Next Gen: alla conquista del mondo, con Shapovalov in testa

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Next Gen: alla conquista del mondo, con Shapovalov in testa

Shapovalov, Auger-Aliassime e il modello canadese. La pazienza di Tsitsipas. La crescita di Moutet e Blancaneaux. La scuola spagnola. Chung e Rublev

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Tracciare un bilancio ragionato della “prima stagione” della Next Gen ATP non è compito agevole. Va ricordato, infatti, che con questa espressione si fa riferimento ai tennisti del circuito di età non superiore a 21 anni che concorrono nell’ambito della classifica dedicata, la “Race to Milan”. Si tratta, perciò, di un universo a dir poco composito, che comprende tanto quei giovani che il circuito maggiore lo frequentano da tempo – vedi Borna Coric e Hyeon Chung, vincitore delle Finali di Milano tanto quei tennisti in erba che ancora orbitano nel circuito Futures e/o si sono appena affacciati al livello Challenger. Quella che va dai 17 ai 21 anni è l’età più densa di incognite e di cambiamenti. Vale per la maggioranza degli sport, e senza dubbio per il tennis. È in quella fase che, talento a parte, a fare la differenza sono le scelte, più o meno oculate, che l’entourage di un giovane compie rispetto al percorso di crescita più idoneo per quel tipo di tennista. Ecco perché parlare di migliori e peggiori nell’ambito di un’etichetta così eterogenea, come la Next Gen, è puramente relativo, né è un dato che può ricavarsi, banalmente, guardando alle posizioni più in alto della Race. Tanto basta per concludere che un bilancio dell’annata dei giovani richiede di andare oltre il dato più immediato del ranking (i primi 7+1 che hanno raggiunto Milano), per essere ponderato rispetto ai punti di partenza e ai percorsi di ciascun tennista.

Alla luce di queste premesse, il 2017 è stato prima di tutto l’anno del tennis canadese, cioè di un modello di lavoro e di organizzazione che sta dando i suoi frutti tutti insieme, sia a livello maschile sia a livello femminile. Straordinaria, per la sua rapidità, è stata l’ascesa di Denis Shapovalov nel ranking mondiale. Non per caso l’ATP ha consegnato al talento mancino nativo di Tel Aviv il premio come “Most Improved Player of the Year” . Non va dimenticato, infatti, che all’inizio dell’anno Shapovalov era n. 250 e giocava a livello Challenger, esprimendo un tennis di grande qualità ma senza risultati di rilievo. Perlomeno fino al torneo di Drummondville, la cui edizione del 2017 è stata simbolicamente molto importante per tutto il tennis canadese. Shapovalov vincerà quel torneo – il primo Challenger della sua carriera – e pochi giorni dopo, a Guadalajara, mancherà il secondo successo consecutivo perdendo in finale con Mirza Basic. Il tempo di compiere 18 anni e comincia la stagione sul rosso. La sua però non decolla mai: tre eliminazioni al primo turno in tre Challenger disputati, quindi l’eliminazione al primo turno di qualificazione del Roland Garros, a conferma che la terra battuta – a dispetto dei due titoli Futures conquistati nel 2016 – è una superficie che per il momento limita il suo tennis fatto di ritmo, esplosività e di quegli anticipi a volte esasperati.

Arriva quindi la stagione sull’erba, superficie su cui Shapovalov lo scorso anno aveva raccolto il più prestigioso dei titoli a livello Junior, a Wimbledon. Al Queen’s, al termine di quello splendido match perso al terzo set con Berdych, si capisce che il ragazzo può competere ai livelli più alti. Si prepara per il Masters 1000 di Montreal, dove è atteso con una wild card, disputando due tornei Challenger e conquistando il suo secondo titolo dell’anno. Da quel momento la storia è nota ai più. Shapovalov raggiunge la semifinale della Rogers Cup sconfiggendo, in serie, Nadal, del Potro e Mannarino, e qualche settimana dopo è l’unico dei 22 Next Gen a superare le qualificazioni per gli US Open, dove si spingerà fino al quarto turno. Sul finale di stagione paga la stanchezza, e forse anche la sbornia, delle settimane precedenti: tutto comprensibile per un talento che nel giro di dieci mesi è riuscito a scalare 200 posizioni del ranking, chiudendo alla numero 51. Si fa strada, prepotentemente, anche Félix Auger-Aliassime, 17 anni compiuti ad agosto, che in un anno di posizioni ne ha scalate 452, passando dalla 614 alla 146, anche grazie alla vittoria di due titoli Challenger, entrambi sul rosso. Il giovane canadese è guardato a vista da Louis Borfiga, direttore del National Tennis Centre di Montréal, l’incubatore dei talenti nazionali. C’è chi, come Raonic, si dice giustamente sbalordito dalle qualità tennistiche di Auger-Aliassime, che ora punta dritto alla top 100, un obiettivo che potrebbe essere raggiunto, come per il connazionale Shapovalov, in modo altrettanto repentino.

 

Un altro nome di questo 2017 è Stefanos Tsitsipas. Meno appariscente, per qualcuno, il suo ingresso nella top 100 del ranking (ora è 91, a inizio anno era 205), ma non per questo meno apprezzabile. Il greco è dotato di un grandissimo talento e di un’eleganza nei gesti che è come una boccata d’aria se si guarda a trecentosessanta gradi il panorama della Next Gen. Fino a oggi, infatti, la sua preoccupazione non è stata quella di imparare a tirare “più forte, più forte e ancora più forte”, ma quella di concentrarsi sulla qualità del suo tennis, sul punto d’impatto, su tutti quei dettagli che contribuiscono all’esecuzione perfetta dei colpi. Il suo è un metodo di lavoro che richiede estrema pazienza. Ed è forse proprio quest’ultima la qualità più spiccata del talento greco. Una pazienza che si riflette, prima di tutto, nella scelta dei tornei da disputare. In questo 2017 non si è fatto mancare nulla: tre Futures sul rosso, diversi Challenger (primo titolo in carriera conquistato a Genova, finale sul cemento di Brest), diverse incursioni nel circuito maggiore, tra wild card sfortunate (vedi Rotterdam, dove ha pescato al primo turno Tsonga) e diversi tabelloni principali conquistati sul campo. La sua prestazione migliore nel circuito maggiore è arrivata a ottobre all’ATP 250 di Anversa, dove ha raggiunto le semifinali. Una pazienza, infine, che traspare puntualmente dalle sue dichiarazioni. Per esempio quando si dice consapevole che ad attenderlo nel circuito maggiore c’è “una lunga sequenza di sconfitte”, che tuttavia non inciderà negativamente sul suo percorso.

In un bilancio annuale della Next Gen, improntato alla qualità tennistica, non si può tacere della crescita di Corentin Moutet. Il suo percorso è analogo a quello di Auger-Aliassime. All’inizio dell’anno il francese classe ’99 partiva dalla posizione n. 533, ora è n. 146. Moutet, lo si è detto più volte in questa rubrica, è il talento più puro della schiera dei giovani talenti d’Oltralpe. E, non per caso, è anche quello che esprime il tennis più raffinato ed eclettico. A differenza della stagione precedente, nel 2017 Moutet si è concentrato quasi esclusivamente sui tornei Challenger (solo tre i Futures disputati, di cui uno vinto), con risultati sempre migliori. Dopo due finali consecutive sul rosso (Como e Siviglia), il primo titolo è arrivato sul cemento di Brest, proprio in finale con Tsitsipas. È luogo comune che Moutet sia intemperante e inaffidabile sul piano della concentrazione. Eppure, chi lo ha visto in questi mesi ha potuto constatare in molti casi un atteggiamento opposto. Basti notare che nella stragrande maggioranza dei match vinti al terzo set Moutet ha ceduto il primo, un “piccolo” dato che però dà la misura di quanto il francese sia fino all’ultimo con la testa dentro il match. Se mai, a differenza di coetanei come Shapovalov, il francese deve lavorare molto sulla muscolatura, che non sembra sufficientemente sviluppata. Passa indubbiamente da qui la sfida, assolutamente alla sua portata, di entrare nelle prime cento posizioni del ranking. Nel bilancio annuale della Next Gen merita una menzione Geoffrey Blancaneaux, vincitore nel 2016 del Roland Garros Juniores, primo francese a riuscirvi dai tempi di Monfils (2004). Blancaneaux, classe ’99, è considerato in ritardo rispetto ai suoi coetanei, ma nel suo entourage il mito della “precocità” è fortemente stigmatizzato e si bada al percorso di crescita del ragazzo senza fare comparazioni. Una crescita che indubbiamente c’è stata se si considera che ha chiuso la stagione con il ranking n. 292 (+345 rispetto a gennaio 2017).

Nella sezione positiva del bilancio della Next Gen va inserita anche una voce, per così dire, collettiva: quella della scuola spagnola, di cui si parla troppo poco ma che sta iniziando a raccogliere i frutti del proprio lavoro e che nel 2017 ha lanciato segnali incoraggianti per i mesi che verranno. Il più giovane del gruppo, Nicola Kuhn, classe 2000 e nativo austriaco, ha chiuso la stagione n. 241 (+546 rispetto a gennaio), collezionando punti a livello Futures e vincendo il suo primo titolo Challenger, a Braunschweig, sulla sua superficie preferita, la terra rossa. Un anno più grande di lui, Alejandro Davidovich Fokina è risalito nel ranking di 394 posizioni in un anno (ora è 465). Il diciottenne di Malaga quest’anno ha conquistato il titolo di Wimbledon Juniores, primo spagnolo nell’era Open a riuscirvi. Chiudono il gruppo i due classe ’97 Jaume Munar e Carlos Taberner, oggi rispettivamente n. 185 e 186, entrambi risaliti di oltre cento posizioni dall’inizio della stagione. I due giocano in pianta stabile nel circuito Challenger, dove hanno fatto incetta di punti: per Taberner due finali consecutive quest’anno; per Munar, invece, primo titolo Challenger sul cemento di Segovia e una finale sulla terra di Rio de Janeiro, persa per ritiro al terzo set con Berlocq.

Prima di chiudere, doverosamente, con chi è arrivato a giocare le finali di Milano, una menzione anche per Miomir Kecmanovic, il diciottenne di Belgrado risalito quest’anno di 600 posizioni e ora n. 207 del ranking; Yibing Wu, ora n. 305, sono le 629 posizioni scalate quest’anno. Il cinese, 18 anni compiuti a ottobre, ha vinto lo US Open Juniores e nelle settimane successive ha raggiunto la semifinale al Challenger di Chengdu, dove è stato eliminato dal “re del circuito” Yen-Hsun Lu, riuscendo però a vendicarsi la settimana successiva in finale al Challenger di Shanghai: il suo primo titolo in carriera. Fra i migliori della nuova generazione c’è anche Matteo Berrettini, ora n. 136, con le 300 posizioni del ranking scalate in un anno, frutto di scelte intelligenti ma anche di una enorme crescita fisica e tennistica. Ben quattro le finali Challenger disputate, di cui soltanto una vinta, sulla terra battuta di San Benedetto.

Infine, Andrey Rublev e Hyeon Chung, sui quali praticamente tutto è stato scritto nelle scorse settimane. Qui si può soltanto suggerire di guardare oltre, se possibile, il primo titolo ATP (il 250 di Umago), i quarti di finale a Flushing Meadows e la finale Next Gen di Milano, per un giudizio più complessivo ed equilibrato della stagione di Rublev. Molto positiva, indubbiamente, ma anche costellata di cadute, a volte sorprendenti. Fra le tante, vengono in mente le eliminazioni alle qualificazioni di Rotterdam (Van De Zandschulp) e Dubai (Millot), al primo turno di Marsiglia, al primo turno delle qualificazioni di Indian Wells (Whittington, 6-3, 6-1) e Cincinnati (Gulbis, 6-2, 6-4); anche la stagione sul rosso, dove è arrivato il primo titolo in carriera, era nata sotto i peggiori auspici con le eliminazioni al primo turno delle qualificazioni di Casablanca (Ward), Montecarlo (Berlocq) e Barcellona (Masur). Questo per dire che siamo sì di fronte a un giocatore di grande qualità, basti osservare l’esecuzione del dritto, ma non ancora affidabile sul piano della continuità delle prestazioni. L’auspicio, e qui ci trasferiamo su un piano più “sentimentale”, è di apprezzare le qualità del suo tennis fino in fondo, perché a volte risultano offuscate da quella brutalità ritenuta oggi evidentemente necessaria ma che non è la sola cifra del suo tennis. Lo si è potuto notare a Halle nel match disputato con il connazionale Khachanov, una partita in un certo senso emblematica della brutalità del tennis di buona parte della Next Gen. Brutale perché non distingue fra superfici, perché antepone sempre il principio della forza, anche nelle situazioni di gioco in cui questo non è necessario. Resta però il fatto che il tennis di Rublev è più pulito, variegato e talentuoso di altri “picchiatori” della nuova generazione.

Infine, Chung. Un’annata in crescita costante, con segnali incoraggianti già agli Australian Open, poi la positiva stagione sul rosso suggellata da quella che per lui è stata “la vittoria più importante della carriera” (al secondo turno di Monaco di Baviera, contro il top 20 Monfils), infine la vittoria a Milano. Non tutti ne apprezzeranno il gioco e lo stile, ma il coreano è uno straordinario esempio di come si può arrivare a raggiungere dei risultati nel tennis. Non si può dimenticare, a stagione finita, il lavoro che Chung ha fatto su sé stesso, nel giro di pochi mesi, per reimpostare due dei colpi fondamentali (servizio e dritto). In particolare il servizio è stato sottoposto a correzioni talmente vistose da apparire un altro colpo rispetto al passato. Il servizio di una volta, pieno di difetti visibili a occhio nudo e dalla meccanica a dir poco arzigogolata, ha fatto posto a un colpo molto più essenziale ed efficace, intorno al quale Chung ha ricostruito la sua rinascita tennistica. E forse anche il suo futuro.

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ATP Delray Beach: Opelka, doppio turno e trionfo finale

Reilly Opelka vince semifinale e finale nello stesso giorno e conquista il secondo titolo ATP. Salva un match point contro Milos Raonic

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Reilly Opelka (destra) e Yoshihito Nishioka al Delray Beach Open 2020 (foto Twitter @delraybeachopen)

Nel Delray Beach Open by Vitacost.com la vittoria è andata all’americano Reilly Opelka, n. 54 della classifica ATP, che nella giornata di domenica è stato costretto agli straordinari a causa della pioggia caduta sul sud della Florida sabato sera che ha causato lo spostamento della sua semifinale contro Milos Raonic.

Reilly Opelka – Delray Beach 2020 (foto Twitter @delraybeachopen)

Sceso in campo alle 10.30 del mattino, il giocatore di casa (è originario di West Palm Beach, a poche decine di chilometri dalla sede del torneo) ha rimontato un set di svantaggio al campione canadese annullandogli pure un match point nel tie-break del terzo set, un tie-break dall’andamento molto bizzarro: Opelka è andato prima avanti per 5-0, poi ha subito sei punti consecutivi andando sotto 5-6 e quindi, annullato il match point con il quattordicesimo ace, ha conquistato gli ultimi due punti per portare la partita al terzo set. Lì ha saputo piazzare l’accelerazione decisiva a metà parziale, quando dal 2-3 ha vinto quattro giochi consecutivi mettendo a segno un parziale di 16 punti a 5.

Dopo soltanto poche ore il gigante della Florida (2 metri e 10) è dovuto tornare in campo per la finale contro il giapponese Yoshihito Nishioka (n. 63 ATP) che gli rende ben 40 centimetri d’altezza. Opelka è riuscito ad avere la meglio del nipponico dopo 2 ore e 11 minuti di gioco nelle quali, dopo aver vinto per 7-5 un primo set nel quale è stato quasi sempre in vantaggio, ha perso al foto finish il secondo parziale al tie-break, prima di dilagare nel terzo set nel quale ha ottenuto ben due break lasciando solamente cinque “quindici” nei suoi turni di battuta.

 
Yoshihito Nishioka – Delray Beach 2020 (foto Twitter @delraybeachopen)

Si tratta del secondo titolo in carriera per lo statunitense, dopo quello vinto lo scorso anno al New York Open, che lunedì prossimo salirà di ben 15 posizioni in classifica raggiungendo la posizione n. 39. Anche Nishioka, con la finale ottenuta, guadagnerà 15 posizioni nel ranking arrivando così ad entrare per la prima volta in carriera nei Top 50 assestandosi al n. 48.

Risultati, semifinale:

[4] R. Opelka b. [2] M. Raonic 4-6 7-6(6) 6-3

Risultati, finale:

[4] R. Opelka b. Y. Nishioka 7-5 6-7(4) 6-2

Il tabellone completo

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Si ferma in finale la corsa di Mager, Garin è il campione di Rio de Janeiro

Gianluca Mager ha avuto chance in entrambi i set, ma è stato Cristian Garin a sollevare il trofeo. Best ranking per entrambi la settimana prossima

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Cristian Garin con Gustavo Kuerten alla premiazione di Rio 2020 (foto Twitter @RioOpenOficial)

[3] C. Garin b. [Q] G. Mager 7-6(3) 7-5

Si è chiusa con una sconfitta la settimana magica di Gianluca Mager, ma ci sono tutti i motivi per essere soddisfatti di questo torneo che probabilmente segnerà uno spartiacque nella carriera del 25enne di Sanremo. Partito dalle qualificazioni ha infilato due scalpi di assoluto prestigio (Ruud e Thiem sulla terra sono vittorie di cui andare fieri, anche se nessuno dei due era al meglio della condizione) ed ha portato a casa 320 punti (300 per la finale più 20 per la qualificazione) che lo proiettano al 77° posto della classifica ATP, con la pressoché matematica certezza di entrare in tabellone in tutti i rimanenti tornei dello Slam di quest’anno, oltre ad una chance di giocarsi un posto alle Olimpiadi di Tokyo.

Che Mager potesse partire piuttosto lentamente dopo la grande battaglia vinta in semifinale solo poche ore prima era tutto sommato piuttosto prevedibile, quindi in pochi hanno battuto ciglio quando il ragazzo di Sanremo è andato subito sotto 2-0 contro un avversario che aveva invece chiuso molto velocemente il suo impegno precedente contro Borna Coric. Un po’ meno prevedibile era che il buon Gianluca, una volta presa coscienza della sua presenza in finale, rimontasse da 1-3 a 4-3 e si procurasse addirittura due palle break per il 5-3, principalmente grazie alle sue accelerazioni di rovescio che con quella preparazione così lineare e così minima mascherano meravigliosamente la traiettoria dei colpi.

 

Svanite le tre opportunità per andare a servire per il set, si è arrivati abbastanza tranquillamente al tie-break, nel quale Mager, forse sentendo di dover fare qualcosa di più, ha commesso almeno tre errori non forzati che gli sono costati il set con il punteggio di 7 punti a 3 in 50 minuti.

Gianluca Mager – Rio 2020 (foto Twitter @RioOpenOficial)

Dopo aver perso il primo tie-break del torneo (in precedenza il ligure era a 4 su 4), Mager ha chiesto l’intervento del fisioterapista per farsi massaggiare l’inguine dalla parte della coscia destra, e c’è da chiedersi che mani abbia quel fisioterapista perché Gianluca è riuscito a infilare una striscia di 10 punti consecutivi che lo ha portato in vantaggio per 3-1 con un break ottenuto a zero in grande stile. La pressione di Garin però iniziava ad aumentare: sul 3-2 Mager si salvava dallo 0-40, ma al momento di servire per il set sul 5-4 tre risposte vincenti di Garin rimettevano il set in parità. Il cileno continuava a spingere, e questa volta il serbatoio di Gianluca appariva davvero vuoto: con niente da opporre alla pressione dell’avversario, Mager subiva un parziale di 16 punti a 2 che chiudeva il match dopo 1 ora e 35 minuti.

Prosegue così la striscia di nove vittorie consecutive sulla terra battuta di Cristian Garin, che conquista così il suo secondo titolo dell’anno (il quarto in totale, e il secondo battendo un italiano in finale avendo sconfitto Berrettini a Monaco lo scorso anno) dopo quello di Cordoba due settimane fa e si appresta ad andare nella sua Santiago del Cile per continuare questa cavalcata. Ci arriverà con il nuovo best ranking di n.18 e addirittura come n.4 della Race to London, per far sognare tutti i suoi compatrioti e che sperano di rinverdire i fasti di Nicolas Massu e Fernando Gonzalez alle Olimpiadi di Atene 2004.

Leggi qui la storia di Gianluca Mager

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Non sempre piove sul bagnato: a Rio è stato il carnevale di Gianluca Mager

L’azzurro supera Balazs al terzo set dopo l’interruzione per pioggia di ieri e raggiunge la prima finale ATP in carriera. Qui vi raccontiamo la sua storia

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Gianluca Mager - Rio 2020 (foto Twitter @RioOpenOficial)

Il Rio Open 2020 verrà sicuramente ricordato come il torneo di Gianluca Mager, classe 1994, presentatosi sulla terra brasiliana con una sola vittoria a livello ATP e una classifica da numero 128 del ranking e capace di stupire tutti superando nei quarti di finale il numero 4 del mondo, Dominic Thiem. Una vittoria ancora più importante e degna di nota, perché maturata in due giorni a causa della pioggia insistente che ha costretto gli organizzatori a rinviare il programma di gioco quando l’azzurro era in vantaggio di un set e di un break. Mager però non si è fatto sopraffare dalle emozioni e ha portato a casa la vittoria più importante della carriera, ripetendosi poi – sempre in due atti ma questa volta in tre set – contro Attila Balazs, già battuto nelle qualificazioni, per raggiungere la prima finale in carriera (e un best ranking di numero 77).

Una carriera scelta e intrapresa con pieno coinvolgimento solo a diciotto anni, quindi piuttosto tardi rispetto agli standard degli altri colleghi professionisti. Fino alla maggiore età Gianluca – che ha preso in mano la racchetta a Sanremo quando aveva sette anni – giocava a tennis per divertirsi, tant’è che il suo nome non è mai apparso nelle classifiche ITF degli juniores, e anzi aveva rischiato di compromettere sul nascere la sua carriera a causa di uno sfortunato episodio. A 16 anni, fu infatti squalificato per quattro mesi per aver fumato marijuana ad una festa, lui che all’epoca ancora non giocava tornei professionistici.

Se il nativo di Sanremo ha poi deciso di cambiare idea e di fare della propria passione un lavoro, molti meriti vanno dati a Diego Nargiso che, stregato dal suo potenziale, lo ha spronato a dare il massimo, di nuovo, come prima e più di prima. “Grazie a lui ho ritrovato la passione per il tennis, la voglia di vincere e tutto il resto“, ha ammesso lo stesso Mager in una vecchia intervista apparsa su ‘Il Tennis Italiano’. Non va inoltre sottovalutato l’aiuto della Federazione che lo ha ospitato da fine 2016 e per alcuni mesi del 2017 nel centro federale di Tirrenia, nell’ambito del progetto “Over 18” curato da Umberto Rianna (e che ha coinvolto tra gli altri anche Lorenzo Sonego e Matteo Berrettini).

 

I primi punti ATP arrivano nel luglio 2013 e nei tre-quattro anni successivi la sua attività si limita quasi totalmente ai Futures, con quattro titoli e la soddisfazione di sconfiggere un futuro top 10 e finalista Slam come Daniil Medvedev. Nel 2017 esordisce a livello ATP grazie ad una wild card concessagli dagli organizzatori degli Internazionali d’Italia, ma i crampi gli impediscono di terminare il proprio match contro Aljaz Bedene. Ottiene qualche buon risultato nei Challenger, ma, nonostante l’ottimo servizio e un bel drittone carico, la sua dimensione a cavallo tra il 2017 e il 2018 sembra essere ancora quella di giocatore da Futures.

Il salto di qualità arriva nel 2019 che lo vede sempre più continuo e sempre più protagonista a livello Challenger. La sua bacheca si arricchisce di ben tre titoli, equamente distribuiti durante l’anno, a testimonianza dell’ottima condizione raggiunta: Koblenz a gennaio, Barletta ad aprile e Biella a settembre. A fine stagione Mager centra anche la prima vittoria in un torneo ATP, a Stoccolma contro Pablo Andujar, non certo uno specialista del veloce indoor, ma pur sempre un ex top 40 con quattro trofei ATP all’attivo. Evidenti sembrano i miglioramenti in risposta, che assieme al gioco di volo costituisce una fase del gioco in cui Gianluca si porta dietro i maggiori difetti. In prima linea ci sono il gran servizio e un ottimo dritto carico, con il quale ama prendere in mano l’iniziativa e spesso chiudere il punto. Lo aiuta un fisico piuttosto strutturato, perché Gianluca guarda tutti dall’alto dei suoi 188 centimetri nonostante sulle sue doti fisiche non abbia mai creduto di poter fare grande affidamento (‘dal punto di vista fisico mi sento piuttosto scarso!‘, ebbe a dire nella già citata intervista del 2013).

Gianluca Mager (foto Francesco Peluso)

SETTIMANA SPECIALE – Con questa nuova consapevolezza, il venticinquenne azzurro ha iniziato l’anno senza trovare grandi risultati, ma comunque fiducioso. Attualmente nel suo team ci sono Flavio Cipolla (che allena anche Giannessi) e Matteo Civarolo, che lo seguono nei tornei insieme alla ragazza di Gianluca, Valentine Confalonieri, a sua volta ex tennista professionista. Proprio Civarolo, alla vigilia della sfida contro Thiem, non si è detto sorpreso delle prestazioni del proprio pupillo. “Sinceramente me l’aspettavo“, ha dichiarato a RivieraSport. “Vedendo il livello espresso da Gianluca nei primi tornei dell’anno, soprattutto con Purcell all’Australian Open e con Cuevas a Cordoba. Quelli sono stati due match persi per pochi punti, ma giocati alla grande“. Era solo questione di tempo insomma.

Il carattere di Mager si è fatto vedere anche nella ripresa del match contro Attila Balazs, curiosamente già affrontato e battuto dall’azzurro nelle qualificazioni proprio qui a Rio. La partita, interrotta ieri sul punteggio di 7-6 3-3 in suo favore, non ha brillato per la qualità di gioco e si è maledettamente complicata per Mager, che si è trovato sotto di un break nel terzo set dopo aver perso il secondo 6-4. Il tennista italiano è però stato bravissimo a rimanere attaccato al match, aiutato anche dall’avversario che gli ha regalato il contro-break con due doppi falli. Il capolavoro di Mager è stato il tie-break decisivo (il quinto vinto nel torneo su cinque disputati), dominato 7 punti a 2 grazie ad una ritrovata brillantezza e scioltezza nei colpi.

Dopo poche ore, Gianluca è tornato in campo per disputare la finale contro Christian Garin, che ha superato 6-4 7-5 Borna Coric. Una partita, la più importante della sua carriera, che andava presa con spensieratezza e con la sicurezza di avere molte carte da giocare. Purtroppo Garin ha prevalso in due set, vanificando il vantaggio di 4-2 che il sanremese si era costruito nel secondo set e che sembrava una buona base per portare la partita al terzo. Comunque vada da le cose cambieranno per Mager, perché il suo nuovo ranking potrebbe inevitabilmente influenzare le scelte di programmazione dei prossimi mesi.

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