Fabbiano: “La classifica si fa con pochi risultati, serve sempre fiducia”

DUBAI - Intervista esclusiva con Fabbiano dopo la sconfitta contro Krajinovic. Le difficoltà di una carriera da professionista, la programmazione e il futuro del tennis italiano

Fabbiano: “La classifica si fa con pochi risultati, serve sempre fiducia”

dal nostro inviato a Dubai

Quando, circa tre ore dopo la fine del match perso contro Krajinovic, 34 ATP, incontriamo Thomas Fabbiano su un comodo divano del lussuoso hotel che ospita i tennisti del torneo, l’espressione del suo volto, che immaginavamo nervoso per l’occasione persa – l’azzurro ha dominato il primo set contro un top 40 – ci fa capire che il tennista pugliese ha saputo prendere il buono che sempre si nasconde dietro a ogni sconfitta. Nelle sue risposte, tale impressione è stata confermata e, con educazione e disponibilità, Thomas si è reso disponibile a spiegarci come si affrontano le difficoltà in una carriera ad altissimo livello professionistico (per la classifica ATP, solo 77 persone nel mondo giocano oggi meglio di lui a tennis), come si effettuano le scelte della programmazione e non si è tirato indietro nemmeno quando si è trattato di dare il suo punto di vista sui giovani tennisti italiani.

 

Thomas, quali sono i tuoi stati d’animo dopo questa sconfitta in cui sei stato rimontato dopo aver dominato il primo set?
Come tennis ci sono, nel primo set ho giocato nettamente meglio di lui, nei momenti in cui ero fresco tutto è andato per il meglio. Poi il tennis è strano, cambia tutto in un attimo e l’avversario ha trovato delle contromosse e nel frattempo io ho tirato il respiro per un secondo. A quel punto, lui è andato avanti nel secondo set e la partita mi è sfuggita di mano. Ho ancora tanto da lavorare, intendo soprattutto mentalmente: non deve più capitare che io esca dal match, contro questo tipo di tennisti non puoi permetterti un secondo di distrazione e devi essere sempre continuo.

Hai dei rimpianti tattici? Cambieresti qualcosa nel tuo modo di aver affrontato il serbo?
Tatticamente non cambierei nulla, anzi avrei dovuto produrre ancora per più tempo il mio tennis: attaccare col dritto appena mi arrivava una palla comoda, servire alte percentuali col servizio, muovere bene la palla col rovescio. Devo imparare a far valere le mie qualità per più tempo nel corso di un match, se voglio vincere a questi livelli. Anche oggi, quando l’ho fatto, il punteggio mi ha aiutato e dato conferme importanti sul fatto che quantomeno io non stia giocando male.

Ci spieghi cosa è successo a inizio terzo set? Hai protestato a lungo con l’arbitro quando il parziale era ancora in bilico, a causa di una chiamata dubbia…
Era accaduta una cosa analoga nel primo set, questa volta a mio favore: non avevo dato un suo servizio vincente. Volevo farlo, ma poi, in quel paio di secondi in cui si decide come comportarsi, avevo pensato che c’era un arbitro che aveva la responsabilità di decidere. Lui a fine partita, quando ci siamo incrociati, mi ha detto che proprio per questa ragione non aveva parlato al giudice di sedia per restituirmi il punto. Io però gli ho ricordato che nel corso del secondo set gli avevo restituito una palla su cui l’arbitro non si era ancora espresso. Ma sono cose che succedono durante una partita, è andata così e non ho nessuna recriminazione in merito.

Vicino a uno dei tuoi allenatori, Federico Torresi, durante il tuo incontro abbiamo visto Travaglia: siete amici?
Sì, con Stefano siamo molto amici, ci alleniamo assieme, abbiamo convissuto a Foligno per un periodo, giriamo il tour con lo stesso allenatore e passiamo anche tanto tempo fuori dal campo. Ci stimoliamo a vicenda, essendo uno la spalla dell’altro: spero davvero che nei prossimi mesi riusciremo entrambi a fare analoghi passi avanti in classifica.

Abbiamo notato che il torneo Dubai ti porta fortuna: nel 2016 vincesti una delle tue partite più importanti contro Leonardo Mayer, allora top 40. Cosa ne pensi di questo ATP 500?
Dubai mi piace molto e soprattutto è molto ben organizzato il torneo, l’hotel è adiacente ai campi e nel circolo. Forse i campi sono un po’ troppo veloci per le mie qualità: la palla vola un pelino troppo, ma mi piace stare qui e tornerei volentieri anche l’anno prossimo.

Stai vivendo un periodo complicato dal punto di vista dei risultati: come lo affronti?
Il lavoro durante l’allenamento aiuta tanto: stare in campo, aggiungere al proprio bagaglio tecnico e fisico dei dettagli che possano darti fiducia e allontanare rimpianti e brutti pensieri. Queste cose fanno dimenticare le sconfitte, ma soprattutto, aiuta tenere presente che una buona classifica la si fa anche con pochi risultati. Quindi, visto che vedo che il mio tennis sta funzionando, sono convinto che trovando un po’ di tranquillità un grande risultato lo posso centrare, che sia una vittoria come oggi o tre quattro partite vinte di seguito.

Quali sono i tuoi programmi per i prossimi mesi?
Sicuramente vado a Indian Wells e Miami, dopo la Florida non so che farò: sicuramente vorrei giocare a Roma e Parigi e per il momento mi sono iscritto a Marrakech. Il resto dipende anche da dove entro col mio ranking: probabilmente vado anche a Montecarlo, ma davvero non ho ancora stabilito nulla. Dipende molto da come andrà questa trasferta negli Stati Uniti. Una volta finita questa fase sul cemento, assieme ai miei allenatori (Gioretti e Torresi) valuteremo quanta benzina ho nelle gambe e se iniziare a giocare subito sulla terra o se mi occorrerà maggiore allenamento e ricaricare le pile.

A inizio aprile abbiamo un importante appuntamento a Genova con la Coppa Davis: punti a giocare?
C’è Fabio che per noi è un punto fisso, poi, per il secondo posto di singolarista, le opzioni sono tante: da Seppi che torna a giocare giusto per la sfida, a Lorenzi che sta avendo qualche problemino fisico ma che sulla terra è sicuramente più forte di me. Ci sono tre tennisti che sono più esperti del sottoscritto, ma non mi preoccupo in tal senso: sicuramente Barrazzutti farà le scelte migliori possibili per quelle partite, in base alla superficie e al nostro momento di forma. Giocare la Davis non è un pensiero che non mi fa dormire la notte: io spero solo di far parte del gruppo contro la Francia, dimostrando di essere in grado di farne parte con i risultati.

Sei un tennista ancora giovane, ma già esperto: puoi dirci qualcosa su come vedi i giovani tennisti italiani? Qualcuno secondo te uscirà fuori a buoni livelli?
Il nostro movimento è quantitativamente numeroso: ora Berrettini è vicino ai 100. Sono in tanti, nati tra il 1995 e il 1997, a giocare bene, avere voglia ed essere ambiziosi: sono certo che nei prossimi anni arriveranno in tanti nei primi 100. Mi rendo molto che tanti aspettino il campione, un top 10 o top 20, ma è difficile prevederlo adesso: molte volte capita in questo sport che quel che l’occhio non vede adesso, perché nascosto da mille fattori, grazie a una scintilla di qualunque tipo, venga fuori. Quel che posso dire, vedendoli giocare, è che vedo nei nostri giovani connazionali tanta voglia e questo fa davvero ben sperare a riguardo.

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