La storia di Danielle Collins piace a tutti. Tranne che a Venus

Interviste

La storia di Danielle Collins piace a tutti. Tranne che a Venus

La conferenza di Venus Williams tradisce una sana ‘rosicata’ dopo la sconfitta con Danielle Collins. Che pure era quasi scoppiata in lacrime dopo aver visto il suo idolo negli spogliatoi

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Danielle Collins l’ha fatto ancora. Non è stata sufficiente la presenza ingombrante di una pluri-campionessa Slam come Venus Williams, né il prestigio del centrale di Crandon Park che un po’ malinconicamente sta ospitando gli ultimi incontri prima del trasloco del torneo. La 24enne nata a St. Petersburg, sulla sponda opposta della Florida rispetto a Miami, ha imposto la sua legge alla più esperta avversaria: 6-2 6-3, ottava vittoria nel circuito maggiore – tutte ottenute tra Indian Wells e Miami – e prima semifinale in carriera. Una storia particolare la sua, che qui ha abbiamo raccontato per esteso. “Ovviamente ho un rispetto enorme per Venus, ma devi dimenticare chi hai di fronte e concentrarti solo sul tennis, giocare punto dopo punto la tattica che hai messo a punto con lo staff. È esattamente quello che ho fatto“. Di quale tattica si tratta, le chiedono in conferenza stampa, ma Danielle preferisce mantenere il riserbo: “Preferiamo tenere queste cose tra di noi. Ma sapevo quale fosse il suo punto debole e volevo esporlo il più possibile. So che aveva avuto un paio di incontri dispendiosi qui, e il dinamismo invece è uno dei miei punti di forza. Mi trovo a mio agio in una situazione in cui devo correre molto, e so che posso venire fuori anche da punti molto lunghi. Insomma, volevo farla correre”. 

Danielle Collins – Miami 2018 (foto via Twitter, @MiamiOpen)

La qualità più evidente di Danielle è proprio la lucidità sul campo da gioco, una caratteristica che stride non poco con il suo curriculum decisamente scarno a livello professionistico: prima del 2018 aveva disputato appena 14 incontri nel circuito maggiore, qualificazioni comprese, con sole 2 vittorie. Quest’anno ha ricominciato con le qualificazioni dell’Australian Open – sconfitta al terzo turno – prima del punto di svolta di Newport Beach, torneo di categoria 125K la cui vittoria le ha fruttato una wild card per Indian Wells. Dove è cominciato tutto. “Ho lavorato duro in tutta la mia vita, così da poter dire a fine giornata che ho fatto letteralmente il possibile per ottenere il meglio da me stessa. Se vinco è fantastico, se perdo so di aver fatto tutto quanto è in mio potere. Prima del match con Venus io e il mio staff eravamo molto rilassati, sono uscita con i miei allenatori, abbiamo parlato del mio cane e guardato dei video divertenti. Ovviamente non stavo nella pelle all’idea di giocare e sentivo la tensione, ma appena sono scesa in campo ho visto il pubblico, in uno stadio così grande, e credo che questo mi abbia dato una bella spinta“.

Del suo passato si è detto. La laurea in comunicazione, tanto voluta da rinviare il salto tra i professionisti che pure le sue qualità le avrebbero permesso ben prima, e il doppio titolo NCAA. Scelte che non rimpiange in alcun modo. “Mai avuti ripensamenti. Studiare lontano da casa costa più di 50000 dollari all’anno, ero felicissima di essere al college, di far parte di un gruppo e volevo laurearmi a tutti i costi”. Una determinazione che sembra chiara già dai racconti della sua adolescenza, passata a rincorrere il sogno del tennis professionistico senza le risorse economiche. “Quando ero piccola non giocavo in alcuna accademia. Ho iniziato alla IMG attorno ai 15 anni, Nick Bollettieri mi ha preso sotto la sua ala protettiva e ha creduto in me, nel fatto che avessi molto talento, e mi ha permesso di andare lì ad allenarmi: è stata un’opportunità speciale. Penso però che giocare nei campetti pubblici – è così che Danielle è cresciuta tennisticamente – mi abbia fornito una prospettiva differente. Ora sono grata ogni volta che gioco un match perché so che le cose possono andare molto diversamente. Quando sei piccola e sei costretta a rivolgerti alle persone dicendo ‘Hey, vuoi tirare qualche palla con me?’ oppure ‘Vuoi giocare una partita di allenamento con me?’ in qualche modo questo ti fa crescere. Penso che anche da piccola fossi molto matura”.

 

UNA VENUS (FIN TROPPO) ‘GLACIALE’

Sembra però che Venus Williams non abbia reagito con troppa eleganza alla sconfitta, né sia particolarmente sensibile alla storia indubbiamente singolare di Danielle. Forse semplicemente correre di qui e di là per vincere appena cinque game non le è andato troppo a genio. La sua conferenza stampa è estremamente stringata, appena sei domande, e la sua avversaria – che a caldo ha ammesso di essersi quasi messa a piangere dopo aver visto Venus negli spogliatoi – non viene mai apertamente nominata. “Sono stata sfortunata. Non penso sia stata la mia partita migliore, ma non c’era un colpo che non le riuscisse. Ha giocato alla grande e in modo molto aggressivo, ogni colpo che ha provato è andato a buon fine. Ci saranno dei giorni in cui le cose vanno diversamente, ma oggi non è successo“. La sensazione che Venus stia un po’ rosicando, per dirla in prosa, si amplifica quando le domande vertono direttamente sulla storia tennistica di Danielle.

La colpisce il fatto che la sua avversaria sia arrivata a questo livello nonostante un’adolescenza passata nei campetti pubblici, lontana dalla ‘cultura tennistica’ tradizionale? “Beh, credo che la maggior parte dei tennisti siano cresciuti su campi pubblici…” è la risposta di Venus, condita di un sorriso da collocare tra l’amaro e il sarcastico. E il fatto che ci sia arrivata in tarda età, solo dopo aver frequentato il college? “Non lo so, credo esistano diversi modi di fare una cosa (letteralmente ‘there’s more than one way to skin a cat’, un modo di dire anglofono). Non devi per forza scegliere la via tradizionale“. Sarà che le favole sportive, come il lessico di genere suggerisce (sob!) che si chiamino queste storie, piacciono a tutti… tranne che agli sconfitti.

E ADESSO OSTAPENKO

Il sogno di Danielle, adesso, si chiama finale. A sfidarla in semi ci sarà Jelena Ostapenko, già incrociata nel 2011 in un incontro del torneo junior ‘Eddie Herr’, sulla terra di Bradenton. Sorridendo Danielle confessa di ricordare soltanto che ha vinto, ma non in quanti set e quanta strada abbia poi fatto nel torneo. Gli almanacchi dicono che si trattava di un primo turno, che Collins vinse con il punteggio di 3-6 6-4 6-4 e si fermò due turni più tardi, agli ottavi, contro Anett Kontaveit. “Abbiamo giocato scambi molto lunghi e ho vinto io, è l’unica cosa che ricordo“. In questi sette anni la palla di Ostapenko si è appesantita parecchio e imbrigliarla in una ragnatela di scambi sarà oggi molto più complesso. Anche perché Jelena, nel frattempo, ha cambiato marcia rispetto a Indian Wells; la vittoria in due tie-break contro Elina Svitolina ne è la prova lampante. “Sapevo che avrei dovuto essere molto aggressiva, ovviamente ho sbagliato qualcosa perché ho attaccato per tutta la partita ma credo di aver fatto più vincenti rispetto agli errori gratuiti (è in effetti così, bilancio 44-42, ndr). Appuntamento a stanotte, non prima delle 3. Per tutti tranne che per Venus, s’intende.


Per i più curiosi: approfondimento (del 2014) sul rapporto tra college e tennis negli USA

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Due chiacchiere con Paolo Lorenzi

“A Wimbledon con Sky mi sono divertito e ho portato bene. Ho smesso perché il fisico non ha più retto”. Le parole di Paolo Lorenzi, fresco di ritiro dal tennis

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Paolo Lorenzi - Wimbledon 2019 (foto Roberto Dell'Olivo)

Giovedì abbiamo fatto due chiacchiere con il nostro veterano, che ha appena appeso la racchetta al chiodo, e ci ha raccontato i suoi primi passi da ‘pensionato’. Paolo Lorenzi ha comunicato la decisione di ritirarsi dall’attività agonistica da meno di un mese: una storia più che ventennale, troppo ricca e troppo bella per essere riassunta in poche righe. Per chi volesse ripercorrere le tappe della sua straordinaria carriera, rimandiamo al bell’articolo di Tommaso Villa, o all’intervista che gli abbiamo fatto lo scorso dicembre, in occasione del suo compleanno. Questa volta abbiamo solo voluto sapere dalla sua viva voce come sta affrontando questa nuova fase della propria vita.

Buongiorno Paolo, come sono andati i tuoi primi giorni da ‘pensionato’?
Direi molto bene, anche se è un po’ strano non dover preparare una valigia e partire per tornei. Fortunatamente non ho molto tempo per valutare le sensazioni perché sono molto impegnato.

Cosa stai facendo?
Adesso sono appena sbarcato dall’aereo (ricordiamo che Paolo vive a Sarasota, Florida, ndr) e mi trovo a Siena. Nel fine settimana sarò a Iseo per un’esibizione e poi devo giocare la Serie A con Crema. 

 

Vabbè, allora ti sei ritirato per finta.
Ma no dai (ride, ndr), ho detto basta ai tornei ufficiali e ai punti ATP. La seria A è soprattutto un momento di grande divertimento. Come anche l’esibizione che giocherò appunto a Iseo con Andrea Agazzi nell’ambito del ‘Memorial Carlo Agazzi’. Dopo la partita di esibizione scambierò qualche colpo anche coi bambini della scuola tennis. 

Dieci mesi fa avevi detto che avresti smesso il giorno in cui ti fossi accorto che non ne avevi più voglia. E’ successo questo?
Più che altro è successo che il fisico non ha più retto. Nell’ultimo periodo riuscivo ad allenarmi molto meno di quello che avrei voluto e dovuto. Il tracollo è stato in gennaio quando ho subito uno strappo al polpaccio. E per me, che in carriera non avevo mai avuto infortuni gravi, è stato strano ritrovarmi con le stampelle. Dopo ho sempre dovuto pensare più a recuperare che ad allenarmi. 

E quando eri in campo che sensazioni avevi?
Fondamentalmente mi ero accorto che arrivavo in ritardo sul colpo e questo non mi permetteva di fare le scelte che volevo, ero sempre costretto a rincorrere la palla e le iniziative dell’avversario. Poi è stato duro scoprire che anche se vincevo una partita il giorno dopo non ce l’avrei fatta a recuperare per scendere di nuovo in campo. E per me, che avevo il mio punto forte proprio nella durata e nella resistenza alla fatica, è stata una brutta sorpresa. Se prima prolungare le partite non era mai stato un problema, adesso sapevo che se andavo al terzo il giorno dopo avrei fatto fatica ad alzarmi dal letto. 

Ti sei fermato a due sole vittorie dal record assoluto di Ruben Ramirez Hidalgo come vittorie Challenger (421 contro 423, ndr).
Peccato, devo anche dire che la pandemia non mi ha aiutato. In quei sette mesi di completa inattività un paio di partite forse le avrei vinte, no? (ride, ndr). Poi in realtà avrei anche potuto giocare qualche altro Challenger, visto che la classifica mi permetteva ancora di entrare in tabellone, ma ho preferito chiudere allo US Open, nel mio Slam preferito. Tra qualche anno mi piacerà ricordare di aver giocato la mia ultima partita a New York e non in qualche posto anonimo. 

Hai seguito gli ultimi US Open?
Sì certo, cerco sempre di seguire gli italiani che questa volta erano particolarmente numerosi. Poi c’era anche Djokovic che doveva realizzare il grande Slam.

Hai un’opinione nel dibattito sul GOAT? Djokovic, Federer o Nadal?
Djokovic vincendo a New York avrebbe probabilmente posto fine a ogni discussione. Adesso ognuno rimarrà della propria opinione, lo stile di Federer, la mentalità di Nadal o la continuità impressionante di Nole. E’ impossibile dire che uno è meglio di un altro…io poi non ho vinto con nessuno di loro (ride, ndr).

A proposito di italiani, tu avevi profetizzato che, nel giro di qualche anno, avremmo avuto Sinner n.1 e Musetti in top 10. Direi che ci stiamo avvicinando, cosa pensi della loro annata?
Sicuramente molto positiva, non dimentichiamo che Sinner sta lottando per qualificarsi per le ATP Finals e Musetti, dopo la semifinale ad Acapulco, ha giocato in maniera incredibile a Parigi. Poi i passaggi a vuoto sono fisiologici, se no a cosa servirebbe l’esperienza? Ci sono quelle occasioni in cui sbagliano proprio il torneo, forse perché si trovano a sperimentare campi e situazioni che non conoscono. Ci sta.

Paolo, adesso ti dobbiamo chiamare collega?
Ancora no, devo fare ancora tanta gavetta (ride, ndr). Però a Wimbledon con Sky mi sono davvero divertito e, se non altro, ho portato bene. Alla mia prima collaborazione un italiano in finale, cosa potevo pretendere di più? 

A parte Sky quali programmi hai per il futuro?
Ovviamente mi piacerebbe rimanere nel mondo del tennis. Per fine settembre spero di poter essere più preciso.

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US Open, Djokovic: “Sconfitta dura, ma il pubblico mi ha fatto sentire speciale”

Grandi complimenti per Medvedev (“Ha dato il meglio con tutti i colpi”) ed una promessa: “Finché ci sono le motivazioni, continuerò a giocare”

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Novak Djokovic - US Open 2021 (via Twitter, @atptour)

Non poteva che essere un Novak Djokovic estremamente provato quello che si è presentato in conferenza stampa al termine della sconfitta contro Daniil Medvedev che gli ha negato il Grande Slam. Nole ha preferito glissare sull’ormai abituale commento post-partita che precede il Q&A, preferendo rispondere solo alle domande dei cronisti.

Come riconosciuto da lui stesso, la partita è stata un coacervo di emozioni e tensioni, non tutte negative però: a dispetto di un punteggio abbastanza netto in favore dell’avversario, Djokovic ha ricevuto in maniera quasi plebiscitaria il favore del pubblico, arrivando a commuoversi prima dell’ultimo game dell’incontro: “Ho provato tante emozioni diverse, penso davvero quello che ho detto durante la cerimonia. Certo, parte di me è molto triste, è una sconfitta difficile da digerire, visto ciò che c’era in palio. D’altro canto, però, ho avvertito qualcosa che non avevo mai avvertito prima a New York, il pubblico mi ha fatto sentire davvero speciale, e la cosa mi ha piacevolmente sorpreso. Non mi aspettavo niente, ma il supporto e l’energia che ho ricevuto dal pubblico sono cose che mi ricorderò per sempre. Per questo mi sono messo a piangere al cambio campo, le emozioni e le energie erano fortissime, direi forti quanto ciò che avrei provato vincendo il mio ventunesimo Slam. Ovviamente un atleta vuole vincere, ma questi sono i momenti e le connessioni che durano a lungo – è stato meraviglioso“.

LA PARTITA

Prima di tutto, però, Djokovic ha voluto rendere omaggio alla prestazione solidissima del suo avversario, sua più credibile alternativa e forse anche qualcosa di più: “Il suo servizio è stato molto preciso, è sceso in campo con grande determinazione. Era palpabile che stesse dando il meglio con tutti i colpi, e in più aveva grande chiarezza su cosa fare dal punto di vista tattico. Io invece sono stato sotto la sufficienza da ogni punto di vista, le gambe non c’erano. Ho fatto del mio meglio, ma ho commesso tanti errori e servito male. Quando affronti un avversario come Medvedev, che serve con precisione e ottiene tanti punti gratis, sei continuamente sotto pressione nei tuoi turni di battuta. Purtroppo è stata una giornata no, non era destino che vincessi”.

 

Medvedev era arrivato alla finale in grande tranquillità (un solo set perso contro i sei di Djokovic), e le oltre cinque ore in meno passate in campo potrebbero aver avuto un ruolo decisivo: “Forse tutte le ore passate in campo mi hanno condizionato, ho giocato molto di più rispetto a Daniil. Allo stesso tempo gli ultimi cinque o sei mesi mi hanno portato a spendere tante energie emotive e nervose, perché ci sono stati gli Slam, le Olimpiadi e i tornei giocati nella mia città. Tutte queste cose hanno finito per accumularsi, e sfortunatamente non sono riuscito a fare l’ultimo passo”.

Al Roland Garros contro Tsitsipas, Nole aveva rimontato due set in finale, ma ieri sera non era cosa: A Parigi mi sentivo meglio in campo, qui mi sentivo lento e poco energico. La chiave del match è stata l’inizio del secondo set, quando sono andato 0-40 sul suo servizio: con un colpo meglio eseguito qua e là forse avrei girato la partita, ci sono andato molto vicino. Chissà cosa sarebbe successo se ci fossi riuscito, forse avrei iniziato a sentirmi meglio, anche grazie al supporto del pubblico. Lui però è stato fantastico, posso solo fargli le mie congratulazioni, grande mentalità, grande approccio, grande gioco, è stato bravissimo in tutto. Ha giocato meglio e meritato la vittoria, non ci sono dubbi. So che avrei potuto e dovuto giocare meglio, ma questo è lo sport, si vince e si perde. Per me è una sconfitta dura ma allo stesso tempo sono contento per lui, è un bravo ragazzo e merita il titolo“.

Novak Djokovic – US Open 2021 (Andrew Ong/USTA)

SORPASSO AL VERTICE?

La vittoria di Medvedev potrebbe avere un impatto storico che va al di là della questione Grande Slam e del fatto che sia il suo primo titolo Slam: quella del russo, infatti, è la seconda vittoria Major di un giocatore nato dopo il 1988 e il primo di un giocatore della Next Gen. In merito, Djokovic sembra pensare che la svolta non sia solo vicina, ma che sia anzi già arrivata: “Credo che il riassestamento al top sia iniziato già lo scorso anno con la vittoria di Dominic Thiem qui a New York. Daniil potrebbe diventare numero uno molto in fretta. Sentite, è normale che sia così, la transizione era inevitabile anche se noi giocatori più anziani continuiamo a giocare”.

Il tema più importante, però, sarà legato alla capacità dei nuovi campioni di esercitare il medesimo fascino dei Big Three (e di Serena Williams) per mantenere il tennis ai vertici della piramide sportiva, un compito non semplice: “Vogliamo continuare ad attirare l’attenzione del pubblico sul tennis finché possiamo; io voglio continuare a giocare e provare a vincere altri Slam e giocare per il mio Paese, queste sono le mie motivazioni più grandi. La Next Gen è ormai una realtà consolidata, e presto prenderà il comando: credo che il tennis sia in buone mani, sono tutti bravi ragazzi e grandi, grandi giocatori, hanno qualcosa da dare sia dentro che fuori dal campo. Speriamo tutti che questa transizione sia semplice e lineare dal punto di vista della popolarità del tennis, questa è una cosa molto importante. Tutti vogliamo vincere, ma allo stesso tempo siamo anche i rappresentanti più importanti del gioco; dobbiamo esserne consapevoli e cercare di portare tanti nuovi fan, perché alla fine questa è la cosa che conta, è la cosa che crea opportunità per i più giovani e per i giocatori dalla classifica più bassa. Le cose vanno benissimo per i migliori, ma dobbiamo fare un lavoro migliore alla base del gioco“.

UN BILANCIO DEL 2021

Come detto, per Djokovic la corsa iniziata a febbraio in Australia stava iniziando ad esigere una gabella molto significativa. Non è quindi troppo strano che nonostante la sconfitta il momento sia stato liberatorio, specialmente al termine di un torneo veramente duro:Ero sollevato quando è finita, perché il crescendo emotivo del torneo è stato davvero difficile da gestire. Allo stesso tempo mi sono sentito triste, deluso e grato per quanto fatto dal pubblico, mi hanno dato un momento speciale sul campo”.

Djokovic non ha ottenuto il Golden Slam né il Grande Slam, e il fatto che ci si debba interrogare su quanto positiva sia stata la sua annata dà un’idea di che tipo di standard questo giocatore abbia creato per sé stesso: “Alla fine credo di poter essere soddisfatto della mia annata, ho fatto finale in tutti gli Slam vincendone tre. Sono stato molto chiaro sui miei obiettivi negli ultimi due anni, voglio essere al meglio negli Slam e ci sto riuscendo. Devo essere orgoglioso di ciò che ho fatto con il mio team, anche se oggi non sono riuscito a conquistare il titolo”.

Novak Djokovic – US Open 2021 (via Twitter, @usopen)

E come già ribadito, Nole si è ripromesso di continuare a cercare altre vittorie: “Comunque nel tennis impariamo rapidamente a lasciarci i momenti difficili alle spalle: presto ci saranno nuove sfide, e ormai so come dimenticare le sconfitte nelle finali Slam, che sono le più dure da digerire. Cercherò di imparare la lezione e di ripartire diventando ancora più forte, amo ancora il tennis e mi sento ancora bene in campo. Finché ci sono le motivazioni, continuerò a giocare“.


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US Open, Medvedev: “La mia esultanza? L’ho copiata da FIFA!”

Il neo-campione Slam ha parlato anche del disturbo del pubblico: “Non credo stessero tifando contro di me ma piuttosto per lui. Io però sapevo di dovermi concentrare solo su me stesso”

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Daniil Medvedev - US Open 2021 (Pete Staples/USTA)

“Cerchiamo di fare una conferenza interessante, dai!” Queste sono state le prime parole di Daniil Medvedev in sala stampa al termine di uno US Open dominato, chiuso con un solo set perso e con una vittoria in finale sul numero uno al mondo Novak Djokovic, vendicando la brutta sconfitta dello scorso febbraio a Melbourne. Per il classe 1996 si tratta del primo Slam in carriera alla terza finale, e infatti una delle sue risposte è stata dedicata alle nuove sensazioni provate.

“Tutto ciò che accade per la prima volta è speciale, ricordo ancora i miei primi titoli juniores e il mio primo Futures. Ripetersi è un po’ diverso, a meno di aver ottenuto successi storici. Dico questo perché quando vinco un Masters 1000 ora sono contento, certo, non è da tutti, ma il mio unico pensiero quando ne vinco uno è che ne voglio vincere ancora di più. Non è scontato ottenere questi risultati, l’importante è dare il proprio massimo anche se si fallisce. Ora provo solo una grande felicità, non so come mi sentirò qualora dovessi vincere altri Slam. Un’altra differenza è che quando vinci un 1000 non hai neanche il tempo di festeggiare perché ce n’è già un altro subito dopo, come successo in Canada poche settimane fa, mentre dopo uno Slam è possibile prendersi una pausa, quindi ora posso festeggiare come si deve – sono russo, so come si fa!”

LA FINALE

Memore della sconfitta australiana, Medvedev sapeva di dover essere perfetto nel suo approccio alla partita, e la differenza rispetto agli altri match l’ha potuta evincere sin dalla sessione tattica con Gilles Cervara: “Di solito io e il mio coach parliamo di strategia per 5-10 minuti il giorno prima dell’incontro, cerchiamo di occuparci dei piccoli dettagli come la direzione del servizio e l’atteggiamento da assumere durante gli scambi. Ecco, quando affronto Novak queste sezioni durano mezz’ora, perché ogni match che ho giocato contro di lui è stato diverso dal precedente, lui è talmente bravo da poter cambiare tattica a piacimento”.

Quindi cosa è cambiato? “La differenza rispetto all’Australian Open è stata che stavolta avevo un piano molto chiaro, anche se ovviamente tanto sarebbe dipeso dalle scelte di Novak. Forse lui oggi non era al meglio, perché aveva tanta pressione addosso; anch’io ne avevo, soprattutto in virtù dei rischi che mi sono preso con la seconda, ma quella scelta è stata frutto del mio livello di fiducia. Sapevo di non potergli dare servizi semplici”.

 

E proprio l’aspetto della pressione l’ha fatta da padrone fra gli addetti ai lavori: Djokovic era evidentemente lontano dal suo miglior tennis, ed è inevitabile che abbia risentito del peso delle circostanze. Detto questo, però, Daniil ha voluto sottolineare che questa sua netta vittoria non sia un unicum nella loro rivalità: “L’avevo già battuto senza perdere set [alle scorse Finals, ndr]. Credo che il tennis sia particolarmente brutale perché contro i migliori non puoi sbagliare niente. Io e lui siamo fra i migliori, e quindi dopo quell’incontro londinese mi ero sorpreso perché era stata una vittoria piuttosto semplice, lui forse aveva avuto una cattiva giornata. Lo stesso è successo a me in Australia a febbraio, non ho giocato al meglio e tutti hanno detto che mi ha distrutto. Questo per dire che alla fine si risolve tutto nei dettagli più minuti, ma la domanda è: se fosse stato al meglio sarei riuscito a tenergli testa? Non lo sapremo mai, sono solo contento di aver vinto!

IL DISTURBO DEL PUBBLICO

Sin dall’inizio della finale il pubblico si è schierato con Djokovic, un sentimento comprensibile che però verso fine partita è scaduto in atteggiamenti volti esclusivamente a disturbare Medvedev, che infatti è andato in difficoltà perdendo la battuta per la prima volta nell’incontro dopo aver avuto un championship point: La situazione era decisamente dura, non posso dire altrimenti. Sapevo che l’unica cosa da fare era concentrarsi; non sapremo mai cosa sarebbe successo se fossimo andati 5-5 nel terzo, probabilmente le cose sarebbero andate pure peggio. Sapevo di dovermi concentrare su me stesso, su cosa fare per vincere, ma comunque non credo stessero tifando contro di me ma piuttosto per lui, volevano assistere ad un Grande Slam. Sicuramente il disturbo del pubblico mi ha portato a commettere qualche doppio fallo, ma devo dire che questo ha reso ancora più dolce il momento in cui sono riuscito a infilare la prima vincente al terzo match point”.

Daniil Medvedev – US Open 2021 (via Twitter, @usopen)

Daniil si è poi ulteriormente addentrato nei travagli di quegli ultimi game: “Ho certamente sentito la pressione. Ricordo il mio primo titolo ATP a Sydney [nel 2018, ndr], giocavo contro De Minaur davanti al suo pubblico ed ero avanti 4-0, poi 5-3, e alla fine sono riuscito a chiudere sul 7-5. Fu un grande match, molto nervoso, mentre oggi mi sento più tranquillo perché sono più esperto, so come gestire le emozioni. Quindi ho avuto meno pressione addosso rispetto ad altri momenti della mia carriera, ma l’ho comunque avvertita parecchio, sul 5-3 ho iniziato ad avere i crampi, sul 5-4 la mia gamba sinistra era completamente andata, camminavo a malapena, anche se ho cercato di nasconderlo perché se Novak se ne fosse accorto sarebbe stato in grado di approfittarne. Arrivato a doppio match point sul 40-15 mi sono detto, ok, basta tirare un ace, ma invece ho commesso doppio fallo con la seconda che è finita a metà rete. Per fortuna la seconda volta sono riuscito a mettere la prima”.

LA CORSA AL PRIMO POSTO DEL RANKING

Vinto il titolo più importante della sua carriera e nelle condizioni più difficili, ci si può solo aspettare che da qui in avanti Medvedev si sentirà ancora più sicuro di sé: “Mi dispiace per Novak perché non sono in grado di immaginare cosa stia provando. Uno Slam è uno Slam, sarei stato ugualmente felice se l’avessi vinto contro Botic [Van De Zandschulp, suo avversario nei quarti e unico capace di strappargli un set, ndr], ma di sicuro è importante per la mia autostima aver battuto uno che era 27-0 negli Slam, che stava cercando di fare la storia e contro cui avevo perso in Australia. Averlo fermato rende il titolo certamente più dolce e mi dà ulteriore sicurezza sul cemento, mentre per quanto riguarda le altre superfici vedremo”.

Medvedev è ora a 1353 punti da Djokovic in classifica, e dopo una prestazione tanto enfatica viene da chiedersi se riuscirà a diventare il primo giocatore del mondo. Lui però non sembra convinto di potercela fare in tempi brevi, e ha i numeri dalla sua: Non credo di avere grosse chance di diventare numero uno in tempi brevi, devo difendere Bercy e le Finals mentre Novak ha pochissimi punti in scadenza, e nella Race non so quanti punti in più abbia rispetto a me [sono 1990, ndr]. In termini di programmazione non posso neanche aggiungere chissà che cosa, giocherò Indian Wells, Bercy e Torino. Probabilmente non giocherò San Pietroburgo, e questo significa che non giocherò nemmeno a Vienna, che è la stessa settimana, perché se salto un torneo in Russia di sicuro non mi metto a giocare da altre parti. Proverò a vincere i tre tornei di cui dicevo, non sarà semplice ma farò del mio meglio, e poi vedremo con la programmazione. Diventare numero uno non era il mio obiettivo principale per quest’anno, ma se un giorno dovessi riuscirci sarebbe una gran cosa”.

Daniil Medvedev – US Open 2021 (Darren Carroll/USTA)

IL PESCE MORTO

A fine partita, Medvedev (che di solito non festeggia le vittorie) si è buttato a terra con una certa flemma, dicendo anche al suo angolo di non esagerare con i festeggiamenti. Interrogato sulla peculiare esultanza ha spiegato: “Ero a Wimbledon, e stavo giocando bene perché anche se non mi trovo bene sull’erba come sul cemento, comunque è una superficie che mi piace. Una notte non riuscivo a dormire, per 5-10 minuti continuavo ad avere pensieri assurdi come capita a tutti, e mi sono detto, ‘se dovessi vincere il torneo contro Novak dovrei trovare un’esultanza, non posso non fare niente, sarebbe noioso, è quello che faccio sempre’. Allora mi è venuto in mente FIFA, perché mi piace giocare con la PlayStation: c’è un’esultanza che si chiama “il pesce morto”, si vede molto spesso. Allora ho chiesto ai giocatori più giovani, e loro mi hanno detto che sarebbe stata una celebrazione leggendaria, e così l’ho fatta“.

Si badi bene, però, per lui questo tuffo voleva rappresentare un momento intimo con chi l’ha accompagnato fin qui: “Non mi interessa finire sui giornali perché parlo dell’esultanza di FIFA, ma volevo rendere il momento speciale per le persone a cui voglio bene e per gli amici con cui gioco a FIFA. Dico la verità, non è facile farlo sul cemento, mi sono anche fatto un po’ male! Però sono contento di aver reso il momento leggendario per me stesso“.


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