Davis chiama, Fed Cup risponde. E l'ATP squilla a vuoto

Statistiche

Davis chiama, Fed Cup risponde. E l’ATP squilla a vuoto

I 10 numeri della settimana: Errani meglio in azzurro, Repubblica Ceca di ferro, Serena “intatta”. Campioni da Challenger a Sofia e Quito

Pubblicato

il

 
 

0 – le sconfitte in singolare di Serena Williams in 13 incontri disputati in Fed Cup – nei quali ha perso due soli set – e una sola in doppio (in coppia con Riske contro Errani e Pennetta nel 2015 a Brindisi) in quattro partite giocate: questo il bilancio con la nazionale a stelle e strisce della vincitrice di 23 prove dello Slam prima dello scorso week-end. L’ex numero 1 del mondo (per 319 settimane) non ha mai molto amato questa competizione, nella quale esordì 17enne contro Rita Grande nel 1997 ad Ancona e che ha vinto, ma non da protagonista nella finale, solo in quell’anno contro la Russia (giocò il doppio con la sorella a punteggio acquisito, con i singolari giocati da Venus e Davenport). Prima di quest’edizione, nella sua incredibile ventennale carriera, l’aveva giocata soltanto per sei anni, per un totale di nove sfide alle quali aveva preso parte. Un amore mai nato.

1 – sola top ten (Venus Williams), ma tre top 20 (Mladenovic e Mertens) e una vincitrice di due Slam, in ripresa di forma e risultati come Kvitova, hanno impreziosito il primo turno del tabellone principale della Fed Cup, la versione al femminile della Coppa Davis. Tra sabato e domenica, inoltre, hanno giocato nei raggruppamenti inferiori, Ostapenko, 6 WTA, Konta, 11 WTA, Sevastova, 15 WTA, e Barty, 16 WTA. Soprattutto, questa manifestazione ha goduto nel week-end dell’attenzione di tutto il mondo del tennis per il ritorno ufficiale alle gare, dopo oltre un anno, di Serena Williams, impegnata con gli Stati Uniti ad Asheville (North Carolina) contro l’Olanda: ha giocato e perso il doppio con la sorella, a punteggio acquisito, contro le olandesi, ma il risultato a quel punto era davvero l’ultima cosa che contava. A differenza della Coppa Davis, nel cui World Group partecipano 16 nazioni, nella competizione a squadre nazionali delle donne, si parte direttamente dai quarti: un impegno minore (per vincere la manifestazione occorrono solo 3 week-end) ideato anche per invogliare le migliori a prendervi parte, ma che non sempre ha ottenuto i frutti sperati: arriva un bel segnale da questo week-end, onorato da tante protagoniste del circuito, come invece non è accaduto la settimana scorsa in Coppa Davis. Gli unici momenti in cui i tennisti non giocano solo per se stessi, restano molto affascinanti.

2 – i giocatori (Ramos-Vinolas e Monfils) compresi nella top 90 ATP ad essere arrivati ai quarti dell’edizione 2018 dell’Ecuador Open, vinta nelle tre precedenti da un unico giocatore, Victor Estrella Burgos, fermatosi quest’anno agli ottavi, sconfitto da Gerald Melzer in tre set. L’austriaco ha così interrotto una striscia positiva del dominicano di sedici incontri in questo torneo. Non è bastato lo scenario spettacolare delle Ande, che fa da sfondo alle tribune del Club Jacarandá, ubicato a 16 km da Quito, la capitale dell’Ecuador, per avere una entry list accettabile per un ATP 250: il primo torneo dell’anno a giocarsi sulla terra, aveva come ottava testa di serie Nicolas Jarry, 95° giocatore al mondo e un cut-off al 139° posto del ranking mondiale (Casper Ruud). Numeri che devono far riflettere i manager dell’ATP: non basta la collocazione nel calendario (subito dopo Australian Open e Coppa Davis, senza tornei grandi in vista a breve) e quella geografica (l’Ecuador è una splendida terra, ma anche scomoda da raggiungere per la maggioranza dei migliori tennisti) e le difficili condizioni di gioco (Quito è oltre i 2500 metri sopra il mare) a giustificare una entry list così modesta. Tornei come questo rischiano di essere in pochissimi anni un flop economico per gli organizzatori, una buona occasione per carneadi di guadagnare punti, gloria e montepremi che altrimenti difficilmente guadagnerebbero (lo stesso Estrella Burgos, fuori da Quito, ha ottenuto nel circuito ATP una sola semifinale, a Bogota nel 2014). Tutto, tranne quel che un torneo del circuito maggiore dovrebbe essere: un’occasione per far avvicinare al grande tennis una maggiore fetta di pubblico.

 

3 – le vittorie di Sara Errani (in 11 incontri) in sfide di Fed Cup contro giocatrici comprese nella top 30 WTA: l’ultima era arrivata a Genova contro la Garcia nel 2015, quando l’emiliana era tra le prime 15 del mondo. Era onestamente difficile immaginare che l’ex finalista del Roland Garros 2012 riuscisse nello spareggio di Chieti a trascinare l’Italia contro la Spagna, seppur priva della sua stella Muguruza. Sara aveva iniziato male il 2018, perdendo al primo turno di Brisbane contro Strycova, ma soprattutto non qualificandosi agli Australian Open e a San Pietroburgo. Le speranze della nostra rappresentativa di accedere ai play-off di aprile per tornare nel World Group erano affidate a una sua doppietta nei singolari, stante la mediocre classifica e l’inesperienza delle più giovani compagne di nazionale. Il bilancio non eccellente in Fed Cup contro tenniste della classifica di Suarez Navarro, il fatto che nell’ultimo anno e mezzo avesse vinto solo una volta (in otto occasioni) contro una top 30 e che nel 2018 avesse perso due volte contro tenniste dalla classifica peggiore di Arruabarena, facevano temere il peggio. Invece, si è vista una Sara tignosa, generosa e con ritrovata fiducia in se stessa: caratteristiche che hanno consentito all’Italia di andare su un importantissimo 2-1. Ma a nulla sarebbe valso se Deborah Chiesa, 21enne trentina al 178esimo posto del ranking WTA, non fosse riuscita a compiere quella che è sin qui l’impresa più grande della sua giovanissima carriera (le auguriamo di migliorarla presto): sconfiggere Arruabarrena, 82 WTA dopo 2 ore e 28 minuti di tennis non bello, ma coinvolgente, durante il quale l’azzurra ha rimontato da 1-4 sotto nel terzo e ha annullato un match point all’esperta avversaria. La trentina si era fatta conoscere a Roma lo scorso maggio impensierendo per un set Tsurenko ed era apparsa in crescita in questo inizio di 2018 nel quale aveva sconfitto giocatrici validissime come Flipkens e Fett (entrambe nelle quali di San Pietroburgo), ma un grande plauso va anche al capitano, Tathiana Garbin, per aver avuto il coraggio di preferire Chiesa a Paolini, meglio classificata. La speranza è che questa vittoria le dia fiducia nei propri mezzi nel circuito. Intanto, rifacendoci anche al passato week-end di Coppa Davis, non resta che ribadire il vecchio adagio tennistico: i nostri giocatori rendono meglio in nazionale che nel circuito.

5 – i tennisti italiani impegnati all’ATP 25o di Quito: Paolo Lorenzi, Stefano Travaglia, Marco Cecchinato, Federico Gaio e Alessandro Giannessi (6 se si considera anche Alessandro Motti, fermato al primo turno delle quali da Bagnis). Lo spezzino aveva perso il derby nel turno decisivo delle quali con Gaio, un match nel quale si era fatto annullare sette match point, con il faentino vincitore della maratona tra connazionali col punteggio di 3-6 7-6(5) 7-6 (7). Tuttavia, Giannessi è stato ripescato nel tabellone principale per il forfait a tabellone compilato di Tommy Robredo. Alessandro ha approfittato della buona sorte, sconfiggendo Peter Polansky, 114 ATP, con il punteggio di 6-3 6-4, prima di battagliare e arrendersi nuovamente al fotofinish contro Thiago Monteiro, 118 ATP, vincitore con lo score di 7-6(5) 4-6 7-5. L’unica altra vittoria azzurra nel tabellone principale è arrivata da Stefano Travaglia: il marchigiano, opposto all’ex 32 del mondo Pablo Andujar (a causa di una serie di infortuni attualmente 1753) ha vinto la sua terza partita a livello ATP col punteggio 6-4 5-7 7-5, prima di fermarsi di fronte a Nicolas Jarry, 95 ATP, capace di guadagnarsi i quarti con lo score di  4-6 7-6(5) 6-3. Per il resto, solo sconfitte per i nostri giocatori: il futuro vincitore del torneo, Carballes Baena, 107 ATP, ha eliminato con il punteggio di 7-6(5) 6-3 Gaio, mentre Cecchinato è stato liquidato con un 6-4 6-2 da Gerald Melzer, 98 ATP. La più amara sconfitta è senza dubbio quella rimediata da Paolo Lorenzi, il cui momento nero (dopo gli US Open ha vinto appena due partite) non è stato interrotto neanche dal ritorno all’amata terra rossa: il toscano, l’anno scorso finalista a Quito, dopo aver avuto un bye al primo turno in qualità di quarta testa di serie, è stato fermato da Carballes Baena, vincitore col punteggio di 7-6(4) 7-5. Più ombre che luci nella prima tappa sudamericana del circuito.

6 – le finali consecutive raggiunte da Richard Gasquet all’Open Sud de France di Montpellier, un torneo appartenente alla categoria ATP 250. Una predilezione particolare del 31enne francese dallo splendido rovescio a una mano, tornato a giocare questa settimana il suo torneo “preferito” con una bacheca già ricca di 14 titoli (3 vinti proprio a Montpellier) e 14 finali (tra le quali, una al Masters 1000 di Amburgo nel 2005 e due al Masters 1000 di Toronto, nel 2006 e nel 2012). L’ex enfant prodige del tennis francese evidentemente ama le condizioni tecniche offerte dall’Arena che ospita il torneo, e, soprattutto, è stimolato dal giocare ad appena 60 km dalla sua città natale, Beziers. Per comprendere meglio la particolarità di questi numeri, basta dire che in nessun altro torneo Gasquet è arrivato sin qui più di due volte in finale. L’ultimo a impedirgli di arrivarci a Montpellier era stato Kohlshreiber ai quarti del 2012, poi è arrivata una serie di 5 finali – vittorie su Paire, Janowitz e Mathieu, sconfitte con Monfils nel 2014 e Sasha Zverev nel 2017. Tecnicamente, il francese non ha mai dovuto compiere qualcosa di rimarchevole a Montpellier: prima di quest’anno, aveva vinto su un solo tennista top 20, nuovamente Monfils, ma nel 2015. Quest’anno, invece, si è sbarazzato facilmente (6-0 6-3) di Medvedev, 56 ATP, ha sofferto – 7-6(3) 5-7 6-3 il punteggio – contro il connazionale Herbert, 76 ATP, e ha facilmente (6-4 6-2) eliminato Dzumhur, 30 ATP. In semifinale è poi arrivata la vittoria in un certo senso più importante della carriera a Montpellier: Richard ha infatti sconfitto (6-4 0-6 6-3) David Goffin, che solo quattro mesi fa lo aveva battuto facilmente nell’unico precedente di Tokyo. In finale, è poi arrivata la quarta sconfitta a un solo passo dal titolo: a fermarlo, Lucas Pouille, impostosi col punteggio di 7-6 (2) 6-4, al quinto titolo della carriera (quello ottenuto col maggior pizzico di fortuna, visto che in semi contro Tsonga aveva praticamente perso, prima che il suo connazionale fosse costretto a ritirarsi).

10 – le vittorie della Fed Cup da parte della Repubblica Ceca, seconda solo agli Stati Uniti (18) relativamente alla quantità di titoli in bacheca della manifestazione a squadre nazionali femminile: numeri davvero ragguardevoli per una nazione di circa 10 milioni di abitanti, da decenni però patria di alcuni dei più grandi campioni della storia del nostro sport. Ma se nel maschile (3 le coppe Davis vinte) negli ultimi anni, a parte Berdych, non è nato nessun giocatore capace di stare stabilmente nelle posizioni di vertice della classifica, tra le donne la nidiata di campionesse o ottime tenniste è stata molto più fertile (basti pensare a Kvitova, Pliskova, Safarova, Strycova), come testimoniano anche le cinque vittorie (2011, 2012, 2014, 2015, 2016) nelle ultime sette edizioni di Fed Cup. Quest’anno, dopo che nel 2017 le migliori non si presentarono nella semifinale in trasferta contro gli Stati Uniti, la squadra al completo ha risposto alle convocazioni del capitano Petr Pala e, nella sfida di Praga contro la Svizzera, è arrivato un netto 3-0, con grande protagonista: Petra Kvitova. La vincitrice di due Wimbledon, reduce dal titolo a San Pietroburgo, nei due singolari ha sconfitto (6-2 1-6 6-3 il punteggio) prima Golubic, 64 WTA, e poi nettamente (6-2 6-4) Bencic, 73 WTA. Il terzo punto è arrivato da Strycova, che ha avuto la meglio con lo score di 6-2 6-4 di Bencic, uscita decisamente bocciata da questo week-end, dopo i positivi segnali fatti intravedere in Australia. A punteggio acquisito, la sconfitta nel doppio non ha cambiato le cose: le ceche ora devono andare in Germania per riuscire a tornare in finale.

93 – la classifica di Marius Copil quando questa settimana ha iniziato il torneo di Sofia, dove arrivava dopo un pessimo inizio di 2018, nel quale aveva perso al primo turno sia a Pune (da Djere) che a Melbourne (contro Simon). Il week-end casalingo in Davis, con le facili vittorie in singolare contro il Lussemburgo privo di Gilles Muller, devono aver dato fiducia al numero 1 romeno, negli ultimi anni quasi sempre omaggiato di una wild card al Masters 1000 di Madrid dal patron del torneo, il connazionale Ion Tiriac. Dotato di un ottimo servizio, sembrava destinato, nonostante buone potenzialità, a essere solo un comprimario nel tennis che conta: già dal 2012 ha chiuso la stagione nei primi 200, ma solo nel 2017 ha terminato nella top 100. Inoltre, solo due volte in diciotto occasioni totali ha vinto contro un top 20 (a Pechino nel 2012 su Cilic e a Brisbane nel 2014 contro Simon). Dal 2014, almeno una volta all’anno, ha raggiunto i quarti in un evento ATP (nel 2014 a Brisbane e Stoccolma, nel 2015 a ‘s-Hertogenbosch, nel 2016 ad Anversa e nel 2017 a Metz): come si vede da tali risultati, il suo tennis potente e da uno-due, lo fa rendere al meglio su superfici rapide, possibilmente al coperto. A Sofia è arrivato in finale (dove è stato sconfitto in tre combattuti set dal bosniaco Basic, proveniente dalle qualificazioni) senza perdere nemmeno un set: ha regolato nell’ordine il 42 ATP Robin Haase 7-6(5) 6-4, il 111 ATP Blaz Kavcic (6-2 6-2), il 28 ATP Gilles Muller (duplice 6-4) e, infine, il 187esimo giocatore al mondo Kovalik, sul quale si è imposto col punteggio di 6-4 6-2. Presto capiremo se si è trattato della settimana della vita.

111 – la media delle posizioni nel ranking ATP dei finalisti dell’ATP 250 di Sofia, Marius Copil (93) e Mirza Basic (129): una finale non degna, dal punto di vista dell’appeal, di un torneo del circuito maggiore. Non si può neanche dire che la sfida potesse contare sull’interesse suscitato da due tennisti giovanissimi e in ascesa: sono entrambi circa ventisettenni e, se di Copil abbiamo parlato sopra, sul bosniaco vincitore del torneo, che in verità in Bulgaria ha ben figurato eliminando Kohlschreiber e Wawrinka, si può aggiungere che si era fatto conoscere nel circuito maggiore solo negli ultimi mesi con la semifinale a Mosca e con la vittoria su Feliciano Lopez a Doha. Molto probabilmente faranno entrambi in tempo a esprimere in futuro il meglio del loro potenziale, ma il mancato richiamo verso il grande pubblico resta un serio danno per gli organizzatori. Etichettarla come una finale da livello circuito Challenger può sembrare esagerato, ma non lo è, come si verifica facilmente vedendo le finali dei soli tornei del circuito minore già giocati nel 2018. Canberra con una media di 85,5 (Fucsovics 85, Seppi 86) e Dallas con una di 91 (Nishikori 24 e Mcdonald15) hanno fatto meglio in tal senso di Sofia, cosi come Rennes con la finale tra Pospisil (105) e Berankis (136) ha fatto di pochissimo “peggio”. Sul torneo di Quito e sul suo caso particolare abbiamo già discusso, Sofia era invece andata meglio nelle sue due precedenti edizioni (specialmente nell’ultima, salvata dal beniamino di casa Dimitrov), ma non è stata tutelata dalla presenza del solo Wawrinka, fermatosi alle semifinali. L’ATP dovrebbe proteggere maggiormente gli investimenti milionari (tra montepremi e le svariate spese accessorie, si supera sempre il milione di euro anche per gli ATP 250) degli organizzatori, magari pensando di ridurre da tre a due i tornei in calendario nella settimana successiva a Australian Open prima e Coppa Davis poi, e precedente a ricchissimi ATP 500 e, a marzo, a Indian Wells e Miami.

187 – la classifica dello slovacco Jozef Kovalik, il tennista con il ranking peggiore ad essere arrivato questa settimana in semifinale a uno dei tre tornei ATP 250 che si sono giocati: lo ha fatto a Sofia, dove è stato bravo ad approfittare di un tabellone mediocre, che gli ha permesso di arrivare al penultimo atto del torneo senza aver dovuto affrontare un giocatore nella top 90. Una bella soddisfazione per il 25enne slovacco, giunto sin qui in carriera a livello ATP solo due volte ai quarti (Monaco di Baviera 2016 e Chennai 2017) dove era sempre stato fermato. Le migliori soddisfazioni le aveva colte a livello Challenger, dove ha vinto 2 tornei (tra cui quello di Napoli nel 2016), ma non aveva mai brillato contro top 50, ad eccezione dello scorso anno in India, quando sconfisse addirittura Cilic al primo turno. Kovalik è partito dalle quali dove ha sconfitto prima il nostro Stefano Napolitano, 204 ATP (4-6 6-4 6-3 il punteggio) poi il tedesco Oscar Otte, 136 ATP, eliminato con un duplice 6-3. Nel tabellone principale, ha sconfitto 6-3 6-3 Radu Albot, 89 ATP; mentre ha avuto decisamente maggiori difficoltà contro Lucas Lacko, al quale ha annullato un match point, prima di passare ai quarti col punteggio di 4-6 6-2 7-5. Nei quarti ha invece sofferto un solo set 7-6(2) 6-4 per eliminare Baghdatis, prima di arrendersi a Copil, vincitore nettamente (6-4 6-2). Difficile rivederlo a questi livelli.

Continua a leggere
Commenti

evidenza

Rafa Nadal infinito, ma non sazio: dal sogno 24°Slam di Court a quello di campione più venerando, i record che definiscono le leggende

il 36enne maiorchino ci sta prendendo gusto. Fare quello che non hanno fatto né Federer né Djokovic e che è riuscito solo a Budge e Laver. Rosewall è avvisato

Pubblicato

il

Sport 6:6:22

Nello Sport professionistico, i principali traguardi che un atleta si pone di raggiungere sono essenzialmente due: le vittorie dei trofei e lo stabilire dei record. Chiaramente ogni sportivo diventato tale, nella stragrande maggioranza dei casi – almeno che non si siano passate le pene dell’inferno, vedere per credere la storia di un certo Andre da Las Vegas – ha un passato da ragazzo prima infatuato e poi perdutamente innamorato di quella attività fisica, combinata alla competizione, che successivamente quando quell’amore – oramai divenuto folle – si trasforma in ossessione compulsiva, di cui non poterne più fare a meno; ecco che quel giovincello e tutti i suoi sogni si evolvono in qualcosa di reale. Ebbene sì, i secoli di questa mirabile arte, che è lo Sport dacché l’umanità ha deciso d’inventarsela, ci hanno restituito il seguente assioma: “Il campione si differisce da tutti gli altri, per l’ossessione spasmodica nel voler migliorarsi, vincere, competere e superare i più grandi della sua generazione”. Questo assunto, per certi versi, trova una controprova nel Tennis che così veritiera, probabilmente non è possibile scovarla altrove. Essendo il nostro uno sport individuale, nel quale in una giornata negativa non si può fare affidamento ad un compagno di squadra particolarmente in vena; bensì l’unico sostegno a cui appigliarsi non è che se stessi. E se dietro, alle spalle, non si ha quella sana smania di voler dimostrare a tutti i costi di essere sempre il migliore, beh nel momento in cui verranno meno le proprie qualità – e sappiamo che nel tennis la giornata storta è sempre dietro l’angolo, quando meno ce lo si aspetti – si sarà letteralmente perduti. Poiché se comunque si potranno ottenere titoli e trofei, durante tutto il corso della propria attività agonistica, sicuramente i record saranno inarrivabili. Ed è proprio questa, la caratteristica dirimente che fa sì che solamente pochi eletti nella storia del tennis siano stati capaci di stabilire record, trapassando diverse epoche e generazioni di giocatori; al contrariò di altri che si sono fermati “soltanto” ad erigersi come i più grandi dei loro anni – tennisti, quest’ultimi altrettanto immensi e con carriere incredibili.

Dunque va da se che abbatterete alcuni primati o stabilire dei record mai fatti registrare prima – neanche con l’anticamera del cervello – è sinonimo e sintomo, di una cosa ed una soltanto: essere delle Leggende. Come ben sappiamo, ieri è andata in scena la finale maschile della 126esima edizione del Roland Garros; e questo ci fornisce un assist spettacolare. Infatti, chi meglio del Re indiscusso della terra battuta, capace di vincere per 14 volte lo Slam di Porte d’Auteuil e d’issarsi alla cifra astronomica – per l’appunto da record – di 22 titoli dello Slam; rispecchia alla perfezione l’identikit di assoluto fenomeno descritta in precedenza? Nessuno. Ma come già anticipato, ci interessa andare più in profondità e non limitarci alle cavalcate trionfali; che il signor Nadal ha compiuto così tante volte nei Major tanto da staccare di ben due piazze gli altri due mostri del ventunesimo secolo: Federer e Djokovic. Il Toro di Manacor oramai è arrivato al punto da travalicare qualsiasi confine, che se dovesse continuare a questo ritmo fra un po’ non potremo più elencare la sua interminabile striscia di primati, facendola precedere dalla classica e formale dicitura: “il più grande tennista per …”; ma saremmo costretti a sostituire il sostantivo che definisce l’atleta con la racchetta, con :”l’essere umano in grado di …” Il 14esimo alloro parigino, ha dato infatti l’occasione a Rafa d’insidiare anche le più grandi donne del tennis, poiché sono loro a detenere il record all-time di trionfi nei tornei del Grande Slam.

AGGANCIO GRAF, A WIMBLEDON PER APPAIARE SERENA – Lo spagnolo con il ventiduesimo Major ha agganciato Steffi Graff e ora punta ancora più in alto: l’obbiettivo è quello di agguantare la seconda posizione di tutti i tempi, appartenente a Serena Williams a quota 23. Fra tre settimane, piede sinistro permettendo, Rafael correrebbe in quel di Wimbledon per questo ulteriore record. Il quale sarebbe pur sempre parziale, visto che davanti a tutti c’è lei: Margaret Court, la straordinaria australiana capace di vincere 24 prove dello Slam. Perciò facendo due facili calcoli, per il primato assoluto a pari merito con la 11 volte campionessa dell’Australian Open, all’irriducibile maiorchino servirebbe – ma guada un po’ – compiere l’impresa che è riuscita a soli due uomini: da dilettante nel 1938 al californiano Don Budge e in due circostanze, nella pima pre Era Open e nella seconda da professionista, al sublime Rod Laver. Un percorso titanico, che come si desume possiede un accentuato profumo di storia, con radici inafferrabili e difficilmente sradicabili; una prova di forza che potrebbe benissimo essere rappresentata dal mito bretone della Spada nella roccia. Tutto questo è il Grande Slam, difronte al quale anche uno roccioso e apparentemente invalicabile mentalmente, come l’uomo di gomma serbo, si è sciolto ad un passo dall’eternità sportiva. Lo stesso epilogo che fu riservato anche al Re dell’eleganza svizzera, ad esempio nel 2009 quando tra Rafa a Melbourne Park – consegnando all’iberico il primo successo nell’Happy Slam, 6-2 al quinto – ed un ragazzone di Tandil (al momento l’ultimo più giovane vincitore Slam) in terra newyorkese si vide scippare il record dei record. Nadal si mostrerà, ancora una volta fisico permettendo, più forte dei suoi due più grandi rivali dinnanzi a questa ennesima prova di forza? Solo il tempo ce lo dirà.

 

RAFA E’ IL QUARTO TENNISTA PIU’ANZIANO A VINCERE UNO SLAM, AL SECONDO POSTO C’E’ FEDERER – Ma una cosa è certa, l’età per il n. 4 del mondo non è una discriminate, altroché. E’ quello stimolo ulteriore, che lo spinge a continuare insieme all’irrefrenabile desiderio amoroso che ha per il tennis. Il mancino di Maiorca si sta, difatti, avvicinando a velocità di ghepardo ad un altro invidiabile primato: Il tennista più anziano a conquistare uno Slam. Questo record, al momento appartiene, a Ken Rosewall. Il quattro volte finalista di Wimbledon vinse il suo quarto Slam Down Under nel 1972, alla veneranda età di 37 anni, 1 mese e 24 giorni. Con il freschissimo trionfo francese, The King of the Clay si è issato alla quarta posizione assoluta con i suoi 36 anni e due giorni, scalzando subito dietro al podio il suo acerrimo rivale in campo – ma grande amico nella vita – campione del Roland Garros 2009 e che nel 2017 lo aveva battuto al quinto in quella storica finale sulla Rod Laver Arena a 35 anni, 10 mesi e 26 giorni suonati. Davanti a lui ci sono al terzo posto, ancora Rosewall, sempre grazie ad un successo a Melbourne nel ’71 a 36 anni, 4 mesi e 5 giorni; e in seconda posizione nuovamente Roger Federer. L’otto volte campione dei Championship ha ottenuto questo riconoscimento di longevità, nella finale dell’Open d’Australia 2018 vinta dal 41enne di Basilea in cinque set contro il recente semifinalista dello Slam parigino Marin Cilic, quando aveva 36 anni, 5 mesi e 7 giorni – tra l’altro suo ultimo titolo Slam messo in bacheca. Dunque per Rafa la scalata ai vertici, in questa particolare classifica, dovrà per forza di cose continuare il prossimo anno; intanto almeno a Bois De Boulogne è lui il giocatore più in la con gli anni ad essersi laureato campione: battuto il precedente record del compianto Andres Gimeno (7° di tutti i tempi in questo parterre de roi), che nel 1972 s’impose a Parigi a 34 anni, 9 mesi e 19 giorni.

NADAL IL PIU’ LONGEVO, COME COSTANZA NEI MAJOR, GLI ALTRI DUE MOSTRI INSEGUONO – Ma se parliamo di longevità inerente alla continuità, perché un singolo grande exploit si può centrare anche a fine carriera seppur non sono questi i casi, Rafael XIV non ha eguali. Anche in questo ambito, sopravanza gli altri due extraterrestri; ma in generale in merito al dato che stiamo per evidenziare, ha l’opportunità di guardare tutti dall’alto: è colui che in carriera ha fatto registrare il filotto più lungo, in termini di stagioni passate, tra la prima e l’ultima finale raggiunte in un Major. 17 lunghi anni sono trascorsi fra il primo Roland Garros (2005) e l’ultimo (2022).  Subito dopo si trova Federer, all’interno di un ennesimo capitolo della saga Fedal, con 16 stagioni consumatesi fra il suo primo successo a Church Road nel 2003 e lo scontro conclusosi 13-12 al quinto con Nole sui prati londinesi del 2019. Infine a completare il podio c’è proprio il più giovane dei tre cannibali, a quota 14: gli anni che distanziano la sua prima finale Slam persa a Flushing Meadows nel 2007 da Federer, dall’ultima che sempre nell’ultimo Major della stagione vide frantumarsi il sogno del Grande Slam, tra le innumerevoli lacrime – non ovviamente quelle dell’orso Daniil.

Continua a leggere

Flash

Gail Falkenberg a 75 anni per la storia, quando l’età è solo un’illusione

Gail Falkenberg ci riprova nel W25 di Orlando in cerca dell’accesso al suo primo main-draw Pro

Pubblicato

il

Gail Falkenberg (foto Twitter @jdd_tennis)

Mai dire mai, perché i limiti, come le paure sono spesso soltanto un’illusione”. Springfield, Massachusetts, Hall of Fame NBA 2009. Tra i premiati c’è lui, il più forte cestista di tutti i tempi, Michael Jordan. Il quale nel suo discorso alla platea afferma che se un giorno a cinquant’anni dovesse ritornare in campo non dovrebbero sorprendersi. A quel punto scatta una risata generale, ma la stella dei Bulls risponde con quella massima, ormai divenuta cult. Essa sembra proprio calzare a pennello, come il vestito delle grandi occasioni, alla protagonista di questo articolo, tale Gail Falkenberg impegnata in questa giornata di Pasquetta di fine aprile, nel primo turno di qualificazione per accedere al main-draw del torneo ITF W25 di Orlando. Detta così non sembrerebbe questa grande notizia, tutt’al più riferendosi al circuito minore. Ma dunque perché abbiamo scomodato il leggendario giocatore di basket e la sua celeberrima frase? L’arcano si risolve andando a sbirciare la carta d’identità della tennista statunitense, 75 anni. Ebbene sì, la nostra Gail scorrazza ancora per il circuito Pro, infischiandosene dell’età che avanza e rifiutandosi di abdicare alla sua voglia di competizione in favore del circuito senior – che lascia volentieri ai “vecchierelli” che decidono di arrendersi a differenza sua.

LA LONGEVITA’ FATTA PERSONA, CON UN ULTIMO GRANDE SOGNO – E’ pensare che ha raggiunto il suo best ranking ben 35 anni fa (quindi quando aveva 40 anni), issandosi al n. 360 del classifica WTA. Inoltre vinse la sua prima partita da professionista 10 anni dopo aver ottenuto il miglior posizionamento della carriera, nel 1997. Falkenberg ha anche un passato da coach alla University of Central Florida. Ci riprova a distanza di sei anni, dopo che nel 2016 subì un doppio bagel dall’ormai ex promessa del tennis a stelle strisce Taylor Townsend nel tabellone cadetto di un Future in Alabama. La sua avversaria, odierna, sarà la 34enne bulgara Dia Evtimova, attuale numero 701 delle classifiche con un career-high in termini di posizionamento nel ranking fatto registrare il 31 ottobre 2011, al numero 145. Vedremo se i 41 anni che dividono le due giocatrici saranno determinanti nell’esito della sfida, oppure se ha prevalere sarà l’esperienza. Quest’ultimo finale dello scontro, garantirebbe a Gail Falkenberg la possibilità di giocarsi la qualificazione al primo tabellone principale della sua carriera da agonista, il suo ultimo grande sogno. Per concludere non possiamo esimerci dall’augurare le migliori fortune alla nostra Gail, invitandola a non mollare e a continuare così poiché rappresenta un eccezionale esempio per tutti, dimostrando come l’età sia solo un’illusione.

Continua a leggere

evidenza

I segreti di un campione: Stan Wawrinka

Quello che i numeri raccontano del gioco dell’eterno numero due svizzero

Pubblicato

il

Stan Wawrinka - Bercy 2020 (via Twitter, @RolexPMasters)

Dal 2004 al 2020, cinquantaquattro dei sessantaquattro tornei Slam disputati sono stati vinti da Federer, Nadal o Djokovic. Solo altri sei giocatori riescono a iscrivere il proprio nome nell’albo d’oro di uno dei quattro tornei più prestigiosi. Per tre volte Murray, forse il meno fab dei Fab Four, ma pur sempre un giocatore capace, nel 2016, di diventare numero uno del mondo. Per tre volte, trionfa anche Stanislas Wawrinka, e in tre tornei diversi: nel 2014 in Australia, nel 2015 a Parigi, nel 2016 a Flushing Meadows. Manca soltanto Wimbledon, e Wawrinka potrebbe addirittura fregiarsi del Career Grand Slam, risultato eccezionale in genere, e che avrebbe addirittura dell’incredibile nell’epoca dei Big Three.

Comprensibile comunque, che sia proprio Wimbledon a mancare all’appello: il rovescio a una mano di Stan, di rara potenza, necessita di una preparazione difficilmente compatibile con una superficie veloce e imprevedibile come l’erba. Detto questo: non soltanto tre Slam, ma anche una medaglia d’oro in doppio alle Olimpiadi di Pechino, sedici titoli ATP, e la vittoria della Coppa Davis (va detto, in coppia con Federer, ma Stan fu decisivo) nel 2014.

Quali sono dunque le armi che hanno permesso a Wawrinka di essere all’altezza di avversari straordinari, lungo tutta la propria carriera? Ce lo chiederemo analizzando i dati relativi ai suoi match di Grande Slam, nel periodo 2011-2021. Prima di procedere però, diamo uno sguardo più da vicino alla carriera dello svizzero.

 

Palmarès

Già a livello junior, Stan Wawrinka si fa notare, aggiudicandosi l’Open di Francia e conquistando la settima posizione nel ranking. Nel 2004 diventa professionista e esordisce in Coppa Davis, perdendo il suo primo match, sconfitto da Victor Hănescu. Nel 2006, vince il suo primo titolo, sconfiggendo in finale a Umag un giovane serbo che farà molto parlare di sé: un certo Novak Djokovic. Nel 2008, per la prima volta, a Roma, Stan raggiunge la finale di un torneo Master 1000. Ancora una volta è Djokovic il suo avversario: in questa occasione però, Wawrinka si aggiudica il primo set, ma viene poi rimontato e sconfitto.

A fine stagione 2008, entrerà per la prima volta in top 10. Alle Olimpiadi di Pechino, vince (insieme a Federer) la medaglia d’oro nel doppio. Dal 2009 al 2012, Stan sviluppa una carriera solida, ma senza particolari acuti. Nel 2013 invece, cambia qualcosa. Probabilmente c’è un match che lo dimostra più di ogni altro, proprio a inizio stagione. Ancora una volta, in un momento decisivo della propria carriera, Wawrinka affronta Djokovic, negli ottavi di finale dell’Australian Open. Il pronostico sembra scontato, ma Stan gioca un match straordinario, mettendo a segno vincenti spettacolari, soprattutto col rovescio.

Non è abbastanza per vincere: la partita è di Djokovic, che se la aggiudica al quinto set. È abbastanza però per convincere definitivamente Stan che può giocarsela davvero con tutti. Rientra in top 10 e, a Flushing Meadows, raggiunge la sua prima semifinale Slam, sconfitto (ancora una volta) da Djokovic.

L’anno successivo, il 2014, è quello della definitiva consacrazione. In Australia, Stan conquista il suo primo Slam, sconfiggendo Nadal in finale. A Monte-Carlo, sconfigge Federer in finale e si aggiudica il suo primo Master 1000. A fine anno, è protagonista insieme a Federer della vittoria della Coppa Davis da parte della Svizzera. Chiude il 2014 come numero 3 del mondo, che resterà il suo best ranking. Nel 2015, Wawrinka si prende una rivincita con Djokovic, battendolo, un po’ a sorpresa, nella finale del Roland Garros, negando (temporaneamente) a Nole il Career Grand Slam. Supera il round robin del Masters di Londra di fine anno, ma viene sconfitto da Federer in semifinale.

L’anno successivo, un altro acuto: ancora una volta, Stan sconfigge Djokovic in una finale Slam, stavolta a Flushing Meadows. Si tratta dell’unico match di tutto il 2016 in cui Nole perde la partita dopo essersi aggiudicato il primo set: testimonianza della grinta e del carattere di Wawrinka. Nel 2017 arriva ancora una volta alla finale del Roland Garros, ma viene sconfitto da Nadal (prima sconfitta per Wawrinka in una finale Slam). Poi, purtroppo arriva l’infortunio al ginocchio. Per il resto del 2017 e sostanzialmente tutto il 2018, il campione svizzero non riesce a trovare continuità.

Nel 2019, raggiunge i quarti di finale degli US Open, e viene sconfitto da Medvedev. La condizione fisica sembra essere migliorata ma, raggiunti i trentaquattro anni, Stan sembra avviarsi alla conclusione di una grande carriera. Dopo la stagione funestata dal COVID nel 2020 e un infortunio al piede nel 2021, Stan decide comunque di rientrare in campo nel 2022, alla ricerca di un difficile ma, considerato il talento e la determinazione, non impossibile riscatto.

Uno sguardo d’insieme

Prima di approfondire l’analisi, alla ricerca di pattern vincenti e perdenti, cerchiamo, nei limiti del possibile, di averne una visione d’insieme, inquadrando lo stile di gioco di Wawrinka degli ultimi dieci anni con una serie di statistiche, i cui valori medi sono mostrati in Figura 1, separatamente per superficie di gioco.

Figura 1. Statistiche medie di gioco per Wawrinka, match di singolare in tornei del Grande Slam dal 2011 in poi

Non sorprende la grande capacità di Wawrinka di mettere a segno vincenti (oltre quaranta in media, su tutte le superfici) mentre, forse, desta qualche stupore in più il fatto che il saldo tra vincenti ed errori non forzati raggiunga il suo miglior valore sull’erba, l’unica superficie su cui Stan non ha mai vinto uno Slam. Riflettendo meglio però, possiamo provare a dedurre che non sia tanto il rapporto tra vincenti ed errori non forzati a fare la differenza per Wawrinka rispetto alle altre superfici quanto, più in generale, la dinamica di gioco.

Stan non commette cioè molti errori gratuiti e mette comunque a segno molti vincenti, anche su erba, ma spesso, su tale superficie commette errori forzati. In particolare, ciò può accadere dal lato del rovescio, se l’avversario pressa Wawrinka, riducendo il tempo a disposizione per la preparazione del colpo.

Un secondo set di statistiche, mostrato in Figura 2, può esserci d’aiuto nel farci un’idea ancora più precisa:

Figura 2. Altre statistiche medie per Wawrinka, match di singolare in tornei del Grande Slam dal 2011 in poi

Da questo secondo grafico, emerge sì una buona completezza (70% di rendimento a rete, ad esempio, su tutte le superfici), ma fa capolino anche quello che potremmo definire un piccolo tallone d’Achille di Wawrinka: il dislivello tra prima e seconda palla di servizio.

Se con la prima infatti Stan porta a casa un notevole numero di punti, non solo e non tanto diretti (ace), ma con lo schema servizio-dritto o anche servizio-rovescio, la seconda palla è non soltanto più lenta, ma, rispetto a giocatori di tale livello, anche meno imprevedibile. In particolare nelle sfide con Federer, forse è stato proprio questo uno degli elementi che, spesso, hanno fatto pendere la bilancia a favore di Roger, che è invece dotato di una seconda palla ricca di variazioni, e molto difficile da attaccare.

Cercando conferme di tale osservazione, possiamo notare anche che, sul veloce, la capacità di Wawrinka di annullare palle break cala nettamente rispetto alla terra (pur attestandosi su un ottimo 70%), a testimonianza del fatto che, specialmente quando la superficie lo consente, gli avversari hanno qualche occasione di strappare la battuta a Stan aggredendolo fin dalla risposta.

I pattern più significativi, gli elementi-chiave del gioco di Wawrinka

Dopo questa panoramica, proviamo a chiederci quale o quali tra le varie statistiche di gioco (che rappresentano le nostre variabili di input) si rivelino decisive, e in che modo, rispetto alla vittoria o alla sconfitta nel match (che rappresenta la nostra variabile di output). Impostiamo cioè, in altre parole, un problema di classificazione.

Per maggiore chiarezza, facciamo in modo che l’algoritmo di classificazione utilizzato restituisca automaticamente, sulla base delle variabili a disposizione, un modello costituito da un insieme di regole, che rappresentano i pattern statisticamente più significativi che conducono Wawrinka alla vittoria o alla sconfitta. Di seguito, illustriamo le tre regole più significative così calcolate:

  1. Se Wawrinka ha un rendimento sulla prima palla di servizio migliore di quello del proprio avversario e l’avversario non si presenta più di 33 volte a rete, allora lo svizzero vince la partita”. Il pattern si è verificato in sessantatré occasioni e, in sessantadue di esse, Wawrinka ha vinto il match.
  2. Se Wawrinka mette a segno almeno 1.6 ace più dell’avversario in media per set e trasforma le palle break con una percentuale di almeno il 4.5% superiore, si aggiudica la partita”. Il pattern è meno generale, ma estremamente preciso: si è verificato trentadue volte, e in tutti questi match Wawrinka si è aggiudicato la vittoria.
  3. Se Wawrinka non si procura almeno dieci palle break in una partita composta da più di 39 game e, ha un rendimento sulla prima di non oltre il 5.1% migliore rispetto all’avversario, viene sconfitto”. Il pattern si è verificato quindici volte, e si tratta di quindici sconfitte per Stan.

Sulla base di regole come queste, considerando che quanto più una caratteristica del gioco compare come condizione rilevante all’interno di tali pattern, tanto più potremo definirla un elemento-chiave del gioco del campione svizzero. Potremo quindi, sulla base dei dati, stilare un feature ranking, ovvero una sorta di classifica dei vari aspetti del gioco, distinguendo quelli che, in misura maggiore, da soli o in combinazione con altri, si sono rivelati decisivi.

Figura 3. Feature ranking associato ai match di Grande Slam di Wawrinka, dal 2011 in poi. La lunghezza della barra rappresenta la rilevanza della feature, la direzione rappresenta il verso della correlazione (diretta per barre che si sviluppano verso destra, inversa per barre che si sviluppano verso sinistra)

Non stupisce come, in prima e quarta posizione, si trovino due elementi legati alla prima palla di servizio, e in particolare la differenza di rendimento rispetto all’avversario (feature più significativa) e la differenza in termini di ace (quarta feature più significativa).

A prima vista, colpisce di più la natura della seconda e della terza feature, legate al gioco a rete: si tratta, rispettivamente, della differenza nella percentuale di discese a rete trasformate in punti e del numero assoluto di discese a rete trasformate in punto dall’avversario. Possiamo però forse interpretare il dato in questi termini: se Stan, che non è un giocatore di rete (pur avendo una discreta mano) riesce a superare o a contenere l’avversario anche da questo punto di vista, significa che sta controllando il match, e probabilmente riuscirà ad aggiudicarselo.

In conclusione, la quinta feature più significativa è la differenza media in termini di errori non forzati per set, che ci ricorda come anche un giocatore del talento di Wawrinka non possa permettersi di forzare troppo il gioco, e di commettere un numero eccessivo di errori non forzati. Dopo essersi tolto la soddisfazione di veder uscire il suo primo film come produttore, e dopo otto mesi dall’ultima operazione al piede, Stan torna al tennis e dichiara di aver ancora voglia di vincere. Un’ottima notizia per tutti gli appassionati, che avranno ancora occasione di vederlo all’opera anche se l’esordio nel challenger di Marbella non è stato dei migliori.

Nota: l’analisi e i grafici inseriti nell’articolo sono realizzati per mezzo del software Rulex


Genovese, classe 1985, Damiano Verda è ingegnere informatico e data scientist ma anche appassionato di scrittura. “There’s four and twenty million doors on life’s endless corridor” (ci sono milioni di porte lungo l’infinito corridoio della vita), cantavano gli Oasis. Convinto che anche scrivere, divertendosi, possa essere un modo per cercare di socchiudere qualcuna di quelle porte, lungo quel corridoio senza fine. Per leggere i suoi articoli visitate www.damianoverda.it

Continua a leggere
Advertisement
Advertisement

⚠️ Warning, la newsletter di Ubitennis

Iscriviti a WARNING ⚠️

La nostra newsletter, divertente, arriva ogni venerdì ed è scritta con tanta competenza ed ironia. Privacy Policy.

 

Advertisement
Advertisement
Advertisement
Advertisement