Qualcosa, non tutto, è cambiato

In 14 anni il mondo è cambiato, attraverso conquiste ed eventi dolorosi. Ma non ha toccato Roger Federer e il motivo per cui gioca a tennis

Qualcosa, non tutto, è cambiato
Roger Federer - ATP Rotterdam 2018 (foto Roberto Dell'Olivo)

Dedicato a Seanchan

Nel 2004 non esistevano gli smartphone eppure nasceva Facebook. In quell’anno non esistevano certo i marziani, ma la sonda opportunity atterrava su Marte, ovviamente indisturbata. L’Oscar andava al terzo film del Signore degli Anelli. In Italia entrava in vigore il testo unico sulla privacy. Ciampi era presidente. Bush jr era presidente. Binaghi era presidente. Accadeva anche che Al Qaeda facesse esplodere la stazione dei treni di Madrid. Accadeva che Abu Ghraib facesse esplodere il caso delle torture in Iraq e che la terra a Santo Stefano esplodesse nello tsunami. Notizie trovate su wikipedia, che tutti ricordavamo essere accadute, ma che forse non sapevamo in che cassetto degli anni del Signore fossero. Se si va, però, su wikipedia, alla voce “anno 2004”, la notizia che Federer diventava numero uno della classifica ATP non si trova.

 

A guardare indietro, a guardare tutto il resto di quello che è accaduto nel 2004, sembra ieri: e non è la faciloneria dei luoghi comuni. Il 2004 ha tracciato eventi che sono per noi familiari, perché in un certo senso si sono ripetuti. Oppure eventi permanenti che ancora oggi si vivono, che ancora oggi si discutono. Nel tennis no. Quattordici anni sono un’era geologica. Quattordici anni prima del 2004, per dirne una, Lendl vinceva uno slam. Ma la familiarità degli eventi passati non è presenza. Familiare è il ricordo, che è attimo già fuggito. Nulla dura 14 anni senza cambiare: forse solo i cani, che 14 anni vivono, bontà loro e si spengono che sembrano ancora bambini. Per questo val la pena chiedersi se, in un mondo che cambia, il Roger Federer che partiva da Basilea per diventare numero uno in Australia sia così diverso da questo Roger Federer diventato patrimonio mondiale, monumento del tennis senza macchia, così privo di difetti da essere persino risparmiato dai piccioni. La mia risposta: a me sembra tutto uguale.

Certo, i capelli sono cambiati, in numero e lunghezza. Il volto ha perso la pastosità delle guance e si è affilato negli sforzi. La racchetta, beh, quella sì, si è un po’ ingrandita, ma maglietta e moglie sono sempre quelle. Gli sono nati quattro figli, al papà Roger, in due sole gravidanze. Una percentuale del 200% nella trasformazione delle palle break, diremmo. Ma nel tennis essere padri cosa conta? Mica siamo nell’automobilismo, mica si sente la voce di Enzo Ferrari sbraitare che ogni figlio nato, vuole dire per il pilota un secondo in più al giro. Lo ripeto: a me sembra tutto uguale forse perché ho gli occhi foderati di amore. Tutto uguale, come rispondo a mia moglie o a mia madre. Ma non è così. Qualcosa, non tutto, è cambiato e tra le cose rimaste uguali c’è quel vezzo di Roger Federer che racchiude il senso del suo amore verso questo sport.

Osservatelo. In genere lo fate mentre gioca, e chi può darvi torto. Gioca il punto, fa le cose belle che ben conosciamo e poi accade che lo vinca o lo perda. Se lo vince, pugnetto ed esultanza. Se lo perde, la colpa è di qualche santo incolpevole. Invertite i fattori se tifate per Djokovic o Nadal, il prodotto non cambia. Ma osservatelo, di più, osservatelo appena terminato il punto, nel momento in cui la regia stacca sul replay, sull’asciugamano, sul primo piano. In quella definizione di attimo, tra il punto finito e la routine del punto che incombe. Osservatelo mentre Roger Federer torna identico, anzi resta identico, al ragazzo che fittava il campo da tennis a Basilea. Al ragazzo che gioca la sua ora di tennis al circolo e che deve ottimizzare: perché si sa, l’ora finisce, e per colpire una nuova pallina potresti aspettare settimane.

Quando una pallina da tennis passa accanto a Roger Federer, a colui che avrà colpito una palla da tennis milioni di milioni di volte, lui la colpisce ancora. Lo faceva nel 2004 e nel 2005 quando morì il Papa polacco, nel 2006 quando “pooo-po-po-po-po-po-pooo” ai mondiali, nel 2007 quando a Duisburg esportammo un po’ di metodi spicci calabresi. Lo faceva nel 2013 quando la schiena non stava bene e lo ha fatto anche nel 2018 a Rotterdam. Avrei allegato un video come prova, ma purtroppo gli highlights su Youtube non renderanno mai giustizia a quel “tic”, a quella mania dello svizzero. In un mondo di sintesi e così sintetico, la gioia che prova un 37enne, nel vedersi arrivare una palla da tennis contro, stranamente non fa notizia. Servizio out dell’avversario: la colpisce e la manda al raccattapalle. Palla fuori dell’avversario: la colpisce e cerca una traiettoria nuova, qualcosa che ti sembra non abbia mai provato prima. Servizio deviato da net e palla che gli finisce dietro la schiena: colpisce un “no look”. Se la palla è lunga di un metro, prova comunque a mandarla di là di contro balzo. Alle volte la insegue persino, a gioco fermo. Dove c’è una palla che si può colpire, lui la colpisce. Si sa mai che dovrà aspettare una settimana prima di fittare un altro campo.

Oggi che è anziano, che centellina i suoi sforzi in pochi tornei, io vorrei dirgli di lasciarla stare, ogni tanto, quella palla chiamata fuori. Vorrei dirgli di non fare sforzi inutili. Vorrei fare la parte della mamma che grida “non sudare!”. Ma, niente, niente da fare: quel bambino cresciutello non mi ascolta e pur di colpirla, alle volte allunga la scalcagnata schiena (tremo), alle volte si punta sul ginocchio operato (ri-tremo) e infine trova l’impatto morbido con le corde, epitome dell’inutilità. Perché Roger Federer ha allora attraversato indenne questi quattordici anni, io me lo spiego così. Il mondo attorno a lui implode ed esplode, si rivoluziona e si agita. Mischia il sangue con le risate, il cemento con le bombe, mentre lui, svizzero e neutrale, continua a desiderare di colpire quella palla. Come fa mio figlio, innamorato di quella col sonaglino: se quella osa passargli davanti al naso, la mano paffuta la colpisce, la palla reagisce spostandosi nelle tre dimensioni, e il bambino, esplora le infinite traiettorie.

Agassi, il più anziano numero uno prima di lui, diceva di odiare il tennis. Colpiva la palla strappandosi brandelli di coscienza dal petto. Ne colpiva a ripetizione augurandosi che prima o poi finissero. Federer invece, ad ogni colpo, sembra continuare a costruirsi un bagaglio di esperienza, un paradiso di colpi irreali, un Eden di feltro. Ogni impatto gli trasmette una vibrazione al braccio ed endorfina al cervello. Il cervello elabora la sensazione e questa diventa gioia e coscienza. Per questo Roger Federer, tecnicamente, non credo si ritirerà mai. Perché se colpisci anche le palle inutili, se giochi a tennis anche un istante dopo che la competizione è finita, mentre la tivù cambia inquadratura, mentre l’arbitro recita la nenia del punteggio, mentre la posta in palio svanisce, il tennis resti soltanto tu e le tue sensazioni. Non lo farà Roger Federer, non più da Basilea ma dal pianeta Terra. Quattordici anni non hanno scalfito il piacere. Continuerà a giocare. Del resto il punto finisce e lui sta ancora giocando: perché allora dovrebbe smettere se finiscono i tornei, se finiscono i record da abbattere e le coppe da alzare?

Roger Federer continuerà a giocare anche a palla fuori, e quando la palla si deciderà ad andare fuori dallo stadio, lui la riacciufferà e ributterà in campo, come stava accadendo già tanti anni fa in quel controsmash a Basilea. Sembrava andarsene via quella volta, non è vero Roger? Ti aveva scavalcato, superato, sorpassato. Sembrava decisa ad abbandonarti, e pure la acciuffasti ed esplorasti una ignota bellezza. Cosa vuoi che siano quattordici anni? Se continuerai a giocare, per te ci sarà sempre un campo, un pubblico e una pallina da mandare dove la tua immaginazione desidera, dove lo spazio non è stato ancora occupato. Se continuerai a giocare ci sarà sempre un punto del campo in cui la palla non sarà mai rimbalzata prima ed un’occasione per sperimentare qualcosa di nuovo, per ricercare in quel braccio fatato una nuova parabola e scoprire l’equazione ancora mancante ad una vita tennistica divina. Perché se tu continuerai a giocare, la tua e la mia ora di tennis, l’ora di chi è costretto ad inseguire quella palla da lontano, e l’ora di chi sta già pulendo il campo, non finiranno mai.


Agostino Nigro – Vive e lavora a Napoli Nord. Ha costruito la sue scarse fortune tennistiche sul proprio rovescio ad una mano eppure vive di diritto.

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