Mercoledì da leoni: Arnaud Boetsch a Malmö '96

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Mercoledì da leoni: Arnaud Boetsch a Malmö ’96

Le imprese più o meno grandi compiute da tennisti non particolarmente noti al grande pubblico. L’ultima tappa dell’anno è in Svezia. Sembrava tutto pronto per un trionfo casalingo, ma Kulti aveva fatto i conti senza Boetsch…

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Quando, il 30 maggio 1979, Bob Houghton – tecnico inglese del Malmö – sfidò i sorprendenti connazionali del Nottingham Forest nella finale della (allora) Coppa dei Campioni, la Halle 7 del Malmömässan era un cantiere navale in cui la Kockums, azienda a controllo statale, non aveva ancora iniziato a produrre quei sofisticati sottomarini che l’avrebbero resa leader del settore per oltre un decennio.

Diciassette anni dopo, nella prima domenica di dicembre di una stagione sportiva che ebbe nei Giochi Olimpici di Atlanta il suo apice (e all’interno di questi l’impresa sovrumana di Michael Johnson, capace di abbassare a 19”32 il record mondiale dei 200 metri che egli stesso aveva strappato a Mennea qualche settimana prima), all’interno dell’ex cantiere, ora trasformato in un centro convegni che occupa un’area di due ettari, le sorti della Coppa Davis sono nelle mani dei salariati, delle seconde – e terze – scelte, dopo che le prime hanno esaurito il loro ingrato compito. Per la verità, gli unici veri nobili della racchetta presenti alla Mässan Halle sono seduti: sulla panchina riservata al capitano, quello francese; nella tribuna dietro le spalle del giudice di sedia, quello svedese.

Yannick Noah sembra incarnare limiti e grandezza storici della nazionale che rappresenta; lui, eroe di un Roland Garros (1983) passato alla leggenda, è stato richiamato a gran voce alla guida della formazione transalpina sull’onda di quel debutto fulminante che culminò con la conquista dell’insalatiera cinque anni fa in quel di Lione, a sessant’anni (meno uno) dall’ultima volta. Ma, nei minuti antecedenti l’inizio del quinto e decisivo incontro di questo snervante weekend scandinavo, il campione di Sedan si sente sotto assedio, un po’ come l’imperatore Napoleone III nella disastrosa battaglia del 1870 che si svolse proprio in quella località delle Ardenne, al termine della quale venne fatto prigioniero dai prussiani.

 

Stefan Edberg, invece, ci ha provato. Hageskog, il suo capitano, non se l’è sentita di negargli la convocazione pur sapendo che sarebbe stata l’ultima apparizione ufficiale dell’ex numero uno del mondo. Il trentenne di Vastervik aveva annunciato fin dall’inizio del ’96 il ritiro a fine stagione; tuttavia, pur senza alzare alcun trofeo, Edberg era stato capace di rientrare abbondantemente tra i primi venti ATP (adesso era 14) e, comunque, non c’erano poi tutte queste alternative. La vena aurifera gialloblù, quella dei figli, nipoti e pronipoti di Bjorn Borg, stava lentamente per esaurirsi ma le ultime settimane prima della finale avevano rialzato le quotazioni di Magnus Gustafsson, semifinalista a Bercy grazie a due vittorie eccellenti su altrettanti top-10 (Agassi e Ferreira). Ma c’era il solito, annoso problema del doppio a turbare il sonno di Hageskog: scegliere due specialisti affiatati e privarsi di un potenziale buon singolarista o rinunciare a un doppista per avere più chance in singolare?

Se Edberg fosse stato quello dei migliori anni della sua carriera, il problema non si sarebbe nemmeno posto. Invece non è così; il suo fisico è logoro e chiedergli di scendere in campo eventualmente tre volte è improponibile. In Davis spesso, prima di giocare a tennis, si gioca a scacchi e la strategia può essere determinante.

Alla fine la scelta ricade su Bjorkman-Kulti, che giocano insieme anche nel circuito e hanno raggiunto cinque finali in stagione, di cui due vinte. È vero, in semifinale hanno perso con i cechi Korda-Vacek ma in precedenza si erano imposti su Bhupathi-Paes e sembrano poter partire da favoriti contro qualsiasi formazione Noah possa mettere insieme. Invece stavolta la strategia è sbagliata, Guy Forget e Guillaume Raoux portano in dote alla Francia il secondo punto e la Svezia inizia l’ultima giornata con le spalle al muro. Pur nella composta accettazione degli eventi, tipica dei popoli nordici, qualche spiffero critico filtra dalle pareti del già freddo cantiere riadattato e si deposita sul “povero” Hageskog, reo questa volta di non aver impostato tatticamente al meglio la sua coppia e dunque lasciando che Bjorkman andasse a servire più volte rispetto al più concreto Kulti.

Come da regolamento, sono i numeri 1 ad aprire il programma della domenica. Di nuovo, i padroni di casa sono favoriti perché il 22enne Enqvist sul Plexipave della Malmömässan vale certamente più di Pioline. Quella di Cedric è stata una buona stagione ma solo nella prima metà, fino al Roland Garros in cui ha raggiunto i quarti; poi le soddisfazioni si sono fatte via via sempre più rare e la vittoria di venerdì su Edberg, che ha portato in vantaggio la Francia, è stata troppo condizionata dall’infortunio alla caviglia rimediato da Stefan per essere del tutto vera.

Non staremo certo a ricordare in questa occasione come l’atmosfera della Davis sia la migliore possibile per rubare fiato a chi ne ha e donarne invece ai bisognosi. E allora non ci stupiremo se le gambe di Enqvist non rispondono ai comandi e impediscono alla sua già proverbiale potenza di essere tale solo nelle intenzioni o di sfogarsi ben oltre le misure del campo. Nel complesso Cedric non è un cuor di leone ma in Davis, tutto sommato, ha sempre fatto il suo: 10 vittorie nei 13 singolari disputati e una sola autentica macchia, la sconfitta in semifinale con Andrea Gaudenzi sul GreenSet di Nantes a fine settembre.

Quando Pioline chiude il tie-break del secondo set al 18° punto – e ha già incamerato il primo – le possibilità che Enqvist possa rovesciare l’esito della sfida si riducono ulteriormente. Il record di Thomas al quinto set è negativo (3 vinte e 4 perse) e lo sparuto gruppetto di sostenitori gialloblù, che si sono dipinti il volto con i colori della bandiera e indossano riproduzioni di elmetti vichinghi, non è granché di aiuto a ravvivare il fuoco. Meglio, molto meglio il dritto di Enqvist, che inizia a restare dentro i metri quadrati utili e mette in affanno Cedric. Lo svedese infila due 6-4 e pareggia ma nel quinto Pioline torna a comandare le operazioni. L’ospite sale 3-0, viene recuperato ma sul 5-3 serve per l’insalatiera e, pur non sfruttando l’opportunità, non si perde d’animo. Siamo oltre le quattro ore di gioco quando il francese si trova a due punti dal traguardo, avanti 7-6 e 15-30 in risposta. “Ho lottato duramente e non ho mai smesso di crederci” dirà Enqvist in conferenza stampa. Lo scandinavo risale, pareggia e non si ferma più fino al 9-7 che rimanda tutto al quinto match. Lui il suo l’ha fatto, adesso ci devono pensare gli altri.

L’altro in oggetto, dopo interminabili ore passate a testare la condizione della caviglia di Stefan Edberg, è Nicklas Kulti. Per l’ex numero 1 del mondo non è stata una decisione facile. In caso di successo sarebbe la sua quinta Davis – anche se nel 1987 non giocò la finale contro l’India – ma la situazione lo costringe ad anteporre il bene della squadra alla sua ambizione. E poi, inutile negarlo, il tennis di Stefan è delicato come un cristallo di Boemia e anche una crepa sottile, quasi invisibile come una caviglia leggermente in disordine – perché così sembra, altrimenti non sarebbe stato in grado di portare a termine il match della prima giornata – diventa un fattore. Nella testa prima ancora che nel fisico.

Kulti, dunque, preferito a Bjorkman. E un anno dopo, quando Jonas arriverà addirittura alla quarta posizione nel ranking ATP, sarà facile affermare che, forse, lui quella partita non l’avrebbe persa. Ma quello che conta è il presente e il presente di Bjorkman non è una garanzia. Due anni prima, in coppia con Apell, non sbagliò un colpo e fu indispensabile alla squadra che vinse il trofeo; pure le sue performance in singolare hanno aiutato la causa in passato (vittoria al quinto set sia con il danese Fetterlein che con l’indiano Paes). Tuttavia, Nicklas pare più solido e mette sul tavolo il differente bottino nel circuito: 6 finali, di cui la metà vinte, contro la sola (persa) dal compagno.

Poi, diciamocelo, l’avversario è Arnaud Boetsch, non Pete Sampras! Il francese di Meulan ha 27 anni e il suo tennis si addice alla perfezione all’insegnamento, soprattutto nel rovescio a una mano che trasuda eleganza e facilità di esecuzione. Non è un cuor di leone, Arnaud e in Davis – come peraltro nel circuito – ha collezionato sorrisi e lacrime, in prevalenza queste ultime. Nel ’93, sulla terra rossa di Cannes, ha perso in tre set da Paes avviando il crollo transalpino contro l’India; quest’anno, in semifinale, si è fatto battere sul GreenSet di Nantes dall’italiano Furlan ma nella terza giornata ha rimediato portando a casa il punto decisivo contro Gaudenzi. Luci e ombre, insomma, e una pericolosa tendenza a uscire dalle partite senza più rientrarvi e senza apparenti validi motivi.

La vittoria di Enqvist ha fatto cambiare il vento della finale ma la ragione impone una considerazione: sarà Boetsch a condizionare il match perché lui, molto più di Kulti, possiede i colpi per deviarne il corso. Non a caso il transalpino è salito in stagione al suo best-ranking (12) e ha battuto quattro top-10 – tra cui di recente il n°2 Michael Chang a Bercy – ma la metà esatta delle sue sconfitte (14 su 28) sono arrivate contro avversari oltre la cinquantesima posizione mondiale. Di sicuro, caviglia o meno, Arnaud è contento di non doversela vedere con Edberg, che ha sconfitto per la prima e unica volta in marzo a Miami dopo averci perso dieci incontri consecutivi. Con Kulti invece è avanti 2-0 ma è trascorso un lustro ormai e poi quella era terra rossa e c’entra poco o nulla con quanto sta accadendo all’interno della Mälmomässan.

Tra i sostenitori francesi, a salutare la conquista del primo parziale al tie-break (7 punti a 2), c’è anche il funambolico Mansour Bahrami ma ben presto la solidità di Kulti prende il sopravvento e la Svezia si porta a un solo set dalla vittoria (6-2 6-4). La quarta frazione è equilibrata; Nicklas potrebbe chiuderla convertendo la palla-break sul 4-4 ma il transalpino annulla e si torna al gioco decisivo, dove Boetsch ha la meglio procurandosi il mini-break con un passante di rovescio in contro balzo che muore sulla linea laterale sotto gli occhi disperati dello scandinavo. Il francese ha due opportunità per andare al quinto sul 5-3 ma quella buona è la terza: 7-5 e tifosi ospiti in paradiso.

Comunque vada, siamo già nella storia della Davis. Ben 32 delle 83 finali precedenti (una, quella del 1974 tra Sudafrica e India non si disputò) si sono concluse con il punteggio di 3-2 ma nessuna al quinto set della quinta partita. Ci sono state, è vero, tre finali chiuse da incontri al quinto set (Stati Uniti-Gran Bretagna del 1913, Francia-Stati Uniti del 1932 e Australia-Stati Uniti del 1957) ma in ciascuna di quelle occasioni il risultato era acquisito. Qui no. Qui Svezia e Francia sono sul doppio 2-2 e a questo punto il termine pronostico viene abolito. Kulti ha trasmesso una sensazione di maggiore solidità complessiva ma, quando non è riuscito a scrollarsi di dosso il rivale, nei momenti topici dei due arrivi in volata Boetsch ha calato sul tavolo della sfida i suoi assi nascosti.

La quinta frazione è un distillato di tensione emotiva che raggiunge il culmine quando Kulti risponde sullo 0-40 in vantaggio 7-6. Per Boetsch, simpatizzante di Scientology, è il momento di “attaccare chi lo attacca” e far ricredere chi lo ritiene psicologicamente debole. Ma una grossa mano gliela dà l’altro. Il rovescio tradisce Nicklas tre volte sulla strada della gloria: la prima dopo uno scambio, la seconda e la terza direttamente in risposta. Insomma, più che di culto è una questione di Kulti, incapace di domare la pressione.

Adesso sì che è facile vedere la luce di questa contesa infinita. Boetsch resta in scia, si prende il vantaggio nel 17° gioco (9-8) e in quello seguente è lui ad avere tre match-points consecutivi. Kulti gli disinnesca i primi due e sta per restituirgli la malefatta di qualche minuto prima aggredendo la risposta con un rovescio lungo linea che il francese riesce a stento a tenere in campo; a quel punto però lo svedese è costretto a colpire indietreggiando e l’apertura troppo ampia del dritto lo porta ad impattare con una frazione di secondo in ritardo. La palla sfila oltre il fondo e Boetsch ha un paio di secondi per esultare prima di essere seppellito da compagni e capitano.

“Nel ’91 ero là (a Lione, ndr) ma non giocai e mi limitai a sostenere i compagni dalla tribuna. Stavolta ho avuto la possibilità di essere in campo e tutto quello che è successo oggi è fantastico” racconterà Boetsch ai giornalisti, prima di riporre tutto nel cassetto della memoria. Anche lui avrà la sua storia da raccontare ai figli e magari ai nipoti. Da quella sera alla Mälmomässan, Arnaud non avrà più molto da gioire su un campo di tennis. L’anno seguente infilerà una striscia di sconfitte che lo porteranno fuori dai primi 100 del mondo e nel ’98 sarà costretto a frequentare il circuito minore per raccattare qualche punto ma, anche complice un infortunio, nemmeno lì saprà ritrovare le coordinate del suo gioco cristallino. Chiude la carriera al Challenger di Biella, da n°525 ATP, perdendo in due set da Florian Allgauer. È giunto il momento di stare in famiglia, a Ginevra, e dedicarsi ad altro. Adesso Arnaud è direttore della comunicazione dell’azienda Rolex.

E la Svezia? Chiusa quell’infausta finale con Yannick Noah che fece un giro di campo con Edberg sulle spalle per celebrarne degnamente il ritiro, non ci furono rivoluzioni. Hageskog rimase capitano e i gialloblù si ripresero l’insalatiera l’anno dopo giocando sempre in casa e battendo gli Stati Uniti di Sampras e Chang nella finale dello Scandinavium. Nel 1998 invece furono costretti a viaggiare ma il risultato non cambiò: altra vittoria, stavolta battendo l’Italia al Forum di Assago riempito per l’occasione di terra rossa. Enqvist e Larsson, eroi di Goteborg, erano stati sostituiti da Norman e Gustafsson ma il risultato non era cambiato. Anche se non partoriva più numeri uno, il florido ventre svedese sembrava poter garantire altri decenni di gloria e trionfi.

Invece l’anno dopo scivolarono in serie B, sconfitti nei play-off dall’Austria di Hipfl e Koubek. È stato semplicemente un episodio e le semifinali del 2001 e 2007 sembrano confermarlo ma il declino è alle porte: nel 2012 il Belgio spinge la Svezia nel Gruppo 1 e nel 2016 Israele la fa scendere di un altro cerchio nell’inferno della Davis. Adesso, con i fratelli di origine etiope Elias e Mikael Ymer, i gialloblù sono tornati al G1 ma il 36° posto nel ranking dietro a nazioni come la Nuova Zelanda e la Repubblica Dominicana, tanto per fare due nomi, suona davvero malissimo per una squadra che ha disputato 11 finali (di cui 7 consecutive) in sedici anni, vincendone 6. Quasi 7, se Kulti…

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Scene di famiglia in Canada: Aliassime suona il pianoforte prima della sua festa a sorpresa, Maria si allena con le figlie

Felix Auger-Aliassime si destreggia eccome anche con la musica, Tatjana Maria ha due nuovi piccoli membri nel team

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Felix Auger-Aliassime al pianoforte - Montreal 2022

I primi giorni di agosto sono particolarmente ricchi sotto l’aspetto dei compleanni nel mondo tennistico, e dopo quello di Roger Federer (celebrato a dovere dal campione svizzero capace di far emozionare il piccolo Zizou), e di Rod Laver (che in regalo ha ricevuto due top10), è toccato anche a Felix Auger-Aliassime. Il tennista canadese ha festeggiato l’8 agosto il suo 22esimo compleanno proprio durante il torneo di casa, e gli organizzatori hanno pensato bene di preparargli una sorpresa. Inizialmente il n.9 del mondo Aliassime si era preparato per una esibizione al pianoforte – strumento dove si destreggia egregiamente – al fianco della compositrice Alexandra Stréliski. Dopo qualche pezzo, i due hanno iniziato ad intonare ‘Tanti auguri a te’… e a quel punto tutti gli amici e parenti del tennista sono usciti allo scoperto, suscitando non poca emozione nel giovane tennista. Preso dalle lacrime, Felix ha ringraziato tutti prima di procedere ai festeggiamenti.

A quanto pare il torneo National Bank Open non vuole essere avaro di situazioni emotive in questa edizione; e mentre a Montreal andava in scena la festa di Aliassime, a Toronto Tatjana Maria si allenava con il prezioso aiuto delle sue due figlie, Charlotte, nove anni, e Cecilia, uno.

 

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Umago Stories 4: “So cosa hai fatto l’estate scorsa”

Cancellato nel 2020, il Croatia Open è tornato nel luglio 2021: ma in che vesti? In ritardo di un anno (o abbastanza puntuali), tornano le storie a margine dell’ATP 250 sulla riva orientale dell’Adriatico

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ATP Umago – All'esterno dei campi esterni (foto MS)

Umago Stories

Umago Stories 2

Umago Stories 3

 

Domanda scaduta

Sono passati sette giorni dalla finale di Wimbledon raggiunta da Matteo Berrettini quando sul campo da tennis ti domandano perché tu non sia a Umago a vederti un Cobolli-Altmaier in azione proprio in quel momento. Non hai una buona risposta. Pensi anzi che vorresti essere là anche per Holger Vitus Nodskov Rune e chiedergli se, all’anagrafe, i suoi genitori o l’impiegato si siano dimenticati di mettere la virgola dopo Holger e così deve andare in giro con un numero insensato di nomi. E, in ogni caso, se la tendenza è di abbreviare come insegna Sir Andrew Barron Murray, quell’Holger Vitus eccetera vuole essere un vezzo distintivo oppure si è registrato “al completo” presso l’ATP per rompere le scatole a chi ne scrive? Scrive di lui, non delle scatole. Il problema di base è però la regola del Croatia Open 2021 “no media on site”, niente scrittori di tennis sul posto: ecco perché non sei là. Non che ciò ti impedisca di andarci come spettatore, in effetti. Deciderai con calma, mentre per la tua domanda al giovane danese ci sarà un’altra occasione. No, non ci sarà, perché in novembre si libererà di un paio di nomi diventando semplicemente Holger Rune. Anche se è quello che auspicavi dall’inizio, sospetti che l’abbia fatto solo per privarti del piacere di esibire l’arguta domanda.

Invisibile ma non abbastanza

Hai preparato praticamente tutto e riempito l’auto la sera prima, ti sei alzato ragionevolmente presto, eppure imbocchi l’autostrada quando è ormai mezzogiorno. Destinazione Umago. Gli incontri iniziano alle 16.30, non vuoi perderne neanche un minuto eppure ti permetti una sosta in stile Aldo di Aldo Giovanni e Giacomo in homeriano ritardo nel film Chiedimi se sono felice. La decisione di partire presa una dozzina di ore prima implica il pernottamento in campeggio e relativo uso della tenda “getta e usa” che getti all’ombra di un grosso albero quando stanno per scoccare le 16. Voli nella doccia, i cui socialmente inderogabili nonché benefici effetti saranno poco dopo vanificati dai cinque minuti di attesa al sole davanti alla biglietteria – il tempo necessario alla coppia entrata prima di te per compiere chissà quale complessa e certamente oscura operazione. Da dietro il banco, la ragazza ti dice che la tribuna ovest è sold out e dovrai perciò abbronzarti il lato sinistro del viso appollaiato nelle vicinanze della telecamera principale. Durante i cambi campo del match tra il mancino italico e il gallo monomane, getti lo sguardo oltre il parapetto verso il doppio in corso sul campo 1 in modo da prendere il sole anche sulla guancia destra. Il match sembra divertente, ma le gradinate sono pressoché deserte. Torni pigramente verso il tuo posto quando Giannessi si appresta a servire sul 15 pari; con tuo sommo disappunto, tuttavia, né i giocatori né l’arbitro ti chiedono di sederti: non è la prima volta che provi a essere tu l’immancabile disturbatore che si ostina alla ricerca del proprio posto mentre tutti lo fischiano, ma niente, non ti si fila mai nessuno. Una delusione che è poca cosa rispetto ai sentimenti che genera la vista della stupida automobile esposta nell’angolo dove gli altri anni solitamente sedevi armato di blocco note e con al collo il badge Press.

Gasquet vince e decidi di andare da Travaglia sul Grand Stand e magari vederti un po’ di doppio, con la tua mente che rifiuta una realtà resa fin troppo esplicita dall’assenza di spettatori. Una transenna metallica si allunga dallo Stadium Goran Ivanišević verso il campo 1, impedendo l’accesso a quello e ogni altro campo. Lunga venti metri e alta due, prima neanche l’avevi notata: un caso da manuale di cecità selettiva. Decidi allora di trotterellare sotto la tribuna ovest in direzione nord nella donchisciottesca convinzione di trovare una via di accesso al Grand Stand invece di una transenna gemella. L’addetto alla sicurezza si accorge della tua presenza quando ancora non sei entrato nel suo campo visivo e ti scruta con la faccia di chi ha capito le tue intenzioni prima di te stesso; si alza dalla sua sedia di plastica per spiegarti gentilmente che quella zona dell’impianto è accessibile solo a chi ha un badge e che no, quello di due anni fa non vale.

Opti per due passi sul lungomare prima di tornare per l’incontro successivo sul Centrale, esci di nuovo dall’impianto per cenare, rientri. Ogni volta verificano il QR-code – insieme al documento, altrimenti sarebbe inutile –, mentre di fianco all’ingresso principale c’è la possibilità di fare un test rapido per poter accedere se sprovvisti di green pass. La terza volta che passi di fianco ai quattro spettatori italiani che siedono un paio di file davanti a te, li saluti. Nessuna reazione, a parte un paio di sguardi accigliati del tipo “chi è questo?”. Oltre alla risposta che reprimi con non poco sforzo, l’unica cosa a cui riesci a pensare è che, pur apprezzando gli sforzi encomiabili degli organizzatori per metterla in scena rispettando tutte le restrizioni, questa edizione del Croatia Open è quasi più triste di quella dell’anno scorso. E nemmeno c’era stato il torneo nel 2020. La mattina dopo, giovedì, levi le tende (la tenda, vabbè) e fai rotta verso sud.

Isolato

È giovedì e sei nel sud dell’Istria, ma è settembre, pochi giorni dopo la finale dello US Open. Sul punto di addormentarti, sobbalzi sentendo un rumore poco rassicurante. Un minaccioso verso ferino ha squarciato il silenzio della notte a pochi passi dalla tua tenda. Poco convinto, apri la sottilissima parete che separa la zona notte dalla zona giorno: nessun segno di vita aliena. Ancora meno convinto, inizi lentamente ad alzare la cerniera per controllare l’esterno. Nell’oscurità, intravedi la sagoma di un camper distante una cinquantina di metri, peraltro l’unico altro occupante di quella zona del campeggio. Ti viene in mente il film Backcountry, con la giovane coppia accampata tra le montagne dopo aver smarrito il sentiero – non una commedia, per essere chiari. Di nuovo quel suono, che sarebbe bello se fosse un tipo mezzo ubriaco intento a imitare il verso di un maiale. Il fascio di luce del tuo cellulare incrocia invece un cinghiale. Anzi, due. Sono a una ventina di metri da te. Ispezioni nelle altre direzioni. Tre, quattro, cinque. Sei accerchiato. Un paio sono belli grossi.

Non sai se devi preoccuparti, così cerchi su internet per capire la posizione del cinghiale nella scala della pericolosità che va da cucciolo di criceto sotto ritalin a tigre dai denti a sciabola che non mangia da due giorni. Stando al web, se non li importuni, non ti fanno nulla. Chissà se i quadrupedi che hai di fronte (e di fianco e alle spalle) hanno letto lo stesso sito. Ti dirigi verso la reception, ovviamente in automobile – non tanto per il timore di essere mezzo sbranato, quanto per non ritrovarti a dichiarare, mezzo sbranato, “su internet uno diceva che non erano pericolosi”. Domandi al custode se sia normale la presenza di una mandria di cinghiali. Risponde di sì – sarà una buona notizia? – e di non preoccuparti perché finora non hanno né morso né aggredito nessuno. Finora. Cos’è questa padronanza della lingua italiana? È straniero (cioè, tu sei straniero, ma il concetto è chiaroi), che dica “non fanno niente” e siamo a posto. No, deve pure sfoggiare l’avverbio, questo fenomeno. Torni alla tenda (te l’eri richiusa alle spalle da profondo conoscitore dei film horror, quindi al massimo troverai ad attenderti uno con maschera di Scream e pugnale, non un suino), controlli la posizione dei quadrupedi, prendi cuscino e sacco a pelo e dormi in macchina.

Umago Reloaded

Nonostante le previsioni meteo assicurassero il sole fino al primo pomeriggio, il cielo è già coperto di nuvole foriere di pioggia. Con la prospettiva di almeno tre giorni di tempo pessimo, non si può che prendere la strada di casa. Tuttavia, se a Portorose non piove, Jasmine Paolini giocherà tra un paio d’ore e una sosta diventa quasi obbligatoria. Un’ora dopo, ti ritrovi invece fermo in coda alla frontiera con la Slovenia. Anzi, ben prima dell’ultima uscita dall’autostrada croata. Il sito del hrvatski autoklub dichiara sette chilometri di coda: non pensavi che un match di Paolini attraesse tanta gente. Jasmine ti perdonerà se rinunci a quella che è diventata un’impresa impossibile: esci dall’autostrada e ti fermi a Umago dove un cartello ti svela che sono in corso i Campionati del Mondo ITF per Veterani. Già, non contento dell’esperienza di due mesi prima, torni sul luogo del delitto, il Centro Stella Maris. Nessuno controlla l’accesso. Accedi.

La tua attenzione è subito rubata dal bel suono che fanno due tennisti “over qualcosa” (non sei mai stato bravo ad attribuire l’età a qualcuno) quando impattano la palla in una partita di allenamento. Uno che potrebbe essere spagnolo o quantomeno posseduto da uno spirito spagnolo scortica palle pesantissime accompagnate da un lamento troppo lungo verso un altro all’apparenza meno giovane che subisce, non tiene il ritmo, è costretto a fare il tergicristallo epperò macina punti e game. Pochi minuti e sei sul Centrale, dove diventi il terzo spettatore a osservare il doppio della finale tra Olanda e Germania che assegna la Suzanne Lenglen Cup, trofeo femminile a squadre over 35. Stravincono le olandesi, grazie anche alle drop volleys mancine di un’orange che la palla sembra restarle dolce prigioniera del piatto corde per alcuni secondi. Palla che una tedesca tenta di scaraventare nella laguna appena perso l’incontro, ma finisce appena fuori dallo stadio dopo essere rimbalzata su un seggiolino dell’ultima fila. Pensi che non sarebbe male come trofeo da portarsi a casa, ma poi decidi che dà meno nell’occhio appropriarsi della palla e ti dirigi furtivo verso l’uscita nord-ovest (il tuo senso dell’orientamento nell’impianto prescinde dalla presenza del sole). Eccola lì, bella, gialla, quasi nuova. Di una marca che eviti, pazienza.

Inebriato dalla libertà di girare per l’intero impianto, ti rechi sul campo 5 dove è in corso un match del tie tra Portogallo e Francia valido per il terzo posto della Lenglen. Non capisci chi abbia vinto perché sull’ultimo punto ti sei distratto un attimo, colpa di un’avvenente giocatrice di circa 182 cm che ti è passata accanto. Mentre ti incammini verso il Grand Stand, rimugini sul fatto che il segno più doloroso dell’età che avanza non sono gli acciacchi in campo, bensì incrociare una bella tennista veterana e pensare d’istinto, chissà se ha una zia single.

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Flash

“Il tennis a Bordighera dal 1878 a oggi”: da Suzanne Lenglen a Jannik Sinner, il legame della città ligure con questo sport

Il volume curato da Gisella Merello per l’editore Alzani in due edizioni, una in lingua italiana e l’altra tradotta in inglese, svela che le origini del tennis in Italia possono ricondursi proprio alla località in provincia di Imperia

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In questo momento storico in cui il tennis italiano ha acquisito un posto di prestigio nelle classifiche mondiali con la presenza di Berrettini e Sinner, diventa naturale riflettere sulle origini di questo sport in Italia.

La nascita del tennis in Italia si può far risalire al 1878 a Bordighera, cittadina turistica affacciata sul Mar Ligure a pochi chilometri dal confine con la Francia e dal Principato di Monaco. Proprio sul primo circolo tennistico italiano si sviluppa il bel volume rilegato dal titolo “Il tennis a Bordighera dal 1878 a oggi”, curato da Gisella Merello per l’editore Alzani in due edizioni, una in lingua italiana e l’altra tradotta in inglese.

Grazie a fotografie d’epoca e documenti storici inediti, Gisella Merello racconta la nascita del tennis e della prima fabbrica di racchette in Italia, resa possibile grazie alla presenza di una comunità britannica stabile in Riviera che tanto contribuì allo sviluppo economico, sociale e culturale della zona. Si scopre così che personalità di alto profilo come il conte di Strathmore, bisnonno dell’attuale sovrana Elizabeth II, si impegnò in prima persona in qualità di presidente per migliorare il club nei primi anni della sua fondazione, accrescendo il numero dei campi e creando la Club House, purtroppo perduta durante la Seconda guerra mondiale.

 

Durante gli anni i campi di Bordighera hanno visto la presenza di numerosi tennisti di rilievo: da Suzanne Lenglen, Antony Wilding, Bill Tilden, Giorgio De Stefani ad Adriano Panatta, Corrado Barazzutti, Paolo Bertolucci fino ai recenti Jannik Sinner, Iryna Sabalenka, Ivan Ljubicic, Maria Sakkari, Andreas Seppi, Fabio Fognini, Stefanos Tsitsipas, Maria Sharapova, Gregor Dimitrov

L’ottima collaborazione con il primo circolo storico italiano, la strategica posizione geografica e le favorevoli condizioni climatiche hanno creato i presupposti affinché, nel 2017, a Bordighera sia stato creato il Piatti Tennis Center, un polo tennistico tra i più importanti in Europa, dotato di tecnologia all’avanguardia.

Il volume vanta prefazioni di numerosi tennisti italiani che hanno fatto la storia di questo sport come Lea Pericoli, Flavia Pennetta, Fabio Fognini e Jannik Sinner e di un paio di celebri allenatori legati a Bordighera come Riccardo Piatti e Massimo Sartori.

SPUNTI TECNICI: Il nostro coach analizza colpo per colpo, foto per foto, Jannik Sinner al microscopio

Il testo si avvale della collaborazione di autori con svariate competenze professionali come l’attuale proprietario della Sirt Antonello Randone, che racconta la sua avventura imprenditoriale, o come Alessandro Umberto Belluzzo fondatore di Belluzzo International Partners (Trust&Wealth), che illustra la necessità dei tennisti di gestire la carriera non solo dal punto di vista sportivo ma anche da quello legale e patrimoniale. Belluzzo, membro del board della I Tennis Foundation, fondazione che si occupa di finanziare giovani atleti per consentire loro una ascesa sportiva di successo, è stato il principale promotore di alcuni eventi promozionali del volume che hanno che hanno avuto luogo a Bordighera, Londra e Roma.

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