Mi ritiro, poi ritorno e vinco: Anastasija Sevastova - Pagina 2 di 3

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Mi ritiro, poi ritorno e vinco: Anastasija Sevastova

Non sempre un ritiro mette davvero fine alla carriera: la storia di una giocatrice che sul piano tennistico ha già vissuto due volte

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Anastasija dimostra che non ha affatto disimparato a giocare a tennis, anzi: una Sevastova senza guai fisici è da subito troppo forte per le avversarie degli ITF da 10 mila e 25 mila dollari. Nel giro di quattro mesi (febbraio-maggio 2015), conquista trofei in serie con un bilancio di 24 vittorie e appena 2 sconfitte. Quando poi il livello dei tornei cresce, la percentuale di vittorie scende un po’, ma a fine anno il risultato è comunque sbalorditivo: senza classifica in gennaio, si ritrova nel mese di novembre numero 110 del mondo.

Quello che accade nel 2016 è la naturale continuazione della stagione precedente. La sua ascesa continua: entra subito in Top 100, poi (luglio) in Top 50. Arriva in finale a Maiorca e a Bucarest (battuta da Garcia e Halep), e soprattutto nei quarti di finale degli US Open dopo aver sconfitto Schmiedlova, Bondarenko, Muguruza e Konta. Come nel 2011 a Melbourne, a fermarla è ancora Caroline Wozniacki, ma in un match sfortunatissimo, dove una brutta distorsione alla caviglia le impedisce praticamente di giocare. “Ma io non sono il tipo da ritirarmi a match in corso. Ho comunque provato a dare il massimo” dirà poi in conferenza stampa. Malgrado il problema alla caviglia la penalizzi nel finale di stagione (con cinque sconfitte al primo turno), chiude comunque  il 2016 da numero 35 del mondo.

Sapete cosa ho pensato al termine di quella stagione? Devo confessare che ho pensato all’incirca questo: “Sevastova mi piace come giocatrice, per il suo gioco vario e intelligente, ma nel panorama contemporaneo le manca un po’ di pesantezza di palla. Dopo questo grande exploit compiuto sull’onda dell’entusiasmo per il ritorno sui grandi palcoscenici, temo che per lei sarà complicato confermarsi”. Non ho avuto occasione di scriverlo prima di oggi, ma questo era il mio pensiero.

 

E invece sono stato smentito in pieno. Anastasija ha continuato nel 2017 con solidi risultati, e anzi li ha migliorati. Ne cito alcuni: semifinale a Dubai, quarti a Charleston e Stoccarda, semifinale a Madrid. Poi in giugno la vittoria sull’erba di Mallorca: secondo successo a livello WTA in carriera, il primo dopo il ritorno (superate Mertens, Lepchenko, Konjuh, Garcia, Goerges).

Non meno importante la conferma agli US Open 2017: ancora fra le otto “elette”, con i quarti di finale raggiunti dopo aver sconfitto Maria Sharapova (5-7, 6-4, 6-2). A fermare Sevastova, al termine di una match tesissimo ed equilibrato, è la futura campionessa Sloane Stephens: 6-3, 3-6, 7-6(4).

Nello Slam newyorkese mette in mostra tutte le sue caratteristiche, non tanto comuni. Del resto la formazione tennistica ricevuta in Lettonia sino ai 14 anni era stata abbastanza particolare, avvenuta su campi dalle caratteristiche diversissime. Per sei mesi indoor su legno, nella palestra di una scuola: superficie molto veloce, con out limitatissimi, che evidentemente obbligavano a giocare a ridosso della linea di fondo con ritmi incalzanti. E invece nella buona stagione sei mesi outdoor su terra battuta, molto più lenta e dunque con costruzione dello scambio di respiro più ampio. Ecco lei stessa che lo racconta:

Detto tra parentesi: ho qualche dubbio su quanto i giornalisti sportivi americani abbiano idea di che cosa sono i paesi baltici sul piano della civiltà, visto che sono stati (e sono) uno storico luogo di incroci della cultura europea, con le influenze nel tempo di Germania, Svezia, Russia, Finlandia, Polonia; ma anche di religioni differenti: ortodossa, protestante e cattolica. Insomma: tutto tranne che paesi banali o rozzi.

Ma torniamo a Sevastova. Forse anche grazie a questo imprinting “misto”, tra veloce e terra, ha fatto della duttilità tecnica uno dei suoi punti di forza; del resto, non possedendo un fisico straripante (meno di 1,70), e senza una muscolatura molto potente, difficilmente può pensare di superare le avversarie con la pesantezza di palla. Tutte caratteristiche che ne fanno una giocatrice di stampo vagamente old fashion: malgrado il rovescio a due mani, sono diversi gli aspetti tecnici che la avvicinano al tennis del passato.
Per esempio la relativa importanza dei colpi di inizio gioco. Sevastova non possiede un servizio strapotente: se è in grado di ottenere qualche ace lo produce attraverso il piazzamento. Però sa lavorare la battuta, usa bene kick e slice. Anche in risposta tende a non essere particolarmente aggressiva, visto che risponde da una posizione piuttosto arretrata rispetto agli standard attuali. E anche il dritto ricorda quelli classici, dato che utilizza una presa eastern.

Ma sarebbe sbagliato fermarsi solo ai colpi base del tennis: Anastasija possiede un repertorio molto completo. Innanzitutto lo slice di rovescio: il suo slice può essere molto carico, con aggiunte di sidespin che lo rendono estremamente “cattivo”. Quindi non solo un colpo di contenimento, ma anche un’arma in grado di trasformare le situazioni da difensive in offensive.

Più in generale va sottolineato il grande controllo di palla, che le permette di essere una delle migliori del circuito in tutte le esecuzioni che richiedono manualità e sensibilità: senza dubbio le smorzate, ma anche le parabole con lift differenti, così come i cross molto stretti. Se dovessi trovare una tennista con qualche affinità sceglierei forse Magdalena Rybarikova, anche se rispetto a Magdalena il servizio di Anastasija è probabilmente meno incisivo, mentre il rovescio bimane mi sembra più solido.

Molto mobile e coordinata, Sevastova si trova bene quando può appoggiarsi alla palla pesante delle avversarie, e lei stessa ha dichiarato di soffrire più le regolariste molto forti in difesa rispetto a chi fa leva sulla potenza. Anche così si spiega il suo successo con Sharapova a New York, cosi come invece il bilancio negativo nei confronti diretti con Wozniacki (4 sconfitte a zero, otto set persi, nessuno vinto) ma anche lo 0-6, 0-6 subito da Halep nella finale di Bucarest, che dal 2016 l’ha sconfitta 5 volte.

Sul piano tattico è capace di sviluppare match molto interessanti, con scambi articolati, costruiti non solo sulle geometrie destra-sinistra ma spesso sulla verticale; anche se a mio avviso è più forte quando sulla verticale fa muovere l’avversaria piuttosto che quando è lei stessa che cerca la rete.

a pagina 3: questioni caratteriali e la Fed Cup insieme a Ostapenko

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Naomi Osaka: la regina del cemento

Con la vittoria all’Australian Open di Naomi Osaka, è emerso un verdetto chiaro: gli Slam sul duro hanno trovato la giocatrice da battere

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Naomi Osaka - Australian Open 2021 (via Twitter, @AustralianOpen)

Quattro finali Slam, quattro vittorie. Dopo l’impresa di sabato scorso a Melbourne, il palmarès di Naomi Osaka inizia a diventare storicamente rilevante, e i suoi numeri cominciano a essere confrontati con quelli delle grandi giocatrici del passato.

Grazie a questi successi, Osaka spicca nel computo dei Major non solo rispetto a tutte le coetanee, ma anche rispetto a tutte le tenniste nate dagli anni ‘90 in poi: nessuna di loro è riuscita ad andare oltre i due titoli, e si parla di nomi come Kvitova, Halep, Muguruza. La più vicina a Naomi è Angelique Kerber, con tre Slam, che però è nata nel 1988. Davanti a Osaka c’è Maria Sharapova, del 1987, che ne vanta cinque, ma che è ormai ritirata.

Prima di entrare nel dettaglio delle prestazioni della nuova bicampionessa australiana, va rimarcato il primato generazionale che continua a emergere dallo Slam appena concluso: ancora una volta a prevalere nei Major sono le giovani. Da quando proprio Osaka vinse lo US Open 2018, è cominciata la linea verde: a vincere sono giocatrici al massimo di 23 anni, con l’unica eccezione di Halep a Wimbledon 2019. Questa la sequenza degli ultimi nove Slam: US Open 2018: Osaka. 2019: Osaka, Barty, Halep, Andreescu. 2020: Kenin, Osaka, Swiatek. 2021: Osaka.

 

Insomma, sembra proprio che il tennis femminile abbia voltato pagina: al via degli Slam le giocatrici accreditati sono tante, e di età differente; ma poi, per un motivo o per l’altro, le più mature non riescono a vincere. Va anche sottolineato che in questo caso Naomi ha conquistato il titolo partendo da prima favorita (almeno per i bookmaker), una condizione che aggiungeva un ulteriore carico di stress ai suoi impegni. Perché un conto è scendere in campo da outsider, come era accaduto alla stessa Naomi nel 2018 a New York, o a Kenin (Australian Open 2020) e Swiatek (Roland Garros 2020), un conto è farlo con le attenzioni di tutti che pesano sin dal primo turno.

Il palmarès di Osaka al momento non è formato da una grande quantità di titoli (7 in totale), ma è il peso specifico a renderlo speciale: Naomi ha addirittura vinto più Slam che altri tornei del circuito WTA (4 Slam, 2 Premier Mandatory, 1 Premier). Segno che è capace di alzare il proprio livello di gioco quando la posta in palio è più alta.

E visto che siamo in tema di dati e numeri, segnalo che il suo cammino a Melbourne non è stato affatto semplice, anche se il nuovo metodo di calcolo del ranking ha reso le cose meno evidenti. Per esempio: Naomi ha trovato Pavlyuchenkova al primo turno. Anastasia era fuori dalle teste di serie, ma con i punti raccolti nel solo anno 2020 (cioè secondo i classici criteri precedenti) sarebbe stata numero 30 in classifica e quindi (considerate le assenze di Bertens, Keys, Yastremska) testa di serie numero 27. Malgrado questo, Osaka ha superato l’esordio senza particolari problemi: 6-1, 6-2.

Punteggio simile per il secondo turno, contro una ex Top 10 come Caroline Garcia: 6-2, 6-3, addirittura senza concedere alcuna palla break. Questi due primi incontri hanno dimostrato che quasi tutte le giocatrici che basano il proprio tennis sulla aggressività, in questo momento fanno fatica a fare partita pari con Osaka.

La spiegazione più logica è questa: rispetto a Naomi non hanno particolari ambiti di gioco nei quali prevalgono, e al contrario pagano nel confronto diretto sui colpi base (efficacia in battuta e risposta, ma anche qualità esecutiva del dritto e del rovescio in topspin). In sostanza Naomi propone un gioco simile, ma lo fa meglio. Per la verità sia Pavlyuchenkova che Garcia sono superiori volleatrici rispetto a Osaka, ma con le velocità di palla attuali è molto, molto difficile trovare i tempi di gioco per riuscire a verticalizzare e colpire a rete; e dunque queste qualità non sono così importanti né sufficienti per riequilibrare il confronto. Sotto questo aspetto, però, che Garcia sia riuscita ad avanzare appena 4 volte in tutto il match (peraltro vincendo tutti e 4 i punti), suona a mio avviso come un atto di accusa sulle sue scelte tattiche. Ma sto divagando.

Al terzo turno Osaka ha trovato una giocatrice un po’ differente: Ons Jabeur. Testa di serie numero 27, ma reduce da un 2020 di grandi progressi (virtuale numero 14 con il vecchio calcolo del ranking: di nuovo una avversaria sottostimata). Sappiamo quanto sia talentuosa Jabeur, di cosa sia capace quando è sfidata sulla esecuzioni di tocco, e come sappia sorprendere grazie a soluzioni inusuali. Tanto per dire: nel corso del primo game ha vinto un punto giocando una palla corta direttamente in risposta, su una seconda di servizio di Osaka. Ma a conti fatti neppure questo genere di tennista è apparsa in grado, almeno sul cemento, di mettere davvero in crisi la futura campionessa: 6-3, 6-2, con un solo break subito da Naomi.

Il vero crocevia del torneo è arrivato al quarto turno: il confronto con la finalista dell’Australian Open dello scorso anno Garbiñe Muguruza. Al momento del sorteggio era apparso chiaro che, salvo sorprese, questo sarebbe stato uno dei match chiave della parte bassa del tabellone, quella che appariva più carica di favorite: Osaka, Williams, Halep, Sabalenka, Muguruza… Sarò ripetitivo, ma si è trattato del quarto confronto su quattro che Naomi ha avuto contro avversarie “sottostimate” dal nuovo ranking; Garbiñe era ufficialmente testa di serie numero 14, ma sarebbe stata la numero 8 con i soli punti del 2020.

a pagina 2: I match contro Muguruza e Hsieh

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Un Happy Slam non troppo felice

Lunedì prossimo comincia l’Australian Open. Da Ashleigh Barty a Simona Halep da Naomi Osaka a Serena Williams, ecco come ci arrivano le principali favorite

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Garbiñe Muguruza e Sofia Kenin - Australian Open 2020

C’è stato un periodo nel quale si parlava dell’Australian Open come dell’Happy Slam, e la definizione sembrava perfetta; ma evidentemente erano altri tempi. Nel 2020 la vigilia era stata condizionata dal problema degli incendi, tanto intensi da mettere in dubbio la qualità dell’aria e lo svolgimento stesso del torneo. Poi, nel 2021, la questione della pandemia.

Rispetto al gennaio 2020, nello sport tutto è diventato più complicato, e le difficoltà sono particolarmente grandi per il tennis, strutturato da sempre in modo itinerante. Di fronte agli ostacoli della pandemia, infatti, nulla è più intricato che cercare di tenere vivo un “circus” nomade: qualsiasi superamento di confine si trasforma in una impresa, dato che per ogni paese ci sono regole sanitarie differenti, concepite (giustamente) in base alle condizioni delle diverse nazioni.

Dunque anche quest’anno l’Happy Slam sarà un po’ meno gioioso e spensierato, ma già il fatto che si sia riusciti ad organizzarlo rappresenta un elemento positivo. È chiaro però che le precauzioni richieste avranno una ricaduta anche sugli aspetti tecnici. La quarantena, obbligatoria per tutti coloro che già non risiedevano in Australia, ha determinato un avvicinamento all’impegno poco ortodosso, e solo al termine del torneo potremo scoprire quali protagoniste si sono adattate meglio a questa forzatura.

 

In questo momento sono in corso tre WTA500, organizzati per consentire di mettere nelle gambe qualche match ufficiale prima dello Slam. Il primo torneo è lo Yarra Valley Classic (in sintesi: Melbourne 1) con al via tra le prime otto Barty, Kenin, Pliskova, Kvitova, Williams, Muguruza, Martic e Vondrousova. Il secondo torneo è il Gippsland Trophy (Melbourne 2) con queste prime otto teste di serie: Halep, Osaka, Svitolina, Sabalenka, Konta, Swiatek, Mertens, Muchova.

E infine c’è il Grampians Trophy (Melbourne 3), riservato alle giocatrici bloccate in albergo, che sicuramente partiranno da una condizione atletica precaria. Dopo la rinuncia di Andreescu (che ha deciso di rientrare direttamente nello Slam), le  otto teste di serie annunciate sono Bencic, Azarenka, Rybakina, Sakkari, Kontaveit, Brady, Kerber, Riske. Quando inizierà lo Slam, sarà giusto ricordarsi soprattutto dei loro nomi (e delle altre 20 sfortunate, vedi QUI), perché in pochi giorni è quasi impossibile recuperare la condizione fisica ideale, e quindi qualche controprestazione appare fisiologica.

Per tutte queste ragioni siamo di fronte a uno Slam anomalo. Non solo: normalmente la maggior parte delle giocatrici preferisce optare per un calendario più diluito, che esclude impegni agonistici nella settimana a ridosso dello Slam. In sostanza, esattamente il contrario di quanto accade in questi giorni. Ma c’è anche da ricordare un aspetto positivo: tornerà il pubblico, anche se non al 100%, e sicuramente aiuterà a rendere più intense le partite.

Se consideriamo la recente attività delle prime favorite, il quadro generale è molto variegato. Sabalenka, per esempio, ha vinto gli ultimi tre tornei WTA disputati (Ostrava e Linz nel 2020, Abu Dhabi nel 2021), mentre altre giocatrici di vertice sono ferme da parecchio. Diverse tenniste non giocano tornei ufficiali dal Roland Garros 2020 (terminato all’inizio di ottobre). Ma c’è di peggio: Osaka è ferma dallo US Open (inizio di settembre), Barty da febbraio 2020; Andreescu ha disputato il suo ultimo match addirittura alle Finals del 2019.

Inutile dire che in questa situazione avanzare dei pronostici è difficilissimo. Si prospetta uno Slam aperto a ogni risultato. Ed è un peccato che con tante protagoniste interessanti al via, non si possa fare in modo che siano nella condizione di dare il meglio. In questa cornice di assoluta incertezza, rimane infine da ricordare il tema ricorrente del confronto generazionale. Tutti gli ultimi Slam, infatti, sono stati appannaggio di tenniste giovani: dallo US Open 2018, l’unica eccezione è stato il successo di Simona Halep a Wimbledon 2019. Il prossimo Major rafforzerà questa tendenza?

Ho provato a riassumere la condizione delle prime sedici teste di serie, che non corrispondono alle prime 16 del ranking perché mancheranno Kiki Bertens (alle prese con i postumi di un intervento al tendine d’Achille) e Madison Keys (fermata dalla positività al Coronavirus).

a pagina 2: Le teste di serie dalla 16 alla 9

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Maria Sakkari, figlia d’arte

Da Angeliki Kanellopoulou a Maria Sakkari come da Julia Apostoli a Stefanos Tsitsipas: in Grecia il tennis professionistico è una questione di famiglia

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Maria Sakkari

Ci avviciniamo alla fine della quarantena australiana e per il momento, se si tratta di tennis giocato, bisogna ancora rifarsi alle partite di Abu Dhabi, dei primi giorni del 2021. Fra le protagoniste negli Emirati va sicuramente ricordata Maria Sakkari: cinque match affrontati, quattro vittorie, contro avversarie di nome; tutte vincitrici Slam. Nell’ordine: Potapova, Gauff, Muguruza e la testa di serie numero 1 Kenin. Va bene, forse ho un po’ esagerato con Potapova e Gauff, ma uno Slam lo hanno davvero vinto, anche se da junior: Potapova Wimbledon 2016 e Gauff il Roland Garros 2018.

Questi i punteggi delle partite di Sakkari contro Muguruza e Kenin: 7-5, 6-4 a Garbiñe, 2-6, 6-2, 6-0 a Sofia, con dieci game vinti consecutivamente nel finale di match. Maria si è fermata in semifinale contro la super Sabalenka degli ultimi tornei, che dopo avere concluso il 2020 con la doppietta di Linz e Ostrava, ha tenuto aperta la sua striscia vincente anche nel 2021 ad Abu Dhabi. Per Sakkari rimane comunque un ottimo inizio di stagione in continuità con l’ascesa degli ultimi anni.

 

Del resto è un periodo positivo per tutto il tennis greco, che forse per la prima volta propone contemporaneamente tennisti competitivi sia a livello femminile che maschile. Stefanos Tsitsipas è ormai entrato in Top 10 ATP, mentre Maria Sakkari sta provando a superare nei risultati la miglior giocatrice dell’era Open, Eleni Daniilidou, che vanta come best ranking il numero 14 raggiunto nel 2003, cinque titoli WTA, e che è stata capace di sconfiggere Justine Henin nel 2005 a Wimbledon.

Tstitsipas e Sakkari hanno in comune un aspetto: sono entrambi figli d’arte. Tstitsipas con il padre coach di tennis, e la madre giocatrice professionista (Julia Sergeyevna Apostoli, russa naturalizzata greca) ex numero 132 WTA. La mamma di Maria Sakkari, Angeliki Kanellopoulou, è stata una giocatrice ancora più forte: numero 1 di Grecia, con un best ranking WTA da numero 43 nel 1987.

a pagina 2: I primi anni di Maria Sakkari

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