Indian Wells, spunti tecnici: del Potro, potenza e sensibilità per battere Federer – Ubitennis

(S)punti Tecnici

Indian Wells, spunti tecnici: del Potro, potenza e sensibilità per battere Federer

INDIAN WELLS – Le botte di dritto di Juan Martin le conoscono tutti. Il modo in cui gestisce gli impatti però è raffinatissimo. Invisibile a occhio nudo, scopriamolo con la videoanalisi

Luca Baldissera

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da Indian Wells, il nostro inviato

In un’ipotetica classifica dei più grandi dritti di tutti i tempi, l’argentino Juan Martin del Potro sarebbe senz’altro uno dei maggiori pretendenti al primo posto. Una carriera costruita su manate clamorose, a velocità fuori scala anche per il tennis di livello professionistico. Prima delle semifinali, sono andato a vedermelo un po’ da vicino, sul practice court 4, soprattutto per capire a che punto stava con il rovescio, il colpo che ha maggiormente sofferto, come è ovvio, a causa dell’infortunio e degli interventi chirurgici al polso sinistro. Quando era rientrato, Juan Martin aveva mostrato un’esecuzione bimane decisamente modificata, con minore uso delle articolazioni del polsi, e giocoforza, nei mesi successivi, aveva dovuto sviluppare e affinare lo slice a una mano, con ottimi risultati tra l’altro. In effetti, ormai anche il rovescio bimane in spinta non è per nulla male, ne vediamo un esempio in testa al pazzo, rimangono molto sostenuti e rigidi i polsi, il che comporta una qualche difficoltà nel trovare traiettorie diagonali quando la palla è più bassa (e lì delPo rimedia con il taglio sotto), ma nel complesso, soprattutto in risposta, dal lato sinistro si può dire che l’argentino abbia risolto bene i suoi problemi. Poco dopo, rientrato in sala stampa, mentre montavo e analizzavo i video e le immagini, ho notato – per la prima volta, onestamente – un dettaglio tecnico veramente interessante, riguardo però al dritto. Ma andiamo con ordine.

 

Qui sopra, qualche scambio da fondocampo, vediamo Juan Martin spingere in scioltezza, oltre al suo super-dritto, tre rovesci anche abbastanza bassi, il colpo direi che è a posto. Analizziamo qualche frame.


Come possiamo notare, il gesto non evidenzia problemi, nelle due immagini sotto, che mostrano due esecuzioni su palla bassa, Juan Martin va anche giù bene con i polsi, certo rimangono meno flessi all’indietro-basso rispetto a prima dell’infortunio, ma nel complesso il bimane di delPo è molto buono. Naturalmente, però, quando sei a due metri dalla “Torre di Tandil”, non puoi esimerti dal dare un’occhiata anche al suo “signature shot“, chiaramente il dritto in accelerazione.


Qui sopra, in alto le fasi della splendida ovalizzazione di Juan Martin, la testa della racchetta prende una vera e propria rincorsa a partire da sopra la testa. Sotto, vediamo l’esplosione dell’impatto, magnifico. Ma proprio mentre me ne stavo lì ad ammirare queste cannonate, ho notato qualcosa, in particolare il suono del colpo. Quando delPo andava sulla palla in posizione affiancata (neutral stance), o di tre quarti (semi-open stance), tirando il dritto con grande potenza, ma in fase comunque di manovra e alla ricerca dell’angolo, il suono era diciamo così “normale”, un bel botto come se ne sentono da ogni campo qui a Indian Wells. Quando però andava in open stance piena, frontale, caricando il peso sulla gamba esterna, per poi scatenare oltre al braccio anche la “botta” di anca e il conseguente tipico saltello in sospensione dinamica, la configurazione da “missile che non ritorna” insomma, il suono cambiava completamente, diventando uno schiocco lacerante, l’esempio perfetto di quello che in gergo si definisce “spaccare la palla“. Non poteva essere solo questione di maggiore velocità o potenza dello swing, troppa differenza. Così, ho giocato a fare un po’ di “CSI”, grazie ai potenti mezzi a disposizione, ovvero l’ottima Canon dell’imprescindibile collega e amico Vanni Gibertini. Intanto, ecco il video delle due tipologie di esecuzione, una dopo l’altra.

Mi dispiace che l’audio non renda assolutamente l’idea di quello che stavo descrivendo prima, dal vivo la cosa risultava evidentissima. Comunque, questi due dritti dovevo analizzarli nei dettagli, per capirci qualcosa di più. Ecco le fasi degli impatti, frame-by-frame, tratti da questo stesso video.


In alto, il primo dritto, quello “standard”, con un buon top-spin, giocato affiancato. Sotto, la “botta a chiudere”. Notate qualcosa? Vediamo ancora meglio, con altre due immagini del dettaglio che ci interessa.

Ecco i frame ingranditi. A sinistra, il millisecondo successivo all’impatto del dritto standard, a destra quello successivo all’impatto dell’accelerazione definitiva. Vediamo due foto a risoluzione maggiore, sempre di due dritti portati da Juan Martin uno semplicemente a spingere, uno a chiudere.

E insomma, la cosa è assolutamente invisibile in video a occhio nudo, e pure con il rallentatore. Ma è evidente, le immagini non mentono: ‘sto fenomeno di Juan Martin è tranquillamente in grado, a seconda della situazione di gioco, di tirare il dritto con l’ingresso del piatto corde sulla palla ruotato di quasi 90°, o comunque poco di meno. In un caso produce un top-spin molto potente, ma diciamo “regolare”, nell’altro, lascia andare il missile piatto (ma piatto veramente, guardate nei frame ingranditi, la palla è già partita e non vi è accenno di copertura del colpo con la testa della racchetta, o di rotazione interna dell’avambraccio), con un gesto, o meglio una postura, che ricorda quello di Agnieszka Radwanska, solo a tipo il doppio della potenza e della velocità dello swing. Ed è da lì che si origina lo schiocco acutissimo che avevo notato, in partita potete capire quando Juan Martin entra in modalità “apro la palla in due” guardando il modo in cui usa gli appoggi, di solito è anche il momento in cui parte con il “grunting”, i grugniti in crescendo, che sono un ulteriore segnale di “inizio bombardamento con il drittone”. Non serve, immagino, ribadire quale difficoltà tecnica comporti avere una padronanza dello swing simile, sono convinto che sia una cosa che delPo fa di puro istinto, è una duttilità che non si può insegnare, devi solo avere un talento mostruoso, che ti consenta di “sentire” la palla con tanta finezza e precisione, nonostante la sbracciata di rapidità spaventosa. Altro che elmetto, qui ci vuole il bunker per salvarsi.

La speranza è che la finale contro Roger Federer sia una bella partita, lottata e appassionante, e se da un lato avremo la classe infinita del migliore di tutti, dall’altra, a contrastarlo, avremo un bombardiere di qualità straordinaria e spesso poco pubblicizzata, come spero di aver evidenziato analizzandone l’arma principale nel dettaglio, che più nel dettaglio non si può. Forza Roger e Juan Martin, fateci divertire.

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US Open, spunti tecnici: bum bum Osaka

Che Serena Williams sia la favorita della finale è certo. Ma ci sono aspetti tecnici e psicologici anche a favore di Naomi

Luca Baldissera

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US Open, spunti tecnici: Serena Williams

da New York, il nostro inviato

Sono convinto che avremo la miglior finale possibile dello US Open femminile. Perchè Serena Williams, la Serena vista qui in questo settembre, è favorita, e su questo non ci piove. Di quelle che potevano arrivare a contenderle il titolo, però, a mio avviso proprio la finalista giapponese (prima volta di sempre di una ragazza del “Sol Levante”) Naomi Osaka è quella che ha le possibilità più concrete di metterla in difficoltà anche seria, e perchè no, farle lo sgambetto. Naomi si è fatta conoscere quest’anno al livello massimo del tennis WTA, la ciliegina sulla torta della sua stagione – prima di questa gran cavalcata a Flushing Meadows – è stata la vittoria a Indian Wells. La andai ad analizzare in allenamento durante quel torneo, focalizzandomi sulla spinta delle gambe e sul bel lavoro tecnico che faceva coach Sascha Bajin con lei. Ieri mattina, dalla prospettiva alternativa, bassa e posteriore, offerta dalla “terrazzetta” riservata ai media , ho potuto vedermi (e soprattutto documentare per bene) il training di Naomi incentrato su quello che probabilmente è la cosa che la nippo-statunitense sa fare meglio: il dritto in anticipo, spesso dall’angolo destro. Gustiamoci in compagnia la splendida qualità degli impatti di Osaka.

 


Qui sopra, in alto due dritti ad altezza medio bassa. A sinistra, l’impatto di un lungolinea, a destra di un cross carico di top-spin. Potete vedere la diversa inclinazione del piatto corde al contatto con la palla, e soprattutto il peso di Naomi, che viene caricato sulla gamba destra nel primo caso, e sulla sinistra nel secondo. La postura è una semi-open stance (di tre quarti rispetto alla rete). Sotto, stessa cosa ma su due dritti più alti, in questo caso la differenza sta praticamente solo nell’angolo di attacco del piatto corde sula palla, il peso è sulla gamba destra, posteriore, come quasi sempre avviene quando si è costretti a contrastare traiettorie pesanti e liftate. Tipo quelle che produce Serena.


Qui sopra, sempre su due dritti con lievi differenze negli appoggi (guardate che piede viene semi-sollevato da Naomi, a sinistra il sinistro, a destra il destro, con peso che va sull’altro), due esempi del colpo in assoluto migliore di Osaka: il drittone super-anticipato dall’angolo destro. Se notiamo la traiettoria della palla appena uscita dalla racchetta, sono due cross strettissimi, roba che rimbalza dalle parti dell’incrocio opposto della riga del servizio con quella laterale, sbattendoti fuori dal campo senza ritorno. Ed è esattamente questa, a mio avviso, l’arma più efficace a disposizione di Naomi contro Serena. Ma ci torneremo, intanto finiamo la carrellata di immagini.




Qui sopra, dall’alto, le fasi del caricamento, notevolissima l’ovalizzazione, al centro è da manuale l’angolo retto tra racchetta e avambraccio, il polso è bloccato. Il movimento a colpire parte con la testa dell’attrezzo abbondantemente dietro la schiena della giocatrice, più di così non si può. Che legnate, gente. Sotto, due frame dell’inizio della preparazione, e del finale, possiamo notare come Naomi completa un arco di 360°, una sventagliata spaventosa per potenza e rapidità di esecuzione.


Qui sopra, per completezza, vediamo anche un paio di esecuzioni del rovescio, peraltro ottimo. Interessante come Naomi lo usi molto bene, oltre che con le “classiche” traiettorie in diagonale, anche al centro profondo (a destra) e a uscire (a sinistra). Bravissima anche qui.

Affrontando Serena, c’è solo una possibilità di scamparla: farla spostare lateralmente. Per quanto tu possa tirare fortissimo, finchè tatticamente rimani ancorata a quella che io definisco “visione a tunnel”, ovvero le ripetute pallate sparate dritto per dritto, non ne esci. Williams è bravissima sul ritmo, e non indietreggia facilmente, essendo capace di reagire rapidamente “sul posto”, andando giù con le gambe e colpendo anche di controbalzo se necessario. Di picchiatrici standard, ovvero senza un istinto sviluppato per trovare angoli ma con la propensione naturale alla botta “pulita”, Serena ne ha già affrontate un paio in questo torneo, Kaia Kanepi e Karolina Pliskova. Sappiamo come è andata a finire. Anastasija Sevastova, in semifinale, il tennis per variare e spostarla lo avrebbe anche avuto, ma semplicemente non è stata in grado di sopportare l’urto della pressione della statunitense, troppa differenza di velocità e peso di palla.

Naomi, invece, le botte e il ritmo di Williams è in grado di reggerle, per fisico ed esplosività, e tira quasi altrettanto forte. Ma non solo: pure nello scambio ad alta velocità (si è visto con Madison Keys), è bravissima a stringere l’angolo con il dritto in top-spin, quello visto sopra. A mio avviso, Osaka ha uno dei migliori cross diagonali di dritto del circuito, e se saprà sfruttarlo bene, mandando Serena a fare quei tre-quattro passi verso destra che ne disinnescano spesso le certezze, la cosa potrebbe farsi interessante. Detto questo, una che ha vinto 23 Slam contro una alla sua prima finale è favorita, per forza, ma anche sotto l’aspetto psicologico, al netto delle dichiarazioni d’amore, Naomi ha già dimostrato di saper essere agonisticamente cattiva proprio con la Williams ancora in rodaggio incontrata e battuta a Miami. Una cosa è certa, sarà una finale interessante, e se saremo fortunati, potrebbe venire fuori un partitone.

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Spunti tecnici: ‘Schiavo’, quanto eri bella da veder giocare. E che rovescio

NEW YORK – Nel giorno dell’addio, rivediamo uno dei rovesci a una mano più belli del tennis femminile. Variazioni e spinta, una tecnica favolosa. Quanto ci mancherà vederti, Francesca

Luca Baldissera

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da New York, il nostro inviato

Il giusto e dettagliato tributo generale, alla carriera di una Campionessa con la C maiuscola, lo potete leggere nel ricordo del Direttore Ubaldo Scanagatta.
Dal punto di vista tecnico, i grandi risultati di Francesca Schiavone sono arrivati grazie a un tennis che ormai non si vede, e non si vedrà, quasi più. Il nostro sport perde una delle poche giocatrici in grado di usare tutto il campo, tutte le traiettorie, e tutte le rotazioni. Soprattutto, una delle poche in grado di usare davvero la testa. Perchè quando non sei una ragazzona di 1.85 per 70 chili, il punto non lo puoi risolvere con quattro pallate a mille all’ora, senza tattica, senza senso della geometria. Non è un caso che il trionfo massimo di Francesca sia arrivato a Parigi, sulla terra rossa.

La capacità di costruire le trame vincenti, di trovare gli angoli stretti che poi ti apriranno lo spazio per gli affondi in lungolinea, è imprescindibile sul mattone tritato. Il dritto in top spin di Schiavone è ottimo, ma ce l’hanno anche tante altre. Dal lato sinistro, invece, nella sbracciata a una mano del rovescio della milanese, c’è una classe, una sensibilità, e di conseguenza un’efficacia che hanno e hanno avuto pochi eguali. Andiamo a rivedere insieme, riprendendo l’analisi e le foto che le avevo fatto proprio qui a Flushing Meadows due anni fa, nel 2016, la cosa che personalmente mi mancherà di più, e sono convinto che la maggior parte degli appassionati del tennis tecnico, tattico, elegante concorderanno. Signore e signori, una celebrazione del rovescio a una mano più bello d’Italia.

 

In testa al pezzo, possiamo ammirare la compostezza di Francesca nell’istante dell’impatto, e la presa che va oltre la eastern classica per facilitare il top-spin. L’angolo retto disegnato dalle due braccia e dalla racchetta è pazzesco per perfezione.

Qui sopra, la preparazione, a sinistra da ferma, a destra in movimento: grande appoggio, caricatissimo, sul piede destro, fusto della racchetta appena sostenuto tra pollice e indice della mano sinistra, rilascio dello swing con distensione perfetta del braccio.

Qui sopra, un paio di impatti in posizione difensiva, con busto quasi all’indietro per far spazio alla sbracciata verso l’alto, necessaria a controllare i gran liftoni di Caroline Wozniacki, con cui la milanese si stava allenando sul vecchio grandstand, ora ribattezzato “Practice Court 6”. Notevolissima l’azione dinamica dello swing a colpire, che risulta doppiamente difficile da controllare con così scarso trasferimento del peso in avanti.

Qui sopra, infine, il vero spettacolo: la sbracciata finale, violentissima e insieme impeccabile per simmetria delle braccia, con la giocatrice in fase di decontrazione muscolare, in equilibrio sul solo piede avanzato. Esibizione atletica e tecnica di livello alto, altissimo. Da notare la presa estremizzata al massimo per spazzolare la palla salendoci sopra, l’immagine a destra la mostra molto bene. Il riferimento che viene in mente è un’altra “trottolina terribile” dal rovescio fantastico, Justine Henin.

In conclusione, di questa doverosa carrellata, e purtroppo della carriera agonistica sui campi di tutto il mondo di Schiavone, non rimane altro che ringraziarla, per quello che ha fatto per il nostro tennis, e per quanto è sempre stata bella da vedere tecnicamente mentre lo faceva. Buona avventura in Florida, Leonessa, promettici solamente che quel favoloso rovescio lo insegnerai ai tuoi allievi.


IL RITIRO

LE ULTIME DUE STAGIONI

2018

2017

LA SUA CARRIERA IN CINQUE MOMENTI

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US Open, spunti tecnici: Nadal, il gioco di gambe per il dritto a sventaglio

NEW YORK – Forse non convince fino in fondo, ma vince. Con Thiem nel mirino ai quarti, Rafa allena moltissimo il suo colpo migliore. Sul cemento, rispetto alla terra, la precisione e la velocità dei passi è ancora più importante

Luca Baldissera

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da New York, il nostro inviato

Di Rafa Nadal sappiamo ormai tutto. Personalmente, credo di essere stato a rompergli le scatole a bordocampo decine di volte (quando non direttamente in campo, come a Indian Wells, dove è come essere al circolo sotto casa, puoi anche giocare nei practice courts adiacenti ai campioni, e devo dire che è divertente quando stecchi una palla, ti scappa di là, e Berdych o Thiem te la rimandano sorridendo, che bei ricordi). Proprio Dominic Thiem sarà l’avversario di Nadal nei quarti di finale, una partita difficile, l’austriaco è riuscito a battere Rafa ben tre volte sulla terra rossa prediletta dallo spagnolo, qui il cemento è lento, ma con rimbalzi molto “vivi”. Si può attaccare bene, come ci ha raccontato Federer in conferenza stampa, e la palla salta via bella cattiva. Tra Nadal e Thiem, questa situazione ambientale porterà vantaggi e svantaggi per entrambi.

Se Rafa continuerà a stare sei metri dietro la riga di fondo in risposta, il fenomenale kick esterno col servizio di Dominic lo potrebbe mandare a raccattare la palla letteralmente in tribuna. Dall’altra parte, ovviamente, i liftoni di dritto del maiorchino saranno esaltati dalla grande restituzione del rimbalzo del cemento di Flushing Meadows. Come al solito, da bravo “computerino da tennis” qual è, Rafa ci si è messo di impegno ad allenare proprio il colpo che potrebbe fare più male a Thiem. Passavo di lì per caso, perchè stavo andando in campo da Aryna Sabalenka (che poi ha perso con Osaka, bruciandomi il pezzo, accidenti, ma pazienza, ne scriverò comunque, la ragazza è un portento), e niente, non ho potuto non fermarmi a vedere e documentare. Era già la fine del training, con Carlos Moya stavano provando a ripetizione gli schemi di pressione e poi chiusura con lo sventaglio di dritto. Concediamoci quindi una piccola lezione di gioco di gambe, in compagnia del miglior drive mancino in circolazione. Signore e signori, la ricerca della palla con i piedi, Maestro ospite oggi, l’amico Rafael Nadal Parera, detto Rafa.

 



Qui sopra, in alto l’inizio dello spostamento, dopo essere ricaduto dallo split-step (saltello a piedi pari) di posizionamento, Rafa sposta il peso dal piede sinistro al destro, “buttandosi” all’indietro e lateralmente mentre porta in alto la testa della racchetta, sostenuta dalla mano destra. Nel frame in alto a destra, vediamo quanto si inclina, saranno 30 gradi buoni. Sotto, parte la “frullata” con i piedi, ad assecondare il voluto sbilanciamento precedente del busto, vediamo un cross-step (passo incrociato) fulmineo all’indietro, con appoggio definitivo finale del piede sinistro, che sarà quello che caricherà la spinta dell’intera esecuzione. Nell’istante in cui Rafa mette giù quel piede, di lì non si può più spostare, se sbagliasse di 10 centimetri la posizione rispetto alla palla, il colpo sarebbe destinato alla steccata o all’errore, inevitabilmente.


Qui sopra, in alto vediamo lo scatenarsi del movimento a colpire, come detto la spinta parte dal piede sinistro, per passare al destro durante la sbracciata. È impressionante vedere il frame dell’impatto, in alto a destra, e la potenza espressa da Rafa, con lo swing ad arto disteso (postura del braccio detta “outside-out“) che non spreca un grammo di caricamento, o un centimetro di leva. Sotto, il finale dell’esecuzione, in “reverse” sopra la testa, la torsione è stata talmente violenta che il giocatore si ritrova ad atterrare sul campo dalla sospensione dinamica quasi girato dall’altra parte. Che botte, e che pesantezza di palla, ragazzi. L’intera sequenza esaminata ora non è durata più di un secondo, vedete la palla entrare nell’inquadratura nel frame dove Rafa ha appena ruotato il busto spalle (“unit turn“), e sta eseguendo il primo cross-step. Era un dritto a tutto braccio di Moya da tre quarti di campo, fate voi i conti, si tratta di legnate sopra i 130 kmh, e questo omone da 85 chili abbondanti di muscoli ci ha fatto il giro intorno come un colibrì, con i piedi che viaggiavano a frequenze incredibili. Applausi, e grazie Rafa per la lezione e lo spettacolo.



Qui sopra, in alto, per rendere giustizia alla completezza di Rafa, vediamo un rovescio, non serve evidenziare la strepitosa precisione del modo in cui si allinea con la palla, tacco-testa della racchetta, gamba posteriore, tutto da incorniciare. Riprendendo l’immagine di copertina del pezzo, messa sotto, possiamo apprezzare la bella simmetria dei due fondamentali dello spagnolo. In quest’ultima fotografia ho aggiunto due linee che mostrano cosa significa postura da manuale: l’angolo retto del piano delle spalle, a 90° rispetto alla retta che unisce palla, racchetta e piedi di Rafa è commovente per precisione. Potresti usare un programma di grafica tipo autocad per schematizzarlo, e non sgarrerebbe di un millimetro. Lo sappiamo già da una vita, sarà pure ridondante ripeterlo, ma che campione, e soprattutto che tecnica sopraffina, il Maestro Rafa.

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