Nadal ha ragione oppure no? Si può davvero fare qualcosa?

Editoriali del Direttore

Nadal ha ragione oppure no? Si può davvero fare qualcosa?

Tira solo l’acqua al proprio mulino? Dibattito aperto. Intanto due “classe 1995”, Edmund e Mertens,vanno in semifinale

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MELBOURNE – Non ho avuto il tempo di leggere i vostri commenti. E poi al live i post erano 4.000 (!!! Non ricordo se ne avevamo mai avuti tanti così), alla cronaca di Gibertini un migliaio…Impossibile addentrarcisi. Spero che nessuno mi abbia chiesto qualcosa. Spero solo che non ce ne siano stati troppi di cattivo gusto – quando sono tanti così mi viene spontaneo preoccuparmi –  spero che non abbiate mancato di rispetto a un grande campione costretto all’abbandono da problemi fisici. Lo dico per Nadal, l’avrei detto per chiunque.

 

Rafa Nadal era triste, demoralizzato, frustrato, direi quasi disperato come non lo avevo quasi mai visto – fosse scoppiato a piangere non mi sarei sorpreso! – e gli organizzatori dell’Australian Open, che presagivano il replay della finale Federer-Nadal erano davvero tristi anche loro. Avreste dovuto vedere le loro facce. E quella di Rafa quando zoppicando si è avvicinato al tavolo rialzato dietro al quale avrebbe dovuto rispondere alle nostre domande, ovviamente incentrate sull’infortunio, sul quando fosse occorso, su quale muscolo avesse interessato. Faceva sinceramente pena Rafa. Aveva provato a lottare nel quarto set, dopo aver avvertito le prime fitte già nel terzo, e dopo aver chiamato invano il fisio cui non era riuscito il miracolo. Perso il quarto ci aveva provato anche all’inizio del quinto, ma ceduto il servizio nel secondo game dopo un’inutile corsa in avanti per acciuffare una volée corta e incrociata di Cilic (che, detto inter nos, si era abbastanza mangiato il terzo set) ha capito che non c’era nulla da fare, si è avvicinato a Eva Asderaki e ha detto “No mas”. Cilic, che aveva alzato le braccia al cielo al momento del break, ha avuto la sensibilità di non esultare. Anche se era ovviamente e più che legittimamente contento. Contro il soprendente Edmund, n.49 Atp, sarà certo il favorito, anche l’esserlo non garantisce mai la vittoria.

È l’ottavo ritiro di Rafa Nadal in carriera. A Melbourne si era ritirato anche nel 2010 contro Murray nei quarti quando stava perdendo 63 76 30. Ma in sei occasioni in Australia Rafa aveva accusato dei malanni. Un caso? Forse no. Il caldo, il freddo (sì, perché sulla Rod Laver Arena a volte c’è un vento malefico e fa pure freddo), l’umidità che un giorno c’è e un altro no – inciso personale: è quasi impossibile non prendere i mal di gola, sono imbottito di Aulin – e il cemento mai amato da Rafa sono stati la miscela esplosiva che lo ha costretto ad abbandonare la scena.

La abbandona da n.1 del mondo, ma se Roger vincerà il torneo i punti di vantaggio saranno solo 155 e se la risonanza magnetica cui si sottoporrà dovesse proclamare un suo stop prolungato Rafa potrebbe anche perdere la leadership.

L’altro giorno aveva detto: “Voglio prendere cura del mio corpo, nei primi quattro mesi dell’anno ho previsto di giocare solo quattro tornei, qui, Acapulco, Indian Wells e Miami”.

Ora Acapulco non è più tanto sicuro. Da dieci anni Nadal non fa che ripetere perché si allunghi la stagione sulla terra rossa e si accorci quella sul cemento, ma sembra troppo una battaglia “pro domo sua”, troppo favorevole all’indiscusso n.1 della terra battuta, e così nessuno gli dà retta. E poi non è nemmeno facile dargliela. Il circuito, come ha denunciato a più riprese recentemente Djokovic – e in maniera più blanda anche Federer che fa sempre sfoggio di neutralità tipicamente svizzera quando c’è da prendere una posizione netta – è sempre più business e industria, sempre meno sport e gioco.

Abbia o non abbia ragione -9 tornei su 14 di quelli obbligatori sono su cemento – è indubbio che non si sono mai sono registrate sequele impressionanti di infortuni come in questi ultimi tempi. Infortuni di mesi, quando non di semestri. E vittime sono state non solo dei trentenni e oltre– il che potrebbe essere anche comprensibile se non quasi inevitabile – come Federer, Djokovic, Wawrinka, Nadal, Murray, Almagro che hanno saltato mesate intere, ma anche giocatori più giovani quali Nishikori, Raonic,  Kokkinakis, del Potro, Janowicz, il nostro Quinzi, distrutti o semi-distrutti dal tour de force di un circuito che obbliga i giocatori a giocare i 4 Slam, 8 Masters 1000, un altro paio di tornei per consolidare la classifica.

“Ma non è il numero dei tornei – ha tenuto a precisare Nadal – quanto le superfici. Ci sono troppi infortuni, ci vuole una diversa sensibilità, occorre pensare anche alla salute dei giocatori. E nemmeno pensando a ora che stiamo ancora giocando, ma al dopo: c’è una vita anche dopo il tennis. Non so…- e scuoteva la testa con aria afflitta – se continueremo a giocare su queste superfici davvero molto dure, che cosa ci capiterà in avvenire con le nostre vite”.

Ora tanti diranno che Rafa tira l’acqua al proprio mulino chiedendo più tornei sulla terra rossa. Già Cilic – che di sicuro ama più giocare sui campi duri che sulla terra rossa perché ci vince di più, ha subito replicato, quando gli ho riferito quel che aveva appena detto Rafa: “Il calendario è lo stesso da molti anni. Sia l’anno scorso sia all’inizio di quest’anno si vede che molti tennisti sono infortunati. Alla fine tocca a noi prendersi cura dei nostri corpi, scegliere la programmazione migliore, ascoltare il proprio corpo e sentire che cosa ci dice. Ci sono tanti tornei, obbligatori, e poi ognuno sceglie quelli che vuole. E’ difficile dire…ok si cancellano due mesi di stagione, si fanno sparire un bel po’ di tornei…perché il tennis è uno sport globale. Dovunque si giochi la gente è contenta. Il tennis sta diventando sempre più popolare. Che è poi quello che anche noi vogliamo”.

Lì gli ho detto: “ Rafa ha detto che non è tanto un problema di numero di tornei quanto di superficie…”

“Sì, è dura per me dire molto al riguardo. Siamo tutti diversi. Anch’io ho avuto problemi con le ginocchia perché i campi duri sono diversi da un posto all’altro. Anch’io devo fare attenzione e a utilizzare la programmazione al meglio”.

Di questi argomenti ho discusso sia con Julien Reboullet de L’Equipe nel video quotidiano che faccio per la home inglese, Ubitennis.net, e con Vanni Gibertini per la home italiana di Ubitennis.com. Vanni sostiene che la soluzione sia tecnologica e cioè che si debba arrivare a superfici dure ma…non troppo. Scientificamente studiate, saggiate, omogeneizzate. Se si entrasse in questo ordine di idee ci vorrebbero comunque degli anni. Di certo non ne potrebbero approfittare Federer, Nadal, Murray, Djokovic e soci.

Certo è che, tornando ad occuparsi del primo Slam del 2018, con il ritiro di Nadal l’Australian Open perde, dopo l’assente Murray e lo sconfitto Djokovic (da Chung), un altro atteso protagonista. A Roger Federer si chiede – ancora una volta! – di salvare il torneo. Una sua finale con Cilic sarebbe la migliore possibile. Una fra Edmund e Sandgren la peggiore. Roger ha vinto 19 volte e perso 6 con Berdych, e alle nove e trenta del mattino si vedrà che succede: Roger ha avuto un cammino facile e avversari comodi, forse gli avrebbe fatto bene trovare un test un po’ più severo. Berdych, dopo un’annata che lo ha fatto precipitare dai top-ten a fuori dai top-20, mi è parso tirato a lucido. L’ultimo precedente di Miami è un campanello d’allarme per Roger: Tomas perse soltanto dopo aver avuto due matchpoint sulla racchetta. Chung è chiamato alla prova del nove di tommasiana memoria con Sandgren. Secondo me la supera. Ma Sandgren l’ho vista giocare solo pochi punti, Ubi sì… Ubiquo no.

Marin Cilic – Australian Open 2018 (@RDO foto)

E pensare che la giornata era apparsa piacevole, tutt’altro che triste (fuorchè per gli sconfitti, ovviamente). Era stata una gran bella giornata soprattutto per due giovani classe ’95 che nessuno si aspettava potessero approdare alle semifinali, lui Brit, Kyle Edmund n.49, 23 anni compiuti l’8 gennaio, lei fiamminga, Elise Mertens, n.37, come la sua “maestra” Kim Cljisters che l’allena nella sua Tennis Academy. I 23 anni li compirà a novembre.

Per tutti e due era il primo quarto di finale in uno Slam e nessuno dei due era certamente favorito. Edmund affrontava il bulgaro Grigor Dimitrov, n.3 del mondo alle spalle dello storico binomio Nadal-Federer nonché campione delle ultime World Atp Finals a Londra, e la Mertens l’ucraina Elina Svitolina, n.4, campionessa agli ultimi Internazionali d’Italia e fino a due anni fa curiosamente allenata dall’altra ex n.1 belga, Justine Henin (che poi la dovette lasciare perché incinta). Buffa coincidenza che in qualche modo le due avversarie rappresentassero indirettamente le due grandi icone del tennis belga.

Ebbene, con quel servizio poderoso e quel drittaccio monstre che può essere considerato oggi il più potente del circuito insieme a quello di Juan Martin del Potro, Edmund ha sconfitto il pronostico e un deludente Dimitrov 64 36 63 64 cui ha lasciato esattamente lo stesso numero di set e di game che aveva concesso al nostro Andreas Seppi negli ottavi. Chissà se Andreas ci ha fatto caso. Forse no. Lui non si perde dietro queste quisquilie, queste piccolezze. Ha perso e si sta allenando, seriamente come al solito, per farsi trovare pronto per la trasferta di Davis a Morioka, in Giappone.

Edmund, che sembra la reincarnazione del terzo millennio di quel Jim Courier che vinse sia a Parigi sia qui nel ’92 e nel ’93, per il colore dei capelli e della pelle (biondo rossicci sopra una carnagione pallida e ricca di efelidi), fisico massiccio e tipo di impugnatura sul dritto (Courier da piccolo aveva fatto baseball; Edmund cricket…) ha realizzato la sua impresa sotto gli occhi compiaciuti di Tim Henman, sei volte semifinalista di Slam ovunque fuorchè qui (4 a Wimbledon, 1 a New York, 1 a Parigi).

Gentleman Tim era appena arrivato a Melbourne. Ha seguito la partita di Kyle accanto al chairman di Wimbledon Phil Brook che invece aveva già portato fortuna al suo compatriota nel match con Seppi.

Henman non aveva più seguito uno Slam, fuor di Wimbledon, da 10 anni. E quando aveva pianificato questo viaggio Down Under aveva pensato di venire per incoraggiare Andy Murray.

Elise Mertens – Australian Open 2018 (@RDO foto)

Non c’era invece Kim Clijsters a seguire Elise Mertens, che era giunta qui sull’onda del bis vittorioso a Hobart (Tasmania). Lei ha vinto ancora più nettamente di Edmund con Dimitrov sulla Svitolina, addirittura 64 60, forse approfittando di un dolorino all’anca dell’ucraina che lei ha comunque aggredito con la stessa intensità di cui era capace Kim Clijsters. Se uno chiude gli occhi e sente parlare Elise in fiammingo sembra di ascoltare proprio Kim. Identica. E ugualmente spontanea. In semifinale trova Caroline Wozniacki che ha dovuto faticare non poco per aver ragione della Suarez Navarro, tornata su buoni livelli. Certo la danese dovrebbe essere favorita nei confronti della fiamminga, se non altro per una questione di esperienza, però se rigioca come ha fatto con la Fett, cui ha annullato 2 matchpoint sull’1-5 nel terzo set, la Mertens saprà approfittarne.

Nella metà alta del tabellone ci sono tutte tenniste che potrebbero tranquillamente vincere il torneo senza scioccare nessuno: basti dire che Halep-Pliskova e Kerber-Keys sono i quarti.   

Le otto volte in cui Rafa Nadal si è ritirato

2018 Australian Open QF: Marin Cilic d. Rafael Nadal 36 63 67(5) 62 20 ret

2016 Miami 2R: Damir Dzumhur d. Rafael Nadal 26 64 30 ret

2010 Australian Open QF: Andy Murray d. Rafael Nadal 63 76(2) 30 ret

2008 Paris QF: Nikolay Davydenko d. Rafael Nadal 61 ret

2007 Cincinnati 2R: Juan Monaco d. Rafael Nadal 76(5) 41 ret

2007 Sydney 1R: Chris Guccione d. Rafael Nadal 65 ret

2006 London/Queen’s Club QF: Lleyton Hewitt d. Rafael Nadal 36 63 ret

2005 Auckland 1R: Dominik Hrbaty d. Rafael Nadal 63 ret

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Editoriali del Direttore

Djokovic è un campione, ma prima di tutto un Uomo con la U maiuscola

Il milione di euro agli ospedali di Bergamo colpisce anche per la discrezione della donazione. Rispecchia l’Uomo Djokovic, ingiustamente osteggiato nella finale di Wimbledon con Federer. La sua genuinità testimoniata fin dai suoi primi “Players Party” a Montecarlo

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Novak Djokovic ha un fatto un bellissimo gesto, assolutamente non dovuto e nel modo più elegante. Devo dire che, piaccia o non piaccia il suo tipo di tennis che è e resta assolutamente straordinario – dovrebbe essere pleonastico affermarlo – per me lui è un grande e una persona vera. Io ho avuto modo di incontrarlo in diverse occasioni fuori dalle conferenze stampa, come quando ero invitato a partecipare al Players Party di Montecarlo in veste di suggeritore di sketch e in alcune occasioni perfino di attore. E vedere la simpatia, la spontaneità e l’impegno che Novak metteva nelle prove da ballerino, piuttosto che da presentatore, da cantante, di tutto insomma, mi dava certezze sulla sua genuinità di personaggio vero, non costruito.

Così, pur se in Italia per la verità ha sempre avuto un buon supporto da parte del pubblico, ho trovato assolutamente disdicevole – a dir poco! -il comportamento del pubblico a Wimbledon nella finale con Federer. Un conto è scegliere il campione per il quale si tifa, tutto un altro è mancare di rispetto all’avversario, arrivando al punto di fargli perdere perfino la gioia di esultare. E difatti Novak quasi non lo fece, anche se dentro di sé avrà certamente provato la giusta soddisfazione. Mista ad amarezza però. E non era proprio giusto.

Molti hanno scritto che Novak soffra per non essere riuscito a entrare nel cuore della gente come Roger e Rafa, che hanno avuto il vantaggio di esserci entrati prima e di aver quindi mantenuto le loro posizioni di rendita. Io non credo che Nole ne sia geloso. Ma è umano che vorrebbe gli fosse riconosciuta maggiormente la sua genuinità. Questo accade in Serbia dove la sua gente lo adora più di chiunque altro.

 

E in buona parte anche in Italia. Grazie certo anche alla sua capacità di parlare così bene la nostra lingua da permettergli di essere sé stesso fino in fondo, che parli con Fiorello, vada a Sanremo o dovunque con la gente. Quando dice che, per lui e anche Jelena che ha studiato a Milano, l’Italia è il secondo Paese adottivo, è sincero. Non fa una sviolinata per arruffianarsi tifosi che se preferiscono Roger e Rafa continueranno a preferirli. Lo dice perché lo sente e non avrebbe nessuno obbligo di dirlo. Che poi in ogni premiazione di ogni torneo un giocatore, qualunque giocatore, ringrazi organizzatore e pubblico dicendo che quello è’ il miglior torneo possibile, ci sta. Ma Djokovic che pure ama Roma e il torneo di Roma, ed è ricambiato, se pensa che qualcosa potrebbe e dovrebbe essere fatto meglio – come la cura dei campi per esempio e la richiesta di cancellare le buche inaccettabili – lo dice a chiare lettere. E questo dovrebbe essere apprezzato.

Che poi il suo ruolo politico in ATP a volte lo costringa ad essere molto diplomatico o a non rispondere compiutamente a certe domande beh, anche questo va capito e accettato. Non sono sempre d’accordo con quello che Novak dice, sia chiaro, ad esempio nella vicenda Gimelstob almeno inizialmente.

Non è tuttavia facile – va capito – per uno nel suo ruolo prendere posizione nella querelle fra ATP Cup al fianco di Tennis Australia e la coppa Davis, cui è legatissimo per quello che ha significato per lui e per la Serbia quando lui la vinse nel 2010 e tutta la sua carriera svoltò decisamente.

Ha detto che sarebbe stato favorevole a farne un solo evento, ma poi sa benissimo che gli interessi – e relativi contratti pluriennali già firmati con tennis Australia da una parte e con ITF, Pique, Rakuten dall’altra – non sono facilmente conciliabili. E che quindi la sua esternazione può apparire o ipocrita o utopistica. Però da “politico” si rende conto che quello che ha detto è quel che la maggior parte degli appassionati “disinteressati” – cioè senza interessi privati economici in ballo – pensa e vorrebbe sentirsi dire. Un solo evento a squadre che il più possibile non tradisse la storia dell’antica Coppa Davis.

Beh, come al solito, e sì che lo stavo facendo con il cellulare e avevo pensato di scrivere due righe due (!) per complimentarmi con il gesto meraviglioso di Novak e poi la scrittura mi ha preso il solo polpastrello con cui scrivo sul cellulare (i miei figli scrivono a velocità supersonica con non so quante dita, beati loro!) e ho fatto tutto questo sproloquio con il quale voglio personalmente ringraziare Novak Djokovic per il grande campione che è ma ancor più per l’uomo che è. Davvero not too bad, caro Nole.

P.S. Certo non finirò mai di rimpiangere quella volta in cui avrei dovuto giocare con lui in Australia, quando mi aveva detto “Domani porta la racchetta!”. Mi sarebbe bastato un minuto di… penoso spettacolo da parte mia! Però 40 gradi all’ombra e un’afa irrespirabile fecero sospendere tutte le attività fuori dai campi coperti e naturalmente sui campi coperti non era pensabile che io potessi accedere. Quella sera Nole quasi se ne scusò e mi disse: “Vabbè lo faremo a Roma!”. Vi immaginate la faccia di Binaghi?

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Editoriali del Direttore

Lo so e lo so che c’è di peggio, ma è un mini-choc

Dopo 46 Wimbledon di fila, da Connors-Rosewall a Djokovic-Federer, questa cancellazione dei Championships è per me quasi come l’interruzione di un’esperienza religiosa, un piccolo trauma. Due anni interi vissuti in Church Road, mille momenti, mille ricordi indelebili

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Novak Djokovic - Wimbledon 2019 (via Twitter. @wimbledon)

Non c’è più neanche Wimbledon. Anche i Championships che dall’edizione del 1877 vinta da Spencer Gore a oggi si erano interrotti soltanto in occasione delle prime due guerre mondiali, 1915-1918 e 1940-1945 (sul Centre Court i tedeschi nel 1940 avevano sganciato una bomba che lo aveva quasi interamente distrutto), e che dal 1946 con la vittoria del gigante francese Ivan Petra si erano disputati per 74 anni di fila… si sono dovuti arrendere al Coronavirus. Stiamo combattendo una terza guerra mondiale contro un nemico invisibile ma che non ha coinvolto soltanto alcune nazioni come le prime due guerre, ma proprio tutto il mondo. Una guerra planetaria.

Lo so bene che ci sono cose e situazioni molto più gravi di uno stop ai Championships in Church Road. Lo so bene che l’importante è la salute e che tanti, troppi l’hanno persa per sempre. Lo so bene che tante famiglie, troppe, hanno perso i loro cari e non hanno avuto nemmeno la possibilità di vederli, di star loro vicino fino all’ultimo, perfino di seppellirli e di sapere dove hanno messo i loro corpi. Lo so bene che quelle sono le vere tragedie. Lo so bene che tante famiglie continueranno a soffrire le conseguenze di questo terribile virus, nel ricordo straziante di chi non c’è più e nella difficoltà di risollevare situazioni economiche seriamente compromesse di aziende intere con i loro dipendenti, di attività familiari, di lavori perduti, di casse integrazioni umilianti, di ostacoli burocratici di tutti i tipi.

Lo so bene che posso considerarmi molto fortunato perché la mia casa è abbastanza grande da averci permesso di condividere questo mese di clausura forzata in sette persone di famiglia senza patire le difficoltà di chi si è trovato invece a vivere in spazi angusti, in condizioni disagiate e con financo difficoltà di approvvigionamento. Lo so bene che già per il solo fatto di non avere avuto sintomi – fin qui almeno – è già una gran fortuna.

 

Lo so bene che siamo in decine e decine di milioni di italiani a non avere alcuna idea se siamo positivi oppure no, o se lo siamo stati, perché il tampone non abbiamo potuto farlo, né sappiamo quando ci sarà tolta questa spada di Damocle.

Lo so bene che non avere perso nessuno dei familiari più cari e degli amici più vicini è anch’essa una grande, impagabile fortuna.

Non avrebbe quindi alcun senso, mentre ancora la pandemia infuria e nessuno sa quando potrà essere davvero sradicata del tutto – temo fino a che la scienza non ci regalerà un vaccino che ci copra anche dalle possibilità di ricadute – mostrare eccessivo dispiacere per lo sport che si ferma, in mezzo a mille attività obiettivamente più importanti e fondamentali, per il tennis che non si gioca più, né nei circoli, né nei tornei, quindi togliendoci anche la possibilità di distrarsi dai drammatici bollettini del Coronavirus almeno in TV.

Orfani del tennis – Queen’s 2019 (foto Alberto Pezzali/Ubitennis)

Lo so bene che la sopravvivenza di Ubitennis, per quanto una ventina di persone ne traggano qualche beneficio, non può essere considerata una priorità nell’emergenza nazionale.

Infatti non intendo assolutamente lamentarmi per il fatto che dodici anni di lavoro indefesso – in casa me lo chiamano più fesso che indefesso – per sviluppare questo sito di tennis in termini di credibilità giornalistica, traffico e autosufficienza economica rischino di perdere parte dell’avviamento faticosamente costruito. Ci sta e sappiamo che tanti stanno peggio perché noi abbiamo sviluppato esperienze che ci consentiranno di sopravvivere. Siamo fiduciosi se anche dovessimo perdere tutto il 2020 di tennis, di sponsor.

Ho lottato, via via con tutti i ragazzi che hanno collaborato impegnandosi tantissimo in questi anni a Ubitennis.com ma anche Ubitennis.net e Ubitennis.es, per assicurare un futuro a loro più che a me stesso ormai “âgé”- mi rifugio nei francese perché scrivere vecchio mi disturba – visto che i miei due figli hanno preso tutta un’altra strada professionale. Ma io, e credo anche loro, l’abbiamo fatto consapevoli delle difficoltà che ci sarebbero state e senza mai troppo illudersi. Ora che stavamo per tirare finalmente la testa fuori dall’acqua e cominciavamo a intravedere orizzonti più rosei, questo Coronavirus ci ha maledettamente preso in contropiede come un tweener vincente di Federer.

Vero peraltro che in questo mese di marzo Ubitennis ha retto incredibilmente bene, perché abbiamo continuato ad avere – senza tennis giocato – fra le trenta e le quarantamila visite al giorno. Per questo devo rivolgere un grande, grandissimo grazie a chiunque stia continuando a leggerci quotidianamente, nonché a tutti i collaboratori perché so che abbiamo in cascina una trentina di articoli inediti (non quindi materiale d’archivio) pronti all’uscita – tutta una serie di interviste a grandi personaggi del tennis mondiale e nazionale, una serie di video-ritratti di campioni, accompagnati da dati e aneddoti, statistiche, belle storie tennistiche i cui prodromi avete forse già visto nei giorni scorsi e una chicca in via di sviluppo: un progetto di podcast live, una storia di UbiRadio settimanale, che vogliamo far partire il prima possibile.

Tutto ciò premesso, consentitemi di dire che il sottoscritto – come invidio a Gianni Clerici di essersi per primo autonominato “lo scriba”… è così brutto definirsi il sottoscritto oppure usare la perifrasi “chi scrive” – pur consapevole di tutto il peggio che mi poteva capitare, è tuttavia un tantino turbato nel ritrovarsi chiuso in casa con la prospettiva di non andare a Wimbledon dopo averlo fatto per 46 anni di fila. Una vita insomma. Dal ‘74 a oggi, Connors batte Rosewall fino a Djokovic che cancella due match point a Federer e trionfa, non ne avevo saltata una sola edizione, un solo giorno. 92 settimane che fra giorni d’arrivo, di partenza e qualche rinvio piovoso al lunedì (più il torneo olimpico del 2012 vinto da Andy Murray) sono due anni di vita vissuta in Church Road, dal mattino presto a notte.

Wimbledon 2019 di notte (foto via Twitter, @Wimbledon)

Non so perché, ma i 46 tornei al Country Club di Montecarlo, i 48 al Foro Italico, i 44 Roland Garros (da Adriano Panatta campione nel ’76 su Harold Solomon al dodicesimo trionfo di Rafa Nadal nel 2019), mi hanno fatto meno effetto, colpito meno. Forse perché guardavo avanti, perchè il momento topico della stagione tennistica per me è rimasto nostalgicamente sempre il leggendario Wimbledon, il torneo che si gioca nel Tempio del tennis, non a caso il torneo di cui ricordo una per una e senza nessuno sforzo tutte le finali e migliaia di particolari, di aneddoti, di storie, di personaggi, di vita vissuta. Wimbledon mi mancherà incredibilmente. Avevo scritto di getto ‘terribilmente’, ma ho subito corretto perché come detto sopra, le assenze e le cose terribili sono ben altre, però per molto più di metà della mia vita per me andare a Wimbledon è stata soltanto un po’ meno esperienza religiosa che per un pellegrino recarsi ad un luogo santo. Ci sarei andato a piedi.

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Editoriali del Direttore

Impasse Coronavirus: che impatto su Federer, Venus e Serena Williams, i Bryan, Nadal, Djokovic?

Dopo i tanti ritiri dell’ultimo biennio (Berdych, Ferrer, Almagro, Baghdatis), molti ipotizzavano che nel 2020 ci fosse il canto del cigno per tante star del tennis. Giocheranno ancora nel 2021?

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Roger Federer e Rafa Nadal - Wimbledon 2019 (foto via Twitter, @wimbledon)

Avvertenza ai lettori. Evitino di leggerlo tutti coloro che, dopo aver letto il titolo, si appresterebbero a dire che sto, stiamo cercando di acchiappare clic. Cerchiamo semplicemente di trattare quegli argomenti che ci accorgiamo – in tempi di Coronavirus e di tennis off limits per chissà quanto tempo ancora – vengono discussi fra gli appassionati che sono bombardati da bollettini più o meno catastrofici sui contagi e ogni tanto vorrebbero anche distrarsi un po’ con qualche argomento più leggero.

Avverto subito di seguito i lettori superstiti per correttezza, o onestà intellettuale come ormai si usa dire, che non ho notizie certe sulle ipotesi che sto per fare, ma che tuttavia uso le previsioni che da più parti del microcosmo tennistico venivano fatte. Non anni fa, ma fino a pochissimo tempo fa. Direi fino alla cancellazione del torneo di Indian Wells – come vola il tempo, sembra un secolo fa! – quando sembravano ancora attendibili, attendibilissime. E tuttavia da qualche dato, da qualche aspetto curioso, da qualche considerazione che ho in testa, penso che una amichevole discussione dovrebbe poter scaturire.

Comincio con il ricordare che fra 2019 e inizio 2020, a far fronte all’inattesissimo, sorprendente, quasi inspiegabile “comeback” di Kim Cljisters si sono verificati tanti ritiri di giocatori noti, a cominciare da un paio di “sempreverdi” top-ten, David Ferrer e Tomas Berdych, per proseguire con Nicolas Almagro, Mikhail Youzhny, Marcos Baghdatis, ma anche Victor Estrella Burgos e Max Mirny. E fra le donne la più famosa è certo l’ex n.1 del mondo Maria Sharapova, ma anche Sweet Caroline Wozniacki, Dominika “Cipollina” Cibulkova. Nel 2018 aveva detto basta Tommy Haas, le nostre Francesca Schiavone, Roberta Vinci e Karin Knapp, Nadia Petrova e chissà quanti/e dimentico… aggiungete pure voi.

 

Ma cosa si prevedeva che sarebbe successo nel 2020 e oltre? Per quanti questo sarebbe stato l’anno dell’addio? Beh, i gemelloni sovrani del doppio Bryan, 42 anni il prossimo 29 aprile – Bob 119 titoli di doppio e Mike 124 – avevano annunciato che avrebbero giocato l’ultimo US Open per poi appendere la racchetta al chiodo dopo essere stati insieme n.1 del mondo di specialità per 438 settimane (ma Mike lo è stato per 506), di cui 139 consecutive: ennesimo record. Altro record: per 10 anni hanno chiuso la stagione da n.1. Potrebbero rivedere i loro piani e giocare le Finali di Davis a novembre? Anche se adesso perfino la nuova Coppa Davis rischia di saltare, sebbene a Madrid la si giochi quando più tardi non si potrebbe. Ma nessuno può giurare che l’effetto Coronavirus, che in Spagna sta imperversando quasi come in Italia, sia davvero finito, anche se tutti ce lo auguriamo.

Dai 42 anni dei Bryan, andando a ritroso dai più anziani e soffermandosi sugli ex n.1 ecco Venus Ebony Williams. Il 17 giugno Venus compierà 40 anni. Pur avendo vinto 7 Slam (in 16 finali), fra cui 5 Wimbledon, Venus è stata n.1 del mondo in tre occasioni ma complessivamente soltanto per 11 settimane, una differenza enorme con Serena che lo è stata per 319 (9 più di Roger Federer!) e certo gliene ha sottratta più d’una. Beh Venus mi aveva fatto intendere un anno fa che il suo obiettivo era partecipare ancora una ultima volta alle Olimpiadi. Già medagliata d’oro 4 volte (come soltanto la sorella Serena) con un oro in singolo e tre in doppio (più una medaglia d’argento in doppio misto. Record per il tennis, a pari merito con
Kitty McKane Godfree), lei che era già la sola tennista a potersi vantare di aver vinto una medaglia in 4 Olimpiadi diverse (da Sydney 2000 in poi), se fosse riuscita a vincere un’altra medaglia anche a Tokyo avrebbe stabilito un record probabilmente imbattibile. In 14 finali di Slam in doppio femminile lei e Serena non ne hanno persa una.

Le due sconfitte patite con una ragazzina che avrebbe tranquillamente potuto essere sua figlia, la quindicenne Coco Gauff in due Slam, Wimbledon e Australian Open, non l’hanno turbata al punto da dichiararsi pronta al ritiro, però anche se la classifica “ghiacciata” dal virus la vede oggi e per chissà quanto soltanto n.67 del mondo, io confesso che sarei molto ma molto sorpreso se con le Olimpiadi slittate al 2021 Venus non avesse già detto “no mas”. Oltretutto riguardo a Tokyo 2020 da disputare nel 2021 – i giapponesi non vogliono buttare a mare i loghi e tutto il materiale pubblicitario contrassegnato dal 2020 – non si sa ancora quale possa essere la data. Chi dice giugno (quando ci saranno europei di calcio, Giro d’Italia, per citare i primi eventi che mi vengono a mente…), chi dice marzo, quando per almeno uno dei due Masters 1000, Indian Wells oppure Miami si tratterebbe di un nuovo disastro, chi dice la stessa data che era stata programmata per quest’anno.

Venus Williams – Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell’Olivo)

A PAGINA 2: CI SARANNO ROGER FEDERER E SERENA NEL 2021?

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