Nadal ha ragione oppure no? Si può davvero fare qualcosa?

Editoriali del Direttore

Nadal ha ragione oppure no? Si può davvero fare qualcosa?

Tira solo l’acqua al proprio mulino? Dibattito aperto. Intanto due “classe 1995”, Edmund e Mertens,vanno in semifinale

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MELBOURNE – Non ho avuto il tempo di leggere i vostri commenti. E poi al live i post erano 4.000 (!!! Non ricordo se ne avevamo mai avuti tanti così), alla cronaca di Gibertini un migliaio…Impossibile addentrarcisi. Spero che nessuno mi abbia chiesto qualcosa. Spero solo che non ce ne siano stati troppi di cattivo gusto – quando sono tanti così mi viene spontaneo preoccuparmi –  spero che non abbiate mancato di rispetto a un grande campione costretto all’abbandono da problemi fisici. Lo dico per Nadal, l’avrei detto per chiunque.

 

Rafa Nadal era triste, demoralizzato, frustrato, direi quasi disperato come non lo avevo quasi mai visto – fosse scoppiato a piangere non mi sarei sorpreso! – e gli organizzatori dell’Australian Open, che presagivano il replay della finale Federer-Nadal erano davvero tristi anche loro. Avreste dovuto vedere le loro facce. E quella di Rafa quando zoppicando si è avvicinato al tavolo rialzato dietro al quale avrebbe dovuto rispondere alle nostre domande, ovviamente incentrate sull’infortunio, sul quando fosse occorso, su quale muscolo avesse interessato. Faceva sinceramente pena Rafa. Aveva provato a lottare nel quarto set, dopo aver avvertito le prime fitte già nel terzo, e dopo aver chiamato invano il fisio cui non era riuscito il miracolo. Perso il quarto ci aveva provato anche all’inizio del quinto, ma ceduto il servizio nel secondo game dopo un’inutile corsa in avanti per acciuffare una volée corta e incrociata di Cilic (che, detto inter nos, si era abbastanza mangiato il terzo set) ha capito che non c’era nulla da fare, si è avvicinato a Eva Asderaki e ha detto “No mas”. Cilic, che aveva alzato le braccia al cielo al momento del break, ha avuto la sensibilità di non esultare. Anche se era ovviamente e più che legittimamente contento. Contro il soprendente Edmund, n.49 Atp, sarà certo il favorito, anche l’esserlo non garantisce mai la vittoria.

È l’ottavo ritiro di Rafa Nadal in carriera. A Melbourne si era ritirato anche nel 2010 contro Murray nei quarti quando stava perdendo 63 76 30. Ma in sei occasioni in Australia Rafa aveva accusato dei malanni. Un caso? Forse no. Il caldo, il freddo (sì, perché sulla Rod Laver Arena a volte c’è un vento malefico e fa pure freddo), l’umidità che un giorno c’è e un altro no – inciso personale: è quasi impossibile non prendere i mal di gola, sono imbottito di Aulin – e il cemento mai amato da Rafa sono stati la miscela esplosiva che lo ha costretto ad abbandonare la scena.

La abbandona da n.1 del mondo, ma se Roger vincerà il torneo i punti di vantaggio saranno solo 155 e se la risonanza magnetica cui si sottoporrà dovesse proclamare un suo stop prolungato Rafa potrebbe anche perdere la leadership.

L’altro giorno aveva detto: “Voglio prendere cura del mio corpo, nei primi quattro mesi dell’anno ho previsto di giocare solo quattro tornei, qui, Acapulco, Indian Wells e Miami”.

Ora Acapulco non è più tanto sicuro. Da dieci anni Nadal non fa che ripetere perché si allunghi la stagione sulla terra rossa e si accorci quella sul cemento, ma sembra troppo una battaglia “pro domo sua”, troppo favorevole all’indiscusso n.1 della terra battuta, e così nessuno gli dà retta. E poi non è nemmeno facile dargliela. Il circuito, come ha denunciato a più riprese recentemente Djokovic – e in maniera più blanda anche Federer che fa sempre sfoggio di neutralità tipicamente svizzera quando c’è da prendere una posizione netta – è sempre più business e industria, sempre meno sport e gioco.

Abbia o non abbia ragione -9 tornei su 14 di quelli obbligatori sono su cemento – è indubbio che non si sono mai sono registrate sequele impressionanti di infortuni come in questi ultimi tempi. Infortuni di mesi, quando non di semestri. E vittime sono state non solo dei trentenni e oltre– il che potrebbe essere anche comprensibile se non quasi inevitabile – come Federer, Djokovic, Wawrinka, Nadal, Murray, Almagro che hanno saltato mesate intere, ma anche giocatori più giovani quali Nishikori, Raonic,  Kokkinakis, del Potro, Janowicz, il nostro Quinzi, distrutti o semi-distrutti dal tour de force di un circuito che obbliga i giocatori a giocare i 4 Slam, 8 Masters 1000, un altro paio di tornei per consolidare la classifica.

“Ma non è il numero dei tornei – ha tenuto a precisare Nadal – quanto le superfici. Ci sono troppi infortuni, ci vuole una diversa sensibilità, occorre pensare anche alla salute dei giocatori. E nemmeno pensando a ora che stiamo ancora giocando, ma al dopo: c’è una vita anche dopo il tennis. Non so…- e scuoteva la testa con aria afflitta – se continueremo a giocare su queste superfici davvero molto dure, che cosa ci capiterà in avvenire con le nostre vite”.

Ora tanti diranno che Rafa tira l’acqua al proprio mulino chiedendo più tornei sulla terra rossa. Già Cilic – che di sicuro ama più giocare sui campi duri che sulla terra rossa perché ci vince di più, ha subito replicato, quando gli ho riferito quel che aveva appena detto Rafa: “Il calendario è lo stesso da molti anni. Sia l’anno scorso sia all’inizio di quest’anno si vede che molti tennisti sono infortunati. Alla fine tocca a noi prendersi cura dei nostri corpi, scegliere la programmazione migliore, ascoltare il proprio corpo e sentire che cosa ci dice. Ci sono tanti tornei, obbligatori, e poi ognuno sceglie quelli che vuole. E’ difficile dire…ok si cancellano due mesi di stagione, si fanno sparire un bel po’ di tornei…perché il tennis è uno sport globale. Dovunque si giochi la gente è contenta. Il tennis sta diventando sempre più popolare. Che è poi quello che anche noi vogliamo”.

Lì gli ho detto: “ Rafa ha detto che non è tanto un problema di numero di tornei quanto di superficie…”

“Sì, è dura per me dire molto al riguardo. Siamo tutti diversi. Anch’io ho avuto problemi con le ginocchia perché i campi duri sono diversi da un posto all’altro. Anch’io devo fare attenzione e a utilizzare la programmazione al meglio”.

Di questi argomenti ho discusso sia con Julien Reboullet de L’Equipe nel video quotidiano che faccio per la home inglese, Ubitennis.net, e con Vanni Gibertini per la home italiana di Ubitennis.com. Vanni sostiene che la soluzione sia tecnologica e cioè che si debba arrivare a superfici dure ma…non troppo. Scientificamente studiate, saggiate, omogeneizzate. Se si entrasse in questo ordine di idee ci vorrebbero comunque degli anni. Di certo non ne potrebbero approfittare Federer, Nadal, Murray, Djokovic e soci.

Certo è che, tornando ad occuparsi del primo Slam del 2018, con il ritiro di Nadal l’Australian Open perde, dopo l’assente Murray e lo sconfitto Djokovic (da Chung), un altro atteso protagonista. A Roger Federer si chiede – ancora una volta! – di salvare il torneo. Una sua finale con Cilic sarebbe la migliore possibile. Una fra Edmund e Sandgren la peggiore. Roger ha vinto 19 volte e perso 6 con Berdych, e alle nove e trenta del mattino si vedrà che succede: Roger ha avuto un cammino facile e avversari comodi, forse gli avrebbe fatto bene trovare un test un po’ più severo. Berdych, dopo un’annata che lo ha fatto precipitare dai top-ten a fuori dai top-20, mi è parso tirato a lucido. L’ultimo precedente di Miami è un campanello d’allarme per Roger: Tomas perse soltanto dopo aver avuto due matchpoint sulla racchetta. Chung è chiamato alla prova del nove di tommasiana memoria con Sandgren. Secondo me la supera. Ma Sandgren l’ho vista giocare solo pochi punti, Ubi sì… Ubiquo no.

Marin Cilic – Australian Open 2018 (@RDO foto)

E pensare che la giornata era apparsa piacevole, tutt’altro che triste (fuorchè per gli sconfitti, ovviamente). Era stata una gran bella giornata soprattutto per due giovani classe ’95 che nessuno si aspettava potessero approdare alle semifinali, lui Brit, Kyle Edmund n.49, 23 anni compiuti l’8 gennaio, lei fiamminga, Elise Mertens, n.37, come la sua “maestra” Kim Cljisters che l’allena nella sua Tennis Academy. I 23 anni li compirà a novembre.

Per tutti e due era il primo quarto di finale in uno Slam e nessuno dei due era certamente favorito. Edmund affrontava il bulgaro Grigor Dimitrov, n.3 del mondo alle spalle dello storico binomio Nadal-Federer nonché campione delle ultime World Atp Finals a Londra, e la Mertens l’ucraina Elina Svitolina, n.4, campionessa agli ultimi Internazionali d’Italia e fino a due anni fa curiosamente allenata dall’altra ex n.1 belga, Justine Henin (che poi la dovette lasciare perché incinta). Buffa coincidenza che in qualche modo le due avversarie rappresentassero indirettamente le due grandi icone del tennis belga.

Ebbene, con quel servizio poderoso e quel drittaccio monstre che può essere considerato oggi il più potente del circuito insieme a quello di Juan Martin del Potro, Edmund ha sconfitto il pronostico e un deludente Dimitrov 64 36 63 64 cui ha lasciato esattamente lo stesso numero di set e di game che aveva concesso al nostro Andreas Seppi negli ottavi. Chissà se Andreas ci ha fatto caso. Forse no. Lui non si perde dietro queste quisquilie, queste piccolezze. Ha perso e si sta allenando, seriamente come al solito, per farsi trovare pronto per la trasferta di Davis a Morioka, in Giappone.

Edmund, che sembra la reincarnazione del terzo millennio di quel Jim Courier che vinse sia a Parigi sia qui nel ’92 e nel ’93, per il colore dei capelli e della pelle (biondo rossicci sopra una carnagione pallida e ricca di efelidi), fisico massiccio e tipo di impugnatura sul dritto (Courier da piccolo aveva fatto baseball; Edmund cricket…) ha realizzato la sua impresa sotto gli occhi compiaciuti di Tim Henman, sei volte semifinalista di Slam ovunque fuorchè qui (4 a Wimbledon, 1 a New York, 1 a Parigi).

Gentleman Tim era appena arrivato a Melbourne. Ha seguito la partita di Kyle accanto al chairman di Wimbledon Phil Brook che invece aveva già portato fortuna al suo compatriota nel match con Seppi.

Henman non aveva più seguito uno Slam, fuor di Wimbledon, da 10 anni. E quando aveva pianificato questo viaggio Down Under aveva pensato di venire per incoraggiare Andy Murray.

Elise Mertens – Australian Open 2018 (@RDO foto)

Non c’era invece Kim Clijsters a seguire Elise Mertens, che era giunta qui sull’onda del bis vittorioso a Hobart (Tasmania). Lei ha vinto ancora più nettamente di Edmund con Dimitrov sulla Svitolina, addirittura 64 60, forse approfittando di un dolorino all’anca dell’ucraina che lei ha comunque aggredito con la stessa intensità di cui era capace Kim Clijsters. Se uno chiude gli occhi e sente parlare Elise in fiammingo sembra di ascoltare proprio Kim. Identica. E ugualmente spontanea. In semifinale trova Caroline Wozniacki che ha dovuto faticare non poco per aver ragione della Suarez Navarro, tornata su buoni livelli. Certo la danese dovrebbe essere favorita nei confronti della fiamminga, se non altro per una questione di esperienza, però se rigioca come ha fatto con la Fett, cui ha annullato 2 matchpoint sull’1-5 nel terzo set, la Mertens saprà approfittarne.

Nella metà alta del tabellone ci sono tutte tenniste che potrebbero tranquillamente vincere il torneo senza scioccare nessuno: basti dire che Halep-Pliskova e Kerber-Keys sono i quarti.   

Le otto volte in cui Rafa Nadal si è ritirato

2018 Australian Open QF: Marin Cilic d. Rafael Nadal 36 63 67(5) 62 20 ret

2016 Miami 2R: Damir Dzumhur d. Rafael Nadal 26 64 30 ret

2010 Australian Open QF: Andy Murray d. Rafael Nadal 63 76(2) 30 ret

2008 Paris QF: Nikolay Davydenko d. Rafael Nadal 61 ret

2007 Cincinnati 2R: Juan Monaco d. Rafael Nadal 76(5) 41 ret

2007 Sydney 1R: Chris Guccione d. Rafael Nadal 65 ret

2006 London/Queen’s Club QF: Lleyton Hewitt d. Rafael Nadal 36 63 ret

2005 Auckland 1R: Dominik Hrbaty d. Rafael Nadal 63 ret

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Editoriali del Direttore

Se io fossi il presidente FIT ma… non Binaghi

Pregi e difetti del presidente sardo, bravo imprenditore pronto a salire sul carro dei vincitori: Schiavone, Pennetta, Errani… Le mie diverse priorità. Dal Country Club di Palermo un esempio organizzativo da imitare. Una proposta per i Challenger

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Negli anni mi è stato chiesto tante volte: “Ma perché non ti candidi alla presidenza della FIT?”. E la risposta è sempre stata la stessa: “Perché non è il mio mestiere”. Non mi piacerebbe quanto fare il giornalista. Inoltre non penso proprio che ne sarei adatto. Non ne sarei all’altezza. Avrei difficoltà a rapportarmi con alcuni interlocutori con i quali invece è necessario farlo. E non alludo soltanto ai procuratori di voti delle varie regioni d’Italia, quelli adusi a raccogliere le deleghe dei votanti. Binaghi è certo più bravo di me. Lo penso davvero: a Binaghi, che non mi piace come persona, riconosco diverse qualità che io so di non avere, e anche diversi meriti, come – primo fra tutti – quello di un grande e indiscutibile impegno.

È decisamente più imprenditore di quanto lo fosse Galgani, che peraltro aveva l’alibi di essere un avvocato e di avere poca voglia di trasferirsi a Roma dalla sua amata Firenze, come invece ha praticamente fatto per gran parte dell’anno Binaghi lasciando Cagliari per la Capitale. Forse anche perché poteva permetterselo, rampollo di una famiglia superbenestante. E poi anche perché oggi un presidente federale ha anche le sue entrate. Al giorno d’oggi non si può più fare il dirigente volontario e dilettante di un’attività manageriale importante, con fatturati da azienda di tutto rispetto.

Che quindi Binaghi guadagni dei soldi, soprattutto quando li fa guadagnare alla sua federazione – e mi pare ci stia riuscendo bene anche se magari i circoli si sentono un po’ tartassati in rapporti ai servizi che ricevono – mi pare più che legittimo. Sul come li gestisca spesso non sono stato d’accordo. Si è trattato troppe volte – secondo me – di una gestione provinciale, e politicamente soprattutto utile a garantirsi il consenso (vedi la tv Supertennis gestita anche in modo assai strumentale), ma d’altra parte lui è proprio espressione di una realtà di provincia, quindi la cosa non deve stupire. Spesso dice cose poco credibili, ma d’altra parte quale politico invece dice spesso cose credibili?

Nello sport preferiremmo, o almeno io preferirei, personaggi un tantino più puri, più onesti intellettualmente, ma bisogna rassegnarsi a quel che ci tocca. I politici sono sempre usi a salire sul carro dei vincitori, anche se per quei vincitori – fino a quando non sono diventati tali – avevano fatto poco o nulla. Il caso delle quattro top-ten azzurre è emblematico. Si sono tutte, o quasi, autogestite in maniera autonoma e indipendente, più in Spagna che in Italia…. Fino a che, diventate forti, ecco che Binaghi ha avuto l’intelligenza politica di affiancarle, di metter loro a disposizione servizi e mezzi (anche finanziari) a sostegno. Conquistandosene la riconoscenza e… l’oblio del primitivo disinteresse. Stessa cosa è successa agli inizi per tanti giocatori, incluso Fognini, di cui ricordo bene – una dozzina d’anni fa – non poche lamentele, poi passate nel dimenticatoio quando le cose sono cambiate insieme all’atteggiamento federale.

Binaghi è stato bravo a recuperare tante situazioni, oltre che a gestire economicamente assai meglio di come avessero fatto in passato i suoi predecessori gli Internazionali d’Italia. Un torneo di cui all’inizio lui aveva sottovalutato l’importanza politico-strategico-finanziaria, almeno a dar retta al presidente ITF Francesco Ricci Bitti che mi ha ricordato più volte di essere stato lui a persuadere il primo riluttante Binaghi a non cedere la gestione del torneo ad un’organizzazione professionistica autonoma quando pensava che “questi Internazionali comportano troppe grane e fastidi”.

Con la Coni Servizi Binaghi si è inventato un bel partner che gli ha consentito margini di manovra che altrimenti come federazione non avrebbe potuto permettersi.

Riguardo ai tanti che, riconoscendomi un amore sviscerato per il tennis e il mio eterno desiderio a che quello italiano uscisse da quasi 40 anni di inspiegabile e comunque insopportabile crisi tecnica – e a 15 anni di fallimento federale a Tirrenia (neppure un top-100 è uscito da lì… sola breve eccezione Giannessi, giunto a n.87 nel luglio 2017, ma rimasto lassù poco tempo) –, mi chiedevano se non avrei dovuto sentire una sorta di impegno morale a candidarmi per la FIT, ho sempre detto che proprio non me la sentivo, che non ero adatto a quel mestiere anche se avrei certamente privilegiato più di Binaghi gli investimenti sul profilo tecnico e organizzativo. Per me quella sarebbe stata la vera priorità assoluta.

Niente avrebbe promosso il movimento tennistico in Italia quanto la fioritura di qualche campione. O quantomeno di uno, due top-ten. Binaghi per molti anni non lo ha fatto come avrebbe potuto.

Avrei puntato sull’ingaggio di coach anche stranieri più qualificati, anche se dispendiosi, oppure avrei incentivato maggiormente quelli più bravi fra gli italiani che sono ed erano pochi fra gli esperti disposti a viaggiare in continuazione; chi vuol fare il coach standosene in famiglia a casina sua, non serve alla bisogna. Soprattutto avrei smesso di fare la guerra a coach e team privati come è stata fatta per anni – e per fortuna ora non più, o almeno non in quella misura, ma sapeste quanto c’è voluto! – quando i ragazzi del clan federale venivano aiutati in un certo modo e invece in tutto un altro quelli che preferivano rimanere con i loro coach, i loro circoli, le loro città natie. Spesso questi venivano addirittura osteggiati. E il tutto accresceva la pressione sulle spalle dei ragazzi supportati dalla FIT, con conseguenze disastrose.

Da un lato è giusto che l’insegnamento federale costituisca una corsia preferenziale, perché è compito primario di una federazione incentivare la pratica sportiva e dunque contribuire attivamente alla costruzione di una ‘scuola’ tennistica che abbia una sua identità (come quella ceca, o spagnola) e quindi un profilo d’insegnamento riconoscibile. Dall’altro, questo obiettivo non deve essere ottenuto a scapito delle eventuali realtà private o comunque non federali, sia perché questa diversità – tramite aumento della competitività degli insegnamenti – può risultare virtuosa e sia perché, come abbiamo detto, Tirrenia finora non ha certo prodotto meraviglie.

Mi rendo anche conto, però, che una Federazione – e chi se ne occupa – ha anche mille altre questioni che non può trascurare. Compresi i contenziosi legali avviati con decine e decine di interlocutori, dipendenti e… critici poco apprezzati. E quasi certamente nel gestire tutte quelle questioni, compresi i contentini che Binaghi deve dare a tanti dirigenti, sotto le forme più svariate (viaggi, trasferte, convocazioni in luoghi più o meno ameni per riunioni di vario tipo, rimborsi, onorificenze ed oneri), così come ai circoli più amici, lui è certamente più bravo e preparato – soprattutto dopo 19 anni di leadership e di esperienze – del sottoscritto.

Ricordo che Rino Tommasi fu letteralmente tirato per la giacchetta a presentarsi come candidato nel 2000 da un gruppo di appassionati e di comitati regionali preoccupati perché si era presentato un solo candidato alle elezioni FIT, Angelo Binaghi, dopo più di un ventennio “Galgani”, due commissari straordinari (Tronchetti Provera e Sacchi Morsiani) e una breve reggenza di Francesco Ricci Bitti che abbandonò la FIT per fare la scalata alla presidenza della federazione internazionale (ITF).

Tommasi, dopo non poche titubanze espresse al nostro comune tavolo di lavoro nella sala stampa di Lisbona durante le finali ATP, finì per accettare ponendo due strane, anomale condizioni: “La prima è che io non debba fare neppure una telefonata per sollecitare un voto (e difatti non la fece). La seconda è che io non abbia vere chances di vincere, perché non ho nessuna intenzione di abbandonare il mio lavoro di giornalista. Accetto solo perché non fa mai bene allo sviluppo di uno sport che ci sia un candidato unico, uno che non debba preoccuparsi di garantire certe modifiche per un sistema che necessita di parecchi miglioramenti, compreso quello di evitare che possa ripetersi un ventennio di leadership dirigenziale, come è invece avvenuto per Paolo Galgani.

Tommasi si divertiva a professarsi “uomo di destra, per il quale i liberali sono extraparlamentari di sinistra”, ma in realtà le sue suonavano più come battute alle quali si era affezionato e amava ripetere ad ogni occasione che reali convinzioni. Anche se ribadite anche in altre esternazioni cui si lasciava andare più per riderci su che per persuadere i suoi interlocutori – “Ma ti pare che il voto di quell’analfabeta debba valere come quello di Rino Tommasi?!”, o anche “il sistema democratico della FIT che quasi impone di avere in consiglio consiglieri del maggior numero possibile di regioni… per cui se uno potesse contare teoricamente su tre straordinari dirigenti di una stessa regione, dovrebbe sacrificarne due per avere in consiglio al loro posto un idiota e un incapace di altre due regioni, è un sistema che parte con l’handicap in partenza e se lo porta dietro per tutto un mandato. Se poi chi sta al potere e logora chi non ce l’ha ci sta per tre o quattro mandati, ecco che l’handicap resta tale per tutto quel tempo!”.

Senza fare una sola telefonata Tommasi, senza arruffianarsi alcun comitato regionale né gli abituali procacciatori di voti, conquistò il 36% dei voti. Tanto bastò per “spaventare” Binaghi, all’epoca sponsorizzato da Adriano Panatta (che aveva dato la spinta decisiva a far precipitare Paolo Galgani…), che da quel momento in poi mise Tommasi nel suo libro nero dei “nemici”. Fu però sotto la spinta di quella inattesa competizione elettorale, con Tommasi che ribadiva ogni piè sospinto come i presidenti dell’USTA, la federtennis americana, restassero in carica solo 4 anni e poi venissero sostituiti dal vice, che Binaghi si sentì stimolato a inserire nella sua campagna elettorale che nessun presidente federale avrebbe dovuto restare sulla prima poltrona FIT per più di due mandati. Otto anni.

In una recente intervista a Sky lo stesso Binaghi ha dichiarato: “Le regole te le fanno gli altri. Anche in questo caso, ad esempio, noi stiamo facendo una variazione statutaria che ci impone il Coni. Il governo, a sua volta, l’ha imposto al Coni. Quindi le regole sono fatte dagli enti e poi sono approvate dall’assemblea. Probabilmente Stefano Meloccaro che lo intervistava e gli aveva chiesto dei suoi 19 anni sulla poltrona di presidente, non ricordava che nel 2009 proprio Binaghi aveva proposto una modifica statutaria, approvata da una assemblea stanca per alzata di mano dopo oltre 4 ore di modifiche assai meno importanti, che di fatto gli assicurava l’impossibilità pratica per qualunque altro concorrente di proporsi come candidato in alternativa a lui.

Questi, a seguito della modifica dell’articolo 55 per candidarsi avrebbe dovuto passare sotto queste forche caudine. Le candidature devono essere sottoscritte: a) per la carica di Presidente federale, 1) da almeno trecento rappresentanti degli Affiliati aventi diritto al voto (leggi: i circoli), appartenenti ad almeno cinque regioni con un minimo di dieci per regione; 2) da almeno duecento atleti maggiorenni in attività appartenenti a cinque regioni, con un minimo di quindici per regione; 3) da almeno venti tecnici maggiorenni in attività appartenenti a cinque regioni, con un minimo di tre per regione.

Io scrissi allora, inimicandomi per sempre il presidente Binaghi, che nemmeno facendo per un paio di anni una campagna di investimenti degna di Obama – oggi scriverei Trump – un candidato alternativo avrebbe immaginato di poterla spuntare. Quando mai 300 circoli (con tutte quelle limitazioni…) avrebbero rischiato di inimicarsi un presidente in carica, in possesso di tutta una serie incredibile di poteri gestionali (contributi compresi, assegnazione di incarichi, di tornei), esponendosi al sostegno di un candidato alternativo senza alcun potere?

Com’era facilmente prevedibile Binaghi ha vinto con maggioranze bulgare tutte le successive elezioni in assenza di un qualsiasi altro candidato. Se poi con Meloccaro a Sky il presidente sardo ha avuto la faccia tosta di sostenere che “le regole te le fanno gli altri”, beh gli è andata bene che Meloccaro non gli ha potuto ricordare quella che aveva fatto lui. L’aveva fatta approvare sotto i miei occhi, il 12 dicembre 2009 dall’assemblea straordinaria n.56, la più stanca che si potesse immaginare quando tutti, nella sala conferenze dello stadio Olimpico, Curva Sud, non vedevano l’ora di andare via. Machiavellico.

A Binaghi riconosco indubbi meriti per avere prima capito che l’attività organizzativa era importante. A tutti i livelli. Tornei dilettantistici o semidilettantistici (anche se il costo delle iscrizioni è talvolta eccessivo), professionistici come i tornei Open e i tanti challenger che da una parte aiutano i giocatori italiani a fare punti ATP senza dover affrontare trasferte troppo onerose, dall’altra fanno parlare di tennis, e vedere tennis, in tante città italiane cui non può bastare il solo tennis visto in tv (più da un pubblico anziano che giovanile) a promuovere il tennis.

In questa nuova ottica, credo che Binaghi abbia fatto bene anche a richiedere l’organizzazione delle NextGen ATP Finals a Milano, anche se sono costate un subisso e rappresentano ancora oggi una perdita finanziaria notevole: intorno ai 5 milioni annui. Ma è forse anche grazie a quelle che l’Italia e la FIT hanno conquistato le finali ATP 2021-2025 a Torino. Non ci sarà più, probabilmente, Federer e forse neppure Nadal a far da traino spettacolare, ma rappresenteranno certamente un bell’impulso alla promozione del tennis in Italia anche se non dovessero risultare un business sotto il profilo economico. Se poi avessimo la fortuna di avere fra i protagonisti un giocatore italiano (Berrettini?), beh Binaghi e il tennis italiano avrebbero fatto Bingo.

Di certo tutto quanto sopra descritto – pur con la pecca sempiterna di un campionato di serie A ancora organizzato di peste e con modestissimi ritorni d’immagine per i circoli che investono soldi pesanti per parteciparvi; quanto ci vorrà perché qualcuno ci metta finalmente mano? È un evento in termini di comunicazione abbandonato dalla FIT, ogni circolo, come il TC Prato e il TC Park Genova, è costretto ad arrangiarsi da sé – testimonia un deciso cambiamento “politico” rispetto ai tempi in cui una FIT inerte si è fatta sfuggire tutte le date del circuito maggiore ATP che diversi circoli italiani erano stati capaci di conquistarsi in epoche diverse. Da 7 tornei ATP in uno stesso anno, ci siamo ritrovati a zero senza che la nostra federazione, ante era Binaghi e Binaghiana, battesse ciglio.

I lettori più affezionati di Ubitennis conosceranno anche la vicenda del Tennis Country Club di Palermo che fu costretto ad “affittare” per 6 anni a Kuala Lumpur in Malesia il proprio torneo femminile gestito per 29 anni – unica prova del circuito WTA in Italia – perché la FIT (pur tempestivamente sollecitata) non era stata altrettanto sollecita nel dare le stesse garanzie economiche dei malesi nei tempi dovuti e necessari. Da quella conseguente e inevitabile decisione presa dai due soci proprietari e responsabili del Tennis Country Club, Giorgio Cammarata e Oliviero Palma, era nata una frizione che solamente in tempi recenti sembra essersi finalmente attenuata.

Lo scorso anno i due soci del Tennis Country palermitano si sono coraggiosamente esposti a riprendere in mano un torneo per il 2019 che, con un montepremi di 250.000 euro, richiedeva un rischio d’impresa pari a tre volte quel montepremi: 750.000 euro. Non facile reperirli, vero? Ma i due ce l’hanno fatta. 120.000 euro di sola biglietteria a Palermo, per un torneo che inizialmente non poteva contare su una partecipazione italiana qualificata, è stato un mezzo miracolo. Ma non un frutto del caso, così come non è stato frutto del caso, il contributo totale garantito dagli sponsor principali, Peugeot, Napapijri, Tag Heuer, Ricola, senza il quale anche garantirsi l’ingaggio di una top-5 come l’olandese Kiki Bertens non sarebbe stato possibile.

Ma quegli sponsor il direttore del torneo Palma non li ha trovati chiedendo beneficenza. Li ha trovati dimostrando una capacità organizzativa, fin dalla prima conferenza stampa organizzata alla Rinascente di Milano e poi con la seconda a Palazzo Chigi coinvolgendo il nuovo sottosegretario allo sport Giancarlo Giorgetti, fuori al comune. Non avevo seguito di persona prove del circuito femminile al di fuori degli Slam e delle finali WTA e sono rimasto francamente stupito di quante e quali cose lì sono riusciti ad organizzare a Palermo per il Ladies Open appena vinto dalla mancina svizzera Jil Teichmann su Bertens, senza perdere un set e vincendo 3 tiebreak su 3, a dimostrazione di una notevolissima personalità.

 
Jil Teichmann – Palermo 2019 (foto Nino Randazzo)

Ogni giorno in un villaggio insolitamente ricco e vario anche di presenze extratennistiche, era tutto un susseguirsi di eventi interessanti con “apericena” a base di vini Cusumano e Grana Padana, presentazioni letterarie, incontri con personaggi dello sport, premiazioni USSI dei migliori atleti siciliani di varie discipline sportive (premiato anche il maestro di giornalismo Italo Cucci, da anni residente nell’isola di Pantelleria e cittadino siciliano quasi onorario), cene preparate da master chef stellate, tutti eventi dei quali l’eccellente coordinamento della comunicazione assicurato dal capufficio stampa Nino Randazzo, con la collaborazione di Giovanni Mazzola ed altri giovani in gamba che lavoravano fino alle due di notte anche per predisporre l’uscita del giornale quotidiano distribuito, ha dato ottimamente conto. In parte lo ha fatto anche Ubitennis, attraverso servizi miei e della nostra redazione.

Supertennis ha trasmesso i match serali e si è lasciata sfuggire l’invio di un redattore per coprire magari con qualche salotto tutto quel che succedeva, forse perché non ci si immaginava la presenza di sette tenniste italiane in tabellone, né i quarti di finale di Paolini (che ha portato al terzo set Bertens, giocando alla pari per i primi due). Peccato che a Palermo non si sia visto neppure il presidente Binaghi – salvo che con un articolo nel programma del torneo – né qualcuno dei suoi vice: per l’unico torneo WTA organizzato in Italia credo che sarebbe stato giusto, anche per mettere definitivamente una pietra sopra ai vecchi dissapori. Ma forse ancor più che Binaghi avrebbe fatto bene a fare una visitina Sergio Palmieri. Tante idee di quelle messe in atto, quasi freneticamente eppur brillantemente da Oliviero Palma avrebbero potuto essere intelligentemente mutuate.

E se qualcuno mi chiedesse – non me lo si chiederà mai, lo so – un paio di consigli per migliorare l’attività organizzativa dei tornei italiani (challenger in particolare) che secondo me è fondamentale per farli crescere e assicurarsi un intervento più massiccio degli sponsor ai singoli eventi, io se fossi il presidente della Federtennis non avrei dubbi: per prima cosa organizzerei una giornata di riunione fra tutti i direttori dei tornei challenger e fra i relatori di quel giorno chiamerei Oliviero Palma, la cui competenza, passione, lungimiranza imprenditoriale non può essere messa in dubbio. Lui potrebbe raccontare tutto quello che è stato in grado di mettere in piedi in 10 giorni, come ha fatto a recuperare 750.000 euro, a chiudere in pareggio un torneo super-impegnativo senza avere nomi di grandissima cassetta, a sapere già oggi che in grandissima parte gli sponsor che ha avuto quest’anno erano talmente soddisfatti che saranno quasi certamente sponsor anche l’anno prossimo.

Questo è quello che tutti i direttori dei tornei challenger in Italia sognerebbero e vorrebbero poter dire. Soltanto lo scambio di esperienze fatto da ciascuno di loro costituirebbe un bagaglio importante per affrontare il loro prossimo torneo. Io credo sinceramente che una FIT avrebbe tutto l’interesse a che questo accadesse. Perché maggiore sarò il numero dei tornei con un montepremi più alto – ma che non dissangui e scoraggi chi l’organizza – e migliore sarà la partecipazione dei tennisti, l’esperienza dei tennisti italiani, l’interesse del pubblico, la promozione del tennis.

Quando ho scritto queste cose che penso, mi sono anche detto, lì per lì: non farò mica male a scriverle, perché così facendo, per partito preso Binaghi non le farà? Beh, mi sono poi risposto: io non credo che Binaghi sia stupido. Non lo è per nulla, anche se ogni tanto gli scappano frasi inopportune su Federer, oppure ha dato retta a chi (Giancarlo Baccini e Piero Valesio per non fare nomi) gli ha fatto fare clamorosi autogol, come ad esempio il ritiro del mio accredito agli ultimi Internazionali d’Italia. Per quell’incredibile episodio si sono pronunciate tutte le associazioni giornalistiche italiane e internazionali diffidando la FIT e la direzione della comunicazione FIT dal ripetere simili assurdi atteggiamenti nei confronti di chicchessia. Binaghi, ripeto, non è stupido. I suoi difetti sono altri. Basta dire nobody is perfect?

P.S. Evitateci commenti men che civili. Nei miei confronti come di altri. I redattori hanno ben altro da fare che passare ore e ore a moderare post inopportuni. Purtroppo quando si scrive di argomenti federali accade spesso che qualcuno trascenda. Grazie.

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Editoriali del Direttore

Gli alibi di Roger Federer, gli attributi di Novak Djokovic

LONDRA – Wimbledon 2019. Se annulli non uno, ma due matchpoint consecutivi, una volta, due volte, tre volte, non è più fortuna. Ma diversa saldezza di nervi da parte di Djokovic. Che emerge anche in 3 tiebreak, vinti contro un grande Federer e tutto uno stadio

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Djokovic e Federer - Wimbledon 2019 (via Twitter, @ATP_Tour)

da Londra, l’ultimo editoriale del direttore

Se se e se. Dei se son pien le fosse. Se Federer avesse approfittato dell’unica palla break disputata nel primo set (sul 2-1 per lui). Se Federer avesse vinto il tie-break di quel set in cui è stato avanti 5-3 e non avesse sbagliato il dritto del 6-3. Se nel terzo avesse trasformato il set point conquistata con quella prodigiosa volée ma fosse riuscito a togliersi dall’ombelico il servizio a 191 km orari sparatogli da Novak. Beh, sarebbe stato tre set a zero. Oppure… se, sull’8-7 al quinto, avesse messo una prima sul primo match point, oppure se avesse evitato di presentarsi a rete dietro un attacco poco deciso sul dritto di Djokovic per farsi infilare da quel cross… se, tutti questi se, ora saremmo a celebrare il nono Wimbledon di un campione infinito e un gap di 3 Slam fra lui e Rafa, fra Rafa e Nole..

Ma invece siamo qui a celebrare, con non meno enfasi perché i meriti sono forse perfino maggiori – e dirò perché – il quinto Wimbledon di un campione davvero irriducibile, Novak Djokovic, capace di annullare con il coraggio del miglior Jimbo Connors tutte quelle situazioni di handicap sopra descritte. Lo ha fatto nonostante una giornata per lui decisamente mediocre alla risposta, eppure incredibilmente epica per tutto quanto è successo. Per le 4h e 56 minuti di straordinaria maratona con quel 13-12 finale assolutamente unico (in singolare). Per i due match point annullati per la terza volta allo stesso avversario in uno Slam. Per esser riuscito a fare tutto ciò nonostante 14.800 spettatori tifassero in modo quasi ossessivo per il suo avversario, in modo francamente esagerato in barba ad ogni fair-play, (“Let’s Go Roger, let’s go!”). Lui ne aveva forse 79, qualche serbo, compresi i genitori, il figlio Stefan, i due coach Vajda e Ivanisevic, gli agenti Dodo e Elena Artaldi, qualche suo ospite riconoscente.

 

Certo che Federer avrebbe potuto vincere. Ma certo anche che alla fine il tennis sarà pure lo sport del diavolo, ma non perdona chi non sfrutta le occasioni che uno si crea. Come è abbastanza giusto che sia. E premia invece chi non molla mai e conquista i punti più importanti, quelli che contano di più. Soprattutto l’ultimo, ovviamente. Ma anche quelli che si giocano nei tie-break quando, più che negli altri momenti, devi avere nervi saldi, freddezza e lucidità, mentalità vincente.

Djokovic, e non è la prima volta che lo dimostra, ha tutto ciò. In misura disumana, anormale. Lui non trema. Gli altri, anche Federer, forse sì, se è vero che questa è la ventiduesima partita che perde con il matchpoint a favore e che perfino i suoi stessi tifosi si ritrovano spesso a sottolineare quante palle break lui perda per strada in tanti, troppi match importanti. Petit bra, braccino, dicono i francesi.

È chiaro che anche questo mio editoriale è frutto del… senno del poi, perché se, se, se e ancora se… bastava un punto in più a Roger nel momento giusto (quale più giusto del match point), e ora faremmo tutt’altri discorsi.

Allora, ciò ammesso… cercando invece per un attimo di dimenticare chi ha vinto e chi ha perso, parliamo della partita. Ma che partita è stata?! Incredibile. Indimenticabile…anche se, come ha subito detto sul campo, Roger non sognerà altro che dimenticarla. Idem i suoi tifosi più sfegatati. Il biglietto del centre court, a media altezza degli stand, costava 225 sterline. Euro più euro meno, 250 euro. Per quasi 5 ore di tennis spettacolare, scambi formidabili, recuperi incredibili, volée scavate dall’erba, riflessi paurosi, dropshot accarezzati con infinita soave levità, servizi micidiali e mai uguali, rovesci a una mano come a due, diversamente mirabolanti. Il tutto al prezzo di 50 euro l’ora. Regalato.

Djokovic e Federer – Wimbledon 2019 (via Twitter, @ATP_Tour)

Qualche giorno fa avevo scritto che su internet un biglietto si poteva trovare a 9.000 sterline per il Fedal, e circa alla metà per la finale, quando ancora non si sapeva chi ci sarebbe approdato. E non si poteva escludere che ci arrivasse, con tutto il grande rispetto che merita, anche Bautista Agut per una finale che avrebbe potuto essere anche tutta spagnola se Nadal avesse battuto Federer come “quotavano” i bookmaker. Beh, erano apparse cifre assolutamente eccessive, esagerate, sproporzionate, immorali. Eppure stasera c’è che mi ha scritto: “Quasi quasi sono pentito di non averle spese, uno spettacolo così non lo vedrò mai più!”. Vero che a tutto c’è un limite, anche per le tasche degli appassionati più abbienti e appassionati, però è vero che – potendoselo permettere – lo show è stato assolutamente di primissimo livello. Probabilmente irripetibile.

Per reggere a quei ritmi – ma come fanno a 38 e 32 anni? Un mistero – si deve avere una attenzione, una capacità di concentrazione assolutamente disumana, mentre attorno a te la gente grida di tutto, chi a favor tuo, chi del tuo avversario, a seconda delle prospettive.

In quasi cinque ore di maratona elettrizzante, di un’intensità spaventosa, è chiaro ed inevitabile che ci fossero sia alti sia bassi, in termini di qualità. Il secondo set di Djokovic è stato quasi raccapricciante. Molto diverso – anche se nato sulla scia di un primo set vinto – da quello con lo stesso punteggio (6-1) con cui Nadal aveva dominato il secondo set con Federer venerdì. Lì era stato Rafa a giocare in modo fantastico, Roger aveva avuto ben poco da rimproverarsi. Invece nel 6-1 di Roger a Djokovic è stato il serbo a fare e disfare quasi tutto. In 17 minuti era finito sott’acqua, 0-4, facendo due 15 in due turni di servizio, 6 punti in tutto contro 16. Certo Federer lo aiutava, ma tutto sommato nemmeno poi tanto.

E quando Novak si è trovato sotto 5-1 il settimo game non l’ha neppur lottato, ma l’ha perso a zero in un battibaleno. Lì per lì ho pensato avesse fatto una gran cavolata. Perché se avesse tenuto quel servizio avrebbe poi cominciato lui a servire nel terzo e sarebbe stato un discreto vantaggio. Basti pensare che quando c’è stato il sorteggio e Federer lo ha vinto… lo svizzero, che ama far le gare di testa, ha subito scelto di battere per primo. Stessa cosa aveva fatto anche contro Nadal.

E infatti avete visto che cosa è successo nel terzo set fino al tie-break? Su Twitter e Instagram – a proposito, chi non è ancora follower… cosa aspetta a diventarlo? – ho pubblicato copia dei miei ‘geroglifici’ sul canonico taccuino da Slam. E da quello potrete constatare come nel terzo set, facendo gara di testa, Federer abbia tenuto il primo e il terzo game a 15, il secondo, il quarto e il sesto a zero, il quinto a 30: totale 4 punti persi.

Djokovic ha vissuto il momento più difficile quando ha concesso la già ricordata palla break sul 4-5, che era quindi un set point ma si è aggrappato al servizio ed è arrivato al tie-break. E questo è cominciato con una stecca iniziale di Roger e mini-break: Nole è salito sul 5-1 e buonanotte Federer (7 punti a 4). Insomma Novak era stato decisamente peggiore rispetto a Roger, complessivamente nei tre set, ma conduceva 2 set a uno. Il tennis non è una scienza esatta. A fine partita si registreranno 14 punti in più per Federer che ha perso. Ma, è storia vecchia anche se è raro che uno sconfitto ne faccia così tanti di più, non tutti i punti hanno lo stesso peso.

Inutile che io faccia ancora cronaca del resto. L’abbiamo fatta già in diversi qui su Ubitennis, Vanni Gibertini prima degli altri (chiudendo la cronaca in tempo reale) ma ne abbiamo dissertato a lungo con Steve Flink nel video in inglese e anche nel video in italiano che spero abbiate avuto la pazienza di aprire e guardare fino in fondo (per registrare l’ultimo abbiamo dovuto ‘sopravvivere’ a una telecamera bizzosa e a una serie infinita di disturbatori in Somerset road!).

Novak Djokovic – Wimbledon 2019 (via Twitter. @wimbledon)

Lasciatemi ora concludere riprendendo alcuni concetti del commento che ho scritto per i miei giornali (La Nazione, Il Giorno, Il Resto del Carlino), osservando come in tutti questi anni Roger sia stato davvero parecchio … viziato dal pubblico che si schiera sempre in massa dalla sua parte. Per carità, lui mica li ha pagati, però è un bel vantaggio.

Non è colpa di Novak Djokovic se Roger Federer e Rafa Nadal sono diventati fenomeni prima di lui. Finchè loro giocheranno lui è destinato a essere il meno popolare, il meno amato. Anche se lui ne soffre, farebbe qualsiasi cosa, e la fa, per procurarsi la simpatia e il sostegno della gente. Certo è vero che il suo tennis, pur assolutamente straordinario – soprattutto in difesa – è purtroppo meno originale, riconoscibile di quello degli altri due. Il corri e tira, il rovescio a due mani (sebbene proprio con quel rovescio recuperi palle davvero incredibili) le ginocchia che toccano l’erba, le anche che misteriosamente non si spaccano, sono tutte qualità che hanno del miracoloso… ma chi lo guarda non si entusiasma come potrebbe e forse dovrebbe, non ne subisce il fascino. Lui non ha il tennis vario, elegante, imprevedibile come quello classico, fine, aristocratico di Roger Federer, non ha quegli strappi poderosi mancini, brutal, fenomenal, animal di Rafa Nadal.

Eppure io non mi sorprenderei per nulla se alla fine Novak superasse entrambi gli altri due rivali nel conto degli Slam, approfittando dei sei anni che ha in meno rispetto a Federer che prima o poi dovrà inevitabilmente lasciargli strada e, direi, anche della superiore condizione atletica che lui, con quel fisico di caucciù, vero Tiramolla, ha mostrato in tutti questi anni rispetto a Nadal. Rafa quasi ogni anno è stato costretto a fermarsi per mesi perché le ginocchia o le braccia si sfilacciano.

Il modo in cui Djoker-Nole ha vinto il suo quinto Wimbledon (come Bjorn Borg) la dice lunga, oltre che sulla sua tenuta atletica che aveva già mostrato straordinaria quando aveva lottato e vinto dopo una maratona di quasi sei ore contro Nadal a Melbourne 2012, sulla sua incredibile forza mentale. È quella la sua dote più eccezionale, anche se il talento non si può davvero discutere.

Avevo previsto questo scenario, sapevo che avrei avuto tutti contro, perché è sempre così quando si gioca contro Federer, perché lui è una leggenda…ha detto Novak dopo il match. Sì, però un conto è aspettarselo, un altro è dover fronteggiare, punto dopo punto, minuto dopo minuto, decine di migliaia di persona che applaudono i colpi del tuo avversario e non i tuoi.

È un grande e sarà sempre più grande, Novak. Gli aficionados di tutto il mondo, e non solo della Serbia che da tempo lo ha eletto a suo primo idolo indiscusso, dovranno rassegnarsi a fare il tifo per lui. Perché Novak è già un grandissimo e lo sarà sempre di più.

Novak Djokovic – Wimbledon 2019 (via Twitter. @ATP_tour)

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Editoriali del Direttore

Non sarà che Federer vince perché è felice mentre Nadal è triste?

LONDRA – Nell’eterna sfida fra i due rivali, un grande Federer e un Nadal poco brillante. Da tempo, fuorché sul “rosso”, Rafa perde con i due Fab. La chiave del successo? I due rovesci. Djokovic resta il favorito numero 1

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Roger Federer e Rafa Nadal - Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @wimbledon)

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da Londra, il direttore

Tutta la storia di Federer-Nadal in 40 foto

 

È stato un grande spettacolo e una bella partita, ma non una partita paragonabile a quella del 2008 che è stata ed è ancora in lizza con alcune altre per il titolo “simbolico” e certo soggettivo per la “partita più bella di sempre”. Ma è stata comunque notevole, emozionante soprattutto nel finale, con scambi di straordinaria intensità e grande bellezza, nonché ricchi di suspense quando Roger Federer non riusciva a chiudere il match e Rafa Nadal non pareva disposto ad arrendersi. Formidabile atmosfera.

Hai voglia a negarlo, a sostenere che Wimbledon è un torneo anacronistico perché è l’unico torneo che davvero conta sull’erba in una stagione che dura un mese, ma l’atmosfera che si vive qui non la si vive da nessun altra parte e giustifica le code, l’irreperibilità dei biglietti, i prezzi esosi di quelli e del resto. Chi è stato a Wimbledon lo sa, lo ha percepito, non farebbe a cambio con nessun biglietto di nessun altro torneo. Vi sfido a trovare chi sostenga il contrario. È il tempio del tennis e spettacoli come quelli visti ieri, anche il match Djokovic-Bautista Agut per due set e mezzo, ti lasciano senza fiato.

Roger sarebbe riuscito a fare suo il match e a conquistare la dodicesima finale qui (!) soltanto al quinto matchpoint dopo che Rafa Nadal si era conquistato una palla per il 5 pari che, se trasformata, avrebbe forse potuto riaprire un duello nel quale il miglior duellante fino a quel punto era stato certo Federer. È finita in modo diverso rispetto al 2008, quando Nadal aveva vinto 9-7 al quinto, dopo aver perso le finali delle due precedenti edizioni, in quattro e in cinque set, smentendo le previsioni e le quote dei bookmakers che pagavano la vittoria di Rafa a 1,72 e quella di Roger a 2,10.

Roger Federer e Rafa Nadal – Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @wimbledon)

Così saranno Federer e Djokovic a contendersi il titolo più prestigioso e agognato. Sarebbe il nono per Roger (e lo Slam n.21) e il quinto per Novak (e lo Slam n.16). Se sarà il primo a centrare l’obiettivo eguaglierà i nove trionfi di Martina Navratilova. Intanto, per quel che conta, è il finalista più anziano con i suoi 37 anni e 11 mesi, dal 1974 – l’anno del mio primo Wimbledon – quando Jimbo Connors demolì la debole resistenza del trentanovenne Ken Rosewall. Se sarà invece il secondo eguaglierà quelli di Borg, anche se i suoi non saranno consecutivi come quelli dello svedese. Ma lo svedese poi smise praticamente di giocare, mentre Novak Djokovic non ne ha la minima intenzione.

Fra i due finalisti ci sono più head to head, 47, che in ogni altra rivalità maschile ad eccezione di Djokovic-Nadal (54 sfide). Il record all time però appartiene a Martina Navratilova e Chris Evert, che si sono sfidate ben 80 volte! E 43 a 37 è il bilancio favorevole a Martina. Novak ha battuto Roger 25 volte, ci ha perso dunque 22, ma forse è più significativo ricordare che Federer non ha più sconfitto Novak dal 2015 e che ci ha perso due dei tre duelli qui a Wimbledon, cioè le finali del 2014 e del 2015. Insomma il favorito dei bookmaker sarà Djokovic. Ma, come constatato, anche i bookmaker sbagliano.

Il Federer visto ieri è stato però uno dei più brillanti visti negli ultimi anni, secondo me migliore perfino di quello che vinse qui nel 2017, dopo cinque anni di digiuno. D’altra parte anche un Nadal meno vivo e reattivo dei giorni precedenti e delle sue migliori giornate, soprattutto con rovescio e servizio, è comunque capace di costringere Federer a giocare meglio di quanto potesse fare due anni fa un Cilic che ebbe anche problemi di natura fisica.

Rafa aveva annullato, sul 3-5 del quarto, due matchpoint con due grandi servizi, ma il modo in cui ha annullato terzo e quarto sul 4-5 e servizio Federer è stato da supercampione qual è e resta a dispetto della sconfitta: il primo dopo uno scambio pazzesco di 24 punti al termine del quale è riuscito a prendere l’iniziativa e chiudere il punto con un dritto lungolinea, il secondo con un coraggiosissimo rovescio incrociato vincente. Uno dei pochi, per la verità.

Poi Rafa ha avuto quella pallabreak per il 5 pari cui ho già accennato dopo che Federer aveva steccato clamorosamente un “pallonetto campanile” per nulla facile da “smecciare” – avevo pronosticato al mio vicino Steve Flink che era più facile sbagliarlo che chiuderlo – dopo uno straordinario recupero difensivo di Nadal. Ma Federer ha scampato la pericolosissima pallabreak con una rasoiata di rovescio che Rafa non è riuscito a tirar su per oltrepassare la rete.

Quel punto, con un diverso esito, avrebbe potuto avere notevoli ripercussioni psicologiche dopo i 4 matchpoint non trasformati. Il miglior Rafa avrebbe potuto farlo difendersi meglio. Ma come già detto – e senza nulla togliere ai meriti di Roger che ha giocato benissimo sia in risposta, sia di rovescio, sia al servizio – quello di ieri non era il miglior Rafa. Anche sul quinto matchpoint, quello decisivo, l’errore di rovescio – lungo – di Rafa è stato sì provocato da Roger, ma fin dalla risposta Rafa non era stato impeccabile.

Insomma onore a Roger che è sembrato in possesso di una condizione fisica invidiabile, da 25enne e non quasi 38enne, in un match che ha oltrepassato di 3 minuti le tre ore. Ma, forse anche perché un tantino influenzato dal mio vicino di tribuna stampa e hall of famer Steve Flink – il celebre collega americano con il quale ripercorro quotidianamente le giornate degli Slam nel sito inglese www.ubitennis.net (a mio avviso sono riassunti e puntualizzazioni migliori giornalisticamente di quelli che faccio in italiano per lo più da solo) – ho notato troppe volte un Nadal che giocava corto, che rispondeva poco, che subiva anziché aggredire come di consueto per aprirsi il campo.

Alla fine tutti e due hanno fatte circa 3 km di corsa (3046 metri Roger e 2994 Rafa), e Rafa di solito ne fa più del suo avversario perchè tende a coprire la maggior parte del campo con il dritto, ma il maiorchino avrebbe dovuto far correre ancora di più lo svizzero che invece lo ha sorpreso non arretrando mai, giocando sempre con i piedi sulla riga di fondo per anticipare tutti i colpi, arrivando a giocare stupendi rovesci coperti da fondo come fossero demivolée. Fluide a vedersi, difficilissime a farsi e anche a pensarle. Prodigi che possono riuscire soltanto a campioni del suo calibro.

E di nuovo, per la millesima volta, va dato atto a Ivan Ljubicic di averlo spinto a migliorare fin dalla risposta il rovescio, rendendolo aggressivo. Quando a Federer funziona il rovescio, per gli avversari, tutti gli avversari, sono dolori. E in semifinale ha funzionato alla grande. Non ha sofferto minimamente i servizi a uscire di Rafa, né quelle roncolate di dritto che anni fa lo facevano tanto tribolare. Ha risposto invece colpo su colpo, rovescio contro dritto, tagliandoli il minimo indispensabile, giusto per variare effetti e rimbalzi, e giocandoli a tutto braccio senza mai dare la sensazione di vivere gli antichi affanni, le vecchie angosce. Formidabile. Se sarà in grado di replicare tutto ciò anche contro Djokovic assisteremo ad una grande finale. Ma non garantisce che la vincerà.

Di fatto Roger ha risposto quasi sempre alla battuta di Rafa, dopo un primo set di assaggio in cui i due hanno ingaggiato una inconsueta battaglia di servizi. Niente a che vedere con il duello del 2008, che era stato soprattutto un duello di grandi scambi, di lunghi palleggi. Fino al tiebreak che lo ha deciso, infatti, non c’era stata che una sola palla break, quella salvata sul 4-3 per Federer da Nadal al termine di un fantastico scambio simil-match 2008.

Federer aveva perso solo 5 punti in 6 turni di servizio, e Nadal 9. Perché, come dicevo, Federer rispondeva meglio. L’aspetto abbastanza curioso del tiebreak è stato che nei primi 7 punti del tiebreak ci sono stati 6 minibreak. Rafa era avanti 3-2 con minibreak, poi ha perso 5 punti di fila: in tutto il tiebreak ha fatto un solo punto sul proprio servizio. Bravo Roger, ma non tanto bravo lui. Giusto il tempo di osservare a quel punto che su 7 tiebreak giocati su quel centre court dai due grandi rivali, ben sei se li era aggiudicati Federer.

Poi c’è stato, a confondere le idee, quell’ingannevole 6-1 per Nadal, dopo che sull’1 a 1, Federer si era conquistato due pallebreak consecutive. La seconda se la poteva giocare decisamente meglio. Dopo un’ora e 28 minuti, ma soprattutto dopo che Roger aveva perso 5 games di fila e 18 degli ultimi 21 punti, attorno a me non vedevo nessuno convinto che Federer si sarebbe ripreso come ha invece fatto.

Roger Federer e Rafa Nadal – Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @wimbledon)

Rafa ha subito una mazzata psicologica non da poco quando, subito il break nel quarto gioco a 30 dopo due punti strepitosi di Federer che da soli sarebbero valsi il prezzo del biglietto (magari non quello da 9.000 sterline che si poteva acquistare via Internet, ma quello da 185 face value direi anche di sì), ha avuto 3 pallebreak per il controbreak, ma lì Federer ha servito tre volte benissimo e c’è stato poco da fare per lui. Negli ultimi due turni di battuta Roger ha perso un punto, quindi dopo 2h e 06 minuti, era avanti due set a uno e in gran fiducia. Cosa che Rafa invece non mostrava avere più.

Sembrava Roger il più giovane e Rafa il più stanco. Lo sguardo era semi-spento, negativo. Sentiva che la partita non era nelle sue mani. Non riusciva a cambiarne il corso. Federer, salvo che in quel game in cui aveva concesso le 3 pallebreak, aveva dominato tutti i suoi servizi: 3 a zero e uno a 15. Rafa aveva dovuto soffrire su tutti gli ultimi tre turni di battuta su quattro. Come poteva essere ottimista? E l’inizio del quarto ha confermato il terzo. Nei primi 4 turni di servizio Roger ha ceduto 4 punti, uno solo nei primi due, mentre Rafa ha subito il break che non sarebbe più riuscito a recuperare, l’unico del quarto set, sull’1 a 1. A 30. E, come detto all’inizio, avrebbe salvato due breakpoint che erano anche due matchpoint sul 3-5. Il resto lo sapete.

Insomma, super Roger, ma Rafa sotto tono. Non ne ha fatto mistero a fine partita, se avete letto la sua intervista (qui invece trovate quella di di Federer) cui si è presentato con la stessa faccia scura di quando è uscito dal campo. La mia sensazione è che Rafa soffra di più il suo stato di campione di tennis che deve vincere e forza per dare un senso alla sua vita, rispetto a Roger che invece fra moglie, gemellini e tutto il resto, sembra più sereno, meno angosciato. Se vinco bene, se perdo pazienza, ho vinto talmente tanto e sto bene lo stesso, non devo dimostrare più niente a nessuno, nemmeno a me stesso, tanto più che ho già quasi 38 anni e secondo molti avrei dovuto già ritirarmi da un pezzo.

Rafa, anche se ha 5 anni di meno, potrebbe fare esattamente gli stessi discorsi, e ogni tanto anche qui a Wimbledon, li ha pure fatti. Ma a me talvolta – che non ho l’opportunità di vederlo mentre va a pesca nella sua Maiorca, né ho mai capito perchè abbia prolungato così tanto il suo fidanzamento con la sua eterna girlfriend che sposerà finalmente quest’annopare invece un ragazzo un po’ triste. Non mi aspetto che ce lo dica, anzi so che se glielo chiedessi direbbe che non è vero, però sul campo l’attitudine di Roger è talmente diversa che a me pare si veda.

Rafa invece ricorda un pochino il Djokovic di un annetto fa, quello che non sorrideva più. Sulla terra rossa è talmente più forte di tutti gli altri che può permettersi di non sorridere più. Sulle altre superfici, se si va a vedere i suoi risultati da 3 anni a questa parte con i due rivali più agguerriti, Djokovic e Federer, si vedrà che di motivi per sorridere sul campo non ne ha avuti. Battere tutti gli altri non gli basta. Non gli è mai bastato.

Rafa, Roger e Nole, campioni anche nelle gag

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