Mercoledì da leoni: Arnaud Boetsch a Malmö '96

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Mercoledì da leoni: Arnaud Boetsch a Malmö ’96

Le imprese più o meno grandi compiute da tennisti non particolarmente noti al grande pubblico. L’ultima tappa dell’anno è in Svezia. Sembrava tutto pronto per un trionfo casalingo, ma Kulti aveva fatto i conti senza Boetsch…

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Quando, il 30 maggio 1979, Bob Houghton – tecnico inglese del Malmö – sfidò i sorprendenti connazionali del Nottingham Forest nella finale della (allora) Coppa dei Campioni, la Halle 7 del Malmömässan era un cantiere navale in cui la Kockums, azienda a controllo statale, non aveva ancora iniziato a produrre quei sofisticati sottomarini che l’avrebbero resa leader del settore per oltre un decennio.

Diciassette anni dopo, nella prima domenica di dicembre di una stagione sportiva che ebbe nei Giochi Olimpici di Atlanta il suo apice (e all’interno di questi l’impresa sovrumana di Michael Johnson, capace di abbassare a 19”32 il record mondiale dei 200 metri che egli stesso aveva strappato a Mennea qualche settimana prima), all’interno dell’ex cantiere, ora trasformato in un centro convegni che occupa un’area di due ettari, le sorti della Coppa Davis sono nelle mani dei salariati, delle seconde – e terze – scelte, dopo che le prime hanno esaurito il loro ingrato compito. Per la verità, gli unici veri nobili della racchetta presenti alla Mässan Halle sono seduti: sulla panchina riservata al capitano, quello francese; nella tribuna dietro le spalle del giudice di sedia, quello svedese.

Yannick Noah sembra incarnare limiti e grandezza storici della nazionale che rappresenta; lui, eroe di un Roland Garros (1983) passato alla leggenda, è stato richiamato a gran voce alla guida della formazione transalpina sull’onda di quel debutto fulminante che culminò con la conquista dell’insalatiera cinque anni fa in quel di Lione, a sessant’anni (meno uno) dall’ultima volta. Ma, nei minuti antecedenti l’inizio del quinto e decisivo incontro di questo snervante weekend scandinavo, il campione di Sedan si sente sotto assedio, un po’ come l’imperatore Napoleone III nella disastrosa battaglia del 1870 che si svolse proprio in quella località delle Ardenne, al termine della quale venne fatto prigioniero dai prussiani.

 

Stefan Edberg, invece, ci ha provato. Hageskog, il suo capitano, non se l’è sentita di negargli la convocazione pur sapendo che sarebbe stata l’ultima apparizione ufficiale dell’ex numero uno del mondo. Il trentenne di Vastervik aveva annunciato fin dall’inizio del ’96 il ritiro a fine stagione; tuttavia, pur senza alzare alcun trofeo, Edberg era stato capace di rientrare abbondantemente tra i primi venti ATP (adesso era 14) e, comunque, non c’erano poi tutte queste alternative. La vena aurifera gialloblù, quella dei figli, nipoti e pronipoti di Bjorn Borg, stava lentamente per esaurirsi ma le ultime settimane prima della finale avevano rialzato le quotazioni di Magnus Gustafsson, semifinalista a Bercy grazie a due vittorie eccellenti su altrettanti top-10 (Agassi e Ferreira). Ma c’era il solito, annoso problema del doppio a turbare il sonno di Hageskog: scegliere due specialisti affiatati e privarsi di un potenziale buon singolarista o rinunciare a un doppista per avere più chance in singolare?

Se Edberg fosse stato quello dei migliori anni della sua carriera, il problema non si sarebbe nemmeno posto. Invece non è così; il suo fisico è logoro e chiedergli di scendere in campo eventualmente tre volte è improponibile. In Davis spesso, prima di giocare a tennis, si gioca a scacchi e la strategia può essere determinante.

Alla fine la scelta ricade su Bjorkman-Kulti, che giocano insieme anche nel circuito e hanno raggiunto cinque finali in stagione, di cui due vinte. È vero, in semifinale hanno perso con i cechi Korda-Vacek ma in precedenza si erano imposti su Bhupathi-Paes e sembrano poter partire da favoriti contro qualsiasi formazione Noah possa mettere insieme. Invece stavolta la strategia è sbagliata, Guy Forget e Guillaume Raoux portano in dote alla Francia il secondo punto e la Svezia inizia l’ultima giornata con le spalle al muro. Pur nella composta accettazione degli eventi, tipica dei popoli nordici, qualche spiffero critico filtra dalle pareti del già freddo cantiere riadattato e si deposita sul “povero” Hageskog, reo questa volta di non aver impostato tatticamente al meglio la sua coppia e dunque lasciando che Bjorkman andasse a servire più volte rispetto al più concreto Kulti.

Come da regolamento, sono i numeri 1 ad aprire il programma della domenica. Di nuovo, i padroni di casa sono favoriti perché il 22enne Enqvist sul Plexipave della Malmömässan vale certamente più di Pioline. Quella di Cedric è stata una buona stagione ma solo nella prima metà, fino al Roland Garros in cui ha raggiunto i quarti; poi le soddisfazioni si sono fatte via via sempre più rare e la vittoria di venerdì su Edberg, che ha portato in vantaggio la Francia, è stata troppo condizionata dall’infortunio alla caviglia rimediato da Stefan per essere del tutto vera.

Non staremo certo a ricordare in questa occasione come l’atmosfera della Davis sia la migliore possibile per rubare fiato a chi ne ha e donarne invece ai bisognosi. E allora non ci stupiremo se le gambe di Enqvist non rispondono ai comandi e impediscono alla sua già proverbiale potenza di essere tale solo nelle intenzioni o di sfogarsi ben oltre le misure del campo. Nel complesso Cedric non è un cuor di leone ma in Davis, tutto sommato, ha sempre fatto il suo: 10 vittorie nei 13 singolari disputati e una sola autentica macchia, la sconfitta in semifinale con Andrea Gaudenzi sul GreenSet di Nantes a fine settembre.

Quando Pioline chiude il tie-break del secondo set al 18° punto – e ha già incamerato il primo – le possibilità che Enqvist possa rovesciare l’esito della sfida si riducono ulteriormente. Il record di Thomas al quinto set è negativo (3 vinte e 4 perse) e lo sparuto gruppetto di sostenitori gialloblù, che si sono dipinti il volto con i colori della bandiera e indossano riproduzioni di elmetti vichinghi, non è granché di aiuto a ravvivare il fuoco. Meglio, molto meglio il dritto di Enqvist, che inizia a restare dentro i metri quadrati utili e mette in affanno Cedric. Lo svedese infila due 6-4 e pareggia ma nel quinto Pioline torna a comandare le operazioni. L’ospite sale 3-0, viene recuperato ma sul 5-3 serve per l’insalatiera e, pur non sfruttando l’opportunità, non si perde d’animo. Siamo oltre le quattro ore di gioco quando il francese si trova a due punti dal traguardo, avanti 7-6 e 15-30 in risposta. “Ho lottato duramente e non ho mai smesso di crederci” dirà Enqvist in conferenza stampa. Lo scandinavo risale, pareggia e non si ferma più fino al 9-7 che rimanda tutto al quinto match. Lui il suo l’ha fatto, adesso ci devono pensare gli altri.

L’altro in oggetto, dopo interminabili ore passate a testare la condizione della caviglia di Stefan Edberg, è Nicklas Kulti. Per l’ex numero 1 del mondo non è stata una decisione facile. In caso di successo sarebbe la sua quinta Davis – anche se nel 1987 non giocò la finale contro l’India – ma la situazione lo costringe ad anteporre il bene della squadra alla sua ambizione. E poi, inutile negarlo, il tennis di Stefan è delicato come un cristallo di Boemia e anche una crepa sottile, quasi invisibile come una caviglia leggermente in disordine – perché così sembra, altrimenti non sarebbe stato in grado di portare a termine il match della prima giornata – diventa un fattore. Nella testa prima ancora che nel fisico.

Kulti, dunque, preferito a Bjorkman. E un anno dopo, quando Jonas arriverà addirittura alla quarta posizione nel ranking ATP, sarà facile affermare che, forse, lui quella partita non l’avrebbe persa. Ma quello che conta è il presente e il presente di Bjorkman non è una garanzia. Due anni prima, in coppia con Apell, non sbagliò un colpo e fu indispensabile alla squadra che vinse il trofeo; pure le sue performance in singolare hanno aiutato la causa in passato (vittoria al quinto set sia con il danese Fetterlein che con l’indiano Paes). Tuttavia, Nicklas pare più solido e mette sul tavolo il differente bottino nel circuito: 6 finali, di cui la metà vinte, contro la sola (persa) dal compagno.

Poi, diciamocelo, l’avversario è Arnaud Boetsch, non Pete Sampras! Il francese di Meulan ha 27 anni e il suo tennis si addice alla perfezione all’insegnamento, soprattutto nel rovescio a una mano che trasuda eleganza e facilità di esecuzione. Non è un cuor di leone, Arnaud e in Davis – come peraltro nel circuito – ha collezionato sorrisi e lacrime, in prevalenza queste ultime. Nel ’93, sulla terra rossa di Cannes, ha perso in tre set da Paes avviando il crollo transalpino contro l’India; quest’anno, in semifinale, si è fatto battere sul GreenSet di Nantes dall’italiano Furlan ma nella terza giornata ha rimediato portando a casa il punto decisivo contro Gaudenzi. Luci e ombre, insomma, e una pericolosa tendenza a uscire dalle partite senza più rientrarvi e senza apparenti validi motivi.

La vittoria di Enqvist ha fatto cambiare il vento della finale ma la ragione impone una considerazione: sarà Boetsch a condizionare il match perché lui, molto più di Kulti, possiede i colpi per deviarne il corso. Non a caso il transalpino è salito in stagione al suo best-ranking (12) e ha battuto quattro top-10 – tra cui di recente il n°2 Michael Chang a Bercy – ma la metà esatta delle sue sconfitte (14 su 28) sono arrivate contro avversari oltre la cinquantesima posizione mondiale. Di sicuro, caviglia o meno, Arnaud è contento di non doversela vedere con Edberg, che ha sconfitto per la prima e unica volta in marzo a Miami dopo averci perso dieci incontri consecutivi. Con Kulti invece è avanti 2-0 ma è trascorso un lustro ormai e poi quella era terra rossa e c’entra poco o nulla con quanto sta accadendo all’interno della Mälmomässan.

Tra i sostenitori francesi, a salutare la conquista del primo parziale al tie-break (7 punti a 2), c’è anche il funambolico Mansour Bahrami ma ben presto la solidità di Kulti prende il sopravvento e la Svezia si porta a un solo set dalla vittoria (6-2 6-4). La quarta frazione è equilibrata; Nicklas potrebbe chiuderla convertendo la palla-break sul 4-4 ma il transalpino annulla e si torna al gioco decisivo, dove Boetsch ha la meglio procurandosi il mini-break con un passante di rovescio in contro balzo che muore sulla linea laterale sotto gli occhi disperati dello scandinavo. Il francese ha due opportunità per andare al quinto sul 5-3 ma quella buona è la terza: 7-5 e tifosi ospiti in paradiso.

Comunque vada, siamo già nella storia della Davis. Ben 32 delle 83 finali precedenti (una, quella del 1974 tra Sudafrica e India non si disputò) si sono concluse con il punteggio di 3-2 ma nessuna al quinto set della quinta partita. Ci sono state, è vero, tre finali chiuse da incontri al quinto set (Stati Uniti-Gran Bretagna del 1913, Francia-Stati Uniti del 1932 e Australia-Stati Uniti del 1957) ma in ciascuna di quelle occasioni il risultato era acquisito. Qui no. Qui Svezia e Francia sono sul doppio 2-2 e a questo punto il termine pronostico viene abolito. Kulti ha trasmesso una sensazione di maggiore solidità complessiva ma, quando non è riuscito a scrollarsi di dosso il rivale, nei momenti topici dei due arrivi in volata Boetsch ha calato sul tavolo della sfida i suoi assi nascosti.

La quinta frazione è un distillato di tensione emotiva che raggiunge il culmine quando Kulti risponde sullo 0-40 in vantaggio 7-6. Per Boetsch, simpatizzante di Scientology, è il momento di “attaccare chi lo attacca” e far ricredere chi lo ritiene psicologicamente debole. Ma una grossa mano gliela dà l’altro. Il rovescio tradisce Nicklas tre volte sulla strada della gloria: la prima dopo uno scambio, la seconda e la terza direttamente in risposta. Insomma, più che di culto è una questione di Kulti, incapace di domare la pressione.

Adesso sì che è facile vedere la luce di questa contesa infinita. Boetsch resta in scia, si prende il vantaggio nel 17° gioco (9-8) e in quello seguente è lui ad avere tre match-points consecutivi. Kulti gli disinnesca i primi due e sta per restituirgli la malefatta di qualche minuto prima aggredendo la risposta con un rovescio lungo linea che il francese riesce a stento a tenere in campo; a quel punto però lo svedese è costretto a colpire indietreggiando e l’apertura troppo ampia del dritto lo porta ad impattare con una frazione di secondo in ritardo. La palla sfila oltre il fondo e Boetsch ha un paio di secondi per esultare prima di essere seppellito da compagni e capitano.

“Nel ’91 ero là (a Lione, ndr) ma non giocai e mi limitai a sostenere i compagni dalla tribuna. Stavolta ho avuto la possibilità di essere in campo e tutto quello che è successo oggi è fantastico” racconterà Boetsch ai giornalisti, prima di riporre tutto nel cassetto della memoria. Anche lui avrà la sua storia da raccontare ai figli e magari ai nipoti. Da quella sera alla Mälmomässan, Arnaud non avrà più molto da gioire su un campo di tennis. L’anno seguente infilerà una striscia di sconfitte che lo porteranno fuori dai primi 100 del mondo e nel ’98 sarà costretto a frequentare il circuito minore per raccattare qualche punto ma, anche complice un infortunio, nemmeno lì saprà ritrovare le coordinate del suo gioco cristallino. Chiude la carriera al Challenger di Biella, da n°525 ATP, perdendo in due set da Florian Allgauer. È giunto il momento di stare in famiglia, a Ginevra, e dedicarsi ad altro. Adesso Arnaud è direttore della comunicazione dell’azienda Rolex.

E la Svezia? Chiusa quell’infausta finale con Yannick Noah che fece un giro di campo con Edberg sulle spalle per celebrarne degnamente il ritiro, non ci furono rivoluzioni. Hageskog rimase capitano e i gialloblù si ripresero l’insalatiera l’anno dopo giocando sempre in casa e battendo gli Stati Uniti di Sampras e Chang nella finale dello Scandinavium. Nel 1998 invece furono costretti a viaggiare ma il risultato non cambiò: altra vittoria, stavolta battendo l’Italia al Forum di Assago riempito per l’occasione di terra rossa. Enqvist e Larsson, eroi di Goteborg, erano stati sostituiti da Norman e Gustafsson ma il risultato non era cambiato. Anche se non partoriva più numeri uno, il florido ventre svedese sembrava poter garantire altri decenni di gloria e trionfi.

Invece l’anno dopo scivolarono in serie B, sconfitti nei play-off dall’Austria di Hipfl e Koubek. È stato semplicemente un episodio e le semifinali del 2001 e 2007 sembrano confermarlo ma il declino è alle porte: nel 2012 il Belgio spinge la Svezia nel Gruppo 1 e nel 2016 Israele la fa scendere di un altro cerchio nell’inferno della Davis. Adesso, con i fratelli di origine etiope Elias e Mikael Ymer, i gialloblù sono tornati al G1 ma il 36° posto nel ranking dietro a nazioni come la Nuova Zelanda e la Repubblica Dominicana, tanto per fare due nomi, suona davvero malissimo per una squadra che ha disputato 11 finali (di cui 7 consecutive) in sedici anni, vincendone 6. Quasi 7, se Kulti…

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Lo Slam racconta: Australian Open 1953, la grande vittoria del piccolo maestro

Settant’anni fa, nel caldo torrido dell’estate australe, un piccolo uomo che non sbagliava mai entra nella storia del gioco. Non ne uscirà mai più

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Il maestro Caporali, il mio primo istruttore al TC Milano, ci prendeva a pallinate se non piegavamo abbastanza le gambe ma a fine lezione, davanti a una spuma fresca, si faceva perdonare raccontandoci la storia del tennis a puntate. La completezza di Tilden, la leggenda dei Moschettieri di Francia, la breve onnipotenza di Don Budge, l’imbattibilità di Power Jack Kramer e i grandi australiani. Li conosceva tutti e sapeva raccontare, il maestro Caporali. Per lui Ken Rosewall era il migliore di tutti.

Sarà stato il potere dell’imprinting o la mia fervida immaginazione di teenager, del resto eravamo alla fine degli anni ’70, ma quel nome secco e dolce come un grande vino o come uno qualsiasi dei suoi inimitabili rovesci non mi è più uscito dalla testa.

A quei tempi Ken impartiva ancora lezioni ai quattro angoli del mondo, capace ancora fra il ’76 e ’77 di battere Ilie Nastase e Vitas Gerulaitis. Nell’ultimo torneo disputato, il New South Wales Championships, raggiunse la finale a 47 anni. (Qui il direttore Scanagatta ne ha raccontato la storia e gli aneddoti, in occasione dell’86esimo compleanno).

 

Rosewall non fu mai un emotivo, in una carriera eterna nessuno può dire di averlo mai visto andare oltre una smorfia di disappunto e sempre per un suo errore, mai per una decisione dubbia dell’arbitro. A fine viaggio ci piace però pensare che dietro quella scorza indurita dal tempo la sua mente sia volata per un istante a quel magico 1953…

Kenneth Robert Rosewall nacque il 2 novembre 1934 a Sydney, due settimane prima di Lewis Hoad che sarà sempre considerato il suo gemello. Solo anagraficamente però, perché sotto ogni altro aspetto i due furono opposti. In campo Lew era un carro armato che faceva i buchi per terra mentre Ken non superava il metro e settanta e piazzava i colpi su una moneta. Fuori dal campo il biondo Hoad “…era capace di bere tanto grog da irrigare il Nullarbor Plain (regione arida dell’Australia meridionale), Ken non si ubriacò mai”.

Ubaldo Scanagatta insieme a Ken Rosewall (a destra), 8 titoli Slam, e Frank Sedgman (a sinistra), 5 titoli Slam, tutti e 3 indossano la cravatta dell’International Club

Rosewall strinse per la prima volta il manico in cuoio di una racchetta da tennis all’età di tre anni e non ha mollato più la presa, la sua è la storia di un predestinato.

Il padre sega il manico di una racchetta per permettergli di utilizzarla e lo imposta da destrorso nonostante lui sia un mancino naturale. L’apprendistato assume subito un carattere militaresco: sveglia alle quattro del mattino, tre ore prima della scuola e altrettante dopo. Il resto della giornata contro il muro della drogheria di famiglia. I passeggeri della linea bus 57 di Sydney vedono ogni giorno quel piccoletto nero di capelli e olivastro di carnagione palleggiare. Non sbaglia mai.

Tecnicamente non aveva punti deboli eccetto il servizio, che migliorerà costantemente in precisione e profondità per tutta la carriera. Il rovescio invece appartiene di diritto al MoMa di New York. Sì, perché quelle traiettorie secche e abbacinanti, colpite con il piatto corde lievemente aperto, appartengono per acclamazione alla migliore arte moderna del nostro secolo. Un taglio di Fontana sulla tela verde di un campo da tennis.

Si crede erroneamente che all’epoca in Australia si giocasse solo su erba ma in realtà era così solo nei grandi e costosi club privati. Per questo motivo Rosewall, formatosi sui campi in terra comunali, acquisì inizialmente un totale controllo dei colpi di rimbalzo avvicinandosi solo in un secondo momento alla rete. E lo fece così bene da comporre col gemello Hoad una delle coppie più forti di tutti i tempi. Nel 1952 i due diciassettenni giocarono un ottavo di finale epico a Wimbledon contro gli statunitensi Savitt-Mulloy, freschi finalisti di Parigi.

Cinque set di battaglia incruenta, con migliaia di corpi che man mano si affastellavano sugli spalti per assistere al prodigio. I gemelli stregoni inchiodano ai corridoi gli avversari con risposte millimetriche, fuggono avanti e vincono al quinto sopravvivendo a un match point prima del 7-5 finale sottolineato da un ruggito liberatorio del solitamente freddo pubblico d’Albione. Più di un cronista racconta lo sguardo allibito degli yankee per gli angoli impossibili trovati da Ken o le risposte d’incontro di Lew su prime di servizio cannonball.

L’anno seguente Rosewall diventa grande

Lo Slam di inizio anno si gioca sull’erba del Kooyong Stadium, periferia di Melbourne, in quelli che gli aussies chiamano i “ centuries days” con riferimento alla temperatura media di 100 gradi fahrenheit. Sono quasi 38 gradi nostri…

Parliamo di tempi lontani, le tratte aeree si stavano ancora affermando e il viaggio in nave portava via settimane. Nella sua traversata inaugurale per il Grande Slam 1938 Don Budge per ammazzare il tempo si era portato il grammofono e la sua intera collezione di dischi jazz. Per conseguenza i partecipanti al torneo erano in maggioranza australiani ma fra le teste di serie di sett’ant’anni or sono troviamo un discreto pezzo di storia del tennis.

Lewis Hoad, a detta di Kramer e Gonzales – non i primi due che passano per strada – nei giorni di vena era inarrivabile per chiunque; Vic Seixas trionferà a Wimbledon solo pochi mesi dopo e Mervyn Rose sarà un campione Slam sia in singolo che in doppio. C’era anche il nostro Fausto Gardini, che non si spaventava davanti a nulla, figuriamoci giocare in un forno dall’altra parte del mondo.

Il piccolo maestro li mise in fila tutti.

Rosewall gioca un torneo magistrale dal primo momento. Calmo e concentrato, velocissimo e letale arriva alla semifinale contro Seixas perdendo un solo set. Lo statunitense va per i trent’anni ed è classificato al tempo fra i primi tre del mondo ma sta per incontrare la sua nemesi: non lo batterà mai. Ricordate la geniale dichiarazione di Vitas Gerulaitis al termine della vittoria contro Connors al Masters 1979?

“E che serva di lezione a tutti. Nessuno batte Vitas Gerulaitis 17 volte di fila”. Un capolavoro di autoironia degno del miglior Woody Allen.

Lo statunitense è un net-rusher, conquista la rete e la difende con le unghie. Ken lo sa bene, ha iniziato a batterlo l’anno precedente ai campionati americani e non smette certo ora. Serve a Seixas una serie infinita di lob perfetti che cadono mezza spanna prima della linea di fondo alternati a cross corti anticipati che mandano subito in tilt il piano gara dell’avversario. Il terzo set è un’altalena decisiva, i due si scambiano il comando con un break di vantaggio ma alla fine si arriva sul 5 pari. I grandissimi decollano quando conta e improvvisamente Ken, con astuzia volpina, smette di lobbare. Si è accorto che l’altro se li aspetta e ha una posizione più staccata da rete, così in quel fatidico undicesimo gioco lo passa tre volte con cortissimi cross prendendosi il suo servizio e il set.

Il quarto è una formalità, Rosewall vola 5-2, paga un attimo di emozione e chiude 6-4 con il suo segno distintivo, una rasoiata rovescia down the line che alza una nuvoletta di gesso all’incrocio delle righe. Dall’altra parte del tabellone Il gemello Hoad, l’unico che avrebbe realmente potuto battere il Ken di quei giorni, paga uno dei suoi celebri momenti di assenza mentale perdendo presto contro il connazionale Wilderspin in tre set secchi, dopo essere stato in vantaggio 5-1 nel primo e 3-1 nel terzo. Del resto Rex Bellamy, corrispondente per The Times negli anni ’60, aveva perfettamente centrato il punto sulla fondamentale differenza fra i gemelli australiani.

“Lew – scrisse – appariva spesso distratto nei momenti importanti mentre Ken trattava ogni punto come se fosse un match point. Giocava come se un errore non forzato fosse punibile con la morte…”.

E venne il giorno

L’avversario di Ken in finale è il connazionale mancino Mervyn Rose, sopravvissuto a due battaglie sfiancanti nei quarti e in semi contro Richardson e Ayre. Forse per questo l’atto decisivo del torneo si risolve in una marcia trionfale per il nostro, che vince i primi nove giochi consecutivi e chiude 6-0, 6-3, 6-4.

A detta di chi vide l’incontro Rose giocò molto al di sotto delle sue possibilità ma il genio tattico del ragazzo fu ancora una volta decisivo. A sorpresa Ken si trasforma in attaccante, scende continuamente a rete dietro a profondissimi slice sul debole rovescio avversario e quando le parti si invertono fulmina Rose da entrambi i lati.

Poco dopo l’inizio è già finita. “Quel piccolo diavolo avrebbe infilato la pallina nella cruna di un ago oggi…”, dichiarò lo sconfitto amaramente. Errore. Lo avrebbe fatto per i ventisette anni seguenti…

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Roger Federer diventa un’opera d’arte: ecco l’installazione dell’artista Ugo Rondinone

Il campione svizzero sfida la gravità per il nuovo documentario “Portrait of a Champion”, basato sulla composizione dell’artista italo-svizzero Ugo Rondinone

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Roger Federer - Wimbledon 2021 (credit AELTC/Simon Bruty)

Dal ritorno alle passioni giovanili, rimaste per troppo tempo amori confinati nel dimenticatoio, passando per il glamour delle passerelle – in vista dei preparativi del Met Gala – e fino ad arrivare a raffigurare una fonte d’ispirazione per la propria canzone d’esordio; il passo è brevissimo per trasformarsi anche in un’opera d’arte sospeso nell’aria con l’unico aggancio rappresentato da un paio di funi (come riporta La Gazzetta dello Sport).

Davvero, Roger Federer da quando ha appeso la racchetta lo scorso settembre non si sta facendo mancare alcunché vivendo le più svariate esperienze. Dopo l’obbligatoria tappa alla settimana della moda parigina in occasione dell’Haute Couture, il campione svizzero è apparso nel trailer del documentario “Portrait of a Champion” – disponibile per la visione dal 31 gennaio – in cui racconta il percorso personale che lo ha accompagnato durante l’intero iter propedeutico alla realizzazione dell’istallazione: “Burn Shine Fly” dell’artista Ugo Rondinone.

L’IDEA DIETRO L’OPERA – Per dare vita ad una delle sette sculture realizzate dall’artista svizzero di origini italiane, ispiratosi per la creazione di quest’opera ai trapezisti poiché l’idea che voleva trasmettere attraverso questa serie di sculture era quella dell’effetto che viene prodotto quando si è in volo, Federer – il quale nel complesso artistico rappresenta il “Cloud Six“, ovvero la sesta parte della composizione – è stato appeso al soffitto con un’imbracatura in modo tale che il suo corpo potesse venire catturato in diverse pose mediante la tecnologia 3D, provvista di uno scanner ad alta rifinitura.

 

Il 41enne nativo di Basilea ha così dovuto trascorrere innumerevoli ore all’interno di uno stampo, apposito a ricreare una copia esatta del proprio corpo. Il medesimo procedimento è stato poi anche apportato per il viso del 20 volte campione Slam dopo averlo necessariamente ricoperto di silicone: “Penso che quando si hanno 41 anni e si è in viaggio da ben venti, avere l’opportunità di lavorare con qualcuno come Ugo è un qualcosa di entusiasmante perché ti porta completamente fuori dalla realtà per catapultarti in un altro mondo” – queste le parole di Roger, a commento della serata indetta per annunciare l’uscita ufficiale del documentario, per poi chiosare – “Forse è un mondo in cui non mi sento così a mio agio ma perché per me l’arte è nuova e ho per questo ancora tanto da imparare su di essa… L’arte è qualcosa che mi entusiasma davvero tanto e voglio saperne sempre di più poiché sono una persona molto curiosa della vita, e quindi di tutti i suoi aspetti“.

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Flash

Federer torna a sciare dopo 15 anni e Lindsey Vonn lo incoraggia

Su Instagram, Roger Federer documenta il ritorno alla pratica di una disciplina sportiva da sempre sua grande passione

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Roger Federer a Venezia (Twitter - @rogerfederer)
Roger Federer a Venezia (Twitter - @rogerfederer)

E’ bello tornare sulle piste dopo quindici anni“, con tanto di hashtag: nuovi inizi.

Nonostante l’intero mondo del tennis sia pienamente concentrato sul primo Slam dell’anno in quel di Melbourne, un post pubblicato su un account Instagram accompagnato dalla didascalia che fà da incipit al nostro articolo non poteva lasciare indifferenti gli appassionati della racchetta.

Questo perché il protagonista di tale condivisione via social è un’assoluta icona planetaria – ultimamente è stato annunciato che presiederà il Met Gala in compagnia di Penelope Cruz e Dua Lipa che è stata in grado di sconvolgere e segnare il mappamondo tennistico come nessuno prima di lui, ovviamente stiamo parlando di Roger Federer.

 

Il campionissimo svizzero, pur avendo oramai posto fine alla propria carriera da diversi mesi, fa – e farà – sempre notizia. Così come, allo stesso modo, è inconfutabile la seguente tesi: la passione che avverte per lo sport, il 20 volte vincitore di un Major travalica i confini della disciplina che lo ha visto regnare per quasi un ventennio.

Una profonda ammirazione per il gioco, qualsiasi esso sia, che è facilmente riscontrabile nelle antiche passioni del 41enne di Basilea. Infatti dopo averlo visto a Dubai con il suo ex coach e grande amico Severin Luthi cimentarsi nella disciplina più in voga degli ultimi anni, il padel, (per i puritani del nostro sport, questo avvenimento è stato raccapricciante oltre che un atto barbaro all’eleganza tennistica che Roger rappresenta), è ritornato a praticare uno dei suoi primissimi amori: lo sci.

Federer fin da giovanissimo ha frequentato le piste da scii, prima di optare definitivamente per il tennis. Purtroppo però, anche e soprattutto a causa del grave infortunio che subì alla schiena dovette interrompere questo suo hobby e rinunciarvi per un lasso di tempo davvero lungo. Finalmente però ora, appesa la racchetta, può ricominciare da dove aveva lasciato pur comunque dovendolo fare gradualmente. Dopo le operazioni al ginocchio, difatti, almeno per il momento non può sciare sui percorsi più articolati e complessi poiché le sollecitazioni alle articolazioni a cui andrebbe incontro sarebbero ancora troppo pesanti da sopportare senza rischiare un nuovo infortunio. Non a caso poco dopo il ritiro dichiarò: “Ho un pò di paura nel praticare altri sport, perché il mio ginocchio non sta ancora benissimo“.

Il processo per tornare a sciare a pieno regime è dunque ancora lungo, tuttavia alcuni commenti al suo post potrebbero averlo ulteriormente motivato in questa sua personale sfida. Due leggende dello scii alpino del calibro della statunitense Lindsey Vonn e del connazionale Beat Feuz – entrambi ori olimpici nella discesa libera, la prima a Vancouver 2010 mentre il secondo a Pechino 2022 – gli hanno dedicato questi messaggi di sprono: “Dai Roger, è come guidare la bicicletta“, “C’è un posto disponibile nel tuo team?“.

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