Lea Pericoli: “Io, divina malgrado i maestri” (G. Mura, Repubblica)

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Lea Pericoli: “Io, divina malgrado i maestri” (G. Mura, Repubblica)

Gianni Mura su Repubblica traccia uno splendido ritratto di Lea Pericoli, lasciando che a descriversi sia lei. Tennista incompiuta ma simbolo di un’era diversa, più leggera, oggi quasi dimenticata

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Il tennis e i merletti. Sono stata divina malgrado i maestri” (Gianni Mura, La Repubblica – Il Venerdì)

«Il tennis, certo, e poi il golf. Sempre a rincorrere una pallina. Mi sa che nella vita precedente ero un cane». In questa vita, difficile racchiudere Lea Pericoli in poche parole. Indro Montanelli, amico di suo padre Filippo, la definì un coniglio coraggioso. «Andavano insieme a caccia di lepri, in Etiopia». Fu Montanelli a volerla cronista di sport, e poi di moda. «Sul primo numero del Giornale c’è la mia firma in prima pagina, ne sono orgogliosa. Ricordo che portai il pezzo a Carlo Grandini, capo dello sport. Era un foglio battuto a macchina sui due lati. Prima di leggerlo mi disse: “Guarda che due fogli ce li possiamo permettere”. E mi è sembrato di tornare bambina, quando i diari li scrivevo solo sulla pagina di destra». Poi la conclusione amara: «Diventa direttore Vittorio Feltri, mi convoca e mi dice: da domani lei non è più collaboratrice di questo giornale. Cosi, secco. Mi ha fatto male la mancanza di una spiegazione, dopo tanti anni credevo di meritarla».

 

Nel suo “500 anni di tennis”, Gianni Clerici scrive che nell’ambiente più o meno tutti erano innamorati di lei, ma non è stata una campionessa. «È vero. Sono stata una buona tennista rovinata nel momento migliore. Contro quelle pari grado o inferiori vincevo, contro quelle più forti perdevo. ma qualche soddisfazione me la sono tolta. “Coniglio coraggioso” ci può stare: una volta ero sotto 0-6, 0-5 e sul 30 pari ho pensato: se faccio questo punto vinco l’incontro. E l’ho vinto, era una finale di campionato italiano con Lucia Bassi. La soddisfazione è aver battuto cinque vincitrici di un grande slam: Shirley Bloomer, Karen Susman, Ann Haydon, Françoise Dürr e Billie Jean King. Mi ha rovinata Dinny Pails, australiano, alle sue lezioni mi aveva mandato la federtennis. Prima, giocavo un tennis istintivo, molto aggressivo. Pails mi ha cambiato l’impugnatura e costretta a diventare specialista di pallonetti. Non avevo l’età per ribellarmi, mi sono adattata a giocare un altro tennis. Clerici scrisse pezzi di fuoco, sostenendo che Pails era un asino, un cane testardo di nessuna utilità. Niente da fare. Non l’ho odiato, odiare costa fatica. Del tennis, a quei tempi, mi affascinavano soprattutto i viaggi, perché guadagni non ce n’erano. Voli notturni per spendere di meno, pensioncine da pochi soldi. A Wimbledon, oltre al ticket per la prima colazione, avevamo diritto al macchinone che ci portava dall’albergo ai campi. Per il resto ci arrangiavamo».

Per le tenniste carine, un modo di arrangiarsi era accettare inviti a cena da sconosciuti ammiratori, e dopo cena arrivederci e grazie. «Eravamo a Londra, dico a Lucia Bassi che avevo rimediato un invito per due e lei mi fa: non m’interessa, sono una ragazza che ha dei principi. E io sono una ragazza che ha fame e ci vado anche da sola. Era così anche per gli uomini, anche se non tutti. Pietrangeli sì. Ma con una strategia. In Francia, per esempio, aspettava che quelli con più quattrini, tipo Gardini e Merlo, si accomodassero al ristorante e si presentava al tavolo quando avevano già iniziato. Si accomodava, il cameriere portava un altro menù e Nicola diceva: no, grazie, ho già mangiato. E poi, a Gardini o a Merlo, chiedeva in continuazione di ordinare pane e burro, e via così. Non avrebbe inciso sul loro conto, ma sul suo stomaco sì». Lea Pericoli ha scritto quattro libri. Ha scritto di tennis, «e molti agli inizi mi chiedevano: di’ la verità, i pezzi chi te li ha scritti? Sottinteso: non puoi essere stata tu. Roba da arrabbiarsi, ma ho sempre cercato di vedere nelle cose il lato positivo. Se c’erano questi dubbi, dovevano essere pezzi decenti. Ho avuto la fortuna di scrivere di moda proprio negli anni del boom per il prêt-à porter, di stringere amicizie durature come quella con i Missoni. Sono stata la prima donna a commentare il tennis, senza seconda voce. Con Wimbledon alle porte, avevo firmato un contratto con Tsi, la tv della Svizzera italiana, ma dopo qualche giorno si fa viva madame Cauvigny di TeleMontecarlo. Mi vuole, mi convince. Gli svizzeri sono molto comprensivi, non creano problemi. Il problema è mio: dovrò avvertire Rino Tommasi e Gianni Clerici, due amici già sicuri dell’incarico, che il posto invece è mio. Ecco, per chi vuole risparmiare a Wimbledon la casa di Gianni è il posto ideale. Una bella villa con giardino, in centro».

Da Wimbledon alle mutandine rosa il passaggio è inevitabile. «Lo so, e comunque non me ne vergogno. Era il mio esordio a Wimbledon, in precedenza mi aveva avvicinata Ted Tinling, ex colonnello dell’esercito, gay, lui alto alto, aveva un fidanzato piccolino e malinconico. Disegnava cravatte, camicie, abbigliamento sportivo un po’ bizzarro. La sua prima tennista-modello era stata Gussie Moran, mutandine panterate. Avevo visto la sua foto quand’ero a Nairobi, nel convento di suore in cui stavo». Quando parla d’Africa ha una luce particolare negli occhi. Non a caso uno dei suoi libri s’intitola “Maldafrica” e in Africa torna ogni anno, almeno un mese. In Kenya, perché Etiopia ed Eritrea sono diventate mete a rischio. Infanzia avventurosa. Padre con molto fiuto per gli affari, due volte straricco grazie alla coltivazione di banane, concessionario di Fiat, Om, Olivetti, Piaggio, due volte costretto a ricominciare da capo.

Il tennis di quegli anni è un mondo chiuso, di rigore il bianco («ma io lo vorrei anche adesso, solo il bianco»), donne con gonne abbastanza lunghe, o con sottana-pantalone, movenze aristocratiche. Tinling e le sue tenniste-mannequin buttano il sasso nello stagno. Lea si presenta in sottogonna di tulle rosa, mutandine rosa e calze rosa. I fotografi impazziti, il pubblico diviso. «I fotografi mi distraggono, vinco facile il primo set con una spagnola che mi è inferiore, poi mi blocco e sono eliminata. Peggio, mio padre mi proibisce di continuare col tennis. Il clamore non gli è andato giù. Quelle mutandine, quella gonna di cui hanno misurato la lunghezza più volte, ma era nelle regole, meno nelle regole semmai le mutandine, è tutto esposto al Victoria Albert Museum di Londra, come altri capi che più tardi Ted mi fece indossare: un gonnellino di visone, uno di penne di cigno, un abitino di petali di rose, un pigiama di pizzo, in Sudafrica perfino un vestitino d’oro con le mutandine di brillanti. Vorrei chiarire che questi costumi stravaganti, a volte eccessivi, li indossavo solo per le gare facili. Se c’era da soffrire, tenuta bianca classica. Ho cominciato con Ted perché mi divertiva e perché in Italia era molto diffusa l’idea che lo sport trasformasse le donne in muscolose virago senza grazia. Ho fatto una scelta dalla parte delle donne».

Ne ha fatta anche un’altra: quella di rendere pubblico il tumore che l’aveva colpita al collo dell’utero. «Sì, fu decisiva la spinta del professor Veronesi. In quegli anni si faticava anche a nominarlo, era “il male inguaribile”, da tener nascosto. Sei mesi dopo l’intervento chirurgico vincevo il campionato italiano e Veronesi diceva che quel risultato valeva cento conferenze, che con una diagnosi precoce, era il mio caso, si continua a vivere. Era il ’73, mi pare. In quella campagna ci ho messo la faccia e il cuore. Quattro anni fa ho avuto un problema di salute ma non l’ha saputo quasi nessuno. Molte donne di una certa età quando vado a fare la spesa in tram mi sorridono e mi salutano e questo mi rende felice. Ho un carattere che mi porta a vedere sempre il bicchiere mezzo pieno. Ho avuto una vita meravigliosa e ogni giorno la ringrazio. Ho avuto tanti amori importanti, anche dolorosi, e vivo da sola, ma convivo bene con me stessa, mi parlo e mi rispondo. E ho tanti amici. Nicola dice che solo i cretini non hanno rimpianti, sarò cretina ma non ne ho». Le piace questo tennis? «Non è il mio, i racchettoni hanno cambiato tutto, puoi fare quello che vuoi. Con le racchettine di legno eravamo meno potenti e più tecnici. Meno male che c’è Federer, che sfiora la perfezione: è bello, simpatico, molto impegnato nel sociale e, dettaglio fondamentale, pensa tennis come uno dei nostri tempi e lo gioca con i mezzi e gli avversari di oggi. Promette bene Alex Zverev, se non si rovina. In generale, oggi sono tutti badilanti senza fascino, pensano solo ai soldi. Ma lo sa che c’è chi ha chiesto dei soldi anche per giocare in Davis? In Italia per trovare un vero campione occorre risalire a Nicola e, un po’ più giù, a Panatta. Nicola è l’uomo più pigro e affascinante che abbia conosciuto. Ho scritto io la sua biografia perché era troppo pigro per scriverla lui. Le ragazze, invece, ne hanno fatta di strada. Vedere Pennetta-Vinci in finale di un grande slam è stata un’emozione forte». Da giocatrice la chiamavano la Divina, ma la sua bellezza, l’eleganza, la volontà sono molto terrene. Uscendo, resto attratto da un quadro sulla parete di sinistra. Bello, chi l’ha dipinto? «Io. Ne ho dipinti una sessantina in un solo inverno per superare una crisi». Che stupido a chiedere. Dovevo immaginarmelo.

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I sorrisi di Roger e Felix. Avanti i gemelli diversi (Crivelli). Torino è al passo decisivo (Guerrini)

La rassegna stampa di martedì 26 marzo 2019

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I sorrisi di Roger e Felix. Avanti i gemelli diversi (Riccardo Crivelli, Gazzetta dello Sport)

L’arena è grande e un po’ rumorosa. Quisquilie. Roger Federer si è adeguato presto alla nuova location di Miami, l’Hard Rock Stadium e dopo i balbettii contro Albot, nella seconda uscita alza l’asticella e con 35 vincenti ammansisce un Krajinovic comunque eccellente. C’è un altro nato l’8 agosto che comincia a inanellare traguardi che contano. Ebbene sì, Felix Auger-Aliassime condivide lo stesso genetliaco del Divino, però con 19 anni di distanza. È un predestinato, e non solo per la data: lo si diceva già da quattordicenne, quando diventava il più giovane di sempre a qualificarsi per un Challenger e poi il primo giocatore del 2000 a conquistare un punto Atp. Con gli ottavi a Miami, adesso il figlio del togolese Sam, che lo ha avviato alla racchetta, e della canadese Marie, si è guadagnato l’ingresso nella top 50 e neanche a dirlo è il primo 2000 a riuscirci. E d’improvviso una nazione senza tradizioni almeno fino al 2007, quando venne inaugurato il centro federale di Montreal, si ritrova con due possibili futuri dominatori del circuito maschile (c’è anche Shapovalov) e con una ragazza, Bianca Andreescu, pure lei del 2000 (un’annata che rischia di diventare piuttosto interessante), già capace di vincere un torneo monumento come Indian Wells (anche se dopo le polemiche seguite alla vittoria contro la Kerber per quei time out medici un po’ troppo telecomandati, ieri si è ritirata per davvero per problemi alla spalla destra). Felix, che a inizio stagione era 108 del mondo, a febbraio ha giocato la prima finale in carriera, a Rio e secondo uno dei suoi coach, Frederic Fontang, l’esperienza gli è servita per crescere: «Aver messo insieme più vittorie nella stessa settimana ha accresciuto la sua confidenza, l’anno scorso soffriva la pressione, adesso è più tranquillo. E poi è un ragazzo educatissimo e sa che serve pazienza per arrivare in alto» […]

 

Torino è al passo decisivo (Piero Guerrini, Tuttosport)

Torino è al passo decisivo. Ottenute le garanzie dal Governo, dopo la pressione esercitata dalla giunta del sindaco Chiara Appendino, bisognava trovare l’ente che rilasciasse l’ornai nota fideiussione richiesta dall’Atp Tour alle candidate per ospitare quello che un tempo si chiamava Masters. E nelle ultime ore pare che le forze politiche abbiano trovato la soluzione. O che la stiano trovando, dipende da dove le voci arrivano. Del resto il tempo stringe, entro giovedì il board dell’Atp Tour annuncerà la propria scelta per la città ospitante le Atp Finals dal 2021 al 2025. Richiesta come detto una garanzia di 78 milioni di euro che in parte è stata coperta dal Governo, in parte dalle amministrazioni locali, ma anche dall’imprenditoria cittadina nei giorni in cui tutto sembrava perduto. C’è dunque fiducia. Le avversarie principali restano Londra (che però non vuole aggiungere cifre alle somme fornite in passato) e Tokyo che invece non sarebbe graditissima ai giocatori per la trasferta successiva al Masters 1000 di Parigi che chiude la stagione dei tornei e non è molto gradita neppure per una questione di orari televisivi. Torino avrebbe dunque incassato anche il sì della parte americana, visto che Manchester e Singapore non pare abbiano chance. Ma in questi casi e soprattutto se emergono indiscrezioni soltanto sul fronte italiano, è sempre bene tenere aperto il finale. Fatto è che ieri il Consiglio Regionale piemontese ha ufficialmente approvato la norma (nel ddl 366) per promuovere la candidatura del Comune di Torino all’organizzazione delle Atp Finals 2012-2025. Il contributo pluriennale complessivo è di 7,5 milioni di euro e concorrerà alle fonti di copertura per l’evento, era stato approvato in commissione il 5 marzo. Non una novità, ma un altro passo. Sapremo a ore se ha pesato in modo definitivo la posizione di Chiara Appendono, appoggiata dalla componente Cinque Stelle in Governo (con il sottosegretario alla presidenza del consiglio, Simone Valente) […]

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Fognini spreca e saluta Miami (Cocchi). Cori, la baby da un milione di dollari (Semeraro). L’importanza di quel colpo e il paragone con Pietrangeli (Clerici)

La rassegna stampa di lunedì 25 marzo 2019

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Fognini spreca e saluta Miami. La Andreescu è scatenata (Federica Cocchi, La Gazzetta dello Sport)

Continua il momento no per Fabio Fognini che, dopo aver superato il secondo turno con l’argentino Andreozzi, si è fermato contro lo spagnolo Bautista Agut nel terzo turno del Masters 1000 di Miami. Fatali 32 gratuiti collezionati da Fabio nei due set con il 59% di prime in campo. Una prestazione piuttosto sotto tono in cui l’azzurro non è riuscito a concretizzare le occasioni create. C’è da sperare che il numero due italiano si ritrovi tra poche settimane sull’amata terra rossa e la caviglia dolorante gli dia tregua. Intanto oggi tocca a Marco Cecchinato che gioca il terzo turno contro il belga David Goffin, numero 20 al mondo. CIAO SASCHA Non se la passa molto bene nemmeno Sascha Zverev, battuto da David Ferrer all’ultima partecipazione nel torneo della Florida e accolto da un’ovazione dei 14mila presenti: «Il mio obiettivo è giocare sempre al massimo — ha detto Ferru dopo il match —. Nel mio ultimo anno sul tour voglio lasciare un buon ricordo, e battere un top ten e un giovane forte come Zverev per me è un grande regalo». Perde un set ma passa Roger Federer contro Radu Albot […] BIANCA Notte in bianco, o meglio in Bianca per Angelique Kerber che dopo la sconfitta in finale a Indian Wells, è uscita sconfitta anche al terzo turno di Miami per mano della canadesina Andreescu. Finale con polemica in cui la tedesca ha accusato la 18enne di aver fatto scena chiamando il fisioterapista a farle massaggiare il braccio destro: «Se la più grande regina delle sceneggiate», le ha detto a rete con una gelida stretta di mano. Ma la baby campionessa di Indian Wells non si è scomposta: «Non ho capito bene cosa mi ha detto — ha commentato dopo il match — , non ho risposto e comunque lascio che per me parli il mio tennis». […].

 

Cori, la baby da un milione di dollari. Dna e cattiveria sulle orme di Serena (Stefano Semeraro, La Stampa)

Il tennis femminile è pieno di annunciate, improbabili, possibili eredi di Serena Williams, Cori Gauff, detta Coco, rispetto alla concorrenza ha un vantaggio e (forse) un problema in più: ha 15 anni, compiuti da un mese, e secondo Forbes già un milione di dollari in contratti pubblicitari. L’ultimo l’ha firmato qualche giorno fa con la Barilla – e non a caso, visto che la baby meraviglia è seguita da Team8, la società di management sportivo di proprietà di Roger Federer e del suo agente Tony Godsick. L’anno scorso la New Balance le ha allungato il primo assegnone, strappandola alla Nike, il resto del malloppo è frutto dell’accordo con la Head, che le fornisce le racchette. Troppo? Di aspettative esagerate e contratti sovradimensionati è lastricato l’infernuccio dorato delle promesse decadute del tennis, da Anna Kurnikova a Laura Robson. La bimba Coco però sembra avere numeri e cromosomi giusti. Papà Corey giocava a basket a Georgia State, e lei è già alta 180 centimetri (quattro più Serena Williams), mamma Candi è stata ginnasta prima di darsi all’atletica. Patrick Mouratoglou, il coach di Serena, che di eredi dovrebbe intendersene, è stato il primo a metterle gli occhi addosso e giura sul suo futuro: «è venuta alla nostra Academy quando aveva 10 anni, ed è una grande lavoratrice. Ma soprattutto ha le doti che non si insegnano: non molla mai ed è un’atleta naturale. Impressionante. Ha ancora tanto da imparare, e paragonarla a Serena non ha senso, perché Serena è una sola. Ma se continua così può andare molto lontano». […]. Con il tennis ha iniziato a 6 anni, e a 8 […] ha deciso di piantarla con la ginnastica, pallavolo e basket e dedicarsi seriamente a quello che le riusciva meglio. Da juniores ha vinto l’Orange Bowl a 12 anni, è stata finalista agli Us Open a 13 anni, l’anno scorso ha vinto il Roland Garros – la più precoce dopo Hingis, Capriati e Sabatini – diventando pure la più giovane numero 1 under 18 della storia. Quest’anno è arrivata in finale all’Itf di Surprise, debuttato nel circuito delle grandi a Indian Wells strappando un set a Timea Bacsinski. A Miami, nello stadio adattato al tennis dove papà la portava a vedere i Dolphins e gli Hurricanes, ha vinto il suo primo match in tabellone, contro Catherine McNally. «Papà mi ha sempre detto che in campo devo occuparmi di quello che posso controllare, e io cerco di dargli retta. Il mio obiettivo? Be’, ovviamente diventare la più forte di tutti». Al secondo turno è stata rispedita a casa da Daria Kasatkina, 6-3 6-2 in poco più di un’ora, ma era prevedibile. E poi il punto non è questo. L’importante è capire se una ragazzina che è ancora numero 400 del mondo, ma già fra le top-10 come guadagni, riuscirà a non farsi deragliare dal futuro che le hanno già scritto addosso. La «Capriati rule», la regola introdotta dopo che baby Jennifer, numero 10 del ranking a 14 anni, finì bruciacchiata dal troppo successo impiegando anni per riprendersi, le consentirà di giocare un numero limitato di tornei fino ai 18 anni. Il resto sarà compito suo, della famiglia. […]. La segue la Team8 di Federer «I primi contatti con Cori li abbiamo avuti nel 2017 – spiega il suo manager alla Team8 Alessandro Barel di Sant’Albano – aveva 13 anni ma giocava già come una 18 enne e aveva una mentalità molto matura. Noi vogliamo lavorare con i migliori atleti possibili, ma cerchiamo anche persone con valori solidi». […] dopo aver firmato con Barilla ha assicurato che va pazza per le penne e gli spaghetti, conditi peraltro con salse improbabili che farebbero inorridire chef 0ldani, quello dello spot con Federer. Quello che conta, però, è non sbagliare la cottura

L’importanza di quel colpo e il paragone con Pietrangeli (Gianni Clerici, La Repubblica)

Non posso dire di conoscere Marco Cecchinato, ma la sua vicenda mi richiama quella di un altro Cek, un muratore che rimise in sesto la casa costruita in pietra dai miei nonni, sul lago di Como. Il mio Cek, così veniva chiamato in dialetto lombardo, come Cecch era in fondo modesto, e la modestia non gli serviva nel suo mestiere, nel quale era sempre in cerca dell’approvazione di un geometra, sinché un giorno passò da casa un amico ingegnere e lo convinse che era bravissimo da solo. Voglio dire che si sottovalutava, come il Ceck tennista sottovalutava il rovescio. Il colpo più importante suo e di Nicola Pietrangeli, al quale alcuni giovani cronisti sono giunti a paragonarlo, dopo la sua semifinale al Roland Garros. […]. Questo mi fa venire in mente che anche nella vita di Cecchinato c’è la storia di una donna importante, Peki/Gaia Pecorelli, della quale Ceck ha parlato spesso. […]. Non sembri strano che la presenza di Peki nella vita di Ceck coincida col miglioramento di un colpo quale il rovescio. Ceck ha dichiarato che tre anni addietro il suo rovescio si chiamava «bancomat» perché insistendo su quel colpo «si incassava di sicuro». Ora ha modificato il tiro, con l’aiuto del coach Massimo Sartori prima e di Simone Vagnozzi poi, […] e ne è uscito il nuovo colpo che ha fatto pensare a Pietrangeli. «Con questo rovescio ho imparato a colpire a tutta forza, con aggressività, bello pieno. Dopo Montecarlo ho capito che potevo lottare con tutti, dopo Budapest che potevo batterli, dopo Parigi mi sentivo imbattibile». Speriamo ne sia convinto anche quest’anno.

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Fognini si sblocca a Miami (Tuttosport). Serena, un altro ritiro. Osaka, un altro tonfo (Crivelli). Hurkacz, dal basket a Federer (Zanni)

La rassegna stampa di domenica 24 marzo 2019

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Fognini si sblocca a Miami (Tuttosport)

Fabio Fognini e Marco Cecchinato approdano al 3° turno del Miami Open, secondo Masters 1000 di stagione, uno faticando e l’altro senza spendere neanche una goccia di sudore. Ora viene il difficile per i nostri due migliori giocatori, ma del resto in un torneo simile non è possibile attendersi di meglio. Battuto in rimonta l’argentino Guido Andreozzi, n. 79, reduce dall’aver vinto un challenger a Phoenix, oggi Fognini incontrerà Roberto Bautista Agut, che ha battuto 7 volte su 9. Ma a prescindere da come finirà, Fabio ha fermato una serie di 5 sconfitte al primo turno, anche se la caviglia dolorante continua a infastidirlo e limitarlo. Ci sono comunque segnali di crescita. Cecchinato invece ha approfittato del forfeit di Damir Dzumhur, bosniaco n. 53 atp. Nei sedicesimi per lui il belga Goffin, talento vero e leggero, n. 20 Atp e dunque vicino in classifica al palermitano che dovrà puntare sulla propria costanza e continuità. Anche perché il tabellone è interessante dalla sua parte. Dominic Thiem invece si conferma il solito Thiem. Conquistato a Indian Wells il primo Masters 1000 in carriera, il 25enne austriaco si è arreso al debutto a Miami al polacco Hubert Hurkacz, che aveva battuto al primo turno Matteo Berrettini. Non uno scandalo, ma la conferma che da Thiem non è scontato aspettarsi sempre il massimo. E non è soltanto una questione di stanchezza fisica, anzi, ma di fatica mentale nel reggere simili pressioni. Davvero interessante il prossimo match di Hurkacz, contro il millennial canadese Felix Auger-Aliassime, sempre più emergente. A proposito di canadesi, Denis Shapovalov cede un set al britannico Daniel Evans, ma è capace di riprendersi e vincere 6-1 6-3 i due successivi. Miami è torneo importante anche per Torino e per l’Italia. L’Atp tour assegnerà infatti entro giovedì 28 il nome della città in cui si svolgeranno le Finali Atp per cinque anni a partire dal 2021 e com’è ormai noto Torino è candidata e anche ben valutata con il suo Pala Alpitour. Ormai pare sia soltanto una questione di fidejussone per essere in piena corsa. Nel frattempo, a proposito di finanziamenti, BNP Paribas non sarà più title sponsor della Coppa Davis che ha cambiato format. Resta invece in Fed Cup.

 

Serena, un altro ritiro. Osaka, un altro tonfo (Riccardo Crivelli, La Gazzetta dello Sport)

Nessun torneo vinto dal rientro dopo la maternità, appena sette match completati quest’anno, con due ritiri negli ultimi due tornei. Serena Williams (e con lei il coach Mouratoglou) continuano a professare tranquillità e ambizioni da 24° Slam, ma intanto a Miami l’attuale numero 10 del mondo, dopo aver battuto un po’ a fatica la svedese Peterson nel match d’esordio, abbandona l’appuntamento, vinto 8 volte in carriera, per un infortunio. Brevissimo il comunicato: «Sono dispiaciuta del ritiro dall’Open di Miami per problemi al ginocchio sinistro». Oggi Serena avrebbe dovuto affrontare, al terzo turno, la cinese Qiang Wang. Esaurita così l’esperienza del cemento americano di primavera (a Indian Wells si era arresa a un virus contro la Muguruza), resta la grande incognita dei tornei sulla terra europea: li farà? E quali? Intanto il torneo perde la numero uno Osaka, incapace dopo il primo set di trovare un antidoto al gioco piatto e tutto angoli della Hsieh: la vetta del ranking ora è a rischio. Saluta il torneo anche Dominik Thiem, che sperimenta sulla propria pelle quanto sia dote di pochi eletti la continuità ad altissimi livelli dopo una grande vittoria. Trionfatore a Indian Wells nel primo Masters 1000 in carriera, l’austriaco si sgonfia subito contro il Next Gen polacco Hurkacz, visto a Milano, che è comunque è un giocatore completo e pure in fiducia: «Lui è stato più forte di me, e del resto dopo il successo di Indian Wells ho passato tre o quattro giorni un po’ particolari». Di un ritiro approfitta invece Marco Cecchinato, neppure sceso in campo per i guai alla schiena del bosniaco Dzhumur. Ora lo attende Goffin, un po’ in disarmo ma sempre pericoloso. Al terzo turno c’è pure Fognini dopo il successo non facile su Andreozzi: per lui ora Bautista Agut, sconfitto in sette precedenti su nove. Quella che si definisce un’occasione.


Hurkacz, dal basket a Federer (Roberto Zanni, Corriere dello Sport)

Lo scorso agosto Hubert “Hubi” Hurkacz si trovava ancora fuori dalla Top 100. Poi da settembre una crescita continua che l’ha portato, proprio alla vigilia dei Miami Open, a raggiungere il suo miglior ranking in carriera: 54 al mondo, scalando solo in questi primi due mesi e mezzo del 2019 ben 34 posizioni (era 88 il 7 gennaio). Ma è ancora poco per il ventiduenne polacco che, se non fosse stato per aver visto Roger Federer vincere in tv, probabilmente avrebbe continuato a giocare a basket, spinto dai suoi 196 centimetri di altezza. Hurkacz, che ancora non ha vinto un torneo, già a Indian Wells si era fatto notare, battuto ai quarti proprio da Federer; poi venerdì a Miami la prima vittoria in carriera contro un Top 5, l’austriaco Dominic Thiem che in California aveva conquistato il primo Master 1000 in carriera superando in finale proprio lo svizzero. Così Hurkacz ha vendicato il suo idolo, buttando fuori, a sorpresa, uno dei grandi del tennis mondiale. «È fantastico – ha poi detto il polacco subito dopo il successo – sto solo cercando di godermi ogni momento, essere riuscito a giocare un incontro simile contro Dominic è stato davvero speciale per me. Thiem è un giocatore incredibile, per batterlo ho dovuto raggiungere i miei massimi livelli». Hurkacz aveva preso parte nel 2018 alle Next Gen Atp Finals, ma quest’anno, prima di Thiem, aveva già sconfitto per due volte un altro ‘Top-10’, il giapponese Kei Nishikori. I complimenti a Hurkacz sono arrivati poi anche dall’avversario appena battuto. «Ha giocato davvero un ottimo incontro – le parole di Dominic Thiem – ma sono già alcune settimane che sta andando forte, da Dubai a Indian Wells fino qui a Miami. Da parte mia posso dire che non ho disputato un brutto incontro, anche se ovviamente non ero al livello mostrato a lndian Wells». Il polacco, che al primo turno aveva sconfitto Matteo Berrettini, oggi si troverà di fronte un altro emergente, il canadese Felix Auger-Aliassime,18 anni, 57 del ranking, un incontro che, nei prossimi anni potrebbe trasformarsi in un classico d’alto livello.

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