Coppa Davis: USA in semifinale, vantaggio per Germania e Croazia

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Coppa Davis: USA in semifinale, vantaggio per Germania e Croazia

Stati Uniti avanti a punteggio pieno dopo la giornata dei doppi. A Valencia i Lopez rischiano la clamorosa rimonta, ma Struff e Puetz tengono botta: 2-1 per gli ospiti. I kazaki spaventano Varazdin, poi Dodig e Mektic mettono le cose a posto

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COPPA DAVIS, QUARTI DI FINALE

SPAGNA-GERMANIA 1-2

Puetz/Struff (GER) b. Lopez/Lopez (SPA) 6-3 6-4 3-6 6-7(4) 7-5 (da Valencia, Raoul Ruberti)

 

Tra i vari tormentoni – quasi tutti con un fondo di verità – che ogni weekend di Coppa Davis obbliga a rispolverare, c’è anche quello su come la competizione per nazionali più antica del tennis sia l’unica in cui il doppio conta ancora davvero qualcosa.

Da questo punto di vista la Spagna sembrava aver guadagnato dalla sostituzione forzata del giovedì: fuori Pablo Carreño Busta, vittima di una infiammazione al pollice della mano destra ma presente in panchina a “fare gruppo”, e dentro Marc Lopez a riformare la coppia di doppio con l’omonimo Feliciano, con i singolaristi a rifiatare. I due Lopez, insieme dall’inizio del 2016, possono vantare una fama e un palmares congiunto e individuale che difficilmente Jan Lennard Struff e Tim Puetz potranno mai eguagliare. Aggiunti il fattore campo e l’esperienza, un superficiale pronostico dava gli iberici come netti favoriti.

Eppure sono stati i tedeschi, a sorpresa ma non troppo, a prendersi il cruciale punto di mezzo in questo quarto di finale valenciano. Al termine di un match che ha sforato le quattro ore e mezza di durata, in un tempo grigio e freddo e su una terra rossa estremamente pesante – “German weather” lo ha pragmaticamente definito un reporter ospite – è arrivata una vittoria tribolata e intensissima, chiusa da una volée scomposta ma vincente di Struff e festeggiata da un lungo abbraccio a rete prima della stretta di mano e delle feste del resto della squadra.

Una liberazione, dopo la miriade opportunità concesse e salvate già nei primi due set apparentemente lisci – in Davis non c’è deciding point, che di certo avrebbe alzato il numero di break point concessi dagli spagnoli rispetto al microscopico 2/20 finale – e poi la rimonta dei padroni di casa, capaci di ritrovare energia emotiva e precisione buone a prolungare il match fino al 4-3 del set decisivo. I crescenti errori di Struff e Puetz, non madornali ma pericolosi se sommati, avevano contribuito a portare gli avversari per cinque volte fino alla palla per servire per il match. Ma quel singolo punto in più in risposta non è mai arrivato e Marc, il Lopez senza una insalatiera in bacheca, si è sciolto sul più bello un momento dopo.

Proprio sul game che avrebbe potuto completare il clamoroso capovolgimento del risultato si sono concentrati in conferenza stampa gli sconfitti. “Sulle palle break loro hanno avuto due seconde di servizio sulla linea, una volée col telaio… Se rigiochiamo questo match cento volte, lo vinciamo novantanove. Non abbiamo nulla da rimproverarci sotto il profilo tecnico, tattico o mentale” ha sentenziato il selezionatore Bruguera. Molto più deluso Feliciano: “Eravamo sotto due set a zero eppure eravamo riusciti a rimontare, che è una cosa difficilissima. Eppure non siamo riusciti a concludere. Senza dubbio è una delle mie sconfitte più dure in Davis”.

Non sono comunque mancate le congratulazioni al duo tedesco, sconosciuto al grande pubblico. La distanza di ranking impedisce a Puetz e Struff di giocare insieme nel circuito ATP, ma a testimoniare che il secondo punto per il team guidato da Michael Kohlmann non arriva dal nulla c’è una striscia di risultati positivi non indifferente al di fuori del circuito: in Bundesliga, la Serie A tedesca che disputano per la squadra di Halle, e proprio in Coppa Davis, dove sono ora alla terza vittoria su altrettanti incontri, tutti in trasferta e al quinto set. Con loro la Germania, dopo un triennio in cui aveva cambiato otto giocatori in cinque rubber rimediando sconfitte su sconfitte, sembra aver trovato una piccola garanzia per i match del sabato.

Al contrario, per i Lopez si tratta della terza sconfitta in tre apparizioni per la Roja. Ennesima dimostrazione che, quando di mezzo c’è l’insalatiera, i nomi contano poco e i valori sono un po’ meno difficili da sovvertire. Il loro risultato negativo costringerà domani Rafa Nadal alla vittoria contro Sascha Zverev, nel primo confronto Davis tra due top 5 dal lontano 2009, se vuole che il team iberico esca dalla Plaza de Toros da matador e non da matado. Perché non solo il tie è ancora in piedi, ma adesso è terribilmente complicato.


COPPA DAVIS, QUARTI DI FINALE

CROAZIA-KAZAKISTAN 2-1

I. Dodig/N. Mektic vs T. Khabibulin/A. Nedovyesov  6-7(2) 6-4 6-4 6-2 (da Varazdin, Ilvio Vidovich)

La Coppa Davis è spesso teatro di incredibili sorprese, e per poco più di un’ora e mezza a Varazdin è sembrato che stesse per materializzarsene un’altra. L’inedita coppia croata formata da due specialisti come il n. 10 ed il n. 33 del ranking ATP di doppio, Ivan Dodig e Nikola Mektic, si è trovata infatti incredibilmente in svantaggio di un set contro il duo kazako composta da Aleksandr Nedovyesov e Timur Khabibulin, entrambi oltre la 250esima posizione mondiale della specialità. Il merito va ascritto soprattutto al 31enne Nedovyesov, che per i primi due set è sembrato essere il doppista più forte del lotto. Poi, grazie anche ad un Dodig tornato a giocare ad un livello accettabile dopo una primo set inguardabile e soprattutto alle incertezze dell’altro giocatore kazako, Khabibulin, obbiettivamente il giocatore più debole in campo, le gerarchie sono state rispettate. Vittoria croata in quattro set, dopo tre ore di gioco, e locali in vantaggio 2-1 nel tie.

In campo dunque le coppie dichiarate alla vigilia. Il ct croato Krajan non cambia idea e non schiera i brother in love di Medjugorje Marin Cilic e Ivan Dodig (il n. 3 del mondo è stato testimone di nozze del suo concittadino), imbattuti in Davis da cinque anni (ultima sconfitta contro gli azzurri Bolelli e Fognini al Palavela di Torino, nel febbraio 2013). Per la squadra di casa scendono quindi in campo Ivan Dodig e Nikola Mektic, due specialisti del doppio, il primo da anni ai vertici assoluti della specialità e l’altro top 40 ATP.
Ma all’inizio, sulla terra battuta della Varazdin Arena, tutta questa differenza con la coppia kazaka formata da Aleksandr Nedovyesov e Timur Khabibulin, rispettivamente invece n. 288 e n. 262 del ranking, non si nota. Nei primi sei game ci sono ben quattro break e la sensazione è che il maggior affiatamento della coppia kazaka (giocano insieme anche nel circuito, oltre ad aver vinto entrambi i precedenti in Coppa Davis) conti di più del ranking e del teorico livello assoluto di gioco. Inoltre Nedovyesov, come spesso gli capita, nel doppio di Davis fa esattamente quello che fa Kukushkin nei singolari: gioca ad un livello superiore a quanto fa normalmente durante l’anno. E Khabibulin, grazie alla grinta che compensa i limiti tecnici a tratti evidenti, lo supporta adeguatamente: la coppia ospite in difesa è strepitosa e spesso i loro avversari devono fare il punto almeno tre volte prima di portarlo a casa. Dall’altra parte della rete invece c’è un Dodig irriconoscibile, falloso alla risposta e lento in difesa da fondo. Mektic fa il suo compitino, ma servirebbe qualcosa in più in questo momento del tennis elegante ma leggero del 29enne di Zagabria. Anche se nella conferenza stampa post match la coppia croata ha voluto sottolineare soprattutto i meriti iniziali degli avversari. “Non abbiamo giocato male noi, sono stati molto bravi loro nel primo set” ha detto Mektic.  “All’inizio hanno servito molto bene e in doppio questo vuol dire molto” ha aggiunto Dodig.
Si arriva senza ulteriori sussulti al tie-break, dove Nedovyesov diventa assoluto protagonista e fa la differenza, mentre Dodig conferma le sue difficoltà odierne nei colpi di rimbalzo. Sette punti a due per gli ospiti e 7-6 Kazakistan.

Il pubblico di casa – anche oggi non molto numeroso, smentendo così le previsioni del team croato di ieri sera che si professava certo che almeno di sabato pomeriggio gli spalti si sarebbero riempiti – è allibito e ammutolito, mentre i tifosi kazaki (di cui una parte ce li ritroveremo in in sala stampa con le guance dipinte dei colori della bandiera nazionale con buona pace del “no cheering in press box“, anche se ad onor del vero il tifo lo hanno fatto sugli spalti con gli altri connazionali e non nelle zone riservate alla stampa) fanno un baccano incredibile. Solo la banda di ottoni di tifosi locali cerca di non darla vinta agli ospiti anche sugli spalti.

Per la Croazia ci vuole qualcosa che cambi l’inerzia del match. E quel qualcosa accade. Dodig inizia finalmente ad uscire dal suo torpore: il pugnetto su una bella volée bassa vincente all’inizio del secondo set è il primo segnale che le cose stanno cambiando. Il secondo, quello più importante, sono i due doppi falli che commette nel terzo gioco Khabibulin e che consentono alla coppia di casa di strappargli il servizio. È la svolta, dato che i croati non fanno più alcuna fatica a tenere la loro battuta mentre invece i loro avversari sono costretti agli straordinari, come nel quinto gioco dove hanno bisogno di 22 punti e di più di dieci minuti per accorciare sul 2-3. Il 22enne Timur ora sembra un po’ il classico vaso di coccio tra i vasi di ferro e sbaglia qualche colpo di troppo. Nedovyesov è sempre “on fire”, ma nel cercare di compensare il calo del compagno ogni tanto va fuori giri: qualche prima che esce di un niente, qualche tentativo di intervenire a rete un po’azzardato. Ma gli ospiti sono dei gran bei lottatori e non si arrendono facilmente, tanto che ad un certo momento – complice un momento di rilassamento della coppia di casa che era in vantaggio 40-15 – hanno anche la palla del 4 pari, cancellata da un ace di Mektic che fa tirare un sospiro di sollievo a tutti i connazionali sulle tribune. I croati capiscono che oggi non è il caso di scherzare con il fuoco e non corrono più rischi: 6-4 Croazia e un set pari.

Il terzo set è deciso nuovamente da un break al terzo gioco su Khabibulin. “Peccato per i break all’inizio del secondo e del terzo set, hanno fatto girare il match” dirà in merito in conferenza stampa il ct kazako Doskarayev. Ed in effetti è cosi. Ora Dodig e Mektic, pur senza entusiasmare, sentono di avere il controllo del match e nei loro game di battuta lasciano solo le briciole. 6-4 Croazia e Cilic dalla panchina esulta. La sensazione di tutti è che per la squadra di casa ormai il pericolo sia passato.

Il quarto parziale lo conferma e di fatto si rivela una pura formalità. “Ci siamo sciolti e a quel punto è venuta fuori la nostra maggior qualità” spiegherà Dodig nel dopo partita. Khabibulin puntuale come un orologio svizzero perde il servizio nel terzo game e a quel punto neanche Nedovyesov ci crede più. La Croazia vola sul 5-1 e poi chiude all’ottavo gioco, non prima di aver concesso un paio di palle break tanto per dare ancora qualche ulteriore brivido – non certamente richiesto – ai suoi tifosi. 6-2 Croazia, nona vittoria consecutiva in doppio nella manifestazione, con Marin Cilic che domani nel primo incontro contro Kukushkin ha il match point per chiudere la sfida.

USA-BELGIO 3-0 (USA qualificati)

J. Sock/R. Harrison b. S. Gille/J. Vliegen 5-7 7-6(1) 7-6(3) 6-1

Dopo il successo nei 2 singolari svoltisi nella prima giornata, la Nazionale USA capitanata da Jim Courier sfrutta la prima possibilità di chiudere la sfida con il Belgio e accedere alla semifinale del World Group di Coppa Davis. L’ex numero 1 mondiale è troppo esperto per sottovalutare gli avversari, sa benissimo che quando si scende in campo per rappresentare il proprio paese i rapporti di forza sono spesso sovvertiti e vengono a galla delle capacità di cui i giocatori stessi non sono a conoscenza, quindi non cede alla tentazione di rischiare di mandare una coppia diversa da quella costituita da Jack Sock (26 ATP in doppio) e Ryan Harrison (17 ATP in doppio) per affrontare il team belga composto da Sander Gille (84 ATP in doppio) e Joran Vliegen (98 ATP in doppio).

Fin da subito la scelta si rivela azzeccata, i belgi tengono botta con facilità e mantengono alte percentuali al servizio, la coppia statunitense deve giocare con molta attenzione e senza sottovalutare gli avversari, che paiono in attesa dell’occasione buona per cercare di avvantaggiarsi. Il momento arriva nell’undicesimo gioco, quando gli Usa non riescono a chiudere il game nonostante il vantaggio di 40-0, anche a causa di 2 doppi falli consecutivi, e concedono ai belgi l’unica palla break che, prontamente trasformata, li manda a servire per il primo set consentendogli di aggiudicarsi la frazione per 7-5. L’esperienza e la classe di Sock e Harrison consentono alla squadra USA di non sbandare, le 2 occasioni concesse nel corso del set a Gille/Vliegen sono prontamente annullate, da parte loro i tennisti europei non mollano nulla e continuano a giocare bene. Con queste premesse è scontato che l’epilogo della frazione avvenga al tie-break, deciso da alcune preziose giocate dell’ex numero 8 mondiale Sock e chiuso sul 7-1 per gli Stati Uniti.

I giocatori a stelle e strisce fanno palesemente comprendere che raggiungere la parità nel conto dei set era un requisito fondamentale per poter giocare in tranquillità e fare definitivamente pesare il maggior tasso tecnico, Gille e Vliegen non demordono ma lentamente ma inesorabilmente l’inerzia del match comincia a spostarsi verso la sponda americana, per ben 5 volte nella frazione gli americani hanno l’occasione per avvantaggiarsi ma la strenua resistenza dei giocatori belgi gli consente di portare anche questo set al tie-break. L’esito del jeu decisif è nuovamente a favore degli USA, con 3 punti realizzati dai belgi.

Nel quarto set il match continua a svilupparsi all’insegna dell’equilibrio, Gille-Vliegen continuano a giocare bene ma la partita sembra saldamente nelle mani (o meglio nelle racchette) di Sock-Harrison, tutti i giocatori svolgono bene il loro compito quando sono chiamati a servire, nessuna palla break viene concessa fino al decimo gioco, quando un violento rovescio di Jack Sock al corpo di Joran Vliegen appostato a rete manda gli USA sul match point. Di nuovo il rovescio di Sock in risposta al servizio di Gille mette la parola fine all’incontro ed alla sfida, fa esplodere di gioia il catino di Nashville e spedisce gli Stati Uniti nella semifinale della Coppa Davis 2018, a sei anni dall’ultima apparizione (sconfitta contro la Spagna a Gijon). Affronteranno Croazia o Kazakistan.

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Coppa Davis: Hewitt, Haggerty, Bertolucci, Barazzutti e Rojas. Opinioni contrastanti su un format che fa discutere

Il 2023 non vedrà nessun cambiamento nella formula della Coppa Davis, anche se non sono in pochi ad augurarsi un ritorno al passato

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La Coppa Davis (foto Roberto dell'Olivo)
La Coppa Davis (foto Roberto dell'Olivo)

Per la prima volta nella sua storia, il Canada di Denis Shapovalov e Félix Auger-Aliassime ha vinto la Coppa Davis, battendo in finale l’Australia di Lleyton Hewitt. Proprio il capitano aussie tuttavia, insieme ad altre voci importanti del tennis italiano, non sembra troppo convinto dell’attuale format della Davis Cup, in vigore dal 2019. Le discriminanti principali sono due: in primis, spesso il doppio – punto di forza di tante nazionali – neanche si gioca, come accaduto proprio nella finale di quest’anno. L’altra critica mossa verso questa formula è che possono bastare quattro set per sollevare l’insalatiera, mentre fino al 2018 questi potevano non essere sufficienti neanche per vincere una singola partita.

Lo stesso Hewitt, nella conferenza al termine della finale, aveva rimarcato la sua posizione:

Il formato così com’è adesso non mi piace; non è un mistero, ma la mia voce non viene ascoltata. Come si fa a dire a dei doppisti che si preparano tutto l’anno e che arrivano qua per giocare in una delle più grandi competizioni che non avranno la possibilità di esprimersi? Penso ad esempio al team olandese che abbiamo battuto. O addirittura penso al leggendario doppio Woodforde-Woodbridge, che oggi non avrebbero messo piede in campo”.

 

Anche l’ex capitano dell’Italia Corrado Barazzutti, in un’intervista concessa al Corriere dello Sport, non ha usato mezzi termini per esprimere la sua posizione: È come se prendessimo uno Slam e lo modificassimo in un torneo da dieci giorni: non mi piace. Una volta la Coppa Davis era considerata il quinto Major, mentre adesso l’hanno ridimensionata. Si gioca al meglio dei tre set, gli incontri sono diventati tre, il doppio ha un’incidenza ben diversa e il fattore campo non esiste quasi più. Quando la vincemmo noi nel 1976 contro il Cile fu un’impresa gigantesca in un contesto difficile“.

Sulla stessa lunghezza d’onda troviamo anche Paolo Bertolucci, che era presente insieme a Barazzutti nello storico successo di Santiago del Cile. Questo un suo breve pensiero tratto da un’intervista a Il Messaggero: La Coppa non va più chiamata ‘Davis’, quella era un’altra cosa. Questa invece si vive in un giorno solo, tutta d’un fiato, è totalmente diversa rispetto a quando c’erano cinque partite al meglio di cinque set“.

Le critiche non sono ovviamente condivise da chi organizza e gestisce la competizione, ossia il presidente dell’ITF David Haggerty e il CEO di Kosmos Tennis Enric Rojas, secondo i quali le migliorie apportate alla Davis Cup stanno riscontrando un effetto molto positivo sulla competizione. “Siamo molto contenti del format e dei cambiamenti che abbiamo apportato – commenta Haggerty – ai giocatori piace, ce l’hanno confermato. Apprezzano i due singolari e il doppio decisivo, è un metodo che funziona bene considerando anche la parte di stagione in cui si gioca”.

L’interesse di Kosmos, proprietaria della Coppa Davis, e dell’ITF è quello di ricreare un ambiente simile ad un Mondiale di calcio, dove fan di tutto il mondo possano riunirsi in un’unica città ospitante. In realtà, tuttavia, dal 2019 soltanto il 21% dei biglietti sono stati comprati da appassionati provenienti da paesi diversi dalla Spagna, paese che da tre stagioni ospita la fase finale.

“Guardando il dato del 21% di fan stranieri, penso che questo sia il punto con i maggiori margini di miglioramento. Se riuscissimo ad ottenere, ad esempio, un’affluenza del 50/50, come accade già in molti altri sport, sarebbe fantastico” – ha dichiarato Rojas – In ogni caso, il numero di tifosi è stato decisamente alto. Dobbiamo migliorare la percezione negli appassionati che questo sia il Mondiale del tennis. Vogliamo essere un evento quanto più internazionale possibile, raccogliendo sempre più tifosi da tutto il mondo”.

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Coppa Davis, ranking per nazioni: Croazia in vetta, balzo Canada e Australia. L’Italia si conferma in top10

La Croazia si conferma al primo posto del ranking delle Nazionali, seguita da Spagna e Francia. Quarto posto per il Canada, settimo per l’Italia

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Canada - Davis Cup 2022 (foto Roberto dell'Olivo)
Canada - Davis Cup 2022 (foto Roberto dell'Olivo)

La Coppa Davis 2022 continua a regalare record per il Canada. Dopo aver vinto la prima insalatiera della sua storia, grazie anche alla sua generazione tennistica più forte di sempre, i ragazzi con la foglia d’acero sul petto scalano anche la classifica delle Nazionali, pubblicata due volte all’anno (al termine delle fasi di qualificazioni e dopo le fasi finali).

In vetta al ranking si conferma la Croazia con 968,38 punti, anche grazie alla semifinale raggiunta quest’anno e persa contro l’Australia. Non solo però, perché sul primato dei croati – così come sulla posizione di ogni Federazione – pesano anche i risultati delle scorse stagioni. La classifica, infatti, tiene conto dei risultati degli ultimi quattro anni in modo via via decrescente. Per i risultati dell’ultimo anno, infatti, valgono il 100% dei punti; dei risultati del penultimo vengono considerati solamente il 75% dei punti, del terzultimo il 50% e del quartultimo il 25%. Bisogna tener conto anche dell’impatto del Covid-19 sulle stagioni 2020 e 2021, che vengono “unite” ai fini del calcolo del ranking (quindi, eccezionalmente, in questo periodo si tiene conto delle ultime cinque stagioni).

Per capire meglio, ad esempio, i punti totali di una squadra nel 2022 corrisponderanno la seguente somma:

 
  • 100% dei punti ottenuti nel 2022 + 75% dei punti ottenuti nel 2021 e 2020 + 50% dei punti ottenuti nel 2019 + 25% dei punti ottenuti nel 2018

Nel 2025 di tornerà a calcolare la classifica in maniera tradizionale, considerando dunque le ultime quattro stagioni. Il totale dei punti di una qualunque squadra, a fine 2025, corrisponderà dunque alla seguente somma:

  • 100% dei punti ottenuti nel 2025 + 75% dei punti ottenuti nel 2024 + 50% di punti ottenuti nel 2023 + 25% dei punti ottenuti nel 2022

I punti guadagnati sono ovviamente diversi in base alla fase della competizione raggiunta. In caso di vittoria ci si aggiudica 500 punti, mentre sono 300 quelli incassati per la finale, 200 per la semifinale, 150 per i quarti di finale e 100 se ci si ferma nel round robin.

A questi si aggiungono alcuni punti bonus, che possono variare da quattro a dieci in base al ranking dell’avversario: sono 10 se un tennista sconfigge un rivale che occupa il primo o il secondo posto nel ranking ATP, 9 se si batte il n°3 o il n°4, 8 se si prevale su un giocatore compreso tra il quinto e l’ottavo posto. Si guadagneranno poi 7 punti vincendo contro chi è compreso tra il 9° e il 16° posto, 6 punti contro uno tra il 17° e il 32°, 5 punti contro uno tra il 33° e il 64° e 4 punti contro uno dal 65° posto in giù.

Chiusa la parentesi sul calcolo del ranking, vediamo nel dettaglio la classifica. Dietro la Croazia, al secondo posto si trova la Spagna, orfana di Alcaraz e Nadal quest’anno, con 693,25 punti. Completa il podio la Francia con 628,00 punti.

Alle spalle dei transalpini si trova la prima variazione di posizione, visto che i primi tre posti sono rimasti invariati rispetto all’ultimo aggiornamento. Ai piedi del podio si trova il Canada con 565,75 punti, che grazie al successo di domenica scorsa ha guadagnato tre posizioni e, da quando il ranking per nazioni esiste (2001), si trova nel suo punto più alto di sempre.

Seguono Stati Uniti (490,34 punti), Germania (485,09) e Italia (473,00), che rimane stabile al settimo posto e chiude il 2022 tre posizioni più avanti rispetto al 2021. Completano la top10 l’Australia, finalista di questa edizione (430,25), la Gran Bretagna (398,00) e la Serbia (388,25). La Russia, vincitrice nel 2021 e bannata per le edizioni 2022 e 2023, è ferma al 16° posto. Questa dunque la top10 aggiornata a fine 2022:

  1. Croazia
  2. Spagna
  3. Francia
  4. Canada
  5. USA
  6. Germania
  7. Italia
  8. Australia
  9. Gran Bretagna
  10. Serbia

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Coppa Davis: è stata un’occasione buttata? Probabilmente sì. Si ripresenterà? Penso di sì

La scelta di Filippo Volandri che ha schierato Matteo Berrettini in doppio, sebbene a digiuno di tennis da 40 giorni, viene ancora oggi molto discussa. Nei circoli di tennis e sui social. Il post di papà Fognini, il commento di papà Bolelli, il pensiero del direttore…anche su questa Davis che non gli piace

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Matteo Berrettini e Fabio Fognini giocano il doppio decisivo contro il Canada - Malaga 2022, Coppa Davis (foto Roberto dell'Olivo)

Che peccato non aver vinto questa Coppa Davis. Era davvero alla nostra portata. Avessimo battuto il Canada non avremmo mai perso con l’Australia.

Più ci penso e più me ne faccio un cruccio. E mi chiedo se davvero non si sia un po’ buttata una grande occasione. Tutte le persone che mi è capitato di incontrare, a Malaga come al ritorno in Italia, sull’aereo, al circolo, con gli amici, sui social, condividevano l’identica sensazione.

Ha fatto, fa e farà discutere la scelta di Filippo Volandri che ha schierato in doppio Matteo Berrettini che non si era mai allenato con la squadra, che aveva provato a giocare solo un paio di giorni dacchè aveva perso a Napoli (con un piede gonfio come un melone…) la finale con Musetti.

 

Non frequento abitualmente Facebook ma mi è stato inoltrato un commento di papà Fognini, Fulvio, alias Fufo56  che qui riporto fedelmente con maiuscole e minuscole e mi ha fatto riflettere (al di là della discutibile… eleganza, ma pare che nei social network ci si esprima spesso così!): “LI SENTI PARLARE E SONO TUTTI CONTENTI PER ESSERE ARRIVATI IN SEMI…ma andate a fare in culo, questa era una DAVIS DA VINCERE!”. Sic dixit Fufo 56.

Dopodiché, e anche questo mi viene segnalato da un fedele addetto ai Facebook-posts, è arrivato a commento di ciò un “like” – che potrebbe apparire piuttosto significativo – di Simone Bolelli.

In aereo da Malaga a Bologna ho incontrato papà Bolelli, Daniele, e lui mi ha confermato – semmai ce ne fosse bisogno – che Simone aveva uno stiramento di 6 millimetri certificato da ecografia, motivo per cui non sarebbe stato certamente consigliabile farlo scendere in campo.

Era un problema peggiorato con la partita contro gli USA (vinta su Sock e su Paul…grazie capitan Fish, che hai preferito puntare sul n.103 del doppio invece che sul n.3 Ram! n.d.Ubs)- mi ha detto papà Bolelli – peraltro aveva questo problema già all’arrivo a Malaga…Peccato perché se avesse potuto giocare sono convinto che i nostri avrebbero vinto”.

Una sensazione condivisa anche da chi di Simone… non è il papà.

Però anche papà Bolelli non riusciva a spiegarsi – e presumo che ne avesse parlato anche con suo figlio – perché al fianco di Fognini fosse sceso in campo Berrettini e non Musetti. “Non mi risulta che sia stato Fabio (Fognini) a scegliersi il compagno”.

Non restava che chiederlo a Fognini e magari a Musetti, non senza aver appurato che Sonego aveva preso i sali e accusato i crampi  durante il suo vittorioso (e splendido) match di 3h e 15 m con Shapovalov.  Il bis di quello vinto con Tiafoe. Non era quindi, purtroppo, in grado di giocare.

Nel mio audio commento di sabato sera, subito dopo il doppio perso con il Canada, avevo detto: “Se Sonego avesse vinto in due set e in due ore, come poteva benissimo dopo essere stato a 2 punti dal match sul 5-2 del tiebreak del secondo set, il doppio lo avrebbe giocato quasi certamente lui accanto a Fognini”.

Ciò anche se, a differenza di Berrettini (che accanto a Fognini aveva collezionato 6 vittorie e 3 sconfitte, sia pure in tempi non recenti), Sonego con Fognini non avesse mai giocato.

Con un tiro incrociato di mini-indagini senza pretese sono riuscito a sapere che Fognini effettivamente non è stato interpellato riguardo a chi avrebbe dovuto giocare al suo fianco.

E questo in verità mi è parso piuttosto sorprendente. Avrei in origine scommesso il contrario. Ho saputo che Musetti (non appena raggiunti gli spogliatoi pochi minuti dopo la sconfitta patita con Aliassime) e tutti quanti gli altri componenti della squadra hanno appreso all’unisono dalle labbra di Filippo Volandri che il doppio lo avrebbero giocato Fognini e Berrettini.

Qualcuno, mi è stato detto, si è anche un po’ sorpreso, perché Matteo non si era praticamente mai allenato con il resto della squadra.

Quando a fine doppio perduto si sono presentati in conferenza stampa Volandri, Berrettini e Fognini, uno più abbacchiato dell’altro, non era certo il caso di infierire.

Nessuno infatti si è sentito di farlo. Anche perché sarebbe stato troppo facile dare la sensazione di esprimere un parere dettato dal senno di poi.

Io stesso, in quei momenti di chiara tristezza, mi sono sentito in dovere di ringraziare comunque un team che, a livello individuale come di squadra, negli ultimi due/tre anni ci ha dato soddisfazioni che non provavamo da più di 40 anni.

 E non l’ho fatto per buonismo, ma perché è vero che nell’ultimo triennio le cose sono andate ben diversamente rispetto al più recente (e meno recente) passato.

Dopodiché, fra amici e colleghi, ci siamo però anche detti: “Ragazzi, ma come è cambiato il nostro giornalismo! Ora siamo tutti buonisti, tutti ci preoccupiamo più di non turbare i nostri futuri rapporti con i tennisti, con il capitano, che non di scrivere quel che molti pensano e che anni fa sarebbe stato scritto su qualunque giornale”.

E cioè che – ripensandoci a mente fredda e senza voler assolutamente maramaldeggiare affidandosi al senno del poi – non è davvero troppo comprensibile la scelta di Volandri. Cioè l’aver scelto di schierare in doppio un Matteo senza alcun tennis alle spalle per 40 giorni anziché un Musetti che di tennis ne ha giocato parecchio e anche piuttosto bene, tanto da essersi costruito nel finale di stagione una classifica, n.23, di tutto rispetto, recuperando in buona parte il gap con Sinner e Berrettini che ormai lo sopravvanzano di soli 8 e 7 posti.

Un Matteo fermo da 40 giorni e che in 4 mesi da Gstaad in poi aveva giocato soltanto 15 singolari (meno di 4 al mesebattendo solo 3 top 50 di medio-bassa caratura (Coric 26, Baez 37 e Davidovich 39) e per il resto soltanto tennisti dal 70mo posto in giù.

Mentre Musetti negli ultimi 4 mesi aveva giocato più del doppio delle partite di Matteo – 31 match dal vittorioso Amburgo, registrando successi di un certo peso nei confronti di tennisti (Amburgo compreso) quali Alcaraz (6 all’epoca e poco dopo n.1), Ruud (4 una settimana prima di diventare n.3), Cilic (17), Kecmanovic (30), Cerundolo (30), Davidovich (35), Ruusuvuori (42) e altri giocatori d’esperienza come Goffin e  Lajovic, prima di battere lo stesso Berrettini (n.15) in quel di Napoli.

SPUNTI TECNICI: Il nostro coach analizza colpo per colpo, foto per foto, Lorenzo Musetti al microscopio

Che Matteo, fermo sulle gambe (sui piedi?), in clamorosa difficoltà nel rispondere di rovescio da sinistra, si sia rivelato spento di riflessi a rete, poco centrato perfino nel servizio oltre che nel dritto, non avrebbe dovuto essere una gran sorpresa per chiunque. O è solo senno di poi?

Nel tennis non ci si improvvisa. Tutti lo sanno. E qualcuno avrebbe dovuto pur accorgersene nei rarissimi allenamenti da mercoledì in poi. Un giorno? Due? Tre?

Qualcuno ha sottolineato che l’unica alternativa possibile a Berrettini, Lorenzo Musetti, era piuttosto abbacchiato per aver appena perso da Aliassime.

Ma, ragazzi, si sta parlando di una sconfitta patita con il n.6 del mondo! Uno dei tennisti più hot del tennis di questo autunno. E nel caso di Fritz, del n.9 del mondo, di un tennista che aveva appena raggiunto le semifinali al Masters ATP di Torino giocando alla pari con tutti i più forti. Dal quale, oltretutto, Musetti ha perso un primo set di un soffio, 10-8 al tiebreak, dopo averlo condotto per 5 punti a 3 ed essersi conquistato anche un paio di setpoint (annullati da servizi vincenti di Fritz su una superficie assai veloce).

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Insomma, ci sta che un ragazzo di 20 anni si possa sentire un po’ abbacchiato per non essere stato in grado di portare il punto da n.1 azzurro contro Fritz e Aliassime, ma Musetti non aveva mica giocato contro…pizza e fichi! Bastava farglielo capire.

Lì deve essere il capitano a tirarlo su, a dirgli, “dai Lorenzo sei stato bravo, hai perso contro due campioni, adesso ti butto dentro nel doppio e vedrai che giocherai benissimo”. Musetti è giovane, ma non è un under 10 che sarebbe stato incapace di reagire.

Ovvio che manca la controprova, a questo punto. Avrebbe giocato bene o male Lorenzo? Chi può saperlo con certezza? Nessuno. Ma avrebbe potuto giocare peggio di Matteo? Non lo credo possibile. Senno di poi? Solo fino a un certo punto.

Ho sempre stimato Matteoho creduto nelle sue possibilità e in quelle del suo ottimo team, dall’ottimo Santopadre in giù – ecco qui un link su quanto scritto anni fa, quando venni quasi ingiuriato da alcuni lettori quando dissi che aveva dimostrato di avere le potenzialità di un Thiem per averlo battuto una volta e perso di misura un’altra (poi lo avrebbe anche ribattuto al Masters di Londra)– quando ben pochi sembravano aver fiducia in lui.

Quindi non saltino fuori adesso coloro che mi accusino di avercela con lui o di essere negativo e ipercritico nei suoi confronti. Né di esserlo nei confronti di Volandri. Chi sceglie può sbagliare. Hanno sbagliato in passato tutti i capitani del mondo, all’estero (Fish l’ultimo caso!) e in Italia:  Pietrangeli, Panatta che pure è stato un ottimo capitano ma…ricordate quando schierò Narducci in Svezia “per dare una lezione a Canè”? E Nargiso a Vienna contro l’Austria? Ma anche Bertolucci e Barazzutti non sono sempre stati esenti da scelte contestate da critici e opinione pubblica. Può sbagliare, certo in buona fede, anche Fiippo Volandri. Mica l’ha fatto apposta!

Lui da una parte, Matteo Berrettini dall’altra, in buona fede hanno ritenuto di aver fatto la scelta migliore e di poter dare un contributo migliore. Nonostante una partita a dir poco imbarazzante di Matteo (che ha dato perfino per fuori palle finite abbondantemente dentro) grazie a un Fognini super per un set e mezzo – prima di venir travolto anche lui dalla mission impossible – il duo azzurro è stato avanti di un break sia nel primo sia nel secondo set. Il che non può non accrescere, però, i nostri rimpianti.

Che si sia sprecata una grande opportunità è purtroppo vero. In quel senso papà Fognini, papà Bolelli, Simone, hanno ragione. Non c’era la Russia (che non ci sarà neppure nel 2023) ed eravamo riusciti a battere gli Stati Uniti grazie ad un prodigioso Sonego – ben tornato Lorenzo! – e al doppio titolare Fognini-Bolelli.

Forse l’occasione si ripresenterà. Magari già tra un anno. Intanto perché abbiamo ottenuto una wildcard e perché rigiocheremo a Bologna nel girone che speriamo ci riporti a Malaga fra le 8 finaliste. E, come appena detto, la Russia di Medvedev e Rublev sarà nuovamente assente.

L’Italia ha almeno 4 singolaristi e 4 doppisti (incluso Vavassori che ho visto giostrare alla grande contro Pavic-Mektic e contro Krajicek-Dodig senza assolutamente sfigurare) di gran livelloE non penso che potrà avere tutta la sfortuna che ha avuto quest’anno. Alludo ai ripetuti infortuni di Berrettini, Sinner, Bolelli.

Dico questo anche se purtroppo dovremo sorbirci almeno ancora un anno di una formula Davis che non mi piace. Una Davis che attribuisce per due anni di fila la celebre “saladier” d’argento fatta coniare da Dwight Davis nel 1900 nella famosa gioielleria di Boston a una squadra che in una finale vince appena 4 set (2 per match, prima di rendere superfluo il doppio), non è parente della Davis che Mr.Dwight Davis aveva ideato quando il tennis era molto meno popolare di oggi e aveva team molto più risicati.

Vincendo quattro soli set in una finale una squadra non era neppure sicura di aver conquistato un punto, dei 3 che servivano per aggiudicarsi la Coppa Davis.

Ma di quel che penso su come la Davis – che non è da buttare, alla gente piace, di pubblico ce n’è stato tanto – potrebbe tornare ad assomigliare alla vecchia Davis, con quattro singolari incrociati e un doppio che valga per il 20% dei punti e non per il 33% (ma, tuttavia almeno quel doppio venga sempre giocato…a Malaga 3 volte su 7 non lo si è neppure giocato e i doppisti sono venuti a fare un viaggio a vuoto) scriverò prossimamente.

Si può sognare di ridarle parte dell’antico lustro ora che l’ATP Cup, quella pagliacciata “inventata” dagli australiani (per attirare i tennisti laggiù, Down Under, fin da gennaio in funzione Australian Open) e appoggiata dall’ATP in sciocca e miope antitesi alla Coppa Davis gestita – in modo purtroppo abborracciato e politichese da ITF e Kosmos – è fortunatamente morta e sepolta. Ne riparleremo qui su Ubitennis. Così come riparleremo dell’assurdità di considerare head to head validi statisticamente i match della Laver Cup che al posto di un terzo set fanno giocare un long tiebreak. Che brutta cosa la politica (e il dio denaro) quando inquina la natura di uno sport. I mondiali di calcio nel Qatar non sono l’unico esempio.

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