentativo di ripartenza va ben accolto.

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Nei dintorni di Djokovic

Nei dintorni di Djokovic: la lunga strada di Ivo Karlovic. “A volte non bisogna essere realisti”

Rientrato in Croazia dalla Florida, “Dr. Ivo” ha ricordato le difficoltà di inizio carriera. Con un po’ amarezza (“A mio figlio direi che non ne vale la pena”), ma con la consapevolezza di aver fatto qualcosa di non scontato (“Non è stato un percorso normale”). Ovviamente, senza prendersi troppo sul serio (“Non c’era niente che sapessi fare meglio”)

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Ivo Karlovic - Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Avevamo lasciato Ivo Karlovic a Melbourne, in gennaio, dove alla sua 17° presenza nello Slam australiano aveva conquistato un altro paio di record di longevità. Era diventato il primo over 40 nel main draw australiano da Ken Rosewall nel 1978 e poi, superando al primo turno Pospisil in tre set, anche il primo over 40 a vincere un match del tabellone principale, quarantadue anni dopo il leggendario “Muscle”. In realtà, il tennista zagabrese era sceso in campo ancora in un paio di ATP 250 e infine al Challenger canadese di Calgary – dove al secondo turno il francese Blancaneaux gli aveva tolto la soddisfazione di festeggiare, il giorno dopo, il suo 41° compleanno in campo – prima che la pandemia fermasse il mondo del tennis (e non solo, purtroppo).

Dopo aver trascorso il periodo del lockdown in Florida, dove vive insieme alla moglie Alsi e ai due figli Jada Valentina e Noah, il gigante croato un paio di settimane fa è rientrato in Croazia, dove è stato intervistato dal quotidiano sportivo “Sportske Novosti”. Prima tappa ovviamente la città natale, Zagabria, per riabbracciare genitori e parenti, prima di passare qualche giorno di vacanza al mare, in attesa di decidere quando riprendere l’attività agonistica. “Non ho ancora deciso se andrò allo US Open, nel caso in cui venga disputato. C’è ancora tempo. Vedremo cosa succede”. Per il momento, Ivo, è nella entry list del torneo.

Per uno che non si è ancora stancato di andare in giro per tornei dopo aver iniziato a calcare i campi a livello Challenger al crepuscolo del secolo scorso (era il 29 novembre 1999 quando esordì in India, a Lucknow, battendo il giocatore di casa Mustafa Ghouse, oggi noto per essere l’Amministratore Delegato di JSW Sport, la Divisione sportiva della multinazionale indiana JSW) la risposta alla domanda se il tennis gli è mancato, è stata un pochino  – ma non troppo, conoscendo il gusto per la battuta di Ivosorprendente: “Devo ammettere che il tennis non mi è mancato molto. È bello stare a casa con la famiglia. Abbiamo avuto molto tempo a disposizione e abbiamo potuto fare tante cose che altrimenti non avremmo potuto fare”.

 

Dopo un commento su come siano cambiati i rapporti tra le persone dopo il lockdown (“Dopo qualche tempo, le persone sono tornate a una vita relativamente normale, ma si percepisce l’insicurezza nello stabilire contatti con le altre persone”) al n. 124 del mondo è stata anche chiesta un’opinione sulle varie iniziative a sostegno dei tennisti non di prima fascia, in considerazione delle loro difficoltà economiche a causa dello stop. “Penso che alcuni tennisti abbiano sicuramente bisogno di un aiuto finanziario. E per me, personalmente, è molto bello vedere la solidarietà dei tennisti di vertice nell’aiutare i colleghi meno fortunati”.

Quando si parla di Ivo Karlovic il pensiero va immediatamente al “suo” colpo: il servizio. Logico che sia così, considerato che si tratta del giocatore che ha piazzato più ace di tutti nel circuito ATP –  ben 13.599 in 687 match –  e che sull’efficacia di questo fondamentale ha basato la sua ormai ultraventennale carriera. Ma un best ranking di n. 14 della classifica mondiale, otto tornei ATP vinti e altre undici finali disputate, 369 partite vinte nel circuito maggiore, non sono risultati che si raggiungono solo con il servizio, seppur scagliato da 211 cm di altezza, ma con un impegno e una dedizione al lavoro assoluta. Specie se parliamo di un giocatore che da ragazzo erano veramente in pochissimi a pensare avesse qualche chance di sfondare nel tennis che conta. “Credo che nessuno si aspettasse che raggiungessi la top 100, figuriamoci il 14° posto e vent’anni di carriera professionistica”.

Il famoso servizio di Ivo Karlovic – US Open 2015 (foto: Luca Baldissera)

Chi conosce anche solo un po’ la storia del tennista croato, sa che il percorso di Karlovic per arrivare al tennis che conta non è stato per niente facile. Basterà ricordare come a causa del fallimento dell’attività imprenditoriale del padre il giovane Ivo si trovò a non aver la possibilità di affidarsi ad allenatori costosi o ad accademie e a non poter viaggiare per disputare i tornei in cui avrebbe potuto guadagnare qualcosa, privo anche di un qualsiasi sostegno da parte della Federtennis croata. Persino trovare degli sparring partner era un’impresa: in pochi infatti volevano giocarci assieme, dato che il servizio era già a ottimi livelli mentre gli altri colpi assolutamente no e quindi le sessioni di allenamento con lui erano ritenute poco proficue (una situazione con cui si è ritrovato a convivere anche a livello “pro”).

A queste si aggiungevano le difficoltà nella sfera personale: timido e riservato, Ivo non aveva molte amicizie, anche perché la balbuzie di cui soffriva lo ostacolava nel rapporti con gli altri. E proprio in virtù del suo vissuto, giusto chiedere al gigante croato se abbia dei consigli da dare ad un giovane che desidera diventare un giocatore di tennis (“Beh, molti giovani giocatori con cui mi alleno mi chiedono un consiglio. Soprattutto negli Stati Uniti, dove le persone sono generalmente più disponibili a ricevere consigli”), soprattutto se con lui Madre Natura sembra non essere stata particolarmente generosa quando ha dispensato il talento tennistico. “Nel mio caso hanno giocato un ruolo determinate la mia perseveranza e la mia volontà di allenarmi quando ero giovane. Non ho avuto delle buone condizioni, spesso nemmeno le opportunità, per allenarmi, ma ho lottato in tutti i modi per progredire il più possibile. Nel tennis, a volte, è necessario non essere realisti e perseverare, qualunque cosa accada“.

E se a chiedergli un consiglio fosse suo figlio? “Se decidesse di farlo, lo sosterrei. Perché so che per lui la strada sarebbe più semplice rispetto alla mia. Se dovesse passare tutto quello che ho passato io, gli direi che non ne vale la pena.” Dalle parole di Ivo si percepisce che tanta è stata la fatica e tanti sono stati i bocconi amari ingoiati, ma nel chiedergli quali siano state le maggiori difficoltà, la sua ironia e la sua capacità di sdrammatizzare hanno la meglio. “La cosa che mi ha facilitato nel cercare di sfondare nel tennis mondiale è stato il fatto che non c’era niente che sapessi fare meglio. Per me, in quel momento, era una cosa normale. Non ero consapevole di nient’altro se non dei bisogni fondamentali. Oggi, a volte, ripenso a com’è stato il mio percorso: non è stato normale!”. Una risposta più di tutte, seppur sempre tra il serio e il faceto, fa capire quanto “Dr. Ivo” si sia impegnato per arrivare. Quella alla domanda se abbia mai saltato un allenamento perché non aveva voglia, soprattutto all’inizio della carriera. “Mai, quando ero più giovane. Adesso capita sempre più spesso”.

Interessante anche sapere se secondo lui – un giocatore da vent’anni nel circuito professionistico – fosse più facile diventare uno sportivo di alto livello ai suoi tempi o se sia più facile adesso. “Oggi dal punto di vista logistico-organizzativo tutto funziona molto meglio. Dall’organizzazione del viaggio alle tattiche in campo, dove molte informazioni si possono ottenere anche su You Tube. I bambini si allenano meglio. Quindi da un lato oggi è più facile sistemare le cose che non vanno e raggiungere un certo livello nel tennis, ma dall’altro è più facile per tutti e quindi questo crea più competizione, cioè ci sono molti più tennisti di prima”.

E quale sarà il domani di Ivo Karlovic? Ivo si vede ancora nel tennis il giorno che smetterà di impallinare gli avversari con la prima di servizio? ”Penso che rimarrò sicuramente nel tennis. In che modo… Questa è una domanda a cui devo ancora trovare una risposta. Dipende da dove sceglierò di trascorrere la maggior parte del mio tempo al termine della carriera. Naturalmente ho anche altri interessi, che spero quindi di aver il tempo di approfondire”.  Un’ipotesi è quindi anche quella di allenare. Anni addietro, prima di mettere radici in Florida, Ivo aveva manifestato il desiderio di aprire una propria accademia a Zagabria. Un’idea che sembra non del tutto tramontata, magari spostando la sede al di là dell’Atlantico. “Vedremo a fine carriera”. Anche se, come detto, una decisione su dove la famiglia Karlovic si stabilirà definitivamente una volta che il capofamiglia appenderà la racchetta al chiodo non è stata presa. Sebbene un’idea di massima ci sia già. “La Croazia è un paese bellissimo, e indipendentemente da ciò che la gente dice la qualità della vita è buona. Trascorrerò sicuramente parte dell’anno in Croazia. Allo stato attuale, molto probabilmente il rapporto sarà otto mesi negli Stati Uniti e quattro in Croazia”.

Ma quali doti deve avere, secondo Karlovic, un allenatore? “La cosa più importante è adattarsi al singolo giocatore. Cioè capire come il giocatore recepisce le indicazioni più facilmente. Il tennis è uno sport individuale in cui i livelli di stress sono piuttosto elevati e frequenti. Affrontare tante situazioni stressanti tende a far diventare le persone testarde. Di conseguenza non è facile riuscire a relazionarsi con un tennista”.

Di certo senza quella testardaggine, che lo ha aiutato a non mollare quando in molti gli consigliavano di lasciar perdere, quel timido e silenzioso giovane spilungone del quartiere zagabrese di Salata non si sarebbe ritrovato a battere nel 2003, all’esordio in un tabellone Slam, il campione uscente Lleyton Hewitt al primo turno di Wimbledon (era la prima volta nell’Era Open e la seconda nella storia del torneo – nel 1967 Charlie Pasarell batté Manolo Santana – che il defending champion veniva subito eliminato). Fu la vittoria della svolta: il 24enne Karlovic raggiunse poi il terzo turno e due mesi dopo entrò per la prima volta in top 100, lui che prima di quella edizione dei Championships non era mai nemmeno arrivato tra i primi 150.

Wimbledon 2003, I turno: Ivo Karlovic elimina Lleyton Hewitt, campione in carica (Foto: Getty)

Ma a farci percepire quanto lavoro, quanta dedizione e quanti sacrifici c’erano dietro a quel risultato e a tutti quelli che seguirono, è ancora una volta una risposta semi-seria di Ivo ad un’altra domanda, quella del ricordo della sua prima volta a Church Road, ovviamente lo Slam preferito per un battitore di razza come lui. “Uh, è stato tanto tempo fa. Avevo 21 anni. Persi al terzo turno delle qualificazioni (contro l’attuale capitano di Coppa Davis israeliano, Harel Levy, ndr), giocate su un prato a venti minuti da Wimbledon (in realtà i campi del “The Bank of England Tennis Center” di Roehampton, ndr). Ma dopo quella partita andai a Wimbledon a vedere l’allenamento di Goran (Ivanisevic, ndr). Ma più che all’atmosfera di Wimbledon, ero interessato all’allenamento di Goran”.
Ancora convinti che Ivo Karlovic sia arrivato ai vertici solo perché aveva un gran servizio?

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ATP

Il Mutua Madrid Open non si giocherà nel 2020. E adesso?

L’annuncio sarebbe stato dato da Novak Djokovic nella chat dei rappresentanti dei giocatori.

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Dopo mesi di speranze e tanto lavoro per salvare il salvabile, tutto sembra essere crollato nel breve volgere di pochi giorni per il Mutua Madrid Open. Dopo che alla fine della settimana scorsa il Governo della Comunidad de Madrid aveva chiesto agli organizzatori del combined spagnolo di non disputare il proprio evento a causa del recente aumento di casi di coronavirus in Spagna e nella regione della Capitale iberica, sembra che sia imminente l’annuncio ufficiale della cancellazione del torneo da parte della Super Slam LTD, la società di management di Ion Tiriac che detiene i diritti dell’evento.

Secondo le testate spagnole Marca e ABC, il presidente del Consiglio dei Giocatori dell’ATP, Novak Djokovic, avrebbe comunicato ai suoi colleghi membri sul loro gruppo WhatsApp che il torneo non si disputerà e che la conferma ufficiale arriverà nelle prossime ore.

Il torneo, inizialmente previsto nella prima settimana di maggio, era stato spostato immediatamente dopo la conclusione dello US Open dal 12 al 20 settembre.

 

Già nelle ultime ore il CEO dell’ATP Andrea Gaudenzi, ai microfoni di Supertennis, aveva confermato le difficoltà che si presentavano per la tappa madrilena dei Masters 1000: “Abbiamo ricevuto la notifica dal ministero della Salute della Comunità di Madrid e in questi giorni valuteremo con il board dell’ATP il da farsi, non abbiamo alternative che seguire le indicazioni dei governi. Sarà importante ricevere le esenzioni per consentire ai giocatori di viaggiare dagli Stati Uniti in Europa per giocare i tornei sulla terra”.

Le indicazioni del governo di Madrid erano abbastanza chiare: non veniva chiesto di rivedere i protocolli o di diminuire o eliminare il numero di spettatori da far entrare (che già erano previsti intorno al 30% della capienza consueta), ma si chiedeva direttamente di non disputare l’evento, segno che non ci fosse grande margine di trattativa. Naturalmente le autorità avrebbero il potere di cancellare d’imperio qualunque torneo, di conseguenza il fatto che la prima comunicazione fosse solamente una richiesta aveva lasciato qualche speranza.

Secondo il quotidiano Marca, ATP e WTA avevano raggiunto con il governo spagnolo un accordo che avrebbe consentito ai giocatori e alle giocatrici provenienti da Flushing Meadows di entrare in Spagna senza dover osservare alcuna quarantena, fatto che non è stato ufficialmente non è stato confermato da altre fonti. Nella prima comunicazione “logistica” ai giocatori, la USTA aveva comunicato che era stato ottenuto il permesso dai governi spagnolo e francese per far sì che tutti i tennisti inseriti nelle liste fornite da USTA, ATP e WTA potessero entrare in quei due Paesi UE indipendentemente dalla loro provenienza e nazionalità, ma non erano state date alcune spiegazioni su possibili quarantene.

La questione al momento diventa tutto sommato irrilevante, almeno per quanto concerne l’ingesso in Spagna, ma rimane cruciale per quel che riguarda l’ingresso in Italia, dove è in programma l’IBI di Roma, e in Francia, dove si giocherà il Roland Garros.

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