(S)punti tecnici: bentornato Novak, il tuo rovescio mancava

(S)punti Tecnici

(S)punti tecnici: bentornato Novak, il tuo rovescio mancava

MELBOURNE – Qualche dubbio rimane, la ruggine c’è. Il servizio, a volte il dritto. Ma il modo in cui Djokovic fa scorrere la palla di rovescio è sempre quello

Pubblicato

il

(dal nostro inviato a Melbourne)

Sinceramente, osservando il tabellone dell’Australian Open 2018, mi ha fatto forse più effetto vedere accanto al nome di Novak Djokovic il 14 come numero di testa di serie, di quanto non fosse stato strano l’anno scorso vedere Roger Federer col 17. Sarà che da queste parti, fino al 2016, Nole ci aveva abituati a prestazioni mostruose a ripetizione, vederlo vincere in scioltezza con l’aria di un impiegato delle poste che timbra il cartellino, qualsiasi avversario avesse di fronte, era diventato normale. Salvo il fatto che vincere titoli Slam a grappoli normale non lo è per nulla. Al suo rientro nel circuito, dopo sei mesi di stop per l’epicondilite, Djokovic sta facendo una buona impressione, soprattutto dal punto di vista della tenuta fisica, come ha dimostrato la vittoria contro Monfils nel caldo torrido dell’altro ieri. Dal punto di vista tecnico, a mio avviso c’è ancora della ruggine, il che non sarebbe un problema – basta giocare e allenarsi ad alta intensità per ritrovare il ritmo, il timing e le sensazioni da partita – se non fosse per le dichiarazioni rilasciate dallo stesso giocatore, “il gomito infortunato non è ancora al 100%, tre settimane fa non sapevo se sarei venuto in Australia o no“.

La speranza, insomma, è che manchi solo stare in campo, e che non ci siano fastidi o dolori all’articolazione convalescente. Oltre ad aver modificato il movimento di caricamento del servizio, all’allenamento del serbo a cui sono finalmente riuscito ad andare (prima settimana Slam da incubo come sempre, non si ha un minuto libero), ho osservato anche molta cautela nella preparazione del dritto. In entrambi i casi, Novak fa attenzione a portare indietro il braccio destro senza sollecitare più del necessario il gomito, tenendolo alto e abbastanza distante dal corpo. Nel dritto, in effetti, lo faceva anche prima, ma non in modo così evidente. Nulla di particolarmente rilevante, intendiamoci, ma nel contesto di una macchina da tennis perfetta o quasi nei fondamentali da dietro quale è Djokovic, anche i piccoli dettagli possono avere importanza.
Andiamo insieme a dare il bentornato a Nole, con le immagini dal “court 16” di Melbourne Park. Una cosa è certa, la voglia di lavorare al serbo non manca, è stato in campo con Stepanek e Agassi da mezzogiorno all’una e mezza, il sole spaccava le pietre.

 


Togliamoci subito il pensiero, e vediamo questo servizio modificato di cui tanto si è parlato. Banalmente, nella fase di caricamento, come possiamo vedere nella sequenza in alto, Nole mantiene l’assetto braccio-racchetta allineato in senso orizzontale, non fa quasi cadere in basso la testa della racchetta. Questo evita anche il minimo accenno di pronazione del gomito verso il basso-avanti, che evidentemente è un movimento che sollecita l’articolazione in modo fastidioso per lui. Ecco il confronto con l’azione del braccio che effettuava prima, l’avevo analizzato un paio di anni fa.


Possiamo notare, osservando i frame in basso a sinistra delle due sequenze, che la “trophy position”, il momento di massimo caricamento dell’esecuzione, da cui si scateneranno il mulinello e la martellata verso l’alto avanti ad aggredire la palla, è praticamente identica. Semplicemente, adesso Nole a quella postura ci arriva in modo differente, il che potrà certamente dargli problemi di ritmo del movimento e timing, ma una volta fatta l’abitudine andrà benissimo. La fase che conta davvero, cioè lo swing a colpire, non viene influenzata quasi per nulla. Passiamo al dritto.


Qui sopra, dai due lati, vediamo le fasi di preparazione fino alla semi-distensione all’indietro del braccio-racchetta, tutto perfetto (beh, è Nole!), come dicevo il movimento si sviluppa in senso molto lineare.


Qui sopra, la fase di inizio swing e di impatto. L’impressione è che Nole tenda a tenere il gomito leggermente meno flesso e più distante dal corpo rispetto al suo solito, possono essere solo impressioni visive, ma vedendolo giocare da vicino risultano abbastanza nette. Posso sbagliarmi, naturalmente, siamo davvero nell’ambito dei dettagli, qui sotto vediamo un’immagine d’archivio dallo US Open 2016, potete farvi un’idea anche voi. Sta di fatto che nei primi tre match giocati finora qui a Melbourne, dal lato destro Djokovic è sembrato a volte non proprio centratissimo, o quantomeno non incisivo al massimo, sempre relativamente, s’intende, al livello stratosferico di perfezione tecnica e continuità a cui ci aveva abituati tutti.


Qui sopra, attimo dell’impatto e finale, come detto a mio avviso il movimento viene sviluppato dall’inizio alla fine con una flessione interna del gomito appena appena meno accentuata, ma non è nemmeno necessariamente un accorgimento tecnico voluto o studiato, magari sbracciare e impattare con l’articolazione un minimo più distesa rispetto al “double bend” classico gli risulta più confortevole, sono micro-aggiustamenti che possono tranquillamente venire fuori in modo inconscio. Con l’immenso bagaglio tecnico, di timing istintivo e di reattività che ha, un fenomeno come Nole può permettersi questo e altro. Ma passiamo alle cose migliori.


Qui sopra, due preparazioni del rovescio. Stare a due passi da Nole mentre fa partire fiondate bimani lungolinea in accelerazione, ragazzi, è una goduria tecnica. Nel frame di sinistra possiamo notare l’attimo che precede l’affondo del peso sul piede destro, in quello successivo parte lo swing, con la flessione dei polsi, il trasferimento del peso che si carica sul ginocchio avanzato, e l’accenno di trascinamento del piede posteriore. Che bello.


Qui sopra, due impatti ad altezze lievemente diverse. La cosa che colpisce, e che fa capire quanto perfetta sia l’esecuzione, è il suono morbido all’impatto, il che significa sweet spot (centro esatto del piatto corde) preso al millimetro ogni singola volta. Spettacolo.


Qui sopra, due accompagnamenti finali. A sinistra, un rovescio in avanzamento-recupero laterale, vediamo come Nole sia capace di usare l’appoggio del piede destro per frenare l’inerzia dello spostamento nel punto esatto dove colpire in modo ottimale, ruotandolo leggermente in dentro a “stoppare” la sua stessa corsa. A destra, un rovescio basso, è un autentico esempio didattico di come si debba andare a ruotare il busto-spalle accompagnando la rotazione e lo swing a colpire delle braccia con una morbida azione delle ginocchia, che seguono e contemporaneamente spingono, sostenendo il movimento. Che fucilate che gli partono da quel lato.

In conclusione, di Nole ho visto sia in allenamento che in partita alcune piccole incertezze tecniche dal lato destro e alla battuta, ma ripeto, siamo a spaccare il capello in quattro. Certo, rivedendo le percentuali soprattutto di efficacia con la prima palla, e il numero piuttosto alto di errori con il dritto, ancora qualche granellino di sabbia nell’ingranaggio è innegabilmente presente. Dal lato sinistro, come è sempre stato, meglio lasciarlo stare, ruggine e desuetudine agonistica o meno, stiamo parlando di un rovescio bimane da podio sicuro nella storia del gioco. In che posizione, sta ai gusti degli appassionati deciderlo. A me personalmente, da tecnico, mancava, e me ne sono accorto proprio rivedendolo da bordocampo dopo tanti mesi. Bentornato, campione.

Continua a leggere
Commenti

(S)punti Tecnici

ATP Finals – Spunti Tecnici: Matteo Berrettini e il dritto che fa male anche ai top-players

SPONSORIZZATO – Per non parlare del servizio… Gli straordinari risultati del testimonial Lotto, consolidato ATP Top 10, dipendono in gran parte dal binomio dritto servizio

Pubblicato

il

(photos @Ray Giubilo per Lotto Sport Italia)
(photo @Ray Giubilo per Lotto Sport Italia)

Acquista l’outfit di Berrettini

Tecnicamente, stando in campo con Matteo Berrettini, che si prepara a giocare le ATP Finals per la seconda volta in carriera (record per il tennis italiano maschile, come l’esaltante finale raggiunta sull’erba di Londra), è molto interessante vedere quanto i colpi dell’azzurro sponsorizzato da Lotto Sport Italia siano strutturati con l’obiettivo dell’efficienza e dell’incisività.

Il dritto è uno dei più potenti e carichi di top-spin del Tour, parole di Novak Djokovic, una botta paragonabile a quella di Juan Martin del Potro, il servizio è sempre la specialità di casa, e il rovescio slice (con rotazione all’indietro) è diventato solido e molto efficace. D’altronde, a questi livelli non vai in fondo agli Slam con buchi tecnici evidenti, chi critica il rovescio di Matteo dovrebbe provare a starci in campo contro, come ha detto anche Monfils dopo averci perso a New York due anni fa. Vediamoci insieme Berrettini da vicinissimo.

(photos @Ray Giubilo per Lotto Sport Italia)
(photos @Ray Giubilo per Lotto Sport Italia)

Qui sopra, un paio di esecuzioni del dritto in open stance, postura frontale, il classico “sventaglio” con cui l’italiano martella a ritmo altissimo da ogni angolo del campo. Da notare, a parte l’ovalizzazione perfetta e l’ottima spinta della gamba esterna, come Matteo tenga l’indice della mano destra ben separato dalle altre dita. La cosa consente una maggiore sensibilità, la nocca del dito avvolge il manico più avanti sostenendolo e “sentendolo”, è il cosiddetto “pistol grip“, l’impugnatura “a pistola”, come se l’indice fosse su un grilletto immaginario. Rispetto al “hammer grip“, che non è l’impugnatura a martello che in italiano è la continental, ma è la postura della mano sul manico a dita raccolte, il vantaggio a livello di percezione e tatto è notevole, a patto che si sia in grado, con la forza dell’arto, di reggere con sufficiente saldezza l’attrezzo. Ecco un esempio più chiaro, per capirci.

 

Sopra, Dominic Thiem, sotto, Berrettini. Se osserviamo l’indice, la differenza è evidente. Sono due dritti brutali per potenza, efficacissimi entrambi, ma avete presente quando un colpo ha “qualcosa” in più? Magari dà un’impressione di maggior controllo, o di varietà di esecuzioni, tipicamente la capacità di tirare piatto oppure super-arrotato cambiando l’angolo di attacco del piatto corde sulla palla con disinvoltura? Ma non si riesce a focalizzare quale sia la causa, o perché uno ci riesca meglio di un altro? Ecco, questi dettagli spesso sono la risposta. E sappiamo bene che una delle caratteristiche tecniche di Matteo è proprio la capacità di sparare liftoni alternati a manate piatte come niente fosse.

Acquista l’outfit di Berrettini

(photos @Ray Giubilo per Lotto Sport Italia)
(photos @Ray Giubilo per Lotto Sport Italia)

Qui sopra, vediamo il rovescio tagliato con rotazione all’indietro, ovvero lo slice. Berrettini ha lavorato moltissimo su questo colpo, ce lo ha detto lui stesso, e i risultati si vedono. Non parte molto in alto con la testa della racchetta, non sale troppo con la spalla, e tiene il braccio abbastanza discosto dal corpo (pensiamo a Roberta Vinci, che arrivava dietro la schiena col piatto corde, e avvolgeva il braccio così tanto che ancora un po’ si strangolava da sola, con la spalla destra in gola). Il movimento a colpire risulta più orizzontale, data l’altezza di Matteo la cosa per lui funziona più che bene, ed è ottima la conduzione del piatto corde, con postura perfettamente composta, come si può apprezzare nella seconda immagine. Notevole la capacità di andare basso con le ginocchia, data la stazza del giocatore. La rasoiata in slice di Berrettini non ha nulla da invidiare, quanto a efficacia e cattiveria della rotazione, a esecuzioni ben più “blasonate” dal punto di vista stilistico. Bravissimo.

Qui sopra (sequenza originale ed esclusiva di Ubitennis da Indian Wells), il super-servizio, senza commenti perché le immagini parlano da sole. Il caricamento iniziale, con il brandeggio basculante “alla Raonic”, e il polso morbido, con presa leggerissima, sono caratteristiche personali di Matteo. Decontrazione totale, che produce una frustata con pochi eguali nel circuito. Dalla “trophy position” in poi, vediamo le immagini, anche scolasticamente è una martellata fantastica, il lieve attimo di surplace con racchetta piatta verso l’alto, difettuccio veniale ma presente fino a tre anni fa, è sparito, Matteo va di taglio ad aggredire la palla in modo perfetto. Che missili, ragazzi.

In conclusione, abbiamo un gran bel giocatore, moderno, fisico, potente, e dotato di tecnica assai più raffinata di quanto appaia a prima vista (e soprattutto in TV). La grande sensibilità della sua palla corta ne è un esempio, non spari servizi a 225 all’ora, dritti a 160 dall’altra parte, e poi chiudi il punto con una carezza a mezza spanna dal nastro se non hai tanta, ma tanta “mano”. Un po’ di abitudine ad andare a rete a prendersi qualche punto in più, altra cosa su cui Berrettini e Santopadre ci hanno detto di stare lavorando parecchio, con successo viste le vittorie, e il “pacchetto” è completo.

Terzo anno chiuso in top-10 ATP, titoli prestigiosi come al Queen’s Club, soddisfazioni personali come la convocazione per il team Europa alla Laver Cup, e il sogno della finale di Wimbledon: Matteo Berrettini è arrivato tra i grandi del tennis, e ha intenzione di rimanerci a lungo.

Acquista l’outfit di Berrettini

Continua a leggere

(S)punti Tecnici

Wimbledon, uno sguardo tecnico: cosa deve fare Berrettini per battere Hurkacz

Preview tecnica delle semifinali maschili: per Berrettini saranno fondamentali servizio e slice di rovescio, Hurkacz dovrà… rispondere. Le speranze di Shapovalov? Sbracciare come non ci fosse un domani

Pubblicato

il

Matteo Berrettini - Wimbledon 2021 (credit AELTC/Edward Whitaker)

In occasione delle semifinali maschili di Wimbledon, con la storica presenza di Matteo Berrettini, tornano le preview tecniche di Luca Baldissera – purtroppo non da bordo campo, a causa delle difficoltà attuale indotte dalla pandemia. Ma Luca conta di tornare a scrivere presto anche dal campo!


Djokovic contro tutti? Il “mantra” di questi ultimi giorni di torneo, quando i contendenti per il singolare maschile sono rimasti in quattro, sembra essere quello. Da un lato il supercampione, che dà costantemente l’impressione di viaggiare con il “cruise control“; dall’altro tre giovanotti di belle, se non bellissime, speranze. Che potrebbero arrivare a realizzarsi proprio qui a Church Road, chissà, anche se appare onestamente molto difficile. Ma andiamo con ordine, cosa possiamo aspettarci oggi pomeriggio?

Matteo Berrettini vs Hubert Hurkacz

Cosa deve fare Matteo per vincere: testa bassa, e fiducia totale nelle sue armi migliori, che possono essere devastanti per chiunque. Il servizio, innanzitutto, con le straordinarie percentuali di unreturned serves“, le palle che non tornano, dato assai più importante e significativo degli ace, dovrà mantenere l’efficacia mostrata finora. Siamo poco sotto al 50% in 5 partite, prime e seconde aggregate, tantissima roba, in cima alla classifica di questa statistica. Se poi qualcosa dall’altro lato della rete effettivamente ritornerà, entra in azione il dritto, che è una cannonata di velocità e pesantezza molto superiori a qualunque accelerazione dell’avversario. Si entra nello scambio? Allora ecco lo slice di rovescio, sempre interpretato come arma tattica che consenta poi di girarsi e mettere in azione il drittone di cui sopra. Tutto molto semplice tatticamente per Berrettini, dipenderà da lui e dalle percentuali che saprà realizzare.

 

Cosa deve fare Hubert per vincere: rispondere, rispondere, rispondere. Se vieni travolto dal bombardamento di Matteo non hai scampo, i suoi turni di battuta durano poco, e tu vai in affanno anche quando tocca a te servire, sapendo di non poterti permettere la minima sbavatura. Attenzione a non attaccare con troppa disinvoltura il rovescio dell’italiano, che è capace di giocare slice bassi e insidiosi, ma il pallino del gioco deve essere tuo. Tre-quattro colpi al massimo e poi via dentro, sfruttando la qualità dei due fondamentali. In un match del genere, come fosse un duello nel vecchio west, vince chi estrae la pistola e spara per primo. Purtroppo per Hurkacz, il calibro di Berrettini appare di poco superiore.

Novak Djokovic vs Denis Shapovalov

Cosa deve fare Denis per vincere: sbracciare a tutto campo come non ci fosse un domani (anche perché, se non ci riesce, il “domani tennistico” non ci sarà di sicuro). Ricordarsi del 13 maggio a Roma, quando fece soffrire Rafa Nadal per tre ore e mezza, sciorinando un tennis d’attacco di esplosività formidabile. Quando un tipo come Shapovalov decide di spaccare la palla, sono guai per tutti, Djokovic compreso. Ma gli alti e bassi di rendimento tipici del canadese, uno come Khachanov (per esempio) te li perdona, Novak no. Lo schema dritto mancino (e servizio) a spostare lateralmente l’avversario, seguito dall’accelerazione incrociata dall’altra parte può essere letale, specialmente se eseguita con l’anticipo di rovescio. Il problema, per Denis, è che anche tutto questo potrebbe non bastare, visto il mostro di continuità che si troverà davanti. Ma questo non deve impedirgli di provarci con tutta la convinzione possibile. Come lui stesso ha detto, in fondo si parte sempre da 0-0.

Denis Shapovalov – Wimbledon 2021 (via Twitter, @Wimbledon)

Cosa deve fare Novak per vincere: presentarsi in campo (ok, scherzo). Il buon vecchio Djoker, per vincere, dovrà “semplicemente” alzare un minimo i suoi standard di rendimento soprattutto in risposta, e ricordarsi del primo set in assoluto giocato (e perso) in questo torneo dal giovane inglese Draper. I servizi mancini danno fastidio a tutti, Nole compreso, ma quando hai una qualità nell’impatto di rovescio di livello clamoroso devi fidarti del tuo colpo, e mollare il più spesso possibile l’anticipo diagonale o lungolinea. Se riesci a togliere da subito l’iniziativa a uno come Shapovalov, il resto (ovvero il controllo del palleggio e delle geometrie da fondocampo) diventa ordinaria amministrazione. Occhio a non rischiare troppo con le seconde palle aggressive, contro Shapovalov – che non è Nadal in risposta – non dovrebbe essere necessario, e regalare punti così è sempre pericoloso. Il pubblico sarà in maggioranza favorevole al canadese, ma questo non ha mai costituito un problema per Djokovic, come ha abbondantemente dimostrato proprio sul campo centrale due anni fa.

Continua a leggere

(S)punti Tecnici

US Open, spunti tecnici più attesi: il segreto del dritto di Berrettini

NEW YORK – Botte clamorose con la battuta, accelerazioni fulminanti da fondocampo, affettate efficacissime, e un ottimo tocco di palla. Matteo ha già tutto quello che serve per il tennis di vertice

Pubblicato

il

da New York, il nostro inviato

Innanzitutto, ben ritrovati a bordocampo. All’indomani della strepitosa vittoria su Gael Monfils, che consegna Matteo Berrettini alla storia del tennis italiano, con una semifinale Slam su cemento a cui non era mai arrivato nessuno (Corrado Barazzutti, nel 1977, arrivò tra i primi 4 allo US Open, ma si giocava a Forest Hills, su terra verde), era inevitabile il pellegrinaggio all’allenamento del ragazzone di Roma che sta facendo sognare tutti. Sul Grandstand di Flushing Meadows, Matteo ha fatto un’oretta di “training” con coach Santopadre. Quando ho salutato lui e Matteo, belli rilassati e sorridenti, e accompagnati da Craig O’Shannessy, ormai membro aggiunto del team almeno in questo torneo, ho detto scherzando: “Ehi, uno sparring partner giovane oggi vedo“. Vincenzo si è fatto una risata e mi ha risposto: “Beh Luca, bisogna fare allenamento in modo più possibile simile alla partita che verrà. Quindi, c’era bisogno di un mancino con pochi capelli!“. Ecco, questa era l’atmosfera nel pomeriggio di New York, davvero piacevole e allegra.

Tecnicamente, stando in campo con il “team Italia” che tanto successo sta ottenendo quest’anno allo US Open, ho trovato interessante vedere quanto i colpi di Berrettini siano strutturati con l’obiettivo dell’efficienza e dell’incisività. Rispetto a quando lo avevo fotografato e analizzato a Melbourne, gennaio 2018, il dritto mi è sembrato ancora più esplosivo, una botta, il servizio è sempre la specialità di casa, e il rovescio slice è diventato solido e molto efficace. D’altronde, a questi livelli non vai in fondo a tornei del genere con buchi tecnici evidenti, chi critica il rovescio di Matteo dovrebbe provare a starci in campo contro, come ha detto anche Monfils. Vediamoci insieme Berrettini da vicinissimo.

 

Qui sopra, in alto preparazione e caricamento, sotto impatto e finale del dritto in open stance, postura frontale. Da notare, a parte l’ovalizzazione perfetta e l’ottima spinta della gamba esterna, come Matteo tenga l’indice della mano destra ben separato dalle altre dita. La cosa consente una maggiore sensibilità, la nocca del dito avvolge il manico più avanti sostenendolo e “sentendolo”, è il cosiddetto “pistol grip“, l’impugnatura “a pistola”, come se l’indice fosse su un grilletto immaginario. Rispetto al “hammer grip“, che non è l’impugnatura a martello che in italiano è la continental, ma è la postura della mano sul manico a dita raccolte, il vantaggio a livello di percezione e tatto è notevole, a patto che si sia in grado, con la forza dell’arto, di reggere con sufficiente saldezza l’attrezzo. Ecco un esempio più chiaro, per capirci.

Sopra, Dominic Thiem, sotto, Berrettini. Se osserviamo l’indice, la differenza è evidente. Sono due dritti brutali per potenza, efficacissimi entrambi, ma avete presente quando un colpo ha “qualcosa” in più? Magari dà un’impressione di maggior controllo, o di varietà di esecuzioni, tipicamente la capacità di tirare piatto oppure super-arrotato cambiando l’angolo di attacco del piatto corde sulla palla con disinvoltura? Ma non si riesce a focalizzare quale sia la causa, o perché uno ci riesca meglio di un altro? Ecco, questi dettagli spesso sono la risposta. E sappiamo bene che una delle caratteristiche tecniche di Matteo è proprio la capacità di sparare liftoni alternati a manate piatte come niente fosse.

Qui sopra, un dritto classico in neutral stance, affiancato e in proiezione verso avanti, splendida la compostezza e l’allineamento braccio-racchetta. Berrettini a destra ha davvero un colpo di livello top mondiale, ormai, e lo sta ben dimostrando qui a New York.

Qui sopra, vediamo il rovescio tagliato con rotazione all’indietro, ovvero lo slice. Berrettini ha lavorato moltissimo su questo colpo, ce lo ha detto lui stesso, e i risultati si vedono. Non parte molto in alto con la testa della racchetta, non sale troppo con la spalla, e tiene il braccio abbastanza discosto dal corpo (pensiamo a Roberta Vinci, che arrivava dietro la schiena col piatto corde, e avvolgeva il braccio così tanto che ancora un po’ si strangolava da sola, con la spalla destra in gola). Il movimento a colpire risulta più orizzontale, data l’altezza di Matteo la cosa per lui funziona più che bene, ed è ottima la conduzione in orizzontale-esterno del piatto corde, con il gomito che si apre verso destra con timing perfetto. Da vicino, posso assicurarvi che la rasoiata in slice di Berrettini non ha nulla da invidiare, quanto a efficacia e cattiveria della rotazione, a esecuzioni ben più “blasonate” dal punto di vista stilistico. Bravissimo.

Qui sopra, il super-servizio, senza commenti perché le immagini parlano da sole. Il caricamento iniziale, con il brandeggio basculante “alla Raonic”, e il polso morbido, sono caratteristiche personali di Matteo. Dalla “trophy position” in poi, vediamo le immagini, anche scolasticamente è una martellata fantastica, il lieve attimo di surplace con racchetta piatta verso l’alto è sparito, va di taglio ad aggredire la palla in modo perfetto. Che missili, ragazzi.

Per finire in modo curioso, ecco Matteo che si diverte a sperimentare il rovescio a una mano, e devo dire che non è niente male. Meglio non provarci con Nadal, però.

In conclusione, signori, abbiamo un gran bel giocatore, moderno, fisico, potente, e dotato di tecnica assai più raffinata di quanto appaia a prima vista (e soprattutto in TV). La grande sensibilità della sua palla corta ne è un esempio, non spari servizi a 225 all’ora, dritti a 160 dall’altra parte, e poi chiudi il punto con una carezza a mezza spanna dal nastro se non hai tanta, ma tanta “mano”. Un po’ di abitudine ad andare a rete a prendersi qualche punto in più, altra cosa su cui Berrettini e Santopadre ci hanno detto di stare lavorando parecchio, e direi che ci siamo. Non so se basterà con Rafa, naturalmente, ma per una gran carriera ad altissimo livello, che poi è stato già altro che raggiunto, non manca nulla.

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement