Le 68 vittorie di Rafa, i 40 mesi di Nishikori

Il maiorchino si conferma ingiocabile nel Principato. Il giapponese torna a battere due top 10 nello stesso torneo dopo più di 3 anni. Questi solo due tra i numeri chiave della settimana

Le 68 vittorie di Rafa, i 40 mesi di Nishikori
Rafa Nadal e Kei Nishikori con il Principe e la Principessa di Monaco - Montecarlo 2018 (foto Roberto Dell'Olivo)

7 – la serie di sconfitte consecutive in incontri a livello ATP interrotta da Marco Cecchinato a Monte Carlo. La vittoria su Damir Dzhumur, 31 ATP, oltre che la più importante relativamente al ranking dell’avversario sconfitto, ha interrotto una lista di sconfitte a livello ATP iniziata lo scorso luglio a Umago con la sconfitta patita da Dodig, dopo aver battuto Gilles Simon, allora 36 ATP in quello che era appena la quarta vittoria in carriera nel circuito maggiore. Il siciliano classe 92, entrato nei primi 200 nell’estate 2013 e tra i primi 100 a fine 2015, grazie a risultati ottenuti soprattutto nei Challenger, (best career ranking: 82) nel circuito ATP ha raggiunto solo una volta i quarti di finale, nel 2016 quando a Bucarest sconfisse Baghdatis e Dzhumur (ancora lui!). Un bilancio complessivo di cinque successi (il quinto a Pesaro in Coppa Davis a punteggio acquisito contro Bossel, allora nemmeno nella top 300) e ventinove sconfitte nel circuito maggiore lo rimanda almeno sinora nel tennis che conta. Tuttavia, il siciliano, che contro i top 100 ha una percentuale migliore di successi rispetto a quella nei match disputati nei tornei ATP – ha vinto 23 volte su 66 che ha affrontato tennisti con quella classifica- quantomeno sulla terra rossa, dove quest’anno si è qualificato a Buenos Aires e Rio e dove a livello Challenger ha vinto il torneo di Santiago e fatto due semifinali- sembra in progresso costante. Sperare nella sua crescita, a 25 anni, non costa nulla.

10- le vittorie della nazionale statunitense in Fed Cup sull’analoga rappresentativa ceca. Le due compagini, affrrontatesi sin qui dodici volte, saranno le protagoniste della finale che si giocherà in Repubblica Ceca- con ogni probabilità a Praga- i prossimi 10 e 11 novembre. Saranno di fronte le due rappresentative ad aver vinto il maggior numero di volte la competizione (gli Usa 18, la Repubblica Ceca 10), nonchè la detentrice del titolo (gli Stati Uniti) e la nazionale – quella ceca- ad aver conquistato ben cinque delle ultime sette edizioni. La Reppublica Ceca non sconfigge gli USA dal 1985 e ha perso gli ultimi otto tie con gli yankee, ma potrà contare, oltre che, come detto, sul vantaggio del fattore campo, anche su una squadra capace di mettere in campo due singolariste come  Pliskova e Kvitova, entrambe nella top ten WTA, un fattore non da poco. Lo si è visto anche nello scorso week-end a Stoccarda, con le ceche vittoriose col punteggio di 4-1 su una nazionale tedesca che schierava Georges e Kerber, rispettivamente 11 e 12 del mondo. Non poteva esserci migliore finale di Fed Cup.

 

17 – le vittorie ottenute in questo 2018 da Fabio Fognini. Sebbene solo una di esse fosse stata raccolta contro un top 30 (Mannarino in Australia) il nostro numero 1, partito molto bene nei primissimi mesi dell’anno, raggiungendo le semifinali a Sydney e Rio, gli ottavi agli Australian Open, vincendo i tre incontri del tie di Coppa Davis in Giappone e il sesto titolo della carriera a San Paolo sembrava lanciatissimo per lanciare sua rincorsa al best career ranking (13 ATP a marzo 2014). Da marzo in poi è calato, perdendo male contro Chardy a Indian Wells e non esprimendosi al meglio nelle sconfitte rimediate con Kyrgios a Miami e Pouille a Genova. A Monte Carlo non ha fatto meglio, prima soffrendo più del dovuto (6-4 7-5) contro il qualificato Ivashka, 122 ATP; poi subendo una netta sconfitta contro il 27enne tedesco Julian Struff, 61 ATP, vincitore col punteggio di 6-4 6-2. Il periodo di flessione nei risultati non deve però fare disperare sulle possibilità dell’azzurro di fare una buona stagione, sugli standard delle tante già avute in carriera. Andando a vedere negli anni precedenti della carriera, solo nel 2014, in questo periodo della stagione (post Monte Carlo) aveva vinto più partite, ben 23, uno score frutto della vittoria del torneo di Vina Del Mar, degli ottavi a Melbourne, della semifinale a Buenos Aires e della vittoria nei singolari di Coppa Davis contro l’Argentina. Dal 2009, da quando frequenta solo tabelloni del circuito ATP, dopo il torneo monegasco, aveva raccolto al massimo 13 vittorie (nel 2013, quando arrivò in semi nel Principato di Monaco). Un periodo di calo è fisologico, ma la fiducia che Fabio possa continuare a fare cose molto buone, come si vede, non ha motivi di essere scalfita.

18 – le partite vinte da Andraes Seppi quest’anno, il migliore inizio della stagione mai avuto in carriera dell’altoatesino, per numero e qualità di vittorie. Uno stato di forma testimoniato anche questa settimana, quando ha raggiunto gli ottavi a Monte Carlo, un traguardo conquistato solo una volta (nel 2014, quando perse da Nadal) in undici partecipazioni. Andreas è stato prima bravo a qualificarsi al tabellone principale sconfiggendo senza perdere un set, prima Alex De Minaur (6-4 7-5), 112 ATP, poi Marcelo Granollers (con un duplice 6-3), 129 ATP. Una volta nel main draw, ha ottenuto la seconda vittoria contro un top 30 del 2018 (dopo quella su Sasha Zverev a Rotterdam) eliminando (6-3 5-7 6-2) Kyle Edmund, 23 ATP, e nei sedicesimi ha sconfitto (4-6 6-3 7-5) Garcia Lopez, 68 ATP. Negli ottavi, contro Nishikori, 36 ATP, ha lottato, prima di arrendersi e far passare il 28enne nipponico col punteggio di 6-0 2-6 6-3. Ma è interessante soprattutto constatare come Seppi, quest’anno vincitore del ricco challenger di Canberra, semifinalista all’ATP 500 di Rotterdam e tra gli ultimi 16 a Melbourne, tennista da quindici stagioni a pieno regime nel cicuito ATP, solo a 34 anni abbia fatto così bene da inizio stagione sino a Monte Carlo. Andando a spulciare i precedenti anni, è curioso notare come in analogo periodo, dal 2008 in poi, solo in due circostanze avesse vinto un numero in doppia cifra di match. Accadde solo nel 2013, quando ne vinse dodici, tra le quali quelle necessarie per raggiungere gli ottavi a Melbourne, i quarti a Dubai e la semifinale a Sydney e nel 2015 (finale a Zagabria e ancora ottavi a Melbourne, quando sconfisse Federer prima di arrendersi a Kyrgios). Seconda giovinezza per Andreas.

33%- la percentuale di successi in singolari di Fed Cup di Sloane Stephens, prima della semifinale dello scorso week-end a Aix- en Provence. La campionessa in carica di Us Open e Miami, aveva esordito nel 2012, da 19enne, in doppio con la sua rappresentativa (vittoria con Liezel Huber nello spareggio in Ucraina) e solo l’anno successivo in singolare, perdendo da 16 del mondo contro la Arvidsson, 54 all’epoca. In sei singolari affrontati con la nazionale a stelle e strisce, Sloane aveva vinto solo in due circostanze, contro tenniste non nella top 70 e rimediando anche deludenti sconfitte, come le due dello scorso novembre nella finale in Bielorussia contro Sasnovich e Sabalenka. La numero 9 WTA si è riscattata questa volta in terra francese: non tanto vincendo (7-6 7-5) contro Pauline Parmentier, 122 WTA, ma soprattutto nello scontro con la numero 1 transalpina, Kiki Mladenovic, 20 WTA, annichilita con un pesante 6-2 6-0. Un contributo fondamentale quello della svizzera, che così vede i suoi U.S.A. protagonisti della finale contro la Repubblica Ceca. Finalmente protagonista anche in Fed Cup.

40 – i mesi trascorsi dall’ultima volta che Kei Nishikori aveva sconfitto nello stesso torneo due top 10. Prima che il nipponico sconfiggesse a Monte Carlo la scorsa settimana Marin Cilic, 3 ATP, e Alexander Zverev, 4 ATP, non riusciva nell’impresa di ottenere due vittorie dello stesso valore tecnico da dicembre 2014, quando a Londra nel round robin delle ATP Finals vinse contro Ferrer e Murray. Del resto, l’anno scorso è stato davvero povero di gioie per l’ex numero 4 del mondo, arrivato in finale, oltre che a Brisbane (dove perse da Dimitrov) solo a Buenos Aires (sconfitto da Dolgopolov) e ad appena due semifinali, sempre in eventi minori (Ginevra e Washington). Un 2017, a causa degli infortuni che periodicamente hanno colto il giapponese, terminato in anticipo dopo Montreal, per l’operazione, resasi inevitabile, al polso destro. Rientrato a fine gennaio, preferendo un approccio più leggero nei Challenger, ha perso all’esordio contro Novikov, 238 ATP. Dopo aver vinto la settimana successiva il Challenger di Dallas, era rientrato a livello ATP a New York, perdendo solo in semifinale da Anderson. Sconfitto da Shavopalov a Acapulco e da Del Potro a Miami (aveva saltato nuovamente un torneo, Indian Wells, per febbre) si è presentato a Monte Carlo, dove aveva giocato solo nel 2012 (arrivando agli ottavi). Nel Principato ha sconfitto (4-6 6-2 6-1) Berdych, 18 ATP, Medvedev (7-5 6-2), 49 ATP; il nostro Seppi in tre set (6-0 2-6 6-3) e, sempre in tre parziali (6-4 6-7(1) 6-3), nei quarti, il numero 3 del mondo, prima vittoria contro un top ten da gennaio 2017, quando a Brisbane sconfisse Wawrinka. In semifinale la vittoria (3-6 6-3 6-4) contro Zverev, la quarta del suo torneo nel set decisivo, lo ha portato in finale, dove non ha potuto fare altro che inchinarsi di fronte a Nadal, vincitore con lo score di 6-3 6-2. Ben tornato Kei e che la salute sia con te.

68 – le partite vinte in carriera da Rafael Nadal sulla terra di Monte Carlo, a fronte di sole quattro incontri persi (nel 2003, non ancora 17enne, contro Coria, nella finale del 2013 e nella semifinale del 2015 contro Djokovic e nel 2014 nei quarti contro Ferrer). Il maiorchino si è più volte speso in parole di grande amore per il torneo monegasco, vinto addirittura undici volte, un autentico suo feudo anche negli anni in cui, comunque re incontrastato sulla terra rossa, non poteva poteva più contare sullo strapotere fisico dato dalla sua giovane età: infatti, escludendo come già detto le annate dal 2013 al 2015, il numero 1 al mondo dal 2010 ha vinto lo storico torneo del Principato mostrando una superiorità sugli avversari se possibile ancora più netta di quella da lui avuta nello stesso arco temporale nelle altre grandi competizioni sulla terra rossa. Nelle sei avventure conclusesi con un titolo dal 2010 ad oggi, Rafa ha lasciato agli avversari solo quattro parziali nelle trenta partite occorse per vincere i suoi ultimi sei titoli. Numeri pazzeschi in un torneo di questo livello, che da sempre annovera la grande maggioranza dei campioni del circuito. Il Country club di Monaco ha il suo Principe, Rafael Nadal da Maiorca.

100– gli esseri umani elencati ogni anno dalla rivista statunitense Time come i più influenti del pianeta. Tra essi, Roger Federer, tra l’altro scelto come uno dei sei- assieme all’attrice Nicole Kidman, alla cantante Jennifer Lopez, all’attivista afroamericana Tarana Burke, all’amministratore delegato di Microsoft Satya Nadella, all’attrice comica Tiffany Haddish-  ad avere l’onore di avere il proprio viso sulla copertina della rivista. Il campione svizzero, vincitore di 20 Majors, 97 titoli complessivi e 308 settimane al numero 1 del mondo- solo per citare alcuni degli svariati record appartenenti a Roger-, è stato uno dei pochissimi sportivi a essere incluso nella lista. Solo altri sei atleti – e nessun calciatore- vi figurano: il cestista dei Golden State Warriors Kevin Durant, il giocatore di football americano J.J. Watt, il pattinatore artistico su ghiaccio Adam Rippon, la snowboarder olimpica Chloe Kim, il capitano della nazionale indiana di cricket Virat Kohli e la ginnasta Rachael Denhollander. Il tennista elevetico è stato scelto non solo per l’ammirazione universale che nel globo ha suscitato la sua carriera e il suo modo spettacolare di giocare a tennis, ma anche per l’attivita filantropica che svolge con la sua fondazione. Un concetto che ben emerge dal tributo che Bill Gates, col quale ha condiviso in passato dei doppi tennistici organizzati a scopo benefico, ha dedicato al campione elvetico. Tra i vari passaggi, Gates ha sottolineato come “Roger sa che la vera filantropia, come il grande tennis, richiede tempo e disciplina. Sarà un giorno triste per tutti noi quando deciderà di lasciare il tennis, ma possiamo essere sereni sapendo che sarà impegnato a fare del mondo un posto migliore“.

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