Doping: cadono le accuse contro Alizé Cornet

Secondo i giudici, il funzionario anti-doping non avrebbe fatto tutto quanto ragionevole per trovarla

Doping: cadono le accuse contro Alizé Cornet

Chiamato a giudicare il caso di Alizé Cornet, con una decisione presa a maggioranza il Tribunale Indipendente respinge l’accusa di violazione del programma anti-doping da parte di Alizé Cornet, n. 32 WTA, per non essere stata reperibile tre volte nell’arco di dodici mesi per i test.

Sono le otto di mattina del 24 ottobre 2017 quando Lina Rossetti arriva in macchina con il marito davanti al condominio di Cannes dove abita Alizé. I due non sono lì per una colazione tra amici: Lina è un Funzionario per il Controllo sul Doping, il marito è il suo assistente e il luogo è quello indicato dalla tennista nel modulo che i pro compilano trimestralmente specificando un arco temporale di 60 minuti in cui sono reperibili per i test fuori dalle competizioni. Lei scende dall’auto e preme il campanello “Cornet”. Nessuna risposta. Ripete l’operazione ogni 15 minuti, poi la chiama sul cellulare. Niente. È la terza assenza in dodici mesi e ciò costituisce una violazione delle norme antidoping. Notificandole l’addebito, l’ITF le conferma il diritto a continuare a giocare, ma le consiglia di auto-sospendersi; Alizé, che ha sempre superato i test (un centinaio) a cui è stata sottoposta in carriera, rifiuta la sospensione volontaria convinta delle sue ragioni – ragioni che l’ITF non avrebbe voluto sentire e che la tennista ha riproposto nell’udienza dello scorso marzo convincendo la maggioranza dei componenti del Tribunale chiamato a decidere. Nella sentenza, sono richiamate l’importanza che non venga dichiarata l’assenza di un giocatore quando era invece presente all’orario e nel luogo prestabiliti, e le linee guida a cui il funzionario deve attenersi nel “ragionevole sforzo” di trovarlo. Proprio su quest’ultimo punto è caduta l’accusa.

 

Cornet ha dichiarato di aver scoperto il 12 ottobre che il citofono del suo appartamento era fuori uso e, partendo per giocare il Premier di Mosca, ha chiesto al padre di occuparsene con urgenza; al ritorno dal torneo, ha pensato che fosse tutto a posto. Questo per spiegare perché né lei né il coinquilino, che a quell’ora stavano facendo colazione, hanno sentito il campanello (ricordiamo che la stessa motivazione non è accettata in caso di visita fiscale da parte dell’Inps – insomma, non provatelo a casa). Il suo cellulare, poi, ogni tanto non suona, ma lascia semplicemente un messaggio minuti dopo. I due funzionari, invece, avrebbero potuto chiedere informazioni a una delle persone che hanno visto uscire dal palazzo (tra cui c’era proprio il coinquilino) oppure suonare a un altro campanello o, secondo Alizé, entrare facilmente visto che la porta di ingresso rimane spesso aperta. Solo per una minoranza dei membri del tribunale, “era irragionevole aspettarsi che il funzionario facesse più di quanto ha fatto”. All’unanimità hanno invece riconosciuto che la testimonianza di Alizé Cornet è stata sincera e convincente, e non c’è alcun motivo “per pensare che lei abbia mai assunto qualsiasi tipo di sostanza proibita”. In conclusione, se viene respinta l’insinuazione secondo cui la signora Rossetti non ci si sia messa davvero d’impegno, al contempo “l’ITF non ha assolto l’onere di provare che il funzionario abbia fatto quanto ragionevole nella circostanza per trovare l’atleta a meno di avvertirla del test”.

Tutto bene per Cornet che si libera di un peso scomodo da portare su un campo da tennis e può così dedicarsi leggera alla ricerca di altre vittorie e di un elettricista capace di aggiustarle il citofono.

Michelangelo Sottili

CATEGORIE
TAG
Condividi