Indian Wells, spunti tecnici: del Potro, potenza e sensibilità per battere Federer

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Indian Wells, spunti tecnici: del Potro, potenza e sensibilità per battere Federer

INDIAN WELLS – Le botte di dritto di Juan Martin le conoscono tutti. Il modo in cui gestisce gli impatti però è raffinatissimo. Invisibile a occhio nudo, scopriamolo con la videoanalisi

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da Indian Wells, il nostro inviato

In un’ipotetica classifica dei più grandi dritti di tutti i tempi, l’argentino Juan Martin del Potro sarebbe senz’altro uno dei maggiori pretendenti al primo posto. Una carriera costruita su manate clamorose, a velocità fuori scala anche per il tennis di livello professionistico. Prima delle semifinali, sono andato a vedermelo un po’ da vicino, sul practice court 4, soprattutto per capire a che punto stava con il rovescio, il colpo che ha maggiormente sofferto, come è ovvio, a causa dell’infortunio e degli interventi chirurgici al polso sinistro. Quando era rientrato, Juan Martin aveva mostrato un’esecuzione bimane decisamente modificata, con minore uso delle articolazioni del polsi, e giocoforza, nei mesi successivi, aveva dovuto sviluppare e affinare lo slice a una mano, con ottimi risultati tra l’altro. In effetti, ormai anche il rovescio bimane in spinta non è per nulla male, ne vediamo un esempio in testa al pazzo, rimangono molto sostenuti e rigidi i polsi, il che comporta una qualche difficoltà nel trovare traiettorie diagonali quando la palla è più bassa (e lì delPo rimedia con il taglio sotto), ma nel complesso, soprattutto in risposta, dal lato sinistro si può dire che l’argentino abbia risolto bene i suoi problemi. Poco dopo, rientrato in sala stampa, mentre montavo e analizzavo i video e le immagini, ho notato – per la prima volta, onestamente – un dettaglio tecnico veramente interessante, riguardo però al dritto. Ma andiamo con ordine.

 

Qui sopra, qualche scambio da fondocampo, vediamo Juan Martin spingere in scioltezza, oltre al suo super-dritto, tre rovesci anche abbastanza bassi, il colpo direi che è a posto. Analizziamo qualche frame.


Come possiamo notare, il gesto non evidenzia problemi, nelle due immagini sotto, che mostrano due esecuzioni su palla bassa, Juan Martin va anche giù bene con i polsi, certo rimangono meno flessi all’indietro-basso rispetto a prima dell’infortunio, ma nel complesso il bimane di delPo è molto buono. Naturalmente, però, quando sei a due metri dalla “Torre di Tandil”, non puoi esimerti dal dare un’occhiata anche al suo “signature shot“, chiaramente il dritto in accelerazione.


Qui sopra, in alto le fasi della splendida ovalizzazione di Juan Martin, la testa della racchetta prende una vera e propria rincorsa a partire da sopra la testa. Sotto, vediamo l’esplosione dell’impatto, magnifico. Ma proprio mentre me ne stavo lì ad ammirare queste cannonate, ho notato qualcosa, in particolare il suono del colpo. Quando delPo andava sulla palla in posizione affiancata (neutral stance), o di tre quarti (semi-open stance), tirando il dritto con grande potenza, ma in fase comunque di manovra e alla ricerca dell’angolo, il suono era diciamo così “normale”, un bel botto come se ne sentono da ogni campo qui a Indian Wells. Quando però andava in open stance piena, frontale, caricando il peso sulla gamba esterna, per poi scatenare oltre al braccio anche la “botta” di anca e il conseguente tipico saltello in sospensione dinamica, la configurazione da “missile che non ritorna” insomma, il suono cambiava completamente, diventando uno schiocco lacerante, l’esempio perfetto di quello che in gergo si definisce “spaccare la palla“. Non poteva essere solo questione di maggiore velocità o potenza dello swing, troppa differenza. Così, ho giocato a fare un po’ di “CSI”, grazie ai potenti mezzi a disposizione, ovvero l’ottima Canon dell’imprescindibile collega e amico Vanni Gibertini. Intanto, ecco il video delle due tipologie di esecuzione, una dopo l’altra.

Mi dispiace che l’audio non renda assolutamente l’idea di quello che stavo descrivendo prima, dal vivo la cosa risultava evidentissima. Comunque, questi due dritti dovevo analizzarli nei dettagli, per capirci qualcosa di più. Ecco le fasi degli impatti, frame-by-frame, tratti da questo stesso video.


In alto, il primo dritto, quello “standard”, con un buon top-spin, giocato affiancato. Sotto, la “botta a chiudere”. Notate qualcosa? Vediamo ancora meglio, con altre due immagini del dettaglio che ci interessa.

Ecco i frame ingranditi. A sinistra, il millisecondo successivo all’impatto del dritto standard, a destra quello successivo all’impatto dell’accelerazione definitiva. Vediamo due foto a risoluzione maggiore, sempre di due dritti portati da Juan Martin uno semplicemente a spingere, uno a chiudere.

E insomma, la cosa è assolutamente invisibile in video a occhio nudo, e pure con il rallentatore. Ma è evidente, le immagini non mentono: ‘sto fenomeno di Juan Martin è tranquillamente in grado, a seconda della situazione di gioco, di tirare il dritto con l’ingresso del piatto corde sulla palla ruotato di quasi 90°, o comunque poco di meno. In un caso produce un top-spin molto potente, ma diciamo “regolare”, nell’altro, lascia andare il missile piatto (ma piatto veramente, guardate nei frame ingranditi, la palla è già partita e non vi è accenno di copertura del colpo con la testa della racchetta, o di rotazione interna dell’avambraccio), con un gesto, o meglio una postura, che ricorda quello di Agnieszka Radwanska, solo a tipo il doppio della potenza e della velocità dello swing. Ed è da lì che si origina lo schiocco acutissimo che avevo notato, in partita potete capire quando Juan Martin entra in modalità “apro la palla in due” guardando il modo in cui usa gli appoggi, di solito è anche il momento in cui parte con il “grunting”, i grugniti in crescendo, che sono un ulteriore segnale di “inizio bombardamento con il drittone”. Non serve, immagino, ribadire quale difficoltà tecnica comporti avere una padronanza dello swing simile, sono convinto che sia una cosa che delPo fa di puro istinto, è una duttilità che non si può insegnare, devi solo avere un talento mostruoso, che ti consenta di “sentire” la palla con tanta finezza e precisione, nonostante la sbracciata di rapidità spaventosa. Altro che elmetto, qui ci vuole il bunker per salvarsi.

La speranza è che la finale contro Roger Federer sia una bella partita, lottata e appassionante, e se da un lato avremo la classe infinita del migliore di tutti, dall’altra, a contrastarlo, avremo un bombardiere di qualità straordinaria e spesso poco pubblicizzata, come spero di aver evidenziato analizzandone l’arma principale nel dettaglio, che più nel dettaglio non si può. Forza Roger e Juan Martin, fateci divertire.

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Alta intensità a Indian Wells: Berrettini e Tsitsipas a tutto braccio [VIDEO]

Due ore di pallate tra Matteo e Stefanos, spettacolo di potenza sul campo di allenamento

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Matteo Berrettini e Stefanos Tsitsipas, Indian Wells 2022 (foto Ubitennis)

da Indian Wells, il nostro inviato

Poche parole, tante immagini: il modo migliore di apprezzare il tennis, visto da vicinissimo, di due top-player. Nel primo pomeriggio californiano, Matteo Berrettini e Stefanos Tsitsipas sono andati in campo sul “practice court 1” di Indian Wells, e hanno fatto divertire gli spettatori assiepati sulle tribune.
Vi documentiamo l’allenamento dei ragazzi con una serie di video esclusivi, da pochi metri: andiamo a goderceli in compagnia.

Palleggio dal centro, è sempre incredibile vedere come si muove un omone come Berrettini:

 

Sale il ritmo:

La palla schiocca, le scarpe fischiano:

Open stance piena, pallate una dietro l’altra:

Dall’altra parte della rete, non scherza nemmeno Stefanos:

Si comincia coi diagonaloni di dritto:

Matteo non si fa pregare, e in quattro botte costringe Tsitsipas alla steccata:

Si provano i colpi in chiusura, siamo verso la fine della sessione:

Per finire la carrellata, prima le cose belle di Stefanos col rovescio a una mano:

E poi la specialità di casa Berrettini, servizio e due drittoni:

Un gran bel pomeriggio di sport al massimo livello, tra il numero 5 e il numero 6 del mondo: la competizione sta appena iniziando, ma nel “Paradiso del tennis” le cose sono già interessantissime e appassionanti.
Per quello che abbiamo potuto vedere, anche parlandone un attimo con Matteo e Vincenzo Santopadre, il nostro miglior giocatore sembra stare bene, ha tirato senza paura, speriamo che possa disputare un buon torneo.

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Spunti tecnici: Sinner, decontrazione e scioltezza

Jannik è forse il miglior colpitore puro che il tennis italiano abbia mai visto. Velocità di palla altissima, fluidità totale

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Non era mai successo che il tennis azzurro contasse due giocatori contemporaneamente tra i primi 10 della classifica mondiale come accaduto fino alla settimana scorsa. Così come non era mai successo, tra gli italiani, quello che ha realizzato nel 2021 Jannik Sinner, 20 anni, ovvero vincere ben 4 tornei ATP in una stagione (i “250” di Melbourne, Sofia e Anversa, e il “500” di Washinghton, più una finale Masters 1000 persa a Miami). Il giovane ex sciatore della Val Pusteria sta vivendo, da ormai un paio d’anni, un percorso di progresso tecnico e tattico a tratti esaltante, meritatamente condito da vittorie di peso e una conseguente scalata verso i piani alti del nostro sport, dove ha raggiunto Matteo Berrettini, che sta facendo sognare i tifosi non solo nostrani.

La cifra del gioco di Sinner, tennista modernissimo come impostazione tecnico tattica, è la qualità del palleggio aggressivo da fondocampo. Dritto e rovescio di Jannik sono fucilate in costante accelerazione, con una capacità fenomenale di creare velocità di palla da ogni angolo del campo. Come ci riesce il nostro campione? Andiamo ad analizzarlo, ringraziando l’imprescindibile Vanni Gibertini per i video e le immagini originali ed esclusive di Ubitennis direttamente realizzate da Indian Wells nell’ottobre 2021. Iniziamo con un video rallentato, dove possiamo apprezzare due dritti e un rovescio.

Quello che salta subito all’occhio, oltre alla generale compostezza della postura e dell’equilibrio, è la facilità con cui Jannik fa scorrere la testa della racchetta attraverso la palla, senza perderne minimamente il controllo. Andando a osservare con attenzione alcuni “frame” tratti dallo stesso filmato, possiamo notare la caratteristica speciale degli swing di Sinner: il giocatore è talmente decontratto da far finire l’attrezzo praticamente nello stesso punto, ben alto e dietro le spalle, da cui ha iniziato il movimento a colpire.

 

Questa ampiezza dell’ovalizzazione non è un dettaglio peculiare di Jannik, è tecnica abbastanza standard, quello che risulta straordinario nel caso dell’azzurro è che di norma uno swing così sciolto, in gergo si direbbe “a tutto braccio”, viene “lasciato andare” così tanto nel momento in cui si vuole produrre un’accelerazione vincente, alla massima velocità possibile, con tutti i rischi di errore annessi. Sinner, invece, lo fa in ogni singolo colpo, botta dopo botta, mantenendo percentuali altissime di successo, ed è da questo che deriva la sensazione di ritmo impossibile da reggere che tanti dei suoi avversari hanno provato e poi raccontato dopo averlo affrontato.
Andando a vedere i frame, la stessa cosa avviene dal lato del rovescio.

Rovescio che è il colpo più naturale di Jannik, anche se a ben vedere i progressi degli ultimi tempi hanno portato anche il dritto a essere un’arma di pari efficacia. La caratteristica principale del colpo bimane di Sinner è l’estrema semplicità della preparazione, un “backswing” eseguito praticamente in linea, un po’ come nel caso di Daniil Medvedev. Molto differente rispetto, per esempio, all’ovalizzazione più “rotonda” di uno come Alexander Zverev, nessuna delle due tecniche esecutive è migliore o peggiore dell’altra, sono solo personalismi coordinativi. Vediamo il confronto qui sotto, con un’immagine di Sascha sempre da Indian Wells, la differenza di altezza della testa della racchetta all’apice del backswing è chiarissima.

La preparazione con ovalizzazione facilita un minimo l’accelerazione della testa della racchetta, che viene “aiutata” dal percorso bello tondeggiante che va a effettuare (come nel caso di praticamente tutti i dritti standard), mentre quella in linea, a patto di avere la scioltezza di braccia necessaria per far viaggiare l’attezzo, rende più semplice andare a impattare “attraversando la palla”, con poca rotazione, e altissima rapidità del colpo. Lo vediamo dall’inizio alla fine qui sotto.

L’intero movimento, dal backswing fino all’impatto, vede la testa della racchetta di Jannik che non va più in alto rispetto alla linea delle spalle, e non viene portata più in basso dei fianchi, rimanendo in un “binario” di poche decine di centimetri in verticale. L’accompagnamento finale, sempre composto e con la racchetta che segue la direzione della palla prima del già commentato, scioltissimo “wrap” (avvolgimento delle braccia) sopra la spalla opposta, conclude un’esecuzione a dir poco spettacolare.

Dal binario di cui sopra partono gli autentici treni, lungolinea e incrociati, con cui il rovescio di Sinner fa a fette il campo e di conseguenza gli avversari.
Riassumendo, con i fondamentali al rimbalzo, siamo davanti a una macchina lanciamissili che ha pochi eguali nel circuito, paragonabile a quello che era Tomas Berdych (ma con maggiori margini a mio avviso), e per quanto riguarda il rovescio, l’eccellenza è assoluta, al livello dei migliori di tutti, come i citati Zverev e Medvedev. Forse solo il bimane del grande Novak Djokovic, attualmente, potrebbe farsi preferire a quello di Sinner, ma per una questione di varietà tattica di soluzioni che deriva dall’esperienza del fuoriclasse, non certo per qualità tecnica in senso stretto.
A partire dallo scorso anno Jannik sta lavorando molto per migliorare il servizio, che è un colpo ben eseguito e che produce bella velocità, ma a volte tende a non ottenere sufficienti percentuali e angoli efficaci. Il problema (relativo, parlando di livelli simili) appare in gran parte risolto, certo Sinner è difficile che si trasformi in un bombardiere alla Berrettini, ma se riesce ad ottenere un congruo bottino di punti diretti, e negli altri casi a comandare lo scambio scatenando il pazzesco ritmo da fondo analizzato prima, va benissimo così. Lo vediamo qui sotto:

Esecuzione assolutamente corretta, ottimo impatto, si può notare che Sinner tende a rimanere molto verticale con relativa minore uscita dell’anca in avanti, e di conseguenza azione del piano delle spalle meno accentuata, ma anche qui siamo davanti a caratteristiche coordinative personali, quello che conta è la sensazione e la sicurezza nel colpo che può sentire solo il giocatore stesso. Nel corso dell’ultimo anno Jannik è passato dalla tecnica foot-up, cioè con il piede posteriore che fa un passo in avanti a raggiungere quello anteriore, a quella foot-back, con i piedi entrambi a terra in fase di caricamento. Di solito in questo modo si può regolarizzare il lancio di palla, e pare che per Sinner la cosa funzioni. Ormai le prime palle vanno spesso a 200 kmh e anche di più, le seconde non sono facili da aggredire, e oltre a questo ricordiamo che la fase di evoluzione tecnica del giocatore non è ancora conclusa. In ogni caso, è stata raggiunta l’elite del tennis mondiale, se poi immaginiamo ulteriori margini di miglioramento anche tattici, come la capacità di chiudere a rete con angoli e soprattutto tempi di esecuzione sempre più efficaci, il futuro non potrà che riservarci soddisfazioni che attendevamo tutti da una vita.

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ATP Finals – Spunti Tecnici: Matteo Berrettini e il dritto che fa male anche ai top-players

SPONSORIZZATO – Per non parlare del servizio… Gli straordinari risultati del testimonial Lotto, consolidato ATP Top 10, dipendono in gran parte dal binomio dritto servizio

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(photos @Ray Giubilo per Lotto Sport Italia)
(photo @Ray Giubilo per Lotto Sport Italia)

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Tecnicamente, stando in campo con Matteo Berrettini, che si prepara a giocare le ATP Finals per la seconda volta in carriera (record per il tennis italiano maschile, come l’esaltante finale raggiunta sull’erba di Londra), è molto interessante vedere quanto i colpi dell’azzurro sponsorizzato da Lotto Sport Italia siano strutturati con l’obiettivo dell’efficienza e dell’incisività.

Il dritto è uno dei più potenti e carichi di top-spin del Tour, parole di Novak Djokovic, una botta paragonabile a quella di Juan Martin del Potro, il servizio è sempre la specialità di casa, e il rovescio slice (con rotazione all’indietro) è diventato solido e molto efficace. D’altronde, a questi livelli non vai in fondo agli Slam con buchi tecnici evidenti, chi critica il rovescio di Matteo dovrebbe provare a starci in campo contro, come ha detto anche Monfils dopo averci perso a New York due anni fa. Vediamoci insieme Berrettini da vicinissimo.

(photos @Ray Giubilo per Lotto Sport Italia)
(photos @Ray Giubilo per Lotto Sport Italia)

Qui sopra, un paio di esecuzioni del dritto in open stance, postura frontale, il classico “sventaglio” con cui l’italiano martella a ritmo altissimo da ogni angolo del campo. Da notare, a parte l’ovalizzazione perfetta e l’ottima spinta della gamba esterna, come Matteo tenga l’indice della mano destra ben separato dalle altre dita. La cosa consente una maggiore sensibilità, la nocca del dito avvolge il manico più avanti sostenendolo e “sentendolo”, è il cosiddetto “pistol grip“, l’impugnatura “a pistola”, come se l’indice fosse su un grilletto immaginario. Rispetto al “hammer grip“, che non è l’impugnatura a martello che in italiano è la continental, ma è la postura della mano sul manico a dita raccolte, il vantaggio a livello di percezione e tatto è notevole, a patto che si sia in grado, con la forza dell’arto, di reggere con sufficiente saldezza l’attrezzo. Ecco un esempio più chiaro, per capirci.

 

Sopra, Dominic Thiem, sotto, Berrettini. Se osserviamo l’indice, la differenza è evidente. Sono due dritti brutali per potenza, efficacissimi entrambi, ma avete presente quando un colpo ha “qualcosa” in più? Magari dà un’impressione di maggior controllo, o di varietà di esecuzioni, tipicamente la capacità di tirare piatto oppure super-arrotato cambiando l’angolo di attacco del piatto corde sulla palla con disinvoltura? Ma non si riesce a focalizzare quale sia la causa, o perché uno ci riesca meglio di un altro? Ecco, questi dettagli spesso sono la risposta. E sappiamo bene che una delle caratteristiche tecniche di Matteo è proprio la capacità di sparare liftoni alternati a manate piatte come niente fosse.

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(photos @Ray Giubilo per Lotto Sport Italia)
(photos @Ray Giubilo per Lotto Sport Italia)

Qui sopra, vediamo il rovescio tagliato con rotazione all’indietro, ovvero lo slice. Berrettini ha lavorato moltissimo su questo colpo, ce lo ha detto lui stesso, e i risultati si vedono. Non parte molto in alto con la testa della racchetta, non sale troppo con la spalla, e tiene il braccio abbastanza discosto dal corpo (pensiamo a Roberta Vinci, che arrivava dietro la schiena col piatto corde, e avvolgeva il braccio così tanto che ancora un po’ si strangolava da sola, con la spalla destra in gola). Il movimento a colpire risulta più orizzontale, data l’altezza di Matteo la cosa per lui funziona più che bene, ed è ottima la conduzione del piatto corde, con postura perfettamente composta, come si può apprezzare nella seconda immagine. Notevole la capacità di andare basso con le ginocchia, data la stazza del giocatore. La rasoiata in slice di Berrettini non ha nulla da invidiare, quanto a efficacia e cattiveria della rotazione, a esecuzioni ben più “blasonate” dal punto di vista stilistico. Bravissimo.

Qui sopra (sequenza originale ed esclusiva di Ubitennis da Indian Wells), il super-servizio, senza commenti perché le immagini parlano da sole. Il caricamento iniziale, con il brandeggio basculante “alla Raonic”, e il polso morbido, con presa leggerissima, sono caratteristiche personali di Matteo. Decontrazione totale, che produce una frustata con pochi eguali nel circuito. Dalla “trophy position” in poi, vediamo le immagini, anche scolasticamente è una martellata fantastica, il lieve attimo di surplace con racchetta piatta verso l’alto, difettuccio veniale ma presente fino a tre anni fa, è sparito, Matteo va di taglio ad aggredire la palla in modo perfetto. Che missili, ragazzi.

In conclusione, abbiamo un gran bel giocatore, moderno, fisico, potente, e dotato di tecnica assai più raffinata di quanto appaia a prima vista (e soprattutto in TV). La grande sensibilità della sua palla corta ne è un esempio, non spari servizi a 225 all’ora, dritti a 160 dall’altra parte, e poi chiudi il punto con una carezza a mezza spanna dal nastro se non hai tanta, ma tanta “mano”. Un po’ di abitudine ad andare a rete a prendersi qualche punto in più, altra cosa su cui Berrettini e Santopadre ci hanno detto di stare lavorando parecchio, con successo viste le vittorie, e il “pacchetto” è completo.

Terzo anno chiuso in top-10 ATP, titoli prestigiosi come al Queen’s Club, soddisfazioni personali come la convocazione per il team Europa alla Laver Cup, e il sogno della finale di Wimbledon: Matteo Berrettini è arrivato tra i grandi del tennis, e ha intenzione di rimanerci a lungo.

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